Rassegna stampa 4 giugno 2019

04/06/2019 – Alto Adige

Alperia, concorso per soluzioni innovative

La società energetica. Scelti i due progetti delle startup FieldBox e Beedata
bolzano. Un concorso di Alperia per trovare le soluzioni più innovative nel settore energetico. E recentemente sono stati scelti i progetti vincitori di due startup, FieldBox.ai e Beedata. Le due startup sono state in grado di affermarsi su 142 candidati provenienti da tutta Europa. FieldBox.ai, specializzata in soluzioni per l’ impiego dell’ intelligenza artificiale in ambito industriale, ha presentato il progetto “Hydrobox”, una soluzione digitale per il monitoraggio delle deformazioni delle condotte forzate. Beedata opera nel settore data analitics del mercato energetico in Europa e con il progetto “BeeTeam” rende possibili bollette energetiche con informazioni aggiuntive e sofisticate analisi dei dati. «Con Alperia Startup Factory vogliamo dare a tutte queste idee visionarie e coraggiose la possibilità di presentarsi e crescere”, afferma Johann Wohlfarter, Ceo di Alperia. Il provider altoatesino di servizi energetici avvierà una collaborazione con le due startup vincenti per realizzare i loro progetti a beneficio dei clienti e dell’ azienda. Dall’ inizio dell’ Alperia Startup Factory, nell’ ottobre 2018, i progetti sono stati ulteriormente ridotti in un processo di selezione in più fasi, fino alla fase finale quando sono rimaste solo 4 startup. Negli ultimi mesi i finalisti hanno lavorato insieme ai dipendenti Alperia per realizzare la loro idea come prototipo e per testare le possibilità di commercializzazione. I risultati sono stati presentati alla giuria, composta dal top management di Alperia, che ha poi scelto i vincitori, ritenendo anche molto validi ed interessanti per il futuro di Alperia il progetto di Enterprise.Bot, specialista nel campo chatbot, e il progetto Alperia1000 presentato da ICEGateway, provider di soluzioni smartcity. Su ambedue i progetti, nelle prossime settimane, si faranno ulteriori riflessioni ed approfondimenti. Alperia ha realizzato la prima Startup Factory insieme a WhatAVenture, una giovane impresa che supporta le aziende nell’ implementazione di innovazioni e nuove idee.

04/06/2019 – Corriere del Veneto (ed. Vicenza)
Aim e Agsm cercano partner per una maxi multiutility a tre

Vertice ieri, fra i due sindaci e i capigruppo di maggioranza di Vicenza e di Verona. Si guarda a Dolomiti energia, ma anche ad Hera e A2a
VICENZA È iniziata come una fusione a due, sono cambiate tutte le persone coinvolte e ora diventa una partita a tre. E quindi, nuovi advisor in campo, analisi, valutazioni. Tutto perché Aim e Agsm cercano un nuovo partner. Le due multiutility di Vicenza e Verona, di proprietà dei rispettivi Comuni, non puntano più (solo) a un matrimonio a due. Perché la fusione delineata a fine 2016 e rimandata più volte ormai potrebbe diventare un’ aggregazione a tre soggetti. A rivelarlo sono stati gli stessi vertici dei due gruppi, che ieri in Comune a Verona hanno riunito i capigruppo di maggioranza e i due sindaci, ovvero il vicentino Francesco Rucco e il collega veronese Federico Sboarina. L’ ultima volta che i due primi cittadini si sono incontrati per parlare del destino delle multiutility era febbraio, in occasione della firma di una lettera d’ intenti che avrebbe dovuto portare a una fusione «entro la prossima estate». Il tempo è passato e i ragionamenti si sono allargati. «Il progetto di fusione – dichiara una nota congiunta delle due aziende diramata ieri – presuppone che Aim e Agsm non subiscano passivamente le dinamiche competitive e industriali di settore ma abbiano l’ intenzione di perseguire una strategia proattiva di sviluppo e per questo hanno avviato un processo di selezione di un partner industriale che possa apportare asset fisici e know-how in grado di risolvere i problemi industriali presenti e futuri». La parola chiave, dunque, è quella di un nuovo partner industriale, anche se per il momento nessuno si espone. Quel che si sa è che per individuare il perimetro dove volgere lo sguardo le due aziende starebbero per incaricare advisor esterni, a cui sarebbe stato chiesto proprio di fornire alcuni nomi. Si guarda, in sostanza, al nord Italia, ma già si fanno alcune ipotesi, come «Dolomiti energia», ma anche colossi come «Hera» e «A2a». E il motivo è semplice: con la realtà lombarda, ad esempio, c’ è già un itinerario tracciato da parte di Aim e Agsm che ha portato alla partecipazione alla gara per rilevare il ramo d’ azienda della trevigiana Ascopiave, che opera nella vendita di energia (Ascotrade) e che detiene un pacchetto di oltre 650 mila utenze luce e gas. Su quel binario al momento è stata presentata un’ offerta non vincolante ed entro le prossime settimane si dovrebbe passare alla fase due, con la richiesta da parte di Ascopiave a formulare una proposta vincolante, ma solo per alcune delle aziende offerenti. Ma questa, di fatto, è una partita che Vicenza sta giocando in parallelo alla fusione con la veronese Agsm. I rami d’ azienda del settore energetico guardano tutti verso la newco con A2a e all’ offerta per Ascotrade, gli altri settori invece rimangono puntati alla fusione con Agsm, ma non tutti: il settore delle manutenzioni e dell’ illuminazione pubblica, nei piani di Palazzo Trissino, in futuro potrebbe pure tornare alla gestione «in-house» (a controllo diretto da parte del Comune), mentre i settori come i rifiuti, il gas e l’ evoluzione dei servizi digitali alle amministrazioni (la cosiddetta smart-city) entrerebbe invece nella fusione con Agsm, diventata ora un progetto a tre. Quel che è certo sono alcuni punti ribaditi ieri da parte dei due sindaci, e cioè la volontà di «coniugare la crescita dimensionale con la salvaguardia della storia e delle identità delle aziende». Gian Maria Collicelli

04/06/2019 – La Repubblica
Appalti, lite a Palazzo Chigi ora la rottura è a un passo Giorgetti: “Crisi atomica”

LA LEGA PRONTA A STACCARE LA SPINA
Vertice sul decreto sblocca cantieri, il viceministro Garavaglia: “Ho l’ ordine di approvare lo stop al Codice” Il premier sbotta: allora tutti a casa. Il sottosegretario vede nero: “Ombrello inutile se la pioggia è radioattiva” ROMA – Se il premier Giuseppe Conte voleva farsi “ombrello” per salvare il suo governo dalle grandinate in arrivo, quelle evocate da Giancarlo Giorgetti, beh, secondo il sottosegretario alla Presidenza non è che ci sia riuscito più di tanto. «Perché se poi non piove grandine ma pioggia nucleare, radioattiva, hai voglia allora a farti ombrello. Non basta, l’ ombrello si scioglie» Ore 20, il numero due della Lega va avanti e indietro nella grande anticamera del suo studio, al primo piano di Palazzo Chigi, non sta fermo un attimo. Le telecamere nella Sala dei Galeoni, un piano sopra, si sono appena spente. L’ incontro coi giornalisti del presidente del Consiglio lo ha visto fino a un certo punto, confessa, poi aveva «impegni istituzionali in agenda». Se lo fa raccontare, legge i resoconti sulle agenzie. E scappa una smorfia. «Flat tax sì, ma inserita in una più ampia riforma fiscale, Tav sì ma non così, farsi valere in Europa sì, ma la procedura d’ infrazione ci farebbe male. Ricorda Walter Veltroni? – è la domanda retorica e beffarda del bocconiano ai vertici della Lega – Sì, ma anche, sì, ma anche Ecco, troppi “ma anche”, temo». Insomma, Conte non è che lo abbia convinto più di tanto. Eppure Giorgetti non ha voglia di emettere sentenze, ritiene di essersi già esposto parecchio nelle ultime settimane. Proprio per questo è stato preso di mira dai 5stelle e dallo stesso presidente del Consiglio (per l’ accusa di scarsa imparzialità, soprattutto). Ecco perché, incalzato prima che si richiuda nel suo studio, il sottosegretario alla domanda se si senta alla fine rassicurato dalle garanzie offerte dal capo del governo per andare avanti, glissa: «Sapete come la penso, io ho le mie idee. Chiedete a Matteo Salvini se con queste garanzie si va avanti». Già, rivolgersi a Salvini. I ministri raccontano che una decisione non è stata ancora presa. Se staccare la spina, quando. Una frenata sarebbe arrivata proprio in queste ore dopo che qualche sondaggio avrebbe registrato addirittura un ulteriore incremento dei consensi nella settimana seguita alle Europee. Oltre il già sorprendente 34,2 per cento del 26 maggio. Elementi che potrebbero spingere in teoria il capo a soprassedere ancora qualche mese, lucrare altri consensi e caricare la manovra “lacrime e sangue” al premier reggente per tirare fino alla primavera. Ma la primavera è troppo lontana. «Noi non vogliamo far cadere questo governo, vogliamo fare le cose e andare avanti», aveva replicato il segretario leghista mentre Conte stava ancora parlando e lui era nel tunnel dell’ ennesima giornata elettorale, trascorsa tra l’ inaugurazione della Pedemontana al fianco del governatore Luca Zaia e la sequenza di comizi per i ballottaggi tra Veneto e Lombardia. L’ incidente che si verifica da lì a poco fa precipitare rovinosamente la situazione a uno stato da pre-crisi. Succede che dura un’ ora scarsa di vertice sul decreto “sblocca cantieri” convocato dal premier nel suo ufficio, coi capigruppo al Senato di M5S e Lega, Patuanelli e Romeo, il ministro Toninelli, tra gli altri. Il vice all’ Economia Garavaglia mette sul tavolo l’ emendamento annunciato da Salvini, quello che congela per due anni il codice degli appalti, con il suo bagaglio di regole e vincoli utili anche ad arginare i rischi di infiltrazioni. «Ho il mandato politico di far passare questo emendamento», afferma perentorio Garavaglia. Il presidente del Consiglio ribatte: «Ma questa è una vostra iniziativa, non possiamo farcene carico, parliamone sotto il profilo tecnico, non ci sono le condizioni». Di fronte al muro opposto dai leghisti, però, stronca la discussione: «E allora tutti a casa, non si può andare avanti». A suo dire, se fosse passato l’ emendamento, si sarebbe vanificato l’ intero decreto sblocca cantieri. A questo punto, per Palazzo Chigi, è evidente che Salvini e i suoi cerchino il «pretesto» per la crisi. E in aula sul decreto ora può succedere di tutto. Conte stamattina sarà a Torino, da lì dovrebbe partire per la missione in Vietnam, sulla quale da ieri notte pendeva un grosso punto interrogativo. Il segretario della Lega viene informato dell’ incidente non appena termina il comizio a Porto Mantovano. E perde le staffe: «Se queste sono le premesse per la ripartenza, allora si riparte col piede sbagliato, anzi si parte malissimo – è il suo sfogo – Noi volevamo solo rilanciare i cantieri, con un ritorno alla normativa europea, non ci stavamo inventando niente. Così non va, non si va avanti ». E poi, non gli venga a parlare di vincoli europei da rispettare, «su quelli i cittadini si sono espressi col voto». Tutto sembra tornato al punto di partenza. «Il problema resta il partito del “no” – conclude Salvini che non riesce a trasformarsi nel partito del “sì”. E se è così, non abbiamo tempo da perdere». L’ incidente di ieri sera, visto dal vicepremier, è la conferma che ci sono pochi margini per la ripartenza. DI CARMELO LOPAPA

04/06/2019 – Il Sole 24 Ore
Lega e M5S trattano sul codice appalti

SBLOCCA CANTIERI
Subemendamenti grillini sul congelamento delle norme per due anni
Parte da due blocchi contrapposti la trattativa di Lega e Cinque Stelle sul decreto Sblocca-cantieri. A meno di due settimane dalla scadenza (il decreto deve essere convertito entro il 17 giugno, pena un pesante impatto su tutti gli appalti banditi secondo le nuove regole) il decreto è diventato il ring su cui va in scena il braccio di ferro tra le due forze di governo sul tema degli appalti e delle misure per accelerare la ripresa degli investimenti. Un match plasticamente simboleggiato dai due emendamenti di segno contrario da cui è partito il tentativo di mediazione convocato a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio, subito dopo la conferenza stampa con cui lo stesso Conte ha chiesto a Di Maio e Salvini di mettere da parte le contrapposizioni e di tornare a impegnarsi sulle «cose da fare». Da una parte (Lega) c’ è l’ ormai famoso «emendamento Pergreffi» che propone di sospendere per due anni alcune misure del codice appalti, sostituendo integralmente il primo articolo del provvedimento. Dall’ altra c’ è il sub-emendamento presentato da Mauro Coltorti (presidente pentastellato della commissione Lavori pubblici) che punta a dribblare il «blitz» della Lega, rivendicato da Salvini, riproponendo in Aula l’ approvazione del testo così come uscito al termine dei lavori di commissione, inclusi gli emendamenti di matrice leghista, come la reintroduzione delle gare semplificate (procedura negoziata) sotto al milione. In questo modo verrebbero recuperate tutta una serie di misure di semplificazione (dall’ anticipazione del 20% estesa agli appalti di servizi e forniture e non solo ai lavori, alla qualificazione delle imprese basata su 15 anni invece che 10, fino al regolamento unico e vincolante al posto delle linee guida “flessibili” dell’ Anac) che invece verrebbero meno con l’ approvazione, senza integrazioni, dell’ emendamento presentato dalla senatrice della Lega. Con tutta probabilità la trattativa farà slittare lo show down atteso per questa mattina, con l’ avvio delle votazioni in Aula al Senato. Proprio per attendere gli esiti del vertice di maggioranza convocato nella tarda serata di ieri, la commissione Bilancio di Palazzo Madama ha rinviato l’ emissione del parere sugli emendamenti, chiedendo un supplemento di documentazione (relazione tecnica) su tutta una serie di correzioni, inclusi gli emendamenti di maggioranza per la nomina di nuovi commissari (Mose, Gran Sasso, nodo di Genova, edilizia sanitaria, depuratori) e sullo stesso emendamento Pergreffi «al fine di verificare l’ assenza di effetti negativi per la finanza pubblica e di profili di contrasto con la normativa europea». Il braccio di ferro riguarda anche le norma voluta dal ministro Toninelli per blindare le iniziative di revoca delle concessioni autostradali, attraverso l’ esclusione della colpa grave per i funzionari che operano in aderenza ai pareri dell’ Avvocatura dello Stato. «Siamo pronti a discutere eventuali ricalibrature della misura. Ma a nessuno venga in mente di sabotare lo Sblocca cantieri per cancellare questa norma – ha sottolineato il ministro -. Non indietreggeremo di un millimetro». © RIPRODUZIONE RISERVATA. Mauro Salerno

04/06/2019 – Italia Oggi
Appalti, gare senza salassi

Il Tar Lazio annulla il decreto del Mit. Accolto il ricorso dell’ Asmel
Niente compensi minimi per i commissari di gara negli appalti. Il decreto con cui il ministero delle infrastrutture, di concerto col Mef, ha fissato in 3 mila euro a commissario l’ importo minimo inderogabile dell’ emolumento, è stato annullato dal Tar del Lazio con la sentenza n. 6925 del 31 maggio 2019. Il Tar ha accolto il ricorso dell’ Asmel, l’ Associazione per la sussidiarietà e la modernizzazione degli enti locali che già (si veda ItaliaOggi del 7 agosto 2018) aveva ottenuto dai giudici amministrativi la sospensione del provvedimento impugnato. Il Tar Lazio ha ravvisato nel dm 12 febbraio 2018 un vizio apparso evidente sin dalla sua emanazione, ossia aver travalicato i limiti imposti dal codice appalti (dlgs n. 50/2016) che all’ art. 70 stabiliva che con decreto il Mit fissasse la tariffa di iscrizione all’ albo e il compenso massimo per i commissari. Nessun riferimento, invece, alla possibilità di fissare un compenso minimo, peraltro, secondo il Tar, «irragionevolmente» quantificato in 3 mila euro (oltre al rimborso spese). Un importo insostenibile per molti piccoli comuni che, in quanto privi di figure professionali interne in grado di svolgere gratuitamente il ruolo di commissari di gara, sarebbero stati costretti a sobbarcarsi un esborso minimo di circa 11 mila euro a commissione di gara. Non solo. Un tetto così elevato avrebbe rischiato di bloccare molte gare nei piccoli comuni se si considera che il regolamento sui fondi Fesr (con cui vengono finanziati molti bandi dei mini-enti) prevede che le spese generali siano contenute nel limite massimo del 10/12%. Con una spesa fissa per i commissari di 11 mila euro a gara sarebbe impossibile bandire gare di importo inferiore o uguale a 91.500 euro. Di qui il ricorso al Tar Lazio che ha accolto in toto le tesi dell’ Associazione guidata da Francesco Pinto. Il Tar ha respinto le argomentazioni difensive della Ragioneria generale dello stato secondo cui la fissazione di un compenso minimo sarebbe «un’ eventualità non proibita dalla norma». I giudici amministrativi hanno ricordato che costituisce un principio cardine del nostro ordinamento quello secondo cui il legislatore «ubi voluit dixit». E «nella disposizione il legislatore parla espressamente di compenso massimo senza lasciare margini interpretativi in ordine alla possibilità di stabilire anche un compenso minimo o un compenso tout court». Inoltre, ha osservato il Tar, essendo la ratio della norma tesa a contenere la spesa pubblica, se da un lato si spiega la determinazione di un compenso massimo, altrettanto non può dirsi per la fissazione di un compenso minimo. Né può essere condivisa la tesi del Mit secondo cui l’ aver livellato per tutti i commissari il compenso a 3 mila euro avrebbe assicurato «il decoro e la dignità della prestazione». «Il nuovo Codice appalti, introducendo l’ Albo nazionale dei commissari di gara, gestito da Anac e aperto ai professionisti privati, ha spalancato le porte ai privati», ha osservato Pinto. «I professionisti del settore privato con requisiti idonei all’ iscrizione all’ Albo nazionale dei commissari sono almeno 400 mila, mentre i dipendenti pubblici a malapena 20 mila. Basta fare due conti per accorgersi che le commissioni sarebbero state formate al 95% da privati e al 5% da dipendenti pubblici». «L’ azione di Asmel», ha concluso Pinto, «ha scongiurato il rischio di commissioni di gara appaltate ai privati, oltre ad evitare un danno erariale quantificabile in oltre 1,5 miliardi di euro». PAGINA A CURA DI FRANCESCO CERISANO

04/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Avvalimento, cartellino rosso senza possibilità di sostituzione per il falso sui requisiti dell’ausiliaria

Mauro Salerno

Parere di precontenzioso Anac: l’azienda aveva presentato istanza di rateizzazione dei debiti contributivi accolta dalle Entrate dopo la scadenza del termine per le offerte

L’impresa ausiliaria colta in fallo sulle dichiarazioni non può essere sostituita. In questa ipotesi, per l’imprersa che ha fatto affidamento sul prestito dei requisiti è impossibile evitare il cartellino rosso della stazione appaltante e dunque l’esclusione dalla gara. La precisazione arriva dall’Anac, con il parere di precontenzioso (delibera n. 337 del 10 aprile 2019 ) sull’istituto dell’avvalimento rilasciato in merito a un appalto bandito dal ministero della Difesa.

La questione è nata intorno alle dichiarazioni rilasciate dall’impresa messa in campo da uno dei concorrenti alla gara per ovviare alla mancanza dei requisiti tecnico economici. Il problema è che l’azienda non è risultata in regola con il versamento dei contributi Inps. Meglio: l’impresa aveva presentato un’istanza di rateizzazione del debito contributivo, prima del termine fissato per la scadenza delle offerte, ma che era stata accolta dall’Agenzia delle Entrate soltanto a termine già scaduto.

Ricordando le posizioni più volte espresse dal Consiglio di Stato sul tema, l’Anac ribadisce che «il requisito della regolarità fiscale e contributiva può essere sussistente, pure
in presenza di una violazione accertata, solo se l’istanza di rateizzazione sia stata presentata dal concorrente e sia stata accolta prima della scadenza del termine di presentazione della domanda di partecipazione alla gara, o della presentazione dell’offerta; non è infatti sufficiente che il contribuente abbia semplicemente inoltrato istanza di rateizzazione, occorrendo anche che, entro la predetta data, il relativo procedimento si sia concluso con un provvedimento favorevole dell’amministrazione finanziaria».

Di qui la bocciatura dell’autodichiarazione rilasciata dall’impresa sulla sussistenza del requisiti di regolarità contributiva che, al momento della scadenza dell’offerta quando l’Agenzia delle Entrate non aveva ancora accolto l’istanza, «non poteva ritenersi sussistente», «integrando con ciò una dichiarazione non veritiera».

Stabilito questo punto, l’Anac ricorda che il codice appalti prevede «quale causa di esclusione dalla gara l’ipotesi in cui “l’operatore economico […] presenti nella procedura di gara in corso e negli affidamenti di subappalti documentazione o dichiarazioni non veritiere». Da queste norme, si legge ancora nel parere «emerge dunque inequivocabilmente che la dichiarazione mendace presentata dall’operatore economico,
anche con riguardo alla posizione dell’impresa ausiliaria, comporta l’esclusione dalla gara». Senza possibilità di rimanere in corsa sostituendo l’azienda ausiliaria come previsto in altri casi.  © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

04/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Commissari di gara, nuova bocciatura del Tar sui compensi minimi stabiliti per decreto

Mauro Salerno

Annullata la clausola del decreto Delrio che stabiliva in 3mila euro l’onorario minimo dei commissari

Bocciatura bis sui compensi minimi dei commissari di gara. Dopo l’ordinanza del Tar Lazio che la scorsa estate aveva accolto il ricorso dell’Asmelcontro l’onoriario minimo di 3mila euro fissato da decreto Delrio per i commissari di gara scelti attraverso l’Albo Anac, dal Tar del Lazio è arrivata una nova sentenza (n.6926/2019, pubblicata il 31 maggio) con cui si stabilisce della clausola del decreto che impone di pagare ai commissari un gettone base di tremila euro.

Per i giudici la norma del decreto che stabilisce il compenso minimo manca di copertura normativa perché l’0articolo del codice appalti da cui prende le mosse il decreto ministeriale (articolo 77, comma 10) impone di stabilire il compenso massimo da attribuire ai commissari, mentre non fa alcun accenno a quello minimo. Per il tar non può essere accolta neppure l’argomentazione secondo la quale l’idea di stabilire un compenso minimo deriva dalla necessità «di dare decoro e dignità alla prestazione del commissario di gara», perché in questo modo «risulterebbe altresì irragionevole la soglia minima del compenso, così come livellata uniformemente in € 3.000,00 pur a fronte di procedure di complessità e di valore significativamente diversi». Conseguenza? Il compenso minimo è illegittimo e va annullato.

Canta vittoria l’Asmel, associazione che raggruppa oltre 2.800 Comuni in tutta Italia offrendo anche servizi da centrale di committenza, da cui è partita l’iniziativa di fare ricorso. Secondo l’Asmel la tariffa minima di 3mila euro rappresentava «un valore chiaramente esorbitante» che avrebbe comportato « oneri di gara aggiuntivi per almeno 11mila euro (tre commissari più trasferte), e un grave spreco di denaro pubblico specie nelle gare al di sotto di 500mila euro, il 75% di quelle pubblicate dai Comuni».

Va ricordato che al momento l’operatività dell’albo gestito dall’Anac rimane congelata in attesa delle novità in arrivo dal decreto Sblocca-cantieri. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

04/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sblocca cantieri/2. Efficienza immobili pubblici, strada spianata alle Esco

Massimo Frontera

Il contratto di servizio di prestazione energetica applicato agli edifici pubblici fa ufficialmente ingresso nel codice appalti (con un emendamento dei relatori)

L’Energy performance contract (Epc) entra ufficialmente nel codice dei lavori pubblici. Lo prevede l’emendamento (1.900) presentato ieri dai relatori al decreto Sblocca-cantieri che sarà votato oggi dall’Aula del Senato. Il contratto di servizio di prestazione energetica, tipicamente svolto dalle Esco (che include l’ammodernamento edilizio-impiantistico e la fornitura di energia), non è una novità perché è normata da apposite regole tecniche ed è richiamato in una norma nazionale: si tratta del Dlgs 102/2014 di recepimento della direttiva sull’efficienza energetica. Tuttavia, continua a essere un contratto atipico. L’articolato proposto dai relatori mette fine a questa situazione di atipicità “recependolo” nel codice dei contratti pubblici.
L’appalto di servizi energetici a prestazione
Il servizio di prestazione energetica fa ingresso nel codice appalti con tre nuovi articoli. I primi due articoli (163-bis e 163-ter) sono inseriti tra i contratti speciali sotto la nuova sezione «Appalto di Servizio di Prestazione Energetica per Edifici Pubblici». Per definire il nuovo contratto si richiama la definizione contenuta nel del Dlgs 102/2014, e più precisamente all’articolo 2 lettera “n”: «accordo contrattuale tra il beneficiario o chi per esso esercita il potere negoziale e il fornitore di una misura di miglioramento dell’efficienza energetica, verificata e monitorata durante l’intera durata del contratto, dove gli investimenti (lavori, forniture o servizi) realizzati sono pagati in funzione del livello di miglioramento dell’efficienza energetica stabilito contrattualmente o di altri criteri di prestazione energetica concordati, quali i risparmi finanziari».
Basta il progetto di fattibilità
Dopo aver precisato che il contratto di prestazione energetica (Epc) non è in alcun modo da intendersi come un contratto misto (come definito dal codice appalti), il nuovo articolato prevede che la progettazione «è articolata su un unico livello», che è poi quello di fattibilità tecnico-economica, con la necessità di fornire gli elementi previsti dal contratto di servizi e di accludere anche la diagnosi energetica «riferita alla prestazione riguardante i lavori di riqualificazione energetica degli edifici su cui incide il servizio». Non solo, nel bando di gara le amministrazioni devono tenere conto delle linee guida dell’Enea sui contratti Epc applicati agli edifici (emanate dal ministero dello Sviluppo) e devono essere rispettati i requisiti minimi ambientali (Cam).
L’appalto anche in PPP
Il contratto può essere affidato anche attraverso modalità di partenariato pubblico-privato, le cui modalità sono precisate dal terzo articolo dedicato all’Epc e che viene inserito come nuovo articolo 183-bis nella parte del codice dedicata al partenariato pubblico privato. Tra i paletti fissati dal nuovo articolo c’è il tetto massimo al contributo pubblico pari del 49% dell’investimento. L’altro paletto è quello della durata delle concessione che non può superare il «tempo necessario al recupero dell’investimento». Il nuovo articolo richiama inoltre, doverosamente, i paletti eurostat che impongono a carico del concessionario – nel caso di partenariato pubblico-privato – il rischio operativo dell’intervento. Tale condizione può essere soddisfatta se il concessionario si fa carico dei seguenti rischi: «rischio di costruzione e installazione, inteso quale investimento nella riqualificazione energetica dell’edificio o degli edifici a carico del concessionario»; «rischio di manutenzione e riparazione, consistente nella gestione del servizio comprensiva degli interventi di manutenzione ordinaria e di manutenzione straordinaria programmata»; «rischio di obsolescenza tecnica e tecnologica».
IL TESTO DELL’EMENDAMENTO SULL’EPC

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

04/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Consip, maxi-gara da 2,4 miliardi per l’energia della Pa

Celestina Dominelli

Al via due bandi per coprire il fabbisogno pubblico annuale di elettricità

La premessa è nota: le pubbliche amministrazioni sono tra i principali consumatori di energia e il costo della bolletta è una voce importante dei bilanci che va ridotta. Non a caso, gli ultimi dati disponibili (2018) sull’esborso sostenuto per approvvigionarsi energeticamente parlano di 8,9 miliardi di euro, di cui 5,4 miliardi destinati solo alle materie prime, dall’elettricità (che, da sola, comporta una spesa di quasi 2,8 miliardi) al gas (1,4 miliardi), fino al gasolio da riscaldamento (380 milioni). Ecco perché Consip, la società controllata dal Mef, ha bandito due gare che insieme valgono 2,4 miliardi di euro per rinnovare l’offerta energetica alle pubbliche amministrazioni di tutta Italia e per abbassare i costi. Con un risparmio medio stimato di circa il 15% rispetto ai prezzi medi di acquisto della Pa. In ballo ci sono 19 terawattora di energia, la quasi totalità della domanda pubblica italiana annuale di elettricità.

«Le iniziative di efficienza energetica che Consip sta realizzando – spiega al Sole 24 Ore l’ad di Consip, Cristiano Cannarsa – rappresentano per le amministrazioni un modo concreto di investire per ridurre la spesa corrente, rispettando i vincoli di bilancio, e per le imprese una prospettiva di ritorno economico per l’investimento in innovazione tecnologica. Sono, quindi, il perfetto paradigma del ruolo che Consip, in quanto centrale acquisti nazionale, deve svolgere: conciliare le esigenze di razionalizzazione della spesa con quelle di valorizzazione dell’innovazione che viene dal mercato».

I bandi rinviano a due diversi tasselli: la convenzione “Energia elettrica 17” che consente alle amministrazioni di scegliere tra fornitura a prezzo fisso (per una durata di 18 mesi) o a tariffa variabile (aggiornata mensilmente in base ai prezzi rilevati nella Borsa elettrica italiana); l’accordo quadro riservato agli enti che non riuscissero ad aderire alla convenzione Consip perché sono valutati come rischiosi dagli operatori economici sotto il profilo dell’affidabilità dei pagamenti o perché non possono procedere all’acquisto per esaurimento della disponibilità.

La convenzione è suddivisa in 17 lotti geografici, l’ultimo dei quali, denominato “Italia”, è riservato alle Pa che hanno diversi punti di prelievo dislocati sul territorio e consumi rilevanti in modo da poter gestire la fornitura con un unico contratto. L’accordo quadro, invece, rappresenta un’alternativa rispetto al servizio di salvaguardia che, fa notare la stessa Consip, comporta un notevole aggravio economico.

© RIPRODUZIONE RISERVATA