Rassegna stampa 1-3 giugno 2019

01/06/2019 – Quotidiano Enti Locali e PA

Società in house, l’Osservatorio del Viminale prova ad ampliare il regime di proroga degli organi

L’Osservatorio sulla finanza e la contabilità degli enti locali tenta una invasione di campo rispetto alle competenze della Struttura Mef che, in base all’articolo 15 del Dlgs 175/2016, si occupa di società partecipate, formulando una «proposta normativa e interpretativa» di una norma che effettivamente ha creato non pochi dubbi agli operatori, vista la sua scarsa chiarezza. Si tratta dell’articolo 11, comma 15, del Dlgs 175/2016 in cui si stabilisce che per quanto riguarda il regime di proroga, «agli organi di amministrazione e controllo delle società in house si applica il decreto-legge 16 maggio 1994, n. 293» e che quindi questi organi si intendono prorogati per non più di 45 giorni decorrenti da quello della scadenza del termine. L’Osservatorio muove dalla disamina di due distinte questioni. La prima parte dalla constatazione che il Dl 293/1994 non è abrogato espressamente nel testo unico ma contesta che se si considerasse una norma ancora vigente, l’articolo 11, comma 15 «avrebbe una portata meramente rafforzativa dell’applicazione dello speciale regime di prorogatio alle società in house». La seconda deriva dal fatto che il comma 5 fa riferimento, così come la rubrica dell’articolo 11, a organi amministrativi e di controllo e non solo al consiglio di amministrazione, «rendendo lecito domandarsi se il regime di prorogatio valga anche per i componenti del collegio sindacale o del consiglio di sorveglianza (o del sindaco unico o del revisore)».

Il primo tema viene interpretato facendo riferimento all’articolo 1, comma 3 del Tusp, per il quale, per «quanto non derogato dalle disposizioni del presente decreto, si applicano alle società a partecipazione pubblica le norme sulle società contenute nel codice civile e le norme generali di diritto privato». Di conseguenza, secondo l’Osservatorio, la norma sulla prorogatio, pur non espressamente abrogata, sarebbe da ritenersi non più applicabile al di là del perimetro dell’in house, per il quale solo il Testo unico (all’articolo 11, comma 15) contempla una deroga. Difficilmente conciliabile con questa affermazione è la lettura del secondo punto. In sostanza, sostenendo la tesi del valore derogatorio del testo unico, si dovrebbe arrivare quanto meno a dire che è chiaro che il medesimo regime di prorogatio, per le società in house, si applichi anche al collegio sindacale. Invece, per l’Osservatorio, qui si torna alle disposizioni originarie del Dl 293/1994 che invece parla di soli organi amministrativi: «E dunque non risulta ragionevole ritenere che una normativa dettata per i soli organi di amministrazione possa ampliare il proprio raggio applicativo a ricomprendere anche gli organi deputati al controllo». In realtà, però, il Tusp non interviene a modificare il testo del Dl 293/1994 e detta invece una norma speciale per le società in house providing, considerate alla stregua di enti pubblici. Per questo, il comma 15 sta a significare che, al pari delle pubbliche amministrazioni, il termine della prorogatio di 45 giorni si applica anche ai collegi sindacali nel caso delle in house, mentre resta in vigore la disciplina previgente per le altre società.  È chiaro che questa interpretazione susciti non pochi problemi, primo tra tutti quello di creare difficoltà di governo societario quando gli organi non vengano nominati nei termini dovuti. Ci pare però che la finalità della disposizione sia sanzionatoria e che la medesima problematica valga anche per le pubbliche amministrazioni, quando superino i 45 giorni e quindi decadano, magari contestualmente, gli organi. Si concorda quindi, con l’idea di richiedere una modifica normativa, anche di interpretazione autentica.

01/06/2019 – La Repubblica (ed. Milano)
Patto tra Comune, Fs e privati per gestire i trasporti pubblici

La mobilità
Un pool di sei società, tra cui Atm e A2a, si candida ad amministrare il sistema di bus e metrò La giunta intanto approva l’ aumento del biglietto: ” Ma riguarderà solo il 30% dei passeggeri”
di Alessandra Corica Alessia Gallione La decisione ufficiale è stata presa: si partirà il 15 luglio, con il ticket che salirà da 1.50 a 2 euro e sarà valido non solo in città ma anche per viaggiare nei comuni di prima fascia, da Rho- Fiera a Sesto San Giovanni, da Assago- Forum a San Donato. Ed è proprio adesso che iniziano le grandi manovre per il futuro del trasporto pubblico. Una partita decisiva – ed economicamente rilevante – per capire chi farà viaggiare per almeno i prossimi quindici anni le metropolitane e i bus di un’ area vasta che potrebbe comprendere Milano e Monza, occupandosi anche degli investimenti sulle nuove infrastrutture e di tutta la parte di innovazione. Perché è per tutto questo che si è fatto ufficialmente avanti un nuovo colosso del settore: sei big (Atm, A2a, Bus Italia del gruppo Fs, Hitachi, che negli stabilimenti di Reggio Calabria sta costruendo i treni della M4, fino a Igp Decaux e Commsconn Italia) pronti a creare un consorzio chiamato “Milano Next” per far muovere insieme la grande Milano. È stata la giunta Sala ad approvare la delibera che prevede sia incrementi tariffari, sia nuove agevolazioni per giovani, precari e anziani. « Questa rivisitazione impatta soprattutto su chi utilizza i mezzi in modo occasionale e acquista il biglietto singolo: circa il 30 per cento dei passeggeri, contro il 70 che usa gli abbonamenti», ragiona l’ assessore alla Mobilità Marco Granelli. Il piano – che martedì sbarcherà in commissione e poi in aula – prevede l’ aumento del ticket singolo di 50 centesimi e del mensile da 35 a 39 euro. Rimarrà invariato (con possibilità di rateizzarlo mensilmente, con costi di riscossione a carico del cittadino tra 2 e 3,50 euro) l’ annuale. Diverse le agevolazioni: per i ragazzi fino a 14 anni viene introdotta la gratuità. Per i giovani viene alzata l’ età per l’ abbonamento scontato ( mensile 22 euro, annuale 200) da 26 a 27 anni. Stessi vantaggi fino ai 30 anni nel caso di Isee sotto i 28mila euro. Viene introdotta la possibilità di caricare l’ abbonamento BikeMi sulla tessera Atm: il costo, per i giovani, scenderà da 29 a 12 euro l’ anno. Riduzioni anche per gli over 65 e per i pensionati dai 60 anni. Troppo poco però per le opposizioni, che annunciano battaglia. La partita, quella vera, però è un’ altra. La gestione del servizio di Atm, infatti, per legge dovrà essere messo a gara. Il compito spetta – non solo a Milano – all’ Agenzia di bacino dei trasporti pubblici che sovrintende sul capoluogo, Lodi, Monza e Pavia. Un percorso in cui, come ha anticipato il Giorno ha fatto irruzione la proposta di project financing presentata dal nuovo consorzio. Atm ha stretto un’ alleanza con altri colossi per concorrere al futuro. La proposta è arrivata la scorsa settimana ma, spiega il presidente uscente dell’ Agenzia Umberto Regalia «abbiamo scritto ai proponenti rimandando al prossimo cda il compito di valutarla » . Lunedì è stata convocata una riunione per eleggere il nuovo board e saranno loro a dover aprire i tre scatoloni che contengono il piano della nuova società unica. Anche Granelli dice: «La legge sugli appalti prevede anche questa possibilità che le istituzioni studieranno. In ogni caso, ci sarà una procedura di gara » . Comune e Agenzia in teoria hanno 90 giorni per valutare e trattare i termini dell’ offerta. Se verrà considerata di interesse pubblico, diventerà la base della futura gara per capire se ci sarà qualcuno che potrà gestire meglio i trasporti di Milano e dintorni. Le grandi manovre sono iniziate. k La M4 La galleria della nuova linea blu a Linate: aprirà nel 2021.

01/06/2019 – Messaggero Veneto (ed. Pordenone)
Fornitura di luce e gas, il Comune dice no alla proposta di Amga

san quirino
Niente project financing rispetto alla concessione del servizio energia e gestione elettrica e fornitura di luce e gas degli edifici e degli impianti di pubblica illuminazione del Comune di San Quirino. La giunta non ha accolto la proposta del raggruppamento tra Amga calore e Impianti e Sinergie, entrambe del gruppo Hera, presentata nel 2015. Dopo un lungo percorso di approfondimento sulla la proposta (se accolta, avrebbe fatto da base ad un bando pubblico), la giunta ha ritenuto preferibile per l’ ente proseguire con la tradizionale formula dell’ appalto. Questo anche alla luce dell’ ottenimento di un contributo di 280 mila euro per lavori di efficientamento energetico negli edifici comunali (su un investimento di 320 mila euro circa), che consentirà all’ ente di procedere con gli interventi contemplati nella proposta del privato.

01/06/2019 – Quotidiano di Puglia (ed. Brindisi)
Produzione di energia o retroportualità È scontro anche sulla Brindisi Nord

IL DIBATTITO
Se le intenzioni di Enel di riconvertire la centrale Federico II fanno discutere, quelle di A2A di riavviare un impianto ormai spento da sette anni, vale a dire la ex Brindisi Nord, dividono la città. L’ azienda, che ha già avviato l’ iter per la Valutazione d’ impatto ambientale, progetta di installare otto motori alimentati a gas naturale, con una potenza elettrica complessiva di 148 megawatt, a fronte dei 640 dei gruppi a 3 e 4 (a carbone) già spenti, però, dal 2012. Il progetto prevede anche l’ utilizzare degli alternatori dei gruppi 3 e 4 per il servizio di rifasamento sincrono, una soluzione tecnica adottata per diminuire le perdite d’ energia e ridurre l’ assorbimento di potenza. Rispetto a queste intenzioni, il sindaco Riccardo Rossi ha chiarito che «la situazione è abbastanza differente (rispetto ai progetti di Enel, ndr) perché l’ impianto è ormai fermo da anni. Il complesso delle attività che proporrà l’ azienda dovrà essere esposto alla città e valutato in consiglio comunale». L’ assise cittadina, in realtà, si era già espressa, anche se sul progetto di A2A di realizzare nel sito un impianto di trattamento rifiuti. I consiglieri, all’ unanimità, aveva dato mandato al sindaco di attivarsi per la dismissione del sito ed il suo utilizzo per finalità retroportuali e logistiche. L’ opposizione tuttavia, in particolare i consiglieri di Forza Italia, Fratelli d’ Italia e Movimento 5 Stelle, accusa il sindaco di non avere fatto nulla per concretizzare la volontà del Consiglio.

01/06/2019 – Il Secolo XIX
«Patto Fincantieri -Ng? Merito dei manager Sui dossier industriali il governo è assente»

ROCCO PALOMBELLA Il segretario della Uilm: «Ilva, ok al riesame dell’ Aia. Ma non si incentivi il disimpegno di Mittal»
Gilda Ferrari / GENOVA Un governo «pieno di argomenti tabù», a cominciare dalla Difesa, che «fa mancare finanziamenti a produzioni tecnologiche come quella di Piaggio» perché «pensa che la Difesa sia fare la guerra quando invece è anche sicurezza». Un governo «assente sui dossier internazionali più strategici», che «non fa politica industriale, non si cura delle nostre aziende». Per Rocco Palombella, segretario generale dei metalmeccanici della Uilm, se l’ alleanza Fincantieri Naval Group (Ng) sta andando in porto «meglio del previsto» dopo lo stop di Parigi all’ offerta di Fincantieri su Stx è perché «per fortuna in Italia abbiamo ancora delle solidità manageriali nelle grandi aziende di Stato». Nascerà una società paritetica con sede a Genova e centro di ricerca vicino a Tolo ne. Presidente -direttore generale francese, direzione commerciale italiana. «L’ Antitrust sta ancora esaminando i documenti e mi auguro che tutto proceda. Non posso che essere contento di questa alleanza, soprattutto della sede a Genova. Ma questa vicenda deve far riflettere: è la dimostrazione di come il governo francese sappia difendere le sue aziende e di come quello italiano sia invece sempre assente. Se il progetto andrà in porto – meno peggio del previsto direi – è solo grazie alla solidità manageriale delle nostre aziende di Stato. Non dimentichiamoci che Parigi ha messo in discussione un’ offerta di Fincantieri valida su una Stx fallita. E Roma non ha fatto nulla». Fiom Genova promuove Poséidon, ma dice che occorre monitorare che l’ operazione non crei sovrapposizioni bensì un potenziamento occupazionale. «Che Bruno Manganaro promuova l’ alleanza mi fa piacere e sono d’ accordo con lui: non accetteremo alcuna mortificazione di siti e stabilimenti italiani. I posti di lavoro vanno difesi tutti, in Italia e in Francia. Ma avremo a che fare con il sindacato francese, che è molto nazionalista: essere nazionalisti va benissimo, purché non sia a scapito di altri. Fincantieri acquistava Stx dopo che i coreani l’ avevano chiusa, occorre riconoscere e ricordare la differenza. Non siamo disponibili a sacrificare nulla». Resta opaco il ruolo dell’ industria dei sistemi di combattimento e comunicazione: Thales detiene il 35% di Naval Group, Leonardo il 49% della jv con Fincantieri (Orizzonte Sistemi Navali) il cui rilancio ritarda. «Proprio ieri abbiamo aper to con Leonardo la discussione sulla piattaforma di secondo livello, che non è solo rivendicazione economica ma anche occasione per parlare di strategie e assetti. C’ è stata l’ acquisizione di Vitrociset, ora c’ è questo interessamento a Piaggio Aerospace. E il tema dell’ alleanza con Fincantieri in ottica francese è certamente uno di quelli che intendiamo affrontare a breve. Leonardo è un grande gruppo industriale di elettronica e radar, le sue capacità vanno utilizzate. Fincantieri consideri che Leonar do è una realtà italiana. Di aziende di Stato di queste dimensioni ne abbiamo solo due: devono andare insieme». C’ è chi auspica un ulteriore intervento del governo, dopo che il ministro della Difesa Trenta è già intervenuto sulla necessità di salvaguardare il sistema -Paese. «Il ministro Trenta si batte, ma questo governo ha un problema culturale: è pieno di argomenti tabù e la Difesa è uno di questi. Vedono la Difesa come armamento, ma questa industria non è fare la guerra, è anche sicurezza ad alto contenuto tecnologico». Citava Leonardo su Piaggio Aerospace, ma la manifestazione d’ interesse riguarda l’ asset manutenzione. «Leonardo ci ha confermato di stare esaminando il dossier. Certo ora bisognerebbe fare un passo in più, un’ operazione di più ampio respiro, perché su Piaggio non si può fare spezzatino: ci sono oltre mille posti di lavoro in ballo e una produzione innovativa da salvare». Il ministro Costa ha deciso il riesame dell’ Autorizzazione integrata ambientale su Taranto e ArcelorMittal ha detto che i contratti non si cambiano in corsa. Lei ha accolto con favore la scelta di Costa: non crede che possa incentivare il disimpegno industriale di Mittal in Italia? «La scelta di Costa è positiva perché è giusto che ci siano autorità competenti in grado di misurare le emissioni e di controllare gli stati di avanzamento dell’ ambientalizzazione a Taranto. Altrimenti abbiamo pseudo -associazioni che un giorno sì e uno no fanno allarmismo con dati che poi si rivelano falsi, dopo che le scuole sono state chiuse. Al siderurgico serve chiarezza e se il riesame dell’ Aia serve a questo, ben venga. Si controllino le emissioni e l’ avanzamento del cronoprogramma del piano ambientale: se l’ Aia non è correttamente applicata si interviene, altrimenti no. Perché se rimettiamo in discussione le regole dell’ Aia, rimettiamo in discussione anche il piano industriale – e questo rischia di essere un incentivo al disimpegno che ad ArcelorMittal non va dato. L’ accordo sindacale di settembre è legato al piano industriale e non si tocca». Cosa pensa della suggestione del sindacato unico di Maurizio Landini? «Il punto è fare le cose insieme, condividere gli obiettivi. Unità e coesione vanno cercate nel merito delle cose, non negli slogan. Cgil, Cisl e Uil hanno fatto sforzi importanti di recente insieme. Ma un sindacato unico eliminerebbe il pluralismo, che è ricchezza, e richiederebbe delle pre -condizioni che non ci sono». –

01/06/2019 – Il Sole 24 Ore
Sbloccacantieri ad alta tensione FdI presenta emendamento Sì-Tav

Lunedì I SUBEMENDAMENTI
Panucci: positiva la sospensione del codice Buia: servono regole chiare
ROMA Sarà lunedì il giorno clou per capire cosa ne sarà del decreto legge sblocca cantieri e, in particolare, della riforma del codice degli appalti. Ieri i Cinque stelle non hanno preso bene l’ emendamento presentato giovedì dalla senatrice leghista Simona Pergreffi che sospende per due anni un’ ampia parte del codice del 2016. Va detto che la Lega ha rimesso dentro una cornice politica più radicale molte delle modifiche al codice già contenute nell’ articolo approvate dalle commissioni Lavori pubblici e Ambiente. Le novità rilevanti sono tre: la liberalizzazione completa del subappalto, l’ innalzamento delle soglie per gli affidamenti diretti e le procedure negoziate e, paradossalmente, il ritorno alle linee guida dell’ Anac e l’ eliminazione del regolamento generale attuativo. Lunedì è previsto il termine per i subemendamenti e dovrebbe esserci anche un confronto nella maggioranza e nel governo. Si potrebbe quindi decidere di trovare un punto di equilibrio fra il testo votato dalle commissioni e la nuova posizione della Lega. Anche perché l’ emendamento Pergreffi, oltre a scatenare ulteriori tensioni fra Lega e M5s, difficilmente troverebbe una maggioranza al Senato, visto il no deciso del Pd. Senza dimenticare che la Lega potrebbe ripresentare l’ emendamento per ora ritirato che indica la Tav Torino-Lione come una priorità strategica. Giusto per soffiare sul fuoco ieri è stata Fratelli d’ Italia a presentare un emendamento esplicitamente Sì-Tav. Il mondo delle imprese aspetta un chiarimento rispetto a una situazione di oggettiva confusione. «Valutiamo con favore l’ emendamento al Dl sblocca cantieri che consente di derogare per due anni alla disciplina del codice degli appalti, condividendo la necessità di rilanciare gli investimenti pubblici», ha detto il direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci. Per il presidente dell’ Ance, Gabriele Buia, «il settore ha bisogno di regole snelle, chiare e trasparenti: è su questa strada che governo e Parlamento devono procedere velocemente senza ripensamenti e battute d’ arresto che potrebbero essere letali per un Paese immobile come il nostro». © RIPRODUZIONE RISERVATA.G.Sa.

01/06/2019 – Italia Oggi
Appalti, si salva chi rateizza

In arrivo un subemendamento al dl sblocca cantieri per mettere d’ accordo Lega e M5S
Così l’ impresa che ha evaso tasse e contributi resta in gara
Non si potranno escludere dalle gare d’ appalto le imprese che non hanno pagato imposte, tasse e contributi previdenziali ma hanno manifestato la volontà di mettersi in regola rateizzando la cartella. Sarà un subemendamento del senatore pentastellato Mauro Coltorti al decreto legge sblocca cantieri (atteso martedì alla ripresa dei lavori in senato) a gettare acqua sul fuoco nell’ ennesimo screzio tra Lega e MoVimento 5 Stelle. Oggetto del contendere l’ esclusione dalle gare delle imprese non in regola con tasse e contributi anche nel caso in cui le violazioni non siano definitivamente accertate. Una disposizione, inserita nel testo originario del decreto legge (dl n.32/2018) che aveva subito prodotto una levata di scudi da parte delle categoria professionali (in primis commercialisti e professionisti tecnici) che lamentavano l’ istituzione di «uno stato di polizia tributaria» (si veda ItaliaOggi del 3 maggio). Tanto che il relatore M5S Agostino Santillo aveva subito promesso il dietrofront della maggioranza, annunciando la completa cancellazione della norma incrinata. Giovedì sera tuttavia nel pacchetto di emendamenti depositati in aula (tra cui si segnala quello della Lega che propone una sospensione chirurgica del codice appalti fino al 31 dicembre 2020 per rilanciare gli investimenti pubblici e facilitare la riapertura dei cantieri, si veda ItaliaOggi di ieri) è spuntata a sorpresa anche una proposta di modifica targata 5 Stelle che rischia di riportare tutto al passato. Alzando nuovamente il livello dello scontro con la Lega che al rigore dei Pentastellati contrappone un atteggiamento più morbido nei confronti delle imprese. La proposta di modifica ripristina l’ esclusione dalle gare delle imprese che non hanno pagato imposte, tasse e contributi e le cui violazioni non siano state ancora accertate in via definitiva. Vengono però introdotte significative novità. Innanzitutto si parla espressamente di «violazioni gravi» che spetterà alla stazione appaltante valutare «anche con riferimento al tempo trascorso dalla violazione». In secondo luogo per far scattare l’ esclusione sarà necessario che le violazioni siano state contestate alle imprese in «atti amministrativi esecutivi» (avviso di accertamento per imposte e tasse e avviso di addebito per quanto riguarda i contributi previdenziali). Il subemendamento Coltorti, su cui Lega e M5S dovrebbero trovare la quadra, darà una chance in più alle imprese. Basterà chiedere la rateazione della cartella per non poter più essere esclusi dalle gare da parte delle stazioni appaltanti. Nell’ attuale formulazione del dl 32 non si parla, infatti, di rateazione ma si prevede che l’ esclusione dalla gara non possa avere luogo «quando l’ operatore economico ha ottemperato ai suoi obblighi pagando o impegnandosi in modo vincolante a pagare le imposte o i contributi previdenziali dovuti, compresi eventuali interessi o multe, ovvero quando il debito tributario o previdenziale sia comunque integralmente estinto, purché l’ estinzione, il pagamento o l’ impegno si siano perfezionati anteriormente alla scadenza del termine per la presentazione delle domande».FRANCESCO CERISANO

01/06/2019 – Italia Oggi
Appalti pubblici, andava meglio col Genio civile

La politica degli appalti nel settore delle opere pubbliche è andata avanti come i gamberi. In definitiva si è riformato per riuscire a fare

Nel Paese di «Moltospendi», attualizzazione dello storico «Bengodi», ha conquistato i titoli dei giornali l’imminente intervento della Cassa Depositi e Prestiti nel capitale della più grande azienda di costruzioni italiana, la Salini. Risultato, la Salini, di una crescita per acquisizioni che le ha dato la palma di n. 1 del fatturato italiano di settore. La sensazione è che la Cassa Depositi e Prestiti, nell’attuale gestione grillo-leghista, stia assumendo i compiti che, dopo la crisi del ’29, Mussolini comandante e Alberto Beneduce timoniere, vennero affidati all’Iri, un istituto che per un trentennio svolse una funzione vitale per lo sviluppo e l’occupazione, salvo poi collassare per una serie di ragioni, non tutte politiche.

Questa opzione statalista mostra in modo palpabile come la classe di governo vagheggi una sorta di ritorno a un passato mitico che non è stato mitico, ma una storia di continue ricapitalizzazioni pubbliche, a spese cioè del bilancio dello Stato e in deficit.

Gli effetti di questa scelta non li vedremo ora, quest’anno o il prossimo, ma più in là. Per ora nei ministeri si gongola per i risultati immediatamente positivi delle surrettizie nazionalizzazioni cui assistiamo settimanalmente. Ora che la Cassa Depositi e Prestiti entri nel capitale di una grande impresa di costruzioni, significa che il suo soccorso serve a ovviare allo storico handicap delle imprese: la sottocapitalizzazione. Una delle cause delle anomalie del mercato delle costruzioni in Italia.

Nel mondo, e lo sanno bene i costruttori che partecipano ai tender internazionali, la «funzione» finanziaria precede e condiziona la performance costruttiva. Tanto è vero che un numero sempre maggiore di opere fruiscono dell’«ingegneria finanziaria», cioè della definizione di un progetto che affronti, prima di tutto, il problema delle disponibilità necessarie per realizzare un’infrastruttura e lo risolva con marchingegni tecnici che assicurino oggi la disponibilità dei soldi che saranno incassati domani o dopodomani.

E c’è un altro aspetto da mettere in evidenza, quello delle garanzie. Un orecchio dal quale i protagonisti del settore non ci sentono affatto in Italia, visto che all’estero sono costretti a subire un regime piuttosto ferreo. Per spiegare, ricorro al metodo nasometrico di cui parlava il compianto Giovanni Goria: nel mondo per ottenere un appalto di valore 100 occorre prestare una garanzia di 100; in Italia per ottenere un appalto del medesimo valore devi prestare una garanzia di 10, pari all’entità di uno stato di avanzamento.

Da noi si dice che la garanzia deve coprire il valore dei lavori che in un certo periodo vengono realizzati. Questa opzione, significa che un’azienda che ha una capacità finanziaria di 100 nel mondo può concorrere a un appalto di 100. In Italia un’azienda della stessa capacità può concorrere a 10 appalti del valore di 100, dovendo prestare 10 garanzie da 10.

Il sistema rigoroso comporta una serie di conseguenze virtuose: i ribassi sono strettamente adeguati alle possibilità imprenditoriali del concorrente; i meccanismi varianti e revisioni prezzi possono essere limitati, dato che l’esposizione finanziaria ha un costo e l’operatore tra le sue priorità ha quella di finire prima possibile l’opera, in modo da rientrare dal suo rischio. Ripeto, si tratta di nasometria idonea a rendere un’idea.

Dall’altro lato c’è lo Stato. Nell’Italietta del dopoguerra e del Genio civile, l’appalto di un’opera aveva tre fasi obbligate: progetto di massima per l’individuazione del costo approssimativo e l’accantonamento in bilancio; la progettazione (all’interno del quale dovevano essere risolti i problemi geologici, idraulici, amministrativi), la gara. Talché, il concorrente, dopo avere dichiarato di avere preso adeguata visione dei luoghi (e quindi accertato la corrispondenza delle scelte progettuali alla situazione geologica, idraulica, sismica ecc.), poteva concorrere esprimendo un’offerta ragionata sulla base di un progetto che per comodità si sarebbe poi chiamato esecutivo.

Dopo il 1970, con l’ingresso in campo delle regioni, il sistema è stato devastato. Il ministero dei Lavori pubblici, oggi Infrastrutture, aveva perso ogni capacità progettuale e, quindi, l’arraffo iniziava dalle progettazioni. E seguiva nell’affidamento di opere poco progettate, e quindi bisognose di aggiustamenti strada facendo. Dal che, la nascita e lo sviluppo dei meccanismi corruttivi amministrativi e politici.

Il codice degli appalti Delrio-Cantone ha, se possibile, complicato ulteriormente le cose. Sarebbe bastato definire per legge un time-out (che oggi sarebbe già felicemente trascorso) per imporre alle amministrazioni di programmare e di progettare, dotandole dei soldi necessari per pagare progettazioni esecutive e appaltabili. Senza i barocchismi di una sistematica legislativa turbata dalla scarsa conoscenza del diritto amministrativo e dalla vocazione a ricorrere alle categorie del diritto penale.

Oggi, naturalmente getteremo il bambino con l’acqua sporca e ricominceremo daccapo, chiudendo gli occhi sulle possibile devianze e corruzioni, per puntare alla rapida apertura dei cantieri (che poi saranno immancabilmente sequestrati dall’Autorità giudiziaria penale quando emergeranno le immancabili magagne). La Cassa Depositi e Prestiti ha scelto di investire capitale nelle imprese di costruzione per sopperire alla storica carenza del settore.

Certo, ci vorrebbe un doppio senso di responsabilità nell’investire, visto che i soldi della Cassa sono i risparmi di decine di migliaia di piccoli risparmiatori postali. E altrettanto senso di responsabilità nel pretendere dalle società partecipate una proiezione esterna (il mondo trabocca di opere da fare) e un vincolo morale, volto a impedire, dall’interno, il ricorso alla scorciatoia della corruzione.

Per memoria, per me, per i nostri lettori e, soprattutto per gli apprendisti stregoni insediati nelle stanze di governo voglio ricordare che non si può distribuire la ricchezza che non c’è. Bisogna prima crearla, la ricchezza e, poi, dopo averla reinvestita nella giusta misura, distribuirla. © Riproduzione riservata

01/06/2019 – Italia Oggi
Esclusione, la 231 non basta

appalti
Per escludere la società dalla procedura d’ appalto non basta il rinvio a giudizio chiesto per la 231 laddove l’ ex amministratore è accusato di corruzione e turbata libertà degli incanti. Risulta insufficiente la contestazione all’ ente della responsabilità amministrativa non aver saputo adottare modelli adeguati a combattere il malaffare perché anche dopo il dl semplificazioni spetta sempre più alla stazione appaltante motivare il grave illecito professionale che legittima l’ estromissione dalla gara. Così la sentenza 897/19 del Tar Lombardia sez. I. Nelle more il gip dichiara estinto l’ illecito amministrativo contestato alla società, ma contro l’ amministratore si apre il processo, nel quale peraltro lo stesso comune si costituisce parte civile. Non c’ è dubbio che anche di fronte alla richiesta del pubblico ministero l’ amministrazione possa decidere di estromettere l’ impresa dalla procedura, ma deve giustificare con un’ adeguata spiegazione l’ esercizio dei più ampi poteri discrezionali che le sono riconosciuti. Lo stesso dl semplificazioni che ha modificato l’ art. 80 del codice appalti prevede la motivazione sul tempo trascorso dalla violazione oltre che sulla gravità della condotta. Il punto di equilibrio fra concorrenza e trasparenza risulta spostato in favore delle amministrazioni pubbliche. Nella specie l’ onere non viene adempiuto: nella comunicazione imposta dalla legge 241/90 il comune esclude la società dai lavori di bonifica dell’ area dall’ amianto limitandosi a ricordare che pende il procedimento penale. L’ ente locale non spiega perché i fatti contestati a società e amministratore integrino l’ illecito professionale, ma nel verbale sottolinea che il reato addebitato è un grave delitto contro la pubblica amministrazione: un dato di fatto e non una motivazione. È vero: il comune si trova a disagio perché l’ impresa risulta indagata in una vicenda che lo coinvolge e intende agire per tutelare l’ interesse pubblico. Ma la p.a. si appiattisce sull’ indagine penale e sarebbe contro i principi di Costituzione e Cedu estromettere l’ azienda senza che il gip si sia pronunciato sulle accuse. Spese compensate per la novità della questione.DARIO FERRARA

01/06/2019 – Italia Oggi
Progettisti tutelati

Il chiarimento nelle linee guida aggiornate dell’ Anac
Niente prestazioni senza compenso
Illegittimo chiedere al progettista, senza un incremento del compenso, prestazioni ulteriori rispetto a quelle oggetto dell’ affidamento. È questo il chiarimento principale fornito dall’ Autorità nazionale anticorruzione con la delibera numero 417 del 15/5/2019 che aggiorna le Linee guida n. 1 (facoltative) in tema di affidamento di servizi di ingegneria e architettura, già approvate con una prima delibera n. 973 del 14/9/2016 e successivamente aggiornate con delibera del Consiglio dell’ Autorità n. 138 del 21/2/2018 . La nuova delibera prima di entrare in vigore dovrà essere pubblicata sulla gazzetta ufficiale. Tre i chiarimenti forniti dall’ Anac . Il primo attiene alla necessità di dare piena attuazione al principio dell’ equo compenso, in considerazione della sempre più frequente richiesta, da parte delle stazioni appaltanti, di prestazioni ulteriori rispetto a quelle oggetto dell’ affidamento, a celle della stipula del contratto. Per fare fronte a questa anomalia nella delibera viene chiarito che «al fine di garantire il principio dell’ equo compenso, al professionista non possono essere richieste prestazioni ulteriori rispetto a quelle a base di gara, che non sono state considerate ai fini della determinazione dell’ importo a base di gara». Quindi quel che conta è l’ oggetto delle prestazioni indicate negli atti di gara, la cui quantificazione come onorario deve risultare dal calcolo allegato al disciplinare, e ogni attività ulteriore non può essere ricondotta nel compenso iniziale ma deve essere oggetto di un atto aggiuntivo e di pattuizione separata rispetto al compenso iniziale. Un secondo chiarimento riguarda i requisiti del soggetto mandatario di un raggruppamento temporaneo che «indipendentemente dal fatturato complessivo/speciale posseduto, dai servizi precedentemente svolti e dal personale tecnico di tutti i partecipanti al raggruppamento, dimostra il possesso dei requisiti necessari per la partecipazione alla gara in misura percentuale superiore rispetto a ciascuna mandante». Infine una importante indicazione viene data rispetto all’ attribuzione dei punteggi in fase di valutazione delle offerte laddove l’ Anac ritiene «preferibile» l’ utilizzo della formula c.d. «bilineare» che ha l’ effetto di limitare gli effetti delle offerte di maggiore ribasso, «attribuire un punteggio elevato al punto di flesso al fine di disincentivare offerte contenenti ribassi elevati non in linea con la previsione sull’ equo compenso di cui dell’ art. 13 bis della legge 31/12/2012, n. 247». L’ indicazione, unitamente a quella già fornita sull’ apertura delle offerte di prezzo dei concorrenti che hanno superato un determinato punteggio tecnico, dovrebbe consentire di limitare ribassi che oggi sono, in media, del 40%.ANDREA MASCOLINI

02/06/2019 – Corriere della Sera
Cgia di Mestre: «Ancora troppi i 53 miliardi di debito della PA»

La Lente
Scende di 4 miliardi, a un livello complessivo di 53 miliardi di euro, l’ ammontare dei debiti commerciali della Pubblica amministrazione (PA) verso i fornitori. Il dato – una stima riportata nella relazione annuale 2018 della Banca d’ Italia – secondo l’ ufficio studi della Cgia di Mestre non riflette tuttavia l’ ammontare effettivo del debito commerciale visto che il ministero dell’ Economia e delle Finanze (Mef) non riesce ancora adesso a quantificare con esattezza l’ ammontare totale del debito contratto dalla PA verso i fornitori. Il coordinatore dell’ Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo, sottolinea che «pur riconoscendo l’ impegno profuso negli ultimi anni, in Europa nessun altro Paese può contare su un debito commerciale così smisurato. Secondo i dati Eurostat, la Grecia, ad esempio, ha un’ incidenza dei mancati pagamenti di parte corrente sul Pil dell’ 1,4 per cento, mentre da noi è al 2,9 per cento. Una situazione inaccettabile che continua a produrre effetti molto negativi sui bilanci di migliaia e migliaia di imprese fornitrici della nostra Pa». Negli ultimi anni, secondo la Cgia i tempi medi di pagamento sono leggermente scesi Dalla fine del mese di marzo del 2015, infatti, tutti i fornitori della PA hanno l’ obbligo di emettere la fattura in formato elettronico, il che ha resto più trasparente il rapporto commerciale tra pubblico e privato. Tuttavia i tempi di pagamento della PA italiana continuano a rimanere molto lunghi. Al punto che nel 2017 la Commissione europea ha deferito l’ Italia alla Corte di giustizia Ue, visto che le amministrazioni pubbliche italiane all’ epoca necessitavano ancora in media di 100 giorni per saldare le loro fatture, con picchi anche superiori. Dal 2013, in seguito al recepimento nel nostro ordinamento della direttiva europea contro i ritardi nei pagamenti della PA, i tempi per il regolamento delle transazioni non possono superare i 30 giorni, che possono arrivare a 60 in alcuni casi particolari.MARCO SABELLA

02/06/2019 – La Repubblica
Fra Ance e Confindustria scontro sul codice appalti

IL DECRETO SBLOCCA CANTIERI
L’ associazione delle imprese è favorevole alla sospensione proposta da Salvini i costruttori la contestano e avvertono Boccia: “Non avete titolo per parlarne”
ROMA – Con il suo emendamento “liberi tutti” al decreto sblocca- cantieri, Matteo Salvini era convinto di esaudire le richieste dei costruttori, liberandoli almeno fino alla fine del 2020 dalle regole del codice degli appalti, ritenuto il principale ostacolo al rilancio delle opere pubbliche, volano numero uno dell’ auspicata crescita. I costruttori invece non ci stanno e considerano quell’ emendamento «pericoloso». Lo vedono non come una semplificazione ma come «l’ anticamera del caos, dell’ anarchia ». «Siamo contrari alle mani libere », dice Edoardo Bianchi, vicepresidente dell’ Ance, l’ associazione nazionale dei costruttori edili. «L’ emendamento prevede che la normativa europea sostituisca il codice degli appalti, ma questo lascerebbe dei vuoti spaventosi, creerebbe la totale anarchia per tutti i lavori fino a 5,5 milioni di euro, che è la soglia comunitaria oltre la quale la Ue impone regole comuni ». Già il decreto sblocca-cantieri così come è entrato in vigore, ha abbassato, secondo il presidente dell’ Autorità anti-corruzione Raffaele Cantone, le garanzie di sicurezza e di trasparenza, e aumentato i rischi di infiltrazioni mafiose. In che modo? Alzando dal 30 al 50% la soglia di subappalto; consentendo per lavori fino a 200 mila euro la procedura negoziata con sole tre aziende (ossia l’ assenza di gare); dando ai commissari governativi eccessivi poteri di deroga alle norme. L’ emendamento della Lega spinge ancora più avanti la deregolamentazione: non pone più alcun limite al subappalto ad eccezione dei lavori tecnologicamente più complessi, e reintroduce il criterio del massimo ribasso che, come abbiamo ampiamente sperimentato in passato, apre le porte ai rialzi successivi di prezzo, alle varianti infinite e ai relativi rischi di corruttele. Il campanello d’ allarme scatta non solo tra i sindacati e l’ opposizione, ma anche al vertice dei Cinque Stelle, e mentre il presidente del Consiglio Giuseppe Conte prende tempo, la Lega cerca invece in tutti i modi di accelerare, anche perché il decreto, in questi giorni al Senato, deve essere convertito entro il 17 giugno. «Gli italiani vogliono dei sì, vogliono porti, strade, sviluppo», ha detto ieri Salvini. Quello che però il vicepremier non si aspettava era la levata di scudi degli stessi costruttori contro il suo emendamento. Manca un quarto d’ ora alle cinque del pomeriggio di venerdì 31 maggio quando l’ Ansa lancia un take con il commento del presidente dell’ Ance, Gabriele Buia: «Bisogna fare chiarezza, non sono ammissibili passi indietro sulla legalità e la trasparenza. È necessario eliminare definitivamente il criterio del massimo ribasso, definire il perimetro d’ azione dei commissari, senza comprimere la concorrenza e la trasparenza dei modelli di aggiudicazione delle gare». Passa poco più di mezz’ ora e arriva un comunicato dai toni ben diversi del direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci: «Valutiamo con favore l’ emendamento al decreto sblocca-cantieri che consente di derogare per due anni alla disciplina del codice degli appalti» . La reazione dell’ Ance, con una dichiarazione resa ieri a “Repubblica” dal vicepresidente Bianchi, è furibonda: «Prendiamo atto che questa è la settimana che Confindustria è favorevole al governo ma i destini delle imprese non possono dipendere dalle uggie di Via dell’ Astronomia. Confindustria non ha titolo per parlare delle regole del codice appalti, facendolo ha violato gli accordi tra noi e loro». Nel merito, le critiche dei costruttori all’ emendamento leghista sono nette. «La reintroduzione del criterio del massimo ribasso – dice Bianchi – sarebbe un incredibile passo indietro. Ma nel complesso la cosa più grave è la totale assenza di regole che si verrebbe a determinare: a ogni fase dei lavori – dalle norme sulla progettazione alle procedure di aggiudicazione le aziende non saprebbero più letteralmente cosa fare. Il caos, appunto. E un anno perso di incontri e di proposte». ©RIPRODUZIONE RISERVATA SHUTTERSTOCK / MGALLAR. DI MARCO RUFFOLO

03/06/2019 – Corriere della Sera – Economia
Dalle «smart cities» alla sanità digitale

Accordo tra Acea, Policlinico Gemelli e Cdp
Telecure a domicilio, telemedicina, ricette inviate via web e servizi di smart health. È quanto permetterà la nuova piattaforma digitale di e-health che nasce da un accordo tra Acea, la multiutility romana dell’ energia, acqua, gas e ambiente, la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli e Cassa depositi e prestiti (Cdp). Le tre società hanno siglato un Memorandum of Understanding per lo sviluppo di servizi di smart health innovativi, con l’ obiettivo di migliorare le prestazioni sanitarie come le attività di prevenzione, le diagnosi, le terapie per combattere le malattie, rafforzando i sistemi sanitari e migliorando l’ accesso dei cittadini alle cure. «La sperimentazione punta a ridurre i tempi di attesa del paziente in ospedale e a seguire il malato anche quando viene dimesso, con controlli a distanza di telemedicina grazie a kit che permetteranno di monitorare patologie come ad esempio diabete, asma, pressione», afferma Massimiliano Garri, responsabile Innovation Technology di Acea. Pensiamo alle prescrizioni mediche. «Si potrà mandare un avvertimento al malato tramite braccialetto per ricordargli, per esempio, di prendere le medicine o di misurare la pressione. La sperimentazione partirà dapprima nella città di Roma per poi estendersi a tutta Italia con l’ intenzione di coinvolgere nel progetto di digital health ulteriori partner, ad esempio aziende farmaceutiche, che potranno in questo modo vendere farmaci sulla piattaforma. Verrà inoltre creata una società terza per gestire questi servizi». La nuova società avrà a disposizione un enorme patrimonio di dati, importantissimi in questo momento per migliorare i servizi e consentire analisi e valutazioni sulle patologie. In particolare nell’ ambito delle smart cities. Per Acea, l’ iniziativa s’ inquadra nella strategia di sviluppo di «Smart Energy Services», uno dei punti chiave del Piano industriale 2019-2022 dell’ azienda messo a punto dall’ amministratore delegato Stefano Donnarumma che prevede «un investimento di 500 milioni solo per l’ innovazione. Nel piano rientrano investimenti in open source, tecnologie innovative, scouting su startup – aggiunge Garri -. Acea continuerà ad avere come core business le infrastrutture, ma nell’ ambito del piano industriale è prevista un’ ampia gamma di servizi digitali che serviranno proprio a migliorare la vita delle persone. Senza tecnologia, infatti, le città avranno grandi difficoltà a garantire servizi capillari su infrastrutture che diventano sempre più grandi e complesse. In Israele, un sistema integrato simile a questo ha ridotto dell’ 80% le ospedalizzazioni», conclude Garri. In Italia c’ è un problema di interoperabilità tra le Regioni che può essere un ostacolo e di cui si dovrà tener conto. Barbara Millucci.

03/06/2019 – Il Sole 24 Ore
Basta leggi, alla Pa servono piani industriali di settore

L’ ANALISI
«Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare». Il detto attribuito a Seneca si presta a interpretare la Pa di oggi. Una politica in crisi trascina con sé un’ amministrazione debole. Ci sono segnali positivi, ma occorre utilizzarli al meglio. Come è stato detto più volte su queste pagine è lodevole la decisione del Governo di favorire un massiccio reclutamento; come è lodevole l’ assenza di nuovi tagli lineari. Lo stesso Ddl concretezza, atteso al voto in settimana, contiene misure utili per gestire al meglio il reclutamento. L’ esodo atteso di personale può essere un’ occasione per riorganizzare le amministrazioni, concentrandole sulle priorità, ridisegnandole con modelli digitali e con la gestione associata dei servizi. Ne discuterà la dirigenza pubblica negli Stati generali di Roma il 19 e 20 giugno lanciando un allarme sul fatto che immettere personale in organizzazioni malate e vecchie rischia di non produrre un’ amministrazione migliore, ma lavoratori scontenti. È bene che si sappia che questo personale non riuscirà a cambiare la performance delle Pa senza una riorganizzazione del lavoro. Si tratta oggi di riorganizzare le Pa con un accordo bipartisan, che interessi anche la modifica della Costituzione. Ripartire le competenze tra i diversi livelli di governo (chiarendo che cosa bisogna fare delle province) rispetto alle funzioni diventa centrale. Non è sufficiente cambiare nome ai ministeri o spostare dipartimenti, come previsto dal Dl 86/2018. La dirigenza statale prova finalmente a dire qualcosa. Molte amministrazioni sono fallite dal punto di vista gestionale (qualcuna anche dal punto di vista finanziario) e sono senza timone. Non hanno più chiare le competenze tra federalismo confuso ed esternalizzazioni; oppure non hanno risorse per esercitarle. La governance è in crisi. La politica governa non con indirizzi ma con leggi o slogan. La dirigenza ha abdicato al proprio ruolo, perché non fare è più comodo di fare e perché non ti sanziona nessuno se ritardi o non fai le cose. Il sistema, ingarbugliato tra leggi-provvedimento, controlli formali e norme anti-corruzione, premia la fuga dalle responsabilità. L’ Italia è il Paese con la propensione più alta alla comunicazione social nella politica. Ma con una politica più attenta ai tweet che ai programmi l’ alta dirigenza riceve indirizzi discordanti fra loro e con le norme. Si inseguono le emergenze e non si riesce ad anticipare le problematiche. La Pa ai vertici, soprattutto ministeriali, è impegnata in riorganizzazioni formali, con due obiettivi: non scontentare il politico di turno e non incappare in una delle tante responsabilità formali. Una cattiva contrattazione porta ad erogare il salario accessorio sempre e a tutti, nonostante i tanti proclami sul merito. La gestione delle risorse umane si basa ancora sul compromesso storico del «ti pago poco» ma ti assicuro il posto a vita. Demotivando chi si impegna. Che fare? Piani industriali e riforme di settore (lavoro, salute, sicurezza, istruzione eccetera). Ma servono tempo, coraggio, studio e competenze. Tutte condizioni che poco si conciliano con la breve durata dei governi e il loro approccio short term. Servirebbe una comunicazione istituzionale che contrasti le fake news, soprattutto sui risultati delle politiche pubbliche. Non bastano gli open data o l’ accesso civico. Va cambiato il modo di gestire il personale introducendo tecniche di management e recuperando risorse per premiare chi innova e si assume responsabilità. La riforma della Pa è una sfida di sostenibilità della democrazia, e quindi bipartisan. A cui dovrebbe tenere sia il governo sia l’ opposizione, puntando a governare domani. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Francesco Verbaro

03/06/2019 – Il Sole 24 Ore
Incentivi tecnici, regolamenti da rifare

SBLOCCACANTIERI
Riparte l’ altalena dopo che un emendamento cancella l’ estensione dei bonus
Con l’ abrogazione dal decreto sblocca-cantieri della norma che assegnava ai tecnici dipendenti pubblici gli incentivi alla progettazione, ingegneri e architetti liberi professionisti vincono l’ ennesimo scontro. E aprono un altro giro di danza su uno dei compensi più travagliati della storia recente. Con il codice degli appalti del 2016, i vecchi compensi Merloni spariscono a favore dei lavoratori a cui sono assegnate funzioni di programmazione e di controllo della spesa per opere, servizi e forniture. La reazione dei progettisti interni alla Pa non si è fatta attendere. Dopo molti tentativi l’ affondo è riuscito con il Dl 32/2013, che all’ articolo 1, comma 1, lettera aa), al Codice degli appalti, fra le attività incentivate, sono state sostituite le fasi di programmazione e controllo con la progettazione e altre attività connesse. La modifica, per espressa previsione del comma 3, si applica alle gare i cui bandi o avvisi siano pubblicati dopo l’ entrata in vigore del decreto (19 aprile 2019). In assenza di bandi o avvisi, si applica alle procedure per le quali alla stessa data non sono ancora stati spediti gli inviti a presentare le offerte. In sede di conversione del decreto sblocca cantieri, questa modifica viene cancellata. Fin qui la storia. Ma cosa succede ora? Una norma contenuta in un decreto legge, non confermata in sede di conversione, perde efficacia sin dall’ inizio. A meno che, nella stessa legge di conversione, siano fatti salvi i provvedimenti assunti nel periodo di validità del decreto, così come, solitamente dispone il legislatore con una clausola di stile. Un ginepraio. Siccome il nuovo emendamento si limita a cancellare la previsione, se la legge di conversione nulla disponesse sugli effetti del decreto, i progettisti interni non potrebbero recriminare alcun compenso anche sulle procedure interessate dalla novità temporanea del decreto sblocca-cantieri. È peraltro piuttosto improbabile che in questi 60 giorni i tecnici interni possano aver svolto attività incentivate in relazione a gare pubblicate in quell’ arco temporale. Se, al contrario, gli effetti del Dl 32/2019 fossero conservati, si porrebbe il problema della remunerazione dei progettisti pubblici per la loro attività collegata alle opere bandite durante la vigenza dell’ incentivo loro destinato. Attività queste che potrebbero protrarsi anche per lungo tempo in quanto l’ elemento discriminante è rappresentato proprio dalla data di pubblicazione dell’ avviso. Questa situazione crea non pochi problemi in quanto, prima di poter corrispondere l’ incentivo, l’ ente dovrà percorrere un lungo e articolato iter per l’ approvazione di un regolamento che disponga in ordine ai criteri e alle modalità di riconoscimento dei premi. A monte del regolamento è necessario aprire una sessione di contrattazione decentrata, con le conseguenti relazioni tecniche e il necessario parere del revisore, fino ad arrivare all’ approvazione della Giunta. Gli enti che, sulla base della vecchia normativa, non avessero ancora percorso l’ iter descritto, potrebbero cogliere l’ occasione per disciplinare tutta la materia in un solo provvedimento. In ogni caso, è opportuno che l’ amministrazione inserisca una disposizione volta a collocare in un tempo ben definito gli eventuali effetti del testo originario del decreto sblocca cantieri. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

31/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Dl Sblocca-cantieri, arriva il «codice Salvini»: trattativa privata fino a un milione e massimo ribasso fino alla soglia Ue

Massimo Frontera

Addio alla terna dei subappaltatori e all’albo dei commissari Anac. Appalti integrato libero e subappalto totale. Riserve possibili anche se il progetto è certificato

Nel percorso di conversione del decreto sblocca-cantieri irrompe il “codice Salvini”. L’emendamento depositato ieri dalla Lega, a firma della senatrice Simona Pergreffi e preannunciato con grande effetto dal vicepremier Matteo Salvini, cancella in un colpo solo sia le norme originarie del decreto legge (il cui l’impatto è tutto da misurare), sia la discussione parlamentare avvenuta finora nelle commissioni di Palazzo Madama. L’emendamento 1.7 (testo 2) dall’eloquente titolo «Sospensione sperimentale dell’efficacia di disposizioni in materia di appalti pubblici e in materia di economia circolare» sostituisce l’intero articolo 1 del Dl, cioè quello che contiene le modifiche al codice degli appalti. La discussione nell’Aula di Palazzo Madama è rinviata a martedì 4 giugno, con una seduta “a oltranza”.
Subappalto libero e ritorno dell’appalto integrato
Le prime vistose novità sulla «sospensione sperimentale per due anni», fino al dicembre 2020, di alcune norme del codice appalti riguardano l’eliminazione del limite al subappalto – attualmente al 30% – con l’eccezione delle opere di particolare complessità tecnica e l’eliminazione del divieto di ricorrere all’appalto integrato. (progettazione esecutiva e realizzazione). L’emendamento elimina anche per due anni l’obbligo per i comuni non capoluogo di ricorrere alle stazioni appaltanti centralizzate. Eliminato anche il ricorso ai commissari esterni dell’elenco gestito dall’Anac e l’obbligo, a carico delle imprese, di indicare la terna dei subappaltatori. Entro il 30 novembre 2020, si legge sempre nella proposta di modifica presentata dalla Lega, il governo presenta alle Camere «una relazione sugli effetti della sospensione per gli anni 2019 e 2020, al fine di consentire al Parlamento di valutare l’opportunità del mantenimento o meno della sospensione stessa».
Ridotto il ruolo Consiglio superiore dei Lavori pubblici
Tra le norme volte alla semplificazione e allo snellimento dei tempi c’è anche l’innalzamento del valore di importo minimo delle opere per le quali è previsto il parere obbligatorio del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, che passa da 50 a 100 milioni. Inoltre, il Consiglio superiore dovrà trasmettere il parere in massimo 45 giorni (invece dell’attuale termine di 90 giorni), fornendo in aggiunta «la valutazione di congruità di costo» dell’intervento.
Contenzioso, torna il comitato tecnico, riserve anche sui progetti certificati
Alcune modifiche riguardano il contenzioso, con l’introduzione di una norma che consente alle imprese di presentare riserve anche sugli aspetti progettuali che sono stati oggetto di una apposita verifica, interna della Pa oppure condotta da un soggetto esterno. Contestualmente, viene estesa la possibilità di risolvere queste contestazioni attraverso accordo bonario. Per prevenire controversie in fase esecutiva, viene inoltre ripristinato il «collegio consultivo tecnico» già previsto nel correttivo al precedente codice appalti, ma poi eliminato. Il collegio, formato da tre esperti, può essere costituito con il consenso di tutte e due le parti, prima dell’avvio del cantiere oppure fino a 90 giorni dopo la sua apertura.
Manutenzioni senza progetto esecutivo, gare anche senza risorse assegnate
Per il periodo 2019-2020 l’emendamento prevede «l’esecuzione dei lavori può prescindere dall’avvenuta redazione e approvazione del progetto esecutivo, qualora si tratti di lavori di manutenzione, ad esclusione degli interventi di manutenzione che prevedono il rinnovo o la sostituzione di parti strutturali delle opere». La proposta di modifica consente inoltre (sempre per il biennio 2019-2020) alle stazioni appaltanti che hanno solo le risorse per pagare la progettazione di «avviare le procedure di affidamento della progettazione» senza che sia più necessaria anche la disponibilità delle risorse per realizzarla. Le stazioni appaltanti potranno inoltre avviare l’esecuzione dei lavori «nelle more dell’erogazione delle risorse assegnate con provvedimento legislativo o amministrativo».
Gare Consip anche per i lavori
Consip potrà gestire in modo centralizzato anche gli appalti di lavori, oltre a quelli di manutenzione. Va in questo senso una modifica al Dl 6 luglio 2012 n.95 che si legge nell’emendamento.
Trattativa privata fino a un milione di euro, massimo ribasso fino alla soglia Ue
Negli appalti di lavori sopra la soglia comunitaria cambia il rapporto del punteggio tra offerta economica e offerta tecnica: il punteggio massimo attualmente fissato al 30% per l’elemento prezzo viene elevato al 49%. Conseguentemente, viene ridotto dal 70% al 51% il peso del punteggio da attribuire alla offerta tecnica dell’opera.
Nella proposta di modifica della Lega, vengono inoltre ridefinite le procedure di gara per gli appalti sotto la soglia comunitaria, nel seguente modo: affidamento diretto fino a 40mila euro; affidamento diretto con tre preventivi per opere nella fascia di importo 40-150mila euro; procedura negoziata (invitando almeno 10 operatori) per la fascia 150-350mila euro; procedura negoziata (invitando almeno 15 operatori) per importi tra 350mila euro e un milione di euro. Per i lavori di importo tra un milione e la soglia comunitaria, si prevede la procedura aperta, «fatto salvo quanto previsto dall’articolo 97, comma 8». Il riferimento all’esclusione automatica delle offerte anomale farebbe pensare, anche se non è chiaramente indicato nell’emendamento, che fino al limite fino alla soglia Ue si possa applicare il criterio del massimo ribasso. Previsione che però è in contrasto con il limite di due milioni fissato per l’applicazione del massimo ribasso dall’articolo 95, comma 4, peraltro nel solo caso di procedure ordinarie e appalti di lavori su progetto esecutivo.
Cause di esclusione, certificati validi sei mesi
La norma della Lega interviene anche sul tema delle cause di esclusione, prevedendo che tutti i documenti e le certificazioni degli operatori (appaltatori o subappaltatori) abbiano «una durata paria sei mesi dalla data del rilascio». Inoltre, fatta eccezione per il Durc, «la stazione appaltante, per i certificati e documenti già acquisiti e scaduti da non oltre sessanta giorni, e qualora pendente il procedimento di acquisto, può procedere alla verifica dell’assenza dei motivi di esclusione con richiesta diretta agli enti certificatori di eventuale conferma del contenuto dell’attestazione rilasciata». «Gli enti certificatori – prosegue la norma – provvedono a fornire riscontro entro trenta giorni dalla richiesta. Decorso tale termine, il contenuto dei cenrtificati e degli altri documenti si intende confermato».
Se si capisce bene, i certificati mantengono la loro validità indipendentemente da eventuali fatti imputabili all’operatore che dovessero contraddirli. C’è poi la singolare novità del contenuto del certificato che verrebbe confermato con silenzio assenso. La norma farà sicuramente discutere.
Oneri per la sicurezza «incorporati» nell’offerta economica
Tra le novità di forte impatto c’è anche quella che riguarda l’indicazione degli oneri per la sicurezza che non sono soggetti a ribasso e che l’imprese deve indicare in modo distinto in sede di offerta, pena l’esclusione. La novità dell’emendamento targato Lega prevede che la mancata indicazione degli oneri per la sicurezza in modo separato non costituisca più una causa di esclusione «qualora l’operatore economico li abbia considerati nel prezzo complessivo dell’offerta».  © RIPRODUZIONE RISERVATA

31/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sblocca cantieri/2. Guerra a tutto campo Lega-M5S, il Carroccio frena sulle concessioni autostradali

Giorgio Santilli

Il vicepremier e leader leghista Matteo Salvini ha rilanciato anche la necessità di proseguire i lavori della Torino-Lione

Il codice degli appalti va sospeso per due anni. Con questa bordata a sorpresa il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini riapre la partita del decreto legge sblocca cantieri e prova a cambiargli radicalmente segno, da provvedimento soft che finora ha sbloccato ben poco a misura radicale che volta pagina nella disciplina delle opere pubbliche. L’uscita di Salvini, seguita dalla presentazione di un emendamento a firma della senatrice Simona Pergreffi, fa del decreto legge il principale teatro parlamentare dello scontro fra Lega e Cinque stelle e produce uno slittamento del voto dell’Aula a martedì prossimo. Si aggiunga che la Lega non ha affatto apprezzato la proposta grillina di una norma che faciliti la revoca delle concessioni autostradali, proteggendo dal procedimento per danno erariale il funzionario pubblico che firmasse l’atto di revoca. A leggere l’emendamento leghista sul codice appalti si scopre che la sospensione proposta da Salvini non è, in realtà, una sospensione totale del decreto legislativo 50/2016 ma una sospensione parziale molto estesa.
L’obiettivo è certamente di ridimensionare l’applicazione del codice ma non mancano – salvo che non si prevedano ulteriori integrazioni – gli effetti paradossali: tornano le linee guida Anac e scompare il regolamento attuativo che entro sei mesi avrebbe dovuto sostituirle.Fra le altre norme congelate quella che impone ai comuni non capoluogo di avvalersi di centrali di committenza, quella che vieta il ricorso all’affidamento congiunto della progettazione e dell’esecuzione di lavori, l’obbligo di scegliere i commissari per le gare in un albo istituito dall’Anac, il limite del 30% al subappalto per cui si rinvia a norme e principi Ue (quindi una liberalizzazione integrale del subappalto) e l’obbligo di indicare in gara una terza di subappaltatori. L’emendamento prevede che «entro il 30 novembre 2020 il Governo presenta una relazione sugli effetti della sospensione per gli anni 2019 e 2020, al fine di consentire al Parlamento di valutare l’opportunità del mantenimento o meno della sospensione stessa».
L’emendamento rispolvera anche la norma che ha già duramente contrapposto Lega e M5s sulle soglie per gli affidamenti diretti e per le procedure negoziate. La Lega torna al massimo di liberalizzazione prevedendo affidamenti diretti fino a 150mila euro e procedure negoziate con un crescente numero di operatori da consultare fino a un milione di euro. Varie altre semplificazioni riguardano i termini di pronuncia del Consiglio superiore dei lavori pubblici o l’allargamento dell’attività Consip anche alle gare di lavori pubblici. Intanto al Senato numerose modifiche approvate e proposte ulteriori riguardano la progettazione. Le commissioni Lavori pubblici e Ambiente hanno cancellato, in particolare, la modifica all’incentivo del 2% per i dipendenti della pubblica amministrazione. Nel codice del 2016 quell’incentivo era stato depotenziato,con lo sblocca cantieri si tornava a concentrarlo sull’attività di progettazione. Nuova marcia indietro, si torna al codice.
Sempre in tema di progettazione, e in particolare di controlli sui progetti, fra gli emendamenti dei relatori c’è quello che consente alle stazioni appaltanti dotate di un sistema interno di controllo della qualità di farsi in house la verifica preliminare sulla progettazione per importi fino a 20 milioni di euro. Un varco che rischia di accrescere gli errori di progettazione, destinati a riflettersi su un percorso dell’opera pubblica più costoso e lento, e di creare evidenti conflitti di interesse se il committente (che spesso è anche progettista in house) diventa anche controllore. © RIPRODUZIONE RISERVATA

03/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sospendere il codice appalti? Costruttori sorpresi: «Sbagliato perdere il lavoro fatto in commissione»

Mauro Salerno

Il vicepresidente Bianchi: sostituire il codice con le direttive? Impossibile. Che ne sarebbe degli appalti sotto i 5,5 milioni di cui l’Europa non si preoccupa?

Ha colto di sorpresa anche i costruttori il “blitz” della Lega, rivendicato dal vicepremier Matteo Salvini, sul decreto Sblocca-cantieri. Anche perchè il famoso «emendamento Pergreffi» che riscrive l’articolo unico del decreto, in cui si concentrano le modifiche al codice appalti, è tutt’altro che una sospensione tout court del Dlgs 50/2016 e la sua sostituzione per due anni con le regole delle direttive europee. In realtà, l’emendamento non è altro che una nuova riscrittura di una quindicina di punti del decreto Sblocca-cantieri. Con norme che in molti casi erano previste da emendamenti già approvati in commissione (dalle procedure negoziate sotto al milione all’eliminazione della terna di subappaltatori, dal ritorno dell’appalto integrato alla possibilità per i Comuni di dribblare l’obbligo di centralizzare gli appalti).

I rappresentanti delle imprese non nascondono di essere rimasti spiazzati dall’irruzione dell’emendamento Pergreffi . «Siamo rimasti sbigottiti – dice il vicepresidente dell’Ance con delega alle opere pubbliche Edoardo Bianchi -. Perché non si tratta di una sospensione del codice come sembrava all’inizio. Ma soprattutto perché siamo preoccupati dall’azzeramento del lavoro fatto in questi mesi».

Cosa vi preoccupa in particolare?
Che si perda l’obiettivo di una correzione organica delle regole sugli appalti. È da settembre 2018 che, con l’avvio della consultazione del Mit, discutiamo di una riforma del codice. Tra tre mesi festeggeremo l’anno. Nel frattempo, la commissione Lavori pubblici del Senato ha fatto un lungo ciclo di audizioni, in cui sono state raccolte e messe a sistema le proposte degli operatori. Ora mancano solo 14 giorni alla conversione del decreto e il rischio è che tutta quella mole di lavoro sia spazzata via.

Nel merito quali sono i punti critici?
Se si tratta di un emendamento interamente sostitutivo dell’articolo 1, c’è il rischio di perdere dei risultati già acquisiti e creare confusione. Per esempio, sparisce la possibilità di qualificare le imprese prendendo i dati degli ultimi 15 anni, invece che dieci. Non c’è più il ritorno del regolamento unico e l’addio alla regolazione flessibile. Soprattutto, sembra che in questo modo, per i lavori sottosoglia, si sancisca il ritorno al massimo ribasso secco, visto che non c’è alcun riferimento all’obbligo di esclusione delle offerte anomale.

Si dice che abbiate perplessità anche sull’aumento del numero dei commissari straordinari.
Estendere il «modello Genova» a tutta Italia rischia di creare dei problemi. Bisogna definire con chiarezza il perimetro d’azione dei commissari, senza comprimere la concorrenza e la trasparenza dei modelli di aggiudicazione delle gare. Non bisogna perdere di vista l’obiettivo di una riforma organica del codice.

Ma se la proposta fosse davvero quella di sospendere per due anni l’applicazione del codice in favore delle direttive europee? Sareste d’accordo? 
Per niente. L’idea di applicare le direttive europee sugli appalti senza alcuna mediazione sul territorio italiano non può funzionare. Faccio un solo esempio. Che disciplina si dovrebbe applicare ai lavori sotto la soglia di 5,5 milioni, di cui l’Europa non si preoccupa? Si tratta della parte più importante del nostro mercato, quella in cui operano gli enti locali e le piccole stazioni appaltanti. La procedura negoziata, è un istituto tipicamente italiano, non è che si trova in altri Paesi. Il risultato sarebbe che ogni stazione appaltante si sentirebbe libera di fare come vuole. E noi abbiamo 44mila centri di costo.

Restando alla cronaca di questi giorni, che pensate dell’«operazione di sistema» per salvare le imprese in crisi, creando una sorta di campione nazionale, cui stanno lavorando Salini Impregilo e Cassa depositi e prestiti?
Siamo favorevoli a operazioni che tutelino il mercato e la concorrenza, con grande attenzione per la sorte della miriade di imprese e fornitori che hanno lavorato per i
gruppi ora oggetto dell’accorpamento. Imprese che non potranno essere scaricate in una bad company o vedersi riconosciuti i propri crediti in ragione del 10% o con azioni della nuova società. Bisogna anche capire se il nuovo soggetto svolgerà il ruolo di stazione appaltante o di esecutore di lavori e se opererà anche in Italia o solo all’estero. Ci piacerebbe saperne di più, come abbiamo chiesto da tempo, ma finora non c’è stato ancora alcun incontro a riguardo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

03/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Intervento. Alzare la quota di subappalto? Non avrebbe alcun impatto sullo sblocco dei cantieri

Antonio Arienti (*)

Occhio a puntare sugli «intermediari economici» invece che sule imprese concretamente operative: la priorità è garantire che in cantiere operino imprese qualificate

Scrivo in relazione ad alcuni articoli pubblicati negli ultimi giorni sul Sole 24 ore e su «Edilizia e Territorio» in merito al noto tema del decreto Sblocca Cantieri e del subappalto, per contribuire alla corretta focalizzazione di alcune questioni che sono state trattate anche con contributi pubblicati nel vostro giornale e che meritano un approfondimento maggiore.

Aif, l’associazione che rappresento, raggruppa imprese che operano prevalentemente in
subappalto, pertanto riteniamo di poter dare un contributo competente. Partendo proprio dal subappalto e dal dibattito sulla liberalizzazione, la modifica dei limiti (30-40-50%) non sarebbe di per sé un grande problema, a patto che la normativa italiana introducesse parallelamente una seria verifica dei requisiti e delle capacità oggettive degli operatori economici.

La regolamentazione del subappalto deve andare di pari passo con la qualificazione delle imprese. In Italia, le regole vigenti negli ultimi decenni, hanno consentito a numerose «società di costruzioni» di beneficiare del lavoro svolto dalle imprese subappaltatrici per ottenere la qualificazione per alcune categorie, in particolare quelle specialistiche ma non solo, senza però possedere i reali requisiti che sono propri delle aziende che i lavori li eseguono materialmente.

Questo meccanismo perverso, legato all’ottenimento della qualifica attraverso il lavoro svolto da altri, non ha fatto che aumentare, negli anni, operatori definibili come «intermediari economici» o «assemblatori» di opere, che nulla hanno a che vedere con le imprese operative, che dovrebbero invece possedere esperienza, mezzi e capacità di realizzare i lavori.

La presenza in Italia degli “intermediari economici”, oltre a far lievitare i costi dei lavori pubblici, negli ultimi anni ha di fatto presentato il conto al Paese facendo diminuire la qualità dei lavori, con gli esiti di cui le cronache sono piene ogni settimana per incidenti, crolli e disgrazie.

Dissentiamo quindi apertamente con chi definisce il subappalto come una metodologia di
organizzazione dei vari fattori di produzione. Una definizione che potrebbe, estremizzando, essere compatibile con i grandi, grandissimi appalti: grandi infrastrutture, ponti, autostrade, ferrovie. Ma i dati dicono che in Italia la media degli appalti di lavori pubblici negli ultimi anni è stata abbondantemente sotto ai 2 milioni, per cui la supposta organizzazione dei vari fattori di produzione, si traduce in realtà nell’assegnare lavori (spesso con categoria prevalente ad alto contenuto tecnologico) ad operatori che si sono qualificati grazie al lavoro svolto da altri, che i requisiti li hanno davvero.

Se pertanto è vero, come è vero, che per garantire un corretto (e qualitativo) svolgimento dei
lavori è necessario che in cantiere entrino solo imprese qualificate e regolari, è evidente che la priorità non è aumentare la percentuale di subappaltabilità, ma far sì che l’impresa abilitata attraverso il certificato Soa, in una specifica categoria, sia concretamente qualificata per farlo.

Ecco perché allo stato attuale l’associazione che rappresento è contraria all’innalzamento del limite del subappalto, in quanto non favorirebbe né l’aggregazione di imprese né tantomeno lo sblocco di cantieri.

L’incremento della quota subappaltabile dovrebbe essere anticipato da una sostanziale revisione del sistema di certificazione (Soa), che dovrebbe rendere possibile ed
attuabile una verifica oggettiva dei requisiti di capacità ed esperienza per lavori realmente eseguiti (e non fatti eseguire in subappalto).

In mancanza di tali fondamentali modifiche, ci sentiamo di condividere pienamente le
preoccupazioni espresse da Anac e dal suo presidente Cantone, ma anche da vari soggetti
istituzionali, sui rischi relativi all’incremento di corruzione ed infiltrazioni criminali che tramite più ampi spazi per il subappalto avrebbero certamente vita più agevole.

(*) Presidente dell’Associazione imprese fondazioni, consolidamenti, indagini nel sottosuolo (Aif)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

03/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Ciclovie nazionali, ok a risorse per progettare Adriatica e Trieste-Venezia

M.Fr.

La Corte dei Conti ha registrato i due protocolli d’intesa, consentendo il finanziamento statale dei progetti della Trieste-Lignano Sabbiadoro-Venezia e della ciclovia Adriatica

Semaforo verde alle risorse per finanziare la progettazione della ciclovia Trieste-Lignano Sabbiadoro-Venezia e della ciclovia Adriatica. Il ministero delle Infrastrutture ha comunicato che la Corte dei Conti ha registrato i protocolli d’intesa con le regioni interessate e che pertanto “nei prossimi giorni la direzione generale competente del Mit provvederà dunque ad inoltrare i decreti di pagamento della progettazione di fattibilità alla Ragioneria per sbloccare definitivamente per l’estate le risorse che andranno alle Regioni capofila per la realizzazione delle infrastrutture ciclabili”. Complessivamente saranno trasferite risorse per quasi 1,7 milioni di euro per finanziare i progetti di fattibilità tecnico-economica, da consegnare al Mit entro il 31 dicembre 2020 insieme all’individuazione dei primi lotti funzionali.
Ciclovia Trieste-Lignano Sabbiadoro-Venezia. Il tracciato veneto – ribattezzato “ciclovia delle lagune” riceverà 500mila euro che verranno erogate in parte Regione Friuli Venezia Giulia (55%) e in parte alla Regione Veneto (45%). La gara di lavori del primo lotto, informa il Mit, dovrà essere aggiudicata entro il 30 giugno 2022. La successiva tranche di finanziamento statale ammonta a oltre 8 milioni di euro (esattamente 8.061.256 euro).
Ciclovia Adriatica. Il tracciato che collegherà Chioggia al Gargano riceverà un finanziamento di quasi 1,2 milioni (esattamente 1.185.146,48 euro) per realizzare il progetto di fattibilità tecnico-economica. I soldi saranno trasferiti alla Regione Marche, capofila dell’opera. Anche in questo caso, il primo lotto funzionale, va aggiudicato entro il 30 giugno 2022. La successiva tranche di finanziamento statale ammonta a oltre 7,7 milioni di euro (esattamente 7.718.682,96 euro).  © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

03/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Top 100 costruttori/2. Ricavi, redditività, estero: la classifica aggiornata con tutti i numeri dei bilanci

Aldo Norsa

Nel 2017 le cento maggiori imprese hanno fatturato 23 miliardi (+5,5%): ecco chi ha i migliori indici finanziari, chi ha puntato sull’estero, chi sul privato

In previsione della nuova classifica quella qui allegata (le prime 100 imprese di costruzioni generali e specialistiche italiane per fatturato 2017) già pubblicata nel «Report 2018 on the Italian Construction, Architecture and Engineering Industry» e in questo quotidiano digitale è una seconda edizione aggiornata al maggio 2019 dopo la prima del novembre 2018. Si noti che in questo lasso di tempo otto nuovi bilanci di società da porre in classifica sono stati reperiti al Registro Imprese.

I numeri 
Nel 2017 i 100 big delle costruzioni (di cui 84 imprese generali e 16 specialistiche) fatturano 23 miliardi crescendo del 5,5% rispetto all’esercizio precedente. Il dato è penalizzato dalla scomparsa di imprese, già presenti coi dati 2016, le cui difficoltà impediscono di approvare il bilancio: Condotte (in amministrazione straordinaria), la specialistica Trevi (che annuncia a breve la pubblicazione dei dati pregressi), Mantovani (oggi Coge Mantovani), … Ma la crescita del 2017 non va sovrastimata perché tra le 100 imprese in classifica ve ne sono tre successivamente entrate in procedura concorsuale: Astaldi, Cmc e Grandi Lavori Fincosit.

Così come la concentrazione al vertice dell’offerta: le prime cinque imprese esprimono il 54,5% del volume d’affari delle top 100 (contro il 50,4% del 2016). Senza contare una realtà (cooperativa) non in classifica per la sua natura prevalentemente commerciale, il Consorzio Integra, che associa 141 società (nelle costruzioni e nell’industria) con un fatturato di circa 6 miliardi. Quanto all’attività all’estero essa vale circa 13 miliardi e pesa sul totale per il 56,6% (poco più dell’anno prima come peraltro rileva anche l’Ance per il suo campione di 46 imprese). E purtroppo non sostiene la redditività del settore: se da un lato l’ebitda sale, ma solo del 2,6%, dall’altra l’ebit quasi si dimezza (meno 42,8%) e l’utile netto si assottiglia addirittura di sedici volte scendendo da 594,2 milioni a 36,1 milioni, affossato dai risultati negativi dei due leader (Salini Impregilo e Astaldi) e ancor peggio di Glf: da sole queste tre imprese assommano circa 300 milioni di perdite.

Anche la situazione finanziaria-patrimoniale non è brillante per via di debiti finanziari netti appesantiti del 25,3% (nonostante ben un terzo delle imprese mostrino una posizione finanziaria netta attiva) e di un patrimonio netto in calo del 10,7%.

Malgrado tutte queste difficoltà le cento maggiori imprese occupano 85 mila addetti (con un leggero incremento dello 0,6%) … e questo è uno dei motivi che le “affossano”.

Le prestazioni e gli indici
Per fortuna alcune imprese generali al top riescono a sottrarsi a una crisi che si acuisce nei grandi lavori infrastrutturali. Tra le prime cinque la sorpresa è Pizzarotti, che cresce del 59% grazie a uno sviluppo all’estero che ne porta l’incidenza al 61,5% mentre Rizzani de Eccher cresce solo del 16,9% ma ha belle prospettive commerciali (pur con un forte aumento dei debiti). Ma, campioni di crescita sono alcune imprese minori: ben quattro hanno più che raddoppiato il giro d’affari nel 2017; tre attive nel mercato dell’edilizia privata: Impresa Tonon, Quadrio Gaetano Costruzioni e Zumaglini & Gallina, una specialistica, Max Streicher, filiale del gruppo tedesco specializzato in pipeline.

Scendendo in classifica vanno bene soprattutto le grandi imprese specialistiche: le due imprese leader del pipeline, Bonatti e Sicim, campioni di export, nonché Salcef e Gcf, che posano binari ferroviari: la prima così performante da annunciare una prossima quotazione in Borsa dopo la possibile business combination con una Spac (Special Purpose Acquisition Company). Quanto alle (per fortuna numerose) imprese con una posizione finanziaria netta attiva la più grande è Itinera (gruppo Gavio) che ha intrapreso una politica di crescita (anche esterna) all’estero. Seguono Sicim, Gcf, Carron, Colombo Costruzioni, Vianini Lavori (gruppo Caltagirone), Max Streicher Techbau, Intercantieri Vittadello, Todini (già scorporata da Salini Impregilo nel 2016), Gilardi, ….

Ponendo l’attenzione su alcuni significativi indici di bilancio si notano innanzitutto le imprese con le migliori redditività rapportate al fatturato: i cinque più alti ebitda margin sono quelli di Centro Meridionale Costruzioni (33,2%), delle specialistiche Roda (31,2%) e Micos (24,9%) e delle due imprese attive nell’edilizia privata Sa-Fer (23,8) e Zumaglini & Gallina (23,4%), cinque imprese che si confermano al vertice anche analizzando l’ebit margin, mentre Neosia, Acmar, Cbr, Borio Mangiarotti, Strabag e Grandi Lavori Fincosit hanno chiuso il 2017 con ebitda ed ebit negativi e Todini solo l’ebit. Le stesse cinque dominano anche la classifica del net margin con la sola differenza che il primo posto in questo caso spetta a Sa-Fer.

Il polso dell’indebitamento è dato da indici quali il debt equity e il rapporto posizione finanziaria netta/ebitda. Nel primo caso sono ben 30 le imprese il cui rapporto supera la soglia di sicurezza dell’unità con le situazioni più gravi rappresentate da Glf (11,84), Cmc (4,47), Rcm Costruzioni (3,89), Acmar (3,38) ed Emaprice (2,62), … mentre per il secondo indice preoccupano 25 imprese sopra la soglia di sicurezza del quattro (oltre alle citate sei imprese con ebitda negativo per le quali l’indice ovviamente non è calcolabile). I casi peggiori in questo caso sono quelli di alcune imprese operanti prevalentemente nell’edilizia privata: Pessina Costruzioni (32,17) che fa molta edilizia ma appartiene a un gruppo notoriamente solido, Setten Genesio (19,59) il cui indice risente del temporaneo contenimento della redditività e della quota di debito a servizio del residuo business immobiliare, Mangiavacchi e Pedercini (14,25) il cui indice è alterato dalla quota di debito al servizio dell’attività immobiliare, nonché di due operanti nei lavori pubblici: Vezzola (13,57), attiva oltre nei lavori stradali anche nella produzione di conglomerato bituminoso, e Salc (12,01), che fa capo al secondo ramo della famiglia Salini .

I campioni all’estero
Delle cento imprese in classifica 43 sono attive all’estero (anche se talvolta in maniera residuale). Quelle che dichiarano la percentuale maggiore di export sono in genere le specialistiche: nell’ordine, Sicim e Bonatti (pipelines), Maeg Costruzioni e Cimolai (carpenteria metallica), Gcf (armamento ferroviario). Una classifica per attività all’estero delle imprese generali vede prima Seli Overseas (ceduta da Glf a Salini Impregilo nell’ottobre 2018) (98,5%), Todini (che però appartiene al gruppo kazaco Prime System KZ e lavora in quel Paese) (96,1%), Salini Impregilo (il cui mercato di riferimento è sempre più gli Usa dopo l’acquisto di Lane in cui ha fuso Healy) (91,8%), Rizzani de Eccher (che in Russia opera tramite Codest International) (85,2%), Tirrena Scavi (85%), Ghella (77,2%), … Significativo è l’affacciarsi all’estero di chi operava solo in patria: Itinera (gruppo Gavio), Vianini Lavori (gruppo Caltagirone), la cooperativa Cmb.

A livello mondiale, nella classifica di Enr, appaiono solo otto imprese italiane (quelle che hanno risposto al questionario): prima per fatturato estero (e quindicesima mondiale) è Salini Impregilo, seguita da Astaldi, Rizzani de Eccher, Pizzarotti, Cmc, Bonatti, Sicim e Icm. Mentre nella classifica europea redatta dalla società Guamari le maggiori imprese italiane (per fatturato 2017) sono tre su cinquanta, tenendo conto che manca Condotte: Salini Impregilo (undicesima), Astaldi (ventisettesima) e Pizzarotti (cinquantesima). Esse assommano il 3,6% del fatturato delle top 50.

Il privato salva i bilanci
Se la crisi della committenza pubblica affossa molte imprese che operano nelle infrastrutture sembrano in parte risparmiate quelle che presidiano la “nicchia” del mercato privato (tipicamente nell’attività edilizia).
In un’apposita classifica si separano le prime cinque imprese generali attive anche nell’edilizia privata (Rizzani de Eccher, Pizzarotti, Cmb, Icm e Itinera, ma non Salini Impregilo, che non ha fornito il dato) dalle prime 50 che invece hanno nel privato il loro fulcro di attività.
Al top (tra le prime dieci) campioni di crescita sono: Intercantieri Vittadello, Costruzioni Generali Gilardi, Colombo Costruzioni, … Altre realtà imprenditoriali interessanti sono: Carron, Garc (diversificata nella demolizione), Impresa Percassi (che ha aperto il capitale a Polifin), Impresa Tonon (con la crescita in assoluto maggiore), Pessina Costruzioni (che diversifica nelle infrastrutture interessandosi a Tecnis dopo aver acquistato Oberosler), Di Vincenzo Dino (che, tramite Igefi, possiede il 49% dell’impresa specialistica Bonatti), Nessi & Majocchi (che ha iniziato un percorso all’export), Borio Mangiarotti (nel cui capitale è appena entrato il gruppo immobiliare Värde), … Alcune delle quali (Percassi, Borio Mangiarotti e Devero per esempio) hanno successo anche nella promozione immobiliare. Mentre imprese tradizionalmente più presenti nelle infrastrutture stanno sviluppando il mercato privato per mantenere i margini: Intercantieri Vittadello, De Sanctis, Vitali per citare le più dinamiche.

Venendo ai numeri di insieme, che testimoniano quanto il mercato dell’edilizia privata sia oggi relativamente migliore di quello delle opere pubbliche, le prime 50 fatturano 2,9 miliardi (5,4% più dell’esercizio precedente e solo per il 2,5% all’estero), con una redditività incoraggiante: l’ebitda cresce del 15,2%, l’ebit si conferma ai livelli 2016 (più 0,9%) e l’utile netto si quadruplica raggiungendo gli 85 milioni. Buona anche la situazione finanziaria delle imprese del campione con debiti in calo (del 17,4%), ampiamente coperti da un patrimonio netto in leggera crescita (dell’1,7%). © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

03/06/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Top 100 costruttori, la crisi dei big apre la strada al «campione nazionale» con Salini

Aldo Norsa

L’analisi dei bilanci delle prime cento imprese di costruzioni alla vigilia dell’«operazione di sistema» per salvare le grandi cadute in disgrazia

La congiuntura delle maggiori imprese di costruzioni (soprattutto quelle che operano nel mercato, domestico, dei lavori pubblici) è drammatica. Sono in procedura concorsuale Astaldi, Condotte, Cmc, Tecnis e la specialistica Trevi mentre sono state fortemente ridimensionate altre due imprese già al top delle classifiche: Glf e Mantovani. La prima dopo aver ceduto Glf Usa e Seli Overseas a Salini Impregilo è “tornata alle origini” con una cura dimagrante che lascia in pista la sola Fincosit (che nel 1989 si era fusa con Grandi Lavori) specializzata in opere marittime, la seconda si è anch’essa fortemente ridimensionata con la cessione da parte del gruppo Chiarotto di un ramo d’azienda a una fantomatica Coge (il cui nome evoca un’impresa parmense oggi in liquidazione) dando luogo a una Coge Mantovani dall’indecifrabile proprietà e dall’incerto futuro (perché già minacciata da un’istanza di fallimento). L’unica altra cura dimagrante la ha conosciuta Condotte, i cui commissari hanno venduto Cossi a Salini Impregilo, mentre ci provano i liquidatori di Tecnis, che cercano un acquirente dopo che una prima offerta di Pessina (già segnalatasi per la diversificazione nelle infrastrutture con l’acquisto nel giugno 2018 Oberosler) non ha avuto esito. Quanto alla specialistica Trevi, quotata, al cui capitale partecipa con il 16,8 per cento Cassa Depositi e Prestiti, è in corso una ristrutturazione del debito (da definire previo accordo della famiglia Trevisani che controlla il 31,9%).

Ma, soprattutto, al momento fa (fin troppo) notizia un possibile salvataggio collettivo di Astaldi, Condotte (con la sua controllata Inso) e Cmc ruotante intorno all’unico “campione nazionale” rimasto Salini Impregilo, che magari trova il sistema bancario recalcitrante o la Cdp perplessa, ma non sembra avere alternative per mancanza di investitori finanziari o industriali che oggi, a differenza di altri Paesi europei, in Italia credano nelle costruzioni.

Presentata come «operazione di sistema», l’inizativa non entusiasma il resto dell’imprenditoria (con l’Ance in testa, che già sofferse delle dimissioni di Salini Impregilo nel novembre 2014) perché acuirebbe la competizione con le imprese rimaste sane da parte di quelle che sono state peggio gestite. Peraltro la stessa Salini Impregilo ha qualche problema e non certo solo dimensionale (nel 2018 scende da undicesimo a quattordicesimo per fatturato nella classifica dei maggiori gruppi europei).

Se il bilancio 2018 torna fortunatamente “in nero” (con un utile netto di 41 milioni dopo il “vuoto d’aria” causato dal Venezuela nei conti 2017), i ricavi calano del 6,5% (a 5,2 miliardi) e soprattutto l’indebitamento finanziario netto peggiore del 22,3% superando il valore del patrimonio netto (cresciuto solo del 2,6%). Inoltre sono appostate richieste di corrispettivi aggiuntivi su contratti per oltre 1,5 miliardi. Questo spiega perché la bozza del «progetto Italia» prevedrebbe un aumento di capitale anche di Salini Impregilo per circa 600 milioni, al quale Cdp parteciperebbe con 300 milioni per il 25 per cento del capitale, le banche (Intesa, Unicredit, Bnp, Banco Bpm, …) investirebbero 150 milioni per il 15%, la famiglia Salini dovrebbe diluirsi dal 75 al 45 per cento investendo 50 milioni con i restanti 100 destinati al mercato e garantiti da Morgan Stanley.

Se della partita fosse anche Pizzarotti (che però per il momento dichiara di “stare alla finestra”) nonché, inaspettatamente, Vianini Lavori (di cui il gruppo Caltagirone sembra non saper più che farsene) e forse quel che resta di Glf, ne nascerebbe un gruppo con un giro di affari di oltre 12 miliardi al 2021 e un portafoglio ordini di almeno 45 miliardi, che occuperebbe sì la settima posizione in Europa ma comunque sarebbe quattro volte più piccolo del leader europeo, il francese Vinci, e tre volte dello spagnolo Acs, forti di quel presidio delle concessioni che Salini ha voluto a suo tempo dismettere. Infine, le indiscrezioni chiamano in causa anche l’impresa Rizzani de Eccher che potrebbe essere interessata ad alcuni lavori di Condotte con l’appoggio della banca Illimity.

Quello che però nessuno scrive è che in un mercato delicato come quello delle costruzioni, in cui gli investimenti sono a lungo termine, basati sulla fiducia (ecc. ecc.), più si protrae la crisi di un’impresa più essa viene “svuotata”: per prime perde le migliori risorse umane (che trasmigrano alla concorrenza), poi sconta le risoluzioni di contratti (talvolta anche con escussioni di fidejussioni, soprattutto all’estero) quando non viene esclusa da gare per cui si era precedentemente qualificata. Per cui il rischio, una volta finalmente concluse le alchimie finanziarie e giuridiche, è che il nuovo gruppo soffra della sindrome per cui la somma uno+uno fa meno anziché più di due.

Per fortuna quello che resta del top dell’imprenditoria è meno “disastrato”. Aggiornando il quadro congiunturale del top dell’offerta, limitandosi alle imprese generali, il 2018 è stato favorevole, oltre che per le citate Pizzarotti e Rizzani de Eccher per Itinera, Cmb, Ghella, Icm (già Maltauro), … Sulla base dei bilanci già disponibili l’impresa del gruppo Gavio chiude il 2018 con ricavi in aumento del 58,1% (632,8 milioni), utili cresciuti del 40,9% (9 milioni) e la posizione finanziaria netta che pur diventata passiva per 11 milioni rimane ampiamente coperta dal patrimonio netto di 233 milioni (debt equity di 0,05). Il trend positivo è confermato anche dalla trimestrale 2019 che vede il fatturato quasi raddoppiato (210,3 milioni) e il portafoglio ordini di 4,8 miliardi sempre più rivolto all’estero (65% di lavori internazionali).

Cmb, che con la crisi di Cmc diventa la maggiore cooperativa italiana, “lima” la cifra d’affari dell’1,3% (474,9 milioni), ma aumenta gli utili del 56,6% (4,3 milioni) e riduce l’indebitamento del 13,1% (75,1 milioni). Quanto a Icm (già Maltauro) essa chiude invece il bilancio 2018 con un fatturato di 306 milioni (più 6,3%), un utile netto (invariato) di 7,1 milioni ma soprattutto riduce l’indebitamento finanziario netto del 31,9% a 63,5 milioni.

Venendo alle imprese specialistiche l’unica vera novità tra le maggiori in classifica è l’annuncio della quotazione in Borsa di Salcef, che andrebbe ad aggiungersi alla sparuta pattuglia di Salini Impregilo, Astaldi e Trevi. © RIPRODUZIONE RISERVATA

01/06/2019 – Diritto 24
Rödl & Partner con Deloitte Legal nella cessione di un portafoglio di impianti solari da AEGA ASA a Italia T1 Roncolo S.r.l

Milano, 31 maggio 2019 – Rödl & Partner e Deloitte Legal sono gli advisor dell’operazione di cessione di 8 impianti fotovoltaici, con una capacità produttiva complessiva di 8 MW, per un corrispettivo di 22,6 mln di euro da parte di AEGA ASA a Italia T1 Roncolo S.r.l, società controllata da Mareccio Energia.

AEGA ASA, società quotata di diritto norvegese, e Italia T1 Roncolo S.r.l., piatta-forma di aggregazione di impianti fotovoltaici in Italia, hanno raggiunto un accordo per la cessione da parte di AEGA ASA e AEGA YIELDCO AS di 7 SPV, detentrici di 8 impianti fotovoltaici a terra, con una capacità produttiva complessiva di 8 MW e localizzati nel centro/nord Italia. La conclusione del deal è prevista entro la fine del 2019.

Italia T1 Roncolo S.r.l. è stata assistita dal Team Energy di Rödl & Partner, coordi-nato dal partner Roberto Pera e composto Carlo Spampinato, Rosa Ciamillo e Gianluigi Delle Cave (aspetti legali/amministrativi), Bárbara Mateos Frühbeck e Silvia Batello (aspetti corporate), Emanuele Spagnoletti Zeuli, Claudio Finanze, Paolo Zani e Sonia Perone (aspetti Tax), Thomas Giuliani e Simone Faustini (aspetti Financial).

Il team Energy & Resources di Deloitte Legal, coordinato dal partner Antonella Alfonsi e composto da Emanuele Bottazzi, Ugo Attisani e Giorgio Cavazza, ha assistito AEGA ASA nella negoziazione del contratto e nella gestione degli aspetti regolamentari/amministrativi dell’operazione. Gli aspetti fiscali per conto di AEGA ASA sono stati seguito dallo Studio Torresi.