Rassegna stampa 29-30 maggio 2019

29/05/2019 – Il Sole 24 Ore
Troppa burocrazia sulla strada green delle imprese

BUSINESS ETICO
Appello al Governo per la crescita sostenibile in Assolombarda
Le imprese italiane chiamano, «perché sono le più sostenibili d’ Europa», spiega il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, «e il Governo deve rispondere, convocando un tavolo di lavoro per promuovere lo sviluppo sostenibile e per scrivere una Legge di Bilancio all’ insegna dei 17 Obiettivi Onu e del benessere dei cittadini, come la Nuova Zelanda», aggiunge il portavoce Asvis, Enrico Giovannini. «È necessario lavorare insieme alle istituzioni per costruire un modello italiano di sviluppo moderno e sostenibile», aggiunge Boccia. La convergenza con l’ associazione che rappresenta oltre 200 enti è stata suggellata in Assolombarda, nell’ evento milanese clou del Festival dello sviluppo sostenibile (oltre mille incontri in Italia fino al 6 giugno). Per dare continuità al Patto di Milano di due anni fa, le dieci associazioni firmatarie (Alleanza delle cooperative italiane, Confagricoltura, Confartigianato, Cia, Cna, Confcommercio, Confindustria, Febaf, Unioncamere e Utilitalia) hanno presentato un documento intitolato «Acceleriamo la transizione alla sostenibilità». Un appello per lavorare alla rimozione di ostacoli normativi, procedurali e culturali che limitano la svolta green chiesta anche dai cittadini. «Secondo un’ indagine Eumetra, il 72% degli italiani ritiene che le imprese debbano occuparsi seriamente di sostenibilità e il 48% che abbiano qualcosa da farsi perdonare», ha spiegato il presidente Asvis, Pierluigi Stefanini. «Bisogna passare dalla comunicazione al racconto della sostenibilità economica, sociale e ambientale praticata», ha detto Luigi Abete, presidente Febaf. «Le aziende devono far crescere la filiera, premiare fornitori sostenibili e innovare: Enel investirà in tre anni 27,5 miliardi in impianti rinnovabili», ha raccontato la presidente Patrizia Grieco. Ingenti investimenti anche per Cassa depositi e prestiti, nel Piano industriale 2021 da 110 miliardi di risorse proprie e 90 di investitori. «Per la prima volta, CdP ha deciso di orientare il suo approccio strategico e operativo ai principi dello sviluppo sostenibile», ha spiegato l’ Ad Fabrizio Palermo. «L’ Italia ha diversi primati; per accelerare bisogna partire da una fotografia realistica e lavorare sull’ attenzione alle persone e all’ ambiente: Pirelli contribuisce alla crescita delle comunità intorno alle fabbriche perché non può esserci sviluppo sostenibile se la società non cresce», ha detto l’ Ad Marco Tronchetti Provera. Focus sulla crescita, «senza la quale non può esserci vera sostenibilità» per l’ Ad di Unipol Gruppo Carlo Cimbri, sul cambio culturale «sempre più necessario» per il numero uno di Ancc-Coop Luca Bernareggi, «sulla sostenibilità come elemento chiave della competitività» per il vicepresidente di Assolombarda Antonio Calabrò, «sulla finanza responsabile sorretta da regole chiare e condivise e da un più robusto dialogo tra le banche» per il presidente di Unicredit Fabrizio Saccomanni, «sull’ inclusività e il riconoscimento dei meriti» per Maurizia Iachino (Fuori quota) e Barbara Falcomer (Valore D), «sull’ attenzione degli investitori per le aziende che hanno buone prassi ambientali, sociali e di governance», per Oscar di Montigny (Banca Mediolanum). Non a caso, gli asset della finanza responsabile hanno raggiunto i 31mila miliardi di dollari secondo Gsia. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Laura La Posta

29/05/2019 – Il Messaggero

Appalti, ok al commissario per il Mose ma in alto mare le grandi opere bloccate

INFRASTRUTTURE ROMA Sarà Giuseppe Conte a scrivere la lista delle grandi opere da velocizzare con i commissari. Per non esacerbare le tensioni in maggioranza, Cinquestelle e Lega hanno deciso di stralciare questa parte dallo Sblocca cantieri, che oggi dovrebbe arrivare in discussione nell’ aula del Senato senza emendamenti del governo. I tempi sono stretti – il decreto scade il 17 giugno – ma per trovare un accordo ci sono voluti due vertici: uno in mattinata a Palazzo Chigi e uno nel pomeriggio a Palazzo Madama. Il fronte gialloverde ha deciso che sarà la presidenza del Consiglio, sentito il ministero delle Infrastrutture, a indicare quali opere saranno commissariate. Tra queste, come chiedeva la Lega, non ci sarà la Tav Torino Lione. Perché, come ha spiegato il titolare del Mit, Danilo Toninelli, «non si può commissariare un’ opera transnazionale come le reti del Corridoio 5». Il Carroccio trasformerà un suo emendamento ad hoc in un ordine del giorno. Ma parallelamente incassa una rimodulazione delle norme per la nuova struttura di sorveglianza del Mose, impedendo al governo di inserire una nuova tassa di soggiorno per i turisti di passaggio a Venezia, che aveva scatenato le ire del governatore veneto Luca Zaia. «La maggioranza ha retto su questo provvedimento – ha segnalato il grillino e relatore del provvedimento, Agostino Santillo – perché a tutti interessa mandare un segnale velocizzando i lavori». Il viceministro dell’ Economia, Massimo Garavaglia, fa sapere che la lista delle opere da sbloccare «arriverà assieme all’ approvazione finale del decreto. E la Tav si sta già facendo». Quindi nell’ ultima decade di giugno. Circa i cantieri da velocizzare, Toninelli spiega che «entreranno tutte le opere Anas sovvenzionate con il fondo coesione e sviluppo. Altrimenti rischiamo di dover restituire i finanziamenti. Per quanto riguarda il Mose, avremo una doppia struttura commissariale: una che l’ accompagnerà fino al collaudo, un altra, un soggetto interistituzionale, che si occuperà della manutenzione. A finanziarle sarà il Mef». Sarà commissariata anche la Strada dei parchi, l’ autostrada abruzzese al centro di forti polemiche per i ritardi sulla manutenzione dopo il sisma. Al riguardo il titolare del Mit ha parlato «di una copertura di 100 o 150 milioni di euro per la messa in sicurezza del tunnel». Più in generale, alla fine del vertice, il ministro ci ha tenuto a sottolineare che «dopo le Europee non cambia nulla sui dossier gestiti al Mit». Ieri in commissione Lavoro sono stati approvati emendamenti per finanziare l’ installazione di videocamere negli asili e nelle residenze degli anziani, il congelamento dell’ Imu nelle zone colpite dal sisma in Lombardia e Veneto nel 2019 e procedure più veloci per installare casette mobili nelle aree terremotate del centro Italia. Questa mattina si proverà a intervenire in Commissione su altre materie: un tetto di 60 giorni alle sovraintendenze per dare il parere ai lavori nelle aree archeologiche, l’ ammodernamento delle strutture per i vigili del fuoco, risorse per l’ edilizia sanitaria e un fondo per pagare i subappaltatori. Francesco Pacifico © RIPRODUZIONE RISERVATA.

29/05/2019 – Il Messaggero
Autonomia, le clausole del Tesoro: niente tasse in più o spesa per lo Stato

LO SPACCA-ITALIA ROMA Centinaia di riunioni tecniche, decine di riunioni politiche, ma sull’ autonomia differenziata di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna di passi avanti ne sono stati fatti pochi. Ieri, ascoltata nella Commissione bicamerale, ha dovuto ammetterlo lo stesso ministro degli Affari regionali Erika Stefani. Sul piano istituzionale, ha spiegato, un accordo è stato trovato sulle competenze che riguardano la sicurezza del lavoro, il governo del territorio e il commercio con l’ estero. Parti marginali delle bozze. Qualche passo in avanti è stato fatto sulla salute. Ma niente più. Sull’ istruzione e sulle norme di finanziamento, su cui il 14 febbraio scorso il ministro Stefani aveva annunciato che l’ accordo era già raggiunto, la fumata è ancora nera. Anzi, il ministero dell’ Economia, dopo che Giovanni Tria in Parlamento aveva lanciato l’ allarme sull’ incostituzionalità di alcune richieste, ha messo delle zeppe nel testo delle intese dello spacca-Italia. La Ragioneria generale ha fatto inserire una clausola di «neutralità finanziaria» e di «stabilizzazione della pressione fiscale». Una risposta all’ ossimoro contenuto nelle intese, dove il riconoscimento del surplus fiscale legato all’ andamento economico del territorio è lasciato alla Regione. O quando si dice che in attesa che vengano determinati i fabbisogni standard, ossia i costi adeguati dei servizi, le Regioni possono optare per ricevere risorse pari al costo medio pro-capite nazionale. Tutto questo, secondo le due clausole previste dal Tesoro, non potrà avvenire a spese delle altre Regioni o con aumenti delle tasse. Già, ma allora come? La risposta a questa domanda, in realtà, ancora non c’ è. O quantomeno il ministro Stefani in audizione non lo ha spiegato. LA COMMISSIONE Ha detto invece che della determinazione delle risorse da trasferire si occuperà una Commissione paritetica Stato-Regioni, che dovrà determinare anche i fabbisogni standard. Il primo trasferimento di soldi, secondo l’ impostazione della Stefani, avverrà al costo storico, in base cioè a quanto le Regioni hanno speso per quelle funzioni nell’ ultimo anno o negli ultimi tre o cinque anni (anche questo nodo sarà sciolto dalla Commissione paritetica). Per quanto riguarda invece l’ altro punto delicato, l’ emendabilità o no da parte del Parlamento delle intese, la Stefani si è rimessa alle decisioni dei presidenti di Camera e Senato. Ma una sua proposta l’ ha fatta. Secondo il ministro il governo dovrebbe presentare alla Commissione bicamerale delle bozze, sulle quali deputati e senatori potrebbero proporre emendamenti sotto forma di pareri. Dunque non vincolanti per il governo che potrebbe recepirli oppure no. Come si fa, insomma, con i decreti delegati nell’ iter parlamentare delle leggi delega. Quello che invece potrebbe essere effettivamente emendato, sarebbe il disegno di legge di recepimento delle intese. Insomma, il Parlamento potrebbe mettere bocca solo sulla scatola delle autonomie e non sui contenuti. Le distanze con il Movimento Cinque Stelle sono ancora ampie. La Lega, anche se con toni felpati, è tornata all’ attacco. Oggi ad essere ascoltato in Commissione sarà il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giogetti. Qualche tempo fa aveva profetizzato che le autonomie potevano essere l’ inciampo in grado di far cadere il governo. Ieri Stefano Buffagni, potente sottosegretario grillino, ha detto che sulle intese ci sono «grossi problemi». Il duello , anche se dalla sciabola si è passati al fioretto, è già ricominciato. Andrea Bassi © RIPRODUZIONE RISERVATA.

29/05/2019 – Il Messaggero
Autonomia, le clausole del Tesoro: niente tasse in più o spesa per lo Stato

LO SPACCA-ITALIA ROMA Centinaia di riunioni tecniche, decine di riunioni politiche, ma sull’ autonomia differenziata di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna di passi avanti ne sono stati fatti pochi. Ieri, ascoltata nella Commissione bicamerale, ha dovuto ammetterlo lo stesso ministro degli Affari regionali Erika Stefani. Sul piano istituzionale, ha spiegato, un accordo è stato trovato sulle competenze che riguardano la sicurezza del lavoro, il governo del territorio e il commercio con l’ estero. Parti marginali delle bozze. Qualche passo in avanti è stato fatto sulla salute. Ma niente più. Sull’ istruzione e sulle norme di finanziamento, su cui il 14 febbraio scorso il ministro Stefani aveva annunciato che l’ accordo era già raggiunto, la fumata è ancora nera. Anzi, il ministero dell’ Economia, dopo che Giovanni Tria in Parlamento aveva lanciato l’ allarme sull’ incostituzionalità di alcune richieste, ha messo delle zeppe nel testo delle intese dello spacca-Italia. La Ragioneria generale ha fatto inserire una clausola di «neutralità finanziaria» e di «stabilizzazione della pressione fiscale». Una risposta all’ ossimoro contenuto nelle intese, dove il riconoscimento del surplus fiscale legato all’ andamento economico del territorio è lasciato alla Regione. O quando si dice che in attesa che vengano determinati i fabbisogni standard, ossia i costi adeguati dei servizi, le Regioni possono optare per ricevere risorse pari al costo medio pro-capite nazionale. Tutto questo, secondo le due clausole previste dal Tesoro, non potrà avvenire a spese delle altre Regioni o con aumenti delle tasse. Già, ma allora come? La risposta a questa domanda, in realtà, ancora non c’ è. O quantomeno il ministro Stefani in audizione non lo ha spiegato. LA COMMISSIONE Ha detto invece che della determinazione delle risorse da trasferire si occuperà una Commissione paritetica Stato-Regioni, che dovrà determinare anche i fabbisogni standard. Il primo trasferimento di soldi, secondo l’ impostazione della Stefani, avverrà al costo storico, in base cioè a quanto le Regioni hanno speso per quelle funzioni nell’ ultimo anno o negli ultimi tre o cinque anni (anche questo nodo sarà sciolto dalla Commissione paritetica). Per quanto riguarda invece l’ altro punto delicato, l’ emendabilità o no da parte del Parlamento delle intese, la Stefani si è rimessa alle decisioni dei presidenti di Camera e Senato. Ma una sua proposta l’ ha fatta. Secondo il ministro il governo dovrebbe presentare alla Commissione bicamerale delle bozze, sulle quali deputati e senatori potrebbero proporre emendamenti sotto forma di pareri. Dunque non vincolanti per il governo che potrebbe recepirli oppure no. Come si fa, insomma, con i decreti delegati nell’ iter parlamentare delle leggi delega. Quello che invece potrebbe essere effettivamente emendato, sarebbe il disegno di legge di recepimento delle intese. Insomma, il Parlamento potrebbe mettere bocca solo sulla scatola delle autonomie e non sui contenuti. Le distanze con il Movimento Cinque Stelle sono ancora ampie. La Lega, anche se con toni felpati, è tornata all’ attacco. Oggi ad essere ascoltato in Commissione sarà il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giogetti. Qualche tempo fa aveva profetizzato che le autonomie potevano essere l’ inciampo in grado di far cadere il governo. Ieri Stefano Buffagni, potente sottosegretario grillino, ha detto che sulle intese ci sono «grossi problemi». Il duello , anche se dalla sciabola si è passati al fioretto, è già ricominciato. Andrea Bassi © RIPRODUZIONE RISERVATA.

29/05/2019 – Il Sole 24 Ore
SUBAPPALTI, NO A TETTI VARIABILI PER LE PA

GLI EFFETTI DELLO SBLOCCA CANTIERI
Gli effetti del decreto sbloccacantieri, nome mutuato dal sito che come Ance abbiamo messo un anno fa al servizio della società civile per segnalare le opere incagliate sul nostro territorio, sono oggetto tutti i giorni di ampi dibattitti per capire se queste norme riusciranno veramente a sbloccare il Paese. Come Ance riteniamo che questo ambizioso obiettivo possa essere raggiunto solo facendo scelte coraggiose. A partire dal subappalto. Assistiamo da tempo a diverse prese di posizione sul tema, tutte rispettabilissime, ma che non lo affrontano per quello che effettivamente è: una metodologia di organizzazione dei vari fattori della produzione. Partire da un condizionamento ideologico o vedere il subappalto in un’ ottica puramente patologica/giudiziaria (come cioè una sorta di porta di ingresso del malaffare nel settore degli appalti pubblici) non consente né di combattere l’ illegalità né di far lavorare le nostre imprese al pari dei loro competitors europei. Per garantire un corretto svolgimento dei lavori è necessario che in cantiere entrino solo imprese qualificate e regolari. Nel caso del subappalto questo si traduce nel fatto che l’ impresa subappaltatrice può assumere lavori solo per importi e categorie per le quali è abilitata ad eseguire la singola lavorazione. Quanto alla regolarità, l’ impresa subappaltatrice potrà essere autorizzata ad entrare in cantiere solo se avrà documentato, e la stazione appaltante verificato, la validità dei propri adempimenti, in primis le verifiche antimafia che poggiano sul ruolo indispensabile e insostituibile delle prefetture, in materia di regolarità contributiva e lavorativa. Da anni sono previste e standardizzate tutte le procedure autorizzative, il che vuol dire che eventuali anomalie dipendono solo dai mancati controlli della mano pubblica. La soluzione, allora, come ha recentemente ribadito anche l’ Europa, non è imporre un modello organizzativo rigido dei fattori della produzione alle imprese, ma è fare bene i controlli. Come è possibile, allora, affidarsi esclusivamente a una cabala di numeri che sembrano tirati a caso sulla pelle delle imprese (30, 40, 50?), con le difficoltà che ne derivano nell’ organizzare il processo produttivo, per individuare quali appalti sono a rischio infiltrazione? Come se la criminalità organizzata si potesse annidare solo in quel 10 o 20% in più. La procedura di infrazione avviata dall’ Unione europea contro l’ Italia il 24 gennaio di quest’ anno, proprio per i limiti arbitrariamente imposti dal legislatore sui lavori in subappalto, la dice lunga. Né appare accettabile che l’ utilizzo del subappalto sia rimesso ad una scelta discrezionale di ogni singola stazione appaltante da effettuare gara per gara. Come Ance chiediamo, sul tema specifico, maggiori poteri in capo alle stazioni appaltanti ma che non si esauriscano in mere verifiche formali bensì possano garantire l’ effettività, la verificabilità e la efficacia dei controlli. Né siamo favorevoli alla possibilità che il subappalto sia completamente libero perché questo significherebbe una destrutturazione del settore. È altrettanto inaccettabile, poi, l’ individuazione di un numero esorbitante di categorie di lavorazioni reputate super-specialistiche. Un conto è limitare il ricorso al subappalto per alcune lavorazioni caratterizzate da connotati di specialità, altro è estenderne a dismisura il numero con riflessi negativi sulla concorrenza. Già da questa breve disamina si può facilmente comprendere che il subappalto più che soffrire di carenza di regolamentazione è invece affetto dal male italico di frammentazione normativa, peraltro in continuo mutamento, che rende impossibile la vita agli operatori e alle stazioni appaltanti che dovrebbero garantirne il corretto funzionamento. Un Paese adulto e maturo di questo dovrebbe discutere senza contrapposizioni e scontri ideologici che nulla hanno a che fare con i veri problemi da risolvere. Il nostro auspicio è che nel Governo e nel Parlamento prevalga il buon senso e che finalmente si torni a legiferare non contro qualcuno, ma nell’ interesse di tutti. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Gabriele Buia

30/05/2019 – Il Sole 24 Ore
Ritorna la società ministeriale «Infrastrutture Spa»

SBLOCCA-CANTIERI/2
Resta fuori la tassa sulle gare per finanziare il fondo salva Pmi
Cambia nome e vede ridursi il raggio d’ azione ma alla fine la società in house del ministero delle Infrastrutture sarà costituita davvero. Uscita dalla porta del decreto Crescita, Infrastrutture Spa (forse a causa dell’ evitabile omonimia con la società voluta nel 2002 dall’ ex ministro dell’ Economia Tremonti) rientra dalla finestra dello Sblocca-cantieri con il nome di Italia Infrastrutture Spa. Restano fermi gli altri punti che vedono la data di nascita al 1° settembre e un capitale di 10 milioni in mano al Mef. Rispetto all’ idea iniziale, con compiti che andavano dalla programmazione fino alla realizzazione diretta delle opere, la società dovrebbe avere un raggio d’ azione ristretto ai cantieri a rischio di perdere i fondi statali. «Se il soggetto cui vengono dati i fondi non li utilizza – ha spiegato il ministro Toninelli – si vedono cattedrali nel deserto. Questa struttura invece utilizzerà i fondi, sostituendosi al soggetto e chiudendo il cantiere». La nascita di Italia Infrastrutture è prevista in uno degli emendamenti al decreto Sblocca-cantieri nel pacchetto dei relatori (quasi una trentina di correzioni) concordato con il Governo in una riunione di maggioranza conclusa poco prima dell’ avvio della discussione in Aula. Come previsto è invece rimasta fuori la tassa sulle gare per finanziare il fondo salva Pmi, caldeggiato dai Cinque Stelle ma osteggiato dalla Lega. Confermata anche la trasformazione in ordine del giorno dell’ emendamento della Lega per commissariare la Tav. I commissari arriveranno invece per il Mose, per la messa in sicurezza delle acque del Gran Sasso (con possibilità di semplificare anche le certificazioni antimafia sulla base di un decreto del Viminale), per il porto di Pescara, per il piano di edilizia sanitaria, per il nodo ferroviario di Genova e il collegamento con il Terzo Valico. C’ è poi un nutrito elenco di nuove correzioni al codice appalti. Tra queste si prova a circoscrivere la possibilità di escludere le imprese per irregolarità fiscali non accertate: ok, ma solo se «gravi» e «contenute in atti amministrativi esecutivi». Spazio anche alla possibilità per le stazioni appaltanti di pagare direttamente i subappaltatori, anche in caso di cantieri bloccati dall’ entrata in crisi dell’ impresa principale. Quasi una norma ad hoc per fronteggiare le difficoltà in cui si trovano molti big delle costruzioni. In aiuto agli enti locali arriva invece un concorso, gestito dal Viminale, per assumere 171 segretari comunali. Quattro gli emendamenti del Governo, relativi soprattutto al capitolo sisma. La discussione al Senato ripartirà oggi, il decreto è atteso alla Camera per l’ 11 giugno e va convertito entro il 17. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Mauro Salerno

30/05/2019 – La Repubblica
Italia bloccata rinviate opere per 16 miliardi

IL DOSSIER
Stop a 202 cantieri Anas. Pesano la burocrazia e 1,8 miliardi finiti al reddito di cittadinanza
ROMA – L’ Italia è bloccata. Dal Nord al Sud alle Isole i cantieri non si aprono più. Tutto è fermo: per mancanza di risorse e per sistematici rinvii. E non si tratta solo dei casi simbolo, come la Tav, sui quali sono accesi i riflettori dell’ opinione pubblica. Secondo un rapporto redatto dall’ Anas e consegnato ieri alla Commissione Trasporti del Senato, ci sono 202 opere pubbliche che il precedente governo aveva programmato di appaltare entro 2019 e che ora sono state rinviate al 2020 o al 2021. Una colata di cloroformio sull’ economia italiana perché la somma degli importi delle 202 opere ferme arriva a 16,3 miliardi. Una boccata d’ ossigeno di cui la nostra economia dovrà fare a meno e una lunga serie di strade cui dovremo rinunciare. Particolarmente colpito il Sud, nonostante le promesse del governo. La Basilicata rischia l’ isolamento: perché il potenziamento della Statale 407 “Basentana” è fermo con i suoi 338,7 milioni di investimenti bloccati, e tutto è rinviato di un anno. Ed anche perché la Salerno-Potenza- Bari, per un importo di lavori da 300 milioni, è ferma. La gara era prevista per il 2020, ora slitta di due anni. Perché? Come recita laconicamente la motivazione del documento Anas per entrambe le opere lo stallo è dovuto ad «una previsione di incremento tempi per iter autorizzativo ». La mitica Salerno-Reggio Calabria, che oggi si chiama enfaticamente “Autostrada del Mediterraneo”, non decolla. Mancano i requisiti di “appaltabilità”, cioè mancano pezzi dell’ iter che permettono di bandire una gara. «Necessario incremento iter di progettazione», annota il rapporto, considerando i lotti che prevedono gli svincoli Cosenza, Rosarno e Gioia Tauro, c’ è in ballo più di 1 miliardo di investimenti. Paralizzato anche il rifacimento della 106 Jonica. L’ arteria dissestata e dove urgono interventi per 637 milioni, qualche tempo fa fu addirittura oggetto di un progetto artistico esposto alla Biennale di Venezia: la definirono la strada degli orrori, dove convivono ecomostri, finti castelli medievali per matrimoni vip, centrali a carbone e una riproduzione della statua della libertà a Siderno. Tutto rinviato al 2021. Il catalogo delle opere programmate per quest’ anno dal precedente governo e rinviate è sterminato. Salendo al Centro, slitta al 2022 l’ Autostrada dei Due Mari, Fano-Grosseto; stop anche alla Orte-Civitavecchia di forte rilevanza turistica. Bloccato il Nord operoso: dalla attesa variante delle Tremezzina nei pressi di Como, alla Variante di Zuel a Cortina, alla Tangenziale di Vicenza a quella di Reggio Emilia. Non ci si lasci ingannare dal fatto che si tratta di opere di medie dimensioni: sui territori queste infrastrutture sono attese con ansia per questioni di traffico, di viabilità, ambientali e turistiche. Oppure come le strade abruzzesi che dovrebbero sostenere la viabilità ora che il tunnel del Gran Sasso rischia di restare chiuso: la Statale 80, se tutto va bene, partirà solo nel 2020. Le motivazioni addotte sono burocratiche, ma in realtà c’ è dietro una questione di risorse. La lista delle opere rinviate è st ata chiesta da tempo dall’ ex viceministro dei Trasporti Riccardo Nencini. Motivo? Con la legge di Bilancio 2019 sono stati stornati dall’ Anas 1,8 miliardi per investimenti per destinarli al reddito di cittadinanza. Quali sono stati i riflessi? Dai dati si evince che il blocco degli investimenti di 1,8 miliardi c’ è stato ma che i rinvii complessivamente salgono a 16,3 miliardi. «Si erano impegnati a sbloccare i cantieri invece bloccano anche i lavori già programmati da noi», ha commentato Nencini. DI ROBERTO PETRINI

30/05/2019 – Corriere della Sera
Più difficile l’ esclusione dagli appalti

Si allenta la stretta sulle irregolarità fiscali e contributive che possono portare all’ esclusione di un’ impresa da una gara d’ appalto anche se «non definitivamente accertate». Lo prevede uno degli emendamenti dei relatori al decreto Sblocca cantieri, arrivato ieri in aula al Senato. Rispetto alla versione originaria, la possibilità di estrarre il cartellino rosso per irregolarità non accertate in via definitiva sarà possibile solo per violazioni «gravi» e «contenute in atti amministrativi esecutivi».

29/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sblocca-cantieri oggi in Aula al Senato: non passano commissario Tav e tassa salva-Pmi

Mauro Salerno

Esce di scena in commissione il contributo sulle gare per i cantieri in crisi. L’emendamento della Lega sulla Torino Lione trasformato in un ordine del giorno

Niente da fare per la micro tassa sulle gare che avrebbe dovuto gettare un salvagente alle Pmi rimaste incagliate nei cantieri in crisi. L’idea, partorita in casa Cinque Stelle e mai piaciuta alla Lega, non è tra gli emendamenti approvati dalle commissioni Lavori pubblici e Ambiente del Senato che ieri hanno concluso l’esame del decreto Sblocca-cantieri, rimettendo all’Aula (seduta oggi alle 15) una lunga serie di questioni spinose da risolvere.

Nel rapporto M5s-Lega, dove niente rischia di essere uguale a prima del voto europeo del 26 maggio, è però stata sminata forse la partita più scottante: quella sulla Tav al centro dell’emendamento Pergreffi (Lega) che inseriva la Torino-Lione in un elenco di piccole e grandi opere da commissariare subito. L’emendamento ritirato in commissione, per evitare di offrire il fianco alle polemiche prima del voto, rischiava di riesplodere in Aula, tra i Cinque Stelle che annunciavano di non poter votare il «commissariamento di una società di diritto francese» (Stefano Patuanelli, capogruppo M5S al Senato) . E le resistenze della Lega, che ancora nel pomeriggio sostenevano di voler mantenere il punto.

A comporre la questione ci ha pensato un lunghissimo vertice di maggioranza andato avanti fino alla serata, alla presenza del ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, dove si è deciso di trasformare l’emendamento in un ordine del giorno. L’esito del voto europeo «non cambia assolutamente nulla» ha detto il ministro uscendo dalla riunione. «i miei dossier – ha aggiunto rispondendo a una domanda sulla Tav – vengono gestiti oggi come venivano gestiti prima delle elezioni». A spiegare i termini del compromesso trovato in extremis ci ha pensato il viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi. «L’ordine del giorno – ha detto – impegnerà il governo a commissariare le grandi opere escludendo le tratte transfrontaliere che non possono essere commissariate perché Telt è una società di diritto francese». Il documento dovrebbe poi essere recepito in un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri.

Bocche cucite, invece, sull’ipotesi di sottoporre gli appalti al vaglio preventivo della Corte dei Conti, in modo da superare la sindrome da «blocco della firma» che frena l’iniziativa dei funzionari pubblici di fronte al rischio di essere chiamati a rispondere di danno erariale. A frenare in questo caso sarebbe la Lega. Dovrebbero invece far parte del pacchetto di emendamenti annunciato dal Governo i commissari per mettere in sicurezza il regime idraulico del Gran Sasso (lavori in corso per trovare le coperture) e quello per il Mose di Venezia, che potrebbe prendere essere presentato come emendamento dei relatori, prevedendo il coinvolgimento degli enti locali e spese a carico dello Stato, come aveva richiesto il governatore Luca Zaia.

Ha invece superato senza problemi il vaglio della commissione l’emendamento bipartisan per finanziare (con 160 milioni in sei anni) l’installazione di telecamere di sorveglianza negli asili e nelle residenze anziani per contrastare gli episodi di violenza contro bambini e persone in difficoltà. Ok anche a nuove procedure per finanziare, con i 400 milioni stanziati dalla legge di Bilancio 2018, le opere comunali di messa in sicurezza del territorio e lo stop al pagamento dell’Imu per tutto il 2019 a favore dei fabbricati dei comuni di Lombardia e Veneto colpiti dal sisma del 2012.

Contro lo sblocca-cantieri («che non dà né sviluppo né legalità») ieri anche una manifestazione dei sindacati con presidio in piazza Montecitorio. © RIPRODUZIONE RISERVATA

29/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sblocca-cantieri/2. Intanto Tav va avanti: dalle imprese le candidature ai tre appalti da 2,3 miliardi

Filomena Greco

Salvini: possibile rivedere il progetto, ma il voto in Piemonte è stato chiaro. Toninelli: il voto non cambia nulla. Gare a settembre, ma dopo un ok politico

La questione della Tav si riapre. E non soltanto dal punto di vista politico. Sono scaduti ieri i termini per presentare le manifestazioni d’interesse per i tre lotti da 2,3 miliardi che saranno messi in gara nei prossimi mesi. Il passaggio degli “Avis de marches” prima delle gare è stato necessario per due motivi: prendere tempo e uscire dall’impasse politica dovuta alla contrarietà all’opera da parte dei Cinque Stelle, lasciando allo stesso tempo aperta la procedura di gara.

La macchina, nel frattempo, si è messa in moto, nonostante il tema della Torino-Lione sia rimasto sotto traccia negli ultimi due mesi. Ci vorranno un paio di giorni per sapere quante e quali aziende o raggruppamento si sono candidate per il lavori del tunnel di base, poi Telt, la società italofrancese partecipata dai due Governi farà un’istruttoria per selezionare i candidati. Ma prima di passare alla fase due, l’assegnazione dei capitolati e l’avvio delle gare vere e proprie, a settembre, sarà necessario un nuovo passaggio politico tra giugno e luglio.

La Tav torna dunque centrale nell’agenda politica, alla luce del risultato della Lega che ribalta i rapporti di forza all’interno del Governo. «Le forze a favore del Tav hanno preso l’80%-85%. Se fosse stato un referendum l’esito mi pare chiaro» ha detto ieri il vicepremier Matteo Salvini tornando a commentare il voto di domenica. Quanto al futuro dell’opera Salvini ha precisato come il «progetto possa essere rivisto, rimodulato nel nome del risparmio e dell’impatto ambientale. E sono sicuro che dall’Ue si possano avere altri fondi». Parole che sembrano un’apertura al partner di Governo che però risponde attraverso il ministro alle Infrastrutture Danilo Toninelli: «Non cambia assolutamente nulla. I miei dossier – dice il ministro rispondendo alla domanda sull’effetto del voto – vengono gestiti oggi come venivano gestiti prima delle elezioni». Tutto questo mentre ieri in una nota il Movimento No Tav parla di «nodi che vengono al pettine» e torna in trincea: «A giudicare dalla dichiarazioni post voto, il Tav si annuncia già da ora come il principale terreno di scontro e di resistenza, anche contro l’avanzata di Salvini».

Mario Virano, direttore di Telt, indica i passaggi chiave dei prossimi mesi: «L’accordo tra Italia e Francia sui bandi aperti va trovato in un tempo congruo, entro l’estate, anche perché entro fine settembre i due governi dovranno trasmettere a Inea, l’Agenzia che monitora l’attuazione del Grant Agreement e l’assegnazione di 813 milioni per la prima fase dei lavori, un aggiornamento che recepisca le modifiche e i vari passaggi nella procedura». Italia e Francia si giocano per il prossimo settennato 3,5 miliardi di risorse dell’Ue, un contributo per l’opera che salirebbe dal 40 al 50%. Servirà certo un voto della nuova commissione, ma stanziamenti e lavori preparatori sono già conclusi e il dossier è in fase avanzata. All’appuntamento di settembre dunque il Governo dovrà presentarsi con una scelta chiara, per aprire la fase vera e propria delle gare e dell’assegnazione dei lavori e per procedere nella trattativa con l’Unione europea.

Quello pubblicato sulla Gazzetta ufficiale europea il 15 marzo scorso è un unico bando di gara, che riguarda 3 lotti, per un totale di 2,3 miliardi di lavori e scavi per 51 chilometri sui 57 totali, tutti in territorio francese. «Si tratta – fanno sapere dalla società italofrancese partecipata dai due stati – di una delle più grandi gare in corso in Europa, che ha suscitato grande interesse, soprattutto in Italia e in Francia». Una novantina le aziende che hanno partecipato agli incontri organizzati dalle associazioni di categoria a Roma, Parigi e Napoli. Tra il 2019 e 2020 il ruolino di marcia di Telt conta almeno 13 gare in programma (al lordo dei tre lotti considerato finora) sia sul lato francese che italiano. Qui si dovrà andare avanti con i lavori per realizzare lo svincolo autostradale di Chiomonte e l’autoporto di San Didero, in capo a Sitaf.

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29/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sblocca-cantieri/3. Intervento. No ai subappalti decisi gara per gara dalle Pa

Gabriele Buia (*)

La soluzione a i rischi non è imporre un modello organizzativo rigido dei fattori della produzione alle imprese, ma fare bene i controlli

Gli effetti del decreto sbloccacantieri, nome mutuato dal sito che come Ance abbiamo messo un anno fa al servizio della società civile per segnalare le opere incagliate sul nostro territorio, sono oggetto tutti i giorni di ampi dibattitti per capire se queste norme riusciranno veramente a sbloccare il Paese. Come Ance riteniamo che questo ambizioso obiettivo possa essere raggiunto solo facendo scelte coraggiose. A partire dal subappalto. Assistiamo da tempo a diverse prese di posizione sul tema, tutte rispettabilissime, ma che non lo affrontano per quello che effettivamente è: una metodologia di organizzazione dei vari fattori della produzione.

Partire da un condizionamento ideologico o vedere il subappalto in un’ottica puramente patologica/giudiziaria (come cioè una sorta di porta di ingresso del malaffare nel settore degli appalti pubblici) non consente né di combattere l’illegalità né di far lavorare le nostre imprese al pari dei loro competitors europei. Per garantire un corretto svolgimento dei lavori è necessario che in cantiere entrino solo imprese qualificate e regolari. Nel caso del subappalto questo si traduce nel fatto che l’impresa subappaltatrice può assumere lavori solo per importi e categorie per le quali è abilitata ad eseguire la singola lavorazione. Quanto alla regolarità, l’impresa subappaltatrice potrà essere autorizzata ad entrare in cantiere solo se avrà documentato, e la stazione appaltante verificato, la validità dei propri adempimenti, in primis le verifiche antimafia che poggiano sul ruolo indispensabile e insostituibile delle prefetture, in materia di regolarità contributiva e lavorativa.

Da anni sono previste e standardizzate tutte le procedure autorizzative, il che vuol dire che eventuali anomalie dipendono solo dai mancati controlli della mano pubblica. La soluzione, allora, come ha recentemente ribadito anche l’Europa, non è imporre un modello organizzativo rigido dei fattori della produzione alle imprese, ma è fare bene i controlli.

Come è possibile, allora, affidarsi esclusivamente a una cabala di numeri che sembrano tirati a caso sulla pelle delle imprese (30, 40, 50?), con le difficoltà che ne derivano nell’organizzare il processo produttivo, per individuare quali appalti sono a rischio infiltrazione? Come se la criminalità organizzata si potesse annidare solo in quel 10 o 20% in più.

La procedura di infrazione avviata dall’Unione europea contro l’Italia il 24 gennaio di quest’anno, proprio per i limiti arbitrariamente imposti dal legislatore sui lavori in subappalto, la dice lunga. Né appare accettabile che l’utilizzo del subappalto sia rimesso ad una scelta discrezionale di ogni singola stazione appaltante da effettuare gara per gara.

Come Ance chiediamo, sul tema specifico, maggiori poteri in capo alle stazioni appaltanti ma che non si esauriscano in mere verifiche formali bensì possano garantire l’effettività, la verificabilità e la efficacia dei controlli. Né siamo favorevoli alla possibilità che il subappalto sia completamente libero perché questo significherebbe una destrutturazione del settore.

È altrettanto inaccettabile, poi, l’individuazione di un numero esorbitante di categorie di lavorazioni reputate super-specialistiche. Un conto è limitare il ricorso al subappalto per alcune lavorazioni caratterizzate da connotati di specialità, altro è estenderne a dismisura il numero con riflessi negativi sulla concorrenza.

Già da questa breve disamina si può facilmente comprendere che il subappalto più che soffrire di carenza di regolamentazione è invece affetto dal male italico di frammentazione normativa, peraltro in continuo mutamento, che rende impossibile la vita agli operatori e alle stazioni appaltanti che dovrebbero garantirne il corretto funzionamento.

Un Paese adulto e maturo di questo dovrebbe discutere senza contrapposizioni e scontri ideologici che nulla hanno a che fare con i veri problemi da risolvere. Il nostro auspicio è che nel Governo e nel Parlamento prevalga il buon senso e che finalmente si torni a legiferare non contro qualcuno, ma nell’interesse di tutti.

(*) Presidente Ance © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

30/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sblocca-cantieri/2. Spunta la norma per blindare la revoca delle concessioni autostradali

Gianni Trovati

Tramontata l’ipotesi di passare attraverso la Corte dei conti, la nuova strada punta a un parere, sempre preventivo, da parte dell’Avvocato generale dello Stato

Nel complicato lavorio intorno allo sblocca-cantieri spunta una nuova idea per blindare la revoca delle concessioni autostradali. Tramontata l’ipotesi di passare attraverso il controllo preventivo della Corte dei conti, la nuova strada punta a un parere, sempre preventivo, da parte dell’Avvocato generale dello Stato. Con quel parere, si legge nel testo dell’emendamento, sarebbero «in ogni caso escluse» la colpa grave «e ogni conseguente responsabilità» che potrebbero nascere «da decreti che determinano la cessazione anticipata, per qualsiasi ragione, di rapporti di concessione autostradale».

Il testo è nato nelle stanze di Palazzo Chigi ma a quanto risulta incontrerebbe un secco «no» da parte di Giancarlo Giorgetti, che alla presidenza del consiglio occupa il ruolo chiave di sottosegretario. Segno che il dualismo Lega-M5s continua a regnare anche nel palazzo del governo, teatro ieri mattina dei vertici paralleli del premier Conte con i suoi due vice Salvini e Di Maio. Al punto che l’emendamento, nato come governativo, è poi stato derubricato a parlamentare, anche se a firma dei due relatori Agostino Santillo (M5s) e Antonella Faggi (Lega). E ha acceso l’ennesima battaglia fra i due litigiosi partner di governo, insieme alla reazione immediata della Corte dei conti.

«La norma solleva fondati dubbi di costituzionalità», scrive in una nota l’associazione dei magistrati contabili, «genera una preoccupante alterazione degli attuali equilibri ordinamentali» e finirebbe per generare un caos. A quanto risulta al Sole 24 Ore lo sa bene lo stesso Avvocato generale, sorpreso da una mossa che finirebbe per inghiottirlo nel rischio concreto di un conflitto con la Corte dei conti. Un pasticcio, con dentro un messaggio non proprio favorevole agli investitori sulla certezza delle regole in Italia.

La genesi politica della questione è evidente. I M5S, con il ministro delle Infrastrutture Toninelli in testa, hanno minacciato a più riprese la revoca delle concessioni autostradali. Ne hanno fatto una bandiera all’epoca della tragedia del Ponte Morandi. E la stessa minaccia è stata agitata davanti a Strada dei Parchi, la concessionaria della Roma-L’Aquila guidata dal gruppo Toto, per lo stato di manutenzione dei viadotti prima e nelle settimane del rischio chiusura del traforo del Gran Sasso poi.

Alle parole non sono mai seguiti i fatti. Non solo per le voci di un coinvolgimento di Atlantia, proprietaria di Autostrade per l’Italia, nel salvataggio di Alitalia, altra operazione sospesa in attesa di una soluzione che non arriva. Ma anche per la complessità tecnica della questione: per chiudere in anticipo concessioni che muovono miliardi ci vogliono argomenti solidi, le battaglie di carta bollata sono una certezza più che un rischio e nessun dirigente ministeriale sarebbe disposto a rischiare una maxi-contestazione di danno erariale. Che si paga personalmente.

Di qui l’idea di un ombrello preventivo, sempre contrastata dalla Lega. Ma oltre che politico il problema è pratico. Perché una norma del genere rischia di raddoppiare gli ostacoli che vorrebbe rimuovere. Portando sul banco degli imputati in Corte dei conti anche l’Avvocato dello Stato oltre al dirigente ministeriale chiamato a firmare lo stop alla concessione. Lo spiega la stessa magistratura contabile, in un linguaggio sorvegliato, ma chiaro. «La rilevanza dell’eventuale parere rispetto alla specifica fattispecie di danno dovrebbe comunque formare oggetto di valutazione da parte della Procura contabile prima e poi, eventualmente, del collegio giudicante della Corte dei conti». Perché non si può negare preventivamente per legge l’esame della Corte su atti a rischio di danno erariale. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

30/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Ponte di Genova, fissata al 9 ottobre l’udienza del Tar sul ricorso di Aspi

M.Fr.

Rinvio è stato decisio nell’udienza del 22 maggio scorso: tra i documenti di Autostrade mancava la procura notarile del legale di parte

Il contenzioso (in primo grado) tra Autostrade per l’Italia e il governo sul Ponte di Genova è rimandato a ottobre. Nell’udienza del 22 maggio scorso, i giudici della prima sezione del Tar Genova hanno preso atto di un un vizio formale nella documentazione presetata da Autostrade per l’Italia e hanno fissato la nuova udienza al 9 ottobre prossimo. Si legge nell’ordinanza del Tar Liguria pubblicata il 27 maggio scorso. L’irregolarità formale consiste nella mancanza della procura conferita da Aspi al proprio legale, nonostante il documento fosse elencato negli atti. I giudici hanno pertanto fissato al 20 giugno il termine entro il quale Autostrade dovrà depositare la procura notarile. Autostrade per l’Italia ha impugnato di fronte al Tar Liguria il Dpcm del 4 ottobre 2018 e nove decreti firmati dal commissario straordinario Marco Bucci pubblicati a valle del Dpcm del governo.
L’ORDINANZA DEL TAR LIGURIA

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30/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sblocca-cantieri: si allenta la stretta sulle irregolarità fiscali, torna Infrastrutture Spa

Mauro Salerno

Tra gli emendamenti presentati dai relatori anche l’in house del Mit e i commissari per Gran Sasso, Mose, edilizia sanitaria, nodo di Genova, porto di Pescara

Cambia nome e vede ridursi il raggio d’azione ma alla fine la società in house del ministero delle Infrastrutture sarà costituita davvero. Uscita dalla porta del decreto Crescita, Infrastrutture Spa (forse a causa dell’evitabile omonimia con la società voluta nel 2002 dall’ex ministro dell’Economia Tremonti) rientra dalla finestra dello Sblocca-cantieri con il nome di Italia Infrastrutture Spa. Restano fermi gli altri punti che vedono la data di nascita al primo settembre e un capitale di 10 milioni in mano al Mef. Rispetto all’idea iniziale, con compiti che andavano dalla programmazione fino alla realizzazione diretta delle opere, la società dovrebbe avere un raggio d’azione ristretto ai cantieri a rischio di perdere i fondi statali. «Se il soggetto cui vengono dati i fondi non li utilizza – ha spiegato il ministro Toninelli – si vedono cattedrali nel deserto. Questa struttura – aggiunge Toninelli – invece utilizzerà i fondi, sostituendosi al soggetto e chiudendo il cantiere».

La nascita di Italia Infrastrutture è prevista in uno degli emendamenti al decreto Sblocca-cantieri inclusi nel pacchetto dei relatori (quasi una trentina di correzioni) concordato conil Governo in una riunione di maggioranza conclusa poco prima dell’avvio della discussione in Aula. Come previsto è invece rimasta fuori la tassa sulle gare per finanziare il fondo salva Pmi, caldeggiato dai Cinque Stelle ma osteggiato dalla Lega. Confermata anche la trasformazione in ordine del giorno dell’emendamento della Lega per commissariare la Tav.

I commissari arriveranno invece per il Mose, per la messa in sicurezza delle acque del Gran Sasso (con possibilità di semplificare anche le certificazioni antimafia sulla base di un decreto del Viminale) , per il porto di Pescara, per il piano di edilizia sanitaria, per il nodo ferroviario di Genova e il collegamento con il Terzo Valico.

C’è poi un nutrito elenco di nuove correzioni al codice appalti. Tra queste si prova a circoscrivere la possibilità di escludere le imprese per irregolarità fiscali non accertate: ok, ma solo se «gravi» e «contenute in atti amministrativi esecutivi». Spazio anche alla possibilità per le stazioni appaltanti di pagare direttamente i subappaltatori, anche in caso di cantieri bloccati dall’entrata in crisi dell’impresa principale. Quasi una norma ad hoc per fronteggiare le difficoltà in cui si trovano molti big delle costruzioni. In aiuto agli enti locali arriva invece un concorso, gestito dal Viminale, per assumetre 171 segretari comunali.

Quattro gli emendamenti del Governo, relativi soprattutto al capitolo sisma.

La discussione al Senato ripartirà oggi, il decreto è atteso alla Camera per l11 giugno e va convertito entro il 17. © RIPRODUZIONE RISERVATA