Rassegna stampa 27-28 maggio 2019

27/05/2019 – quotidiano energia

Gare gas: parte Torino 1, bando da 953 mln €

A circa un mese dall’aggiudicazione ufficiale di Torino 2 parte il bando più atteso per la distribuzione gas in Piemonte e uno dei maggiori in Italia: Torino 1.

Si tratta di un Atem da circa 560 mila Pdr (dati 2016) con una rete di 1.978 km e volumi per oltre 758 mln mc (dati 2012). Oltre al capoluogo piemontese, figurano i Comuni di Grugliasco, Moncalieri, Nichelino, Rivalta di Torino e Rivoli. La procedura è aperta ma anche in questo caso dovrebbe essere appannaggio di Italgas, che figura come unico operatore presente.

Il valore della gara è di 953,595 milioni € più Iva. Il termine per le offerte è il 12 settembre.

Dalla documentazione si evince come l’analisi costi-benefici evidenzi per i 12 anni di concessione investimenti complessivi per 209,845 mln €, costi di gestione per 216,665 mln e ricavi per 658,421 mln. Di conseguenza, l’introito è stimato in 231,910 mln €.

28/05/2019 – Italia Oggi
Acea e Sei Toscana, parte centro economia circolare

Acea e Sei Toscana hanno presentato il contratto di rete per la costituzione del primo centro di ricerca e sviluppo industriale italiano per l’ economia circolare. L’ obiettivo è promuovere iniziative e progetti comuni in materia di energia e ambiente, sicurezza alimentare, trattamento innovativo dei rifiuti, per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici e promuovere un approccio basato su uno sviluppo sostenibile. È stato inoltre illustrato il progetto di ricerca sull’ economia circolare, denominato Beyond the landfill 4.0 e promosso da Sei Toscana, Acea ambiente e Rea, per un investimento complessivo di 19 milioni di euro suddiviso nei tre progetti specifici di ciascuna società. «Con l’ adesione al contratto di rete», ha commentato Giovanni Vivarelli, direttore dell’ area industriale ambiente del gruppo Acea, «si intende perseguire l’ obiettivo strategico di sviluppare attività comuni di ricerca e innovazione rivolte a migliorare le performance tecniche ed economiche delle attività e dei servizi svolti dalle aziende, rafforzare la capacità innovativa e produttiva». © Riproduzione riservata.

27/05/2019 – Il Sole 24 Ore
Obbligo di addio alla carica: basterà il rinvio a giudizio

PARTECIPATE
La bozza di decreto va oltre il Dlgs 175/2016 ed è a forte rischio incostituzionalità
Il regolamento sui requisiti di onorabilità, professionalità e autonomia degli organi delle società a controllo pubblico preparato dal ministero dell’ Economia rappresenta la seconda gamba di un modello che abbina a compensi equi i necessari requisiti professionali ed etici che un membro di consiglio di amministratore o di collegio sindacale deve avere, contribuendo ad assicurare la conseguente qualità della azione amministrativa. Il decreto però, prendendo le mosse dalle disposizioni anticorruzione e francamente dimentico dello stato di diritto, riesce a essere sotto certi aspetti perfino più giacobino del «decreto Severino» (Dlgs 39/2013). Per prima cosa distingue i soggetti in carica da quelli da nominare, adottando per i secondi criteri di selezione più rigorosi. Nel primo caso vengono considerati privi dei requisiti di onorabilità, e quindi decadono, tutti coloro che sono stati condannati, anche con sentenza non definitiva, per il mancato rispetto di norme che disciplinano l’ attività bancaria e finanziaria, per reati fallimentari, contro la pubblica amministrazione, contro il patrimonio e pure di natura tributaria. Ancora, decadono tutti i condannati con sentenza definitiva ad oltre due anni di reclusione e anche chi è stato condannato per danno erariale doloso. Per essere ineleggibili, invece, basta che sia disposto il decreto che dispone il giudizio per i reati appena citati, e si resta in un regime di inconferibilità fin quando non ci sia una sentenza di proscioglimento, anche non definitiva. Ma è opportuno ricordare che possono rendersi necessari anni, a un innocente, per dimostrarsi tale. Ancora, il decreto prende in esame quelli che definisce «requisiti di autonomia», anche qui in maniera estremamente punitiva per i potenziali amministratori e sindaci. Viene vietato in assoluto, ad esempio, a un componente di giunta o consiglio regionale, provinciale e di enti locali con oltre 15mila abitanti di essere nominati componenti di organi amministrativi e di controllo. E questo non avviene, come nel caso del decreto anticorruzione (Dlgs 39/2013), solo nell’ ambito del territorio regionale e limitatamente agli amministratori con deleghe di gestione diretta, ma per tutti i membri. Oltretutto si interviene in una materia già ampiamente regolata, e in maniera molto difforme, dalla disciplina esistente, che andava semmai attenuata e certo non resa più rigida. Ancora, si vieta a chi sia stato membro del collegio sindacale di divenire amministratore della stessa società o di una società del gruppo nel corso del mandato successivo, così come non potrà essere nominato sindaco l’ ex consigliere di amministrazione. A fronte di tanta severità la richiesta di requisiti di professionalità è invece assai più contenuta. Ci si limita a richiedere un’ esperienza complessiva di almeno un triennio, in materie amministrative, legali o di settore. Per l’ amministratore delegato e per i presidenti degli organi servono invece cinque anni. In sostanza non viene richiesto un curriculum particolarmente pesante per chi si troverà a dirigere un’ azienda, anche se di dimensioni elevate e con migliaia di dipendenti. Non sembra, insomma, che la professionalità sia in cima ai pensieri dei redattori del decreto. Infatti, ad amministrare una società potrà andare quasi chiunque: il merito consiste nel non averne esperienza, e nel non essere mai incappati in un’ indagine penale. In sostanza la bozza di decreto va ben oltre al compito affidatogli dall’ articolo 11, comma 1 del Dlgs 175/2016, ha forti rischi di incostituzionalità ed è figlia di un giustizialismo estremo, che introduce un’ idea di presunzione di colpevolezza francamente deprecabile. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Stefano Pozzoli

27/05/2019 – Il Sole 24 Ore
Società, il decreto compensi punisce i collegi sindacali

LIMITI ALLE BUSTE PAGA
Massimo 20mila euro annui per i controlli nelle aziende più grandi (30 il presidente) Tetti anche ai dirigenti: quota variabile del 30% solo con Mol positivo
Come anticipato su queste pagine (Il Sole 24 Ore del 22 maggio 2019) i decreti attuativi su compensi e requisiti degli amministratori delle società pubbliche sono pronti per i passaggi in conferenza Unificata e alle commissioni parlamentari per il parere. Il primo auspicio, ovviamente, è che le bozze di decreti ora divulgate non rimangano tali, perché affrontano due temi importanti per il mondo delle società pubbliche, ovvero la qualificazione degli organi ed i loro compensi, da troppo tempo ignorati nonostante la previsione del Testo unico delle società partecipate introdotto dalla riforma Madia . Sui compensi non si può tacere però un problema evidente. Perché se i valori dei tetti massimi resteranno quelli scritti nell’ ultima versione del provvedimento, e riprodotti nei grafici a fianco, a essere penalizzati saranno soprattutto i membri dell’ organo di controllo. Cioè proprio quelli che in teoria il nuovo Testo unico aveva voluto valorizzare e che si troveranno ad essere assai più convolti e presenti in molte situazioni aziendali, in ragione delle previsioni del nuovo Codice sulle crisi di impresa. Il membro di un collegio infatti vedrà riconoscersi al massimo 20 mila euro nelle società più grandi, per scendere a 8 mila in quelle più piccole. Al presidente dell’ organo spetta invece il 50% in più, come da prassi. Un taglio, comunque, che in tanti casi risulterà pesante e francamente poco motivato. Decisamente bassi anche i compensi per il presidente del consiglio di amministrazione e per tutti gli altri amministratori, ad eccezione degli amministratori unici e di quelli delegati. Si tratta di compensi estremamente contenuti, fermo il fatto che molte responsabilità e tutte le principali decisioni pesano comunque dall’ organo collegiale. Se gli altri piangono, al contrario gli amministratori unici e delegati si vedranno in molti casi aumentare i compensi: si andrà dai 240mila euro (tetto massimo per tutti i compensi nella pubblica amministrazione) delle società maggiori fino al tetto dei 120 mila delle società che non riescano a superare i requisiti minimi, ovvero fino a 30 milioni di euro di valore della produzione, meno di 50 milioni di attivo e meno di 100 dipendenti. Nella soglia più bassa si trova comunque, la stragrande maggioranza delle società. Il decreto presenta non poche novità per le società a controllo pubblico, che si applicheranno ovviamente ai contratti firmati e alle nomine successive all’ entrata in vigore del provvedimento. Anzitutto, le norme riguardano non solo gli amministratori, ma anche i dirigenti e, come detto, il collegio sindacale. Per i dirigenti i compensi sono allineati a quelli degli amministratori e lo stesso vale per il loro “regime”, che consiste nell’ ancoraggio di una parte importante del compenso, il 30%, ai risultati. Questa quota potrà essere erogata solo nel caso di aziende con un margine operativo lordo positivo. Questa ultima condizione, in verità, è assai semplice da raggiungere. Il tetto dei compensi, ancora, è comprensivo della parte variabile ed al lordo dei contributi previdenziali e degli oneri fiscali a carico del beneficiario. Al di là degli importi, però, dal decreto emerge una distinzione netta di trattamento tra amministratore delegato e presidente della società. Un principio corretto, a condizione che sia preso come riferimento per tutta la normativa relativa agli amministratori, e quindi esteso anche alle inconferibilità, dal momento che la giurisprudenza tende ormai ad assimilare le due figure, spesso attribuendo in modo eccentrico la natura di delega di gestione diretta a competenze in qualche misura naturali per il rappresentante legale, e facendo diventare la figura di presidente senza deleghe una eccezione. Se i compensi devono essere minori e diversi, in sostanza, è bene che le interdizioni rispetto al ruolo siano di conseguenza ben circoscritte e certe. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

26/05/2019 – Italia Oggi

L’Adunanza plenaria risolve un contrasto giurisprudenziale
Appalti con manodopera con analisi qualità/prezzo

di Andrea Mascolini

Gli appalti di servizi ad alta intensità di manodopera devono sempre essere affidati utilizzando il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, anche se si tratta di appalti che abbiano caratteristiche standard. A questa conclusione, recepita quasi «in diretta» nel decreto-legge sblocca cantieri, è giunto il Consiglio di stato con la pronuncia in Adunanza plenaria del 21 maggio 2019, n. 8 che ha risolto una querelle giurisprudenziale sull’interpretazione degli articoli 50, comma 1, e 95, comma 3, lett. a), del codice appalti (dlgs 50/2016) . Si trattava di comprendere quale criterio di aggiudicazione si dovesse adottare in caso di appalto che avesse contemporaneamente caratteristiche di alta intensità di manodopera (ovvero il cui costo per tale voce dell’offerta sia «pari almeno al 50% dell’importo totale del contratto») e standardizzate. Il contrasto di giurisprudenza (applicazione del criterio qualità/prezzo o del criterio del minore prezzo) si era determinato a causa di alcune pronunce (della terza sezione) che avevano affermato la prevalenza del criterio del massimo ribasso ai sensi dell’art. 95, comma 4, lett. b), del codice appalti sul presupposto che la tipologia di cui alla lett. b) del comma 4 dell’art. 95 (servizi e forniture standardizzate) riguardasse un ipotesi del tutto differente dall’appalto «ad alta intensità di manodopera» di cui all’art. 95, comma 3, lett. a) «che concerne prestazioni comunque tecnicamente fungibili». La terza sezione, sottolinea l’Adunanza plenaria, non aveva effettuato un’analisi del rapporto strutturale tra le due diverse disposizioni di legge. Diversamente, dicono i giudici, si sarebbe invece arrivati alla conclusione che in ogni caso i servizi ad alta intensità di manodopera, ancorché standardizzati, devono essere aggiudicati con il criterio del miglior rapporto qualità/prezzo.

L’argomento peraltro era già stato trattato dall’Autorità nazionale anticorruzione che aveva affermato che i servizi ad alta intensità di manodopera, seppure standardizzati, rientrano nell’ambito di applicazione del comma 3 dell’art. 95 e quindi devono essere aggiudicati esclusivamente sulla base del criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa individuata sulla base del miglior rapporto qualità/prezzo. Una tesi sposata anche dall’Adunanza plenaria in virtù del «carattere speciale e derogatorio di quest’ultima regola (prezzo più basso) rispetto a quella generale» che impone il ricorso al criterio qualità/prezzo.

Peraltro del contenuto dell’Adunanza plenaria, quasi «in diretta», si è tenuto conto anche nell’ambito dell’esame del decreto-legge n. 32/2019, il c.d. sblocca cantieri. Infatti con un emendamento all’articolo 1, comma 1, lettera s), approvato il 17 maggio, si era provveduto ad un intervento modificativo del comma 4 dell’articolo 95 del codice dei contratti pubblici che stabilisce i casi in cui si possa ricorrere al criterio del «prezzo più basso» e cita anche i «servizi e le forniture con caratteristiche standardizzate o le cui condizioni sono definite dal mercato». L’emendamento chiarisce che da questi appalti di servizi e forniture standardizzate sono comunque sempre esclusi i «i servizi ad alta intensità di manodopera di cui al comma 3, lettera a)». E così il cerchio sembra essersi chiuso in una apparentemente virtuoso rapporto fra legislatore e giudice.

 

26/05/2019 – Il Giorno

Lo Stato paga tardi

Maglia nera per Inps, Inail e ministeri. Bene Anac
L’ INPS e l’ Inail pagano le imprese in ritardo, violando la legge. Lo fanno anche metà dei ministeri. La denuncia arriva dalla Cgia. «Quando sono le imprese a ritardare il versamento dei contributi previdenziali o assicurativi – dichiara il coordinatore dell’ Ufficio studi Paolo Zabeo – questi istituti sono solerti e intransigenti nel far scattare immediatamente le sanzioni e gli interessi di mora previsti dalla legge. Diversamente, quando sono chiamati a liquidare i propri fornitori, questa inflessibilità nel rispettare i tempi di pagamento viene inspiegabilmente meno. Al punto che sia l’ Inps che l’ Inail l’ anno scorso hanno liquidato le imprese in grave ritardo, violando i limiti stabiliti dalla normativa». Un’ indagine dell’ Ufficio studi della Cgia ha estrapolato i dati relativi agli Indicatori di tempestività dei pagamenti (Itp) e l’ ammontare dei debiti commerciali delle principali amministrazioni pubbliche presenti che, per legge, oltre all’ Itp devono pubblicare sul proprio sito anche il numero dei creditori e l’ ammontare complessivo dei debiti maturati ogni trimestre e alla fine di ciascun anno per le voci di spesa: somministrazioni, forniture, appalti e prestazioni professionali. I dati, sottolinea la Cgia, «sono impietosi»: nel 2018 l’ Inps ha registrato un Itp pari a +10,13. Questo dato certifica che l’ anno scorso l’ istituto ha liquidato i propri fornitori con oltre 10 giorni medi di ritardo rispetto alle disposizioni previste dalla legge in materia di tempi di pagamento. Tutto ciò, al 31 dicembre 2018, ha contribuito a produrre un debito commerciale complessivo nei confronti dei fornitori pari a 157,2 milioni di euro. Per quanto riguarda l’ Inail, invece, nel 2018 l’ Itp (riferito al 4° trimestre 2018) è stato pari a +54,45: in pratica l’ istituto in questo ultimo trimestre ha saldato i propri fornitori con quasi 2 mesi di ritardo. «Ed è altrettanto inaccettabile – rimarca la Cgia -, nonostante tutte le amministrazioni pubbliche siano obbligate per legge a riportarlo nel proprio sito Internet, che a distanza di quasi 5 mesi l’ Inail non abbia ancora pubblicato l’ ammontare complessivo del debito maturato al 31 dicembre 2018». Nel 2018 l’ Anac (Autorità Nazionale Anticorruzione) ha anticipato i pagamenti di quasi 13 giorni e al 31 dicembre 2018 aveva azzerato tutti i debiti commerciali. Tra le Regioni, la palma della peggiore pagatrice va alla Sicilia, con un Itp di +29,76 giorni. La più virtuosa è la Lombardia con Itp medio a -12,62 e nessun debito verso imprese fornitrici.

 

 

28/05/2019 – Il Sole 24 Ore

Grandi opere e Corte dei conti: no della Lega ai controlli preventivi

OGGI VERTICE SUL DL SBLOCCA CANTIERI
Stop anche alla tassa sulle gare. In agenda Dl sicurezza e crescita
ROMA Già oggi ci sarà il primo banco di prova postelettorale per il governo e per i “nuovi” equilibri nella maggioranza dopo l’ esito delle “europee” e delle amministrative. A Palazzo Chigi è fissata una riunione tecnico-politica per effettuare le scelte definitive sulle ultime modifiche da presentare in Aula al Senato al decreto sblocca-cantieri. I tempi sono strettissimi, il Dl scade il 17 giugno ed è ancora al primo passaggio parlamentare. Tra l’ altro, questo testo rappresenta, insieme al Dl crescita, uno dei provvedimenti chiave per il tentativo dell’ esecutivo di ridare un po’ di ossigeno all’ economia. Ma è anche uno dei “vigilati speciali” della Lega, che, forte dei consensi ricevuti dalle urne, punta forte sulla realizzazione delle grandi opere, oltre che sul taglio delle tasse e sul capitolo-autonomie. Anche per questo motivo dalla riunione odierna a Palazzo Chigi potrebbe uscire un primo segnale sui nuovi rapporti di forza nella maggioranza. Con il Carroccio già deciso ad accendere il semaforo rosso su uno dei ritocchi targati M5S: l’ estensione del controllo preventivo della Corte dei conti sulle opere. Una misura che, come anticipato il 26 maggio dal Sole 24 Ore, avrebbe dovuto rappresentare, nelle intenzioni dei Cinque stelle, la soluzione a uno dei problemi più evidenti per la realizzazione dei lavori: la paralisi della firma dei funzionari pubblici anche per il timore di dover rispondere di danno erariale alla magistratura contabile. E questo non è il solo “no” che si accinge a pronunciare la Lega: lo stop potrebbe arrivare anche sulla cosiddetta “mini-tassa” sulle gare, proposta dal ministro Danilo Toninelli. Il prelievo dello 0,2% sul valore delle gare da devolvere a titolo di ristoro alle imprese in crisi non ha mai convinto il Carroccio. Che invece punta su un altro fronte spingendo su un ampliamento della rigenerazione urbana per i centri storici: “sì” al restauro degli immobili “vincolati” e all’ introduzione della pubblica utilità. La partita post-elettorale si giocherà anche al prossimo vertice di governo, con la Lega che punta ad ottenere l’ ok per il varo del decreto sicurezza bis al primo Consiglio dei ministri utile. In Parlamento i nuovi rapporti di forza verranno misurati anche sul Dl crescita, al vaglio della Camera. Intervenendo ieri a Radio24 il viceministro dell’ Economia, Massimo Garavaglia ha lanciato ai Cinquestelle un messaggio inequivocabile: i “no” devono diventare “sì”, sulla Tav ma anche sul decreto crescita. «Ci veniva detto di “no” su cose per noi logiche – ha affermato Garavaglia -: la riduzione ulteriore dell’ Ires al 20%, la deducibilità 100% dell’ Imu sui capannoni e la stabilizzazione delle riduzione del premio Inail per farlo diventare eterno». © RIPRODUZIONE RISERVATA. Marco MobiliMarco Rogari

27/05/2019 – ANSA

Appalti falsati al porto Napoli, arresti

Misure per due funzionari autorità portuale e 5 imprenditori

(ANSA) – ROMA, 27 MAG – Falsati gli appalti per importanti lavori edili e strutturali nel porto di Napoli. È quanto ha scoperto la Guardia Costiera che sta eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip nei confronti di due funzionari dell’Autorità portuale di Napoli e di cinque imprenditori. Si ipotizzano, a vario titolo, le accuse di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, turbativa d’asta e frode in pubbliche forniture. Sei sono ai domiciliari mentre il settimo è destinatario di una misura interdittiva.
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