Rassegna stampa 18-20 maggio 2019

18/05/2019 – Corriere Adriatico (ed. Macerata)

Risparmio energetico, l’ Astea presenta i progetti

Si punta su auto e bici elettriche. Saranno utilizzati fondi europei
IL PIANO RECANATI L’ Astea ha illustrato alcuni interessanti interventi per l’ efficientamento energetico da realizzare mediante i fondi europei. Si tratta di importanti progetti di ricerca che la vedranno protagonista, come spiegato dal presidente Attilio Severini mentre l’ amministratore delegato di Astea, Fabio Marchetti, ha parlato dell’ attività di ricerca e sviluppo e il dirigente Danilo Salvi ha relazionato su questa realtà ormai conosciuta a livello internazionale. Matteo Lorenzetti, anche lui dirigente Astea, ha illustrato le Smart Grids, ovvero l’ interazione delle reti energetiche verso una maggior efficienza energetica urbana e un miglior sfruttamento della produzione da energia rinnovabile ed Erika Corradi dell’ Università Politecnica delle Marche ha parlato di Muse Grids: pianificazione ottimale e gestione intelligente delle reti calore e acqua. Il progetto Multi Utilities Smart Energy Grids, della durata di 48 mesi, con un budget di circa 6 milioni di euro, è finanziato nell’ ambito della piattaforma europea Horizon 2020. «È la prima volta – ha spiegato Marchetti- che Astea ottiene un finanziamento europeo, dei 6 milioni complessivi previsti per Muse Grids a noi arriveranno circa 500mila euro, il resto sarà suddiviso tra i 18 partner coinvolti nel progetto, ma noi saremo assieme ad una località belga il sito dimostrativo, con ruolo quindi preminente. Si punterà all’ efficientamento energetico lavorando sulla cogenerazione, sul teleriscaldamento ma anche sul servizio idrico in una zona del centro di Osimo, consentendo un monitoraggio dei possibili sprechi e dei consumi orari». Si è passati poi al secondo progetto. Giacomo Mancini di Dea spa e Luca Ragni dell’ Università Politecnica delle Marche hanno spiegato il progetto Interrface: una miglior qualità del servizio elettrico e lo sviluppo di una piattaforma di comunicazione. Samuele Spedaletti dell’ Università Politecnica delle Marche ha illustrato E-mobility: mobilità sostenibile a Osimo e Recanati, un progetto che prevede la realizzazione di infrastrutture di ricarica per veicoli elettrici, automobili e biciclette, stazioni di noleggio per biciclette elettriche e pensiline fotovoltaiche nei comuni di Osimo e Recanati. Il progetto, della durata di dodici mesi, è frutto di un contratto stipulato fra Astea spa e il Cinfai. Per Astea si tratta di un investimento di circa 230 mila euro. Tra i presenti alla conferenza stampa anche il vicesindaco Antonio Bravi. g. m.

17/05/2019 – Alto Adige
Alperia, 25 milioni e 3 anni per la nuova sede

L’ edificio in via Scuderie. Al vaglio, per le verifiche di legge, i dieci progetti selezionati La relazione in consiglio comunale: «Dividendi in crescita, a Merano spettano 5 milioni»
sara martinellomerano. Il nuovo edificio di Alperia prende forma. Costerà 25 milioni di euro, una cifra autofinanziata attraverso la vendita di immobili a Merano e a Bolzano, darà lavoro a 350 persone e sarà ultimato nel 2022, col trasferimento del personale nella nuova sede di via Scuderie, destinata a prendere il posto dell’ attuale struttura di via Laurin. Sede che svetterà sopra le polemiche sorte in seguito all’ approvazione, nell’ aprile del 2018, di una variazione al Puc, il via libera definitivo alla costruzione di un edificio alto fino a 22 metri. Nel frattempo, durante la seduta di martedì il consiglio comunale ha dato il suo beneplacito a modifiche alla tavola di zonizzazione e alle norme di attuazione, tra le quali l’ introduzione di una zona per la produzione di energia termica e elettrica in via Nazionale. Vale a dire la nuova centrale a biomasse di Alperia in zona Rabbiosi, che sarà in funzione per sei mesi l’ anno, con un passaggio medio di 3-4 tir al giorno.Il bilancio di sostenibilità.Ad annunciare al consiglio comunale che presto l’ edificio sarà costruito e a illustrare il bilancio di sostenibilità del 2018, mercoledì sera, è intervenuta una delegazione di dirigenti di Alperia. Il presidente del consiglio di gestione Wolfram Sparber, il presidente del consiglio di sorveglianza Mauro Marchi, Maurizio Peluso e Helmuth Moroder del consiglio di sorveglianza, il vicedirettore generale Paolo Acuti e l’ ingegner Sergio Marchiori (Business Unit Smart Region). «Tutti uomini», osserva la presidente del consiglio Francesca Schir. E non è la sola nell’ aula ad averlo notato, se i sei dirigenti aprono una parentesi spiegando come il 33% dei membri societari appartenga «al mondo femminile», dicono così. «È un obiettivo perseguito in fase di fusione. Potevamo fare di meglio, e lo faremo». Quindi, il bilancio di sostenibilità 2018 della società. Spicca l’ incremento dei dividendi, aumentati del 58% in tre anni: dai 15,2 milioni del 2016 si è passati nel 2018 a 24 milioni di euro, dei quali a Merano spetta il 21%, cioè 5,04 milioni. Fatturato complessivo di 1,3 miliardi di euro, contro l’ 1,1 del 2017. Tra i dati più rilevanti, un 60% di contratti con fornitori locali e un 70% di linee elettriche poste sottoterra. Una produzione idroelettrica aumentata del 20% in un anno, un indice Pun (prezzo unico nazionale) incrementato del 14% rispetto al 2017, con un valore che nel 2018 ha raggiunto i 61 euro. Resta la necessità di crescere sotto il profilo della gestione del rischio industriale, aumentando la presenza di forze umane e percettori elettronici.La nuova sede di via Scuderie.Per la progettazione della nuova sede meranese è stato fatto un bando di progettazione internazionale. La commissione giudicatrice ha discusso dei risultati fino allo scorso gennaio, quando ha selezionato i primi dieci progetti, stilando una graduatoria provvisoria. Al momento sono in corso le verifiche di legge. Il bando di gara per la costruzione dell’ immobile sarà indetto nella primavera del 2020, e per il 2022 è prevista l’ ultimazione dei lavori. Ci saranno trasferite 350 persone delle branch unit “Reti, vendita e trading” e “Smart Region”.Cambia il panorama.Il terreno a disposizione è quello dell’ ex segheria Haller, una superficie che sfiora i diecimila metri quadrati e che da almeno una decina d’ anni è inutilizzato. Nove anni fa l’ allora Azienda energetica, l’ Azienda dei servizi municipalizzati e il Cantiere comunale avevano progettato di riunirsi in via Scuderie sotto un unico tetto, ma poi i costi faraonici del progetto avevano portato sia il cantiere sia Asm a lasciar perdere. Fino all’ anno scorso, l’ ex segheria Haller nel piano urbanistico era classificata come zona per attrezzature collettive, amministrazione e servizi con un indice di cubatura di 7,5 metri cubi per metro quadro. 10 mila metri di terreno penalizzati dalle norme allora in vigore, in quanto il Puc consentiva di costruire fino a un’ altezza massima di dodici metri e mezzo. Di qui la decisione della giunta, poi varata dal consiglio comunale, di raddoppiare l’ altezza alla quale potrà giungere la nuova costruzione, arrivando a 22 metri, praticamente sette piani di palazzo. Sarà da vedere, ora, quale sarà il progetto vincitore del bando, e come lo accoglieranno i residenti della zona.

18/05/2019 – Corriere del Veneto (ed. Verona)
Multiutility, aperto il dialogo con Alperia

Il sindaco ha sentito il direttore generale Wohlfarter: «Non escludiamo di tessere nuovi rapporti» Intanto il presidente di Agsm ha incontrato i sindacati: ribadito il mantenimento dei posti di lavoro
VERONA Si gioca su più tavoli la partita (importantissima) che deciderà il futuro delle maggiori multiutility trivenete. Il neopresidente di Agsm, Daniele Finocchiaro, ha incontrato ieri le rappresentanze sindacali dell’ Azienda, e la valutazione dell’ incontro sarebbe stata positiva da entrambe le parti, visto che Finocchiaro ha ribadito l’ assoluta intenzione di non andare verso alcuna riduzione dei posti di lavoro. Più complicata, ed al momento ancora apertissima, la questione dei rapporti futuri con altre multiutility. La fusione con Aim Vicenza non sembra essere ancora definita in tutti i dettagli, anche se l’ intenzione riconfermata è di chiudere l’ accordo prima delle ferie estive, con una votazione da parte di entrambi i consigli comunali. Ancora più complessa la questione dei futuri rapporti con Ascopiave e col colosso lombardo A2A, ma anche con implicazioni nei rapporti col Trentino Alto Adige (con le multiutility Alperia e Dolomiti Energia). Una partita a scacchi, in cui proprio Bolzano ha fatto una nuova mossa. Dalle colonne del nostro giornale, infatti, è intervenuto sul tema Johann Wohlfarter, direttore generale di Alperia, la società dell’ energia di Bolzano che, insieme a Dolomiti Energia (Trento), partecipa alla gara in corso bandita da Ascopiave. Ricordiamo che a quella stessa gara partecipano anche Agsm, Aim, A2A e molte altre aziende del settore multiutility, in una partita che riguarda quasi 700 mila clienti e che vale tra i 400 e i 500 milioni di euro. Per la vittoria in questa partita, al momento, l’ accoppiata Verona-Vicenza e quella Trento-Bolzano sono «avversarie». Ma lo stesso Wohlfarter ha spiegato che, comunque vada a finire questa gara, Trento e Bolzano saranno poi «in ogni caso ben contenti di coinvolgere anche altri operatori nella nostra realtà, come le stesse Agsm Verona e Aim Vicenz». Immediata la risposta del sindaco di Verona, Federico Sboarina, che spiega di aver già parlato con Wohlfarter, perché «il tema vero del momento è quello delle aggregazioni: noi abbiamo aperto il dialogo coi lombardi di A2A – dice Sboarina – ma non escludiamo affatto la possibilità di tessere nuovi rapporti anche con altri». Sboarina ricorda come in questo momento esista una proposta non vincolante presentata ad Ascopiave per acquisirne la clientela, e si attende la metà di luglio, quando l’ Azienda trevigiana ridurrà il numero dei contendenti per poi fare la scelta definitiva del vincitore. Alla gara partecipano quasi tutti i big del settore: da Hera ad Eni, da Italgas ad Edison, e sarà interessante vedere chi supererà questo primo esame, per entrare nel ristretto numero dei «finalisti». Le dichiarazioni di Wohlfarter e di Sboarina, peraltro, fanno capire che, in ogni caso, il settore delle multiutility venete subirà una profondissima trasformazione. Anche il neopresidente di Agsm, Daniele Finocchiaro, nel suo intervento davanti al consiglio comunale di Verona, 9 giorni fa, aveva detto chiaramente che «le aggregazioni tra Aziende sono indispensabili, non si può restare fermi» e aveva indicato proprio Dolomiti Energia come una delle Aziende con cui si sta dialogando. Un gioco su più tavoli, appunto, come confermano adesso sia Wohlfarter che Sboarina. Se ne saprà di più solo fra un mese, ma le tensioni sono forti, anche nel mondo politico.Il sindaco Sboarina ribadisce che le linee strategiche sono tre: far crescere l’ Azienda (da cui la priorità delle aggregazioni), escludere qualsiasi taglio del personale (e su questo si è incentrato appunto l’ incontro di ieri tra Finocchiaro e i sindacati), e riconfermare i rapporti col territorio, escludendo l’ ipotesi (temuta o adombrata da molti) che un gigante come A2A possa fagocitare AgsmAnche l’ altra sera, in consiglio comunale, Michele Bertucco aveva chiesto se il presidente di A2A, Valotti, avesse confermato al sindaco le dichiarazioni fatte ai giornali per cui A2A non intende acquistare né in tutto né in parte multiutility venete. Ma l’ assessore Daniele Polato aveva risposto che comunicazioni in materia non sono pervenute. Lillo Aldegheri

18/05/2019 – La Stampa
Cantone accusa: altro che sblocco Questo decreto ferma i cantieri

L’ Autorità Anticorruzione denuncia caos normativo e burocrazia, oltre al rischio di mafia e corruzione
Dieci motivi per bocciare il decreto «sbloccacantieri», che aumenterà caos normativo, complicazioni burocratiche, contenzioso giudiziario e illegalità di ogni tipo, tanto che andrebbe ribattezzato «rallentacantieri». In 24 pagine l’ Autorità Anticorruzione spiega ciò che le commissioni parlamentari (il decreto è all’ esame del Senato) non hanno potuto (voluto?) ascoltare dalla viva voce del presidente Raffaele Cantone. Primo motivo, generale: «Le numerose modifiche al Codice degli appalti rendono il quadro normativo poco chiaro e in continuo divenire», il che «determina evidenti difficoltà applicative». Infatti «un dato normativo frammentato e poco chiaro» da un lato provoca «applicazione errata o distorta, allungamento dei tempi» sia di gare che di lavori e «conseguente aumento del contenzioso»; dall’ altro «non favorisce la concorrenza, scoraggiando gli investimenti anche di imprese estere e, questione da evidenziare, può favorire eventi corruttivi». Secondo: la sostituzione delle linee guida dell’ Anac con un regolamento generale è un salto nel vuoto. Il decreto prevede l’ emanazione in 3 mesi, ma non è chiaro che cosa succede se il governo non ce la fa. L’ ultimo regolamento in materia di appalti (2006) richiese quattro anni. Inoltre cristallizza le linee guide Anac nella fase transitoria, ma impedendo di adeguarle alle modifiche del decreto stesso «le rende inapplicabili». Da questo garbuglio «deriva un quadro normativo confuso e poco chiaro, con evidenti difficoltà applicative, vanificando le finalità di semplificazione e speditezza dell’ azione amministrativa, perseguite dal decreto». Terzo: la riforma impedisce di rispettare gli impegni presi dal governo con l’ Unione europea per superare le procedure d’ infrazione su appalti e pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione. Quarto: la riduzione della soglia di importo dell’ appalto (da 1 milione a 200 mila), oltre la quale è obbligatoria la gara aperta al posto della procedura negoziata a inviti, provoca «complessità legate alla gestione di procedure molto partecipate, potenzialmente lunghe e farraginose». L’ adozione del criterio del massimo ribasso, oltre a «essere a scapito della qualità delle opere», non avrà gli auspicati «effetti acceleratori», vanificati da altre norme. Altro che «snellimento e semplificazione». Quinto: per appalti tra 40 mila e 200 mila euro (circa il 50% del totale) si consente una procedura negoziata con soli 3 preventivi. Prima del decreto erano almeno 10. Per l’ Anac si tratta di una «eccessiva contrazione» che unita al favore per il massimo ribasso può incentivare «abusi e manipolazioni» delle gare attraverso «offerte di comodo». Sesto: il decreto introduce un’ esclusione facoltativa di imprese che non hanno pagato tasse e contributi, anche in assenza di accertamento definitivo. L’ Anac teme «effetti dirompenti» perché manca un criterio di proporzionalità. Settimo: si amplia da 10 a 15 anni (fino al 2017 era 5 anni) il periodo utilizzabile dalle imprese per corroborare il curriculum necessario a partecipare agli appalti. «Ciò rischia di aprire il mercato a imprese non in possesso delle competenze tecniche più aggiornate o addirittura non attive, con conseguente alterazione della concorrenza». E rallenterà i controlli, per la difficoltà a reperire documenti vecchi non informatizzati. Ottavo: l’ ampliamento dei subappalti (dal 30% al 50% dei lavori) e l’ eliminazione dei controlli sul subappaltatore potrebbero «aggravare criticità esistenti: infiltrazioni criminali, violazione delle norme a tutela del lavoro, scarso controllo sull’ effettivo esecutore dell’ affidamento». Inoltre chi perde la gara potrà fare lavori in subappalto: il rischio è di «stimolare accordi collusivi in fase di gara, che sfociano in cospicue spartizioni». Nono: la possibilità di affidare lavori di manutenzione anche straordinaria sulla base di un progetto definitivo (e non esecutivo, quindi dettagliato) comporterà complicazioni nei lavori, più varianti e aumento di prezzi, «vanificando l’ intento acceleratorio e di semplificazione». Decimo: la nomina per ogni tipo di opera di commissari straordinari con ampi poteri in deroga (salvo norme Ue e antimafia) rende ogni appalto «emergenziale» e «aggrava i rischi di illegalità». DIRITTI RISERVATI.GIUSEPPE SALVAGGIULO

18/05/2019 – Milano Finanza
Governance raffinata

Riassetti Come potrebbe cambiare il governo societario dei big italiani del listino per dare continuità alla gestione e rafforzare il controllo? Subito in pista l’ Eni: sul tavolo staggered board e sistema monistico
A rompere gli indugi ci ha pensato Eni. A dirla tutta, già nel 2010 il Cane a sei zampe aveva esplorato la strada. Ma solo ora, in occasione dell’ assemblea degli azionisti del 14 maggio scorso, un possibile, radicale cambio della governance è stato messo pubblicamente sul tavolo dalla presidente Emma Marcegaglia. Ha fatto così rumorosamente ritorno sulla scena finanziaria italiana il tema dello staggered board, finora relegato ad analisi e raccomandazioni mutuate dalle best practice internazionali. Si tratta di un modello di governo societario che prevede la scadenza scaglionata degli amministratori ed è in uso, con alterne fortune, specialmente negli Stati Uniti e nei Paesi anglosassoni, mentre in Europa e in particolare in Italia non ha avuto finora grande applicazione. In quella precedente analisi di nove anni fa l’ Eni già osservava che «la scadenza differenziata degli amministratori ha il fine di favorire la stabilità e la continuità nella gestione, incentivando il rinnovo progressivo degli amministratori». In pratica, con lo staggered board, i consiglieri vengono divisi in tre classi, con scadenze separate, in modo che i rinnovi siano parziali e a rotazione. «Si assicura in tal modo la conservazione delle competenze e delle esperienze maturate nel tempo, che possono essere compromesse dal rinnovo integrale dell’ organo di amministrazione», ha spiegato Marcegaglia. L’ altra opzione sulla quale il consiglio di amministrazione di Eni ha avviato una riflessione è il sistema monistico, questo sì più conosciuto anche se non ha avuto ancora una grande diffusione. Si tratta di integrare i controlli di gestione all’ interno dello stesso consiglio d’ amministrazione. In Italia è appannaggio recente di alcune banche e assicurazioni (si veda tabella in pagina), mentre all’ estero viene adottato anche dalle maggiori oil company: Exxon, BP, ConocoPhillips, Chevron, Anadarko, solo per citarne alcune. Rispetto allo staggered board, per il gruppo guidato dall’ amministratore delegato Claudio Descalzi il monistico avrebbe forse il vantaggio di essere più in linea con le scelte delle altre oil company e quindi facilmente comprensibile dal mercato. Ora che la riflessione è avviata, entrambe le proposte verranno discusse anche all’ esterno di Eni, coinvolgendo investitori, azionisti e istituzioni. Enel invece, sollecitato sull’ argomento, resta alla finestra. Anche se non mancano esempi di utility passate allo staggered board (per esempio, la francese Edf), «Enel al momento non sta pensando alla sua introduzione in statuto, ma è attenta a sviluppi e possibili applicazioni e implicazioni», ha detto la presidente Patrizia Grieco rispondendo a un piccolo azionista durante l’ assemblea del 16 maggio scorso. Per capire come mai il cambio di governance ispirato alle quotate d’ Oltreoceano sia tornato improvvisamente di attualità, bisogna forse partire da un’ inchiesta appena pubblicata da Fortune dal titolo eloquente: «Perché gli staggered board stanno ricompensando gli investitori». Ne emerge che nei cinque anni presi in esame, da marzo 2014 a marzo 2019, le società dell’ indice S&P 500 che hanno scelto e mantenuto questa formula hanno sovraperformato in maniera consistente rispetto ai competitor con governance tradizionali, con un incremento addirittura del 125% contro una media del 52%. Ancora, il valore di queste società mostra aumenti dal 3,2 al 6,1%, secondo un metro di valutazione applicato ai singoli asset. Il passaggio allo staggered board sembra il preferito anche per i gruppi alle prese con un ipo. Sempre secondo Fortune, se nel 2008 il 38%delle matricole aveva adottato questo sistema, nel 2016 la percentuale è salita all’ 81%. I dati appaiono ancora più significativi se si pensa che molti gruppi hanno fatto dietrofront tornando al cda tradizionale e che oggi soltanto il 12% delle società appartenenti al Fortune 500 adotta ancora il modello staggered. Dagli esperti di diritto societario in Italia questa formula viene considerata la soluzione organizzativa auspicabile, non solo per gli istituti finanziari ma anche nelle società quotate tout court. I benefici sono elencati in termini di continuità gestionale e di effettivo monitoraggio sull’ adeguata composizione dell’ organo amministrativo. Nell’ analisi della Rivista di Diritto Societario, per esempio, si spiega che «il sistema di rotazione degli amministratori consentirebbe agli emittenti quotati di adattare, con cadenza annuale, gli assetti gestori all’ evoluzione degli equilibri fra soci, e quindi di assicurare ai nuovi investitori una finestra temporale istituzionale e periodica per far valere le proprie eventuali istanze rappresentative». Un altro punto a favore delle scadenze scaglionate si trova nel rapporto di Spencer Stuart, «Italy Board Index 2018», che ha passato in rassegna i consigli di amministrazione delle prime 100 società italiane per capitalizzazione, incluse le maggiori dell’ indice Ftse Mib, partendo da una premessa: in Italia lo staggered board è considerato ancora una nuova frontiera del governo societario, mentre «è una prassi consolidata a livello internazionale, anche in Paesi con proprietà concentrata e garantisce una forte coesione e una maggiore responsabilizzazione del consiglio, così come auspicato dai codici e dal regolatore». Per una corretta implementazione del processo, secondo Spencer Stuart, sarebbe bene introdurre anche «un sistema di staggered board, ovvero di rinnovo parziale dell’ organo. Come si evince, le tematiche sono molteplici e complesse e richiedono un forte impegno da parte del board uscente, tuttavia vi è la garanzia di poter attrarre i voti degli investitori istituzionali (che più difficilmente votano per la lista dell’ azionista di controllo) e riducono il rischio dell’ inversione minoranze-maggioranze». (riproduzione riservata) ANGELA ZOPPO

20/05/2019 – Il Sole 24 Ore
Appalti, lo stato di avanzamento fa scattare i termini per i pagamenti

LEGGE EUROPEA
A partire dal 28 maggio, calendario più stretto nei lavori e nelle forniture
Le amministrazioni devono effettuare i pagamenti degli stati di avanzamento degli appalti entro 30 giorni, salvo diverso termine stabilito nel contratto per giustificate ragioni; in ogni caso mai oltre i 60 giorni. L’ articolo 5 della legge europea (n. 37/2019) traspone negli appalti pubblici, con vigenza dal 28 maggio, gli effetti della seconda direttiva pagamenti. La norma riformula l’ articolo 113-bis del Dlgs 50/2016 e individua i riferimenti per il versamento dei corrispettivi agli appaltatori, modificando lo schema temporale ormai consolidato in base all’ articolo 4, comma 4 del Dlgs 231/2002. La norma stabilisce anzitutto che i pagamenti relativi agli acconti del corrispettivo di appalto sono effettuati nel termine di 30 giorni dall’ adozione di ogni stato di avanzamento dei lavori, salvo che sia espressamente concordato nel contratto un diverso termine. Termine che comunque non può superare i 60 giorni, e che deve essere oggettivamente giustificato dalla natura particolare del contratto o da alcune sue caratteristiche. Si specifica quindi come momento di decorrenza del termine quello di formalizzazione dello stato di avanzamento lavori, rispetto al quale le amministrazioni devono emettere contestualmente (o al massimo entro sette giorni) i certificati di pagamento relativi agli acconti del corrispettivo. L’ applicazione del nuovo sistema anche ai servizi e alle forniture di beni è rilevabile nel comma 2, il quale prevede che all’ esito positivo del collaudo o della verifica di conformità (e comunque entro sette giorni) il responsabile unico del procedimento rilasci il certificato di pagamento per l’ emissione della fattura da parte dell’ appaltatore; il pagamento è effettuato nel termine di 30 giorni decorrenti dall’ esito positivo del collaudo o della verifica di conformità, salvo che sia espressamente concordato nel contratto un diverso termine. Ancora una volta, il tetto è di 60 giorni e serve la motivazione oggettiva. Per gli appalti di servizi e di forniture (nei quali la verifica di conformità in corso di esecuzione è spesso sistematizzata in relazione a scansioni temporali anche brevi), il pagamento deve avvenire entro 30 giorni dall’ esito positivo delle verifiche. Sia nell’ ambito dei lavori sia in quello dei servizi e delle forniture il termine di pagamento può essere esteso a un massimo di 60 giorni, ma sulla base di una specifica indicazione contrattuale e solo quando sussistano ragioni connesse agli elementi peculiari dell’ appalto (per esempio particolari tipologie di prestazioni con consegna immediata). In entrambe le macro-tipologie di appalti il responsabile unico del procedimento deve rilasciare, contestualmente all’ adozione degli stati di avanzamento lavori o all’ esito del collaudo o della verifica, il certificato di pagamento, in rapporto al quale l’ appaltatore emetterà la fattura elettronica. L’ emissione del certificato può essere posticipata al massimo di sette giorni. La nuova disposizione chiarisce che il certificato di pagamento non costituisce presunzione di accettazione dell’ opera in base all’ articolo 1666, comma 2 del Codice civile. Il comma 4 del riformulato articolo 113-bis del Codice degli appalti replica il comma 2 della disposizione originaria, che configura la disciplina per l’ applicazione delle penali negli appalti pubblici. E conferma che la definizione delle penali deve essere operata dai contratti, commisurandole ai giorni di ritardo e in misura proporzionale rispetto all’ importo contrattuale o alle prestazioni. Il riferimento per il calcolo della misure giornaliera rientra nel range compreso tra lo 0,3 per mille e l’ 1 per mille dell’ ammontare netto contrattuale. Le stazioni appaltanti devono determinare le penali in relazione all’ entità delle conseguenze legate al ritardo, considerando che in caso di sommatoria il superamento del valore del 10% dell’ ammontare netto contrattuale si fconfigura come causa di risoluzione del contratto. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Alberto Barbiero

18/05/2019 – Italia Oggi
Danno erariale, si può cambiare

Il presidente della Corte dei conti, Buscema, sul decreto Sblocca cantieri al convegno Ance
P.a. e opere: lo sciopero della firma è un alibi da eliminare

Stabilità delle regole e riduzione del numero delle stazioni appaltanti; lo «sciopero della firma» dei funzionari pubblici non dipende dal timore di giudizi per danno erariale, ma dall’incertezza delle regole. È questa la posizione espressa dal presidente della Corte dei conti, Salvatore Buscema sul decreto n. 32/2019 (il cosiddetto «Sblocca cantieri» all’esame del Senato), al convegno dell’associazione costruttori edili Ance, «Sblocca cantieri, quali risorse, quali regole» del 14 maggio, cui hanno partecipato, tra gli altri, il viceministro dell’economia, Laura Castelli, il presidente della Fondazione Astrid, Franco Bassanini, il vice avvocato generale dello Stato, Marco Corsini, e il relatore del decreto al Senato, Agostino Santillo.

Un primo aspetto toccato dal presidente dei magistrati contabili è quello delle deroghe, argomento che si innesta anche su quello più specifico del ruolo e dei poteri dei commissari di gara previsti dal decreto-legge e sui quali anche l’Ance ha espresso alcune perplessità.

Ad avviso dei costruttori edili, infatti, «i gravi ritardi accumulati dalla pubblica amministrazione nella manutenzione delle opere presenti sul territorio sono diventati alibi per bypassare qualsiasi regola, sacrificando i principi di correttezza, trasparenza e legalità. Sarebbe stato preferibile proporre un pacchetto di norme efficaci per semplificare la fase a monte, velocizzando le procedure invece di ricorrere ai commissari dotati di ampi poteri derogatori anche per la fase a valle della gara». Su questo, il presidente della Corte dei conti, riferendosi complessivamente all’intervento legislativo sul codice del 2016 è stato, tranchant: «torniamo all’ordinarietà, dà certezza. Sono più le deroghe che le regole, ma le deroghe quando diventano prevalenti non aiutano nessuno».

Buscema ha denunciato anche «un certo sgomento» degli operatori per il continuo cambio delle regole: «Le modifiche non riescono a sedimentarsi che già sono cambiate. Gli enti locali sono alla ricerca di regole da applicare, regole certe, regole semplici». Cogliamo quindi «questa occasione importante con lo Sblocca cantieri, ma con la consapevolezza che non è un decreto a cambiare il Paese ma sono soprattutto le risorse».

Altro profilo sensibile sul quale i relatori del convegno si sono soffermati è quello legato al cosiddetto «blocco della firma» dovuto anche alle responsabilità per danno erariale di fronte alla Corte dei conti. Su questo punto il presidente della Corte dei conti ha marcato una certa distanza che ha affermato che «i procedimenti di questo tipo e le relative condanne sono pochissime e non ci sono tutte queste valutazioni negative da parte della Corte». Ad avviso di Buscema «chi non firma è perché non vuole, non perché non può farlo, ma noi ribadiamo la nostra disponibilità a collaborare per eliminare anche questo alibi». Su questo punto si parla da tempo dell’opportunità di escludere la responsabilità per danno erariale del funzionario pubblico nei casi di colpa lieve, ipotesi che anche in sede parlamentare il relatore del decreto-legge Santillo ha affermato, nello stesso convegno, che potrebbe essere accolta in commissione.

Buscema ha anche toccato l’argomento dello spropositato numero di stazioni appaltanti presenti in Italia: «42 mila è una cifra spaventosa, bisogna qualificare e concentrare». Il presidente della Corte dei conti ha toccato anche temi legati apparato della pubblica amministrazione». Il turnover ha colpito la p.a. nel modo peggiore. Oggi non abbiamo professionisti del settore e l’efficientamento della pubblica amministrazione passa anche attraverso le persone e la formazione professionale. Torniamo, però, all’ordinarietà. Basta con le deroghe».© Riproduzione riservata

18/05/2019 – Italia Oggi
Occultare la risoluzione di un contratto penalizza

È causa di esclusione dal concorso

La mancata trasmissione di informazioni sulla risoluzione di un contratto precedente legittima l’esclusione dalla gara. Lo ha precisato l’Avvocato generale della Corte di Giustizia Ue nelle sue conclusioni l’8 maggio 2019 nella causa C-267/18 e che verosimilmente saranno confermate in sede di pronuncia definitiva dalla Corte. L’argomento trattato afferiva all’esclusione di un operatore economico da una procedura di gara a causa della risoluzione di un contratto precedente non comunicato all’amministrazione aggiudicatrice. Nella causa si discuteva in particolare della nozione di «carenze significative o persistenti» che giustificano ai sensi della normativa eurounitaria l’esclusione dalla gara d’appalto.

La vicenda riguarda l’applicazione dell’articolo 57, paragrafo 4, lettera g), della direttiva 2014/24 che, secondo l’avvocato generale, deve essere interpretato nel senso che un’amministrazione aggiudicatrice, in linea di principio, è autorizzata ad escludere dalla procedura di appalto di lavori pubblici un operatore economico nei cui confronti sia stata disposta la cessazione anticipata di un precedente contratto di appalto pubblico per violazione della clausola che lo obbligava a comunicare, ai fini della necessaria autorizzazione, che parte di tali lavori era assegnata a un subappaltatore. Ciò premesso l’avvocato generale ha aggiunto che spetta al giudice nazionale chiarire, alla luce delle particolari circostanze della controversia e in applicazione del principio di proporzionalità, se la cessazione anticipata del (primo) contratto di appalto pubblico fosse dovuta a una significativa carenza nell’esecuzione di un requisito sostanziale richiesto nell’ambito di detto contratto, sufficiente per escludere l’operatore economico dal (secondo) contratto. Inoltre, in base alla lettera h) dell’articolo 57 l’amministrazione aggiudicatrice può escludere da un (secondo) contratto di appalto pubblico l’offerente che abbia occultato, dinanzi ad essa, la cessazione anticipata di un contratto precedente per significative carenze nell’esecuzione di un requisito sostanziale richiesto nel contesto di tale (primo) contratto. Spetterà al giudice nazionale valutare, alla luce del principio di proporzionalità, la gravità di tale occultamento di informazioni. © Riproduzione riservata

18/05/2019 – Italia Oggi
Gara Consip, cartello multato per 235 milioni

Sanzione dell’Antitrust alle imprese in corsa per l’appalto Fm4
Intesa anticoncorrenziale su 18 lotti della gara Fm4 di Consip per facility management: 235 milioni di euro di sanzioni irrogate alle imprese partecipanti. È quanto ha stabilito l’Autorità garante della concorrenza e del mercato con il provvedimento approvato il 17 aprile 2019 su una gara emessa da Consip. In particolare, è stata accertata la sussistenza di un’intesa anticoncorrenziale sotto forma di «condizionamento dell’esito della gara pubblica».

Si trattava della gara denominata Fm4, bandita nel marzo del 2014 per un appalto di rilievo comunitario suddiviso in 18 lotti geografici (di cui 14 ordinari e 4 accessori) dal valore complessivo di circa 2,7 miliardi di euro. L’appalto riguardava l’esecuzione dei servizi di pulizia e di manutenzione in favore di tutti gli uffici pubblici presenti sull’intero territorio nazionale, nell’ambito della quarta edizione della gara relativa ai servizi cosiddetti di facility management. Nel complesso, sono state comminate sanzioni per un importo pari a circa 235 milioni di euro.

L’intesa individuata dall’Antitrust sarebbe stata posta in essere dai principali operatori del settore e la gravità della stessa ha portato l’Antitrust ad evidenziare che «l’autonomia che dovrebbe caratterizzare le attività delle imprese, è stata compromessa e condizionata dal perseguimento di un unico disegno anticoncorrenziale, articolato e complesso, che ha neutralizzato qualsiasi incentivo delle parti ad adottare comportamenti indipendenti». I comportamenti che l’Antitrust ha rilevato «avrebbero dato luogo, qualora non si fossero verificati gli accadimenti procedurali successivi alla presentazione delle offerte (ritiri dalla gara, esclusioni dalla stessa, sospensione dell’aggiudicazione della procedura da parte della stazione appaltante), a una completa ripartizione dei diciotto lotti posti a gara tra le parti che avevano partecipato alle gare. Quindi le imprese coinvolte avrebbero «pienamente portato a compimento il disegno collusivo architettato» così che la «concreta attuazione dell’intesa, a prescindere dagli accadimenti procedurali successivi, ha avuto l’effetto di eliminare il livello di concorrenza in ciascun lotto posto a gara, in danno delle pubbliche amministrazioni committenti».

La concertazione avrebbe riguardato, secondo quanto si legge nel provvedimento dell’Autorità, la ripartizione dei lotti di gara tra cinque compagini attraverso una partecipazione alla gara secondo una modalità «a scacchiera» che avrebbe portato all’aggiudicazione dei lotti di rispettivo interesse, nella migliore combinazione possibile tra lotti ordinari e lotti accessori consentita dalla disciplina di gara. L’Antitrust sottolinea come l’illecito si sia realizzato anche attraverso un utilizzo distorto del raggruppamento temporaneo d’imprese, degli affidamenti in subappalto e dello strumento consortile.

L’intesa avrebbe quindi neutralizzato il confronto competitivo tra le parti nei vari lotti geografici posti a gara e, a prescindere dall’esito della procedura di gara, non ancora aggiudicata dalla stazione appaltante, aveva compromesso irrimediabilmente il fisiologico gioco concorrenziale che si sarebbe dovuto instaurare, in danno delle pubbliche amministrazioni committenti. © Riproduzione riservata

20/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Opere pubbliche, il Consiglio di Stato sbarra la strada all’adeguamento prezzi per gli extracosti sui materiali

Palazzo Spada boccia il calcolo sugli extracosti eseguito con metodi diversi da quello contenuto nell’apposito Dm ministerialeIl Consiglio di Stato – con due sentenze pubblicate venerdì scorso – “blinda” il metodo di adeguamento dei prezzi dei materiali che fa riferimento all’apposito decreto Mit il quale, per ogni anno, rileva i prezzi dei materiali più utilizzati nelle opere pubbliche e calcola gli eventuali scostamenti superiori al 10 per cento. Il metodo di calcolo, di fatto, riconosce (in parte) il maggior prezzo all’appaltatore solo se il costo del materiale ha avuto un incremento di oltre il 10%, con riferimento all’anno preso in esame. Questo metodo di calcolo lascia aperta la possibilità che nel corso degli anni non venga riconosciuto alcun adeguamento anche in caso di incrementi progressivi appena inferiori al 10% anno su anno.
L’impresa Todini Costruzioni (100% di proprietà dell’impresa kazaka Prime System Kz, che l’ha rilevata più di due anni fa da Impregilo) si è vista respingere dal Consiglio di Stato tre appelli contro altrettante pronunce del Tar Lazio. Sia nei ricorsi che negli appelli l’impresa ha contestato il metodo di calcolo utilizzato da Autostrade per l’Italia per il riconoscimento dei maggiori costi di alcuni materiali con riferimento al 2009, 2010 e 2011 relativamente alla realizzazione di un tratto di una delle gallerie della Variante di Valico. L’impresa ha chiesto ad Autostrade complessivamente 9,3 milioni di euro da imputare ai maggiori costi sostenuti. Autostrade ne ha riconosciuti in tutto 3,37 milioni. Da qui la decisione di ricorrere al Tar e, dopo la bocciatura dei tre ricorsi, di presentare appello al Consiglio di Stato. Ma Palazzo Spada ha respinto tutti gli appelli, confermando in pieno le motivazioni del giudice di primo grado. Per prima cosa, i giudici smontano il metodo di calcolo che l’imrpesa ricorrente ha applicato per definire gli extracosti dovuti agli incrementi dei materiali. In sintesi, l’impresa prende a riferimento i prezzi all’epoca dell’offerta di gara e li confronta poi con i prezzi all’epoca della realizzazione. Il metodo si discosta in modo radicale da quello appena descritto e previsto dal codice degli appalti.
«Orbene – argomentano i giudici – è evidente che, in funzione della periodicità annuale della rilevazione dei prezzi medi dei materiali con le eventuali variazioni percentuali superiori alla soglia rilevante del dieci per cento, tra l’anno per il quale l’appaltatore richiede il riconoscimento della compensazione e quello di rilevazione deve essere intervenuta tale variazione, non potendosi invece assegnare rilievo al criterio seguito dalla società appellante, che muovendo dai prezzi dell’anno di presentazione dell’offerta pretende di individuare un prezzo medio anche per gli anni in cui non sia stata rilevata variazione, con ciò finendosi per riconoscere una compensazione positiva in assenza di incremento dei prezzi o addirittura, in ipotesi, nel caso di loro diminuzione». «In altri termini – proseguono i giudici – e come esattamente ritenuto dal Tar per il Lazio, il meccanismo della compensazione opera anno per anno se e in quanto, da un anno all’altro, si sia verificato un incremento (o una diminuzione) di prezzo medio superiore al 10%, con conseguente irrilevanza di variazioni di prezzi inferiori a tale soglia, con verifica che deve eseguirsi con riguardo all’arco temporale annuale, e non già a quello dell’intero contratto e della sua residua durata».
Peraltro, ricordano i giudici, la ratio del meccanismo previsto dal codice appalti e attuato attraverso l’adozione del Dm prezzi da parte del Mit, è proprio quella di compensare, parzialmente, gli extracosti che il legislatore nazionale ha voluto eliminare cancellando il precedente sistema di revisione prezzi. «Se si opinasse in senso diverso – spiegano infatti i giudici – la deroga eccezionale al criterio del prezzo chiuso assumerebbe contorni sostanzialmente elusivi del divieto di revisione prezzi e finirebbe per snaturare la scelta del legislatore che, a evidenti fini di contenimento (e moralizzazione) della spesa pubblica, ha inteso eliminare un meccanismo che determinava notevoli lievitazioni del costo delle opere pubbliche, ben oltre il quadro economico previsionale e al limite consentendo di recuperare, in tutto o in parte, lo stesso ribasso d’asta». © RIPRODUZIONE RISERVATA. Di  Massimo Frontera

20/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sblocca-cantieri/2. La bocciatura di Cantone: norme confuse, poca semplificazione, rischi dal subappalto

Mauro Salerno

In un report di 24 pagine l’Anac passa in rassegna tutte le criticità del provvedimento che domani torna all’esame del Senato

Norme confuse, rischi sul subappalto e poca semplificazione. Se non si tratta di una demolizione, poco ci manca. A pochi giorni dai voti decisivi nelle commissioni riunite Ambiente e Lavori pubblici del Senato sul decreto legge sblocca cantieri (si riprende martedì 21) l’Anac di Raffaele Cantone pubblica un report di 24 pagineche scandaglia ed evidenzia punto per punto le criticità del decreto: dalla scelta di tornare al regolamento unico ai subappalti, dai commissari agli affidamenti sottosoglia, fino ai requisiti delle imprese. Lo studio, pubblicato sul sito dell’Anac, è quello annunciato dall’ex magistrato all’indomani del “caso” sulla mancata audizione in Senato sul provvedimento, che tocca in moltissimi punti il codice appalti, vale a dire la norma-chiave per il mercato vigilato dall’Autorità.

Passaggio confuso tra linee guida e regolamento
Il primo punto toccato dall’Anac riguarda i rischi di disorientamento degli operatori che potrebbero verificarsi nel passaggio dal vecchio al nuovo sistema, che prevede l’addio al sistema di regolazione fondato sulle linee guida dell’Anac. Secondo Cantone «ne deriva un quadro normativo confuso e poco chiaro, con evidenti difficoltà applicative», «vanificando di fatto le finalità di semplificazione».

Niente semplificazione sottosoglia
Bocciati anche gli interventi mirati a snellire le gare d’appalto di piccola e media dimensione (sotto la soglia Ue di 5,5 milioni per i lavori). Per Cantone, prevedere sempre l’obbligo di gara a procedura aperta oltre i 200mila euro rischia di rendere la vita più difficile alle stazioni appaltanti. Ora, infatti, è possibile fare una procedura negoziata per gli appalti compresi fra 40mila e 1 milione di euro, chiamando un diverso numero di aziende a partecipare a seconda degli importi; lo Sblocca cantieri, invece (ma su questo sono già previste correzioni in Parlamento), riduce la procedura negoziata a 40mila-200mila euro, con soli 3 preventivi, mentre al di sopra prevede gare aperte a chiunque: quindi, sostiene Anac, anziché semplificare, complica. Mentre l’aiuto che dovrebbe derivare dall’applicazione di un criterio di aggiudicazione più immediato come il massimo ribasso verrebbe vanificato dal ritorno dell’appalto integrato che implica di valutare anche gli aspetti tecnici del progetto, oltre al prezzo.

Rischio criminalità e concorrenza nei subappalti
La denuncia più forte arriva sul subappalto. Per cantone l’innalzamento dal 30% al 50% della quota di contratto affidabile ad altre imprese e la «completa eliminazione della verifica dei requisiti sul subappaltatore» non risponde alle obiezioni sollevate con la procedura di infrazione aperta a gennaio da Bruxelles. Soprattutto però «rischia di aggravare talune criticità esistenti (infiltrazioni criminali, violazione delle norme a tutela del lavoro, scarso controllo sull’effettivo esecutore dell’affidamento)» che le norme precedenti «puntavano a contenere». Inoltre «l’eliminazione del divieto di subappalto in favore del concorrente potrebbe stimolare accordi collusivi in fase di gara, che sfociano in cospicue “spartizioni” in fase di esecuzione».

Obiezioni anche su commissari e imprese
Non piace nemmeno l’allungamento (da 10 a 15 anni) del periodo di riferimento per documentare il possesso dei requisiti dei costruttori. L’obiettivo della norma è scavallare gli anni più bui della crisi del settore. Ma per l’Anac, così, si «rischia di aprire il mercato ad imprese non in possesso delle competenze tecniche più aggiornate o addirittura non attive, con conseguente alterazione della concorrenza». Obiezioni pesanti anche sulla scelta di affidare le manutenzioni straordinarie con il progetto definitivo («incrementa le criticità in fase esecutiva e il ricorso a varianti»). Ma il punto più spinoso riguarda l’idea di sbloccare le opere in stallo tramite commissari e deroghe («riduzione dei controlli»). La norma, si legge, «non prevede criteri in base ai quali individuare gli interventi prioritari e non indica la normativa applicabile in concreto, lasciando ai singoli commissari la soluzione dei problemi applicativi e interpretativi (con evidenti riverberi sull’operatività dei commissari stessi)». Senza contare, si sottolinea ancora nel documento, che il codice già conterrebbe norme per operare d’urgenza, attivando delle scorciatoie, motivando la scelta, senza abdicare del tutto ai controlli. © RIPRODUZIONE RISERVATA

20/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sblocca-cantieri, costo manodopera incluso nell’offerta: restano i nodi subappalto, soglie e commissari

Mauro Salerno

Il relatore Santillo (M5S): il livello della procedura negoziata a 200mila euro sarà rivisto, sui commissari il decreto non subirà grandi cambiamenti

Riguarda ancora un tecnicismo del mondo degli appalti – ma con forti ricadute sulla piaga dei ricorsi – uno degli ultimi emendamenti approvati dalle commissioni in Senato sul decreto Sblocca-cantieri. Le imprese che parteciperanno alle prossime gare d’appalto non dovranno più indicare, in modo separato, con l’offerta il costo della manodopera e gli oneri di sicurezza aziendali. Perché questi costi «devono in ogni caso ritenersi compresi» «nell’offerta economica». L’obiettivo dell’emendamento M5S non riguarda tanto l’organizzazione del lavoro, ma il tentativo di sminare la montagna di contenzioso e di sentenze contrastanti che si è generata intorno al rispetto delle formalità documentali su questo tema, che neppure diverse sentenze del Consiglio di Stato in Adunanza Plenaria e della Corte Ue sono riuscite a risolvere. Ora in questo modo si spera di chiudere la partita.

Resta invece ancora piuttosto aperta la partita dell’esame del decreto, dopo la «sconvocazione» delle commissioni già programmate per venerdì mattina e la scelta di tornare a riunirsi a partire da domani pomeriggio. A parte gli emendamenti sugli articoli relativi alla ricostruzione post-sisma, al centro della seduta ci sarà l’esame delle modifiche più delicate al decreto e al codice degli appalti. Si riparte dagli emendamenti accantonati giovedì scorso sulla percentuale di subappalto, che dovrebbe essere verosimilmente ridotta dal 50% al 40%, sull’incentivo del 2% alla progettazione per i dipendenti pubblici (che il decreto ha ripristinato e che ora si punta a eliminare di nuovo) e sulla clausola per cui il concorrente non può diventare subappaltatore del vincitore della commessa. «Stiamo cercando una quadra complessiva su tutto il pacchetto che verrà votato alla ripresa dei lavori», spiega il relatore Agostino Santillo (M5S). L’obiettivo sarebbe quello di chiudere già domani, ma resta aperta la porta di una convocazione anche per mercoledì. Intanto continuano ad arrivare i pareri della commissione Bilancio: un aiuto a sfrondare gli emendamenti.

Un altro difficile tassello da sistemare riguarda l’individuazione della soglia oltre la quale far scattare l’obbligo di gara, sbarrando la strada alle procedure negoziate a inviti. Con il decreto Sblocca-cantieri è stata fatta una doppia scelta. La prima è stata quella di alzare fino a 200mila euro la soglia per l’affidamento «semi-fiduciario» consultando almeno tre imprese. La seconda è stata quella di eliminare tutte le altre griglie di procedure e inviti, stabilendo l’obbligo di gara procedere con gara formale (abbinata al criterio del prezzo più basso temperato dall’esclusione automatica delle offerte anomale fino a 5,5 milioni) oltre i 200mila euro. Per semplificare ancora le gare sottosoglia la Lega chiede di ripristinare il livello di un milione di euro per le procedure negoziate, così come prevedeva il codice appalti fino all’arrivo del decreto Sblocca-cantieri. Il punto di caduta finale nella maggioranza non è ancora stato trovato nel dettaglio. Ma le soglie saranno sicuramente rivisitate rispetto al limite attuale. «L’intesa c’è abbiamo anche trovato dei valori ragionevoli – dice Santillo -. Bisogna solo aspettare la stesura definitiva» .

La questione più delicata rimane quella dei commissari. «I punti di vista tra noi e Lega sono un po’diversi – dice Santillo – ma non ci saranno grossi cambiamenti sull’articolo 4. Anche gli emendamenti presentati dalla Lega potrebbero essere oggetto di ritiro o riformulazione».
Le fibrillazioni di governo legate al voto delle europee stanno influenzando anche il lavoro in commissione? Un riverbero c’è sicuramente stato, anche se in commissione si punta a minimizzare. «Il riflesso maggiore io lo vedo sulle presenze in questi giorni – dice Santillo -. Noi avremmo anche potuto andare a avanti nel weekend e chiudere prima, ma chi fa politica sul territorio sa anche che è necessario fare campagna elettorale. Però i margini di tempo ci sono e quindi va bene così». L’obiettivo rimane quello di chiudere il 28. «In modo che il 29 o al più tardi il 30 si passi alla Camera». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

20/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Progetto Italia, tra Cdp e Salini scintille sulla governance

Laura Galvagni

Sul tavolo anche lo schema dell’operazione e l’impegno degli istituti di credito. Si punta a trovare l’intesa e a sciogliere i nodi rimasti per la data del 19 giugno

Governance, schema definitivo dell’operazione e impegno delle banche. Per dar vita al Progetto Italia, l’ambizioso piano firmato da Salini Impregilo per la realizzazione di un campione nazionale delle costruzioni che parta dal salvataggio di Astaldi, vanno sciolti questi tre nodi chiave. Per farlo Cdp, impegnata sul dossier perché sostenitrice di un’operazione di sistema, e Salini Impregilo hanno ancora un mese di tempo. La volontà, si fa notare, è di trovare l’intesa entro il termine previsto ma nessuno nasconde le difficoltà fin qui incontrate. Soprattutto in materia di governance. Nelle settimane scorse, si racconta, il confronto tra le parti è stato particolarmente acceso. Da un lato il general contractor, promotore del progetto, rivendica la paternità del piano e di conseguenza un peso determinante in materia di “comando”, dall’altro, stante l’impegno della Cassa, delle banche e di possibili investitori industriali terzi, va riconosciuta la giusta rappresentanza e adeguato potere decisionale anche agli altri protagonisti.

Di qui la trattativa serrata su una questione ritenuta centrale da diversi osservatori. Un tema, rispetto al quale ambienti finanziari vicini a Salini Impregilo fanno però notare: «L’importanza strategica del progetto è tale che tutti i soggetti seduti al tavolo sono perfettamente consapevoli che la governance è l’ultimo problema». Di certo, nelle prossime settimane si lavorerà per trovare la quadra. Così come si cercherà di dar forma definitiva all’operazione. E in quest’ottica, resta prevalente l’ipotesi di un ingresso di Cassa Depositi e Prestiti direttamente nel capitale di Salini Impregilo. Nessuno esclude, tuttavia, che possa essere valutata la possibilità di costruire un soggetto condiviso nel quale far poi confluire gli interessi di tutte le parti in causa, non una newco ma un soggetto industriale di fatto emanazione di Salini Impregilo. Ovviamente anche in questo caso dirimenti sarebbero i criteri di governance. Ultimo tassello è il coinvolgimento delle banche e l’impegno che queste intendono a garantire ai vari livelli della catena.

Tutte problematiche sul tappeto ma che i protagonisti punterebbero a risolvere entro tempi opportuni. Come scritto nei giorni scorsi, la partita per il salvataggio di Astaldi, primo step per la definizione di Progetto Italia, andrà infatti ai supplementari. A marzo scorso la scadenza per la presentazione del progetto di rilancio firmato da Salini Impregilo, inizialmente concordata per fine marzo, era stata posticipata al 20 maggio. Ora quella data resta salda, tuttavia si è inserita una nuova finestra che sposta al 19 giugno il termine ultimo per definire la quadra. Per quel giorno è stata fissata infatti l’udienza al Tribunale di Roma per il decreto. Ciò significa, in sostanza, che per mettere a punto tutti gli eventuali dettagli del piano il general contractor, Cdp e le banche avranno di fatto un mese in più. L’intenzione sarebbe ancora quella di stringere il più possibile i tempi. L’obiettivo, d’altra parte, sarebbe quello di mettere in sicurezza in tempi rapidi l’asset che a livello sistemico potrebbe creare maggiori problemi, ossia la compagnia di costruzioni già partner di Salini Impregilo in numerose iniziative, soprattutto in Italia. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

18/05/2019 – Diritto 24

Lipani Catricalà & Partners nel PPP “Bike Station” del Comune di Valeggio sul Mincio (VR).
Lipani Catricalà & Partners ha assistito il Comune di Valeggio Sul Mincio (VR) nella valutazione circa il pubblico interesse di una proposta di project financing ad iniziativa privata relativa alla riqualificazione dell’ex stazione di Borghetto, di cui è prevista la cessione nell’ambito del partenariato in questione, e che implica anche la successiva trasformazione dell’immobile in “Bike Station”, da destinare anche a struttura alberghiera dotata di apposita ciclo-officina e annessi parcheggi di nuova realizzazione.

L’iniziativa, volta a sviluppare il turismo sostenibile, rappresenta uno dei primi interventi a livello nazionale che coniugano i diversi istituti della finanza di progetto e della cessione di immobili di proprietà pubblica in cambio di opere, e ciò a termini dell’art. 183, c. 15 e dell’art. 191 del codice dei contratti pubblici.

Lo Studio Lipani Catricalà & Partners ha agito con un team composto dal partner Giorgio Lezzi e dall’associate Enrico Attili, e, oltre ad aver fornito assistenza nella complessa fase di qualificazione off balance sheet dell’operazione, assiste il Comune anche nella successiva fase di affidamento del citato partenariato pubblico privato.