Rassegna stampa 16 maggio 2019

15/05/2019 – Gazzetta di Reggio

Iren, vertenza milionaria per il maxi derivato a Torino

multiutility
Prima la stipula a copertura del prestito da 400 milioni per il termovalorizzatore Poi la contestazione con la richiesta di risarcimento in tribunale per 56 milioni
REGGIO EMILIA. Controversia milionaria tra Bnp Paribas e la municipalizzata Trm (Trattamento rifiuti metropolitani) di Torino, interamente controllata da Iren. Al centro della vertenza la presunta inadeguatezza del «flexi swap» proposto da Bnp Paribas, e stipulato il primo marzo 2010, per la copertura del 100% del maxi prestito da 400 milioni di euro (erogato da Bei e un pool di banche) per coprire, in project financing, le esigenze finanziarie per la realizzazione del termovalorizzatore di Gerbido. Ora sarà la Commercial Court di Londra, in quanto giudice adito per primo, a decidere sulla esistenza di un conflitto di attribuzione col Tribunale di Torino. Lo hanno stabilito le Sezioni unite della Cassazione, sentenza n. 12638 di tre giorni fa, fissando un principio di diritto e dichiarando inammissibile il ricorso per regolamento preventivo di giurisdizione presentato dal colosso bancario francese nei confronti dell’ azione risarcitoria per 56 milioni di euro promossa da Trm davanti al Tribunale di Torino. È questa infatti la cifra che secondo una perizia commissionata dalla municipalizzata alla Università Bocconi, la società avrebbe risparmiato se la banca, operando correttamente, avesse stipulato (seguendo le indicazioni del “Preliminary information memorandum”) un «Interest Rate Swap Plain Vanillia». Al contrario, sempre secondo Trm, il contratto firmato aveva ingenerato un «forte disallineamento del debito», determinando una situazione di over-hedging che in caso di risoluzione anticipata avrebbe prodotto (alla fine del 2016) una posizione negativa di 93 milioni di euro. Bnp Paribas (assistita dallo studio Bonelli Erede), dal canto suo, nel ricorso ricorda di aver adito il giudice inglese già nel settembre 2016, dunque ben prima della citazione dell’ aprile 2017 davanti al Tribunale italiano, con claim volto ad accertare l’ inesistenza di obblighi contrattuali relativi allo specifico rapporto di hedging. A questo punto il giudice di Torino dovrebbe sospendere il giudizio a meno che non ritenga che le due cause non abbiano argomenti in comune. Per la Suprema corte siamo davanti ad un caso «paradigmatico per verificare la tenuta del criterio della prevalenza della determinazione pattizia della giurisdizione» nello spazio europeo. Se però, argomenta la Corte, la deroga al criterio della «prevenzione» è agevole quando la determinazione della giurisdizione è univoca, diventa «problematica» – in assenza di un giudice sovranazionale – di fronte ad una molteplicità di clausole differenti sul tema. «L’ unica risposta possibile, a giudizio di queste Sezioni Unite – si legge nell’ ordinanza -, sta proprio nell’ impedire la possibile formazione di giudicati contrastanti facendo valere il principio del ne bis in idem e quindi riattribuendo priorità al criterio della attribuzione al giudice preventivamente adito della decisione sulla giurisdizione». «Per l’ operatività di tale soluzione – prosegue – non è esperibile altra via se non quella della sospensione del procedimento instaurato successivamente e tale decisione, se sospendere o meno il giudizio, spetta al giudice del merito e non a quello della giurisdizione». — BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI.

16/05/2019 – Italia Oggi

Gare, torna lo stato di diritto

Al via il voto in commissione al senato sugli emendamenti decreto sblocca cantieri

Santillo: fuori dall’appalto solo per irregolarità fiscali certe

Dietrofront sull’esclusione dalle gare d’appalto delle imprese con irregolarità (fiscali e previdenziali) non definitivamente accertate. Come anticipato su ItaliaOggi del 3 maggio, la maggioranza ha deciso di fare dietrofront sulla controversa norma del decreto sblocca cantieri che interveniva sulle cause di esclusione dalle gare d’appalto pubbliche (art.80, comma 4, del dlgs 50/2016) stabilendo la possibilità di escludere un operatore economico dalla partecipazione a una procedura d’appalto se la stazione appaltante fosse a conoscenza di un’inadempienza dell’impresa agli obblighi relativi al pagamento di imposte e tasse o contributi previdenziali anche «non definitivamente accertati». Una norma che aveva subito prodotto una levata di scudi da parte delle categoria (in primis commercialisti e professionisti tecnici) che lamentavano l’istituzione di «uno stato di polizia tributaria».

Ora la maggioranza gialloverde tornerà sui propri passi, cancellando integralmente la norma (articolo 1, comma 1, lettera n, numero 4 del dl 32/2019). Ad annunciarlo a ItaliaOggi il relatore del decreto in commissione lavori pubblici e ambiente del senato, Agostino Santillo (M5S) che ha assicurato anche un altro dietrofront molto atteso dai professionisti, ossia quello sull’incentivo del 2% ai tecnici interni alla pubblica amministrazione.

«Siamo molto soddisfatti che siano stati accolti e condivisi i nostri dubbi in tema di reintroduzione dell’incentivo ai dipendenti pubblici e appalto integrato. Queste misure infatti, come più volte ripetuto, sarebbero andate a discapito della dignità professionale di architetti e ingegneri liberi professionisti, svilendone sia il ruolo sia la qualità del loro lavoro», ha affermato Egidio Comodo, presidente di Fondazione Inarcassa.

Dopo un lungo incontro di mediazione con gli alleati della Lega, Santillo ha confermato la revisione delle soglie di affidamento, con l’innalzamento a un milione di euro della soglia massima per la procedura negoziata (si veda ItaliaOggi del 10 aprile) mentre resta ancora da sciogliere il nodo del contributo «salva cantieri», istituito per venire in aiuto delle imprese sub-appaltatrici e sub-fornitrici in caso di crisi dell’appaltatore. Una cosa è certa: il contributo (in un primo momento annunciato dal ministro Danilo Toninelli allo 0,5% del valore del bando e poi rimodulato da un emendamento del M5S allo 0,2% sul ribasso offerto dall’aggiudicatario rispetto alla base d’appalto) «non dovrà più gravare sulle imprese». Su questo Santillo è stato categorico anche se, ha spiegato, «ora bisogna individuare una soluzione normativa che non crei problemi di compatibilità con le norme comunitarie».

In attesa di definire le ultime riformulazioni, ieri in tarda serata sono iniziate le votazioni in commissione sugli emendamenti all’articolo 1 del decreto legge, quello che contiene le modifiche al codice appalti. Le votazioni proseguiranno per tutta la settimana con l’obiettivo di chiudere i lavori in commissione entro martedì 21 (o al massimo mercoledì 22). Poi ci sarà lo stop per le elezioni europee che rinvierà l’approdo in aula del decreto al 28 maggio. Per quella data, chiariti, grazie al voto, i rapporti di forza all’interno della maggioranza, tutti i nodi tecnici dovranno essere sbrogliati. di Francesco Cerisano

 

16/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Appalti, niente esclusione per inadempimenti di terzi

Guglielmo Saporito

La legge europea che impone proporzionalità alle penali contrattuali limita anche il potere di esclusione dalle gare delle Pa

Le innovazioni al Codice dei contratti pubblici in tema di penali da ritardo (articolo 113-bis del Dlgs 50/2016, modificato dall’articolo 5 della legge europea 37/2019), avranno effetti anche sulle cause di esclusione da gare pubbliche.

La legge europea riguarda le sanzioni per il ritardo nell’esecuzione delle prestazioni contrattuali, imponendo proporzionalità ai giorni di ritardo ed all’importo del contratto. Di fatto, tuttavia, l’innovazione incide anche sulle cause di esclusione dalle gare, perché l’articolo 80, comma 5 lettera c-ter del decreto 50/2016 prevede un’esclusione automatica delle imprese che abbiano subito penali per inadempimenti. Imponendo proporzionalità alle penali contrattuali, si limita di fatto anche il potere di esclusione da parte della pubblica amministrazione.

Il tema è stato approfondito di recente dal Consiglio di Stato con la sentenza 30 aprile 2019 n. 2794, relativa a un appalto per smaltimento rifiuti: un’impresa era stata infatti esclusa da una gara per non aver dichiarato precedenti sanzioni contrattuali, cioè penali economiche subite nell’esecuzione di un precedente, analogo contratto per smaltimento rifiuti.

L’omessa dichiarazione di questo infortunio aveva causato in modo automatico l’esclusione dalla gara successiva. Secondo il Consiglio di Stato, però, non basta aver subito una penale contrattuale per essere ritenuti inidonei, soprattutto se mancano altri elementi significativi o sintomi di gravi errori professionali.

Questo perché un inadempimento può derivare anche da comportamenti di soggetti terzi o da eventi esterni. Ad esempio, non è causa di esclusione da successivi rapporti contrattuali, nel settore dello smaltimento rifiuti, il mancato raggiungimento di una predeterminata percentuale di raccolta differenziata (Consiglio di Stato, 1346/2018): un conto è infatti il risultato auspicato (e non raggiunto), altro conto è la responsabilità che deriva da un proprio errore.

Secondo i giudici, inoltre, la pattuizione di una clausola penale non sottrae il rapporto alla disciplina generale delle obbligazioni, che esclude la responsabilità del debitore quando costui prova che l’inadempimento, o il ritardo nell’adempimento dell’obbligazione, siano stati determinati dall’impossibilità della prestazione per causa non imputabile al debitore (ad esempio, per caso fortuito: Corte di cassazione 7180/ 2012).

Inoltre, l’importo delle penali deve essere significativo, valutando la gravità dell’inadempimento con il metro adottato nelle linee guida Anac 1293/16, che danno rilevanza a penali di importo superiore all’1% dell’importo del contratto. Oggi l’articolo 5 della legge 37/2019 prevede penali giornaliere tra lo 0,3/1000 e l’1/1000 dell’importo contrattuale, senza poter superare, complessivamente, il 10% dell’importo del contratto; ma solo dall’1% in su la penale contrattuale, secondo il Consiglio di Stato, influisce sulle gare successive.

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16/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sblocca-cantieri/1. Bocciata in Senato la riserva di appalti alle Pmi locali

Mauro Salerno

No della commissione Affari costituzionali agli emendamenti mirati a destinare una quota del 50% delle gare sottosoglia sulla base di principi territoriali

Contrari ai principi di uguaglianza, libertà economica e concorrenza. Arriva una prima bocciatura per gli emendamenti presentati da maggioranza (Lega) e partiti di opposizione con l’obiettivo di creare una riserva di appalti destinati alle piccole e medie imprese locali. Guardando all’emendamento presentato dalla Lega (gli altri prevedono comunque misure analoghe) l’obiettivo sarebbe quello di riservare una quota del 50% dei bandi di gara – di valore inferiore alla soglia Ue di 5,5 milioni e senza interesse transfrontaliero – alle piccole e medie imprese con sede nel territorio regionale.

Non è la prima volta che in Parlamento si fa strada una proposta di questo genere. Anche in passato sono state avanzate – da altri governi e diverse maggioranze – proposte simili che si sono viste sempre viste la strada sbarrata dalla necessità di rispettare i principi di libertà economica e concorrenza.

Anche questa volta non è andata diversamente. In questo caso (probabilmente grazie all’idea di includere nella riserva solo i piccoli appalti privi interesse trasnfrontaliero) la commissione Politiche Ue non si è messa di traverso, ma a dire di no è stata la commissione Affari Costituzionali del Senato.

Nel parere sul decreto Sblocca-cantieri, la prima commissione di Palazzo Madama ha infatti rilevato che l’emendamento presentato dalla Lega (prima firmataria Simona Pergreffi), va bocciato proprio nel punto in cui propone la riserva di appalti alle Pmi, perché «nello stabilire una riserva di partecipazione alle imprese che abbiano sede legale e operativa in un determinato territorio, non appare compatibile con il principio di uguaglianza di cui all’articolo 3 della Costituzione e con il principio della libertà di iniziativa economica, nonché della libera concorrenza, di cui all’articolo 41 della Costituzione». © RIPRODUZIONE RISERVATA

16/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sblocca-cantieri/3. I comuni chiedono più tempo per affidare gli appalti e pagare i debiti con le imprese

Massimo Frontera

Nel (nutrito) pacchetto di emendamenti che l’Anci chiede di inserire nel Dl Sblocca-cantieri anche varie proroghe contabili e fiscali

Proroghe alle scadenze di contabilità economico-patrimoniale, proroga ai termini per ripianare il disavanzo dovuto a sanatorie fiscali, slittamento dei termini sulla richiesta di liquidità per pagare i debiti alle imprese, proroghe per attuare alcuni piani di “piccole opere” comunali finanziate dalle ultime manovre di bilancio. Nel nutrito pacchetto di emendamenti che l’Anci chiede di inserire al Dl Sblocca-cantieri c’è una specie di “mille-proroghe” tutto dedicato agli enti locali, ma anche con varie richieste di carattere fiscale-contabile, finanziario e organizzativo o legate alla possibilità di assumere nuovo personale con contratto a tempo indeterminato.
Tra le misure di immediato interesse delle costruzioni ci sono le richieste di prorogare le scadenze previste da due programmi di opere pubbliche finanziati dalle ultime due finanziarie. Più precisamente, l’Anci ha chiesto più tempo per attuare il piano di interventi finanziato dall’ultima legge di Bilancio (commi 107 e seguenti della legge 30 dicembre 2018, n.145) per far slittare di circa due mesi i termini previsti dal piano finanziato da 400 milioni di euro per investimenti per la messa in sicurezza di scuole, strade, edifici pubblici e patrimonio comunale. Più precisamente si chiede di far slittare dal 15 maggio al 15 luglio la scadenza per aprire il cantiere, dal 15 giugno al 31 agosto il termine per la revoca dei fondi non utilizzati entro la scadenza e, infine dal 15 ottobre al 31 dicembre il termine per aprire i cantieri a carico dei comuni beneficiari delle risorse definanziate agli enti inadempienti.
Proroghe anche per gli investimenti finanziati complessivamente con 850 milioni dalla legge di bilancio 2018, nel triennio 2018-2020 con 150 milioni sull’annualità 2018, 300 milioni sull’annualità 2019 e 400 milioni sull’annualità 2020. Il riferimento normativo è il comma 857 della legge n.205 del 27 dicembre 2017. Più precisamente si chiede di prolungare da 8 a 12 mesi il termine per l’affidamento dei lavori a causa, spiega il documento dell’Anci, delle «difficoltà legate alle procedure di affidamento dei lavori previste al codice degli appalti». «La modifica – aggiunge l’Anci – permette di evitare la revoca del finanziamento agli enti che hanno comunque ottemperato all’utilizzo dei fondi seppure in ritardo rispetto al termine originario».
Più tempo anche per pagare i fornitori con le risorse del Tesoro chieste a titolo di anticipo di liquidità con riferimento alla norma della Finanziaria 2019 (commi 858-862 articolo 1, legge n.145 del 30 dicembre 2018). In questo caso, l’Anci chiede di rimandare le disposizioni di un anno per «evitare l’entrata in vigore non concertata delle norme sui debiti commerciali, che rischiano di determinare un’insostenibile stretta finanziaria su una significativa fascia di enti locali in condizioni di difficoltà nel rispetto delle scadenze di pagamento».
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16/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Consiglio di Stato: la certificazione di qualità può essere dimostrata anche al di fuori dell’attestato Soa

Roberto Mangani

Ribaltata l’impostazione del Tar che aveva confermato l’esclusione dell’impresa: ciò che conta è l’effettivo possesso dei requisiti, mentre è relativo il modo con cui sono dimostrati

Il possesso della certificazione di qualità può essere dimostrato anche se non risulta dall’attestazione Soa, qualora vi sia un autonomo certificato che ne dia evidenza. Di conseguenza è da considerarsi illegittima l’esclusione di un concorrente che in sede di gara ha prodotto un’attestazione Soa recante un riferimento a uan certificazione di qualità scaduta, qualora il possesso di quest’ultima sia stato comunque dimostrato con autonoma documentazione in corso di validità.

Sono questi i principi affermati dal Consiglio di Stato, Sez. III, 7 maggio 2019, n. 2932,che si è espresso sui rapporti tra attestazione Soa e certificazione di qualità ai fini della dimostrazione del possesso di quest’ultima.

Il fatto
In relazione a una procedura negoziata per l’affidamento di un appalto di lavori e alla relativa intervenuta aggiudicazione, il concorrente secondo classificato proponeva ricorso davanti al giudice amministrativo.
In sede di gara l’aggiudicatario aveva prodotto un’attestazione Soa in corso di validità ma contenente il riferimento a una certificazione di qualità scaduta; nel contempo veniva tuttavia prodotta in maniera autonoma una certificazione di qualità temporalmente valida.
Secondo il ricorrente l’insieme di tale documentazione avrebbe dovuto portare all’esclusione dell’aggiudicatario. Ciò in quanto la certificazione di qualità doveva essere attestata da un organismo che per legge è abilitato in questo senso, e cioè la Soa. Infatti, l’articolo 84, comma 4, lettera c) del D.lgs. 50/2016 stabilisce esplicitamente che siano le Soa ad attestare il possesso della certificazione di qualità, rilasciata da soggetti accreditati.
Nel caso di specie, come detto, questa condizione non si era verificata, in quanto l’attestazione Soa si riferiva a una certificazione di qualità temporalmente scaduta, a nulla rilevando che il concorrente aveva prodotto un autonomo certificato relativo alla qualità aziendale. Da qui la conclusione secondo cui l’aggiudicatario doveva essere escluso.

La posizione del Tar Lecce
Il Tar ha accolto il ricorso del concorrente. Il giudice amministrativo di primo grado ha affermato in primo luogo la stretta connessione esistente tra attestazione Soa e certificazione di qualità. I due elementi sono fortemente correlati, cosicché la validità dell’uno influisce sulla validità dell’altro.
Partendo da questa premessa il Tar ha evidenziato che nel caso di specie la mancanza di una valida certificazione di qualità veniva ad influenzare in negativo anche l’attestazione Soa, che anch’essa non poteva ritenersi in corso di validità. Né poteva attribuirsi un effetto sanante al certificato di qualità autonomamente prodotto dal concorrente e temporalmente valido, poiché lo stesso non risultava integrato nell’attestazione Soa.
Venivano quindi accolte le ragioni del ricorrente, ritenendosi che l’aggiudicatario avrebbe dovuto essere escluso.

Contro tale pronuncia l’aggiudicatario proponeva appello davanti al Consiglio di Stato, evidenziando che in realtà nel corso della procedura di gara egli era sempre stato in possesso sia dell’attestazione Soa che della certificazione di qualità temporalmente valide. Nessun rilievo poteva avere la circostanza che il possesso di detti elementi risultasse da due documenti separati piuttosto che da un unico documento che li integrasse entrambi.
In ogni caso, a fronte di eventuali incertezze in ordine all’effettivo possesso della certificazione di qualità, l’ente appaltante non avrebbe potuto procedere all’esclusione bensì a una richiesta di chiarimenti e integrazioni, attivando il soccorso istruttorio.

La posizione del Consiglio di Stato
Il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso dell’aggiudicatario, condividendone i contenuti e riformando la sentenza di primo grado.
Nell’articolare il suo ragionamento il giudice di appello prende le mosse dall’evidenziazione dello scopo della disciplina sulla qualificazione delle imprese. Tale scopo va identificato con l’esigenza che alle procedure di affidamento partecipino non soggetti idonei dal punto di vista formale quanto piuttosto concorrenti che siano in possesso dei prescritti requisiti sostanziali e che siano quindi in grado di eseguire le prestazioni loro affidate.
In questa logica, risulta incontestato che l’impresa aggiudicataria risultava in possesso dei prescritti requisiti di qualificazione durante tutto il periodo di svolgimento della procedura di gara e senza soluzione di continuità.

A fronte di questo dato non controverso, non assume alcun rilievo il fatto che il concorrente non abbia prodotto in sede di gara una attestazione Soa aggiornata che recepisse la rinnovazione della certificazione di qualità, giacché quest’ultima era comunque posseduta dal concorrente stesso, che l’aveva ottenuta da un organismo certificatore abilitato.
Se infatti è vero che l’articolo 84, comma 4, lettera c) prevede che il possesso della certificazione di qualità sia dimostrato attraverso un’espressa indicazione in questo senso contenuta nell’attestazione Soa, non si può solo per questo ritenere che una certificazione di qualità esistente ma non ancora integrata nell’attestazione Soa non abbia alcun rilievo ai fini della dimostrazione del suddetto requisito.

Va peraltro evidenziato che la verifica in ordine al possesso della certificazione di qualità spetta a un organismo certificatore a tal fine accreditato ai sensi della normativa europea; di tale attività di verifica la Soa non può che prendere atto, senza alcun margine di valutazione autonoma. Sarebbe quindi paradossale che, a fronte di una certificazione attestata dall’unico organismo abilitato a rilasciarla, della stessa non si tenesse conto per il solo fatto della mancanza di un recepimento formale in altro documento.

D’altro canto nel caso di specie l’impresa aggiudicataria non si è attivata per ottenere l’adeguamento formale della Soa in quanto l’ente appaltante non aveva sollevato alcuna perplessità o richiesta di chiarimenti o integrazioni rispetto alla documentazione prodotta, ritenendo evidentemente la stessa idonea ai fini della prova di tutti i requisiti richiesti. Questo comportamento ha quindi ingenerato un legittimo affidamento nell’impresa, che non ha ritenuto necessario agire per sanare un presunto vizio formale.

L’insieme di queste argomentazioni ha portato il Consiglio di Stato a considerare completa la documentazione presentata dall’aggiudicatario in sede di gara, ritenendo sufficiente che agli atti risulti l’effettivo possesso della certificazione di qualità, anche se contenuta in un documento autonomo e non dall’attestazione Soa che dovrebbe integrarla.

La soluzione opposta – accolta dal Tar Lecce – porta a privilegiare in sede di gara chi è stato più diligente nella redazione formale della documentazione richiesta, mentre ciò che occorre valutare in sede di accertamento dei requisiti è che il concorrente sia effettivamente in possesso degli stessi, così da risultare idoneo all’effettivo svolgimento delle prestazioni oggetto di affidamento. Ciò non dà luogo ad alcuna violazione della par condicio, ma costituisce anzi una corretta applicazione degli altri principi della massima partecipazione alla gara e della necessità di selezionare la migliore offerta.

Un approccio sostanzialistico
La posizione del Consiglio di Stato accoglie un’impostazione di tipo sostanzialistico. Ciò che va valutato in sede di gara è l’effettivo possesso dei requisiti, mentre assume un valore relativo il fatto formale rappresentato dal come tali requisiti sono dimostrati.
Ed effettivamente, come evidenziato nella sentenza in commento, ciò che deve essere garantito dal sistema di qualificazione è che il concorrente abbia le capacità per eseguire le prestazioni. La dimostrazione dell’effettivo possesso di tali capacità può avvenire attraverso un documento idoneo alla scopo, anche se tale documento non corrisponde esattamente a quanto previsto dalla norma.

In questo senso il Consiglio di Stato si discosta da un approccio che troppo spesso caratterizza la giurisprudenza amministrativa tutto incentrato sul dato formale, che come tale non sempre garantisce il raggiungimento del miglior risultato in termini di efficienza dell’azione degli enti appaltanti.

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16/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Salini Impregilo/1. Più tempo per il salvataggio di Astaldi

Laura Galvagni

Fissata per il 19 giugno l’udienza presso il Tribunale di Roma per il decreto

La partita per il salvataggio di Astaldi, che porta con sé anche la potenziale realizzazione del più ambizioso piano Progetto Italia, potrebbe slittare ancora di qualche settimana. A marzo scorso la scadenza per la presentazione del progetto di rilancio firmato da Salini Impregilo, inizialmente concordata per fine marzo, era stata posticipata al 20 maggio. Ora quella data resta salda, tuttavia si è inserito un nuovo tassello che sposta al 19 giugno la data ultima per definire la quadra. Per quel giorno è stata fissata infatti l’udienza al Tribunale di Roma per il decreto. Ciò significa, in sostanza, che per mettere a punto tutti gli eventuali dettagli del piano il general contractor e le banche avranno di fatto un mese in più.

La trattativa è ormai serrata da tempo ma lo scenario è complesso, tanto più se con questo progetto si vogliono gettare le basi per realizzare la ristrutturazione dell’intero settore delle costruzioni. L’intenzione sarebbe ancora quella di stringere il più possibile i tempi. A quanto risulta, infatti, la dialettica con gli istituti di credito è fitta. L’obiettivo, d’altra parte, sarebbe quello di mettere in sicurezza in tempi rapidi l’asset che a livello sistemico potrebbe creare maggiori problemi, ossia la compagnia di costruzioni già partner di Salini Impregilo in numerose iniziative, soprattutto in Italia. Si tratterebbe di un primo step per poi procedere, con tempi e modi opportuni, a valutare altri dossier di aziende in difficoltà (come Trevi, Cmc, Condotte, Grandi Lavori Fincosit) che assieme ad Astaldi valgono circa 6 miliardi di giro d’affari ma soprattutto 5 miliardi di indebitamento finanziario aggregato a cui si sommano linee di bondistica per 7 miliardi. Numeri rilevanti e che danno la misura di quanto sia ormai in crisi un settore chiave per il paese: solo in termini di giro d’affari i gruppi a rischio valgono lo 0,4% del Pil. Cifre troppo importanti perchè non si consideri, almeno sulla carta, un intervento di sistema che dia nuovo impulso al comparto. Perché ciò avvenga, però, il contesto deve essere favorevole, deve esserci cioè la volontà di tutti gli stakeholders, azionisti, banche creditrici, investitori finanziari e istituzionali, di dar vita a un simile piano. E in quest’ottica, il primo passaggio chiave è quello di costruire consenso attorno al salvataggio di Astaldi. L’agglomerato Salini Impregilo-Astaldi diventerebbe così il perno attorno a cui costruire un campione nazionale.

Nel mentre giusto ieri il cda di Salini Impregilo ha esaminato alcuni dati relativi all’andamento del business a inizio 2019, che vedono un totale di nuovi ordini acquisti da inizio anno a circa 5 miliardi di euro, di cui mezzo miliardo si riferisce a progetti in corso di finalizzazione. Una nota della società di costruzioni ha sottolineato anche «un significativo miglioramento della qualità del backlog grazie anche al contributo dell’Australia che passa dall’1,5% del 2018 al 12% del totale». In tutto, la pipeline commerciale è superiore a 45 miliardi di euro di cui oltre la metà in Nord America, Europa e Australia. Inoltre, l’andamento della gestione economico-finanziaria è «in linea con le attese» © RIPRODUZIONE RISERVATA

16/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Salini Impregilo/2. Da inizio anno nuovi ordini per 5,5 miliardi: «andamento in linea con le attese»

  1. E. T.

Tra i contratti svetta il mega appalto per l’impianto idroelettrico di Snowy 2.0 in Australia da 5,1 miliardi di dollari australiani (3,23 miliardi di euro)

Un totale di nuovi ordini acquisiti da inizio anno di circa 5 miliardi di euro, di cui mezzo miliardo riferito a progetti in corso di finalizzazione. Sono i dati di Salini Impregilo comunicati dopo che il cda ha analizzato i risultati relativi al business dei primi mesi dell’anno.
La pipeline complessiva delle attività commerciali del Gruppo è superiore a 45 miliardi, di cui oltre il 50% in Nord America, Europa e Australia. «Il profilo geografico dei progetti acquisiti continua a confermare la strategia commerciale di consolidamento del portafoglio ordini del Gruppo nei mercati con un basso profilo di rischio» spiega la società, aggiungendo che «l’andamento della gestione economico-finanziaria è in linea con le attese».
Tra i principali contratti che Salini Impregilo si è aggiudicata quest’anno svetta il mega appalto per l’impianto idroelettrico di Snowy 2.0 in Australia da 5,1 miliardi di dollari australiani (3,23 miliardi di euro). Più di recente a Salini è andato il contratto da 530 milioni di euro per il cosiddetto nuovo “Orient Express”, la linea ferroviaria ad alta velocità di 153 chilometri che attraverserà la parte europea della Turchia, tra Istanbul e la frontiera con la Bulgaria. © RIPRODUZIONE RISERVATA

16/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Piccole opere, arriva la pioggia di 500 milioni su 7.910 enti locali: cantieri entro ottobre

Massimo Frontera

Contributi a fondo perduto tra 50mila e 250mila euro per micro-interventi di efficientamento energetico su edifici e reti pubbliche

Definita la distribuzione di 500 milioni di euro a valere sui fondi Fsc destinati alle piccole opere dei comuni stanziati dal decreto Crescita (articolo 30 del Dl n.34/2019). Il maxi-riparto è stato approvato dal ministero dello Sviluppo attraverso un decreto direttoriale pubblicato ieri sul sito del Mise che assegna i contributi a 7.910 enti locali, cioè praticamente a tutti i comuni italiani (anche se il numero totale è leggermente inferiore ai 7.926 comuni stimati dal decreto Crescita). Una vera e proprio distribuzione a pioggia, con “gocce” che variano da 50mila euro per i comuni più piccoli fino ai 250mila euro assegnati alle sole 12 città metropolitane. A seconda della grandezza, i comuni hanno ricevuto anche quote di 70-90-130-170-210mila euro.
Le risorse dovranno essere utilizzate per interventi di vario tipo riconducibili a «efficientamento energetico» oppure allo «sviluppo territoriale sostenibile». Due formulazioni che consentono a ciascun ente locale di individuare con facilità una destinazione, intervenendo per esempio su illuminazione pubblica, risparmio energetico degli edifici pubblici, installazione di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili, mobilità sostenibile, adeguamento e messa in sicurezza di scuole, edifici pubblici e patrimonio comunale, abbattimento delle barriere architettoniche, eccetera.
Di fatto, il contributo a fondo perduto del Mise è una sorta di bonus utilizzabile su un ampio spettro di interventi. Il Mise pone solo due condizioni (precisate nel Dl Crescita): i beneficiari non devono avere già ottenuto un finanziamento a valere su fondi pubblici o privati, nazionali, regionali, provinciali o strutturali di investimento europeo; il contributo deve essere aggiuntivo rispetto a risorse già programmate sulla base degli stanziamenti contenuti nel bilancio di previsione dell’anno 2019. L’altra condizione richiesta è l’avvio dei lavori entro il 31 ottobre 2019. Chi non riesce a spendere i soldi va incontro alla «decadenza automatica dell’assegnazione del contributo».
Il decreto direttoriale ricorda che l’erogazione avviene in due quote: la prima metà dei soldi viene trasferita dopo la verifica «del termine di inizio lavori». L’altra metà arriva dopo il collaudo. Infine, si annunciano – a sorpresa – ulteriori «disposizioni operative» per disciplinare «le modalità di controllo e le disposizioni operative per l’attuazione della misura». Le indicazioni arriveranno con un successivo provvedimento Mise, sempre a firma del direttore dell’area Incentivi alle imprese.
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