Rassegna stampa 14 maggio 2019

14/05/2019 – Brescia Oggi

In un anno le rinnovabili cresciute del 6 per cento

Non c’ è legge, non c’ è obbligo. Eppure, «con tre anni di anticipo abbiamo deciso di investire 40 miliardi di euro per uscire dal carbone con la conversione delle centrali di Lamarmora e Monfalcone», sottolinea il presidente di A2A Giovanni Valotti durante il dibattito nell’ assemblea ordinaria dei soci per l’ approvazione del bilancio 2018. LA MULTIUTILITY punta sempre di più sulle rinnovabili cresciute del 6 per cento in un anno, insieme alla riduzione di emissioni di Co2 di 10 punti. Al momento produce energia da carbone e olio combustibile solo per un 16 per cento destinato a ridursi ancora con la decarbonizzazione di Lamarmora, che procede secondo cronoprogramma.Il resto viene da gas naturale (49 per cento), frazione non riciclabile dei rifiuti (4 per cento) e fonti rinnovabili (31 per cento in gran parte idroelettrico). Ora c’ è l’ ingresso nel solare. Tramite la controllata A2A Energy Solutions è stata acquisita SunCity Energy Srl, società focalizzata sui business di aggregazione e dispacciamento di energia proveniente da fonti rinnovabili 100 per cento italiane, ed è stato avviato un progressivo piano di ingresso nel capitale del Gruppo SunCity, Energy Service Company (ESCo) specializzata nel realizzare servizi di efficienza energetica e generazione distribuita alle piccole e medie imprese. In un anno e mezzo siamo diventati uno dei 10 maggiori operatori del solare e tra i pochi a carattere industriale – sottolinea l’ ad Valerio Camerano -, grazie alla nostra capacità di fare economie di scala in un settore privo di incentivi statali». Vero è che gli impianti fotovoltaici devono pagarseli i cittadini, ma «abbiamo un’ offerta per il solare e la mobilità elettrica – ricorda Valotti -, e faremo una grossa campagna di educazione per farla conoscere meglio». © RIPRODUZIONE RISERVATA. MI.VA.

14/05/2019 – Libero
I comuni non investono. L’ acqua pubblica ci costerà 7 miliardi di tasse

I grillini vogliono nazionalizzare la gestione del servizio, ma il rapporto annuale delle imprese idriche svela che gli enti locali spendono meno di un decimo dei privati per l’ ammodernamento e la manutenzione della rete. Chi pagherà gli interventi?
Una volta archiviata la campagna elettorale per il rinnovo del parlamento europeo, il Movimento cinque stelle tornerà alla carica per portare a termine il suo proposito di nazionalizzare l’ intera rete idrica italiana. Il progetto prevede la liquidazione dei capitali privati che sostengono alcune società di gestione degli acquedotti e la loro sostituzione con enti pubblici. Il problema di fondo di questo antico pallino del Movimento è che la gestione privata si dimostra più efficiente di quella pubblica anche per i maggiori investimenti sostenuti e finalizzati a migliorare la qualità della rete di distribuzione. E la differenza non è di poco conto. Nel quadriennio 2016-2019, tra dati di consuntivo e di previsione, la media annuale ponderata degli investimenti lordi messi in campo dai gestori industriali arriva a 45 euro ad abitante. Limitando il fuoco ai soli investimenti già realizzati, la media, secondo quanto riferisce il “Blue Book”, la monografia sull’ industria del servizio idrico integrato realizzata dalla Fondazione Utilitatis – centro ricerche di Utilitalia (la Federazione delle imprese di acqua energia e ambiente), è di 37 euro a persona. Se invece si guardano gli investimenti realizzati dai Comuni ancora gestiti “in economia”, si nota una sostanziale differenza: la media degli investimenti è infatti di appena 4 euro ad abitante nel biennio 2016-2017, si legge nel Blue Book, che verrà presentato domani a Bressanone. ALTRI SOLDI Invece di spingere verso una maggiore partecipazione dei privati nella gestione e manutenzione dell’ acqua, una parte dell’ esecutivo punta ad eliminarla. E i costi necessari per mantenere la rete idrica efficiente non sono proprio pochi. Soltanto per garantire nei prossimi anni un approvvigionamento sicuro di acqua potabile sono necessari investimenti per 7,2 miliardi di euro. Così divisi: 3,9 nel Sud e nelle Isole, 1,9 al Centro e 1,3 al Nord. Il motivo di un maggior impegno economico verso il Mezzogiorno sta nel diverso stato di salute della rete. Al Sud infatti viene disperso il 45% delle acque immesse nelle tubature. Al Nord, dove gli impianti sono più moderni per i maggiori investimenti sostenuti in passato, la percentuale scende al 26%. Ma chi deve pagare questi investimenti? Se la gestione del patrimonio idrico dovesse tornare tutta in mano pubblica, è ovvio che dovranno essere solo i contribuenti a sostenere le spese. Non che i privati lavorano gratis ma la maggiore efficienza di gestione potrebbe garantire oneri futuri minori. LE RISORSE «Gli eventi siccitosi e quelli alluvionali – spiega il presidente di Utilitalia, Giovanni Valotti – non possono più essere considerati avvenimenti eccezionali ma eventi dalla ricorrenza ciclica, pertanto devono essere affrontati con interventi e processi strutturali sostenibili nel lungo periodo. Negli ultimi anni, il 50% delle risorse sono state dirottate verso i servizi di fognatura e depurazione, con l’ obiettivo di superare le infrazioni comunitarie; ma per effetto delle modifiche introdotte nella nuova Direttiva Europea sulle acque potabili e per l’ introduzione della Regolazione della qualità tecnica del servizio idrico integrato, si registrerà un incremento degli interventi sulla rete di distribuzione e per la riduzione delle perdite». Per Valotti, «solo un massiccio piano di investimenti potrà quindi consentire di affrontare i cambiamenti climatici e in particolare i periodi fortemente siccitosi». Oltre a ridurre le multe che il nostro Paese paga all’ Ue per il mancato o non corretto adempimento delle specifiche direttive europee. Utilitalia, che da ieri e fino al 15 maggio organizza a Bressanone la quinta edizione del Festival dell’ Acqua, sottolinea inoltre come in Italia si pagano le tariffe tra le più basse d’ Europa. Lo stesso metro cubo di acqua che a Roma si paga 1,69 dollari (rilevazione anno 2017), a Berlino costa 5,4 dollari, a Oslo 4,7 dollari, a Parigi 3,5 dollari e a Londra 2,6 dollari. riproduzione riservata. antonio spampinato.

14/05/2019 – ANSA
Gran Sasso, chiarimento Mit-Strada Parchi, verso intesa

Si cercano risorse per lavori. Chiusura tunnel non inevitabile

La riunione al Ministero delle Infrastrutture è stata “costruttiva”. A quanto si apprende al termine dell’incontro, si lavora ad un’intesa che sollevi la Strada dei Parchi dalle responsabilità e per trovare le risorse con tutte le amministrazioni pubbliche per intervenire urgentemente e sanare la situazione a rischio di inquinamento delle acque.
L’incontro al Ministero delle Infrastrutture di oggi pomeriggio è stato un “primo, costruttivo tavolo per arrivare a una soluzione che scongiuri la paventata chiusura totale del Traforo del Gran Sasso e per risolvere, al tempo stesso, il problema del rischio inquinamento delle falde acquifere”. Lo afferma il Mit al termine della riunione con i vertici della Strada dei Parchi. “Nella consapevolezza della complessità della questione”, il Ministero assicura che coinvolgerà tutti i soggetti interessati e tutti i livelli istituzionali, “in modo da raggiungere sia l’obiettivo di breve termine, ossia il mantenimento in esercizio delle gallerie autostradali, sia quello di lungo termine, quindi la messa in sicurezza definita degli acquedotti. Non a caso, – precisa – è prevista una modifica al decreto Sblocca cantieri con cui sarà nominato un Commissario straordinario incaricato di sovraintendere alla progettazione, all’affidamento e all’esecuzione degli interventi necessari per la messa in sicurezza del sistema idrico”. In breve tempo il Ministero, “stanti le responsabilità di tutte le amministrazioni coinvolte, sarà in condizione di fornire precise e puntuali informazioni al Parlamento sul dossier”.
Un incontro positivo. Così Strada dei Parchi definisce l’incontro al Mit sul traforo del Gran Sasso. “I rappresentanti del ministero – spiegano dalla società – hanno ben compreso i problemi legati alla vicenda processuale di SDP e dei suoi rappresentanti in ordine ai rischi di possibile inquinamento e della convivenza sotto il Gran Sasso con il laboratorio. Situazione che ha portato la concessionaria SDP ad annunciare il provvedimento di chiusura delle gallerie”. Da domani, proseguono, “si lavora per costruire una soluzione che sollevi la concessionaria dai problemi in ordine ai rischi di reiterazione del reato. Con gli altri ministeri interessati (Miur per laboratori e Ministero Ambiente e Regione per i problemi legati all’acquifero) il Ministero Infrastrutture e Trasporti studierà una soluzione che porti ad intervenire in tempi rapidi”. Nel corso della riunione si è ragionato e approfondito il tema dei poteri che dovrà avere il commissario che il governo intende nominare all’interno del decreto Sblocca Cantieri attualmente all’esame del Senato. Alla riunione la delegazione di Sdp era guidata dall’Ad Cesare Ramadori e il vice presidente Mauro Fabris. Per il ministero infrastrutture e trasporti: il direttore generale Felice Morisco e il capo di gabinetto Gino Scaccia.

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14/05/2019 – Il Fatto Quotidiano
Ponte Morandi, le mani della Camorra nella demolizione: interdittiva antimafia a un’azienda coinvolta nei sub-appalti

Si tratta della Tecnodem, che ha ottenuto lavori per 100mila euro dalla Fratelli Omini, tra le società scelte per la demolizione del viadotto: il prefetto di Genova ha emesso un’interdittiva antimafia, notificata dalla Dia di Genova. L’amministratrice della ditta è consuocera di Ferdinando Varlese, pluripregiudicato napoletano “legato” al clan D’Amico che figura anche tra i dipendenti insieme a due figli e a una nipote. La struttura commissariale chiede la risoluzione del contratto

di Giovanna Trinchella e Andrea Tundo | 14 Maggio 2019

C’è l’ombra della camorra tra le ditte che stanno lavorando alla  demolizione del ponte Morandi, crollato il 14 agosto 2018 seppellendo 43 persone. Si tratta della Tecnodem S.r.l., ditta napoletana che  si occupa di demolizione di materiale ferroso e ha ottenuto 100mila euro di commesse in sub-appalto dalla Fratelli Omini, una delle società partecipanti all’Associazione temporanea di imprese scelta dalla struttura commissariale per abbattere i tronconi del viadotto sopravvissuti al collasso.

Le condanne di Varlese – La Dia di Genova ha notificato in mattinata alla Tecnodem un’interdittiva antimafia emessa dal prefetto Fiamma Spena perché l’azienda è ritenuta “permeabile di infiltrazione della criminalità organizzata di tipo mafioso”. L’amministratrice e unica socia della società è Consiglia Marigliano, consuocera di Ferdinando Varlese, pluripregiudicato napoletano domiciliato a Rapallo, che risulta anche tra i dipendenti della stessa ditta insieme ad alcuni suoi famigliari. Varlese è stato condannato nel 1986 dalla Corte d’Appello di Napoli per associazione a delinquere in un processo che vedeva tra gli imputati anche soggetti affiliati al clan Misso-Mazzarella-Sarno guidato da Michele Zaza e Ciro Mazzarella.

I legami con il clan D’Amico – E tredici anni fa ha ricevuto un’altra condanna in secondo grado per estorsione tentata in concorso con l’aggravante mafiosa: un’episodio dal quale – sostiene la Direzione investigativa antimafia genovese in una nota – “si evincono in maniera circostanziata i legami di Varlese con il sodalizio camorristico D’Amico”, al quale il consuocero dell’amministratrice di Tecnodem “risulta legato da rapporti di parentela”. Sulla base di questi accertamenti, la Dia di Genova ha ritenuto che la società sia in una “condizione di potenziale asservimento” o “condizionamento” dei clan camorristici.

La storia della Tecnodem – Lo scorso novembre, la società ha acquisito il ramo d’azienda principale della Eurodemolizione s.r.l., ditta della nipote di Varlese. A sua volta, la Eurodemolizione, nell’ottobre 2014, aveva acquistato lo  stesso ramo d’azienda dalla Varlese s.r.l. che era di proprietà dei figli del pluripregiudicato ora tra i dipendenti della Tecnodem di Consiglia Marigliano, la cui figlia ha sposato uno dei figli Varlese. Per gli investigatori, tra l’altro, l’amministratrice di Tecnodem non ha mai lavorato né ha esperienza specifica nel settore delle demolizioni. I passaggi societari, in sostanza, sono stati valutati dalla Prefettura di Genova come il tentativo di aggirare le verifiche antimafia nei confronti di Varlese, poiché la sua condanna è ritenuta ostativa dalle normative.

Il “curriculum” di Varlese – La storia “criminale” di Varlese comprende anche diverse sentenze per lesionicontrabbando e furto. E parentele “pericolose”: tre suoi nipoti (tutti figli della sorella) sono ritenuti elementi di spicco del clan D’Amico, egemone nel quartiere San Giovanni a Teduccio, dove la Tecnodem ha la sua sede. Ed è proprio con uno dei suoi nipoti che nel 2004 Ferdinando Varlese è stato condannato in primo grado a 3 anni e 3 mesi per tentata estorsione, poiché – secondo i giudici – avrebbero provato a costringere il titolare di un’impresa a cedergli le quote. La Dia, tra l’altro, ha ricostruito come nella catena di acquisizioni dalla Varlese s.r.l. fino alla Tecnodem, le tre imprese hanno avuto tra i soci o gli amministratori persone legate al pregiudicato che oltretutto pur non essendo registrato tra gli operai che operano nel cantiere del Morandi sarebbe entrato più volte presentandosi ai varchi come visitatore. Non potrà più farlo: in virtù dell’accordo stipulato da Fratelli Omini e Tecnodem, il contratto verrà sciolto.

Chiesta risoluzione contratto – La conferma è arrivata dallo stesso sito della struttura commissariale guidata dal sindaco Marco Bucci: “Dato il provvedimento interdittivo adottato dalla Prefettura nei confronti dell’impresa Tecnodem srl, la struttura commissariale ha provveduto a chiedere l’immediata risoluzione del contratto in essere all’Ati di demolizione, di cui la stessa azienda era un subappalto con incarico di “demolizione e bonifica di impianti tecnologici”, si legge sul portale, dove si sottolinea che “al provvedimento si è arrivati grazie all’efficienza dei controlli svolti puntualmente eseguiti nei confronti delle aziende che orbitano attorno al cantiere”. Una velocità riconosciuta anche dal ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, che ringraziando la Dia spiega che è “la dimostrazione che ci controlli funzionano anche con procedure estremamente e semplificate”, grazie anche al protocollo d’intesa firmato dalla prefettura e dal commissario Bucci il 17 gennaio 2019 che ha esteso il regime delle informazioni antimafia a tutti i contratti nel cantiere indipendentemente da importi e durata.

 

14/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Tar Lombardia: il rinvio a giudizio non comporta l’esclusione automatica dalla gara

Amedeo Di Filippo

Il provvedimento deve essere sostenuto da valutazione delle stazione appaltante mirata a dimostrare l’esistenza di un grave illecito professionale

Una richiesta di rinvio a giudizio non è sufficiente a giustificare un provvedimento di esclusione dalla gara qualora non sia sostenuto da ulteriori e autonome valutazioni da parte della stazione appaltante, finalizzate a dimostrare l’esistenza di un grave illecito professionale. Lo afferma il Tar Lombardia con la sentenza n. 894/2019, proprio nei frangenti in cui il mondo politico si arrovella sugli effetti di un avviso di garanzia.

Il caso
La sentenza trae origine da un procedimento penale in cui l’amministratore di una società è stato accusato di aver messo a disposizione le proprie maestranze per l’esecuzione di lavori di ristrutturazione di un centro estetico di proprietà della figlia di un funzionario comunale, per essere favorito nella procedura per l’affidamento di un appalto.
In seguito alla richiesta di rinvio a giudizio dell’operatore economico, il Comune ha applicato l’articolo 80, comma 5, lettera c), del Codice dei contratti, in base al quale le stazioni appaltanti escludono dalla partecipazione alle gare i concorrenti che si siano resi colpevoli di gravi illeciti professionali, tali da rendere dubbia la loro integrità od affidabilità, qualora ciò sia dimostrato con «mezzi adeguati».

L’autonoma valutazione
Il Tar afferma che anche i fatti oggetto di accertamento in un procedimento penale ancora in corso possano essere considerati «mezzi adeguati» per dimostrare che un operatore economico si sia reso responsabile di gravi illeciti professionali, ma questo non esclude che la stazione appaltante debba procedere a un’autonoma valutazione dei fatti oggetto di accertamento in sede penale, in quanto, diversamente dall’autorità penale, deve valutare i rischi cui potrebbe essere esposta aggiudicando l’appalto a un offerente la cui integrità o affidabilità sia dubbia.
Anzi, affermano i giudici lombardi, la direttiva Ue 2014/24, consentendo di escludere i partecipanti che abbiano commesso «gravi illeciti professionali», riconosce un ampio potere discrezionale alle amministrazioni aggiudicatrici, evidenza che ha indotto la giurisprudenza a dubitare della legittimità degli automatismi previsti dal Codice e il legislatore a modificarne le norme.
L’epilogo è che, per l’individuazione dei «gravi illeciti professionali», c’è una tendenziale riduzione delle fattispecie generali e astratte normativamente previste, in quanto tale onere viene direttamente demandato alle amministrazioni aggiudicatrici, chiamate a individuare in concreto le condotte suscettibili a integrarli e giustificare l’esercizio degli ampi poteri discrezionali loro attribuiti mediante congrua motivazione.

La condotta della stazione appaltante
Trasposto il criterio nel caso particolare, l’elemento determinante che ha indotto l’amministrazione a valutare l’irrimediabile lesione del rapporto fiduciario è la mera richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dell’operatore economico, per cui il potere amministrativo esercitato per escludere il ricorrente dalla procedura ha riguardato le sole valutazioni espresse dal pubblico ministero nel procedimento penale, che dunque il Comune ha condiviso ma senza indicarne le ragioni.
Dunque senza alcuna autonoma valutazione dei fatti e delle relative fonti di prova e non esprimendo alcun giudizio sui fatti indicati nel procedimento penale che avrebbero dato luogo al grave illecito professionale e alla conseguente lesione dell’indice di integrità.
La commissione di gara, infatti, si è limitata a ribadire la presenza di gravi delitti propri dell’attività imprenditoriale e che i fatti descritti nella richiesta di rinvio a giudizio dimostrano l’esistenza di un sistema finalizzato alla sistematica violazione della finalità pubblica che dovrebbe caratterizzare l’attività imprenditoriale. Dal che sarebbe derivata la grave compromissione del rapporto fiduciario tra la stazione appaltante e l’impresa aggiudicataria.

E quella corretta
Motivazioni ritenute poco consistenti dal Tar Lombardia che annulla il provvedimento di esclusione, proprio in quanto una richiesta di rinvio a giudizio, sebbene per gravi reati, non può di per sé essere sufficiente a giustificare un provvedimento di esclusione, spesso suscettibile di arrecare gravissimi pregiudizi all’operatore economico e anche la cessazione della sua attività, in assenza di un autonomo accertamento dei fatti idonei a configurare un grave illecito professionale.
Nemmeno apprezzano i giudici l’attenuante del Comune relativc all’impossibilità di esercitare un autonomo potere di accertamento, in quanto la stazione appaltante non è chiamata a pronunciarsi sulla fondatezza delle accuse rivolte in sede penale, quanto invece ad accertare se l’operatore abbia commesso i gravi illeciti professionali avviando un procedimento amministrativo in cui esaminare i fatti oggetto di quello penale e le relative fonti di prova, provvedendo alla loro valutazione, nell’esercizio del proprio potere discrezionale, eventualmente, anche in difformità da quanto ritenuto dal Pm, purché mediante congrua motivazione. Motivazione dalla quale emergano quali fatti confluiti nel procedimento penale siano suscettibili a rivelare l’esistenza del grave illecito professionale, segnalandoli preventivamente alla società in base all’articolo 7 della legge n. 241/1990.
Solo all’esito di questo procedimento il Comune avrebbe potuto adottare il provvedimento di esclusione.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

14/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sblocca-cantieri/1. Commissione Giustizia del Senato: abolire albo dei commissari Anac

Mauro Salerno

Nel parere si accende anche l’attenzione sul rischio di caos normativo legato all’entrata in vigore del regolamento «unico»

Abolire senza troppi indugi l’Albo dei commissari di gara affidato alla gestione dell’Anac, congelato fino metà a luglio in attesa delle novità del decreto Sblocca-cantieri. La richiesta arriva dalla commissione Giustizia del Senato con il parere sul Dl 32/2019 inviato alle Commissioni riunite Lavori pubblici e Ambiente di Palazzo Madama.

Nel parere sul provvedimento, la Commissione Giustizia approva la norma, contenuta nel decreto, che consente alle stazioni appaltanti di nominare commissari di gara interni nel caso di disponibilità insufficiente di iscritti nelle elenco gestito dall’Anticorruzione, come peraltro richiesto proprio dall’Anac. Ma chiede anche di andare oltre. Perchè anche questa misura «di sicura agevolazione per le stazioni appaltanti» potrebbe «non essere sufficiente per garantire una reale semplificazione».

Di qui la richiesta di valutare l’opportunità di «procedere a una soppressione totale dell’Albo dei Commissari presso l’Anac». I senatori della commissione Giustizia, segnalano che l’albo dei commissari di gara è « da molti ritenuto più una disposizione di favore per i tecnici esterni, piuttosto che una efficace misura anticorruzione». Inoltre, continua il parere, nominare commissari indipendenti per l’assegnazione delle gare «produce comunque rallentamenti e complicazioni nel procedimento di gara che in un’ottica di bilanciamento costi – benefici potrebbe non risultare giustificata».

Insieme alla richiesta di abolire l’albo dei commissari Anac la commissione Giustizia chiede anche di fare molta attenzione al caos normativo che potrebbe seguire alla scelta di archiviare la soft law di Cantone con un nuovo regolamento «unico» che unico, in realtà, non sarebbe, come abbiamo segnalato anche in questo articolo, mettendo in guardia sui rischi di disorientamento di stazioni appaltanti e imprese. «La scelta di tornare al Regolamento unico – scrive ora la commissione Giustizia – appare opportuna, perché la soft law non ha dato buona prova di sé. Se, da un lato, i provvedimenti di soft law si caratterizzano per un maggior grado di flessibilità e di capacità di adattamento all’evoluzione delle fattispecie operative, dall’altro lato, rischiano di generare maggiore incertezza sia in termini di dettaglio delle regole, sia in merito alla relativa portata prescrittiva». Dunque ben venga il nuovo regolamento. Ma occhio che a far sì che sia davvero «unico». Mentre la disposizione attualmente contenuta nel decreto Sblocca-cantieri si limita a sostituire i pochi «provvedimenti attuativi ivi elencati». «Se così intesa, la disposizione – sei legge ancoranel parere – a dispetto della ratio del provvedimento e della qualificazione del Regolamento – può portare a una complicazione anziché a una semplificazione della disciplina, in quanto il Regolamento non sarebbe affatto “unico”, ma si andrebbe ad affiancare ai numerosi ulteriori atti attuativi previsti in altre norme del Codice».

Una soluzione al problema in realtà è già in campo. Il ministero delle Infrastrutture ha infatti presentato un emendamento che raccoglie le obiezioni della commissione Giustizia, come abbiamo scritto in questo articolo pubblicato ieri. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

14/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sblocca-cantieri/2. Emendamento per escludere dalle gare chi non paga i subappaltatori

Mauro Salerno

Convergenze Lega- Forza Italia su commissari per Terzo Valico e quota del 50% di piccoli appalti riservati alle imprese locali

Cartellino rosso per le grandi imprese che non pagano i subappaltatori. I costruttori non in regola con il pagamento delle aziende a cui affidano a cascata la realizzazione materiale dei lavori dopo aver vinto l’appalto non potranno accedere a nuove gare per l’assegnazione di commesse pubbliche.

È quello che prevede un emendamento al decreto Sblocca-cantieri a cui sta lavorando la maggioranza, secondo quanto riporta l’agenzia Public Policy.

L’idea sarebbe quella di introdurre una nuova causa di esclusione dalle gare da affiancare a quella sugli illeciti professionali che già contempla la possibilità di mettere in fuorigioco le imprese risultate inadempienti in precedenti appalti con la stessa o altre stazioni appaltanti. In questo caso a rilevare non sarebbe più l’inadempienza nei confronti dell’amministrazione, ma il fatto di non essere in regola con i pagamenti dei propri subappaltatori. Per rilevare ai fini dell’esclusione l’inadempimento dovrebbe essere non contestato dall’impresa principale oppure essere accertato con una sentenza passata in giudicato.

L’inadempimento dell’impresa partecipante alla gara dovrà essere non contestato o accertato con sentenza passata in giudicato. «La prassi dimostra che le cause del rallentamento della realizzazione delle opere siano da individuare anche nella circostanza che le imprese affidatarie si aggiudicano un appalto a prezzi troppo bassi, nominando un subappaltatore per l’esecuzione dei lavori, servizi o forniture, ma poi non corrispondono a quest’ultimo il corrispettivo per l’attività espletata – spiega la relazione illustrativa della bozza di emendamento citata dall’agenzia –. I subappaltatori sono spesso Pmi che dal mancato pagamento della prestazione resa rischiano di subire danni talvolta non recuperabili per l’attività espletata».

L’altra novità di giornata riguarda la presentazione degli emendamenti segnalati dai gruppi di minoranza. Tra questi figurano almeno un paio di correzioni, arrivate dai banchi di Forza Italia, che “strizzano l’occhio” a temi fatti propri anche dalla Lega. Uno degli emendamenti popone la nomina di un commissario straordinario per l’accelerazione dei cantieri della alta velocità ferroviaria sul Terzo Valico Milano Genova. Sul punto la Lega ha proposto un emendamenti che cita proprio il Terzo Valico (ma non solo) tra le opere da commissariare. Un altro emendamento riguarda invece gli appalti sottosoglia e punta a creare una riserva del 50% dei bandi a favore delle imprese locali. Anche sui questo punto la Lega ha presentato in commissione un emendamento del tutto analogo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

14/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Tar Lombardia: il rinvio a giudizio non comporta l’esclusione automatica dalla gara

Amedeo Di Filippo

Il provvedimento deve essere sostenuto da valutazione delle stazione appaltante mirata a dimostrare l’esistenza di un grave illecito professionale

Una richiesta di rinvio a giudizio non è sufficiente a giustificare un provvedimento di esclusione dalla gara qualora non sia sostenuto da ulteriori e autonome valutazioni da parte della stazione appaltante, finalizzate a dimostrare l’esistenza di un grave illecito professionale. Lo afferma il Tar Lombardia con la sentenza n. 894/2019, proprio nei frangenti in cui il mondo politico si arrovella sugli effetti di un avviso di garanzia.

Il caso
La sentenza trae origine da un procedimento penale in cui l’amministratore di una società è stato accusato di aver messo a disposizione le proprie maestranze per l’esecuzione di lavori di ristrutturazione di un centro estetico di proprietà della figlia di un funzionario comunale, per essere favorito nella procedura per l’affidamento di un appalto.
In seguito alla richiesta di rinvio a giudizio dell’operatore economico, il Comune ha applicato l’articolo 80, comma 5, lettera c), del Codice dei contratti, in base al quale le stazioni appaltanti escludono dalla partecipazione alle gare i concorrenti che si siano resi colpevoli di gravi illeciti professionali, tali da rendere dubbia la loro integrità od affidabilità, qualora ciò sia dimostrato con «mezzi adeguati».

L’autonoma valutazione
Il Tar afferma che anche i fatti oggetto di accertamento in un procedimento penale ancora in corso possano essere considerati «mezzi adeguati» per dimostrare che un operatore economico si sia reso responsabile di gravi illeciti professionali, ma questo non esclude che la stazione appaltante debba procedere a un’autonoma valutazione dei fatti oggetto di accertamento in sede penale, in quanto, diversamente dall’autorità penale, deve valutare i rischi cui potrebbe essere esposta aggiudicando l’appalto a un offerente la cui integrità o affidabilità sia dubbia.
Anzi, affermano i giudici lombardi, la direttiva Ue 2014/24, consentendo di escludere i partecipanti che abbiano commesso «gravi illeciti professionali», riconosce un ampio potere discrezionale alle amministrazioni aggiudicatrici, evidenza che ha indotto la giurisprudenza a dubitare della legittimità degli automatismi previsti dal Codice e il legislatore a modificarne le norme.
L’epilogo è che, per l’individuazione dei «gravi illeciti professionali», c’è una tendenziale riduzione delle fattispecie generali e astratte normativamente previste, in quanto tale onere viene direttamente demandato alle amministrazioni aggiudicatrici, chiamate a individuare in concreto le condotte suscettibili a integrarli e giustificare l’esercizio degli ampi poteri discrezionali loro attribuiti mediante congrua motivazione.

La condotta della stazione appaltante
Trasposto il criterio nel caso particolare, l’elemento determinante che ha indotto l’amministrazione a valutare l’irrimediabile lesione del rapporto fiduciario è la mera richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dell’operatore economico, per cui il potere amministrativo esercitato per escludere il ricorrente dalla procedura ha riguardato le sole valutazioni espresse dal pubblico ministero nel procedimento penale, che dunque il Comune ha condiviso ma senza indicarne le ragioni.
Dunque senza alcuna autonoma valutazione dei fatti e delle relative fonti di prova e non esprimendo alcun giudizio sui fatti indicati nel procedimento penale che avrebbero dato luogo al grave illecito professionale e alla conseguente lesione dell’indice di integrità.
La commissione di gara, infatti, si è limitata a ribadire la presenza di gravi delitti propri dell’attività imprenditoriale e che i fatti descritti nella richiesta di rinvio a giudizio dimostrano l’esistenza di un sistema finalizzato alla sistematica violazione della finalità pubblica che dovrebbe caratterizzare l’attività imprenditoriale. Dal che sarebbe derivata la grave compromissione del rapporto fiduciario tra la stazione appaltante e l’impresa aggiudicataria.

E quella corretta
Motivazioni ritenute poco consistenti dal Tar Lombardia che annulla il provvedimento di esclusione, proprio in quanto una richiesta di rinvio a giudizio, sebbene per gravi reati, non può di per sé essere sufficiente a giustificare un provvedimento di esclusione, spesso suscettibile di arrecare gravissimi pregiudizi all’operatore economico e anche la cessazione della sua attività, in assenza di un autonomo accertamento dei fatti idonei a configurare un grave illecito professionale.
Nemmeno apprezzano i giudici l’attenuante del Comune relativc all’impossibilità di esercitare un autonomo potere di accertamento, in quanto la stazione appaltante non è chiamata a pronunciarsi sulla fondatezza delle accuse rivolte in sede penale, quanto invece ad accertare se l’operatore abbia commesso i gravi illeciti professionali avviando un procedimento amministrativo in cui esaminare i fatti oggetto di quello penale e le relative fonti di prova, provvedendo alla loro valutazione, nell’esercizio del proprio potere discrezionale, eventualmente, anche in difformità da quanto ritenuto dal Pm, purché mediante congrua motivazione. Motivazione dalla quale emergano quali fatti confluiti nel procedimento penale siano suscettibili a rivelare l’esistenza del grave illecito professionale, segnalandoli preventivamente alla società in base all’articolo 7 della legge n. 241/1990.
Solo all’esito di questo procedimento il Comune avrebbe potuto adottare il provvedimento di esclusione.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

14/05/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Gran Sasso, con lo stop al traforo a rischio 9 miliardi tra L’Aquila e Teramo

Andrea Marini

Ogni giorno sotto il tunnel transitano 11mila macchine, per un valore di circa 35mila euro

«Un danno enorme per tutte le imprese dell’Abruzzo interno. Un provvedimento che metterebbe in ginocchio le aziende aquilane, già gravate dalle difficoltà di una ripresa post-sisma che fatica a decollare. Come Confindustria non possiamo che opporci fermamente». A esprimere un secco no alla chiusura del traforo del Gran Sasso è il presidente di Confindustria L’Aquila Abruzzo Interno, Riccardo Podda. Le imprese del territorio sono già in allarme per la paventata interruzione di quella che è una arteria fondamentale che tiene letteralmente insieme la parte Ovest e quella Est dell’Abruzzo.

Il traforo del Gran Sasso, con i suoi 10 chilometri di galleria, è uno snodo fondamentale dell’autostrada che dalla Tangenziale Est di Roma arriva fino all’allacciamento con l’autostrada A 14 (Bologna-Bari-Taranto). Collocato a metà strada tra le uscite dell’Aquila e quella di Teramo, ogni giorno sotto il Gran Sasso transitano 11mila macchine, per un valore di circa 35mila euro stimato dalla Concessionaria Strada dei Parchi. Nei periodi di punta durante l’estate si arriva a toccare anche i 70mila veicoli giornalieri. In tutta la rete dell’autostrada A24 e A25 (quest’ultima è quella che dalla diramazione di Torano della A24 arriva fino a Pescara) transitano più di 19mila veicoli in media ogni giorno. Di questi il 15% sono mezzi pesanti, quelli più propriamente legati al sistema economico del territorio.

«La chiusura del traforo del Gran Sasso costringerebbe ad utilizzare la Statale 80, che arriva fino a 1.300 metri di altezza, con un percorso tortuoso», spiega Agostino Ballone, presidente di Confindustria Abruzzo. Le province più colpite sarebbero nell’immediato quelle dell’Aquila e di Teramo: 155 comuni con una popolazione complessiva di 618mila abitanti, 80mila imprese registrate che producono circa 9 miliardi di valore aggiunto e 1,7 miliardi d’export. Per non parlare del turismo: il traforo del Gran Sasso è un nodo fondamentale per i collegamenti con il Lazio, da cui vengono ogni anno un quarto dei turisti dell’Abruzzo.

Ma a rischiare il blocco dell’attività sono anche il Laboratori di Fisica Nucleare del Gran Sasso: si tratta del centro di ricerca sotterrano più grande del mondo, che sfrutta la protezione dalla radiazione cosmica ottenuta con gli oltre 1.400 metri di montagna sovrastanti. La struttura è utilizzata da oltre mille scienziati provenienti da 29 paesi diversi.

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