Rassegna stampa 27-29 Aprile 2019

26/04/2019 – Quotidiano Enti Locali e Pa

Partecipate, illegittima la fuoriuscita del Comune che non motiva le cause del recesso

Il Comune azionista non può recedere «ad nutum» da una società partecipata, adducendo in modo generico le inefficienze e gli inadempimenti in cui la società è incorsa nel disimpegno delle prestazioni convenute nel contratto di servizio. Infatti, il recesso dalla società è un procedimento vincolato all’osservanza di regole ben precise, predeterminate dal codice civile e dallo statuto sociale, sicché se il socio opera trascurando questo onere il recesso deve considerarsi illegittimo e inefficace. Sulla base di queste argomentazioni, la Corte d’appello di Brescia, con la sentenza n. 621/2019, ha rigettato il ricorso proposto da un Comune avverso la sentenza del Tribunale di Brescia e ha confermato l’illegittimità del recesso dell’ente da una società operante nel settore del servizio idrico integrato. Le motivazioni del recesso Il recesso era stato deciso con una delibera del Consiglio comunale, che a sostegno della scelta di uscire dalla società adduceva i seguenti elementi:• una serie di inefficienze, inadempimenti e ritardi nella gestione del servizio idrico, con la conseguente esigenza dell’amministrazione di utilizzare una diversa modalità di affidamento per la gestione del servizio;• il dissenso, già manifestato dall’ente in sede di assemblea dei soci, rispetto a un’operazione di riassetto organizzativo del gruppo, che ha portato la società ad assumere la configurazione organizzativa di una holding pura, e a gestire quindi il servizio pubblico in via indiretta, attraverso la partecipazione nelle società operative del gruppo. La specifica causa di recesso dalla società su cui verte la controversia è la «modifica dell’oggetto sociale, quando consente un cambiamento significativo dell’attività della società» (articolo 2437, lettera a) e articolo 31 dello statuto sociale). La decisione dei giudici Il Tribunale di Brescia aveva dato torto al Comune, osservando che il diritto di recesso del socio sorge solo in presenza di una delle cause previste dalla legge o dallo statuto, per cui spetta al socio recedente, a fronte di eventuali contestazioni, provare la sussistenza della causa di recesso (articolo 2697 del codice civile), mentre l’ente convenuto non aveva assolto a questo onere. Sia il Tribunale, sia la Corte d’Appello di Brescia hanno concordato nel ritenere che il riassetto organizzativo della società con la conseguente trasformazione di quest’ultima da società operativa a holding pura non rappresentava un elemento indicatore di un cambiamento dell’oggetto sociale, perché a seguito delle modifiche statutarie il medesimo servizio pubblico locale sarebbe stato realizzato con diverse modalità operative. Secondo i giudici dell’appello, il Comune non ha esercitato in forma corretta il recesso dalla società neppure sotto il profilo dell’affidamento del servizio, adducendo lagnanze sulle inefficienze gestionali. Il recesso dalla società poteva essere attivato in base alle previsioni statutarie, che effettivamente consentivano all’ente socio di sganciarsi dal soggetto gestore nel caso di gravi e reiterate violazioni del contratto di servizio. Però, lo statuto prescriveva l’adozione di un’apposita procedura preventiva, ossia la convocazione del comitato del controllo analogo, quale organo consultivo tra i soci per l’esercizi del controllo analogo sulla gestione sociale, che è stata invece trascurata.La negligenza è costa cara al Comune soccombente, a conferma del fatto che la gestione dei rapporti tra l’ente locale e le partecipate esige una particolare cura nell’osservanza delle regole civilistiche, oltreché del diritto amministrativo.

27/04/2019 – Il Cittadino
Un appalto milionario per la raccolta rifiuti

lodi vecchio Affidamento del servizio per tre anni
Dopo anni di rinnovi – in attesa del decollo del progetto Sogir – è tempo di gara a Lodi Vecchio sul capitolo “rifiuti”. Una partita da oltre 1,8 milioni di euro per tre anni di servizio, che per la prima volta dopo anni di proroghe – a Linea Gestioni, partecipata di Linea Group Holding Spa, che unisce diverse società multiservizi tra cui Astem, in cui il Comune di Lodi Vecchio ha a sua volta una partecipazione – tornerà sul mercato. E un capitolo – quella della gestione del servizio di igiene urbana – che negli ultimi cinque anni è finita più volte al centro del dibattito politico. Dopo un confronto allargato ai consiglieri di opposizione sul nuovo capitolato tecnico e il via libera al documento da parte della giunta Vitale nel mese di febbraio, è di questi giorni la determinazione del settore tecnico con cui si indice la procedura aperta di gara – con il criterio dell’ offerta economicamente più vantaggiosa – per l’ affidamento del servizio per i prossimi tre anni, con una spesa quantificata in 1.854.000 euro. La gara sarà espletata dalla Centrale unica di committenza della Provincia di Lodi, con attribuzione di punteggi derivanti dall’ applicazione di criteri per la valutazione del progetto tecnico – a cui sono assegnati un massimo di 70 punti – e dell’ offerta economica, per un massimo di 30 punti. Diverse le conferme nel servizio – come la raccolta del vetro porta a porta, del verde in zona industriale, il ritiro di ingombranti e pitture a domicilio – , nel capitolato sono stati introdotti la posa di una ventina di cestini da passeggio differenziati, l’ obbligo per il nuovo gestore di realizzare il calendarifiuti e di assicurare il servizio di tutor per il controllo dei conferimenti, ma anche il miglioramento della pulizia delle strade, anche con la presenza di un uomo a piedi con il soffiatore, e l’ adesione alla giornata di volontariato ambientale. Tra le migliorie opzionali, che quindi porteranno punti in più alla valutazione tecnica, anche una proposta per il miglioramento della piazzola e la pulizia di più caditoie rispetto alle 800 inserite. Intanto, in questi giorni, sono stati anche affidati i lavori per la sistemazione delle rete di raccolta delle acque dell’ ecocentro, andati all’ impresa Camanini di Santo Stefano Lodigiano, per un importo netto di poco più di 33mila euro oltre Iva. n Ross. Mung.

27/04/2019 – Libero
Rete ferroviaria inserita nella Pa L’ Ue trasforma i binari in un ente

Eurostat porta Rfi nel conto consolidato dello Stato. La società non sarà più libera di decidere autonomamente entità degli investimenti, acquisti, piani di assunzioni e modalità degli appalti
Altra grana per Fs
SANDRO IACOMETTI Non bastavano il salvataggio di Alitalia e il taglio dei fondi per il trasporto pubblico locale. A mettere i bastoni tra le ruote dei treni italiani ci si è messo pure l’ Eurostat, che ha deciso di trasformare la Rete ferroviaria in un ente pubblico. La novità è stata annunciata dalla Banca d’ Italia lo scorso 9 aprile, con un comunicato in cui si spiegava che l’ Istat, in accordo con il suo omologo europeo, ha incluso 11 soggetti nel perimetro delle amministrazioni pubbliche. Oltre ad alcune finanziarie regionali, a Invitalia e all’ Acquirente unico, nel rastrellamento sono finite anche Ferrovie Nord e Rfi, la cui riclassificazione è scattata retroattivamente a partire dal 2017. La notizia, che è rimbalzata sui mezzi d’ informazione per i suoi effetti sul debito pubblico, è rimasta sottotraccia per quello che riguarda le conseguenze sulle Fs. Ma non è sfuggita ai vertici dell’ azienda, che dopo aver fatto un salto sulla sedia hanno subito iniziato a studiare il modo per risolvere l’ ennesima grana. BILANCIO CONSOLIDATO L’ inserimento delle Rete nel perimetro della Pa non è una semplice formalità contabile, ma una modifica sostanziale che potrebbe creare problemi all’ intero gruppo. Tecnicamente, la circostanza si verifica quando i ricavi provenienti dalla vendità dei beni e dalla prestazione dei servizi non coprono più del 50% dei costi. Nel caso di Rfi significa che il contratto di programma con lo Stato (che riguarda la manutenzione e l’ ammodernamento dell’ infrastruttura) negli anni presi in considerazione da Eurostat copre più della metà del fatturato. Una volta accertata la soddisfazione del requisito, la società viene inserita nel Settore S13, quello delle amministrazioni pubbliche che formano il bilancio consolidato dello Stato. E qui iniziano i dolori. Il soggetto economico, fino a poco prima ritenuto in grado di stare sul mercato con le proprie gambe, viene considerato alla stregua di un ente pubblico, con tutti i vincoli che questo comporta. A partire da quelli relativi al contenimento della spesa per far quadrare i conti dello Stato. Per avere un’ idea, Rfi sarà soggetta ad eventuali blocchi delle assunzioni, dovrà commisurare gli investimenti a quelli fatti negli anni precedenti, non potrà decidere autonomamente le modalità con cui appaltare lavori e servizi, dovrà rivolgersi alla Consip per gli acquisti di forniture. Problemi che all’ Anas conoscono bene. Uno dei principali motivi a favore della fusione con la Fs era proprio la possibilità di far uscire la società dal perimetro della Pa per avere mani libere nella realizzazione del piano industriale. Il matrimonio c’ è stato, ma la situazione non è cambiata. IL CASO ANAS Ad oggi Anas spa è ancora nell’ elenco degli enti pubblici stilato dall’ Istat. Anomalia che costringe le Fs (controllata interamente dal Tesoro ma del tutto autonoma da un punto di vista contabile) a tenere un piede nel mercato e un piede nel pubblico. Con la riclassificazione di Rfi la situazione si complica ulteriormente. Non solo. L’ operazione potrebbe anche riaprire il dossier della separazione della rete, opzione mai archiviata. Il primo a lanciare l’ allarme sui pericoli legati alla decisione di Eurostat è stata la Fast-Confsal, sindacato autonomo dei trasporti. Il segretario generale Pietro Serbassi ha preso carta e penna e ha scritto a premier e ministri per chiedere immediati chiarimenti: «La trasformazione di Rfi in un ente della Pa mette a rischio non solo l’ autonomia gestionale e gli investimenti pubblici, ma la sua stessa permanenza nel gruppo Fs». A ruota sono intervenuti pure i confederali Cgil, Cisl e Uil, denunciando la scelta politica del governo. In realtà, la scelta è tecnica. Ma questo non significa che sia ineluttabile. Nel passato più di una società ha impugnato la riclassificazione, ottenendo una nuova verifica e la revoca della disposizione. riproduzione riservata

28/04/2019 – La Repubblica
L’ ultima lite M5S- Lega è sulle Province

Il governo senza pace
La proposta di legge per ripristinarle scatena Di Maio: “Un carrozzone”. Salvini: l’ abolizione fu una buffonata
Roma Tornano le Province? La Lega lo vorrebbe: « L’ abolizione è stata una buffonata», dice Matteo Salvini. « Il carrozzone non tornerà », giura Di Maio. Il problema è che al tavolo per la riforma degli enti locali non era seduta solo la Lega quando nella bozza è entrata la riesumazione delle Province. C’ era anche la viceministra M5S all’ Economia Laura Castelli. Convinta anche lei, almeno così dice la Lega, che le Province così come sono oggi non funzionano. Che l’ abolizione fatta dal Pd nella scorsa legislatura abbia portato a una gran confusione e a costi raddoppiati per molti servizi. E che molto ci sia da cambiare, su questo. Non con una riforma costituzionale, ma con un nuovo testo unico degli enti locali. Le Province oggi non sono più elettive, le loro competenze sono in gran parte passate a Regioni e Comuni. Ma se una parte dei 5 stelle guarda con favore a un riordino che rischia di far tornare tutto come prima, il vicepremier Di Maio non vuole sentire ragioni. Si lancia contro il progetto dicendo solo: « È della Lega. Noi non siamo d’ accordo » . E ancora: « Basta carrozzoni, non è con quelli che si garantiscono i servizi ai cittadini. Ogni poltronificio deve essere abolito » . Per poi buttare la palla in tribuna: «Piuttosto pensiamo subito a tagliare gli stipendi dei parlamentari » . Finché anche Castelli non giura: «Mai dato il mio assenso». Il capo politico M5S, che non ha difeso fino in fondo neanche la norma salva-Roma per paura potesse risultare impopolare, riprende la battaglia ai costi della politica e la rivolta contro gli alleati. La Lega, invece, veste i panni della concretezza: « La buffonata di Renzi della finta chiusura delle Province ha portato ai disastri e alla mancata manutenzione di scuole e strade » , dice Salvini prima di un comizio a Biella. « Io voglio che scuole e strade siano in condizioni normali e se non lo fa qualcuno, lo fanno le Province » , continua. Chi ci sta lavorando per lui, il sottosegretario al Viminale Stefano Candiani, spiega: «Se la preoccupazione di Di Maio sono i costi stia tranquillo. Stiamo elaborando proposte che si basano sul buonsenso. Oggi abbiamo delle Province ridotte a uno stato larvale, con grave rischio anche per la sicurezza dei cittadini » . Come non bastasse, Salvini rilancia sulla Tav: «Se la Lega vince in Piemonte, si fa». © RIPRODUZIONE RISERVATA I leghisti: “Nessuno si occupa di scuole e strade” E giurano che sul testo c’ era l’ ok della 5S Castelli. ANNALISA CUZZOCREA

29/04/2019 – Affari & Finanza
Hera punta sul porto e il riciclo

Gli interventi
milano P artiranno a breve i lavori per la riqualificazione del porto di Chioggia (Venezia), dopo la gara vinta da un’ associazione temporanea di imprese capeggiata da Herambiente, della quale fanno parte come partner tecnici Cgx Costruzioni Generali Xodo, Idea e Rossi Renzo Costruzioni, tutte aziende del territorio veneto. In ballo vi è un investimento da 28,5 milioni di euro per rilanciare lo scalo per attività commerciali, nonché come fluvio marittimo e turistico. È prevista anche la realizzazione di nuove banchine realizzate impiegando i materiali inerti derivanti dalla bonifica di terreni precedentemente adibiti a discarica (circa l’ 80% dei rifiuti totali). “Lavoreremo in direzione di una riqualificazione complessiva della zona del porto, puntando su interventi mirati che nascono da uno studio approfondito del contesto in cui andiamo a operare”, racconta Tomaso Tommasi di Vignano, presidente esecutivo del gruppo Hera. “Del resto l’ Adriatico rappresenta un ambito a noi molto caro, sul quale siamo attivi a 360 gradi, non soltanto in Veneto, ma anche in Emilia-Romagna e in Friuli Venezia Giulia, maturando esperienze che ci consentiranno di replicare anche a Chioggia un modello capace di garantire elevati livelli di efficienza e sostenibilità ambientale ed economica”. L’ approccio seguito per questo intervento va inquadrato nelle strategie di Hera nel campo dell’ economia circolare, filone di sviluppo che tende a considerare le materie prime dei prodotti giunti a fine vita non come rifiuti, bensì come risorse da reimmettere nel circolo produttivo e dei consumi. Così va letto l’ investimento da 37 milioni di euro per realizzare un impianto a Sant’ Agata Bolognese che può produrre ogni anno fino a 7,5 milioni di metri cubi di biometano, combustibile rinnovabile al 100%, e 20 mila tonnellate di compost, un biofertilizzante destinato principalmente all’ agricoltura. Una struttura che quindi contribuisce al processo di decarbonizzazione della produzione energetica. Alla medesima logica risponde l’ acquisizione di Aliplast, che costituisce la principale realtà italiana attiva nel riciclo e nella rigenerazione del materiale plastico, che ha permesso a Hera di chiudere il cerchio in una filiera decisiva per gli equilibri ambientali. Forte di nove impianti, la società lavora 80 mila tonnellate di plastica ricavandone prodotti in plastica rigenerata, destinati ad ambiti che vanno dall’ alimentare all’ arredamento, passando per il settore cosmetico e della detergenza, fino all’ automotive e all’ edilizia. – l.d.o. ©RIPRODUZIONE RISERVATA L’ opinione Lavoreremo in direzione di una riqualificazione complessiva di Chioggia con interventi mirati per l’ efficienza TOMASO TOMMASI DI VIGNANO PRESIDENTE ESECUTIVO HERA.

29/04/2019 – Affari & Finanza
Cdp: 12 Officine per le Pmi

Il progetto
E ra uno dei punti centrali del piano industriale da 200 miliardi per il prossimo triennio, presentato da Cassa Depositi Prestiti nel dicembre scorso. Non presentarsi soltanto come un istituto che favorisce investimenti, aggregazioni e sviluppo internazionale del sistema delle imprese italiane, ma diventare un punto di riferimento ancora più “ravvicinato” i particolare per le piccole e medie imprese. Anche sul territorio, anche con iniziative concrete. E non solo con enunciazioni di principio, giusto per soddisfare una delle richieste arrivate dalla maggioranza di governo ai vertici da pochi mesi nominati alla guida di Cdp. Affari&Finanza è in grado di rivelare, il primo passo compiuto da Cassa per mettere in pratica la sua nuova politica nel confronti delle imprese. Il progetto, che ha preso il nome di Officine Italia, è stato presentato nel corso di una riunione che si è tenuta ai primi di aprile a Bologna, durante un incontro in cui sono stati invitati i responsabili di un centinaio di aziende, in rappresentanza di tutti i settori e provenienti da tutte le regioni. Il termine “officina” dà il senso all’ operazione: nell’ incontro è stato presentato un pacchetto di iniziative in favore delle Pmi, ma allo stesso tempo è stato usato come “punto di ascolto”, per capire le esigenze delle aziende. Per poi modificare le proposte. In pratica, è stato definito un “momento di ascolto”. Ce ne saranno altri. Da un lato si vuole replicare l’ assise di Bologna con altre riunioni: si parte il mese prossimo a Verona, poi sarà la volta di Genova e di Napoli. Ma i punti di “ascolto” diventeranno anche permanenti, nel senso che Cdp aprirà una dozzina di “sportelli fisici” nelle grandi città, con uffici che saranno dedicati esclusivamente alle imprese. «E’ nostra intenzione fare di Officine Italia un cantiere permanente », ha spiegato l’ ad della Cassa, Fabrizio Palermo, ad Affari& Finanza. “Officina Italia è un’ iniziativa nata per intercettare, attraverso il dialogo e il confronto, le esigenze delle imprese. Esigenze che siamo determinati a soddisfare attraverso un’ offerta integrata di tutti gli strumenti del Gruppo Cdp e una più estesa presenza sul territorio. Con il nuovo Piano industriale cambia il nostro approccio: siamo noi a raggiungere le imprese e non viceversa. ” Oltre alla presentazione dei servizi che Cdp può mettere al servizio delle imprese (come il recente Fondo nazionale dell’ Innovazione da 1 miliardo di euro dedicato al sostegno delle startup), l’ incontro di Bologna è servito per raccogliere indicazioni. Sono emersi tre filoni sui quali le imprese italiane chiedono interventi mirati. Il primo riguarda la crescita: in particolare, il sostegno a finanziamenti con un orizzonte temporale di medio- lungo termine, che arrivi anche a 7-8 anni, contro i 48 mesi che offrono mediamente le banche. Inoltre, Cdp è chiamata a sviluppare una proposta per individuare fondi di private equity che non limitino la loro permanenza nel capitale per soli 3-4 anni prima di monetizzare il loro investimento, ma ragionino su un periodo più lungo e con obiettivi di rendimenti meno speculativi. Il secondo filone riguarda l’ innovazione: servono strumenti finanziari specifici per le fasi iniziali di una startup, quando i rischi sono maggiori e i privati non possono sostenerli. Infine, l’ internazionalizzazione: oltre a finanziamenti, garanzie e capitali di rischio per l’ ingresso in nuovi mercati, le aziende hanno messo l’ accento sul fatto che serve un supporto da parte dell’ intero “sistema paese”, per evitare di presentarsi soltanto come singola impresa. Più in generale, sul contributo che CDP può offrire alle imprese, Palermo è ottimista: “Le aziende coinvolte nei tavoli di lavoro hanno fra le altre cose manifestato l’ aspettativa di intraprendere percorsi di sviluppo sostenibile con partnership finanziarie e istituzionali di lungo periodo e su strategie integrate a livello di filiera. Su questi aspetti il Gruppo CDP può dare un contributo decisivo». Se non altro, dall’ incontro di Bologna è emersa la conferma che almeno una parte delle imprese continua a crescere nonostante tutto: da un sondaggio effettuato tra i presenti è emerso che nel 90 per cento dei casi si aspettano di aumentare il fatturato nel corso del prossimo triennio.. ©RIPRODUZIONE RISERVATA milano È uno dei punti centrali del piano triennale da 200 miliardi della Cassa: creare dei “centri di ascolto” per le esigenze delle imprese Fabrizio Palermo ad di Cassa Depositi e Prestiti. LUCA PAGNI

29/04/2019 – Corriere della Sera – Economia
«ITALIA SPA» IN VENDITA? ORA VALE 4 MILIARDI IN PIÙ

Stress test con la Bocconi al portafoglio del Tesoro sul quale dovrebbe intervenire faraonico piano di privatizzazioni per 18 miliardi. Ma finora non si è mosso nulla
L’ incredibile e «fantasioso», per dirla con una fonte di mercato, programma di privatizzazioni – 18 miliardi quest’ anno con 950 milioni dall’ immobiliare – annunciato dal governo M5Stelle-Lega e promesso a Bruxelles per far fronte alle esigenze di finanza pubblica, è già partito con il piede sbagliato. La prima riunione preparatoria per capire quanto vale il patrimonio immobiliare, l’ 11 aprile, fra Mef, Mit, Difesa, Demanio e Invimit, è stata convocata da Armando Siri, il sottosegretario ai Trasporti indagato per corruzione. I piani sul mattone risultano poi ancora fermi alla Cassa depositi e prestiti. Le cui società dedicate, Cdp Immobiliare e Cdp sgr, hanno i consigli scaduti da quasi un anno e ancora in proroga. Per non parlare del mega-fondo pubblico di valorizzazione immobiliare: risultava allo studio del governo in dicembre, doveva nascere in seno a Invimit, la società del Tesoro che gestisce fondi immobiliari. È in alto mare. Più passano le settimane, più l’ impresa generale si rivela impossibile. Mattone a parte, le aziende di Stato da cedere, sia pure a Cdp com’ è stato ventilato (ma in Cassa non risulta alcun tavolo aperto sul tema), vanno ancora individuate. Il percorso è lungo, il tempo poco e nessuna ha i numeri per arrivare all’ obiettivo, tranne Ferrovie: bisognerebbe quotarne la metà, ipotesi esclusa dal governo. Dove trovare i 18 miliardi per le privatizzazioni, ribaditi nel Documento di economia e finanza? È un rebus. Intanto, però, il valore del portafoglio di Stato sale: +4% in sei mesi l’ insieme delle maggiori società pubbliche. E il rendimento è raddoppiato al 6%. Più del costo del debito che lo Stato deve pagare (sotto il 3%). Lo dice l’ analisi di Stefano Caselli, prorettore dell’ Università Bocconi, per L’ Economia (dati al 15 aprile scorso). Valgono oggi 104,8 miliardi, quattro miliardi in più dallo scorso ottobre, le grandi aziende in pancia al ministero dell’ Economia: le sette quotate – Eni ed Enel, Leonardo e Mps, Poste, Enav e StMicroelectronics – e le otto maggiori non quotate. Cioè Fs-Anas e Cdp, Rai e Poligrafico, Invitalia e Sga, Eur e Gse, il gestore dei servizi energetici (vedi tabella, per omogeneità con ottobre Fs e Anas sono separate). In ottobre le stesse aziende valevano poco più di 100 miliardi (100,5). E rendevano la metà, il 3,3%. Merito della Borsa, che nel periodo ha favorito Enel, Leonardo, Stm, Enav, Poste. Ma anche dell’ assorbimento delle perdite del Montepaschi, per esempio, e in generale della gestione. Secondo i calcoli Caselli-Bocconi, basati sugli ultimi bilanci e su diversi criteri (la capitalizzazione di Borsa per le quotate, il metodo del patrimonio netto per le non quotate, tranne Rai e Poligrafico dove si è usato il sistema dei multipli) le grandi aziende di Stato hanno portato al Tesoro 6,3 miliardi di utili, quasi raddoppiati dai 3,3 calcolati sei mesi fa. Un dato da tenere presente in caso di cessioni, perché sono soldi che andrebbero persi. Così come i dividendi, oltre due miliardi per il Tesoro che vendendo sarebbero erosi. Ma di questo ricco portafoglio, che cosa si potrebbe mettere sul mercato ora per arrivare a 18 miliardi? Quasi nulla. E ogni eventuale cessione a Cdp porrebbe al Tesoro un problema di governance, di gestione della società. Fra le quotate, il 23,58% dell’ Enel è la fetta che vale di più: 13,4 miliardi. Ma lo Stato non può cedere in blocco la società dell’ energia italiana al mercato e se la passasse a Cdp, oltre a perdere influenza, si presenterebbe il solito problema: Cassa può rientrare nel perimetro della pubblica amministrazione. Difficile che le Fondazioni azioniste di Cdp diano l’ ok. L’ Eni per il Tesoro vale 2,5 miliardi (è il 4,34%); l’ Enav, di cui si potrebbe pensare a una seconda tranche di quotazione, 1,4 miliardi. Di cedere Leonardo non si parla, lavora per la Difesa e comunque la quota pesa meno di due miliardi (1,8). Così come è per ora esclusa ogni vendita di Mps e della Rai (4 miliardi). Stm? È in condominio con il governo francese, oggetto delicato. Ci sarebbero le Poste, 3,4 miliardi la quota ancora in mano al Tesoro: ma anche se fosse ceduta, sono pochi per arrivare a 18. Resta l’ ultima carta, le Fs, oltre 41 miliardi di patrimonio, in crescita. Ma la quotazione di Ferrovie è stata congelata proprio da questo governo, che ha dirottato il gruppo su Alitalia. Alessandra Puato

29/04/2019 – Il Sole 24 Ore
Crisi-debiti in 2mila mini-enti: costo oltre il 12% delle spese

In 659 amministrazioni interessi e quota capitale superano il 18% delle uscite Il passivo comunale è sceso del 17% rispetto al 2011 ma il nodo sono i tassi
Una settimana di battaglia sul cosiddetto «salva-Roma» ha infiammato il dibattito politico e sui giornali su un problema che non c’ è. E ha fatto dimenticare il problema che c’ è. Quello che non c’ è è una presunta crisi del debito comunale,la cui esplosione metterebbe in pericolo i conti pubblici. Bene: si dà il caso che nell’ Italia stra-indebitata il passivo dei Comuni sia sceso negli ultimi anni del 17,1% tondo, passando dai 48,6 miliardi del 2011 ai 40,3 miliardi del 2018 (fonte Tesoro). Oggi, insomma, nei bilanci comunali c’ è l’ 1,75% del debito pubblico italiano: era il 2,6% nel 2011. Il problema che c’ è, praticamente ignorato negli ultimi giorni nonostante la fulminea passione generalizzata per la finanza locale, è invece il peso del debito sui bilanci di molti piccoli Comuni. La questione vale poco in valore assoluto, ed evidentemente anche in termini politici. Ma strozza i conti di quasi duemila enti locali sotto i 5mila abitanti: un Comune ogni quattro, insomma, è schiacciato dal proprio debito. Un po’ di conti A dirlo è un indicatore semplice, calcolato dall’ Ifel: il costo annuale del debito, alimentato dal rimborso di quote capitale e interessi, in rapporto alla spesa corrente. In 1.883 piccoli Comuni, cioè nel 37,8% degli enti fino a 5mila abitanti nell’ Italia a Statuto ordinario più la Sicilia e la Sardegna, il servizio annuale al debito assorbe più del 12% della spesa corrente complessiva: in 659 di queste micro-amministrazioni, il peso supera il 18%. Cioè: ogni 100 euro di spesa totale, dal personale agli acquisti, più di 18 finiscono in rate sul debito. In media, sotto i mille abitanti il debito costa 116 euro all’ anno a residente, fra mille e 5mila abitanti vale 83 euro pro capite mentre basta superare questa soglia demografica per vedere il pro-capite scendere intorno a quota 60. Ovvio, in un quadro come questo, che per sviluppare davvero qualche servizio resti pochissimo. Per avere un’ idea più chiara della questione basta pensare al fatto che nel conto economico consolidato della Pa, che comprende le amministrazioni centrali, regionali e locali, il super-debito italiano assorbe il 7,9% della spesa corrente complessiva, cioè 63,98 miliardi su 812,6 (dati 2019 nel Def appena approvato). Se un bilancio pubblico così indebitato dedica agli interessi meno dell’ 8% della spesa, è evidente che un ente che gira alla stessa voce il 12 o il 18% delle uscite correnti ha un problema serio. E spesso, nei piccoli bilanci dei mini-enti, a generarlo basta un mutuo, o un gruppo di mutui accesi in un passato lontano quando gli interessi erano più alti. Norme e politica Non è del tutto esatto dire che la politica si è dimenticata di questo tema. Si è dimenticata, per ora, di risolverlo. Il dossier è già finito sul tavolo del governo, e ha prodotto due norme. La prima è scritta al comma 961 dell’ ultima legge di bilancio, e prevede la possibilità di rinegoziazione dei mutui accesi con Cassa depositi e prestiti prima del 2003 e poi passati al ministero dell’ Economia. È una mossa parziale, perché riguarda 2,2 miliardi complessivi in tutti gli enti locali, ma può dare una mano: ma il decreto attuativo dell’ Economia, atteso entro il 28 febbraio, non è arrivato. Un’ altra norma punta a un obiettivo più generale. Si tratta dell’ articolo 11-bis, comma 3 del decreto semplificazioni, convertito a febbraio, in cui si prevede la creazione di un tavolo tecnico-politico fra ministero dell’ Economia, Viminale e amministratori locali con il compito di «formulare proposte per la ristrutturazione del debito locale». A segnalare l’ urgenza del tema ci sono i tempi record previsti per l’ istituzione del tavolo, che avrebbe dovuto vedere la luce «entro dieci giorni». Ma due mesi e mezzo dopo, non è successo nulla. Ora la questione tornerà al centro con il passaggio parlamentare del decreto crescita. Alla vigilia delle amministrative in quasi 3.900 Comuni su 8mila, Lega e M5s hanno ingaggiato una battaglia su chi si dimostra più attento alle esigenze comunali. Ma finora la competizione interna alla maggioranza sul «salva-Roma» e non solo ha impedito passi in avanti reali. gianni.trovati@ilsole24ore.com © RIPRODUZIONE RISERVATA.  Gianni Trovati

29/04/2019 – Il Sole 24 Ore
Nei bandi lo stop ai presunti evasori

APPALTI
L’ esclusione delle imprese oggetto di accertamenti deve essere esplicitata
Le stazioni appaltanti devono adeguare i bandi e i disciplinari alle norme dello «sblocca-cantieri» che incidono sulle procedure di gara. Il Dl 32/2019 ha introdotto molte modifiche e integrazioni al Codice dei contratti, che comportano adeguamento di bandi-tipo e documenti di gara sia per agli affidamenti sopra-soglia sia per quelli sotto-soglia. Le nuove disposizioni chiariscono la situazione dei consorzi stabili, in particolare con riferimento all’ utilizzo dei requisiti maturati dalle consorziate e dai consorzi. Le novità di maggiore impatto riguardano la riformulazione dell’ articolo 80, comma 4 del Dlgs 50/2016. Si stabilisce che un operatore economico può essere escluso se la stazione appaltante sa e può dimostrare che non ha ottemperato agli obblighi di pagamento di imposte e tasse o dei contributi previdenziali non definitivamente accertati. La norma chiarisce tuttavia che l’ esclusione non si determina quando l’ operatore economico ha ottemperato ai suoi obblighi pagando o impegnandosi in modo vincolante a pagare le imposte o i contributi previdenziali, purché l’ estinzione, il pagamento o l’ impegno si siano perfezionati prima del termine per la presentazione delle domande. Questa nuova condizione deve essere chiaramente evidenziata nei documenti di gara, per esplicitare agli operatori economici l’ obbligo di possedere una situazione definita al momento di presentazione della domanda di partecipazione. Nelle gare sopra-soglia non è più previsto l’ obbligo di indicazione della terna dei subappaltatori e la stazione appatante ha la possibilità di prevedere sia l’ utilizzo o meno del subappalto, sia la sua percentuale entro il limite del 50%. Nei bandi e nei disciplinari di gare con l’ offerta economicamente più vantaggiosa le stazioni appaltanti possono definire un limite massimo per la componente economica dell’ offerta superiore ai 30 punti. Ma bisognerà tener conto del principio di proporzionalità, per cui la definizione del metodo di attribuzione del punteggio alla parte economica non può determinare risultati con differenze scorrelate dal reale divario delle offerte. Nella fase tra la pubblicazione del bando e la scadenza della presentazione delle offerte le stazioni appaltanti devono comunicare i provvedimenti di ammissione e di esclusione con strumenti compatibili con le garanzie previste dal Codice dell’ amministrazione digitale. L’ ulteriore novità nel quadro procedurale è data dalla disposizione che consente alle amministrazioni di nominare uno o più componenti della commissione giudicatrice (in caso di gare con l’ offerta economicamente più vantaggiosa) in caso di indisponibilità o di disponibilità insufficiente di esperti iscritti nella sezione ordinaria dell’ Albo Anac. Sono poi da considerare le modifiche al sistema di rilevazione delle offerte anormalmente basse, che prevede l’ utilizzo di una formula specifica per le gare con il prezzo più basso (differenziata in relazione alla presentazione di un numero inferiore o superiore a 15 offerte) e l’ applicazione del sistema dei quattro quinti nelle gare con l’ offerta economicamente più vantaggiosa solo quando il numero delle offerte sia pari o superiore a tre (sotto questo limite, le amministrazioni effettuano la verifica di congruità). © RIPRODUZIONE RISERVATA. Alberto Barbiero

29/04/2019 – Il Sole 24 Ore
TRE MOSSE ANTI-CAOS NEI DISSESTI LOCALI

INTERVENTO
Le vicende di questi giorni hanno riportato alla ribalta la criticità finanziaria di alcuni grandi comuni italiani. Si tratta della punta di un iceberg molto più grande, che la ricerca sui comuni italiani attivata da Ca’ Foscari nel 2017 ha cercato di mettere a fuoco, anche grazie all’ informatizzazione di tutta la documentazione del ministero dell’ Interno. Il problema è complesso. Per questo serve un’ analisi approfondita, per consentire al decisore politico di scegliere con razionalità, superando le semplificazioni di queste ore. La legislazione non prevede che un Comune possa fallire. Sono state introdotte due misure di gestione straordinaria: il dissesto nel 1989 e il “pre-dissesto” nel 2012. Gli effetti di queste misure sono pesanti per i cittadini, che si vedono ad esempio costretti a pagare le aliquote massime dei tributi locali); e per gli amministratori, che faticano a uscire da una spirale di fornitori sempre più cari (perché devono mettere in conto il rischio di debiti insoluti o pagati con ritardo) e cittadini sfiduciati (e recalcitranti nel pagare le tasse locali). Il numero dei Comuni che hanno attivato le procedure di dissesto e riequilibrio nel periodo 1989 – 2018 mostra con evidenza, nel suo andamento a «U», l’ impatto della grande crisi che ha prodotto, dal 2008 in poi, la ripresa del fenomeno della criticità finanziaria che non accenna a scendere. L’ articolazione regionale mostra una concentrazione territoriale del fenomeno. Se la media italiana è di circa il 10% di comuni che hanno visto nel periodo situazioni di criticità ci sono regioni (soprattutto al Nord) che non ne hanno nessuno e casi come la Calabria, Campania e Sicilia, che ne hanno più di un terzo. L’ andamento è crescente, in termini percentuali, al crescere della popolazione. Secondo. Se i Comuni non possono fallire, oltre che regolare gli squilibri finanziari è necessaria la creazione di presupposti per una governance equilibrata, che significa protezione delle risorse e individuazione di nuovi modelli capaci di coinvolgere le energie del territorio per creare opportunità di sviluppo. Nella nuova governance andrebbero comprese garanzia di autonomia impositiva, capacità di riscossione delle entrate e crescita delle competenze (sblocco del turn over, formazione permanente, rescaling dimensionale). Terzo. Non si può pensare a procedure di risanamento dai contorni incerti e dall’ orizzonte temporale indeterminato. Violare platealmente le norme costituzionali su equilibrio e copertura, scardinare il rapporto tra governanti e governati sulle politiche relative alle entrate e alle spese, scaricare sulle generazioni future un onere pesante, come è accaduto in questi anni con una legislazione rapsodica, non è sostenibile. Si travolge, come recentemente ribadito dalla Corte Costituzionale, la funzione di bene pubblico del bilancio. Quarto. L’ attuale quadro normativo che disciplina la criticità finanziaria (Titolo VIII del Tuel) è inadeguato se produce “anomalie” per il 10% dei Comuni. Una possibile proposta di riforma va in tre sensi: rafforzare le capacità dei Comuni (con attività formative e di sostegno costante), modificare la disciplina del dissesto, favorendo meccanismi più efficaci di controllo e risanamento che assicurino tra l’ altro tempi certi (per i debitori, gli amministratori e i cittadini) e affiancare un monitoraggio costante delle finanze. L’ analisi dei dati ha messo a fuoco, in modo analitico, i problemi, ma anche le possibili soluzioni. È da questa cassetta degli attrezzi che il decisore potrebbe attingere, per migliorare le performance dei Comuni italiani, assicurando stabilità, sostenibilità e equità: oggi lontane chimere. Università Ca’ Foscari © RIPRODUZIONE RISERVATA. Stefano Campostrini e Marcello Degni

26/04/2019 – Italia Oggi
Appalti, niente tagliola

Il dl Sbloccacantieri cancella la disposizione del Codice contratti
Ricorsi al Tar anche post aggiudicazione
Stop alla tagliola ai ricorsi amministrativi negli appalti. Dal 19 aprile scorso, data di entrata in vigore del decreto legge n. 32/2019 (il cosiddetto Sbloccacantieri), risulta semplificata la procedura per presentare ricorsi al tribunale amministrativo regionale in materia di appalti. Il decreto, infatti, ha eliminato il meccanismo introdotto nel 2016 dal Codice dei contratti pubblici (dlgs 50/2016) che aveva come obiettivo la riduzione del contenzioso negli appalti. Parliamo del rito super-accelerato, che prevedeva un vero e proprio sbarramento alle contestazioni attinenti ai requisiti di partecipazione alla gara. In sintesi, attraverso tale procedimento, si stabiliva che l’ ammissione di un concorrente alla gara andasse impugnata al Tar immediatamente, senza la possibilità di attendere l’ esito della procedura. In caso di mancato ricorso contro le ammissioni, si determinava la cristallizzazione della rosa dei concorrenti, venendo meno la possibilità di contestazioni successive alla comunicazione dell’ aggiudicazione. Il rito super-accelerato, previsto dagli articoli 29 e 204 del dlgs 50/2016 e dall’ art. 120, commi 2-bis e 6-bis, del Codice sul processo amministrativo, recepiva l’ obiettivo della legge delega 11/2016 (articolo 1, comma 1, lett. bbb) di razionalizzare il processo in materia di appalti attraverso una «preclusione della contestazione di vizi attinenti alla fase di esclusione dalla gara o ammissione alla gara nel successivo svolgimento della procedura di gara». L’ introduzione del rito super-accelerato aveva fatto sorgere un’ accesa discussione tra gli addetti del settore. Le critiche maggiori hanno riguardato il superamento del consolidato principio secondo cui, per poter ricorrere alla magistratura amministrativa, è necessario avere un interesse diretto, concreto e attuale. Presupposto che mancherebbe durante la fase delle ammissioni, in quanto, non essendo ancora stata stilata la graduatoria, l’ eventuale accoglimento del ricorso non determinerebbe l’ aggiudicazione della gara in favore del ricorrente. Tali questioni sono approdate anche nella aule dei tribunali amministrativi, nonché innanzi la Corte costituzionale e la Corte di giustizia dell’ Unione europea. In particolare il Tar Puglia-Bari nel 2018 (con ordinanze n. 903 e 109) ha rimesso per ben due volte la questione, tuttora pendente, innanzi alla Consulta per possibile violazione, tra l’ altro, degli articoli 3, 24 e 111 della Costituzione. Il Tar Piemonte, invece, con ordinanza n. 88/2018, ha sollevato la questione innanzi alla Corte di giustizia Ue. Quest’ ultima, con la recente ordinanza del 14/2/2019 (causa C-54/18), si è pronunciata ritenendo compatibile l’ istituto con il diritto europeo. In particolare, il giudice europeo, ha ritenuto prevalenti le esigenze di rapida definizione delle procedure rispetto alle possibili limitazioni all’ esercizio del diritto di difesa. Ciò a patto che il termine per contestare le ammissioni venga fatto decorrere dal giorno in cui il concorrente sia messo in condizione di conoscere la documentazione presentata in gara agli altri concorrenti, tramite accesso agli atti. La decisione di abrogare il rito super-accelerato determina un positivo impatto sull’ attività delle imprese. Queste avranno a disposizione maggiori strumenti per contestare l’ esito delle procedure di gara. Soprattutto sarà possibile attenderne l’ esito per valutare, in base alla propria posizione in graduatoria, se il ricorso possa determinare chance di aggiudicazione. In tale modo, si potranno anche evitare inutili contenziosi posti in essere in via preliminare al solo scopo di ridurre il numero dei potenziali avversari. DANIELE BRACCI*

26/04/2019 – Italia Oggi
Appalti, obbligatorio motivare la scelta delle procedure sotto soglia

Obbligatorio motivare la scelta di utilizzare le procedure sotto soglia e la scelta degli operatori economici da invitare. Molte amministrazioni avevano sperato che il dl 32/2019, cosiddetto «Sblocca cantieri» rendesse realmente più lineare l’ utilizzo delle cosiddette «procedure semplificate» regolate dall’ articolo 36 del codice dei contratti, ma sono rimaste deluse. Il testo modificato dell’ articolo 36 si limita solo a ridurre le soglie delle procedure semplificate e consente di invitare solo tre operatori economici per gli appalti di lavori di importo compreso tra i 40 mila e i 200 mila euro (le aziende da invitare per forniture e servizi comprese tra 40 mila euro e la soglia comunitaria restano 5); ma, lascia totalmente in piedi tutti i problemi operativi connessi alle procedure sotto soglia. Per un verso, il dl 32/2019, pur ispirato al divieto posto dalla normativa europea di introdurre nella normativa nazionale norme ulteriori che aggravino il peso della regolazione (divieto di gold plating) ha mantenuto il deleterio «principio di rotazione». Un rompicapo, mai risolto dalle Linee Guida Anac, sulla portata del quale la giurisprudenza è divisa da anni e che, interpretato come impedimento dell’ affidatario di una selezione di mercato (il principio appare senza dubbio applicabile nel caso di affidatario senza alcuna selezione), pare in chiarissimo contrasto con la tutela della concorrenza e dell’ apertura dei mercati. Per altro verso, prime indiscrezioni sul contenuto dello «Sblocca cantieri» avevano illuso che nel caso di affidamenti diretti o di affidamenti a un limitato numero di operatori economici, come nell’ ipotesi prevista dall’ articolo 36, comma 2, lettera b), sarebbe stato eliminato l’ obbligo di motivare la scelta del così ridotto lotto di aziende da invitare. Così non è stato. Cambiano solo in parte le soglie per gli affidamenti semplificati dei lavori, ma non cambia per nulla l’ impianto complessivo. Dunque, gli enti, ai sensi del comma 1 dell’ articolo 36, che consente di procedere con gli affidamenti sotto soglia in alternativa alle procedure ordinarie, dovranno continuare in primo luogo a spiegare perché utilizzano la procedura «semplificata» invece di quella ordinaria. Soprattutto, dovranno continuare a corroborare le determinazioni a contrattare della necessaria ed approfondita motivazione che sta alla base della scelta dei tre imprenditori da invitare alla selezione nel caso di appalti di lavori, e dei cinque nel caso di forniture e servizi. Sempre con l’ ostacolo della rotazione. Quindi, continua l’ onere di selezionare le ditte da invitare a seguito delle indagini di mercato o della costituzione dell’ elenco degli operatori economici, come previsto dalle Linee Guida Anac, che restano in vigore finché non siano riviste dal regolamento di attuazione del codice, la cui emanazione dovrebbe intervenire entro i prossimi sei mesi. Poiché proprio l’ onere di motivare la scelta delle aziende da invitare, nonché le complesse procedure connesse all’ indagine di mercato e alla gestione dell’ elenco dei fornitori erano, insieme col principio di rotazione, i veri e propri ostacoli procedurali (confermati dall’ ondivaga giurisprudenza su questi temi) nella sostanza il dl 32/2019 con riferimento alle procedure sotto soglia «semplificate» non ha semplificato assolutamente nulla. L’ unico elemento di riduzione dei pesanti oneri amministrativi si riscontra nel nuovo comma 5 dell’ articolo 36, che consente la cosiddetta «inversione procedimentale» in fase di apertura delle buste. La norma permette alle stazioni appaltanti di esaminare le offerte economiche prima di verificare la documentazione relativa al possesso dei requisiti di carattere generale e di quelli di idoneità e di capacità degli offerenti, purché l’ esercizio di detta facoltà sia previsto nel bando di gara o nell’ avviso con cui si indice la procedura e purché si verifichino sempre le condizioni di ammissibilità del miglior offerente e di un campione predeterminato degli altri operatori economici. Di fatto serve a poco nel caso delle procedure di cui all’ articolo 36, comma 2, lettera b) poiché invitare solo tre operatori per i lavori e cinque per forniture e servizi non costituisce un grave problema operativo. LUIGI OLIVERI

26/04/2019 – Italia Oggi
Offerte, ammessi tecnici fuori da raggruppamenti

dubbi su subappalto delle progettazioni
In un raggruppamento di progettisti non è obbligatorio inserire il professionista nel raggruppamento; è sufficiente che nell’ offerta sia indicata la parte della prestazione che svolgerà. È quanto ha affermato il Consiglio di stato, sezione quinta, con la sentenza dell’ 8 aprile 2019 n. 2276. Il caso esaminato riguardava un appalto di servizi di ingegneria e architettura cui aveva partecipato un raggruppamento di progettisti che aveva inserito nel proprio staff tecnico un ingegnere in possesso di una certificazione energetica che veniva quindi fatto «passare» per membro del raggruppamento, quando invece risultava soltanto indicato come facente parte del team indicato in offerta. I giudici hanno ricostruito il quadro normativo di riferimento a partire dal contenuto dell’ articolo 46 del codice appalti che ammette alla partecipazione sia di professionisti singoli, associati, sia di raggruppamenti temporanei. Il Consiglio di stato ha ricordato anche che l’ articolo 24, comma 5 espressamente prevede che «indipendentemente dalla natura giuridica del soggetto affidatario, l’ incarico è espletato da professionisti iscritti negli appositi albi previsti dai vigenti ordinamenti professionali, personalmente responsabili e nominativamente indicati già in sede di presentazione dell’ offerta, con la specificazione delle rispettive qualificazioni professionali». Da tali norme il collegio desume che «è dunque evidente che non vi è alcun obbligo di inserire il professionista nel raggruppamento temporaneo di professionisti ma è necessario, e sufficiente, che l’ offerta indichi analiticamente i singoli professionisti designati, le relative specifiche attività e le connesse necessarie qualificazioni professionali». Il nuovo codice, ad avviso dei giudici, quindi, «ammette la possibilità alternativa dell’ offerente di avvalersi di liberi professionisti singoli o associati» ovvero di inserirli nel raggruppamento temporaneo. Non sembra però chiaro, alla luce di questa posizione, come si debba affrontare il tema del divieto di subappalto della progettazione, laddove il professionista risulti nella sostanza estraneo al raggruppamento e, peraltro, non ne partecipi delle relative responsabilità contrattuali. © Riproduzione riservata.

29/04/2019 – Il Sole 23 Ore – Edilizia e territorio
Speciale Sblocca-cantieri/5. I tecnici pubblici festeggiano il ritorno dei «loro» incentivi

Tiziano Grandelli e Mirco Zamberlan

I progettisti fra i destinatari dei premi collegati alle funzioni tecniche ma ancora una volta rimane indefinita la decorrenza

Dal 19 aprile i tecnici pubblici festeggiano il ritorno dei “loro” incentivi. Con l’entrata in vigore del decreto sblocca-cantieri è stato rimodificato il Codice degli appalti, inserendo nuovamente i progettisti fra i destinatari dei premi collegati alle funzioni tecniche.

La telenovela dei compensi registra un’altra puntata. Come si ricorderà, con l’approvazione del Dlgs 50/2016 erano stati messi alla porta una serie di soggetti che, storicamente, annoveravano nella loro busta paga compensi i quali, nel corso del tempo, hanno modificato la loro denominazione (incentivi Merloni, «per la progettazione»), ma non la loro sostanza: ai dipendenti pubblici che progettavano spettava anche una quota di retribuzione legata all’opera da realizzare. Con il nuovo Codice degli appalti si sposta l’attenzione sulle fasi di programmazione e controllo della spesa e, quindi, anche gli incentivi vanno a premiare i soggetti che gestiscono queste funzioni. Ovviamente i tecnici mal digeriscono il cambio di rotta e, alla prima occasione utile, con un colpo di coda, spazzano via i supervisori di budget e consuntivi e li sostituiscono con i progettisti.

Fin qui la storia. Ma ora, in pratica, cosa succede? Sicuramente i tecnici non possono presentarsi alla cassa per la riscossione già da domani. Lo stesso Dlgs 50/2016 disegna un iter ben preciso che gli enti devono rispettare per poter liquidare i compensi. Innanzitutto devono riprendere in mano i propri regolamenti e adeguarli alla nuova norma. L’operazione deve però essere preceduta da una sessione di contrattazione decentrata integrativa, dove vanno stabiliti le modalità e i criteri di ripartizione degli incentivi. Al regolamento, oltre a recepire quanto deciso nell’integrativo, spetta una funzione importante: decidere la percentuale da applicare all’importo dei lavori, servizi e forniture posti a base di gara per ottenere il fondo che va a finanziare, per l’80%, i compensi in questione. Percentuale che non può essere superiore al 2%.

E come tutte le modifiche che si rispettino, l’intervento normativo non è accompagnato da una norma transitoria, che regolamenti il passaggio dalla vecchia disciplina a quella nuova. Quindi? Sicuramente basta attendere qualche mese e potremmo trovare fiumi di pareri da parte delle sezioni regionali della Corte dei Conti le quali, chiamate a rispondere ai quesiti delle amministrazioni, forniscono indirizzi purtroppo non sempre univoci. Come spartiacque si può infatti pensare all’espletamento delle gare di appalto, considerato che sono il perno su cui poggia l’incentivo, oppure al momento in cui viene svolta l’attività compensata dall’incentivo. Anche a questo proposito, nel tempo, i magistrati contabili hanno abbracciato tesi differenziate.

Su una linea sembrano ormai concordi i vari interpreti istituzionali: la liquidazione degli incentivi non può avvenire in assenza del regolamento; ma, una volta approvato l’atto, si può procedere al pagamento anche di quelle somme accantonate in precedenza, in quanto si riferiscono a gare o attività svolte dopo l’entrata in vigore della norma e prima dell’approvazione del regolamento. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

26/04/2019 – Italia Oggi
Opere pubbliche, la Ue accelera sui pagamenti

Stato di avanzamento lavori da saldare in 7 giorni alle imprese
Entro sette giorni dall’ adozione dello stato di avanzamento lavori (Sal) deve essere emesso il certificato di pagamento. Lo stabilisce la legge di delegazione europea, approvata in via definitiva, che corregge l’ articolo 113-bis del codice dei contratti pubblici rendendo più rapido l’ iter di pagamento delle imprese affidatarie di appalti pubblici da parte delle stazioni appaltanti. La disposizione introduce alcune novità sia per i pagamenti in acconto (i Sal durante l’ esecuzione dei lavori) sia sul saldo finale (dopo il collaudo) e si focalizza sull’ emissione del certificato di pagamento. Ad oggi, il tempo limite per l’ emissione dei certificati di pagamento da parte del responsabile del procedimento (Rup) sulla base del Sal rilasciato dal direttore dei lavori è stabilito in 30 giorni. Con la modifica al codice contenuta nella Legge europea viene stabilita la regola generale dell’ emissione contestuale «rispetto all’ emissione di ogni stato di avanzamento dei lavori», introducendo come limite massimo «un termine non superiore a sette giorni» contro gli attuali trenta. Con il nuovo 113-bis si stabilisce che l’ emissione del certificato di pagamento deve essere contestuale all’ emissione del Sal (stato avanzamento lavori) e comunque entro un termine massimo di sette giorni. Il primo effetto è quindi quello di ridurre termine, inizialmente fissato dal codice in un mese, di 23 giorni. L’ impresa potrà quindi emettere la propria fattura con tre settimane di anticipo rispetto ad oggi anche se per il saldo della fattura rimangono i consueti problemi, visto che la disciplina generale (europea e nazionale) risulta largamente inapplicata dalle amministrazioni pubbliche: il pagamento effettivo dei compensi contrattuali dovrebbe arrivare entro i successivi 30 giorni, ma la normalità dei casi vede imprese che ricevono i pagamenti molti mesi dopo l’ emissione della fattura. La regola sarebbe quella del pagamento degli acconti entro trenta giorni «salvo che sia espressamente concordato nel contratto un diverso termine, comunque non superiore a 60 giorni e purché ciò sia oggettivamente giustificato dalla natura particolare del contratto o da talune sue caratteristiche». Stessa regola per il pagamento a valle del collaudo: la norma prevede che all’ esito positivo del collaudo o della verifica di conformità, e comunque entro un termine non superiore a sette giorni dagli stessi, il responsabile unico del procedimento rilasci il certificato di pagamento ai fini dell’ emissione della fattura da parte dell’ appaltatore. Rimane, però, il problema del momento dal quale decorrono i sette giorni perché (per gli acconti) il momento dell’ «adozione di ogni stato di avanzamento dei lavori» è comunque sempre rimesso alla stazione appaltante. E di questa discrezionalità le stazioni appaltanti fanno grande uso cosicché la norma, sia pure corretta, risulta nella sostanza elusa. Peraltro va ricordato che la Commissione europea, con riguardo alla eccepita legittimità di clausole contrattuali sui pagamenti previste da alcuni atti di gara emessi da Anas e Rfi, ha ribadito, prima delle recenti modifiche, che i pagamenti degli stati di avanzamento lavori devono comunque avvenire entro 30 giorni dalla data di emissione del Sal. © Riproduzione riservata.

26/04/2019 – Italia Oggi
Sisma, ricostruzioni senza gara

Il decreto Sblocca cantieri elimina il confronto concorrenziale per gli interventi su immobili privati
Lavori su edifici pubblici: obbligo di sentire 5 aziende
Per gli interventi di ricostruzione privata post terremoto l’ impresa potrà essere scelta senza confronto concorrenziale; per la ricostruzione di edifici pubblici obbligo di sentire almeno cinque imprese; incarichi di progettazione di edifici pubblici di importo inferiore a 221 mila euro affidabili con procedura negoziata, consultando almeno dieci professionisti, ma con il massimo ribasso; per interventi privati progettazione e direzione dei lavori affidabili a professionisti, studi e società ma con tetto agli incarichi e con divieto di svolgere la direzione dei lavori degli interventi progettati. Sono queste le regole dettate dal decreto Sblocca cantieri per la scelta delle imprese e dei progettisti che opereranno negli interventi di ricostruzione post terremoto. Per la ricostruzione privata, relativamente all’ affidamento a dei lavori, l’ articolo 10, comma 11 del decreto stabilisce che «la selezione dell’ impresa esecutrice da parte del beneficiario dei contributi e compiuta tra le imprese che risultano iscritte nell’ Anagrafe di cui all’ articolo 16». Diversamente dalla previsione di cui al comma 13 dell’ articolo 6 del decreto n. 189/2016 che ha dettato la disciplina per la ricostruzione post terremoto dell’ agosto 2016, salta quindi l’ obbligo di confronto concorrenziale (rimane una facoltà, ovviamente) fra almeno tre imprese iscritte all’ Anagrafe creata ad hoc nel 2016 dal commissario Vasco Errani per individuare le imprese autorizzate ad operare nella ricostruzione. Il decreto Sblocca cantieri precisa anche che la concessione del contributo pubblico a favore del privato non determina l’ applicazione delle regole del codice appalti, ancorché «privato sovvenzionato». Per la ricostruzione pubblica rimane invece la procedura a evidenza pubblica ancorché nella forma della procedura negoziata con invito di almeno cinque operatori economici (in questo caso la disciplina si applica a lavori, forniture e servizi, tranne quelli di ingegneria e architettura che hanno una disciplina specifica). L’ affidamento avverrà sulla base di un progetto definitivo, con un invito rivolto sempre ai operatori economici iscritti all’ Anagrafe e rispettando i principi di trasparenza, concorrenza e rotazione. L’ affidamento sarà disposto sulla base della valutazione delle offerte effettuata da una commissione giudicatrice costituita ai sensi dell’ articolo 77, ma si dovrà tenere delle modifiche che lo stesso Sblocca cantieri prevede in caso di indisponibilità degli esperti Anac. Per la progettazione di interventi pubblici i commissari straordinari potranno affidare incarichi, in caso di comprovata indisponibilità degli uffici tecnici, a professionisti, studi e società di progettazione. Se però gli incarichi risulteranno di importo inferiore alla soglia europea dei 221 mila euro potranno procedere con una procedura negoziata consultando dieci professionisti, utilizzando il criterio del massimo ribasso, in deroga alla regola generale che impone (da 40 mila euro in su) l’ utilizzo del criterio dell’ offerta economicamente più vantaggiosa. I privati potranno affidare incarichi di progettazione e direzione dei lavori degli immobili danneggiati ai soggetti di cui all’ articolo 46 del codice dei contratti pubblici (professionisti, studi e società) iscritti all’ Anagrafe «che siano in possesso di adeguati livelli di affidabilita e professionalita e non abbiano commesso violazioni in materia contributiva e previdenziale ostative al rilascio del Durc». Per chi assume l’ incarico di direttore dei lavori è prevista l’ incompatibilità con il ruolo di direttore tecnico dell’ impresa esecutrice e il divieto di rapporti con l’ impresa esecutrice nei tre anni precedenti. © Riproduzione riservata. PAGINA A CURA DI ANDREA MASCOLINI

27/04/2019 – Il Sole 24 Ore
Esclusione dalle gare solo per omessi versamenti

SBLOCCA CANTIERI
Se non sarà cancellata, gli effetti della norma vanno circoscritti
Sta facendo molto discutere e comprensibilmente preoccupare la norma introdotta nel Dl sblocca cantieri (Dl 32/2019) in base alla quale viene prevista, in aggiunta alle già vigenti cause di esclusione delle procedure di gara (articolo 80 comma 4 Dlgs 50/2016), la non ottemperanza «agli obblighi relativi al pagamento delle imposte e tasse o dei contributi previdenziali non definitivamente accertati» (si veda, da ultimo, «Il Sole 24 Ore» di giovedì). La principale questione attiene la portata della locuzione «obblighi relativi al pagamento delle imposte non definitivamente accertati». Letteralmente si dovrebbe riferire ad omessi versamenti rispetto a quanto dichiarato dall’ impresa concorrente e non rispetto a rettifiche ed accertamenti. Questa interpretazione risolverebbe buona parte del problema e risponderebbe anche a criteri di buon senso: se un’ impresa intende partecipare a una gara è giusto che versi le imposte che ha dichiarato. Peraltro, come previsto sempre dal comma 4, potrebbe comunque partecipare pagando anche a rate prima della scadenza della domanda. Se invece per «obblighi relativi al pagamento delle imposte» si intende far riferimento anche agli accertamenti in rettifica operati dagli uffici, la questione si complica. Va escluso, innanzitutto, che la norma possa comportare l’ obbligatoria acquiescenza alle rettifiche dell’ amministrazione (o la ricerca di strumenti alternativi di chiusura della lite, pace fiscale compresa) pena l’ esclusione dalle gare, perché si tratterebbe di una palese violazione al diritto di difesa costituzionalmente garantito. Occorre allora comprendere come contemperare le varie esigenze tenendo presente che, nella maggior parte dei casi, in presenza di ricorso tributario, è comunque dovuta una somma a titolo provvisorio. Certamente, la soluzione più immediata viene offerta dall’ ultimo periodo del comma 4, in base al quale è sufficiente l’ impegno al pagamento perfezionato anteriormente alla scadenza della domanda. Tradotto in termini concreti, per le imprese che intendono contestare la pretesa del fisco e partecipare alla gara, equivarrebbe alla presentazione della domanda di rateazione di quanto dovuto a titolo provvisorio. In questa ipotesi occorrerebbe chiarire però gli effetti della concessione della sospensione di tale pagamento da parte del giudice tributario e cioè se l’ interruzione dei pagamenti, per effetto del provvedimento giudiziario, possa comportare comunque l’ esclusione. Inoltre, in molti casi l’ iscrizione a ruolo provvisoria non c’ è, sia perché si tratta di rettifiche in cui non è consentita (si pensi agli accertamenti da abuso del diritto), sia perché il contribuente, avendo avuto ragione in primo o in secondo grado, non deve nulla all’ erario in pendenza di giudizio. Da questa circostanza pare conseguire che l’ inadempimento comportante l’ esclusione, introdotto dal decreto, in realtà dovrebbe al più far riferimento non ai carichi pendenti certificati dall’ agenzia delle Entrate (che riportano tutte le rettifiche, anche quelle in cui l’ ufficio sia risultato soccombente in attesa di sentenza definitiva), ma i carichi consegnati all’ agente della Riscossione non sospesi. Così interpretando l’ applicazione della nuova esclusione non opererebbe: se il contribuente sia risultato vittorioso nell’ ultima decisione, ovvero non sia prevista iscrizione a ruolo in pendenza di giudizio di primo grado; se, in caso di soccombenza, di rigetto della sospensiva o di volontario pagamento a titolo provvisorio, il contribuente provveda al versamento rateale. Un’ ultima notazione attiene l’ eventuale introduzione di una soglia più alta (ora è di 5mila euro) dell’ inadempimento per far scattare la possibile esclusione. Va evidenziato che in molti casi sono proprio gli accertamenti con cui l’ Agenzia richiede somme elevate a rivelarsi più infondati, se basati su questioni interpretative e non su comportamenti volutamente illeciti. Tale accorgimento quindi risulterebbe privo di efficacia. C’ è allora da sperare che, ove la norma non sia abrogata in sede di conversione, venga ufficialmente interpretata nel senso che l’ omesso versamento debba risultare rispetto a quanto dichiarato e non a quanto accertato o, in caso contrario, che si faccia riferimento ai soli carichi esigibili e non sospesi consegnati all’ agente della Riscossione. Differenti soluzioni rischierebbero non solo di danneggiare le imprese, ma anche di alimentare il contenzioso amministrativo sulle esclusioni da parte delle stazioni appaltanti, senza contare, infine, le eventuali conseguenze – sotto il profilo risarcitorio – cui si esporrebbero i funzionari dell’ agenzia delle Entrate, nel caso in cui i loro accertamenti, che vadano a determinare l’ esclusione dalla gara, si rivelino poi, per decisione del giudice, palesemente infondati. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Antonio Iorio

29/04/2019 – Il Sole 23 Ore – Edilizia e territorio
Speciale Sblocca-cantieri/2. Il periodo di attività documentabile dalle Soa passa da 10 a 15 anni antecedenti

avv. Gianluca Podda (Studio Piselliandpartners)

Alla luce di questa innovazione, potrebbe sorgere un particolare interesse degli operatori economici a stipulare nuovi contratti la cui sottoscrizione ricada nella “nuova epoca”

Il recentissimo decreto Sblocca Cantieri (decreto-legge n. 32 del 18 aprile 2019) è stato emanato sul presupposto della necessità urgente di garantire una maggiore semplificazione ed accelerazione per l’affidamento dei contratti pubblici, garantendo, al contempo, i necessari parametri di imparzialità e trasparenza nello svolgimento delle relative procedure.
Tra gli ambiti normativi riguardati dall’intervento interessanti, vi è il sistema di attestazione Soa di cui all’articolo 84 del D.Lgs. n. 50/2016 (in seguito, “Codice”), fondato sul principio secondo cui i soggetti esecutori a qualsiasi titolo di lavori pubblici di importo pari o superiore a 150.000 euro provano il possesso dei requisiti di qualificazione di cui all’articolo 83, mediante attestazione da parte degli appositi organismi di diritto privato autorizzati dall’Anac.
Il sistema di qualificazione SOA è da tempo oggetto di riflessioni da parte del legislatore, poiché esso rappresenta una peculiare ipotesi di funzione pubblica privatizzata. Difatti, le Soa, pur essendo persone giuridiche di diritto privato, svolgono a tutti gli effetti fondamentali funzioni di natura pubblicistica, quali:
– la verifica dell’assenza dei motivi esclusione di cui all’articolo 80, che costituisce presupposto ai fini della qualificazione;
– il possesso dei requisiti di capacità economico-finanziaria e tecnico-professionali indicati all’articolo 83;
– il possesso di certificazioni di sistemi di qualità conformi alle norme europee della serie UNI EN ISO 9000 e alla vigente normativa nazionale, rilasciate da soggetti accreditati ai sensi delle norme europee della serie UNI CEI EN 45000 e della serie UNI CEI EN ISO/IEC 17000;
– il possesso di certificazione del rating di impresa, rilasciata dall’Anac ai sensi dell’articolo 83, comma 10.
In considerazione del centrale ambito nel quale le Soa si trovano ad operare, il decreto Sblocca Cantieri è intervenuto su vari fronti, due dei quali assumono un particolare interesse nel settore della qualificazione nei lavori pubblici.
La prima innovazione, forse meno problematica sul piano concettuale, attiene alla modifica dell’articolo 84, comma 4, lett. b) del Codice, introdotta dall’articolo 1, comma 1, lett. p), n. 3), del decreto Sblocca Cantieri.
In buona sostanza, con l’entrata in vigore del decreto, il periodo di attività documentabile dalle Soa passa dal “decennio antecedente” ai quindici anni antecedenti la data di sottoscrizione del contratto con la Soa per il conseguimento della qualificazione.
Alla luce di questa innovazione, potrebbe sorgere un particolare interesse degli operatori economici a stipulare nuovi contratti la cui sottoscrizione ricada nella “nuova epoca”, in modo da poter beneficiare di un maggiore ambito temporale ai fini della qualificazione Soa.
Tale innovazione normativa ha suscitato la perplessità di chi ritiene che una siffatta estensione del periodo temporale rischi di abbassare il livello reale di qualificazione delle imprese e di sminuire la valutazione delle Soa.
D’altra parte, deve considerarsi che l’industria italiana sta tentando di uscire, con molta fatica, da una crisi economica di durata quasi decennale, sicché tale estensione temporale pare consentire un po’ di respiro a quelle imprese che, proprio in ragione della crisi economica, hanno subito un fisiologico calo del volume d’affari, senza tuttavia perdere l’esperienza professionale che sta alla base del sistema di attestazione Soa.
In definitiva su questa prima innovazione normativa, non si può che valutare con estremo favore la misura adottata dal Governo, che testimonia la centralità del ruolo che le Soa sono state capaci di acquisire nel corso degli anni, come di recente affermato dallo stesso presidente Cantone, che ha recentemente elogiato il sistema Soa, per essere cresciuto nel corso del tempo in termini di trasparenza e correttezza.
La seconda innovazione introdotta dal decreto attiene ai princìpi che devono informare l’attività di attestazione svolta dalle Soa.
Segnatamente, il decreto, all’articolo 1, comma 1, lett. p), n. 1), dispone che all’articolo 84 del Codice, «dopo il primo periodo, sono aggiunti i seguenti: L’attività di attestazione è esercitata nel rispetto del principio di indipendenza di giudizio, garantendo l’assenza di qualunque interesse commerciale o finanziario che possa determinare comportamenti non imparziali o discriminatori. Gli organismi di diritto privato di cui al primo periodo, nell’esercizio dell’attività di attestazione per gli esecutori di lavori pubblici, svolgono funzioni di natura pubblicistica, anche agli effetti dell’articolo 1 della legge 14 gennaio 1994, n. 20».
Alla luce di questa nuova disposizione, non ci si può esimere dal compiere talune prime riflessioni in merito all’ultimo periodo, secondo cui l’attività delle Soa è considerata di natura pubblicistica anche agli effetti dell’articolo 1 della Legge n. 20/1994, ossia la normativa applicabile in materia di azione di responsabilità dinanzi alla Corte dei Conti.
Ad un primo esame, la disposizione ricorda quella contenuta nell’articolo 40, comma 3, del D.Lgs. n. 163/2006 (i.e. vecchio codice), ai sensi del quale «le Soa nell’esercizio dell’attività di attestazione per gli esecutori di lavori pubblici svolgono funzioni di natura pubblicistica, anche agli effetti dell’articolo 1 della legge 14 gennaio 1994, n. 20».
Tale norma, inizialmente non riproposta nel nuovo Codice né nel relativo decreto correttivo (D.Lgs. n. 56/2017), testimonia il ruolo nevralgico svolto dalle Soa nell’ambito della qualificazione nei lavori pubblici.
La nuova disposizione, inoltre, offre l’opportunità di svolgere alcune riflessioni su talune questioni che hanno in passato formato oggetto di applicazione pretoria. Ci si riferisce, in particolare, sia ai profili inerenti alla legittimazione passiva sia ai profili afferenti alla configurabilità del danno erariale in capo alle Soa.
Con riguardo al primo profilo, è ben noto che la responsabilità amministrativa azionabile nell’ambito della giurisdizione della Corte dei Conti si fondi sul presupposto giuridico della sussistenza di un «rapporto di servizio».
Ci si può allora domandare quale sia il «rapporto di servizio» cui fare riferimento nell’applicazione pratica della disposizione in esame, con le ripercussioni che seguono in tema di legittimazione processuale passiva in capo alla Soa unitariamente intesa ovvero ai dipendenti cui viene materialmente addebitata la condotta causativa del possibile danno erariale.
I riflessi pratici della suddetta questione paiono essere rilevanti.
Ove si ritenga che soggetto legittimato passivo è la Società organismo di attestazione, l’eventuale giudizio sarebbe avviato nei confronti del legale rappresentante della stessa, con successivi riflessi interni, in punto di regresso, tra Soa e l’autore dell’eventuale danno erariale.
Ove, invece, si ritenga che legittimato passivo è direttamente l’autore dell’eventuale danno erariale, sarebbe nei sui confronti a doversi azionare l’eventuale giudizio di responsabilità erariale.
La questione, sicuramente meritevole di future riflessioni, pare dipendere principalmente dai connotati sostanziali da attribuire al danno erariale cagionato nell’ambito dell’attività di attestazione Soa.
E questo, peraltro, appare un ulteriore problema ermeneutico di più complessa risoluzione.
Invero, l’attività di attestazione Soa è svolta dietro corrispettivo pagato dall’operatore economico in favore della Società organismo di attestazione. La privatizzazione di questa funzione pubblicistica non consente di individuare agevolmente una voce di danno patita dall’apparato amministrativo statale.
Ad esempio, l’aver illegittimamente attestato un operatore economico non in possesso dei requisiti di cui all’articolo 80 (come detto, “presupposto” della qualificazione medesima) non pare configurare un danno diretto alle casse dello Stato e, conseguentemente, non pare poter configurare un danno erariale così come tradizionalmente inteso.
Il danno prospettato dalla nuova disposizione potrebbe, per ipotesi, essere ricondotto al c.d. “danno da concorrenza”, ossia il danno consistente nell’alterazione delle regole concorrenziali del mercato, che si riverbera nei confronti della p.a. in veste di contraente, così arrecando un danno riconducibile alla giurisdizione della Corte dei Conti.
Tale possibile impostazione darebbe luogo a notevoli problemi applicativi, atteso che il c.d. “danno alla concorrenza”, non diversamente da qualunque altra tipologia di danno patrimoniale, non può ritenersi sussistente in re ipsa, ma va compiutamente provato e quantificato dalla pubblica accusa erariale.
La Procura contabile dovrebbe, in particolare, dare prova del fatto che l’illegittima attestazione rilasciata all’operatore economico abbia concretamente influito sul confronto concorrenziale tra più offerte e che, senza tale operatore economico illegittimamente qualificato, la stazione appaltante avrebbe con certezza individuato un miglior offerente cui affidare la commessa.
Allo stesso modo, appare quasi impercettibile la configurazione di un eventuale “danno da concorrenza” derivante da un illegittimo diniego, da parte della Soa, dell’attestazione richiesta da un operatore economico. Difatti, il diniego del rilascio dell’attestazione preclude all’operatore economico di partecipare alla gara, rendendo particolarmente complicato individuare un concreto danno alla concorrenza patito da un’amministrazione, nell’ambito della specifica procedura da essa indetta.
Residuerebbe, in capo all’operatore economico, la possibilità di agire in giudizio per i danni cagionati da tale illegittimo diniego. Tuttavia, in questo caso si esulerebbe dalla giurisdizione della Corte dei Conti, in quanto, come affermato a più riprese dalla giurisprudenza, le eventuali questioni intercorse tra l’operatore economico e la Soa sono devolute alla giurisdizione del giudice ordinario (cfr. Tar Lazio, sez. II, sentenza del 21.3.2016, n. 3455; in senso conforme, Tar Basilicata, sez. I, sentenza del 29.6.2016, n. 692).
In conclusione, pare che il sistema che riconduce l’attività svolta dalle Soa alla giurisdizione della Corte dei Conti sia foriero di notevoli complessità concettuale, non solo dal punto di vista di configurabilità sostanziale, ma anche per quanto riguarda un loro possibile accertamento processuale.
Senza poi considerare che l’ordinamento già contempla delle forme di responsabilità, anche di natura penale, che ineriscono all’attività di attestazione Soa, la quale rientra nel concetto di «attività di pubblico servizio», ai sensi e per gli effetti dell’art. 358 c.p.
Questa seconda innovazione normativa, dunque, pare prima facie non essere pienamente coerente con lo scopo che il decreto Sblocca Cantieri intende perseguire in termini di maggiore semplificazione ed accelerazione per l’affidamento dei contratti pubblici, garantendo, al contempo, i necessari parametri di imparzialità e trasparenza nello svolgimento delle relative procedure. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

29/04/2019 – Il Sole 23 Ore – Edilizia e territorio

Speciale Sblocca-cantieri/4. Nei bandi stop ai presunti evasori: l’esclusione deve essere esplicitata

Alberto Barbiero

Un operatore economico può essere escluso se la stazione appaltante sa e può dimostrare che non ha ottemperato agli obblighi di pagamento di imposte e tasse o dei contributi previdenziali non definitivamente accertati

Le stazioni appaltanti devono adeguare i bandi e i disciplinari alle norme dello «sblocca-cantieri» che incidono sulle procedure di gara. Il Dl 32/2019 ha introdotto molte modifiche e integrazioni al Codice dei contratti, che comportano adeguamento di bandi-tipo e documenti di gara sia per agli affidamenti sopra-soglia sia per quelli sotto-soglia.

Le nuove disposizioni chiariscono la situazione dei consorzi stabili, in particolare con riferimento all’utilizzo dei requisiti maturati dalle consorziate e dai consorzi.

Le novità di maggiore impatto riguardano la riformulazione dell’articolo 80, comma 4 del Dlgs 50/2016. Si stabilisce che un operatore economico può essere escluso se la stazione appaltante sa e può dimostrare che non ha ottemperato agli obblighi di pagamento di imposte e tasse o dei contributi previdenziali non definitivamente accertati. La norma chiarisce tuttavia che l’esclusione non si determina quando l’operatore economico ha ottemperato ai suoi obblighi pagando o impegnandosi in modo vincolante a pagare le imposte o i contributi previdenziali, purché l’estinzione, il pagamento o l’impegno si siano perfezionati prima del termine per la presentazione delle domande.

Questa nuova condizione deve essere chiaramente evidenziata nei documenti di gara, per esplicitare agli operatori economici l’obbligo di possedere una situazione definita al momento di presentazione della domanda di partecipazione.

Nelle gare sopra-soglia non è più previsto l’obbligo di indicazione della terna dei subappaltatori e la stazione appatante ha la possibilità di prevedere sia l’utilizzo o meno del subappalto, sia la sua percentuale entro il limite del 50%.

Nei bandi e nei disciplinari di gare con l’offerta economicamente più vantaggiosa le stazioni appaltanti possono definire un limite massimo per la componente economica dell’offerta superiore ai 30 punti. Ma bisognerà tener conto del principio di proporzionalità, per cui la definizione del metodo di attribuzione del punteggio alla parte economica non può determinare risultati con differenze scorrelate dal reale divario delle offerte.

Nella fase tra la pubblicazione del bando e la scadenza della presentazione delle offerte le stazioni appaltanti devono comunicare i provvedimenti di ammissione e di esclusione con strumenti compatibili con le garanzie previste dal Codice dell’amministrazione digitale.

L’ulteriore novità nel quadro procedurale è data dalla disposizione che consente alle amministrazioni di nominare uno o più componenti della commissione giudicatrice (in caso di gare con l’offerta economicamente più vantaggiosa) in caso di indisponibilità o di disponibilità insufficiente di esperti iscritti nella sezione ordinaria dell’Albo Anac.

Sono poi da considerare le modifiche al sistema di rilevazione delle offerte anormalmente basse, che prevede l’utilizzo di una formula specifica per le gare con il prezzo più basso (differenziata in relazione alla presentazione di un numero inferiore o superiore a 15 offerte) e l’applicazione del sistema dei quattro quinti nelle gare con l’offerta economicamente più vantaggiosa solo quando il numero delle offerte sia pari o superiore a tre (sotto questo limite, le amministrazioni effettuano la verifica di congruità).

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29/04/2019 – Il Sole 23 Ore – Edilizia e territorio

Napoli dopo 10 anni non riesce a spendere 100 milioni per restaurare il centro storico

Vera Viola

Sei anni dopo il via libera al finanziamento dell’Unione europea ultimati solo 5 interventi su 27

I crolli delle scorse settimane nella chiesa cinquecentesca di Santa Maria del popolo degli incurabili e le lesioni nella farmacia monumentale attigua riaccendono i riflettori sullo stato di conservazione del centro storico di Napoli e sui lavori del grande progetto Unesco, che prevede restauri e ristrutturazioni di monumenti e strade nel perimetro dell’antico insediamento greco-romano conosciuto come centro antico.

Sul crollo nel complesso monumentale degli Incurabili – che ha imposto lo sgombero di reparti dell’ospedale omonimo e di abitazioni – è in corso un’inchiesta della Procura di Napoli. Tre giorni fa la Regione Campania ha approvato un nuovo finanziamento di 80 milioni, nell’ambito dei piani per l’edilizia sanitaria, per la messa in sicurezza dell’intero complesso. Risorse che si aggiungono ai 4milioni del Grande Progetto Unesco destinati al recupero della Farmacia e all’allestimento del “Museo delle arti sanitarie e di storia della medicina” (in un’area diversa da quella del crollo).

Ma è dell’intero Progetto di valorizzazione del Centro storico Unesco che ora si auspica una decisa accelerazione. Il grande intervento di recupero avanza infatti molto lentamente. Parliamo di un programma da 100 milioni (di cui 2,9 del Por Campania Fesr 2007-2013 e 97 circa del Por Campania Fesr 2014-2020) che dopo più di dieci anni dall’avvio ha raggiunto la spesa rendicontata di 15 milioni circa (dato del Comune di Napoli aggiornato al 18 aprile) pari al 15% del totale delle risorse disponibili.

Eppure, è in ballo sin dal 2007. Il grande progetto infatti era partito con la Programmazione 2007-2013. Ed è stato poi trasferito su quella successiva. Per completare la rendicontazione dell’intero importo c’è tempo fino al 31 dicembre 2023. Termine entro il quale il Comune di Napoli – beneficiario delle risorse – ha fiducia di poter mettere la parola fine.

Ad oggi sono cinque gli interventi completati, dieci i cantieri aperti e con lavori in corso, cinque sono giunti all’ aggiudicazione definitiva dei lavori e gli altri sette sono in fase di gara o di progettazione esecutiva. Per questi ultimi, in particolare, non ci sono molte possibilità di tagliare il traguardo nei tempi di Bruxelles.

Tra i cantieri chiusi, con veri gioielli riportati a nuovo e in questi giorni meta di fiumi di turisti, c’è quello del Duomo, con una passeggiata aerea e ristrutturate cappelle, mentre devono ancora partire l’ampliamento dell’area archeologica e i restauri. Sono completati i lavori nelle Chiese di Santa Maria della Colonna, nel Complesso di Santa Maria Maggiore, Cappella Pontaniana e Cappella Pignatelli. Mentre sono in corso i lavori nella Chiesa di San Pietro Martire, nella Biblioteca dei Girolamini, a San Paolo Maggiore, nello storico palazzo di giustizia di Castelcapuano, nella chiesa dei Santi Cosma e Damiano, e in quella adiacente al Conservatorio di San Pietro a Maiella. Si è rivelato complessa l’intervento di riqualificazione degli spazi urbani (in tre lotti per un totale di 30 milioni) sia per la vastità dell’area che per l’intesa urbanizzazione. È appena partito – con i saggi – il cantiere di recupero delle Mura Aragonesi a Porta Capuana. Il “Tempio della Scorziata”, chiesa semidistrutta dai bombardamenti prima e dal terremoto dell’80 poi, attende il via libera alla progettazione definitiva.

Una lunga storia. Nel 2013, quando secondo i programmi gli interventi avrebbero dovuto essere già vicini alla conclusione, solo allora arriva da Bruxelles l’ammissione al finanziamento. Delle risorse stanziate con il Por Campania 2007 – 2013, alla chiusura della programmazione (31 dicembre 2015), la spesa rendicontata ammontava a soli 2,9 milioni. La Campania chiede la “fasizzazione”, cioè il trasferimento nella programmazione 2014-2020, e riparte. «C’è stato un errore a monte – spiega l’assessore regionale Bruno Discepolo, tecnico attento alle opere e alle trasformazioni della città – comprendere in un solo Grande progetto ben 27 interventi che coinvolgono numerosi soggetti e riguardano situazioni molto diverse» . «Una scelta obbligata – per Roberta Amirante, docente di Ingegneria civile ad Architettura a Napoli -. A mio parere si sta lavorando intensamente. Non si può non tener conto della complessità». L’assessore all’Urbanistica Carmine Piscopo: «Voglio precisare che abbiamo impegnato circa il 40% delle risorse».Piscopo precisa: «Certamente il patrimonio storico artistico di tutte le città d’arte ha necessità di finanziamenti a cui i comuni non possono provvedere. Dapprincipio per il piano Unesco Napoli c’erano 400 milioni ,poi la Regione li ha ridotti a 100. Quanto ai tempi, quando si interviene sulla storia ci sono tempi lunghi».

La preoccupazione per un centro antico a rischio è tangibile. «Bisogna accelerare la spesa, la complessità non può essere un alibi – dice Ambrogio Prezioso, ex vicepresidente di Inarc – Ma è bene aver chiaro che 100 milioni per il centro antico di Napoli sono pochi, sono una goccia nel mare, e che è necessario attivare anche finanziamenti privati, sul modello dell’intervento di Della Valle sul Colosseo».

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29/04/2019 – Il Sole 23 Ore – Edilizia e territorio

Pedemontana Veneta, ricorso Covepa per annullare la variante della galleria tra Malo e Castelgomberto

  1. E. T.

Istanza al Tar Lazio contro il ministero dell’Ambiente, la commissione tecnica di Via, il Consorzio Stabile Sis, la società di gestione dell’opera e la Regione Veneto

Un ricorso al Tar del Lazio, per chiedere l’annullamento della variante della galleria della Pedemontana Veneta tra Malo e Castelgomberto, in provincia di Vicenza, e del progetto di scavo della galleria naturale di Malo (Vicenza) è stato presentato dall’Associazione coordinamento Veneto Pedemontana alternativa (Covepa) e da altri 40 ricorrenti, contro il ministero dell’Ambiente, la commissione tecnica di Via, il Consorzio Stabile Sis concessionario e contraente generale, la società di gestione dell’opera superstrada Pedemontana Veneta Spa e la Regione Veneto.
«Si tratta – spiega in una nota il Covepa – di una variante al progetto esecutivo in violazione dei precedenti vincoli ambientali che tutelavano le aree in questione da un cantiere particolarmente distruttivo. Aree, è bene ribadirlo, rispettate anche dal Commissario straordinario per la costruzione dell’opera in carica fino al 2016, ma disattese nel recente parere del 2018, dalla Regione Veneto e dal ministero dell’Ambiente, che le aveva emesse nel 2006. A quanto pare non basta il sequestro dei cantieri dovuto a due crolli alle estremità della galleria, che hanno causato la morte di un operaio e il completo sprofondamento di un cantiere travolto da una voragine. Ad oggi questa variante, che come rilevato anche da Arpav rende la vita impossibile ad oltre 400 persone, procede con i lavori alterando le condizioni di un luogo particolarmente conservato della pianura veneta a nord di Vicenza», conclude. © RIPRODUZIONE RISERVATA