Rassegna stampa 16 Aprile 2019

15/04/2019 14.04 – Quotidiano Enti Locali e Pa

Partecipate, alienazione della quota senza gara solo in casi eccezionali

La cessione delle partecipazioni deve avvenire, secondo l’articolo 10, comma 2, del Dlgs 175/2016 (testo unico sulle società a partecipazione pubblica), con procedure competitive da attivarsi «nel rispetto dei principi di pubblicità, trasparenza e non discriminazione».Solo in casi eccezionali, prosegue la norma, l’alienazione può aver luogo «mediante negoziazione diretta con un singolo acquirente», purché «a seguito di deliberazione motivata (…) che dà analiticamente atto della convenienza economica dell’operazione, con particolare riferimento alla congruità del prezzo di vendita». In ogni caso «è fatto salvo il diritto di prelazione dei soci eventualmente previsto dalla legge o dallo statuto».La deroga alla regola della gara a evidenza pubblica per la vendita di partecipazioni ha dunque carattere eccezionale, e a riprova di ciò anche l’Autorità garante della concorrenza e del mercato aderisce a un’interpretazione restrittiva di questa fattispecie.Questo è quanto emerge dal parere n. 5246/2019espresso dall’Antitrust, in base all’articolo 5, comma 3, del Dlgs 175/2016 L’oggetto del parere Un Comune veneto con delibera consiliare ha conferito delle quote societarie in una new.co, costituita da una società interamente partecipata da un Comune limitrofo, in vista della «scalata» che prevede l’acquisizione di ulteriori asset societari da parte della stessa new.co, mediante l’esercizio del diritto di prelazione.Un’operazione societaria complessa, dunque, che grazie all’operatività di questa new.co sul mercato punta all’obiettivo di un incremento dei margini di sviluppo e di crescita nella vendita del gas e dell’energia elettrica, mediante l’acquisizione di nuovi clienti sul territorio. I rilievi dell’Agcm In sede di esame della delibera comunale, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato esprime un parere decisamente negativo sulla cessione societaria da parte dell’ente, soprattutto in ragione del fatto che l’alienazione della quota viene disposta senza gara.Il conferimento delle azioni, si legge nel parere, «si configura in sostanza come una vera e propria cessione di un asset pubblico (…) senza esperimento di alcuna procedura a evidenza pubblica a un soggetto (…) nel quale un’impresa terza (…) detiene una quota significativa del capitale».Poco importa, ad avviso dell’Antitrust, che il conferimento della partecipazione abbia luogo a favore di un’altra società in mano pubblica, con l’effetto che la quota non viene in realtà collocata sul mercato, ma permane sostanzialmente nell’orbita del sistema amministrativo della Pa.Anche in questi frangenti, sostiene l’Authority, la cessione deve aver luogo mediante gara, per valorizzare al meglio i beni pubblici da alienare che, in definitiva, fanno parte del patrimonio della collettività.A questo riguardo, prosegue il parere, va osservato che la norma «ammette l’alienazione per assegnazione diretta solo per casi eccezionali, che l’ente locale deve motivare dando analiticamente atto della convenienza economica dell’operazione, con particolare riferimento alla congruità del prezzo di vendita».Di contro, nel caso di specie non è stata esperita né una gara pubblica, né un’indagine di mercato sul valore della quota, ma è stata effettuata soltanto una sommaria verifica con altri due ipotetici contraenti, individuati tra le aziende della zona operanti nel settore.In fine, l’Autorità censura l’operazione sotto un ulteriore profilo tutt’altro che secondario, sollevando il dubbio che l’attività di approvvigionamento, produzione e vendita di gas ed energia elettrica possa ritenersi compatibile con le finalità «strettamente necessarie» all’ente, e in quanto tali consentite dall’articolo 4 del Dlgs 175/2016. La replica dell’ente Il Comune interessato ha 60 giorni di tempo per replicare alla nota dell’Autorità, che si riserva di presentare ricorso avverso la delibera consiliare (articolo 21-bis, comma 2, della legge 287/1990) in caso di mancato riscontro dell’ente pubblico o qualora i chiarimenti da esso forniti non siano idonei a rimuovere le osservazioni formulate.L’ente locale viene pertanto chiamato a riesaminare l’operazione con cauto e prudente apprezzamento, anche perché sullo sfondo della scena vigila, come sempre, la Corte dei conti, che in caso di alienazione illegittima senza gara potrebbe attivarsi per chiedere il risarcimento del danno erariale costituito, nella malaugurata ipotesi, dalla differenza tra il valore del corrispettivo ricavato dalla vendita avvenuta con negoziazione diretta e il valore che l’ente avrebbe potuto spuntare alienando la quota con gara.

15/04/2019 13.10 – quotidiano energia
Gare gas, a Terni individuata la stazione appaltante

Nuovo step per la gara gas nell’Atem Terni .

Nei giorni scorsi il Comune di Orvieto ha delegato la Società Terni Srl a operare come stazione appaltante nell’Ambito che conta 33 Comuni, oltre 90 mila Pdr e una rete di oltre 1.000 km.  A questo proposito, il Consiglio comunale ha chiesto di inserire negli atti di gara l’obbligo di estensione della rete nelle frazioni di Sugano, Canonica, Morrano, Osarella, Colonnetta di Prodo, Benano e Strada provinciale del Piano (tra gli abitati di Orvieto Scalo e Sferracavallo).

A detenere gran parte dei punti di riconsegna (oltre 50 mila su 400 km di rete) è Umbria Distribuzione Gas, società partecipata al 45% da Italgas, al 40% da Asm Terni e al 15% da Acea. Proprio l’utility romana potrebbe giocare un ruolo importante nella partita, visto il dichiarato obiettivo di espansione nella distribuzione gas della regione e vista anche la presenza nel settore della vendita tramite la jv con Asm Terni, Umbria Energy.

Altro possibile competitor è il Gruppo Valle Umbra Servizi, società pubblica controllata da 22 comuni che può contare su oltre 120 mila abitanti serviti con oltre 770 km di rete nell’area regionale.

16/04/2019 – La Tribuna di Treviso
Gare di Ascopiave pioggia di offerte Tutte le big in campo

PiEVE DI SOLIGO
PIEVE DI SOLIGO. Il termine era fissato alla mezzanotte di ieri e Ascopiave ha preferito attendere l’ ultimo minuto (senza contare che la posta potrebbe anche riservare sorprese). Ma da quanto trapela dal quartier generale di Pieve di Soligo le big sarebbero già tutte in campo, per i due bandi di gara varati dalla quotata di Asco per la cessione del 51% del pacchetto clienti di Ascotrade (vale non meno di 200 milioni), e per la partnership nella distribuzione, dove il bando stesso specifica che sarà si valutata l’ offerta economica ma saranno tenute in considerazione le offerte di reti con cui ampliare la distribuzione.Comincia la grande partita delle utilities a Nordest. In campo le sorelle venete (Agsm e Aim, con due newco in cui c’ è il sostegno di A2a), le sorelle del Trentino Alto Adige (Alperia e Dolomiti), i colossi italiani (Eni, Italgas, Vivigas), gli stranieri (Edison-Edf), e ancora Eon, Engie, forse Hera (che è in partnership con Ascotrade in Est Energy).Come si vede, i due bandi sono destinati a cambiare tutti gli scenari, non solo nordestini. Non a caso si sta muovendo anche la politica: A2a è guidata da Giovanni Valotti, presidente di Utilitalia, la federazione delle utilities italiane, uomo che Salvini avrebbe voluto ministro. E per Edison si è mosso, con due incontri, il consulente Bobo Maroni. E a fronte dei disegni delle grandi aggregazioni sull’ asse del Lombardo-Veneto c’ è chi invece rilancia il polo esclusivamente veneto, eventualmente da allargare a Trentino Alto Adige e Friuli (dicono che al neogovernatore Fedriga la partita stia molto a cuore). Ora Ascopiave – presidente Nicola Cecconato e cda – valuteranno le offerte, con il supporto di Rotschild e Bonelli Erede. —

16/04/2019 – Corriere del Veneto (ed. Verona)
Agsm, il dato è tratto: gara e intesa con A2A Il Pd:«Troppi rischi»

VERONA Il dado è tratto, e Agsm entra nel proprio futuro. Assieme ad Aim Vicenza e al colosso lombardo A2A, è stata presentata ieri l’ offerta alla gara bandita da Ascopiave per i 700mila clienti della trevigiana Ascotrade (400 milioni di euro il valore stimato). È il passo d’ avvìo verso una più ampia alleanza che, oltre ad Aim (con cui la fusione è avviata) coinvolge anche la stessa A2A. In una nota congiunta le tre società hanno infatti ieri confermato di aver sottoscritto «un `termsheet’ per approfondire eventuali opportunità di business esinergie industriali». La strategia, varata sabato scorso nel primo CdA presieduto da Daniele Finocchiaro, ha avuto il voto contrario della rappresentante del Pd, Stefania Sartori. E tre consiglieri comunali del partito (La Paglia, Benini e Vallani), ne spiegano le motivazioni, sintetizzabili con il rischio di venire fagocitati: «Se ci fossero ancora dei dubbi sul ruolo di “buco nero” che A2A sta svolgendo, basti leggere le cronache del Bresciano, del Lodigiano e del Cremonese dove ancora non si capacitano di come si sono fatti inghiottire, e dove l’ Anac, l’ autorità anticorruzione, sta lavorando come una forsennata». Anche Flavio Tosi torna all’ attacco, affermando che «è in atto una chiara operazione economico-politica dell’ esecutore Sboarina per conto della Lega volta a ridimensionare Agsm aggregandola alla lombarda A2A. Sboarina – aggiunge l’ ex sindaco – fa l’ esempio dell’ Autobrennero, e questa è la gaffe rivelatrice, un lapsus freudiano, perché se Agsm diventa per il Comune di Verona quello che è Autobrennero allora altro che svendita, sarebbe quasi una cessione gratuita, dato che il Comune in Autobrennero ha solo il 5% di quote, cioè conta come il due di coppe quando è in tavola bastoni». Intanto il capogruppo di Sinistra in Comune, Michele Bertucco, torna sulla vicenda che ha clamorosamente portato all’ estromissione da presidente Agsm di Michele Croce. Bertucco cita la famosa (e finora secretata) relazione del Collegio dei Revisori dei conti aziendali da cui, dice Bertucco, «emerge un quadro di gestione del tutto auto-referenziale che non ha precedenti noti nella storia di Agsm». Tra gli appunti mossi del collegio alla gestione di Croce, Bertucco ne indica soprattutto tre. «Rispetto ai 106 mila euro di spese per il 120° anniversario – spiega – i revisori hanno accertato che andava conteggiata anche l’ Iva e che mancherebbero all’ appello spese per 22.600 euro. Ci sono poi spese per la pubblicità su giornali e TV. In materia di consulenze, i revisori sono del parere che Croce fosse in rapporti diretti con alcuni dei professionisti a cui aveva affidato incarichi. Ed un altro monumento allo spreco – conclude Bertucco – è stata la vicenda della selezione del nuovo direttore generale». Croce affidò la selezione a una ditta esterna, salvo poi ritirare il bando per una promozione interna. L.A.

16/04/2019 – La Repubblica (ed. Genova)
Utile di 242 milioni, ricavi a 4 miliardi, il miglior risultato di sempre

Il bilancio 2018
Iren ha chiuso il 2018 con un utile netto di 242 milioni di euro in crescita dell’ 1,8% rispetto a 238 milioni di euro del 2017. I ricavi ammontano a 4.041 milioni di euro (+9,3% sul 2017). Proposto un dividendo per azione pari a 8,4 cent di euro, in crescita del 20%. «I risultati ottenuti nel 2018 – spiega una nota – confermano il percorso di crescita degli ultimi quattro anni con un margine operativo lordo che si attesta a 967 milioni di euro (+17,8%) anche grazie alla crescita organica, alle sinergie e alle operazioni straordinarie che hanno permesso un significativo ampliamento del perimetro di consolidamento. Gli investimenti tecnici lordi realizzati nel periodo ammontano a 447 milioni di euro, in forte crescita (+25,2%) rispetto al 2017». «I risultati del bilancio 2018 sono i migliori di sempre nella storia di Iren e segnano un ulteriore passo in avanti nella strategia del gruppo caratterizzata dall’ attenzione verso i clienti, gli azionisti, le persone che lavorano in azienda e, più in generale, verso i territori di riferimento» sottolinea il presidente Paolo Peveraro.

16/04/2019 – Italia Oggi
La differenza è l’oggetto

Appalto se fai, somministrazione se dai

Tra «dare» e «fare» la distinzione tra somministrazione e appalto. Infatti, mentre per il primo contratto l’oggetto è un dare (il somministratore fornisce manodopera all’utilizzatore affinché la utilizzi in base alle proprie esigenze), per il contratto di appalto l’oggetto è un fare (un servizio o un’opera). È quanto evidenzia, tra l’altro, la Fondazione studi consulenti del lavoro nella circolare n. 6/2019.

La certificazione dell’appalto. La circolare fornisce indicazioni alle commissioni in merito alla certificazione con riferimento alla distinzione tra contratto di appalto e somministrazione di lavoro. In tali casi, poiché la somministrazione ha una disciplina giuridica più vincolante, viene generalmente richiesta la certificazione della sussistenza dei requisiti dell’appalto, al fine di escludere le due ipotesi di somministrazione illecita e somministrazione fraudolenta. Richiamando le indicazioni del Ministero del lavoro, la circolare osserva che la distinzione tra appalto e somministrazione si basa sull’oggetto del contratto: nell’appalto è individuato in un «fare», mentre nella somministrazione in un «dare». A ciò si aggiunge, continua la circolare, che la prestazione della fornitura di manodopera da parte di un soggetto che non organizza il lavoro e non assume il rischio d’impresa non riguarda l’appalto, ma la somministrazione che diventa illecita se attuata da soggetti non autorizzati. Ai fini della corretta certificazione, spiega ancora la circolare, la commissione deve verificare che l’appaltatore esegua l’opera o il servizio con «organizzazione dei mezzi necessari» e con «gestione a proprio rischio», a favore di altro soggetto, verso il corrispettivo in denaro. In base agli indirizzi della giurisprudenza individua cinque indici rilevatori di un appalto irregolare (si veda tabella). In merito all’assenza del rischio d’impresa, ad esempio, la commissione deve verificare se sussiste esercizio abituale dell’attività d’impresa; se è presente lo svolgimento di una comprovata attività produttiva; se esiste una pluri-committenza; se sussiste l’esercizio dei poteri di etero-direzione sui lavoratori da parte dell’appaltatore; se è presente un comprovato livello di specializzazione. Sull’assenza del potere direttivo da parte dell’appaltatore, si ha appalto fittizio («appalto di manodopera»), quando lo pseudo-appaltatore si limita a mettere a disposizione dello pseudo-committente le mere prestazioni lavorative dei propri dipendenti.

16/04/2019 – ANSA
Ponte Genova, partita la ricostruzione

Con la posa del primo palo per la pila 6

(ANSA) – GENOVA, 15 APR – I lavori di ricostruzione del nuovo viadotto sul Polcevera sono ufficialmente partiti oggi. Sono cominciati con la posa del palo per la pila 6. Lo rende noto PerGenova, joint venture costituita da Fincantieri e Salini Impregilo, a cui è affidata la progettazione e la realizzazione dell’opera. Il palo viene trivellato fino a 46 metri ed è il primo degli 11 che sosterranno il basamento della pila 6. Sarà questa la prima parte dell’opera che darà solidità al nuovo viadotto. La fase di costruzione è stata avviata in seguito alle attività propedeutiche iniziate nelle scorse settimane e arriva pochi giorni dopo gli esercizi di stress del palo-prova. RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

16/04/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Autostrade, Toninelli pronto a un Cipe Straordinario per sbloccare l’in house sull’A22 del Brennero

Q.E.T.

Il Mit sollecita la risposta degli enti locali: senza risposte rapide si andrà alla gara

Il Mit è pronto a un Cipe straordinario per sbloccare la partita dell’affidamento in house dell’A22. Lo segnala una nota dello stesso ministero.

«Giovedì scorso – si legge nella nota – durante il costruttivo confronto tra il Ministro Toninelli e il presidente Arno Kompatscher si è arrivati vicini a un punto di convergenza. Per il Ministero quell’accordo resta valido e non più negoziabile, dati anche i tempi stringenti fissati dall’Europa, oltre i quali, in assenza di un’intesa, la concessione dovrà essere messa a gara». «Questa Amministrazione è disposta, per la buona riuscita dell’affidamento pubblico della concessione nel rispetto della normativa europea, a convocare un Cipe straordinario già per questa settimana così da formalizzare l’intesa. Si auspica, da parte degli enti locali interessati, lo stesso intento di chiudere e fare in fretta».

«Un atteggiamento dilatorio – si legge ancora – avrebbe come risultato unicamente la messa a gara della concessione, scelta a quel punto obbligata per non incorrere in un’infrazione comunitaria».
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16/04/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Sblocca-cantieri, così il decreto punta a semplificare le gare

Mauro Salerno

Solo tre preventivi fino a 200mila euro. Spazio al massimo ribasso. Inversione tra verifica requisiti e esame offerte. Gare elettroniche senza Dgue

Meno burocrazia possibile. Soprattutto per gli appalti di taglia medio piccola. Obiettivo: rendere più facili le decisioni delle stazioni appaltanti e accorciare al massimo i tempi di gara, in modo da passare al più presto dalle carte ai cantieri. È uno dei fili rossi più riconoscibili all’interno del decreto Sblocca-cantieri che, dopo la bollinatura della Ragioneria, attende anche il via libera del Quirinale.

La “madre” delle semplificazioni è l’innalzamento a 200mila euro della soglia sotto la quale i funzionari delle amministrazioni potranno decidere di assegnare i lavori pubblici facendosi fare i preventivi da soltanto tre imprese («ove esistenti»). Una super-corsia preferenziale per i piccoli lavori che si è attirata le critiche del presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone. «Non sono quelli gli appalti bloccati», ha ripetuto pochi giorni fa in audizione al Senato l’ex magistrato. «Sappiamo benissimo che questo meccanismo – ha ricordato anche in altre occasioni Cantone – può significare che un’impresa risponde all’invito portandosi dietro altri due preventivi».

Non è, peraltro, l’unico cambiamento di rilievo rispetto al regime attuale. Il decreto Sblocca-cantieri fa infatti piazza pulita della giungla di soglie che, ora – per gli appalti compresi tra 150mila e 2 milioni di euro – impongono regimi di pubblicità, inviti e criteri di aggiudicazione differenziati a seconda della fascia di importo in cui si colloca l’opera pubblica. Il disboscamento qui è totale. Oltre i 200mila euro e fino alle soglie Ue di 5,5 milioni si toglie la possibilità di procedere con procedure negoziate a inviti che vengono sostituite sempre dalle gare (ora obbligatorie solo da un milione in su). Un sistema a prima vista più rigido. Che trova però nell’applicazione di un criterio di aggiudicazione più diretto – il massimo ribasso – la sua camera di compensazione. In pratica, in futuro per tutte queste gare non sarà più necessario porsi il problema di nominare commissioni esterne e valutare complicati parametri tecnici delle offerte. Basterà mettere in fila i ribassi, escludere le offerte “anomale” in base ai nuovi (ma non proprio chiarissimi) algoritmi del decreto per arrivare all’aggiudicazione, anche in una sola mattinata di lavoro. In più, se l’amministrazione lo vorrà potrà inserirsi su un binario ancora più scorrevole. Decidendo di invertire le attuali fasi di gara, che prevedono la verifica dei requisiti dei concorrenti prima dell’aggiudicazione. Avvalendosi di questa possibilità (da indicare chiaramente nel bando) la defatigante attività di verifica dei requisiti (morali, come l’assenza di condanne, oltre che di capacità economica e tecnica) potrà essere confinata soltanto all’impresa in predicato di vincere la commessa, facendo magari solo qualche altro controllo a campione sugli altri concorrenti.

Un’ultima semplificazione riguarda le gare telematiche. Laddove si passa per un mercato elettronico le stazioni appaltanti potranno sostituire il modello europeo che raccoglie le tutte le dichiarazioni dei concorrenti (il «Dgue») con nuovi «formulari standard», che almeno a giudicare dalle intenzioni dovrebbero risultare più semplici da compilare.

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16/04/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Sblocca-cantieri/2. L’irritazione del Quirinale per i ritardi

Lina Palmerini

Il Colle visti i tempi record potrebbe richiedere una seconda delibera di Palazzo Chigi per il decreto

Ore concitate a Palazzo Chigi per chiudere almeno sul decreto Sblocca-cantieri. Sembrava fatta ma ancora ieri erano alle prese con due aspetti problematici: uno sul codice appalti e l’altro sulla normativa che riguarda la rigenerazione urbana. Insomma, due altri intoppi che ritardano ulteriormente l’iter di un provvedimento che in teoria dovrebbe essere d’urgenza ma che in realtà è in stand by da 26 giorni dal via libera. Dunque, il traguardo sfugge ancora e per questo non approda sulla scrivania del capo dello Stato per la firma visto che attende la “bollinatura” della Ragioneria. E infatti dal Colle è trapelato il disappunto per i tempi che ormai sono da record. E non è affatto escluso che il Quirinale possa richiedere una seconda delibera del testo.

Chi ha fatto i conti con il calendario, ha notato che mai era successo che un decreto andasse oltre le tre settimane di attesa. E l’ipotesi della richiesta del Colle comincia a preoccupare il Governo. Perchè in pratica il Consiglio dei ministri dovrebbe riunirsi per approvare un nuovo testo, archiviando quello che è in ballo da 26 giorni. Un passaggio che metterebbe in carico alla maggioranza la responsabilità del ritardo imponendo il via libera a quello che è diventato il “nuovo” testo. È vero che ieri il ministro Di Maio si è voluto impegnare in una rapida approvazione ma non è tutto scontato. «Mi dicevano da Roma che entro oggi i decreti sblocca cantieri e crescita dovrebbero andare in Gazzetta». E poi ha aggiunto che alcune norme avrebbero bisogno di una «limatura» e in particolare quella che riguarda i risparmiatori «sulla quale mettiamo 1,5 miliardi e quindi deve essere perfetta». Una previsione su cui – però – da Palazzo Chigi erano più prudenti. Mentre confermavano l’approdo più veloce per il decreto sblocca cantieri, molto più cauti erano sui tempi del provvedimento sulla crescita dove restano aspetti non secondari da approfondire. Oltre le norme sui rimborsi per i truffati, ci sarebbe la questione Alitalia e quella del debito della Capitale.

Anche il testo sulla crescita – come lo sblocca cantieri – è stato approvato con la formula ormai di rito del “salvo intese” ma doveva essere l’asso nella manica per la campagna elettorale e invece si è incagliato. Soprattutto perchè girano versioni diverse tra Mef, Mise e Palazzo Chigi. Dunque, anche qui il Colle potrebbe richiedere una seconda delibera. Un caos pure relativamente alle prossime scadenze dei lavori parlamentari. Questa è la settimana di Pasqua e comincia una serie di festività fino a dopo il primo maggio. Da quella data c’è la possibilità di calendarizzare il provvedimento che però avrà davanti solo due settimane di lavori visto che intorno al 18 maggio l’attività delle Camere si fermerà per consentire i comizi elettorali in vista del voto del 26 maggio. Il sospetto – o il timore – di molti è che alla fine l’esame vero e proprio comincerà dopo le urne e che quel testo diventi il luogo per nuove mediazioni politiche tra 5 Stelle e Lega. E comunque nel Governo c’è anche la spinta a far approdare il decreto tardi proprio per il timore che date le varie interruzioni, si brucino in fretta i giorni a disposizione per l’approvazione definitiva.

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16/04/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Analisi. Opere e crescita non possono attendere: ne risente l’impatto sugli investimenti

Giorgio Santilli

I due provvedimenti devono essere il segnale forte all’Europa, all’economia reale, ai mercati, alle agenzie di rating che l’Italia vuole giocare sul serio la partita dello sviluppo

Il decreto legge «sbloccacantieri» è stato approvato dal Consiglio dei ministri il 20 marzo. Serviva per sbloccare l’Italia ma è rimasto bloccato 27 giorni fra spinte elettoralistiche e divergenti visioni politiche di Lega e M5s (soprattutto su poteri e numero dei commissari), verifiche tecniche su un tema esplosivo come il codice degli appalti, incerte coperture finanziarie, inserimento delle norme sulla ricostruzione post-terremoto. I 27 giorni costituiscono un record negativo assoluto che irrita anche il Quirinale (si veda l’ altro articolo).

Secondo indiscrezioni, confermate ieri dal vicepremier Luigi Di Maio, il decreto potrebbe approdare alla Gazzetta ufficiale entro un paio di giorni, ma ieri sera c’erano ancora un paio di punti aperti (o riaperti) da sistemare.

Nella stessa ragnatela sembra imprigionato il decreto legge «crescita», approvato dal Consiglio dei ministri il 5 aprile scorso. Elaborazione caotica con oltre cinquanta norme in entrata (poi sfoltite, in parte reintegrate, altre nuove inserite), ma al tempo stesso un segnale positivo di rilancio degli incentivi agli investimenti delle imprese. Scelta strategica in direzione giusta, come, d’altra parte, quella fatta con il provvedimento di rilancio dei cantieri. Anche il decreto crescita, però, difficilmente vedrà la luce prima di 7-10 giorni. Al caos originario, degno di un decreto omnibus, si è aggiunta l’appendice delle norme sui rimborsi ai risparmiatori truffatie quelle per Alitalia e debito di Roma.

L’articolo 77 della Costituzione richiede per i decreti legge i requisiti «straordinari di necessità e di urgenza». Questa norma viene sistematicamente violata da decenni. Da qualche tempo, però, la situazione è aggravata dall’approvazione dei decreti legge con la formula «salvo intese», prassi dietro cui i governi si nascondono per mediare, diluire, compensare, smussare le divergenze politiche degli azionisti di governo oltre ogni lecito tempo. Una prassi che contraddice alla radice il carattere di necessità e urgenza dei decreti legge.

Nel caso specifico, però, il problema non è solo di rispetto di una pur fondamentale forma giuridica.

La gravità di questa melina è invece sostanziale e va tutta a danno del Paese. I due decreti sono il cuore della strategia del governo di rilancio della crescita economica dopo la forte flessione che ha connotato la fine del 2018 e il passaggio al 2019. Così sono stati annunciati, come urgenti, prima ancora di essere approvati. Così sono entrati nel Def. Urgente è la crescita.

Quei due decreti dovevano (e devono) essere il segnale forte all’Europa, all’economia reale, ai mercati, alle agenzie di rating (il 26 aprile tocca a Standard & Poor’s) che l’Italia vuole giocare sul serio la partita decisiva della crescita. E anche se l’impatto sul Pil nel 2019 è stimato prudentemente allo 0,1% (aggiuntivo dello 0,1% tendenziale), è un passo decisivo per ricreare un percorso di crescita, con effetti che dobbiamo credere siano via via crescenti nei mesi a seguire.

La variabile tempo è decisiva. Ora bisogna correre, non fra un mese. Anche per dare credibilità agli annunci. Battersi a parole per far ripartire subito i cantieri e poi giocare un mese con le norme (dopo altri due mesi di gestazione precedente al Consiglio dei ministri) non aiuta ad aumentare la credibilità di cui il governo e l’Italia hanno bisogno. Se è davvero questo il terreno su cui si vuole giocare, si dia subito il fischio di inizio senza indugiare oltre.

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16/04/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Consiglio di Stato: la revoca di un credito di imposta non è motivo di esclusione

Mauro Salerno

La pronuncia ribalta la decisione del Tar e chiarisce che la revoca di un’agevolazione fiscale non è equiparabile a una grave irregolarità fiscale

La revoca di un’agevolazione fiscale non può essere considerata alla stregua di una grave irregolarità fiscale. Dunque non può mai condurre all’esclusione di un’impresa da una gara d’appalto. È quanto ha precisato il Consiglio di Stato con la sentenza n. 2183/2019, depositata il 2 aprile. La pronuncia, va sottolineato, ribalta le conclusioni cui era giunto il Tar Campania (Napoli), che invece aveva considerato come legittima la scelta della stazione appaltante di estrarre il cartellino rosso nei confronti di un’impresa che si era vista revocare un credito di imposta pari a 159mila euro.

Tutto nasce proprio da qui. Cioè dalla sentenza della Cassazione con cui si arriva alla decisione finale di revocare a un’impresa in corsa per un appalto di vigilanza privata un credito di imposta. Per la stazione appaltante che ha deciso l’esclusione e per il Tar, la sentenza costituiva un elemento certamente sufficiente a determinare l’esclusione dell’impresa.

Dopo aver ricostruito le norme previste dall’articolo 80 del codice appalti, il Consiglio di Stato giunge invece a un’interpretazione opposta. Concludendo che la revoca di un’agevolazione fiscale non può costituire una causa di esclusione dalle gare. Perché, pur accertando l’illegittimità del riconoscimento di un credito, questo tipo di atto «non è ancora espressione di una pretesa tributaria compiutamente e definitivamente stabilita, occorrendo in vista del relativo recupero accertare l’entità del dovuto in ragione anche delle modalità e dei tempi di concreto utilizzo del credito».

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16/04/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Edilizia scolastica, si sbloccano 1,55 miliardi di Mutui Bei

Massimo Frontera

Il Miur pubblica (dopo una lunga attesa) il decreto che autorizza le regioni a sottoscrivere i mutui per i nuovi programmi di edilizia scolastica

È finalmente arrivato il più atteso dei provvedimenti attuativi che riguardano l’edilizia scolastica. Il ministero dell’Istruzione ha finalmente pubblicato il decreto che autorizza le regioni ad accedere i mutui Bei per finanziare la nuova programmazione di interventi di edilizia scolastica già selezionati da tempo dalle Regioni e approvati dallo stesso ministero. Il decreto sblocca una quantità di risorse consistente. Grazie al mutuo statale sarà possibile attingere a un monte risorse di 1,55 miliardi di euro, valore “attualizzato” del monte risorse totale di 1,7 miliardi di euro. Le risorse, come emerge dalla tabella con il piano delle erogazioni a cura della direzione dell’edilizia scolastica del ministero, consentirà già da quest’anno di attivare quasi 248 milioni di risorse, per poi proseguire con quasi 472 milioni nel 2020, quasi 398 nel 2021, quasi 280 milioni nel 2022 per finire con oltre 152 milioni di euro nel 2023.
Il decreto si è fatto attendere per mesi, con grande disappunto degli enti locali che più volte hanno sollecitato il dicastero di Viale Trastevere. Il decreto era stato dato in uscita già lo scorso anno, ma non si era più visto. Ora, dai documenti pubblicati dal Miur si scopre che il decreto n.87 del 2019 – che porta la data di registro del 1° febbraio – è stato firmato dal ministro dell’Economia il 29 gennaio scorso, ma è stato registrato dalla Corte dei Conti solo il 3 febbraio scorso (con date protocollo 18-22 febbraio 2019).
Con la pubblicazione del decreto le Regioni sono autorizzate a perfezionare l’attivazione delle risorse con Bei oppure con la Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa, attraverso Cassa depositi e prestiti. «Entro 30 giorni dalla stipula del contratto di mutuo – si legge nel decreto – l’Istituto finanziatore deve notificare al Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca e al Ministero dell’economia e delle finanze copia conforme dei contratti di mutuo perfezionati». Tra i documenti pubblicati dal Miur c’è la lunga lista degli interventi, regione per regione, per l’ammontare spettante a ciascuna regione a valere sulla somma di 1,55 miliardi. Al primo posto c’è la Lombardia, con quasi 205 milioni di euro, seguita dalla Campania con 156,4 milioni di euro,mentre al terzo posto si trova la Sicilia con 143 milioni di euro. L’ultimo posto della classifica è occupato dalla Valle d’Aosta con 8,3 milioni.
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