Rassegna stampa 10 Aprile 2019

09/04/2019 13.04 – Quotidiano Enti Locali e Pa

Il rappresentante della società interdetta a contrarre con la Pa non può nominare il difensore di fiducia

Sulla legittimità della nomina del difensore di fiducia di una società da parte del legale rappresentante che si trova in carcere in quanto indagato per reati presupposti all’applicazione della misura interdittiva a contrarre con la Pa emessa a carico della stessa società (e da questa impugnata), si è espressa la Corte di cassazione nella sentenza n. 15329/2019 depositata ieri. In particolare, la vicenda giudiziaria ha riguardato una società in nome collettivo che ha censurato la decisione del giudice del riesame di conferma della misura interdittiva del divieto di contrarre con la Pubblica amministrazione, nella parte in cui ha ritenuto legittima la nomina del difensore di fiducia, da ritenere – contrariamente – come inesistente, in quanto effettuata da un soggetto non legittimato perché privo della rappresentanza legale della società in base all’articolo 39, comma 1, del Dlgs 8 giugno 2001 n. 231. In tal senso, il Tribunale del riesame non ha adeguatamente valutato l’oggetto della censura in quella sede formulata, che non intendeva contestare la legittimità della notifica degli atti in favore del rappresentante legale, certamente valida in base all’articolo 43, comma 2, del decreto legislativo, quanto, piuttosto, la nomina del difensore che tale rappresentante legale ha effettuato, pur non idoneo ex lege, con conseguente impossibilità da parte della società interessata di poter legittimamente svolgere quanto necessario a propria difesa durante l’udienza camerale. Il difetto di legittimazione È principio ormai consolidato, in tema di responsabilità da reato degli enti, che il rappresentante legale incompatibile, in quanto indagato, non possa provvedere alla nomina del difensore di fiducia nell’interesse dell’ente, ostandovi il generale e assoluto divieto di rappresentanza posto dall’articolo 39 del Dlgs n. 231/2001 (Cassazione, sezione VI, n. 41398 /2009). In tal senso depone anche la giurisprudenza della Corte di cassazione a Sezioni unite che, proprio in ragione della giuridica inesistenza di un atto di nomina proveniente dal soggetto incompatibile, ha dichiarato l’inammissibilità, per difetto di legittimazione rilevabile di ufficio in base all’articolo 591, comma 1, lettera a), codice di procedura penale, della richiesta di riesame di decreto di sequestro preventivo, presentata dal difensore dell’ente nominata dal rappresentante imputato o indagato del reato da cui dipende l’illecito amministrativo (Sezioni unite, sentenza n. 33041/2015). L’obbligo del pubblico ministero Durante le indagini preliminari, infatti, s’impone l’applicazione dell’articolo 369-bis codice procedura penale, norma compatibile con il Dlgs n. 231/2001, per cui il pubblico ministero, sin dal prima atto a cui il difensore ha diritto di assistere, deve provvedere alla nomina del difensore d’ufficio, il quale può esercitare tutte le prerogative difensive a favore dell’ente, a eccezione di quelle rientranti nella categoria degli «atti personalissimi». Analogamente avviene in ipotesi di applicazione di una misura cautelare prevista dagli articoli 45 e seguenti del Dlgs n. 231/2001., nel corso delle indagini preliminari nei confronti dell’ente, tenuto conto che l’articolo 47, comma 2, dello stesso decreto legislativo impone, qualora la richiesta non sia stata presentata in udienza, il previo avviso della fissazione della «camerale» al Pm, all’ente e al difensore, così rendendosi necessaria la nomina di un difensore d’ufficio, la comunicazione dell’udienza ed il previo deposito degli atti rispetto all’udienza camerale fissata per deliberare in ordine alia richiesta formulata dal Pm.La disciplina in materia cautelare nei confronti degli enti prevede, infatti, che «l’ente ed il suo difensore siano altresì avvisati che, presso la cancelleria del giudice, possono esaminare la richiesta» del «pubblico ministero e gli atti sui quali si fonda», prevedendo specificatamente una ipotesi di contraddittorio «cartolare» anticipato rispetto alla – eventuale – futura emissione dell’ordinanza interdittiva. Evenienza che, a fronte di una nomina del difensore di fiducia da ritenersi inesistente, comporta la nullità di tutti gli atti successivi con conseguente violazione del diritto di difesa e – nel caso di specie – l’annullamento dell’ordinanza del tribunale e la revoca della misura interdittiva.

10/04/2019 – Il Fatto Quotidiano
Napoli in svendita (ed è solo l’ Inizio)

Qualche avvisaglia del saccheggio in arrivo l’ aveva data con un’ intervista al Sole 24 Ore di qualche giorno fa il prefetto Riccardo Carpino, direttore dell’ Agenzia del Demanio, annunciando nuove dismissioni (le chiamano valorizzazioni) di migliaia di immobili pubblici. Qualche settimana prima, il Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, aveva spostato ad altro incarico il dirigente comunale ai Beni comuni, Fabio Pascapè, architetto delle delibere sui beni comuni urbani della Città di Napoli e responsabile Regionale del Comitato Rodotà (www.benipubbliciecomuni.it). Il 31 marzo una delibera unanime della giunta, presenti tutti gli assessori, varava un piano di dismissione di 479 cespiti immobiliari fra cui due beni, il lido di Pola (progressivo 262) e il Carcere Filangieri (progressivo 241) utilizzati da anni dai cittadini con attività di altissima reddittività sociale. Per questo tali beni furono dichiarati “beni comuni” e “usi civici urbani” nella celebre delibera 446 del 2016. In apparente contraddizione il 2 aprile scorso veniva inaugurato il nuovo “osservatorio per i beni comuni” della città di Napoli e posto al suo vertice un giovane giurista dell’ Asilo Filangieri (da non confondersi col carcere dove l’ esperienza di uso civico si chiama Scugnizzo liberato). A seguito delle notizie di stampa circa la dismissione dei due immobili, il Comune di Napoli con una nota del 7 aprile nondimeno rivendica il proprio ruolo di capitale dei beni comuni, accusando i propri uffici di errore materiale per l’ inserimento di Lido e Scugnizzo nella delibera di dismissione. Ovviamente ciò non toglie che altri 477 beni pubblici verranno probabilmente venduti (meglio svenduti) pagando le solite sostanziose fees ai facilitatori privati di queste operazioni (nel 2006 la Corte dei Conti le ha stimate al 46% del valore!). Né soprattutto ciò toglie che le delibere comunali, che dichiarano certi immobili beni comuni o usi civici urbani, non abbiano alcuna vera forza giuridica quando muta la maggioranza o il primo cittadino cambia idea. Oggi nessuno infatti può impugnare tali privatizzazioni (anche se di beni demaniali), cosa che diventerebbe invece possibile per tutti se il disegno di legge Rodotà, su cui si raccolgono le firme, diventasse legge. Ciò che si è clamorosamente verificato a Napoli è un problema istituzionale che va ben oltre la sincerità di questo o quell’ amministratore locale. Simili dismissioni, completamente discrezionali per gli enti pubblici titolari dei beni pubblici (circa il 70% degli immobili pubblici sono comunali) avverranno sempre più intensamente, perché il pubblico oggi è alla mercé dei poteri privati organizzati e nessuna legge limita le sdemanializzazioni a loro vantaggio (molto spesso la forza coi deboli prova a nascondere la debolezza verso i forti). Per esempio, l’ estesissima area ex ferroviara di Saronno, messa in vendita per 22 milioni, potrebbe essere aggiudicata per poco più di tre a speculatori e palazzinari. Da anni i giuristi denunciano l’ obsolescenza del Codice Civile nelle parti relative al Demanio e al Patrimonio pubblico; con la Commissione Rodotà avevamo trovato nei beni comuni (oltre il pubblico e il privato) la sola possibile architrave di resistenza al saccheggio. Con il Referendum del 2011 il popolo aveva accolto la nostra impostazione dicendo basta alle privatizzazioni neoliberali dei beni comuni (allora era stata l’ acqua in prima linea). Napoli aveva faticosamente portato avanti, in un quadro legislativo nazionale avverso, una coraggiosa sperimentazione locale (compresa la ripubblicizzazione dell’ acquedotto). Lo stesso Statuto comunale nel 2011 fu all’ unanimità modificato, inserendo tra i valori fondativi la nozione dei beni comuni elaborata dalla Commissione Rodotà. La questione non può restare locale. È necessaria con estrema urgenza una legge nazionale che modifichi il Codice, protegga la dimensione sociale ed ecologica del nostro diritto dei beni riservandone le utilità alle generazioni future. Solo così si possono blindare i beni pubblici nei confronti di svendite truffaldine, legalizzate dalla debolezza del demanio. Quanto sta succedendo nella Capitale dei beni comuni, obbliga tutti ad abbandonare finalmente distinguo, particolarismi e nostalgie (del demanio) per mettere in campo intorno alla legge di iniziativa popolare Rodotà un fronte unico capace di conquistare milioni di firme per fermare il saccheggio dei nostri beni e garantirli per le generazioni che verranno. Ugo Mattei e Alberto Lucarelli

10/04/2019 – La Repubblica
Il rebus delle nomine Sace La Cassa vuole nuovi vertici Tesoro e Fondazioni frenano

Politica e poltrone
Palermo, a capo della Cdp, chiede al governo un vertice che sia più in sintonia Gli uscenti Quintieri e Decio puntano sui risultati e cercano la sponda di Tria MILANO Il rinnovo del cda di Sace, controllata al 100% da Cassa depositi e prestiti diventa un caso politico in un’ escalation di fazioni e tensioni che non fa escludere lo slittamento. La scadenza naturale è l’ assemblea di giovedì 18, per approvare i conti Sace di fine mandato, triennio in cui le risorse mobilitate sono salite del 60%. Il dossier è trattato da settimane e gli schieramenti si sono polarizzati secondo varie convenienze. Da una parte il socio unico Cassa, che nel 2011 comprò obtorto collo dal Tesoro l’ assicuratore delle esportazioni italiane (a 6 miliardi, input del governo Monti). Ora Fabrizio Palermo, ad di Cassa scelto dal governo gialloverde, chiede discontinuità nel management – il presidente Beniamino Quintieri e l’ amministratore delegato Alessandro Decio – con cui c’ è poca sintonia. Il suo argomento industriale è che due mesi fa ha lanciato un piano strategico di Cdp imperniato anche sul sostegno all’ export delle Pmi, con offerta finanziaria integrata per cui la Cassa finanzia, la Sace presta coperture assicurative agli esportatori. Il modello somiglia a quelli usati da KfW (Germania) e Cdc ( Francia); ma avrebbe bisogno di concordia tra le dirigenze di Cdp e Sace, mentre invece i rapporti sono « ai minimi termini » , dicono più fonti. Palermo, già direttore finanziario di Cdp che nel 2018 fu promosso per volontà dei M5s, sembra si sia lamentato con il premier Conte dello stallo su Sace. E qui entra in gioco l’ altra parte. Il Tesoro, che malgrado la cessione a Cdp continua a controgarantire il 30% dei 28,6 miliardi di rischi coperti da Sace, vorrebbe tenere un occhio (o forse una mano) sulla società. Anche perché il 75% della stessa Cdp è del Tesoro. Inoltre Quintieri è amico e collega di docenza del ministro Giovanni Tria, tornato in rapporti aspri con Lega e M5s su vari dossier. Non è escluso che i due economisti di Tor Vergata abbiano parlato delle nomine: comunque il ministro è per la continuità in Sace. E ha trovato sponda nelle Fondazioni, che hanno il 15% di Cdp e che, anche tramite il presidente Massimo Tononi, non apprezzano che il cda Cassa sia scavalcato sui temi di nomina. «Non mi risultano tensioni tra presidente e ad di Cdp – ha detto giorni fa Giuseppe Guzzetti, leader delle Fondazioni -. Poi che ci siano altri problemi in Cdp su come si fanno le nomine è un altro discorso». Anche le Fondazioni su Sace non vorrebbero spoils system: o almeno chiedono sia garantito un iter lineare e trasparente. Forse anche per salvaguardare un metodo, in vista di nomine più rilevanti da fare nel 2020: Eni, Enel, Poste, Leonardo. Giorni fa il cda di Cassa, tenuto ” aperto”, ha dato mandato ai selezionatori di Spencer Stuart di trovare il nuovo ad per Sace, e pare siano tre i nomi in pista. Ma quello di Andrea Pellegrini, ex banchiere d’ affari di Lehman e Nomura, non convince Tesoro ed enti: temono sia troppo vicino a Palermo di cui è advisor in Cdp. In teoria il cda della Cassa è in mano ai fautori della ” continuità” su Sace, dato che su nove consiglieri quattro sono in quota Tesoro, tre delle Fondazioni. Ma è evidente che la politica avrà avere un ruolo: potrebbe vedersi settimana prossima, quando Tria rientrando dalla missione negli Usa al Fondo monetario vedrà il premier Conte. La mediazione più probabile sembra la conferma di Quintieri con un nuovo ad al posto di Decio. Ma le partite per le nomine vanno giocate fino al 95°. © RIPRODUZIONE RISERVATA Presidente Beniamino Quintieri, economista, punta alla riconferma nel cda di Sace che presiede dal 2016. ANDREA GRECO LUCA PAGNI.

10/04/2019 – MF
Cdp crea la subholding dell’ industria

Nasce Cdp Industria. Cassa Depositi e Prestiti procede nel processo di riassetto e organizzazione delle partepitace annunciato lo scorso dicembre dall’ amministratore delegato, Fabrizio Palermo, in occasione della presentazione del piano industriale 2019-2020. La nuova subholding, con un capitale di 50 mila euro, è stata costituita sul modello di Cdp Reti, la controllata, nel cui azionariato ci sono anche i cinesi di State Grid al 35% e che ha in pancia il 30,37% di Snam; il 26,04% di Italgas e il 29,85% di Terna. Nel nuovo veicolo alla cui presidenza è stato nominato l’ attuale direttore finanziario di Cassa, Paolo Calcagnini, dovrebbero confluire quindi le partecipazioni inerienti la meccanica e l’ ingegneria. Nei mesi scorsi lo stesso Palermo aveva lasciato intendere che si dovrebbe trattare tra le altre di Fincantieri, Ansaldo Energia e Saipem. A dicembre, motivando la necessità di risistemare il portafoglio delle partecipate, l’ ad aveva spiegato che «si tratta di 33 miliardi di partecipate che si sono stratificate nel tempo». L’ intenzione «è dare vita a un riassetto in funzione dei settori di appartenenza, in una logica industriale di lungo termine». Assieme a Calcagnini completano il cda i consiglieri Pierpaolo Di Stefano, recentemente nominato cio del gruppo, e l’ avvocato Francesca Fonzi. Franco Luciano Tutino guiderà il colleggio sindacale. (riproduzione riservata) MAURO ROMANO

10/04/2019 – Il Sole 24 Ore
Ipotesi dismissioni per 10 miliardi

PRIMA TRANCHE DEL PACCHETTO DA un punto di pil
Torna in campo la cessione di partecipazioni pubbliche a Cassa depositi e prestiti
Il documento di Economia e Finanza ribadisce l’ obiettivo di realizzare dismissioni pari all’ 1% del Pil nel 2019. Circa 18 miliardi di euro che dovrebbero entrare nelle casse del ministero per l’ Economia per contribuire a ridurre un debito che ha superato i 2.300 miliardi e che il Def fissa (a livello programmatico) al 132,6% del Pil nel 2019. A oggi dossier aperti in tema di privatizzazioni non ci sono, ma qualche ragionamento nelle stanze del ministero dell’ Economia si sta cominciando a fare per tenersi pronti qualora la macchina si potesse mettere in moto. L’ idea che si sta in qualche modo accarezzando sarebbe quella di procedere con un’ operazione significativa. Il percorso si muove in continuità con operazioni già immaginate in passato e che prevedevano la cessione di partecipazioni azionarie possedute dal ministero alla Cassa depositi e prestiti. Questa volta, però, la rosa delle aziende coinvolte sarebbe più ampia rispetto al passato, probabilmente anche alla luce delle capitalizzazioni di Borsa di queste società, che in molti casi sono a livelli massimi mai raggiunti sinora. Nel pacchetto destinato alla cessioni ci sono il 53,38% del capitale di Enav (1,3 miliardi), il 29,26 per cento di Poste (3,4 miliardi), il 4,34% di Eni (2,5 miliardi) e il 13% circa posseduto dal Mef in StMicrolectronics (1,8 miliardi), la società finita nei giorni al centro delle bufera politica per la proposta del ministero dell’ Economia di nominare nel board Claudia Bugno. Mettere sul mercato queste partecipazioni non avrebbe senso: si tratta di società ritenute strategiche sulle quali lo Stato vuole mantenere un presidio importante o comunque non ne vuole perdere il controllo. E del resto l’ attuale maggioranza politica si è sempre dichiarata contraria a questa prospettiva. La cessione di queste società a Cdp comporterebbe un incasso di circa 9 miliardi. A queste si potrebbe aggiungere la tranche di cessioni immobiliari da 950 milioni di cui si è parlato nei giorni scorsi: anche in questo caso a comprare sarebbe Cdp. Dal punto di vista dell’ acquirente, però, qualche controindicazione non manca. Per la società guidata da Fabrizio Palermo si tratta di un esborso molto importante: le risorse non mancherebbero perchè si può attingere al cuscinetto di cassa aggiuntiva (circa 2 miliardi l’ anno) che proprio la gestione di Palermo aveva liberato con la revisione della struttura finanziaria della società. C’ è inoltre il faro puntato da Eurostat, che già due anni fa era intervenuto quando si era ipotizzato di cedere la quote di Eni e Enav. Allora, però, l’ obiezione più forte era legata al fatto che si trattasse di privatizzazioni poco convincenti perchè non era previsto il passaggio della governance sulle due società alla Cdp. Ora, invece, allo studio ci sarebbe lo spostamento di questi poteri alla società guidata da Palermo: questo significherebbe che i poteri di indirizzo strategico e di nomina dei consigli di amministrazione di queste aziende farebbero capo non più al ministero dell’ Economia ma alla Cdp, che ha tra i soci privati le fondazioni bancarie. Se si considera che nella primavera del 2020 scadono tutti i board delle grandi partecipate, e quindi anche di Eni, Poste ed Enav, la questione assume un aspetto molto rilevante. Le obiezioni di Eurostat potrebbero non limitarsi a misurare la validità delle privatizzazioni, ma potrebbero a quel punto estendersi al ruolo sempre più rilevante della Cassa e depositi e prestiti nell’ economia a nazionale e nelle partecipate pubbliche e l’ istituto potrebbe decidere di ricomprenderne il debito in quello della Pa. E questo per le finanze dello Stato sarebbe una catastrofe. Certo è che se lo Stato italiano procedesse nelle misure virtuose per migliorare i conti pubblici, tra cui la riduzione del debito, come auspicato anche dalla Commissione Ue la posizione di Eurostat potrebbe non rivelarsi alla fine troppo severa. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Laura Serafini

10/04/2019 – Il Sole 24 Ore
Sblocca cantieri, cambiano 32 articoli del codice appalti

Riforma radicale. Modificato il 15% dei 220 articoli dell’ attuale legge, in molti casi l’ intervento riguarda numerosi commi Nel Dl, ora di 30 articoli, inseriti gli interventi post terremoto
ROMA Il decreto legge sblocca-cantieri è pronto per andare alla bollinatura della Ragioneria e poi al Quirinale per la firma. Dal testo definitivo messo a punto dal governo – Palazzo Chigi e ministeri interessati a partire da Mef e Mit – in attesa di questi due passaggi, si conferma l’ intervento di riforma radicale del codice degli appalti, con la modifica di ben 32 articoli – molti di questi con l’ intervento su numerosi commi – sui 220 del codice. Le difficoltà maggiori, a due settimane dall’ approvazione, sembrano ormai alle spalle. «A ore – ha confermato il viceministro alle Infrastrutture, Edoardo Rixi – il provvedimento andrà in Gazzetta ufficiale». Il decreto legge si è notevolmente allungato, ora sono trenta articoli, per l’ inserimento delle norme sulla ricostruzione post-terremoto. Intanto il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nel corso dell’ inaugurazione della 58a edizione del Salone del Mobile a Milano ha annunciato ieri l’ imminente arrivo del decreto sulla centrale di progettazione, uno dei provvedimenti chiave del governo per modificare la governance del settore dei lavori pubblici, in particolare sul fronte critico della progettazione. «Tra qualche ora – ha detto Conte – firmerò il decreto per sbloccare la Centrale di progettazione. Una pattuglia di esperti di ingegneri e architetti a disposizione di tutti gli enti locali, soprattutto quelli più piccoli che hanno difficoltà nella progettazione». I pilastri dell’ intervento sul codice si confermano in pieno. Si alza la soglia massima dei lavori subappaltabili al 50%, con la scelta lasciata alle stazioni appaltanti. Si danno diciotto mesi di tempo per mettere a punto un regolamento che superi linee guida Anac e altri provvedimenti ministeriali attuativi del codice come conosciuti in questi due anni. Si accantonano per gli appalti sottosoglia le gare con l’ offerta economicamente più vantaggiosa ma i meccanismi di esclusione e calcolo delle medie – garantisce Rixi – «eviteranno di tornare al massimo ribasso». Confermati i commissari con ampi poteri in deroga alla legislazione ordinaria (compreso il codice degli appalti), a decidere le opere da commissariare sarà un Dpcm, ma la lista dovrebbe essere resa nota in tempi rapidi. In quell’ elenco anche i commissari. Resta un confronto nel governo su quanti e quali commissari, per quante opere. Si rafforza però l’ ipotesi di un commissario unico per tutte le opere di Ferrovie (Rfi) e di un commissario per quelle di Anas che saranno anche le due stazioni appaltanti più interessate ai commissariamenti. Il decreto legge si è arricchito di un articolo, fortemente voluto dalla Lega e interamente dedicato alla «rigenerazione urbana». Di fatto, prevede che le Regioni possano introdurre deroghe ai limiti di distanza tra gli edifici per interventi volti a «promuovere e agevolare la riqualificazione di aree urbane degradate» e a «favorire la rigenerazione del patrimonio edilizio». Si tratta del superamento di un vincolo che finora ha sempre frenato gli interventi di demolizione e ricostruzione nelle città. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giorgio Santilli

10/04/2019 – Il Sole 24 Ore
Project financing, dubbi sulla gara per il promotore

PUBBLICO-PRIVATO
Contrasti sulla procedura da seguire per assegnare il ruolo chiave del Pf
Forti incertezze sulle procedure di project financing per illuminazione pubblica, proprio mentre il Governo (nel decreto sblocca cantieri) promuove il risparmio energetico degli enti locali. Il contrasto sorge tra sentenze amministrative di primo grado (Tar Milano 691/2019) e di appello (4777/2018), in liti tra Enel Sole ed alcuni raggruppamenti temporanei di imprese e società a partecipazione pubblica locale. Il settore si presta ad interventi di finanza di progetto, sia per la gestione di impianti di pubblica illuminazione che per l’ adeguamento ed efficientamento energetico, servizi di smart city, impianti semaforici, colonnine per la ricarica dei veicoli, sistemi di controllo, riqualificazione degli impianti. Il Codice appalti disciplina la realizzazione di interventi pubblici con capitali privati: in particolare, l’ articolo 183 Dlgs 50/2016 prevede una prima fase affidata ad un promotore, che propone all’ ente e progetta l’ intervento. Successivamente vi è l’ aggiudicazione dell’ intervento. Alla gara partecipa anche il promotore il quale, se non si aggiudica la gara formulando la migliore offerta, può comunque esercitare un diritto di prelazione. Se poi non vince la gara e non esercita nemmeno la prelazione, il promotore ottiene comunque il pagamento (a carico dell’ aggiudicatario) delle spese di predisposizione della proposta. Accade di frequente che più imprenditori del settore energetico, a distanza di pochi mesi, formulino separate proposte: l’ amministrazione deve decidere quale sia l’ impresa promotrice, cui affidare il progetto da porre poi a gara. Essere promotori garantisce un vantaggio competitivo, rappresentato dalla redazione del progetto di fattibilità da porre in gara, con la sicurezza di vedersi almeno remunerato il progetto, qualora un’ altra impresa si aggiudichi la gara ed il promotore non eserciti la prelazione. Le scelte che spettano all’ ente pubblico sono quindi due: dapprima individuare il promotore, in seguito selezionare con gara l’ esecutore. Qui appunto sorge il contrasto, perché il Consiglio di Stato vuole che il promotore sia scelto comparando formalmente le varie proposte delle imprese, prima che tali proposte producano un vero e proprio progetto di fattibilità da porre a base di gara. Il Tar Milano ritiene, invece, che la proposta del promotore possa essere valutata dall’ ente locale senza gara, come un’ autocandidatura esaminata in termini generali: la gara, osserva il Tar, vi sarà dopo. Tutto ruota intorno alla qualificazione della scelta del promotore: se essa è (come dice il Consiglio di Stato) il cuore dell’ intera procedura, perché il promotore ha un vantaggio ai fini della fase di gara, la doppia gara (sul promotore e sul progetto) è necessaria. Del resto, la stessa Adunanza plenaria del Consiglio di Stato (1/2012), decidendo dell’ esecuzione di un parcheggio pubblico ad Alessandria, ha ritenuto che la scelta del promotore vada tempestivamente impugnata dalle imprese antagoniste che a loro volta intendano essere promotrici, proprio perché con tale scelta cominciano a maturare significativi vantaggi, che si ripercuotono sulla successiva gara per l’ esecuzione dell’ opera. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Guglielmo Saporito

10/04/2019 – Il Sole 24 Ore –Edilizia e territorio
Appalti, Corte dei Conti: più poteri sul controllo contabile, prima e durante l’opera

M.Fr.

Lo hanno detto i rappresentanti della Corte dei Conti nell’audizione presso la Commissione Lavori pubblici del Senato

«Per migliorare l’efficacia complessiva dell’attività contrattuale e valutarne le conseguenze concrete sulle comunità amministrate, al fine di rendere agevole la verifica di conformità tra il programma iniziale, il contratto stipulato e il risultato finale conseguito, sia sotto il profilo funzionale che contabile, potrebbe essere risolutivo un potenziamento della funzione di controllo preventivo intestata alla Corte dei conti, nonché la valorizzazione di forme di controllo concomitante sulla gestione dell’intera procedura contrattuale ed in particolare sulla fase dell’esecuzione». Lo hanno suggerito i rappresentanti della Corte dei Conti parlando alla Commissione Lavori pubblici del Senato nell’ambito dell’indagine conoscitiva sull’applicazione del codice dei contratti pubblici.
Nel loro intervento i magistrati contabili hanno inoltre rilevato che il codice appalti «presenta ancora ampie aree di criticità, che hanno determinato l’esigenza di ricorrere a modifiche normative finalizzate a porre rimedio alle problematiche emerse in sede applicativa ed elevare la certezza dei rapporti giuridici e la chiarezza del tessuto normativo, al fine di raggiungere gli obiettivi più ambiziosi, nonché condivisibili, del Codice». In particolare è stata segnalata la necessità di «migliorare la qualità del public procurement, favorendo l’implementazione di un processo di riorganizzazione delle stazioni appaltanti nella prospettiva della loro riduzione numerica e maggior qualificazione, così da creare buyer pubblici professionalmente adeguati». Per la Corte dei Conti appare inoltre necessario realizzare un «sistema del rating di impresa, finalizzato nell’ottica del legislatore, a migliorare la fase dell’esecuzione dei contratti da parte degli operatori, attraverso incentivi di tipo reputazionale.
«L’analisi fin qui condotta – ha concluso la Corte dei Conti – ha evidenziato l’assenza, nell’attuale disciplina codicistica, di disposizioni atte a tutelare la qualificazione della spesa pubblica per contratti, così da garantire che l’uso delle risorse pubbliche non sia solo legittimo ma anche proficuo, finalizzando la necessità di dedicare alle esigenze di qualificazione della spesa pubblica un impegno pari a quello rivolto alla scelta del miglior contraente. Infatti, una migliore ponderazione da parte dell’amministrazione delle opzioni gestionali possibili, quindi, consentirebbe alla medesima di finalizzare la spesa pubblica per contratti così da renderla prima ancora che conforme ai parametri di legalità, più consapevole e coerente con la necessità di garantire un impiego delle risorse più efficace ed efficiente».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

10/04/2019 – Il Sole 24 Ore –Edilizia e territorio
Infrastrutture, grandi player e tecnologia per vincere la sfida delle reti

Marzio Bartoloni

Osservatorio sulle infrastrutture promosso da Ispi con la partnership di McKinsey & company: serve una visione a 10-20 anni con sistemi di finanziamento efficaci

Le infrastrutture sono ormai sempre più protagoniste degli equilibri geopolitici – gli investimenti massicci della Cina nella nuova via della seta ne sono solo l’ultimo esempio – e oltre a essere una potente leva per la crescita sono un efficacissimo termometro per misurare un sistema Paese attraverso la sua capacità di progettarle e realizzarle.

«Rapporti e relazioni durature tra Paesi e aree geografiche passano ormai attraverso le grandi opere e le infrastrutture», avverte l’ambasciatore Giampiero Massolo presidente Fincantieri e di Ispi, l’istituto per gli studi di politica internazionale, che ieri ha presentato uno studio del nuovo Osservatorio sulle infrastrutture promosso dalla stessa Ispi con la partnership di McKinsey & company. Uno studio che traccia l’identikit dell’ecosistema perfetto che ogni Paese dovrebbe implementare per far avanzare le grandi opere (come l’Australia che è una best practice) e che deve passare innanzitutto – come ha spiegato Stefano Napoletano senior partner di McKinsey & company – per la capacità di sapere programmare con una visione a 10-20 anni appoggiandosi a sistemi di finanziamento efficaci (banche delle infrastrutture, partenariati pubblico-privato, ecc.) e potendo contare sulla presenza di una filiera industriale che esprima anche dei campioni nazionali dalle spalle larghe che competano a livello internazionale. Senza dimenticare gli ultimi due requisiti: una regolazione e un codice sugli appalti favorevole e una governance continua.
Per gli esperti basta l’assenza di uno solo di questi tasselli per bloccare la macchina. Proprio come accade in Italia dove i colli di bottiglia iniziano già dalla pianificazione. «In 30 anni non siamo riusciti a fare opere pubbliche di cui parliamo dagli anni ottanta e che abbiamo progettato negli anni novanta e di cui ancora oggi si discute», spiega l’ad di Salini Impregilo, Pietro Salini. Che sottolinea gli sforzi del suo gruppo per diventare sempre di più un campione nazionale e internazionale capace di guardare all’estero, ben oltre l’Europa poi non così aperta ai player degli altri Paesi: «I costi ormai sono incomprimibili, per questo noi puntiamo sulla dimensione e competiamo nel mondo in un segmento preciso: quello delle grandi infrastrutture». Anche Claudio Andrea Gemme, presidente Anas, società da poco entrata nel gruppo Fs, che guarda sempre di più ai mercati esteri (con commesse che vanno dal Qatar all’Algeria) conferma i colli di bottiglia per i lavori sui 31mila chilometri di strade che gestisce: «Oggi, solo tra il concepimento dell’opera e l’affidamento dei lavori mediamente trascorrono oltre 5 anni. Di questi, Anas impiega circa un terzo per lo sviluppo delle proprie attività progettuali, mentre i restanti due terzi sono impegnati per attività svolte all’esterno».
Colli di bottiglia su cui il Governo ha promesso di intervenire come ha ribadito il vice ministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi con il decreto sblocca cantieri: «In Italia non è difficile solo aprire i cantieri, ma anche chiuderli a causa delle crisi aziendali. Ecco vanno affrontati nodi come questi o come il tema del massimo ribasso, così come gli appalti sotto i 5 milioni che vanno velocizzati come quelli più piccoli attraverso l’affidamento diretto». Quella delle infrastrutture per Rixi è una partita strategica per l’Italia, «ora che il mediterraneo è sempre più cruciale con un numero di navi merci che non è stato mai così alto ma che usano poco i porti italiani». Un dato questo confermato da Federica Barbaro, ad di Pb Tankers, che ricorda anche come l’Italia investa solo il 2% nel trasporto marittimo rispetto al 19% della Germania e al 14% degli altri Paesi avanzati.
Infine un ruolo cruciale è quello delle tecnologie, finora non sfruttate a pieno come sottolineano Raffaele Della Croce senior economist dell’Ocse e Nicola Sandri, parner McKinsey & company, che stima un risparmio fino al 45% nei costi complessivi dei progetti infrastrutturali ricorrendo ad automazione, sensoristica, big data e droni. Tecnologie che passano anche per le infrastrutture intangibili delle Tlc come il 5G su cui Tim sta studiando una rete unica con Open fiber, come ha ricordato l’ad e direttore generale Luigi Gubitosi: «Meglio un’autostrada unica con più corsie che più autostrade». Ma Gubitosi lancia anche un allarme: «In Italia e in Europa rispetto a Cina e Stati Uniti si fa troppa poca ricerca sulle telecomunicazioni».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

10/04/2019 – Il Sole 24 Ore –Edilizia e territorio
Dubai 2020/1. Battaglia sul Padiglione Italia, oggi al Tar il ricorso di Cucinella

Giorgio Santilli

Cucinella contesta l’esclusione dalla gara (aggiudicata al gruppo di Carlo Ratti) per un presunto conflitto di interessi di un tecnico della mandante Mm

È battaglia legale sul progetto vincitore del Padiglione Italia per Expo 2020 a Dubai. Il raggruppamento guidato da Mario Cucinella Architects, escluso dal concorso, ha presentato ricorso al Tar Lazio,chiedendo la sospensiva del procedimento. L’udienza è fissata per oggi.

Cucinella, che si è presentato in raggruppamento con Land Italia, GAE Engineering, Tekne e Mm, contesta in sostanza l’aggiudicazione al raggruppamento temporaneo di imprese costituito da CRA Carlo Ratti Associati, Italo Rota Bulding Office, F&M Ingegneria e Matteo Gatto & Associati. Nel ricorso presentato al Tribunale si ricorda che il raggruppamento guidato da Cucinella «ha conseguito il più alto dei punteggi assegnati dalla commissione giudicatrice in sede di valutazione tecnica». Il raggruppamento è stato poi escluso dalla competizione per un confluitto di interesse. Il ricorso ricorda comunque che «il ragguppamento Carlolottiassociati ha conseguito – nella graduatoria defintiva stilata a valle dell’apertura delle offerte economiche – 74,48 punti, con uno scarto negativo di 0,17 punti rispetto al solo punteggio tecnico conseguito dal raggruppamento Cucinella. Pertanto, «se non fosse stato escluso e se la sua offerta economica fosse stata aperta durante la seduta del 20.02.2019, al pari delle offerte presentate dagli altri concorrenti, sarebbe stata certa la sua proclamazione a vincitore del Concorso».

Ma qual è la ragione dell’esclusione? Il provvedimento adoTtato da Invitalia, che svolge le funzioni di centrale di committenza per conto del commissario starordinario all’Expo 2020, fa riferimento a un conflitto di interessi relativo a MM, una delle società del raggruppamento. La società avrebbe taciuto una circostanza che può configurare conflitto di interessi, vale a dire rapporti di affari esistenti con l’ingegner Lorenzo Candelpergher «al quale la stazione appaltante, con contratto concluso il 3 ottobre 2018, ha conferito l’incarico di Project manager per la partecipazione dell’Italia a Expo 2020 Dubai, nonché per la realizzazione del Padiglione Italia a Dubai, inclusa la relativa progettazione». La MM si sarebbe potuta trovare nella posizione di ricevere anticipatamente informazioni relative al concorso di progettazione.

Il ricorso contesta questa decisione per varie ragioni tra cui quella che non c’erano «rapporti d’affari» fra MM e Candelpergher, ma la partecipazione a una joint venture «della Branch di Mm con la società di Candelpergher», che questi non ha partecipato alla predisposizione del documento di indirizzo della progettazione, che Invitalia ha messo in gara non un appalto di servizi ma un progetto preliminare di fattibilità tecnica, che Candelpergher è stato consulente del commissario ma non di Invitalia che ha svolto la gara e infine che lo stesso ingegnere a Dubai è presidente del Comitato degli Italiani all’Estero.

Oggi il Tar. Invitalia attende le decisioni ma rassicura che le attività vanno avanti secondo i tempi previsti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA