Rassegna stampa 4 aprile 2019

03/04/2019 13.04 – Quotidiano Enti Locali e Pa

In house, la natura delle attività non permette deroghe al tetto del fatturato extra

La Corte dei conti, Sezione di controllo per la Lombardia, con parere n. 87/2019e n. 89/2019, ha fornito un quadro preciso e cristallizzato della nozione legislativa della produzione di attività rivolta ai soci, che non può essere inferiore all’80%, e di quella eventuale «di mercato», che, in ogni caso, deve essere inferiore al 20%.Le amministrazioni interessate hanno chiesto se fosse corretta una lettura coordinata dei commi 3 e 3-bis dell’articolo 16 con il comma 4 dell’articolo 4 del testo unico sulle partecipate nel senso di ritenere ampliate le possibilità di azione delle società in house potendo le stesse produrre un fatturato anche superiore al 20% attraverso prestazioni non rivolte all’ente socio, purché l’attività svolta rientrasse, comunque, nei compiti affidati dall’amministrazione. Le norme di riferimento La Corte ha ribadito come la normativa comunitaria, mediante la direttiva appalti del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 febbraio 2014 (Direttiva 2014/24/Ue), recepiti a livello nazionale dal Codice degli appalti (Dlgs 50/2016) abbia fissato un vincolo quantitativo (l’80% delle attività svolte a favore dell’amministrazione controllante) come uno dei requisiti necessari per l’esclusione dalla applicazione della direttiva stessa e, dunque, per la possibilità di effettuare affidamenti diretti da parte della amministrazione aggiudicatrice nei confronti di una persona giuridica di diritto pubblico o privato. Al comma 5 dell’articolo 12 la stessa direttiva specifica poi i meccanismi operativi attraverso i quali impostare i calcoli relativi alla valutazione dell’80% dell’attività, individuando il fatturato come uno dei parametri fondamentali. Secondo la Corte, il principio dell’attività prevalente, per la prima volta, viene in tal modo introdotto a livello comunitario per via normativa e non più solo giurisprudenziale e assume, attraverso la direttiva stessa, il valore di vincolo, definito quantitativamente in modo preciso e puntuale.Il vincolo dell’80% del fatturato prodotto a favore del socio controllante è, dunque, in primo luogo da ricercare nella volontà del legislatore comunitario e nazionale riguardo la regolarità dei sistemi di affidamento di appalti e concessioni, onde evitare elusioni ai meccanismi competitivi e circoscrivere le esclusioni di applicazione della direttiva, recepita dal codice dei contratti pubblici, a fattispecie specifiche, motivate e ben definite. In definitiva, il testo unico stabilisce che le società in house possono ricevere affidamenti diretti da parte delle amministrazioni socie qualora si verifichino tutte le condizioni previste dal codice dei contratti pubblici in materia di affidamento: controllo analogo, composizione societaria e prevalenza dell’attività prodotta – limite minimo dell’80% – verso i soci. Il Tusp introduce, invece, modifiche da un lato, al comma 2, inserendo la possibilità di derogare al codice civile, tramite previsioni statutarie, al fine di creare le condizioni operative per le società controllate di soddisfare i vincoli stabiliti, e dall’altro, al comma 3-bis, introducendo un ulteriore criterio restrittivo rispetto al codice degli appalti: l’eventuale 20% di attività non destinata all’ente socio («la produzione ulteriore rispetto al limite di fatturato di cui al comma 3») può essere realizzata a favore di terzi «solo a condizione che la stessa permetta di conseguire economie di scala o altri recuperi di efficienza sul complesso dell’attività principale della società». Il parere Il Collegio, condividendo la giurisprudenza espressa dal giudice amministrativo sul comma 3-bis dell’articolo 16 del Dlgs 175/2016, non ritiene che la sua lettura coordinata con il comma 4 dell’articolo 4 autorizzi a derogare al limite quantitativo stabilito dal comma 3, dell’articolo 16, ma consente soltanto di svolgere attività ulteriori, con «finalità diverse», rispetto a quelle indicate nel comma 2 del medesimo articolo 4, nell’osservanza – comunque – delle condizioni e dei limiti dallo stesso comma 3-bis indicati. Non è dunque possibile derogare alla percentuale dell’80% prevista dal comma 3.Peraltro, a conferma di questo impianto, l’articolo 16, ai commi 4, 5 e 6 richiama nuovamente il limite quantitativo inderogabile dell’80% del fatturato a favore dei soci e stabilisce che il mancato rispetto del limite costituisce grave irregolarità «ai sensi dell’articolo 2409 del codice civile e dell’articolo 15 del presente decreto», prevedendo espressamente le procedure per sanare le irregolarità e le conseguenze nel caso di non soluzione. La società può sanare l’irregolarità se, entro tre mesi dalla data in cui la stessa si è manifestata, rinunci a una parte dei rapporti con soggetti terzi, sciogliendo i relativi rapporti contrattuali, ovvero rinunci agli affidamenti diretti da parte dell’ente o degli enti pubblici soci, sciogliendo i relativi rapporti.Alla luce della chiarezza dei pareri della Corte, agli enti pubblici soci di società in house, si impone – tra l’altro – l’obbligo di verificare il rispetto del vincolo quantitativo dell’80% minimo inderogabile proprio in questi mesi, in occasione dell’approvazione dei bilanci delle proprie società, riservandosi, comunque, di dover procedere a tale verifica anche durante l’esercizio in corso, date le gravi conseguenze che ne possono derivare in termini di violazione del principio delle tutela e della promozione della concorrenza e per gli adempimenti – eventualmente – da adottare – in tempi stretti e ben definiti.

03/04/2019 13.04 – Quotidiano Enti Locali e Pa
Ascopiave, Alperia-Dolomiti per il big del Nord Est

Esportare il modello del Trentino Alto-Adige per fare del Triveneto la Regione più smart d’Italia. Con un obiettivo di medio termine: creare un campione regionale del Nord Est, che mettendo in rete le attività di vendita delle varie multiutility locali consoliderà 2 milioni di clienti e un Ebitda superiore a 150 milioni. È questo, come anticipato da Radiocor, il piano per il riassetto di Ascopiave al quale stanno lavorando congiuntamente Alperia e Dolomiti Energia, operatori energetici leader rispettivamente in Alto Adige e in Trentino e controllati dalle amministrazioni locali. Una proposta dall’architettura “aperta” – sottolinea l’ad di Alperia, Johann Wohlfarter – anche ad altri operatori del Veneto, a partire da Aim Vicenza e Agsm Verona, il cui eventuale apporto, sarebbe importante per far sì che il nuovo soggetto «grazie a una scala competitiva, diventi la piattaforma per sviluppare in modo efficiente soluzioni smart integrate sul territorio». In altre parole, aggiunge il manager, «vogliamo costruire un operatore dinamico e vincente, superando i limiti delle attuali realtà locali ma senza imporre nulla: significa passare dalla dimensione provinciale a quella regionale per creare valore a favore di cittadini e azionisti». Tecnicamente come potrebbe essere strutturata l’operazione? Alcuni aspetti restano da definire, ma lo schema sul quale sta lavorando l’advisor Bnp, insieme a Wohlfarter e al direttore strategia Paolo Vanoni – prevede la costituzione di due newco. Una controllata da Alperia e Dolomiti (in cui accogliere eventualmente anche Vicenza e Verona), dove fare confluire i 700mila clienti Ascopave. Un’altra newco, invece, potrebbe essere dedicata alle nuove infrastrutture da realizzare nel Triveneto e dunque illuminazione pubblica, mobilità elettrica, fibra ottica super veloce, sistemi di sicurezza, internet of things, teleriscaldamento ed efficienza energetica. In questa società, Ascopiave potrebbe avere la maggioranza, investendo i proventi derivanti dalla vendita dei clienti – condicio sine qua non del riassetto gestito dagli advisor Rothschild e BonelliErede: certo, non punterebbe (come auspica) sulla rete gas ma comunque su un business dall’Ebitda altamente prevedibile e senza rischi di Antitrust. Negli ultimi due anni, in Veneto, Alperia ha già rilevato la Esco Bartucci e il 70% di Sum, società che faceva riferimento diretto alle Confindustrie territoriali. Ora, in tandem con Dolomiti Energia, tenta dunque la carta Ascopiave, un dossier su cui si stanno muovendo tutti i big del settore. Da A2A, che ha siglato una lettera d’intenti non vincolante proprio con Vicenza e Verona, a Edison per arrivare a Eni. Tutti soggetti che potrebbero avere una potenza di fuoco superiore a quella della cordata formata da Alperia e Dolomiti, che tuttavia «può mettere sul piatto un Dna vincente, in cui i clienti finali sono asset fondamentali e legati al territorio su cui fare ricadere tutti i benefici possibili, in termini di infrastrutture, digitalizzazione ed efficienza energetica», conclude Wohlfarter.

02/04/2019
RTI e requisiti di qualificazione in misura corrispondente alla quota dei lavori

L’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato ha affermato che costituisce causa di esclusione la mancanza del requisito di qualificazione in misura corrispondente alla quota dei lavori per cui si è impegnata una delle imprese facenti parte di un RTI, anche il requisito sia posseduto dal RTI nel suo complesso o da altra impresa costituente.

04/04/2019 – Brescia Oggi
A2A, l’ utile è da primato E alla Loggia 55 milioni

IL BILANCIO. I risultati economici approvati dal Cda sono i migliori dalla costituzione del gruppo avvenuta nel 2008
Dividendo in crescita del 21% sul 2017. I ricavi salgono da 5,8 miliardi di euro a quasi 6,5 Capra: «Calano i trasferimenti dallo Stato, ma la spa ci consente di garantire i servizi»
A2A festeggia un utile da record e a sorridere è anche il Comune di Brescia. Il Consiglio di amministrazione della multiutility, presieduto da Giovanni Valotti, ha approvato i risultati economici del 2018, certificando un anno positivo: l’ utile netto in crescita del 17% si attesta a 344 milioni di euro (contro i 293 milioni del 2017), il miglior risultato dalla costituzione del Gruppo A2A, nato nel 2008 con la fusione di Asm, Aem e Amsa. Il Cda ha anche proposto all’ assemblea degli azionisti un dividendo pari a 0,07 euro per azione, in crescita del 21% sul 2017: significa che il Comune di Brescia, che detiene 783 milioni di azioni (il 25% del capitale sociale, al pari del Comune di Milano) incasserà 54,82 milioni di euro. «È un risultato positivo per il Comune e per un’ azienda che continua a crescere in redditività – ha commentato Fabio Capra, assessore al Bilancio della Loggia -. Di fronte a un continuo calo di trasferimenti da parte dello Stato, i dividendi di A2A ci permettono di mantenere l’ alto livello di servizi della città». L’ esercizio 2018 ha portato ricavi per A2A per quasi 6 miliardi e mezzo, contro i 5 miliardi 800 milioni dell’ anno precedente. Il margine operativo lordo è cresciuto a un miliardo 231 milioni di euro, mentre il risultato operativo netto è in discesa a 588 milioni di euro, meno 122 milioni rispetto al 2017: la diminuzione è riconducibile alle maggiori svalutazioni di asset e avviamenti operate nell’ anno in corso (160 milioni di euro nel 2018, 34 milioni nel 2017), ma anche a nuovi investimenti. A2A ha destinato all’ innovazione 500 milioni di euro (+11%). Nel corso del 2018 la generazione di cassa, dopo il pagamento di dividendi per 180 milioni di euro degli investimenti, è stata pari a 235 milioni, riassorbita per 31 milioni di euro dagli effetti netti derivanti dalle variazioni di perimetro. La «business unit» che ha portato un maggiore margine operativo lordo è quella relativa a «Reti e calore», i cui ricavi si sono attestati a un miliardo 100 milioni di euro. Il settore ha anche assorbito più della metà degli investimenti del gruppo, che ha speso 275 milioni per la manutenzione, la creazione di nuove reti e per la distribuzione e la depurazione dell’ acqua (51 milioni) e per il teleriscaldamento (49 milioni di euro). «Generazione e trading» hanno portato un margine operativo lordo di 370 milioni, l’«Ambiente» di 268 milioni, con una crescita data dai maggiori ricavi da vendita diretta di energia, ma anche dalle maggiori quantità di rifiuti smaltite dagli impianti di termovalorizzazione. MANUEL VENTURI

04/04/2019 – Il Sole 24 Ore – Diritto 24
LEGANCE PER IL PROJECT FINANCE DEL NUOVO EOLICO DI FRI-EL E WEALTH VENTURE FUND

Milano, Legance – Avvocati Associati ha assistito UniCredit nelle attività di due diligence, strutturazione e documentazione del finanziamento su base project concesso a Golden Fri-El Colle Sannita S.r.l., società di scopo partecipata dai Gruppi Fri-El e Wealth Venture Fund (SICAR).

UniCredit, oltre ad aver svolto il ruolo di Structuring Mandated Lead Arranger e Hedging Bank dell’operazione, ha messo a disposizione del beneficiario un finanziamento di importo pari a circa 39 milioni di Euro per la realizzazione di un parco eolico sito nel Comune di Colle Sannita (BN), composto da 13 aerogeneratori per una capacità nominale complessiva di 28,6 MW, risultato in graduatoria utile tra gli eolici onshore per l’ottenimento della tariffa incentivante ad esito della procedura competitiva d’Asta al ribasso del GSE ai sensi dell’art. 12 del D.M. 23 giugno 2016 di cui al Bando del 20 agosto 2016.

Il team di Legance che ha prestato assistenza è stato guidato dal Partner Giovanni Scirocco e dall’Associate Giuseppe D’Amore che, nel suo ruolo di coordinatore e “project manager”, ha seguito personalmente tutti gli aspetti legati alla predisposizione e negoziazione della documentazione finanziaria, con la collaborazione dell’Associate Lucrezia Raco. Il Senior Counsel Ivano Saltarelli e gli Associate Isabella Gisonna, Raffaele Giannone e Lorenzo Tringali hanno curato gli aspetti di due diligence amministrativa, immobiliare e di progetto, mentre il Senior Counsel Francesco Di Bari è stato responsabile dei profili fiscali.
Le parti si sono, inoltre, avvalse dell’assistenza del Notaio Giovannella Condò, dello Studio Milano Notai, per il rogito degli atti notarili nonché per tutti gli ulteriori adempimenti preliminari e successivi alla stipula.

 

04/04/2019 – Corriere del Veneto
Il risiko del gas: Trento e Bolzano entrano nella partita Ascopiave

Alperia e Dolomiti Energia in campo, con un’ apertura anche ad Agsm e Aim
TREVISO Le due multiutility del Trentino Alto Adige, Dolomiti Energia (Trento) ed Alperia (Bolzano), entrano a pieno titolo nella partita per acquisire parte del business della trevigiana Ascopiave, una delle maggiori realtà del gas in Italia, che intende cedere un portafoglio di circa 700.000 clienti nel Nordest (mantenendo la proprietà della relativa infrastruttura di distribuzione). L’ operazione potrebbe essere aperta ad altri player nordestini del settore, come riferisce al Sole 24 Ore l’ Ad della bolzanina Alperia Johann Wohlfarter, con riferimento ad Agsm Verona e Aim Vicenza. Peccato che proprio queste ultime due società si siano già mosse sul dossier Ascopiave, in alleanza con la lombarda A2a. Alperia e Dolomiti Energia hanno già annunciato un accordo alla fine di gennaio: hanno costituito insieme Neogy, società attiva nel settore della mobilità elettrica. Adesso stanno studiando i dossier con cui Ascopiave intende vendere la maggioranza del suo pacchetto clienti, ponendola in una società-veicolo della durata di 6 anni, per poi vendere gradualmente l’ intero ammontare. L’ operazione potrebbe valere fino a 600 milioni di euro. In questa prospettiva Ascopiave manterrebbe il controllo delle infrastrutture, quindi investirebbe di più sulla distribuzione: al momento lavora con 230 tra città e centri minori, fornendo il gas metano per uso domestico a 1,5 milioni di persone. La partita ha destato l’ interesse di tutti i maggiori player del settore energia, da Enel a Edison, da A2a a Hera. Ascopiave ha chiesto di presentare offerte indicative entro metà aprile, per poi farle seguire da quelle vincolanti entro la fine di luglio. Il piano di Dolomiti Energia e Alperia punterebbe a mettere le rispettive clientele in una new.co, nella quale confluirebbero anche i clienti di Ascopiave. Nel medio periodo, stante la potenziale apertura anche ad altre realtà territoriali, tutte le attività di vendita del Nordest dovrebbero entrare in un unico veicolo da 2 milioni di clienti e un Ebitda superiore ai 150 milioni di euro, dati riportati dal Sole 24 Ore e confermati dalle due multiutility di Trento e Bolzano . Il piano nel dettaglio prevederebbe la costituzione di due new.co: quella dedicata per l’ appunto alla clientela retail, controllata da Alperia e Dolomiti Energia e aperta nel caso anche ad Agsm e Aim (che tra l’ altro da tempo stanno studiando una fusione fra loro) e comprendente i clienti ereditati da Ascopiave. L’ altra new.co dovrebbe essere dedicata a nuove infrastrutture da realizzarsi sempre nel Nordest, vale a dire illuminazione pubblica, mobilità elettrica (Neogy sarebbe un punto di partenza), fibra ottica super veloce, teleriscaldamento e così via. In quest’ altra società sarebbe invece la trevigiana Ascopiave ad avere la maggioranza, investendo i proventi della vendita del settore retail. Alperia ha chiuso il 2018 con 1,3 miliardi di ricavi, un Ebitda da 199 milioni e un utile netto di 44 milioni. Ha fatto segnare investimenti per 84 milioni e l’ indebitamento netto è di 388 milioni. Dolomiti Energia nel bilancio 2018 presenta 1,46 miliardi di ricavi, 216 milioni di Ebitda, un risultato di oltre 78 milioni e indebitamento di 336 milioni. E.O.

04/04/2019 – Il Giorno (ed. Sondrio)
Una città smart grazie alla Multiutility

Sondrio, incontro con amministratori locali e cittadini
– SONDRIO – INVESTIMENTI sul territorio e progetti per città smart nei piani della Multiutility del Nord, nata dall’ aggregazione di Aevv, Lrh Lecco, Acsm-Agam Como-Monza Brianza, Aspem Varese e A2a in qualità di partner industriale. Con l’ ambizione d’ essere più glocale, la nuova realtà «Acsm Agam» ha avuto, nel 2018, 284 milioni di ricavi delle vendite, più 99 milioni rispetto al precede esercizio, un margine operativo lordo di 51 milioni e 10,7 milioni di risultato netto. Soprattutto ha fatto investimenti per 31,8 milioni che nel 2019 diventano 90 e, in 5 anni, oltre 570 milioni. Una parte interesserà Valtellina e Valchiavenna. Lo conferma Francesco Conforti, l’ ad Reti Valtellina e Valchiavenna: «Con la nuova operazione manteniamo la struttura di Aevv, e al contempo, allarghiamo le spalle per interventi maggiori. Per le reti V gli investimenti previsti sono superiori del 30- 40% rispetto a quelli che facevo con Aevv». Si parla sempre più di illuminazione pubblica – smart city, come passaggi pedonali che alzano l’ illuminazione al passaggio del pedone, cestini intelligenti che segnalano quando sono pieni, smart healthcare: controllo a distanza per le persone fragili. Senza contare i presidi di sicurezza cittadina e il monitoraggio degli afflussi nelle diverse aree commerciali del centro storico (lo chiedevano i commercianti di Sondrio). Ancora i rilevamenti di umidità e la gestione in remoto dell’ irrigazione per i frutticoltori di Valle. Tutto questo e molto altro diventa semplice «quando esiste la rete infrastrutturale adeguata», spiega Giovanni Chighine. Così come a portata di mano è il teleriscaldamento. Esiste già un progetto su Grosio, per Sondrio, invece, «non serve pensare subito a una grande rete. La si può fare per episodi». C’ è poi tutta la partita dell’ efficienza energetica di edifici pubblici e privati. Molteplici sono i temi che Acsm Agam ha presentato ieri agli amministratori territoriali nella sede di Confindustria. «Stiamo lavorando con impegno per essere presenti nel gruppo, per capire opportunità e ricadute sul territorio – precisa il sindaco di Sondrio, Marco Scaramellini – Ho chiesto a presidente e Ad di non farmi rimpiangere Aevv, perché non ci sono solo i dividendi, ma la possibilità di collaborare su tutte queste tematiche importanti. La preoccupazione è proprio il collegamento tra società e territorio, anche se le distanze non sono così ampie. Il Comune ha solo il 3,3% di peso nella società, ma mi pare che l’ attenzione ci sia».

04/04/2019 – Il Mattino di Padova
L’ aggregazione premia il business energia Controllo pubblico su rifiuti e servizi idrici

La grande partita delle multiutility, le decisioni più importanti passano per il Nordest
l’ analisigiancarlo coròNelle ultime settimane il risiko delle utility di energia, acqua e ambiente si è rimesso in moto e questa volta le decisioni più importanti sembrano passare per il Nordest. Finora il Veneto è stata l’ unica grande regione del Nord Italia rimasta ai margini di quei processi di aggregazione industriale che, a partire dagli anni ’90, hanno portato alla creazione di Multiutility quotate. Sono emersi in particolare tre grandi poli: l’ emiliana Hera (oggi con oltre 6 miliardi di euro di fatturato), la lombarda A2A (5,8 miliardi) e Iren, fusione delle ex-municipalizzate di Liguria, Piemonte e dell’ area ovest dell’ Emilia (3,7 miliardi). Persino da Roma, grazie all’ alleanza pubblico-privato Acea, è cresciuto un progetto industriale che offre servizi di energia, gas e acqua in diverse aree del Centro Italia (2, 8 miliardi di fatturato). In Veneto il processo di quotazione in borsa delle Multiutility si era inizialmente basato su due operazioni: da un lato l’ aggregazione fra la padovana APS e la triestina Acegas, poi acquisite da Hera; dall’ altro la trevigiana Ascopiave, focalizzata sul business del gas, che oggi rimane l’ unica utility quotata con sede in Veneto, ma con un volume d’ affari che non arriva a un decimo di A2A. da ascopiave a veritasOra la trattativa per la fusione della vicentina Aim con la veronese Agsm ha riacceso i riflettori su possibili aggregazioni di industrie che, grazie a condizioni di quasi monopolio, risultano molto profittevoli. Le strategie che si confrontano sono almeno due. La prima è la costruzione di un polo veneto multiutility tra Ascopiave, Agsm, Aim, ma con possibili estensioni alla veneziana Veritas e magari anche altre imprese locali di servizi pubblici. La seconda è invece un’ aggregazione nell’ asse lombardo-veneto con A2A, che potrebbe includere anche la trentina Dolomiti energia e l’ altoatesina Alperia, con l’ obiettivo di formare il maggiore gruppo Multiutility italiano. Queste strategie sollevano tuttavia alcune perplessità. Anzitutto il confronto avviene in un clima politico poco favorevole alle liberalizzazioni, dunque con scarsa attenzione al valore industriale delle aggregazioni e, di conseguenza, ai ritorni di efficienza, innovazione, qualità dei servizi per i cittadini e l’ economia locale. In realtà, le utility sono davanti a una trasformazione tecnologica e di mercato destinata a modificarne profondamente i caratteri. quei rischi azionariCosa ne sarà dei ricavi da bolletta quando una parte consistente degli edifici diventeranno produttori invece che consumatori di energia? Come deve cambiare il modello di business di queste imprese per favorire l’ evoluzione green di quartieri e città? Inoltre, ha ancora senso tenere assieme business molto diversi come energia e gas da un lato, rifiuti e servizi idrici dall’ altro? A ben vedere, mentre i servizi energetici godono di rilevanti economie di scala e possono essere lasciati a logiche di mercato, i servizi ambientali mantengono un forte rapporto con il territorio e richiedono un coinvolgimento attivo delle comunità locali. Difficile immaginare il successo nella raccolta differenziata di Contarina nel Trevigiano all’ interno di un grande gruppo focalizzato sui mercati energetici e i corsi azionari. Meglio allora che il business energetico segua la strada delle aggregazioni, anche in chiave europea, lasciando che gli utili siano re-investiti in progetti di innovazione tecnologica a beneficio delle città e dell’ economia. La gestione rifiuti e il servizio idrico potrebbero invece procedere attraverso alleanze locali mirate, rimanendo sotto diretto controllo pubblico.cda e bruttee abitudniIn entrambi i casi ci sono due brutte abitudini che la politica dovrebbe abbandonare. La prima è considerare le imprese di pubblica utilità come vacche da mungere attraverso gestioni opache e tariffazioni inique, che sottraggono gli utili a investimenti produttivi e a innovazioni utili per l’ economia. La seconda è ritenere che l’ unica forma di controllo pubblico si eserciti con la gestione diretta e le nomine nei CdA, senza alcuna attenzione all’ attività di regolazione, controllo, informazione, difesa degli utenti. Insomma, meno nomine nei CdA e più attenzione alla domanda dei cittadini. È chiedere troppo? — BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI.

04/04/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Dl Sblocca cantieri, Ferrovie e Anas: le prime opere pronte per i commissari

Giorgio Santilli

Una cinquantina di lavori nelle liste date al governo. «Accelerati» 3-4 miliardi

Saranno una cinquantina le opere ferroviarie e stradali che dovrebbero rientrare nel «piano di accelerazione» di Anas e Rfi (Fs) previsto dal decreto legge sblocca-cantieri, con i commissari a velocizzare progetti, autorizzazioni, gare e lavori. In tutto le due società pensano di accelerare opere per 3-4 miliardi considerando il triennio e i vari stadi di appalto: dalle gare all’avvio dei lavori alla produzione dei cantieri. Negli elenchi consegnati al governo opere grandi e piccole, non solo tratte ad Alta velocità o autostrade, ma anche piani di manutenzione ordinari e straordinari, interventi di potenziamento tecnologico, raccordi stradali e bretelle, ammodernamenti di linee ferroviarie, scavalchi. Per le strade si va dal completamento della Sassari-Olbia alla variante da Colonno a Griante in Lombardia, dall’adeguamento autostradale del raccordo Salerno-Avellino ai lavori sulla E78 fra Selcia Lama e Santo Stefano di Gaifa, dal collegamento A4-A26 fra Santhià-Biella-Gattinara e località Ghemme, dal completamento della tangenziale di Gela ai lavori di adeguamento sulla statale Adriatica nel tratto San Severo-Foggia, fino alla variante alla SS80 Terma-Mare dalla A14 (Mosciano S.Angelo) alla SS16 (Giulianova).La lista delle opere ferroviarie presentate da Rfi comprenderebbe una trentina di interventi.
Anche qui senza distinzione fra grandi e piccole opere e interventi di manutenzione. Fra le opere medio-grandi sulla rete tradizionale c’è il raddoppio della Codogno-Cremona-Mantova, il potenziamento della Lamezia-Catanzaro (dorsale ionica), il potenziamento della Orte-Falconara. Per l’Alta velocità restano in pole position la Brescia-Padova e il Terzo valico per cui è previsto entro il 2019 l’affidamento del sesto lotto. Le due società hanno già consegnato la lista delle opere che dovrebbero essere soggette a commissariamento. Non è chiaro, per altro, ancora, se il commissario sarà unico per Fs-Rfi e unico per Anas oppure se ci saranno più commissari. La prima ipotesi si è fatta strada e sembra ora prevalente, sostenuta con convinzione anche dai costruttori dell’Ance, ma non è ancora chiaro. Quel che è chiaro, almeno a leggere le ultime bozze del decreto legge, è che i commissari avranno poteri di deroga molto ampi rispetto alla legislazione ordinaria. Anche in deroga al codice appalti: il che significa che oltre ad accelerare i percorsi autorizzativi, almeno sulla carta i commissari potranno derogare anche le regole sugli affidamenti dei lavori.Il calcolo delle accelerazioni di Rfi è sintetico: la società conta di incrementare la spesa per investimenti sull’infrastruttura ferroviaria nazionale da 25 miliardi a 27 nel periodo 2019-2023.Più articolato il ragionamento dei piani Anas per la manutenzione programmata: l’accelerazione per il 2019 sarà di 1,1 miliardi in termini di gare, di 500 milioni di lavori e di 150 milioni di produzione. Nel biennio ulteriori accelerazioni per 900 milioni di gare, 800 milioni di avvio lavori, 300 milioni di produzione.
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04/04/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Ferrovie, appalti a ditte della camorra: tre dirigenti di Rfi sotto inchiesta

I.Cimm.

L’azienda annuncia «azioni a propria tutela»

Una decina di appalti manipolati in favore di imprenditori legati alla camorra. L’ipotesi della Direzione distrettuale antimafia di Napoli ha portato i carabinieri nelle sedi di Roma di Rfi, la Rete ferroviaria italiana, che annuncia «azioni a propria tutela». Perché nel registro degli indagati risultano tre alti dirigenti dell’azienda controllata dalla holding Ferrovie dello Stato. Si tratta di Massimo Iorani, a capo della Direzione acquisti, Paolo Grassi e Giuseppe Russo, del Dipartimento Trasporti a Napoli. L’inchiesta, che conta oltre dieci indagati, ruota attorno alle figure di Nicola e Vincenzo Schiavone, imprenditori molto vicini al clan dei Casalesi, in particolare al boss “Sandokan” Schiavone. Ai dirigenti finiti nell’inchiesta, che lo avrebbero agevolato, Nicola Schiavone, avrebbe dato una grossa mano per fare carriera all’interno di Rfi (circostanza su cui sono in corso ulteriori accertamenti). Sotto indagine ci sono una decina di appalti che, secondo i pubblici ministeri della Dda, sarebbero stati assegnati con la corruzione.

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04/04/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Napoli-Bari, è guerra sul maxi-lotto riassegnato a Pizzarotti: diffida a Rfi e lettera a Cantone

Massimo Frontera

Consorzio Medil e Icm (mandanti della cordata guidata da Cmc) intimano a Rfi di ripristinare la graduatoria precedente. Maxi-contenzioso in vista

Al via le schermaglie legali che annunciano un maxi-contenzioso sul lotto Frasso Telesino-Telese da 269 milioni della Napoli-Bari. Lotto che – a sorpresa – pochi giorni fa, Rfi ha aggiudicato alla cordata guidata da Pizzarotti (con Ghella, Itinera, Salcef, Eds Infrastrutture), dopo aver ridefinito (per la terza volta) i punteggi della precedente graduatoria che vedeva al primo posto la cordata guidata da Cmc con Consorzio Medil e Icm Spa in qualità di mandanti.
La decisione di ridefinire la graduatoria è stata presa venerdì 29 marzo da Rfi. Lunedì primo aprile le imprese che si sono viste sfuggire l’appalto di mano hanno immediatamente reagito. Le mandanti Consorzio Medil e Icm (ma non la mandataria Cmc) hanno firmato una diffida a Rfi per revocare l’aggiudicazione definitiva a favore della cordata guidata da Pizzarotti. In sostanza si chiede di ripristinare la graduatoria ante 29 marzo. Contestualmente, i due operatori – Consorzio Medil e Icm – hanno scritto anche all’Anac di Raffaele Cantone per segnalare la vicenda «in ordine – si legge nel testo della segnalazione spedita all’Anticorruzione – alla grave sostanziale modifica del punteggio incredibilmente registrata nell’ultima seduta di gara». Sempre rivolgendosi a Cantone, le imprese aggiungono che «la oggettiva gravità della vicenda pone le basi di inevitabile stallo anche per tale importantissima opera pubblica necessaria al Paese».
Colpo di scena: nuova graduatoria e aggiudicazione a Pizzarotti
Vale la pena di riassumere brevemente l’ultima tappa della vicenda, limitatamente agli operatori più direttamente interessati. La graduatoria stilata (per la seconda volta) dalla commissione di gara lo scorso dicembre vedeva al primo posto la cordata guidata da Cmc (con Medil e Icm), al secondo posto la cordata da Impregilo (con Astaldi, tra gli altri) e al terzo posto al cordata guidata da Pizzarotti (con Ghella e Itinera, tra gli altri). Proprio quest’ultima cordata segnala a Rfi un punto dei documenti di gara in cui si esclude il riconoscimento di un punteggio premiale nell’offerta tecnica che prevede l’avvalimento.
Il nodo della questione: il progettista in avvalimento
A seguito della segnalazione, la commissione decide di ridefinire la graduatoria, alla luce del fatto che – diversamente dalla cordata di Pizzarotti – sia la cordata di Impregilo, sia quella di Cmc, prevedono un contratto di avvalimento con società di progettazione (va ricordato che l’intero potenziamento della rete ferroviaria Napoli-Bari prevede maxi-appalti integrati). Il risultato del nuovo conteggio rimescola la classifica: Pizzarotti balza dalla terza alla prima posizione, Cmc scivola dal primo al secondo posto, mentre Impregilo passa dal secondo al terzo posto.
La contestazione (che prelude ai ricorsi al Tar)
Nella diffida inviata a Rfi, Consorzio Medil e Icm contestano la decisione della commissione con due argomenti. Il primo è che nel caso dell’avvalimento del progettista, è quest’ultimo che realizza e firma il progetto, come peraltro richiesto da Rfi nei documenti di gara (pena la revoca del contratto). In altre parole, si afferma che il rapporto contrattuale con il progettista in avvalimento non è sostanzialmente diverso dal rapporto contrattuale con il progettista in Ati.
Il secondo argomento riguarda una diversa decisione presa da Rfi in un caso analogo, e relativo proprio a un lotto della Napoli-Bari. Più precisamente, relativamente a quest’altra gara di Rfi, si cita la risposta del Rup al quesito di un concorrente proprio il caso del punteggio premiale per l’operatore “ausiliato” da un progettista. Rispondendo al quesito, il Rup ha chiarito che l’avvalimento del progettista rappresenta una eccezione al mancato riconoscimento del punteggio premiale in caso di avvalimento, confermando il punteggio premiale. In altre parole, la diffida di Medil e Icm evidenzia – segnalandolo anche all’Anac – che la stessa stazione appaltante, relativamente a un lotto della stessa opera e su una situazione indentica, ha preso due decisioni opposte.
Tutti contro tutti, in arrivo il maxi-contenzioso
Sembra abbastanza chiaro che, qualsiasi decisione prenda Rfi, a questo punto la gara del maxi-lotto Frasso Telesino-Telese avrà strascichi giudiziari. Ad avvalorare la previsione è il fatto che, immediatamente dopo la modifica della graduatoria da parte di Rfi, si sono mosse le altre due cordate coinvolte. A «Edilizia e Territorio» risulta infatti che sia Cmc (ora seconda classificata), sia Salini Impregilo (terza classificata), abbiano formalizzato la richiesta di accesso agli atti. Siamo cioè nell’anticamera di un ricorso al Tar. Appare inoltre facilmente prevedibile che se l’aggiudicazione dovesse essere effettivamente impugnata di fronte al Tar – sia di Cmc, sia di Salini Impregilo – scatterebbe al difesa di Pizzarotti. In altre parole, si apre uno scenario di “tutti contro tutti” in cui l’unica certezza è l’allontanamento dei cantieri della Napoli-Bari. © RIPRODUZIONE RISERVATA

04/04/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Salini Impregilo, slitta a maggio l’offerta per Astaldi

R.F.

Slitta al 20 maggio la scadenza inizialmente fissata al 31 marzo per l’offerta originaria relativa al dossier Astaldi

Salini Impregilo chiede più tempo per presentare il piano definitivo per il salvataggio di Astaldi e nel frattempo rileva la maggioranza di Cossi Costruzioni. Nel dettaglio il gruppo di costruzioni, ieri ben comprato in Borsa con le azioni in rialzo dell’1,16%, ha fatto slittare al 20 maggio la scadenza inizialmente fissata al 31 marzo per l’offerta originaria relativa al dossier Astaldi. Tale data era stata decisa come limite per raggiungere un accordo con le banche creditrici. Nello stesso tempo e in attesa che il quadro Astaldi si delinei in modo certo, Salini Impregilo ha annunciato la chiusura dell’acquisizione della maggioranza di Cossi Costruzioni da Società Italiana per Condotte d’Acqua, oggi in amministrazione straordinaria. L’accordo prevede che Salini Impregilo arrivi a detenere il 63,5% dell’azienda, che manterrà nel libro soci la famiglia Cossi e la Popolare di Sondrio, entrambe col 18,25%. L’operazione prevede la ricapitalizzazione della società valtellinese da parte delle banche attraverso la rinuncia alla maggior parte dei propri crediti, per un valore di 24 milioni, a cui si aggiunge un prestito di 12 milioni da parte di Salini Impregilo per mettere in sicurezza le operazioni correnti e finanziare temporaneamente il capitale circolante netto.

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04/04/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Crisi Condotte, «ultimatum» della Provincia di Bolzano sul polo bibliotecario da 60 mln

Massimo Frontera

Annunciato l’invio di una «lettera-ultimatum» ai commissari dell’impresa per avere gli aggiornamenti richiesti sul progetto

La difficile situazione di Condotte d’Acqua fa innervosire la Provincia di Bolzano, dove l’impresa romana ha acquisito due consistenti appalti: il nuovo carcere (in costruzione e gestione) e il polo bibliotecario da realizzare nel capoluogo altoatesino attraverso una riorganizzazione degli immobili. In particolare su quest’ultimo intervento la Provincia ha investito quasi 60 milioni di euro (inclusi gli arredi). L’appalto è stato aggiudicato in via definitiva e l’intervento ha già un progetto. L’incertezza sul futuro della storica impresa – in amministrazione straordinaria – non è gradita alla stazione appaltante che ha deciso di fissare dei termini al prosieguo della procedura, mandando un messaggio forte e chiaro agli amministratori dell’impresa in crisi.
Il futuro del Polo bibliotecario è stato al centro di una riunione tra i rappresentanti della Provincia e del Comune di Bolzano: presenti il vicepresidente Giuliano Vettorato, l’assessore al patrimonio Massimo Bessone, il segretario generale Eros Magnago, e, per il Comune, l‘assessore alla cultura Juri Andriollo. «Stiamo per inviare – ha detto il segretario generale – una lettera-ultimatum per avere in tempi molto stretti dai tre commissari straordinari le date entro cui Condotte sarà in grado di presentare il progetto con le nuove integrazioni richieste». Più sibillino l’assessore al patrimonio Bessone, secondo cui la Provincia sta seguendo una strada obbligata «poiché fino a quando l’impresa rispetterà i tempi previsti dal capitolato non possiamo fare nulla di diverso». «Per quanto riguarda il progetto – ha aggiunto – vi è piena unità di intenti con il Comune, ma a questo punto bisogna solo attendere gli sviluppi».
Per quanto riguarda le sorti dell’impresa romana, tutta l’attenzione è rivolta al Mise da cui si attende l’approvazione del piano di rilancio. Approvazione che, fonti di Condotte assicurano essere «imminente».

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04/04/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Edifici in zone sismiche, impresa sempre responsabile della mancata autorizzazione

Andrea Magagnoli

I giudici della Cassazione: il titolo è necessario per tutte le opere in zone sismiche, a prescindere dallo loro entità

La corte di cassazione con sentenza n.58313/2018 depositata il giorno 27/12/2018 pone un principio di diritto specifico per il quale nel caso in cui non sia stata ottenuta l’autorizzazione da parte dell’amministrazione, chi realizza un opera in zona sismica sia sempre penalmente responsabile per i reati previsti nelle leggi che riguardano tali settori del territorio.
Il caso di specie trae origine dalla condanna di un cittadino al pagamento della somma di euro 500 e alla demolizione del manufatto abusivo a seguito dell’applicazione di reati edilizi.
In particolare la condanna derivava dall’edificazione su di un terrazzo presente in un immobile di una costruzione eretta da alcuni pilastri. Il costruttore ricorreva per cassazione con due diversi motivi il primo relativo al modesto carattere dell’opera, il secondo invece al carattere della zona ove era stata eseguita la costruzione che non presentava il carattere della sismicità.
In particolare deduceva come il carattere modesto dell’opera faceva sì che non potessero essere applicate al caso di specie le norme, che l’ordinamento riservava a ben altri manufatti di dimensioni molto maggiori. Sul secondo motivo invece nella linea difensiva veniva osservato, come l’opera dalla quale aveva avuto origine il procedimento, fosse stata compiuta in una zona che non presentava il carattere di zona sismica, ma più semplicemente di settore territoriale ordinario, con la conseguenza che poteva essere esclusa l’applicazione della normativa speciale riservata solo a primi tipi di fasce del territorio. Infatti rappresentava ancora il costruttore condannato, come non fosse emersa alcuna prova del carattere di zona sismica nel corso del procedimento così da potere ritenere liberamente edificabile ogni costruzione. I giudici della corte suprema nella sentenza qui in commento esaminano la posizione del costruttore condannato, prendendo posizione su due delicate questioni piuttosto dibattute. Circa la prima delle questioni viene osservato come ad essere oggetto delle autorizzazioni amministrative, siano tutte le opere realizzate in zone sismiche indipendentemente dallo loro entità. Si tratta di una posizione piuttosto rigorosa diretta a garantire la massima efficacia delle norme, che prevedono particolari cautele nel caso di attività realizzate in zone connotate dalla loro sismicità.
I magistrati della corte suprema passano nella loro motivazione all’ esame del secondo motivo di ricorso, relativo al carattere della zona ove erano state realizzate le opere in difetto d’ autorizzazione. Sul punto, osservano i giudici come il carattere di sismicità di una zona viene individuato da apposite norme di carattere locale o nazionale che indicano con precisione quali siano le zone differenziate da quelle ordinarie nelle quali è applicabile la normativa speciale. Tali norme che debbono essere comunque conosciute dal giudice ed automaticamente applicate in quanto facenti parte dell’ordinamento giuridico, nel caso in cui vengano contestati i reati edilizi previsti per la realizzazione di opere compiuta in assenza di apposita autorizzazione. Pertanto la prova del carattere di zona sismica è del tutto superflua posto che è sufficiente un esame della normativa che individua specificamente ogni zona e che deve essere conosciuta da parte del giudice. Il ricorso viene pertanto rigettato in quanto ritenuto infondato.

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