Rassegna stampa 01 aprile 2019

30/03/2019 – Alto Adige
Alperia, ricavi in crescita Si attestano a 1,3 miliardi

Esercizio 2018. Utile netto consolidato aumentato: oggi è pari a circa 44 milioni di euro Ebitda sale a 199 milioni di euro. Ben 84 milioni di investimenti. Indebitamento in calo
davide pasquali bolzano. Gruppo Alperia, approvati i risultati in netta crescita: ricavi complessivi in aumento pari a circa 1,3 miliardi di euro (nel 2017 erano 1,1 miliardi di euro); Ebitda in aumento a 199 milioni di euro (nel 2017 erano circa 150 milioni di euro); utile netto consolidato in deciso aumento pari a circa 44 milioni (nel 2017 erano 2 milioni di euro); oltre 84 milioni di investimenti (nel 2017 erano 62 milioni di euro); indebitamento sceso sensibilmente a 388 milioni di euro (erano 422 alla fine dell’ anno 2017). Il consiglio di gestione di Alperia SpA ha esaminato e approvato i dati relativi all’ esercizio 2018 della società e del gruppo. Ricavi complessiviI ricavi complessivi di gruppo si sono attestati a 1,272 miliardi di euro, in notevole aumento rispetto all’ anno scorso (+148,7 milioni) e sono stati influenzati da una annata favorevole da un punto di vista sia degli apporti idrici che dei prezzi sui mercati dell’ energia; il prezzo medio registrato presso la Borsa elettrica è stato pari ad oltre 61 euro/MWh, in aumento del 13,6% rispetto al 2017.EbitdaL’ Ebitda di gruppo è risultato pari a 199,3 milioni di euro contro 149,9 milioni del 2017; il confronto tra i due anni non è tuttavia omogeneo in quanto beneficia del cambio del perimetro di consolidamento e della classificazione tra le discontinuing operations di alcune società. Utile netto L’ utile netto consolidato, pari a 43,7 milioni di euro, è stato particolarmente positivo mentre il 2017 si era chiuso con un risultato positivo di 1,9 milioni, che è stato fortemente influenzato da una rettifica su alcuni asset di generazione idroelettrica pari a circa 23 milioni (effetto netto).Gli investimentiIn notevole aumento sono risultati anche gli investimenti effettuati nel 2018 pari a circa 84 milioni di euro (nel 2017 erano risultati pari a 62 milioni di euro), in particolare nella distribuzione di energia elettrica per rafforzare la qualità e la continuità del servizio e nella generazione per l’ ammodernamento delle centrali idroelettriche. L’ indebitamento finanziario netto è in ulteriore consistente calo rispetto al 2017, attestandosi – a fine 2018 – a 388 milioni di euro (era 422 milioni di euro al 31 dicembre 2017), evidenziando la positiva capacità del gruppo nella generazione di cassa anche al netto dei benefici derivanti dalla classificazione nelle discontinuing operations di alcune società del gruppo.Il rapporto Pfn/EbitdaÈ sceso da 2,8x (2017) a poco meno di 2,0x (2018) e consente un’ ottima flessibilità finanziaria per le scelte di investimento future del gruppo. Proposta di dividendi. Alperia Spa, ecco la proposta di dividendi da parte del consiglio di gestione: il consiglio di gestione ha proposto la distribuzione ai soci di 24,0 milioni di euro a titolo di dividendi riferiti all’ esercizio 2018 (+ 3,0 milioni rispetto ai dividendi deliberati l’ anno scorso), l’ accantonamento di circa 1,4 milioni di euro alla riserva legale (come previsto dalla vigente normativa) e il riporto a nuovo dei restanti circa 1,8 milioni. I commentiIl presidente del consiglio di gestione Wolfram Sparber dichiara: “Il gruppo ha confermato il proprio ruolo di attore primario a supporto dello sviluppo provinciale generando un valore aggiunto a beneficio dell’ Alto Adige di circa 222 milioni di euro (in netto aumento rispetto a quello 2017 pari a circa 180 milioni), sotto forma, tra l’ altro, di imposte e tasse versate, di stipendi al personale dipendente (991 unità), di beni, servizi e lavori a fornitori locali, di canoni e sovracanoni sull’ utilizzo delle acque pubbliche, di oneri per interventi ambientali, di sponsorizzazioni”.

29/03/2019 11.00 – Mondo Utilities

Acqualatina è tra le prime aziende italiane a ottenere la certificazione UNI ISO 37001:2016, standard internazionale sui sistemi di gestione anticorruzione

Il Presidente Lauriola: «Questo traguardo, per noi, non è la conclusione, ma l’inizio di un percorso di ancora maggior impegno verso la tutela della legalità e della trasparenza.»

Nei giorni scorsi, Acqualatina S.p.A. ha ottenuto la certificazione UNI ISO 37001:2016, standard internazionale sui sistemi di gestione anticorruzione, ponendosi tra le prime aziende italiane a ottenere questo prestigioso riconoscimento.

La certificazione è stata rilasciata dall’organismo indipendente RINA, leader italiano nella valutazione della conformità.

«Sono lieto e orgoglioso di questo nuovo importante traguardo.» Afferma il Presidente di Acqualatina, Michele Lauriola. «Si tratta di un passo importante nel percorso di continuo miglioramento del sistema di gestione aziendale, uno strumento fondamentale che permette di rafforzare la cultura della legalità e di preservare l’integrità societaria da condotte inappropriate. Sin dalla mia nomina come Presidente, mi sono subito attivato per rafforzare questo delicato aspetto del nostro lavoro, collaborando con la Prefettura di Latina e con altri organi dello Stato.»

Dal 2017, infatti, Acqualatina ha avviato ufficialmente un percorso attivo di lotta agli illeciti, con la firma del “Protocollo di Legalità in materia di appalti pubblici”, che sancisce l’irrobustimento delle misure aziendali per la lotta all’illegalità e il rafforzamento della collaborazione tra Acqualatina e la Prefettura di Latina.

Gli standard definiti dalla UNI ISO 37001 e adottati da Acqualatina, ora, prevedono ulteriori stringenti controlli volti a prevenire e contrastare ogni atto illecito, nonché azioni correttive e di miglioramento continuo che si sviluppano attraverso un sistema di gestione e attraverso l’adozione di scrupolosi processi di lavoro.

Il Presidente Lauriola: «Questo traguardo, per noi, non è la conclusione, ma l’inizio di un percorso di ancora maggior impegno verso la tutela della legalità e della trasparenza.»

Questa certificazione si va ad aggiungere a quelle già ottenute in passato dalla Società e che hanno interessato la qualità dei processi, la tutela ambientale, il risparmio energetico, la sicurezza sul lavoro e la qualità dei laboratori di analisi.

 

 30/03/2019 – La Cronaca di Verona e del Veneto
INFRASTRUTTURE IDRICHE, COME FINANZIARE

CONVEGNO DI CONFESERCENTI VENETO E DEGLI INGEGNERI
I lavori hanno analizzato le opportunità della ripartizione prevista dal fondo di 35 miliardi
Le possibilità di potenziamento delle infrastrutture idriche, dei trasporti e della mobilità è stato il tema del convegno che si è tenuto nella mattinata odierna a Veronamercato, organizzato da Confservizi Veneto assieme all’ Ordine degli Ingegneri di Verona e con il contributo di Lorenzo Lo Preiato Financial Advisor Allianz Bank Private e di WET Water Energy Team. I lavori hanno analizzato i vari aspetti e le opportunità della ripartizione prevista dal fondo di 35,53 miliardi di euro destinati al finanziamento degli investimenti e per lo sviluppo infrastrutturale del Paese, prevista dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri pubblicato Sulla Gazzetta ufficiale n. 28 del 2 febbraio 2019. Il fondo è ripartito tra diversi ministeri in un arco temporale di 16 anni, compresi tra il 2018 e il 2033. Le risorse saranno ripartite tra dodici settori di spesa, tra i quali i tre oggetto dell’ incontro: infrastrutture, anche relative alla rete idrica e alle opere di collettamento, fogna tura e depurazione; trasporti e viabilità; mobilità sostenibile e sicurezza stradale. La mattinata si è aperta con i saluti del presidente di Confservizi Veneto Massimo Bettarello, dell’ assessore del Comune di Verona Fran cesca Toffali e del rappresentante dell’ Or dine degli Ingegneri di Verona Vittorio Bertani. Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri è stato illustrato dall’ ingegner Agostino Avanzi, di Beta Studio, che, in particolare, ha evidenziato lo stato attuale del servizio idrico integrato rispetto ai livelli minimi e agli obiettivi fissati dall’ Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) e alle valutazioni e sanzioni dell’ Un ione Europea, per poi entrare nel dettaglio del riparto e delle linee guida per la richiesta dei finanziamenti: dall’ individuazione del progetto agli obiettivi, dallo studio preliminare all’ analisi costi e benefici, dall’ audit tecnico e finanziario al piano strategico d’ intervento, sino alle procedure di attivazione e alla definizione del modello finanziario. Le modalità di finanziamento bancario sono state approfondite da Lorenzo Lo Preiato, Financial Advisor Allianz Bank Private, assieme agli avvocati Marco Cerritelli e Benedetto La Russa dello studio Studio Chiomenti Roma, mentre le opportunità insite in un utilizzo efficiente dei fondi e i diversi strumenti e modalità di finanziamento messe a disposizione dall’ Unione Europea sono state prese in esame dal professor Antonio Rigon amministratore delegato di Sinloc. Successivamente, il professor Lucia no Greco di Scienze delle Finanze dell’ Università di Padova ha evidenziato il rap porto tra i costi e i benefici degli investimenti pubblici, il professor Paolo Battistoni dell’ Università Politecnica delle Marche e della società Ingegneria e Ambiente ha trattato delle tecnologie di efficientamento del processo di depurazione e l’ ingegner Alessandro Giuricin di WET Water Energy Team ha portato il contributo di modalità applicative derivanti da caso di studio. Al termine dei lavori si è svolta l’ Assemblea di Confservizi Veneto riservata agli associati.

29/03/2019 12.03 – Quotidiano Enti Locali e Pa

Supercedola da 2,46 miliardi al Mef dalle grandi partecipate

L’Italia è entrata in recessione da fine 2018, dopo la chiusura di due trimestri consecutivi con una flessione del Pil. Eppure, nonostante gli allarmi degli associazioni imprenditoriali sulla situazione di stallo dell’economia nazionale, c’è un universo che continua a crescere e a elargire dividendi in aumento ai prorio azionisti. Sono le grandi società a partecipazione pubblica, quotate e non quotate, come Cassa depositi e prestiti (che raccoglie sotto il suo controllo Snam, Terna, il 25,76% di Eni, il 35% di Poste, Fincantieri, il 12% di Snam, Italgas), Ferrovie dello Stato, Enel (di cui lo Stato possiede il 23,6%), Eni (4,34% la quota del Mef), Enav (53,73% la quota pubblica), Poste controllata dal Mef con il 29,26 del capitale, Leonardo (partecipata al 30,2% dallo Stato). Queste società hanno appena approvato i risultati relativi al 2018 e hanno annunciato la distribuzione dei dividendi: quest’anno al ministero dell’Economia da queste aziende arriverà una cedola complessiva da 2,46 miliardi, in aumento del 10% rispetto allo scorso anno (2,19 miliardi). Tutte le società hanno presentato risultati in miglioramento, alcune addirittura numeri record. Hanno inoltre confermato i target di crescita per il 2019 con una previsione nella gran parte dei casi di un aumento della remunerazioni per gli azionisti. In buona sostanza, della crisi che ha attanagliato il paese nelle grandi spa a controllo pubblico non c’è traccia. La cedola maggiore arriverà, come ogni anno, dalla Cdp alla quale confluiscono anche i dividendi di molte partecipazioni pubbliche. La società guidata da Fabrizio Palermo ha annunciato un utile netto di 2,5 miliardi, in aumento del 15% rispetto all’esercizio precedente. Per il calcolo della cedola, la cui distribuzione verrà proposta in occasione dell’assemblea, va tenuto presente il fatto che lo scorso anno il Mef (azionista di Cdp con l’82,77% del capitale)?e le fondazioni bancarie hanno aumentato il payout (la quota dell’utile da distribuire come dividendo)?dal 59 al 61,05%: se, come probabile, la percentuale resterà immutata la cedola per il socio pubblico sarà pari a 1,265 miliardi. Il secondo contributore per consistenza dell’assegno è l’Enel, che quest’anno riconoscerà al Mef una cedola di 671 milioni (contro 568 milioni con aumento del 18%). I numeri della società sono in costante crescita, anche se va notato che all’aumento del risultato netto (+9,5% a 4 miliardi) ha contribuito in modo consistente la riduzione degli oneri finanziari, in particolare quelli sui contratti derivati (per 1,2 miliardi). La peculiarità che in questi giorni caratterizza Enel, ma anche Poste ed Enav, è il fatto che anche le quotazioni in Borsa sono ai massimi, a livelli di prezzo che non si erano mai visti negli anni precedenti. La corsa di Enav è giustificata dalla forte crescita del traffico aereo registrato in Italia e che non ha tassi analoghi in altri paesi europei: la società ha segnato una crescita dell’utile netto del 12,7% (114 milioni) con una cedola per il Mef di 58 milioni. Ferrovie dello Stato ha annunciato numeri record, anche se in verità al miglioramento ha contribuito in modo significativo il consolidamento in bilancio di Anas. Anche perchè, come ammesso nella relazione finanziaria, la società ha risentito di un aumento dei costi per circa 200 milioni, in buona parte riconducibili al costo dell’energia elettrica per il venir meno di benefici tariffari avuti nel biennio precedente. Il risultato ante imposte è peggiore del 2017 (617 milioni contro 618 milioni del precedente esercizio); il risultato netto è migliore invece dell’1,3% (559 milioni contro 552, in virtù di minori imposte per 7 milioni). Alla luce di tutto ciò è presumibile (ma questo lo deciderà l’assemblea) che il dividendo resterà invariato attorno a 150 milioni. Poste Italiane ha annunciato un utile netto record da 1,399 miliardi grazie anche all’effetto positivo di tasse differite per 385 milioni: il dividendo è in aumento del 5%, con una cedola riconosciuta al Mef di 168 milioni. Anche Eni ha approvato numeri in crescita nonostante la fase complessa legate alle quotazioni del petrolio: l’utile netto si attesa a 4,126 miliardi (+3%) e il dividendo per il ministero dell’Economia sale a 131 milioni. Leonardo ha approvato numeri in miglioramento, anche se l’esplosione dell’utile netto (+83% a 509 milioni) ha beneficiato del rilascio di parte del fondo stanziato a fronte delle garanzie prestate in occasione della cessione della partecipazione in Ansaldo Energia. La cedola resterà uguale a quella dello scorso anno; all’azionista pubblico andrà un assegno da 24 milioni di euro. Per 5 di queste società l’esercizio in corso sarà cruciale: e questo perchè il board e il relativo management scadranno nella primavera 2020 proprio con l’approvazione del bilancio 2019. È altamente probabile che per allora i risultati non potranno che essere brillanti, perchè contribuiranno alla contesa per la conferma al vertice o per la nomina al vertice di qualche altra società.

01/04/2019 – Corriere della Sera – Economia

Non se ne parla ma semplificare è la vera riforma

Il governo è impegnato da qualche settimana, se non mesi, nella riforma del Codice degli appalti. All’ interno dell’ esecutivo c’ è, giustamente, chi pensa che basti copiare. Copiare quello che hanno fatto altri Paesi membri. Come Germania e Gran Bretagna. Quest’ ultima, pur impegnata in una difficile trattativa per dividere la propria strada dall’ Ue, ha preso la direttiva varata dalla Commissione di Bruxelles e l’ ha applicata senza modifiche. Simile strada ha seguito Berlino. L’ Italia, dopo aver promulgato una cervellotica normativa in materia di appalti, non riesce a uscirne. È uno dei tanti esempi di come nel nostro Paese non si comprenda che la competitività non è questione aziendale, o perlomeno non solo. Anzi, le imprese per capacità di concorrere e competere con i loro pari nel mondo, hanno fatto passi da gigante. È grazie anche a questo che l’ export continua a restare uno dei punti di forza del Paese. Si pensi solo all’ uso che le aziende fanno delle risorse. Siamo un Paese che non può contare su materie prime. Questo ha fatto sì che le aziende riescano a usare in maniera più che efficiente le risorse. Per ogni milione di euro prodotto usiamo materie prime per poco più di 250 milioni di tonnellate, contro una media europea superiore alle 450. Per converso lo Stato non riesce nemmeno a spendere in maniera efficace, se non efficiente. Tra fondi di coesione e fondi europei, abbiamo qualcosa come 122 miliardi a disposizione. Fermi. I colli di bottiglia sono quelli ampiamente noti: conflitti di competenza, un carico di norme eccessive, burocrazia e burocrati ostili agli investimenti. Ma di questo non si può che biasimare la politica e l’ amministrazione che non riescono a sciogliere i meccanismi di funzionamento dello Stato alla continua ricerca di alibi per non affrontare la vera riforma alla base di tutte le altre: semplificare la vita a imprese e cittadini.

01/04/2019 – Il Sole 24 Ore
«Subito interventi per firmare la pace fra sindaci e governo»

INTERVISTA LAURA CASTELLI
«Sulla riforma del dissesto stiamo andando avanti veloci, nel confronto con tutti gli attori del sistema. Con Stefano Candiani (sottosegretario leghista al Viminale, ndr) puntiamo a depositare entro giugno il collegato alla manovra. Èuno dei modi in cui vogliamo ricominciare ad aiutare i sindaci, perché bisogna ricostruire una pace fra governo e Comuni. Anche perché se andiamo avanti senza intervenire nessuno sarà più disponibile a fare il sindaco». Laura Castelli (M5S) ha appena ricevuto la delega ufficiale sulla finanza locale insieme alla nomina a viceministra. La settimana scorsa ha scritto una lettera aperta alla Corte dei conti chiedendo una «interpretazione univoca» sulla sentenza 18/2019 con cui la Consulta ha bocciato i ripiani in 30 anni dell’ extra-deficit. Non è una mossa quantomeno inusuale? L’ ho fatto perché conosco l’ importanza della Corte, a cui ho chiesto di aiutarci a trovare la soluzione migliore. Penso che un confronto rispettoso dell’ autonomia dei magistrati possa fare solo bene. Più volte ho sottolineato il problema delle interpretazioni differenti delle sezioni regionali, che non consentono un’ azione serena agli amministratori per rendere i migliori servizi ai cittadini. Da qui la mia richiesta di aiuto. La vicenda è un’ altra conferma dei problemi che ha il sistema attuale di dissesto e pre-dissesto. Come pensate di intervenire? Ogni confronto pubblico mi conferma che il modello migliore è offerto dalla possibilità di cucire su ogni Comune in difficoltà un vestito su misura. Ma non c’ è il rischio di replicare un’ ingerenza eccessiva della politica nella gestione degli enti in crisi? Nessuno vuole dire che a cucire il vestito sia la politica. Il piani di riequilibrio andranno costruiti con la presenza autorevole e sostanziale della Corte dei conti, nell’ ottica del controllo collaborativo. Abbiamo l’ obiettivo comune di tenere i conti in ordine. Ma la storia del pre-dissesto mostra che, se la crisi è grave, non può essere gestita con regole uguali per tutti. L’ altra emergenza è quella della contabilità economica nei piccoli Comuni. Come la affrontate? Il percorso di trasparenza condiviso con la Ue non può essere interrotto, e anche i piccoli enti devono poter fornire i dati necessari alla rappresentazione autentica dello stato economico-patrimoniale del Paese. Ma in settimana troveremo la soluzione che eviti problemi ai rendiconti. Sappiamo che qua e là si fanno avanti società private offrendo la contabilità pre-confezionata. Un’ altra conferma che serve una semplificazione urgente. L’ Anci chiede anche ricorrendo al Tar il ristoro dei 563 milioni della spending 2014. Sono la prima a dire che i tagli di Renzi hanno fatto male agli enti locali, ma la finanza pubblica non ha i margini per risolvere tutto subito. Intanto abbiamo stabilizzato il fondo Imu-Tasi fino al 2032, permettendo la programmazione, abbiamo messo in moto le anticipazioni extra e stiamo accelerando le rate del fondo di solidarietà. Conferma l’ addio al turnover nel decreto crescita? Sì. Il turnover è un sistema arcaico, e abbiamo bisogno di offrire personale nuovo e giovane ai Comuni. Il nuovo sistema regolerà gli spazi per le assunzioni in base alle entrate da tributi, tariffe e trasferimenti. Partiamo da un dato medio intorno al 23%, e ci confronteremo con enti e sindacati per modulare i coefficienti nel modo migliore, differenziandoli per fascia demografica. Secondo i nostri calcoli la riforma permetterà 40mila assunzioni in più. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Gianni Trovati

01/04/2019 – Il Sole 24 Ore
Contributi Pa in nota integrativa, caos nelle società partecipate

TRASPARENZA
Per Assonime sono esclusi incarichi e prestazioni svolte nell’ attività d’ impresa
Con i bilanci 2018 entrano in vigore le disposizioni, previste dalla legge 124/2017, per migliorare la trasparenza sull’ erogazione di contributi pubblici. La norma, però, si riferisce a «sovvenzioni, contributi, incarichi retribuiti e comunque a vantaggi economici di qualunque genere» e non si limita al terzo settore, ma riguarda anche le imprese. Il riferimento è ai commi 125 e seguenti della legge, dove si prevedono obblighi di trasparenza per i vantaggi economici superiori ai 10mila euro provenienti da Pa e società a partecipazione pubblica, anche quotate. L’ informativa è comprensibile per il terzo settore, mentre non se ne capisce l’ estensione alle imprese che, oltretutto, sono tenute a pubblicare gli importi in nota integrativa. Ancora, «l’ inosservanza di tale obbligo comporta la restituzione delle somme ai soggetti eroganti entro tre mesi dalla data di cui al periodo precedente». In base al comma 126, le società statali devono pubblicare in nota integrativa anche le erogazioni superiori ai mille euro, come previsto dall’ articolo 26 del Dlgs 33/2013. La pubblicazione è condizione legale di efficacia degli atti dispositivi. In sostanza, a partire dal bilancio 2018, anche le società pubbliche dovranno pubblicare in nota integrativa tutte queste informazioni se percepiscano vantaggi economici da parte di amministrazioni pubbliche. Le società statali dovranno pubblicare anche le erogazioni effettuate. A parziale modifica di questo impianto è intervenuto il decreto “semplificazione” (articolo 3-quater, comma 2 del Dl 135/2018) stabilendo che vengono meno gli obblighi a carico delle imprese beneficiarie vengono meno «a condizione che venga dichiarata nella nota integrativa l’ esistenza di aiuti oggetto di obbligo di pubblicazione nell’ ambito del Registro nazionale degli aiuti di Stato». La norma lascia molti dubbi, al punto che il Mise ha posto alcuni quesiti al Consiglio di Stato. Quest’ ultimo si è espresso (parere n. 1149/2018), confermando, per quanto riguarda le società, che gli obblighi si applicano dal bilancio 2018 e chiarendo che la disposizione non crea competenze Anac ulteriori. Anche Assonime, con la circolare 5/2019, ha cercato di fare chiarezza e di circoscrivere il concetto di «vantaggi economici di qualunque genere», sostenendo l’ esclusione delle prestazioni svolte nell’ attività d’ impresa, e perfino degli incarichi retribuiti quando hanno natura sinallagmatica. Purtroppo, non pare sia questo l’ intento della norma, che avrebbe altrimenti escluso le imprese dall’ adempimento. Anche il collegamento con il Registro nazionale degli aiuti di Stato sembra portare ad altre conclusioni. Ci si deve poi interrogare su cosa debba risultate in nota integrativa, visto che la richiesta della disposizione interferisce su un fondamentale strumento di informativa. L’ idea di Assonime, condivisibile, è quella di presentare una sezione riferita alla legge 124/2017, in cui si elenchino poche informazioni, quali soggetto erogante, importo e causale. Viene da chiedersi, infine, se l’ informativa debba seguire un criterio di cassa o di competenza. Nel silenzio del legislatore, una ragionevole soluzione può essere quelle di dichiarare espressamente in nota il criterio applicato. Certo è che sarebbe stato saggio evitare interferenze con la disciplina civilistica, rinviando gli obblighi al sito delle società, più che al loro bilancio. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Stefano Pozzoli

01/04/2019 – Il Sole 24 Ore
Riforma del default: Corte dei conti in campo per l’ addio al pre-dissesto

BILANCI
Dal Consiglio di Presidenza la proposta al Mef per creare una «procedura unificata» Dall’ associazione magistrati allarme sulle ingerenze politiche nei piani anti-crisi
Addio al pre-dissesto, il salvagente anticrisi introdotto nel 2012 dal governo Monti e poi martoriato da continui interventi per adattarne la griglia alle esigenze di singoli o gruppi di enti; addio anche al dissesto attuale, nato prima della riforma del Titolo V e delle tante riforme contabili sfociate nei bilanci armonizzati. E creazione della «procedura di crisi finanziaria unitaria», da fondare sui «principi di prevenzione, concorsualità dei creditori e continuità nell’ erogazione dei livelli essenziali delle prestazioni» sugli stessi binari seguiti dalla riforma del diritto fallimentare. Sono questi i pilastri della proposta di disegno di legge delega che nei giorni scorsi è stata inviata al ministero dell’ Economia dal Consiglio di Presidenza della Corte dei conti. Con la risoluzione, la magistratura contabile entra direttamente in campo nello snodo centrale della riforma del Testo unico, quello relativo ai default comunali. La materia, è naturale, interessa da vicino la Corte dei conti. E la preoccupa anche, come mostra la nota con cui la settimana scorsa l’ associazione nazionale dei magistrati contabili ha rilanciato l’ esigenza di «rafforzare le competenze attuali che la Corte svolge in assoluta indipendenza e autonomia dal potere esecutivo». A motivare quest’ ultima presa di posizione ci sono le anticipazioni uscite dal tavolo tecnico in cui governo ed enti locali stanno lavorando al dossier, e che sono orientate alla riproposizione per gli enti locali di un meccanismo già sperimentato nella sanità: quello della costruzione di un piano di risanamento “su misura” dell’ ente in crisi, concordato con i diretti interessati e messo sotto monitoraggio periodico (si veda per esempio Il Sole 24 Ore del 9 gennaio). Decisive, ovviamente, saranno le regole operative in cui tradurre questa ipotesi. Ma l’ idea non accende entusiasmi fra i magistrati che, proprio sulla base dell’ esperienza vissuta a suo tempo in sanità, temono di fatto che i piani “sartoriali” per le amministrazioni finiscano per essere guidati più dalla politica che dalla matematica necessaria a ricreare un equilibrio reale nei conti, in grado di assicurare davvero l’ erogazione dei servizi essenziali. Proprio per questa ragione la proposta di legge delega punta a creare un impianto strutturale di controlli e finanziamenti. Sul primo fronte, la Corte propone anche di intervenire subito sulle norme del pre-dissesto, con una norma ordinaria che anticipi la legge delega e preveda l’ attivazione del “dissesto guidato” (articolo 6, comma 2 del Dlgs 149/2011) negli enti che non presentano il piano di riequilibrio nei termini di legge oppure incappano in un «grave e reiterato» sforamento degli obiettivi intermedi. Sul versante dei finanziamenti, la proposta più forte è la divisione del Fondo di solidarietà comunale in quattro capitoli da dedicare a garanzia dei livelli essenziali delle prestazioni, investimenti, solidarietà integrativa (perequazione) e, appunto, sostegno all’ emergenza degli enti in crisi. Da una sezione su misura per gli enti in crisi potrebbe arrivare anche l’ aiuto alla manciata di enti a rischio dissesto dopo l’ illegittimità costituzionale della norma che permetteva il ripiano trentennale con anticipazioni di liquidità degli extra-deficit prodotti dal riaccertamento straordinario negli enti in pre-dissesto. Ma per arrivare in tempo la mossa andrebbe anticipata in uno dei decreti in arrivo al consiglio dei ministri. La decisione, però, al momento non sembra facile da prendere, visto che la viceministra all’ Economia Castelli ha scritto alla Corte dei conti per trovare una soluzione “interpretativa” al problema (Sole 24 Ore del 27 marzo). Problema nato dal fatto che alcune sezioni regionali della Corte dei conti hanno chiesto di rifare i conti anche nei piani di riequilibrio già approvati, ma in corso di rimodulazione. Nell’ attesa, dalla Conferenza Stato-Città di giovedì scorso è arrivata la proroga al 30 aprile per la chiusura dei preventivi negli enti interessati dal problema: ma senza novità, a fine aprile la questione si ripresenterà identica. gianni.trovati@ilsole24ore.com © RIPRODUZIONE RISERVATA. G. Tr.

01/04/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Grandi opere, altro colpo a Cmc: dopo Cociv sfuma anche l’appalto Rfi per la Napoli-Bari

Alessandro Arona

Corretti i punteggi per la seconda volta sulla Frasso-Telese (269 milioni): Pizzarotti-Ghella sorpassano Cmc e Salini-Astaldi

Seconda botta in pochi giorni a danno di Cmc Ravenna: dopo la revoca da parte del Cociv del lotto del Terzo Valico «Interconnessione Voltri e completamento Polcevera» (343 milioni a base d’asta, si veda il servizio), la cooperativa muratori e cementisti di Ravenna si è vista sfilare – il giorno prima dell’assemblea chiave per il piano di ristrutturazione – anche il lotto Rfi della Napoli-Bari «Frasso Telesino-Telese» (269 milioni a base d’asta).
Nella terza seduta pubblica per la gara, tenuta venerdì 29 marzo, a sorpresa Rfi ha modificato per la seconda volta i punteggi finali, e la cordata Pizzarotti-Ghella (con Itinera, Salcef, Eds Infrastrutture Spa) ha compiuto un doppio sorpasso ai danni non solo di Cmc (e altri) ma anche di Salini Impregilo, Astaldi, Sifel spa, Clf spa, che erano secondi. Decisiva è stata la corretta attribuzione da parte della commissione del punteggio premiale di 5 punti per chi avesse in Ati una società di progettazione (indicato nella lettera invito): inizialmente attribuito a tutte le cordate in gara, andava invece assegnato – così è stato spiegato in seduta pubblica – soltanto all’Ati Pizzarotti-Ghella-Itinera-Salcef-Eds (le altre compagini avevano solo indicato le società di ingegneria, in avvalimento, ma non e avevano in Ati). Visti i bassi divari tra un punteggio e l’altro, questo ha permesso alla cordata di medie imprese (con i progettisti di Eds) di fare il doppio sorpasso).
Rfi ha comunicato nel pomeriggio del 29 marzo alle imprese l’aggiudicazione definitiva della gara. Stiamo parlando della singolare “gara a sorpassi” di cui abbiamo più volte scritto, quella per assegnare il terzo lotto della Napoli-Bari partendo da Napoli: progettazione esecutiva e lavori per la realizzazione della tratta Frasso Telesino-Telese, tra le progressive km 16+500 della futura linea Cancello-Benevento e la progressiva 27+700, comprensiva di armamento ferroviario, impianti di trazione elettrica, altre tecnologie ferroviarie, impianti di fermata e stazione. Base d’asta 269,786 milioni di euro, durata di 1.895 giorni, bando pubblicato da Rfi nel giugno 2018.
A inizio dicembre, dopo la prima seduta pubblica, risultava in testa la cordata Salini-Astaldi, seconda Cmc (in cordata con Consorzio stabile Medil Scarl, Icm spa, Cemes spa, Elettri-Fer srl, Francesco Ventura costruzioni ferroviarie), terza la cordata Pizzarotti-Ghella, quarta e ultima la cordata guidata dal Consorzio cooperativo Integra (ex Ccc), con Vianini Lavori, Rcm costruzioni srl, Gcf spa, Generale costruzioni ferroviarie. Poi a metà dicembre seconda seduta pubblica, nella quale a sorpresa la commissione comuniuca di aver fatto un errore di calcolo, e di conseguenza che a vincere non era l’Ati Salini-Astaldi ma quella a guida Cmc (si veda nel servizio il dettaglio dei punteggi in gara). Sono poi seguiti ricorsi e diffide. Contestata tra l’altro l’attribuzione a Cmc di punteggi relativi all’affidabilità finanziaria, visto che l’impresa era da poco entrata in concordato preventivo. Pizzarotti-Ghella e C. contestano anche l’attribuzione a tutti dei 5 punti per i progettisti in Ati, requisito che – hanno sostenuto – solo loro possedevano. La commissione Rfi controlla e si accorge che la contestazione è fondata. Allora terzo ricalcolo e cinque punti tolti a tutte le cordate meno quella a guida Pizzarotti, che così si ritrova a sorpresa prima e aggiudicataria provvisoria.
Si riduce anche il ribasso di aggiudicazione: dal -14,18% di Cmc al -10,35% di Pizzarotti-Ghella-Itinera.

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01/04/2019 – ANSA
‘Via il pedaggio se ci sono troppi cantieri’

Proposta del viceministro Rixi: ‘Le autostrade a una corsia sono statali’

Rixi, se troppi cantieri in autostrade via pedaggio – RIPRODUZIONE RISERVATA

“Ho aperto un monitoraggio sulla situazione dei cantieri sulle autostrade. Per molto tempo non sono stati fatti lavori ma adesso non si può far diventare la rete autostradale ligure a una corsia. Altrimenti bisogna togliere i pedaggi perché un’autostrada a una corsia non è un’autostrada, è una statale”. Lo ha detto il viceministro alle infrastrutture e trasporti Edoardo Rixi oggi nel savonese per un’iniziativa elettorale.

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