Rassegna stampa 27 marzo 2019

26/03/2019 14.03 – Quotidiano Enti Locali e Pa

L’acqua dei sindaci in Emilia presenta un conto da 2,4 miliardi

La «nazionalizzazione» dell’acqua prevista dalla proposta di legge Daga costerebbe solo in Emilia-Romagna 2,4 miliardi di euro una tantum, tra indennizzi ai gestori estromessi (un miliardo) e maggior debito pubblico da consolidare nei bilanci degli enti locali (1,4 miliardi), e poi altri 800 milioni di euro l’anno di costi ricorrenti, tra il finanziamento degli investimenti e l’erogazione gratuita di 50 litri di acqua al giorno a tutti.«Senza considerare costi di transizione, ripercussioni sul valore delle aziende multiservizi per il venir meno di economie di scala e di scopo, la perdita di credibilità e di valore dell’industria nazionale e il rischio di essere in balia dei cicli elettorali se le funzioni di regolazione tornassero in capo al ministero dell’Ambiente, mentre i tempi degli investimenti del settore si contano in decenni», sottolinea Donato Berardi, direttore del Laboratorio Ref Ricerche. I numeri I numeri dell’indagine Ref presentati ieri a Bologna per misurare i risultati di vent’anni di funzionamento della legge Galli declinata lungo la via Emilia, sono la miglior replica a chi, nei palazzi romani, sta lavorando per riportare in mano pubblica il servizio idrico integrato, come unica risposta per garantire a tutti i cittadini il diritto all’accesso all’acqua in modo democratico, sostenibile e con tariffe eque.È come se il profitto di gestioni efficienti, efficaci ed economiche di cui si sta «macchiando» il virtuoso modello emiliano-romagnolo – perché qui fanno utili tutti, pur garantendo ottimi servizi, dai due big quotati Hera e Iren, alle società miste pubblico-privato a quelle inhouse, data la grande laicità nei criteri di affidamento – andasse a detrimento e non a beneficio della comunità. «Nessuno in Emilia-Romagna, né i gestori del sistema idrico integrato né Comuni né cittadini, sentiva l’esigenza di nuove norme, perché siamo in presenza di un quadro regolatorio che funziona e di un alto livello di gradimento: l’acqua è buona, costa poco e arriva sempre», sintetizza Luigi Castagna, presidente di Confservizi regionale, che ha commissionato la ricerca e invitato ieri tutti gli stakeholder dell’industria idrica a confrontarsi sul tema. Minori perdite degli altri A fronte del 40% di perdite del sistema idrico italiano, l’Emilia-Romagna non arriva al 30% (il benchmark europeo è tra il 15 e il 20%, si può ancora migliorare); le reti fognarie hanno la metà degli sversamenti rispetto alla media; gli investimenti sono stati fino al 2015 il doppio del dato nazionale e ora restano attorno ai 52 euro per abitante, ancora la metà rispetto al Nord Europa con cui la regione manifatturiera è avvezza confrontarsi, ma le tariffe sono anche della metà (2,31 euro/mc per una famiglia media, la metà di quanto pagano quelle londinesi e il 40% in meno di quelle parigine, in linea col dato italiano peraltro). E anche nella siccitosa ed emergenziale estate 2017, in regione non ci sono state interruzioni del servizio idrico. L’opinione «L’unica cosa da salvare della riforma Daga è la carta su cui è scritta, per riciclarla», è il giudizio tranchant di Franco Fogacci, direttore Acqua di Hera, la seconda multiutility in Italia nel settore acqua (per metà in mano ai sindaci, per quanto quotata e addirittura ammessa al FTSE MIB), con 3,6 milioni di cittadini serviti, oltre 35mila km di rete idrica e 19 mila km di rete fognaria gestite, nonché sistemi di monitoraggio del servizio che sono un benchmark tecnologico in Italia (come la centrale di telecontrollo di Forlì). «Investiamo ogni anno oltre 100 milioni di euro nel ciclo idrico – aggiunge -. Il 30% in più della media nazionale. Valori in netta crescita da quando, nel 2012, la regolazione del servizio idrico è stata affidata a livello nazionale ad Arera». La proposta di legge sulla ripubblicizzazione dell’acqua «così com’è non va. Come Regioni abbiamo già inviato parere negativo alla riforma. Se torniamo indietro al piccolo mondo antico, rischiamo di non avere risorse in futuro per gli investimenti», conclude Stefano Bonaccini, presidente della Conferenza delle Regioni e governatore dell’Emilia-Romagna.

26/03/2019 12.27 – PUBLIC POLICY
IDROELETTRICO, EDISON: MANCA PROSPETTIVA. CONTENZIOSI DA DL SEMPLIFICAZIONI

(Public Policy) – Roma, 26 mar – “Nel settore dei grandi impianti idroelettrici, è necessario sviluppare un quadro normativo organico, con una prospettiva di vero rilancio industriale. Questa prospettiva oggi non cè”.

Lo ha detto Marc Benayoun, ad di Edison, in audizione in commissione Attività produttive alla Camera sul Piano nazionale Energia e clima per il 2030.

“In Europa, solo Italia e Francia hanno avviato un processo di riforma del settore, mentre altri Paesi lo hanno ritardato o completamente escluso. Dobbiamo invece favorire gli investimenti di miglioramento degli impianti e delle tecnologie, dei profili ambientali, della relazione con i territori e con le comunità locali. Nel recente dl Semplificazioni – ha aggiunto Benayoun – è stata definita unulteriore riforma del settore che non ha coinvolto nellascolto gli operatori e ha completamente rivisto tutte le previsioni precedenti, stratificate a partire dal 1933. Gli impatti devono ancora essere verificati e saranno in parte diversi da Regione a Regione, secondo le scelte amministrative di ciascun contesto. È forte il rischio che si arrivi in Italia a un quadro molto diversificato e bisognerà valutare che non si aprano fronti di

27/03/2019 – Corriere della Sera
I veti incrociati per i board di Stato

Da Cdp Equity a Sace, la partita dei rinnovi. Il caso di St e l’ ipotesi Bugno, consigliera di Tria
È tutt’ altro che finita la partita delle nomine nelle società partecipate dal Tesoro. Dopo i vertici di Fincantieri, Italgas e Snam ci sono ancora da decidere poltrone pesanti nel carnet delle partecipate pubbliche, sia direttamente sia attraverso la Cassa depositi e prestiti. E su di esse il confronto – quando non uno scontro vero e proprio – tra il ministro dell’ Economia, Giovanni Tria, e Lega e M5S diventa sempre più acceso. Nel giro di poco più di un mese, solo nella galassia Cdp scadranno gli importanti consigli di amministrazione di Cdp Equity – il veicolo di investimento del colosso guidato da Fabrizio Palermo, di cui è amministratore delegato il top manager di Cdp Guido Rivolta – e di Sace, la società di sostegno all’ export per le imprese. Fuori dal perimetro della Cassa, invece, a fine maggio scade uno dei consiglieri italiani in StMicrolectronics, il colosso dei semiconduttori controllato da una joint venture Italia-Francia. È proprio su St che il braccio di ferro fra Tria e Lega e M5S – ormai pubblico dopo gli attacchi di Matteo Salvini e Luigi Di Maio sulla mancata firma del decreto rimborsi per i risparmiatori delle banche saltate – si sta facendo più duro. Dei tre consiglieri di nomina italiana in St, Maurizio Tamagnini (vicepresidente), Alessandro Rivera (direttore generale del Tesoro) e il top manager Salvatore Manzi, è in scadenza l’ incarico a quest’ ultimo. Per sostituirlo, secondo indiscrezioni, Tria avrebbe dato venerdì indicazioni di nominare Claudia Bugno, 43 anni, consigliera del ministro dallo scorso agosto e considerata a lui molto vicina, nonostante l’ opposizione dei partiti. Una scelta – riferiscono esponenti della maggioranza – che susciterà nuove polemiche: in particolare i Cinquestelle contestano che in una società strategica anche per i rapporti tra Roma e Parigi possa andare una manager «non in linea» e che è stata nel board di Banca Etruria al momento della messa in risoluzione. Il complesso iter della candidatura è appena partito in vista dell’ assemblea di St di fine maggio. Altrettanto delicato è il dossier Sace: il board è in scadenza e le poltrone più a rischio sono quelle del presidente Beniamino Quintieri e del ceo Alessandro Decio. Anche qui, raccontano più fonti a conoscenza del dossier, il ministro Tria preferirebbe la conferma di Quintieri, suo collega a Tor Vergata, e di Decio, mentre i vertici di Cdp (oltre a Lega e M5S) vorrebbero un ricambio. A Decio, su cui pesa l’ essere stato nominato dai vecchi vertici di Cdp, viene imputato di non aver raggiunto in maniera più consistente le pmi, anche se gli obiettivi della Sace sono stati raggiunti e tutto il consiglio a febbraio ha aggiornato il piano industriale secondo le linee di Cdp. I destini di Quintieri e Decio però potrebbero anche divergere. I giochi non sono ancora fatti: l’ assemblea si terrà il 16 aprile. Ma Cdp starebbe già pensando ad affidarsi a un cacciatore di teste. Fabrizio Massaro

27/03/2019 – Corriere della Sera
Vertici incompatibili Non c’ erano altri?

Consob, Antitrust, Inps, Istat, Anpal: C’ è chi ha 82 anni, chi ha il doppio ruolo, chi non ha le professionalità PREVISTE. e chi è in potenziale conflitto di interessi…
Paolo Savona è il nuovo presidente della Consob. Ha 82 anni, è un pensionato e per legge non può percepire stipendio. Lui non era d’ accordo, poiché la legge istitutiva della Consob prevede che l’ incarico sia a titolo oneroso con durata 7 anni. Pur di averlo in Consob si è trovato il modo di far prevalere la legge dell’ Authority su quella dello Stato, e quindi Savona percepirà 240.000 euro annui fino all’ età di 89 anni. C’ è poi la legge Frattini: stabilisce che deve passare almeno un anno da un incarico governativo, non è passato nemmeno un mese. Prescritto per aggiotaggio sui bilanci Impregilo per «un’ operazione cosmetica» sui conti, si è dimesso a ottobre da presidente del fondo d’ investimento Euklid. Il fondo investe in azioni di aziende italiane su cui la Consob vigila, e il figlio è un dirigente della società domiciliata tra Londra e Lussemburgo. Bene, il governo lo ha ritenuto la persona più adatta a presiedere l’ autorità indipendente che vigila sui mercati. Peccato sia in conflitto di interessi potenziale, come rileva Raffaele Cantone, presidente dell’ authority anti-corruzione, nel parere redatto a seguito di una segnalazione. Un conflitto di interessi difficile «da neutralizzare», scrive Cantone, perché può avere accesso a informazioni riservate da utilizzare per trarne un vantaggio senza che nessuno riesca a saperlo. Savona, ha detto in una recente audizione in Parlamento, vorrebbe anche «capitalizzare» la sua esperienza in Euklid applicando lo stesso algoritmo proprietario nell’ attività di vigilanza tipica dell’ istituto. Un altro potenziale conflitto che dovrebbe essere attenuato dal fatto che l’ ente di vigilanza è dotato di un organo collegiale di cinque componenti in cui le delibere devono essere approvate con una qualificata maggioranza. Savona sarebbe incompatibile soprattutto se prendiamo in considerazione la legge istitutiva della Consob che all’ articolo 3 prescrive che i componenti vadano «scelti tra persone di specifica e comprovata competenza ed esperienza e di indiscussa moralità e indipendenza». Non proprio in linea con la vicenda della prescrizione sui bilanci Impregilo. Non vuol dire che è stato condannato, ma tanto meno assolto. Savona non è un indipendente considerando che fino a poco tempo fa era ministro di questo governo. Cantone ha scritto di non poter esprimere un parere su questo perché spetta all’ Antitrust e all’ Agcom. Possiamo stare tranquilli, si troverà il cavillo per certificare la sua non incompatibilità. Roberto Rustichelli è stato indicato come presidente dell’ authority per la Concorrenza. Per legge, articolo 10 delle legge istitutiva dell’ Antitrust, deve essere scelto tra persone di «notoria indipendenza che abbia ricoperto incarichi istituzionali di grande responsabilità e rilievo». Rustichelli è un magistrato prestato alla politica ed il ruolo di massimo rilievo è stato vice-capogabinetto. E’ stato fuori ruolo per il tempo massimo, 10 anni. Oggi per fare il presidente dell’ Antitrust deve dimettersi dalla magistratura. Lui non intende farlo perché fra 7 anni, quando di anni ne avrà 64, non vuole trovarsi senza lavoro. Deciderà il Csm entro aprile. Intanto l’ Antitrust, scoperta da mesi e con una presidente facente funzioni, attende. Rustichelli è ora giudice del tribunale delle imprese di Napoli, ma ha poca esperienza sulla normativa anti-concentrazione. Fra gli incarichi svolti quello di vice-capo gabinetto del ministro delle Attività produttive, di membro del Comitato nazionale per la lotta contro le frodi comunitarie (Colaf), della Commissione per la predisposizione del regolamento sull’ Alto commissario anticorruzione e della Commissione di studio sull’ azione collettiva (class action) nei confronti della pubblica amministrazione. L’ interpretazione sugli incarichi è ambigua. Essere stato il vice-capo gabinetto di un ministero ha il crisma di un incarico istituzionale di grande rilievo? Dubbi, parecchi, anche sui dieci anni di «fuori ruolo» dalla magistratura. Una parte del Csm, che su di lui ha chiesto un parere all’ ufficio studi, ritiene che questo limite imposto dalla legge Severino sia superabile applicando la stessa tesi usata nei confronti di Luigi Carbone, attuale capo di gabinetto del ministero dell’ Economia: decisione con la quale alcuni degli incarichi svolti in precedenza dal consigliere di Stato sono stati considerati «elettivi», quindi non conteggiabili nei dieci anni. Gian Carlo Blangiardo è il nuovo presidente dell’ Istat. Occorre una formazione economica, lui ha una grande competenza come demografo. È espressione di un partito, la Lega. Parliamo di un incarico che ha una durata di 4 anni, rinnovabili, perché occorrono pianificazioni rigorosissime e che prevede grandi responsabilità sulla diffusione dei dati economici del Paese, come il prodotto interno lordo e il tasso di disoccupazione, numeri sensibili sull’ operato del governo in cui il requisito dell’ indipendenza sarebbe il minimo sindacale. Ha 70 anni e a ottobre andrà in pensione. Per la legge dello Stato può restare ma senza stipendio al massimo per un altro anno, considerazione riportata nel decreto di nomina. È stato scelto dalla ministra per la Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno che ha valutato dieci candidature e ha scelto. Gli altri nomi sono rimasti top secret, non proprio il massimo della trasparenza. Pasquale Tridico, consulente di Di Maio per il quale ha costruito la riforma del reddito di cittadinanza, è appena stato nominato presidente dell’ Inps e non ha quindi di certo il requisito dell’ indipendenza dal governo per una macchina così complessa come l’ Inps che gestisce 185 miliardi di euro all’ anno di versamenti contributivi, 157 miliardi di prestazioni pensionistiche e 130 miliardi di spesa assistenziale che sta crescendo con pensione e reddito di cittadinanza. Tridico avrà la delega per scegliersi chi lo controlla, cioè il cda creato ad hoc da questo governo che ha ripristinato l’ organo collegiale andato in soffitta qualche anno fa. Non è proprio un esperto di previdenza, e al momento gli è stato affiancato Adriano Morrone come vicepresidente. Però sul decreto di riforma dell’ istituto è scritto che entro il 30 aprile l’ Inps dovrà fare risparmi strutturali per pagare i componenti del board. Quindi o tagli in fretta, o il vicepresidente e cda non potranno essere pagati. Da aprile partirà l’ adeguamento delle pensioni all’ inflazione e il taglio delle pensioni d’ oro. Possiamo considerarlo risparmio strutturale? Domenico Parisi è stato scelto da Luigi Di Maio come capo dell’ agenzia governativa Anpal che deve far funzionare il reddito di cittadinanza. Professore che si è occupato di sociologia rurale, e poi imprenditore che si è inventato un’ applicazione che incrocia domanda e offerta di lavoro. Quindi l’ Anpal presieduta da Parisi compra il software prodotto dallo stesso Parisi? Si chiamerebbe gigantesco conflitto di interessi, ma finora nessuno ha smentito l’ ipotesi che ciò avvenga, nemmeno Di Maio. Nell’ ultima legge di Bilancio è stata inserita una norma che potremmo definire «ad caricam», aggirando la normativa sullo spoils system. Il comma 718 ha deciso la decadenza di Maurizio Del Conte e la nomina di Domenico Parisi alla guida dell’ agenzia. Una decisione arrivata per legge, procedura assolutamente inusuale. Sappiamo, dal suo curriculum di 20 pagine, che ha conseguito un dottorato in “Sociologia rurale” nel 1998 e che dal 2007 è professore ordinario presso l’ università del Mississippi, ateneo che si piazza al 177esimo posto su 312 nella graduatoria U.S.News & World Report College and University . Non esattamente il più importante tra gli atenei americani. Le questioni del lavoro non risultano centrali nelle pubblicazioni accademiche del professore. Domanda: su piazza non c’ erano altre figure qualificate senza problemi di conflitto e incompatibilità per i vertici di Consob, Antitrust, Istat, Inps e Anpal? MILENA GABANELLI E FABIO SAVELLI

27/03/2019 – Il Sole 24 Ore  -Edilizia e territorio

Investimenti, in ripresa (dopo il crollo) i bandi di province e città metropolitane

M.Fr.

Il Cresme: +5,1% tendenziale nel primo bimestre 2019. De Pascale (Upi): servono 2,3 miliardi per 1.561 progetti cantierabili

Primi segnali di ripresa degli investimenti delle Province e delle Città metropolitane, che dopo un crollo di oltre il 70% dal 2008 al 2018, mostrano un incremento del 5,1% nel primo bimestre del 2019 rispetto allo stesso periodo del 2018. I dati arrivano dal Cresme, che ha monitorato l’andamento delle gare di queste due classi di stazioni appaltanti. Il monitoraggio del centro ricerche romano sugli investimenti in opere pubbliche dice che dalle 912 gare del 2016 si è arrivati alle 1.850 gare nel 2018, raddoppiando cioè il numero in tre anni.
«A questo si aggiunge – si legge in un comunicato delle province – una costante qualificazione delle stazioni uniche appaltanti delle Province e delle Città metropolitane considerato che il 24% di queste gare – la maggioranza – riguarda opere per importi tra i 15 e i 50 milioni». «Estremamente significativi – prosegue la nota dell’Upi – i dati dello studio del Cresme riferiti alle Province e Città metropolitane come Stazioni Uniche Appaltanti: secondo l’analisi del Centro ricerche il numero delle gare bandite da Province e Città metropolitane per Comuni o altri enti del territorio, è passato da 52 nel 2013, per un valore di 36 milioni, a 1.048 del 2018 per 910 milioni. Una crescita confermata dal raffronto del primo bimestre 2019, con già 198 gare espletate per 122 milioni di euro. Le Sua di Province e Città metropolitane sono evidentemente considerate qualificate dalle istituzioni territoriali, visto che, oltre che dai Comuni, sono utilizzate anche da altri enti, per i quali nel 2018 hanno espletato 112 bandi per un totale di 199 milioni».
Si tratta, commenta il presidente delle Province, Michele de Pascale, di «segnali importanti, che confermano come le Province stiano consolidando il loro ruolo di istituzione degli investimenti sui territori: le Province non hanno ancora del tutto superato le criticità finanziarie, e c’è da portare a termine il lavoro di stabilizzazione dal punto di vista istituzionale. Ma sul fronte degli investimenti pubblici siamo pronti a dare un contributo determinante alla sicurezza dei cittadini e delle cittadine italiane e alla ripresa degli investimenti del nostro Paese.
Le province sostengono inoltre di aver censito un “parco progetti” che conta 1.712 interventi: «progetti pronti – assicura de Pascale – per mettere in sicurezza chilometri di strade provinciali e garantire ai cittadini il diritto alla mobilità». Il presidente delle Province anticipa che la lista sarà inviata al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, allo scopo di ottenere i finanziamenti per la sua realizzazione. Più in particolare, spiega il comunicato delle province, questi «progetti sono il risultato del monitoraggio effettuato dall’Upi sulle 76 province delle Regioni a Statuto Ordinario, da cui risultano 1561 progetti cantierabili nel 2019-2020 per un fabbisogno totale di 2 miliardi e 318 milioni». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

27/03/2019 – Il Sole 24 Ore  -Edilizia e territorio

Braccio di ferro M5S-Lega sui commissari: decreto Sblocca-cantieri ancora in stallo

Mauro Salerno

Si tratta ancora su super-commissario o lista delle opere. Si lavora a una norma-scudo per i funzionari pubblici. Bussetti annuncia deroga per l’edilizia scolastica

Lo Sblocca-cantieri bloccato dai commissari. È una situazione al limite del paradosso quella che si sta verificando in queste ore sul decreto approvato «salvo intese» dal Governo lo scorso 20 marzo. La scelta di varare la bozza lasciando spazio a ulteriori modifiche è stata presa in Consiglio dei ministeri proprio per dare tempo alla maggioranza di sciogliere i nodi che rischiano di azzoppare il provvedimento. Il principale ostacolo riguarda il numero, più che il ruolo dei commissari, che saranno chiamati a disincagliare le opere in stallo. Ed è ancora su questo tema che si sta trattando nella maggioranza.

A distanza di una settimana dall’approvazione il decreto sembra tornato molto sottotraccia. All’indomani del varo era stato annunciato anche un decreto Crescita – con probabili ulteriori misure per gli appalti – da portare all’esame di Palazzo Chigi questa settimana. Il calendario non dovrebbe essere rispettato nemmeno su questo punto. Anche se proprio ieri il ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro (M5S) ha annunciato nel corso di una trasmissione televisiva di essere «personalmente» impegnato nella messa a punto di una norma «da inserire nel Dl Crescita» per «dare soldi a tutti i Comuni, fino a 100-150 mila euro, per fare piccoli cantieri diffusi e sviluppare un’economia sostenibile». € evidente a questo punto che per avere a disposizione un testo consolidato bisognerà aspettare la prossima settimana.

I tempi si sono allungati anche per lo Sblocca-cantieri, decreto per il quale appare molto probabile un rinvio alla prossima settimana. Prima di arrivare al testo finale da mandare al Capo dello Stato bisogna superare l’impasse tra M5S e Lega sui commissari. Secondo le indiscrezioni che filtrano dai palazzi di Governo le posizioni sarebbero rimaste più o meno identiche a quelle di una settimana fa. Con Salvini che spinge per dare a un super-commissario unico il compito di sbloccare i lavori in panne e rilanciare la spesa per investimenti e i Cinque Stelle che invece puntano su una lista di opere da commissariare, soprattutto per dribblare quella che avrebbe tutte le sembianze di un’Opa della Lega su Porta Pia.

I tempi non siano ancora maturi. E la conferma arriva dallo stesso vice-ministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi (Lega) che ieri ha annunciato che il contenuto definitivo del decreto verrà svelato «nei prossimi giorni». Segno che c’è da lavorare ancora per superare gli ultimi scogli. Rixi ha poi fatto riferimento all’intenzione di cambiare «alcune regole
che oggi impediscono a Ferrovie e Anas di mantenere il rispetto dei tempi».

Un’altra novità, emersa anche dagli incontri che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sta continuando a tenere sul tema, potrebbe essere l’introduzione di una norma-scudo per i funzionari pubblici. L’obiettivo è superare lo «sciopero della firma» che in molti casi paralizza appalti e cantieri. L’idea è quella di tenere al riparo da contestazioni (niente colpa grave) i funzionari che si attengono strettamente alle indicazioni operative contenute nei provvedimenti di attuazione del codice. Circolano anche altre ipotesi, come quelle che chiamerebbero in causa controlli di legittimità dell’Anac o della Corte dei Conti.

Ad annunciare un’altra novità, rispetto alla bozza entrata in Consiglio dei ministri il 20 marzo, è lo stesso ministro dell’Istruzione Marco Bussetti. «Abbiamo approvato una norma che consentirà agli enti locali di affidare in tempi più stretti i lavori di messa in sicurezza delle scuole e le relative progettazioni e di semplificare le procedure di appalto». Bussetti fa riferimento a «una deroga specifica per l’edilizia scolastica al codice dei contratti pubblici» che non compare nel testo di entrata. «Grazie a questa norma – ha spiegato il ministro – gli enti locali potranno, infatti, per tutto il triennio di programmazione 2019-2021, affidare i lavori pubblici relativi a interventi di edilizia scolastica fino alla soglia comunitaria mediante procedure negoziate aperte ad almeno 15 operatori economici». Una misura analoga «si applicherà per l’affidamento degli incarichi di progettazione da parte degli enti proprietari degli istituti scolastici con procedura negoziata rivolta ad almeno 5 operatori». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

27/03/2019 – Il Sole 24 Ore  -Edilizia e territorio

Tar Lazio: se l’avvalimento si struttura come subappalto cade il tetto del 30%

Roberto Mangani

Per i giudici, alla luce delle direttive Ue, non è ammissibile prevedere una soglia massima delle prestazioni rese dall’impresa ausiliaria

Qualora nell’ambito dell’avvalimento il rapporto tra impresa principale e impresa ausiliaria si strutturi in termini di subappalto, per quest’ultimo non trova applicazione la disciplina contenuta nell’articolo 105 del Dlgs 50/2016 relativa appunto al subappalto.
In particolare al subappalto operante nell’ambito dell’avvalimento non si applica il limite quantitativo del 30% quale quota massima delle prestazioni subappaltabili.

Si esprime in questo senso una recente pronuncia delTar Piemonte, n. 291 del 18 marzo 2019, che interviene su una questione molto dibattuta relativa ai corretti rapporti tra avvalimento e subappalto.

Il fatto
Una centrale unica di committenza aveva svolto una gara per l’affidamento del servizio di refezione scolastica e di ristorazione ospiti per una casa di riposo.
In particolare l’oggetto dell’appalto consisteva nell’insieme delle attività necessarie alla preparazione, trasporto e somministrazione dei pasti, compresa la gestione del sistema informatizzato di prenotazione, di riscossione e di rendicontazione.
La stazione appaltante procedeva all’aggiudicazione a favore di un’impresa la quale aveva dichiarato in sede di offerta di avvalersi di altra impresa – allegando il relativo contratto di avvalimento – per la messa a disposizione del centro cottura, unitamente al personale qualificato, alle tecniche operative e ai mezzi organizzativi necessari per lo svolgimento delle relative attività.

Contro il provvedimento di aggiudicazione presentava ricorso un concorrente alla gara. A fondamento dello stesso veniva contestato che la stazione appaltante non avrebbe rilevato che l’avvalimento nei termini proposti dall’impresa aggiudicataria si risolverebbe nel subappalto del 100% delle prestazioni oggetto di affidamento, con una evidente elusione dei limiti quantitativi previsti per il subappalto. In sostanza con il contratto di avvalimento proposto dall’aggiudicataria si avrebbe una estromissione della stessa dalla gestione dell’appalto con una sua sostituzione integrale da parte dell’impresa ausiliaria.

Ad avviso del ricorrente l’avvalimento nei termini proposti dall’impresa aggiudicataria si deve considerare illegittimo, in quanto si tradurrebbe nello svolgimento da parte dell’impresa ausiliaria/subappaltatrice di prestazioni ben al di là del limite quantitativo del 30% previsto per il subappalto. Ciò sull’assunto che tale limite trovi applicazione anche nell’ipotesi in cui il rapporto di subappalto si sviluppi nell’ambito dell’avvalimento.
Poiché dunque l’affidamento all’impresa ausiliaria divenuta subappaltatrice eccedeva il limite quantitativo del 30%, l’impresa aggiudicataria doveva essere esclusa dalla procedura di gara.

La tempestività del ricorso
Prima di entrare nel merito della controversia il giudice amministrativo ha affrontato la questione preliminare relativa alla tempestività del ricorso.
Come è noto l’articolo 120, comma 2 – bis del Codice del processo amministrativo prescrive che l’impugnazione dei provvedimenti di ammissione e di esclusione dalle gare debba avvenire entro trenta giorni dalla pubblicazione degli stessi sul profilo del committente della stazione appaltante.
Su questa previsione si è espressa di recente la Corte di giustizia Ue la quale ha concluso nel senso della compatibilità della stessa con il diritto comunitario a condizione che i provvedimenti di ammissione e di esclusione siano accompagnati da una relazione contenente l’esposizione dei motivi di ammissione/esclusione.
Nel caso di specie questa condizione non si è verificata poiché la pubblicazione dei provvedimenti di ammissione/esclusione non conteneva alcun riferimento alle modalità di avvalimento proposte dall’impresa aggiudicataria né ai contenuti del contratto di avvalimento.
Solo con il successivo accesso agli atti l’impresa ricorrente ha avuto piena conoscenza dei suddetti elementi, di modo che è solo dalla data di tale accesso che decorre il termine di trenta giorni per proporre l’impugnazione.
Si tratta di un’affermazione significativa in quanto offre della norma sull’impugnazione immediata delle ammissioni/esclusioni una lettura comunitariamente orientata, idonea a far slittare il termine di 30 giorni in tutte le ipotesi in cui la semplice pubblicazione dei relativi provvedimenti non sia idonea a mettere i concorrenti nelle condizioni di contestare nel merito le decisioni assunte dall’ente appaltante.

Subappalto e avvalimento
Venendo al merito della controversia, la questione al centro della stessa è se sia corretta l’impostazione del ricorrente secondo cui al subappalto che trova collocamento nell’ambito di un rapporto di avvalimento sia applicabile la disciplina sul subappalto contenuta nell’articolo 105 del D.lgs. 50.

Nell’affrontare la questione il giudice amministrativo ricorda preliminarmente come l’avvalimento sia un istituto di origine comunitaria, rispetto al quale i margini di intervento del legislatore nazionale siano ristretti. In particolare, l’introduzione di vincoli e limiti nell’utilizzo dell’istituto si pone tendenzialmente in contrasto con la disciplina comunitaria.

Anche tenendo conto di questa prospettiva, prevedere un limite del 30% come soglia massima delle prestazioni che possono essere rese dall’impresa ausiliaria non appare ammissibile. In questo modo infatti si estenderebbe in via interpretativa all’avvalimento un limite quantitativo che la disciplina nazionale prevede solo per il subappalto.

Il giudice amministrativo richiama anche, a sostegno della sua tesi negativa, alcune considerazioni in merito al diverso regime di responsabilità che caratterizza le due ipotesi. Così nel caso dell’avvalimento le prestazioni rese dall’ausiliaria rientrano nella sfera del rischio economico – imprenditoriale dell’impresa principale. Mentre nell’ipotesi del subappalto l’impresa subappaltatrice assume in proprio il rischio economico – imprenditoriale dell’esecuzione delle prestazioni subappaltate.

La conclusione di queste considerazioni è che l’avvalimento e il subappalto sono due istituti distinti e non sovrapponibili. Di conseguenza non è legittimo estendere al subappalto che si svolge nell’ambito dell’avvalimento regole che sono proprie del subappalto.
Dunque le prestazioni da rendere da parte dell’impresa ausiliaria che opera in veste di subappaltatrice possono essere anche in misura superiore al 30% dell’importo complessivo del contratto di appalto.

Un subappalto “speciale”
Le conclusioni del giudice amministrativo appaiono pienamente condivisibili, anche se le relative argomentazioni non sempre sono lineari, come ad esempio in tema di considerazioni relative al regime di responsabilità. Queste conclusioni delineano l’esistenza nell’ambito della disciplina dei contratti pubblici di un subappalto “speciale”, che è appunto quello che si svolge all’interno di un rapporto di avvalimento, e che si differenzia dal subappalto ordinario, che è quello che opera in via ordinaria e rispetto al quale trova piena applicazione la disciplina dettata dall’articolo 105.

Peraltro, che il limite quantitativo del 30% non trovi applicazione al subappalto che opera nell’ambito dell’avvalimento riceve conferma anche dalla formulazione testuale contenuta al comma 8 dell’articolo 88, secondo cui «l’impresa ausiliaria può assumere il ruolo di subappaltatore nei limiti dei requisiti prestati». La previsione rende quindi evidente che l’unico limite a questa particolare tipologia di subappalto è rappresentato dai requisiti posseduti dall’impresa ausiliaria, nel senso che quest’ultima non può eseguire prestazioni in una misura superiore ai requisiti dalla stessa posseduti. Ma se tali requisiti superano il 30% dell’importo complessivo del contratto, non vi è alcun ostacolo al superamento di tale limite quantitativo.

Più in generale, è anche diverso il regime di responsabilità tra il subappalto speciale e il subappalto ordinario. Infatti, nel primo caso il subappaltatore/impresa ausiliaria ha un rapporto diretto con la stazione appaltante e risponde in solido con l’appaltatore nei confronti di quest’ultima in relazione alle prestazioni oggetto del contratto. Nel secondo caso il subappaltatore è invece estraneo ai rapporti con la stazione appaltante, che fanno capo esclusivamente all’appaltatore, che è altresì l’unico responsabile dell’adempimento delle obbligazioni contrattuali.

Questa fondamentale differenza cambia radicalmente il profilo e il ruolo del subappaltatore nell’ambito del rapporto di avvalimento, che non è puramente quello di eseguire specifiche prestazioni affidategli dall’appaltatore – come nel subappalto ordinario – quanto quello, più significativo, di affiancare quest’ultimo divenendo titolare di obbligazioni accessorie nei confronti della stazione appaltante e assumendo anche la relativa responsabilità.

È evidente che questo diverso regime di responsabilità conferma come ci troviamo di fronte a due tipologie di subappalto diverse tra loro.

Va ancora considerato, a ulteriore conferma della natura “speciale” del subappalto che opera all’interno del rapporto di avvalimento, che il subappalto non è l’unica forma in cui può trovare spazio la collaborazione dell’impresa ausiliaria. Sarebbe quindi illogico prevedere dei limiti e dei vincoli nel rapporto tra impresa principale e impresa ausiliaria che opererebbero solo qualora tale rapporto si articoli in termini di subappalto, con un evidente penalizzazione di questa ipotesi rispetto alle altre forme in cui può trovare spazio il suddetto rapporto. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

27/03/2019 – Il Sole 24 Ore  -Edilizia e territorio

Opere bloccate, la Cagliari-Pula (78 mln) vittima delle imprese in crisi: Glf e poi Cmc

Alessandro Arona

Per cambiare la capogruppo dell’Ati seconda nella gara, da Cmc ad Aleandri, servono i tempi lunghi di un parere dell’Avvocatura

Ci sono alcune opere che nascono sfortunate, dove cioè la rescissione del contratto a un’impresa di costruzione in crisi fa ricascare l’appalto a un’altra impresa in crisi.
Una di queste è la strada Ss 195 Sulcitana, il progetto per la costruzione del nuovo tratto Cagliari-Pula, appalto dei lotti 1 e 3 insieme, che dalla padella di Grandi Lavori Fincosit è finita nella brace di Cmc.
Anas ha rescisso il contratto a Glf nel giugno scorso, con l’obiettivo di scorrere la graduatoria e arrivare velocemente a un nuovo contratto con la seconda, l’Ati Cmc-Aleandri Costruzioni di Bari. Ma a ottobre Cmc entra in crisi, e il 21 novembre Cmc e Aleandri comunicano all’Anas la disponibilità a invertire i ruoli nell’Ati, dando ad Aleandri il ruolo di mandataria.
Da allora tutto è apparentemente bloccato, senza risposta da parte dell’Anas.
In realtà la società strade è ben contenta di togliere a Cmc il ruolo di capogruppo, ma non è un’operazione giuridicamente così semplice, dunque Anas ha chiesto a inizio gennaio un parere all’Avvocatura dello Stato. Parere che ad oggi, quasi tre mesi dopo, non è ancora pervenuto.
Anas – spiega la società del Gruppo Fs da noi interpellata – non ha intenzione di rifare la gara per completare l’opera, come erroneamente riportato da articoli di stampa locale, consapevole che i tempi si allungherebbero di molto. Sta invece solo aspettando questo (benedetto….) parere dell’Avvocatura dello Stato.
Solo in caso di parere negativo Anas indirà una nuova procedura di gara.
Ma vediamo meglio.
Il bando Anas ad appalto integrato era del 2008, con base d’asta 110, 841 milioni, aggiudicato a maggio 2009 a Grandi Lavori Fincosit per 78,313 milioni, un ribasso del 29% dopo una gara con valore del prezzo 50 punti.
A inizio 2018, con lavori in forte ritardo, fermi al 46%, l’Anas decide di rescindere il contratto con Glf, e lo fa nel giugno scorso (l’opera era nell’elenco Anas dei cantieri rescissi per 600 milioni).
E ancora nella recente audizione dell’Ad Massimo Simonini (servizio) risulta tra quelle da sbloccare (pagina 24 del file).
Già a inizio luglio l’Anas chiede all’Ati Cmc-Aleandri la disponibilità a subentro nel contratto, al fine di consentire l’immediata ripresa dei lavori. «Anas – spiega l’impresa Aleandri – in data 6-7-2018 ha chiesto, mediante l’istituto dell’interpello, al nostro raggruppamento Cmc-Aleandri la disponibilità al subentro , ai sensi dell’art. 140 del codice 163/2006». «In data 12-07-2008 – prosegue l’impresa – le due imprese in RTI (CMC e Aleandri), hanno comunicato la propria disponibilità a subentrare nell’affidamento del lotto in parola, alle medesime condizioni già proposte dall’originario aggiudicatario in sede di offerta (Grandi Lavori Fincosit)».
A fine ottobre esplode la crisi Cmc e Anas fiuta il rischio di cadere dalla padella nella brace.
Prontamente l’Ati reagisce: «In data 21/11/2018 – spiega l’impresa di Bari – la Aleandri con documento a firma congiunta con Cmc ha comunicato la volontà ad ANAS di modificare il raggruppamento, assumendo il ruolo di capogruppo, in sostituzione di CMC, proprio per togliere ogni dubbio sull’effettivo e immediato inizio dei lavori, in caso di subentro».
Da allora silenzio. «A tutt’oggi, Aleandri – prosegue la società – che peraltro ha in Sardegna un proprio polo logistico operativo, è in attesa di un riscontro da Anas, e conferma il proprio interesse a riavviare il cantiere in tempi immediati, al netto delle formalità di subentro (stipula atto, consegna cantiere), assicurando certezza sui tempi di esecuzione dei lavori».
Nessun diniego, spiega l’Anas a Edilizia e Territorio, stiamo aspettando il parere dell’Avvocatura.
«L’Ati Cmc–Aleandri – conferma l’Anas – nel corso della procedura di interpello, ha fatto istanza di intervenire alla sottoscrizione del contratto di subentro modificando l’originaria compagine dell’Ati, invertendo cioè il ruolo tra mandataria e mandante e trasformando la tipologia di raggruppamento da tipo “orizzontale” a “verticale” (dove nel caso di specie l’impresa CMC – allora mandataria – assumerebbe l’esecuzione di un sola categoria scorporabile). E’ emerso anche che, nelle more della conclusione della procedura di interpello, l’impresa CMC abbia fatto istanza di ammissione al concordato preventivo».
«Alla luce di ciò, Anas, per dare seguito alla richiesta di modifica presentata dall’ATI CMC–ALEANDRI, ha richiesto, in data 11/01/2019 apposito parere all’Avvocatura dello Stato. Solo a seguito del parere dell’Avvocatura, Anas potrà prendere le decisioni più appropriate per garantire la ripresa dei lavori (e in caso di negativo dell’Avvocatura è prevista l’indizione di una nuova procedura concorsuale)». © RIPRODUZIONE RISERVATA

27/03/2019 – Il Sole 24 Ore  -Edilizia e territorio

Nuovo ponte di Genova, il progetto supera la valutazione del Consiglio superiore dei lavori pubblici

Maurizio Caprino

La velocità massima di transito, controllata elettronicamente, sarà di 80 km all’ora

Il nuovo tracciato non sarà a norma, ma si è evitato di offrire appigli ad Autostrade per l’Italia per un ulteriore contenzioso. Per gli utenti, il risultato finale sarà che il nuovo viadotto Polcevera si potrà percorrere ad appena 80 all’ora, contro i 90 del vecchio Ponte Morandi crollato il 14 agosto con 43 morti. E il rispetto del limite sarà molto probabilmente garantito dal controllo automatico tipo Tutor. Sono finite con queste decisioni e tanti rilievi su altri aspetti le sei ore di seduta straordinaria con cui il Consiglio superiore dei lavori pubblici ha reso il suo parere sulla ricostruzione del viadotto.Tutto è scritto in una novantina di pagine, votate all’unanimità con soli tre astenuti (per motivi personali e non di merito). Un accordo trovato accantonando la questione più spinosa: il fatto che sia stato mantenuto il tracciato originario, progettato nei primi anni Sessanta e non a norma con le attuali norme geometriche di costruzione delle strade, con un rettilineo troppo lungo e curve troppo stretta e con scarsa visibilità (il Sole 24 Ore lo ha evidenziato il 19 dicembre).
Messi da parte anche gli attriti interni al Consiglio, su questioni che nulla c’entrano con la ricostruzione del viadotto. La chiave del parere sta nella presa d’atto che il contratto per la ricostruzione – tra il sindaco-commissario, l’impresa che eseguirà i lavori e quella che sta redigendo il progetto – è “blindato” su quasi tutti i suoi aspetti. Compreso il costo complessivo: 202 milioni di euro, una cifra già oggetto di varie critiche a microfoni spenti (circa tripla rispetto agli standard ma vanno considerati l’urgenza e un certo sovradimensionamento del nuovo viadotto) che si reputa poco opportuno sforare. Lo sforamento servirebbe per allargare il raggio delle curve tra le quali il viadotto è compreso, il che implica non solo la riduzione della parte rettilinea ma soprattutto il rifacimento del primo centinaio di metri della galleria lato Savona. I progettisti e il sindaco-commissario si sono accorti del problema e lo hanno dichiarato, sottoponendolo al Consiglio. Che non ha preso una posizione, per cui in futuro non si potrà citare il parere votato ieri per motivare un contenzioso.
L’unica cosa che il Consiglio ha potuto fare è suggerire il limite e il controllo. I progettisti avevano già mitigato i problemi di sicurezza rinunciando all’idea originaria della terza corsia dinamica, cioè la corsia di emergenza utilizzabile nei momenti di maggior traffico per la marcia dei veicoli più lenti: crea rischi (e su un tratto di appena un chilometro come il nuovo viadotto serve anche a poco). Su tutto il resto, il Consiglio ha abbondato in osservazioni critiche. A partire proprio dalla corsia di emergenza, larga mezzo metro più del dovuto (ciò crea un effetto ottico che induce alla velocità). Quel mezzo metro sarebbe stato più utile conservarlo per rendere più sicuro lo spartitraffico, tanto più che Renzo Piano ha voluto tenere al centro colonne che ne rendono più difficile il lavoro di assorbimento degli urti. Molte osservazioni anche sul sovradimensionamento di parti strutturali come i piloni e gli appoggi.

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