Rassegna stampa 26 marzo 2019

25/03/2019 12.03 – Quotidiano Enti Locali e Pa

Da motivare il cda al posto dell’amministratore unico nelle società pubbliche

Con la delibera n. 6/2019/VSGla Corte dei conti delle Marche esegue una verifica a tappeto sulla governance delle società a controllo pubblico partecipate da una Provincia, sulla base delle informazioni ottenute dall’ente in ordine al recepimento, da parte delle società interessate, della disciplina prevista dall’articolo 11, commi 2 e 3, del Dlgs 175/2016 (testo unico sulle società a partecipazione pubblica). In base a questa norma, l’organo amministrativo delle società a controllo pubblico è costituito, di regola, da un amministratore unico, salvo che l’assemblea dei soci decida di affidare la guida della società a un consiglio di amministrazione composto da 3 o 5 membri, sulla base di un’apposita delibera motivata da inviarsi alla Sezione regionale della Corte dei conti e alla struttura di controllo del ministero dell’Economia. L’evoluzione della norma Questa disciplina, che è innovativa rispetto a quanto previsto fino all’entrata in vigore del testo unico, comporta specifici obblighi di controllo e monitoraggio da parte degli enti soci sulle partecipate.Il vigente comma 3 dell’articolo 11, come ricordano i giudici, risponde a finalità di razionalizzazione e contenimento della spesa pubblica, recando un disposto che è stato riformulato dal Dlgs 100/2017 (cosiddetto decreto correttivo) rispetto alla versione originaria, che demandava a un Dpcm il compito di definire i criteri per poter ricorrere a un Cda nelle società pubbliche, in alternativa alla regola dell’amministratore unico.Il testo dell’articolo rimette ora alle medesime società e, quindi, all’apprezzamento discrezionale degli enti soci, la decisione sulla governance ritenuta più funzionale, da determinarsi con una delibera di assemblea che giustifichi la scelta in base a «specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa e tenendo conto delle esigenze di contenimento dei costi».Bisogna riconoscere che il proposito originario di accentrare le strategie di governance delle partecipate locali con un decreto ministeriale avrebbe dettato regole uniformi per organizzazioni societarie molto diverse tra loro, con il rischio di provocare disfunzioni e inefficienze sul territorio.Infatti, l’esigenza di porre al vertice di una società un Cda o un amministratore unico presuppone un’accurata analisi dei processi organizzativi aziendali, e non dipende solo da criteri o indicatori “esterni”, come il volume di fatturato dell’impresa, la quantità di lavoratori impiegati o il numero di enti soci serviti. La verifica della Corte In ogni caso, la pronuncia evidenzia che la Corte dei conti, alla quale vanno trasmesse le delibere assembleari per la nomina di un organo collegiale alla guida delle partecipate, non si limita a un mero controllo formale, ma dà corso a una puntuale attività di verifica in materia.La Sezione ha riconosciuto preliminarmente il portafoglio azionario in mano alla Provincia interessata, e concentra l’attenzione sugli organi di vertice delle società partecipate.La verifica ha per oggetto la composizione degli organi amministrativi e i compensi determinati per l’esercizio della carica, il cui importo (ivi compresa l’eventuale remunerazione per particolari cariche) non può superare l’80 per cento del costo complessivamente sostenuto dall’ente nell’anno 2013, ai sensi dell’articolo 4, comma 4, del Dl 95/2012, convertito in legge 135/2012.Per quanto poi riguarda il processo decisionale relativo alla composizione degli organi societari, è opportuno evidenziare il rigore con cui il collegio ha eseguito la verifica in ordine all’attuazione di quanto previsto dal sopra citato articolo 11, comma 3, del testo unico. La decisione della Corte Nello specifico, rispetto a una società a controllo pubblico operante nel settore del mercato agroalimentare, ove la Provincia detiene l’esigua quota del 5,35 per cento, la Sezione ha raccomandato all’ente socio di procedere alle necessarie verifiche in modo che la partecipata si attivi per adottare la delibera assembleare prevista dalla norma, posto che l’attuale decisione di nomina del Cda con 3 componenti «non illustra le motivazioni in ordine all’esistenza di specifiche ragioni di adeguatezza organizzativa che hanno indotto a operare la scelta dell’organo collegiale, e non è pertanto supportata da una serie di dati ed elementi concreti e puntuali riguardanti in particolare la struttura organizzativa, le dimensioni, l’ambito di operatività e i risultati economico-finanziari raggiunti».La Corte ha rilevato che un’altra società controllata dalla Provincia, a differenza della precedente, si è adoperata per nominare un organo amministrativo collegiale nelle forme prescritte, mediante delibera assembleare che illustra le ragioni di adeguatezza organizzativa a supporto della scelta dell’organo collegiale, con una serie di dati ed elementi concreti e puntuali.Il collegio ha osservato che la società, nel disimpegno di questo adempimento, ha peraltro evidenziato, nel corso del tempo, una sostanziale invarianza dei costi gestionali per i compensi all’organo collegiale amministrativo.Tutto questo però non basta, scrivono i giudici, perché la società «non si sofferma su valutazioni specifiche idonee a dimostrare che la scelta operata, in deroga alla regola dell’amministratore unico, sia coerente rispetto a detta esigenza e non comporti un irrazionale aggravio di spese». Questo rilievo è sufficiente per far emergere la necessità di una maggiore specificazione delle motivazioni addotte a fondamento della scelta operata, per cui il collegio chiede all’assemblea dei soci di adottare un’ulteriore delibera integrativa, da trasmettersi anch’essa, al pari della prima, alla Sezione regionale e alla competente struttura di controllo del ministero dell’Economia e delle finanze.In definitiva, il rigore della Corte giustifica la massima cura nel definire la scelta di governance societaria, con la necessità di tenere presente che la nomina di un organo collegiale alla guida della società a controllo pubblico è pur sempre una deroga alla norma di principio dell’amministratore unico.

26/03/2019 – La Cronaca di Verona e del Veneto
UNA CITTÀ SEMPRE PIÙ SMART ADESSO SI SPERIMENTA IL 5G

ACCORDO TRA COMUNE, AGSM E TIM
Verona è la prima del Nordest ad avviare il servizio innovativo
Verona sarà tra le prime città d’ Italia ad avviare la sperimentazione dei servizi di nuova generazione “Smart and Interactive City”, basati sull’ innovativa tecnologia NB-IoT (Narrowband-Internet of Thi ngs) e sul 5G, in grado di migliorare la qualità della vita dei cittadini attraverso soluzioni riguardanti la sicurezza, i trasporti, il turismo e la valorizzazione del territorio. Sono questi i principali ambiti di applicazione dell’ accordo siglato oggi dal Comune di Verona, TIM e AGSM (Azienda Generale Servizi Municipali di Verona), che ha l’ obiettivo di dare impulso alla trasformazione digitale del territorio e proiettare in questo modo Verona verso il modello di “città intelligente”, grazie allo sviluppo di servizi e soluzioni innovative adatte a soddisfare le sempre più specifiche necessità di tutti i soggetti, pubblici e privati. I dettagli del progetto, che con la firma del Memorandum of Understan ding è entrato nella fase opera tiva, sono stati illustrati dal Sindaco di Verona, Federico Sboarina, dal Responsabile Sales Nord Est di TIM, Roberto Collavizza, e dal Direttore Generale di AGSM Verona, Daniela Ambrosi. Il piano di sperimentazione prevede di individuare, studiare e concretizzare specifiche iniziative verso servizi di Smart city nel territorio del Comune di Verona, sviluppati da TIM in collaborazione con Olivetti (il polo digitale del Gruppo), attraverso l’ uso della tecnologia NBIoT e del 5G, in particolare per la realizzazione di servizi innovativi. “Il Gruppo Agsm è da oltre un secolo il volano evolutivo del nostro territorio – evidenzia Daniela Ambrosi Direttore Generale del Gruppo -. Dal 1898 ha favorito lo sviluppo industriale e tecnologico di Verona, prima con la realizzazione delle centrali elettriche per fornire energia indispensabile alle industrie, poi con la posa delle condotte del gas metano e del teleriscaldamen to. Lungo tutto il Novecento ha risposto alle sempre più crescenti esigenze dei cittadini, offrendo le soluzioni migliori”. “Questi servizi di nuova generazione ci permetteranno di fare un passo avanti nella costruzione di una Verona sempre più Smart – sottolinea il sindaco Federico Sboarina. “TIM è in primo piano nell’ innovazione del Sistema Paese, e particolarmente attenta allo sviluppo territoriale, sia in termini di connettività ultra -broadband che di servizi digitali – afferma Roberto Collavizza, responsabile Sales Nord Est di TIM -. Con questo accordo vogliamo ribadire il nostro impegno nell’ offrire al cittadino, alla pubblica amministrazione ed alle imprese soluzioni digitali per le smart city e per lo sviluppo del tessuto industriale. In particolare, metteremo a disposizione le nuove tecnologie quali le reti NB-IoT e a seguire 5G per offrire soluzioni all’ avanguardia in termini di performance e servizi innovativi”.

26/03/2019 – Corriere della Sera
ANDARE OLTRE I «CONTRATTI D’APPALTO»

Un parere che rischia di far perdere al Paese un’ importante occasione. In nome di una discutibile primazia del diritto euro-unitario sul diritto interno. Una visione mercantilistica piegata mestamente al principio di tutela della concorrenza, imposto persino alle forme di collaborazione tra organismi pubblici e privati che perseguono obiettivi simili (se non coincidenti). La visione che individua l’ unico strumento relazionale nel contratto d’ appalto, espressa nel parere del Consiglio di Stato (il n. 2052, reso dalla Commissione speciale di Palazzo Spada il 20 agosto 2018) deprime il potenziale di una nuova stagione di coprogettazione, coprogrammazione e affidamento trasparente di servizi di interesse pubblico aperta dall’ approvazione dell’ art.55 del Codice del Terzo settore. Seguendo la sola logica della competitività fine a sé stessa, si priva la pubblica amministrazione e con essa la società italiana dell’ apporto originale che può essere fornito dagli enti inseriti in un procedimento di collaborazione. E più nello specifico si arretra rispetto alla possibilità di conseguire risparmi di spesa derivanti dall’ apporto materiale degli enti medesimi all’ implementazione degli interventi, con conseguente lesione di un altro principio di rilevanza euro-unitaria, la tutela degli equilibri di bilancio, recepito negli articoli 81, 97 e 119 della Costituzione. Appare così chiaro il vizio di fondo: non si è di fronte a una gara fra contendenti, da una parte, e stazione appaltante, dall’ altra, bensì all’ attivazione di un partenariato collaborativo tra soggetti con obiettivi simili e in cui tutti apportano proprie risorse. Nel rispetto, s’ intende, di una o più attività di interesse generale, quindi non lucrative. Emerge così un autonomo e solido fondamento costituzionale degli istituti disciplinati dal Titolo VII del Codice del Terzo settore, distinto da quello del Codice dei contratti pubblici. Ma questa svista può essere corretta, tutelando gli strumenti collaborativi (artt. 55 e 56) contenuti nel Codice del Terzo settore (Cts). L’ aggiornamento da parte dell’ Anac delle proprie Linee Guida n. 32/2016 sugli affidamenti agli enti di Terzo settore rappresenta una prima occasione decisiva affinché il diritto del Terzo settore sia davvero preso sul serio. * Gregorio Arena, Felice Scalvini, Carlo Borzaga, Pasquale Bonasora, Antonio Fici, Fabio Giglioni, Luca Gori, Giangiorgio Macdonald, Gianfranco Marocchi, Silvia Pellizzari, Emanuele Rossi, Elisabetta Salvatorelli, Gabriele Sepio, Ettore Vittorio Uccellini.

 

26/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
«Blocco della firma? Si supera con l’intervento della Corte dei Conti. Giusto togliere la soft law all’Anac»

Mauro Salerno

Parla Luigi Giampaolino, ex presidente dell’Autorità sui contratti pubblici e della Corte dei Conti appena chiamato alla guida dell’Istituto grandi infrastrutture

Far ripartire gli investimenti, chiamando in causa la Corte dei Conti per eliminare la sindrome da paralisi della firma che sta bloccando i funzionari pubblici. E poi innestare nuove professionalità nelle amministrazioni, riaprendo una stagione di concorsi. Giusto, infine, togliere l’attività di regolazione all’Anac, tornando al modello di codice più regolamento negli appalti pubblici. Luigi Giampaolino, ex presidente dell’Autorità di vigilanza dei contratti pubblici e della Corte dei Conti, parla nella sua nuova veste di presidente dell’Istituto Grandi infrastrutture. «Le amministrazioni pubbliche vivono una fase di forte difficoltà – dice subito pensando al suo nuovo ruolo – vogliamo aiutarle svolgendo un compito di supporto e di impulso».

Presidente, la prima domanda è d’obbligo. La cronaca di questi giorni è dominata dal dibattito sul decreto Sblocca-cantieri. Ci sono misure giuste per rilanciare gli investimenti? Che farebbe lei? 
Al primo posto metterei il rilancio del partenariato pubblico privato. Il primo errore da correggere da questo punto di vista è stato quello di disciplinare partenariato e concessioni nell’ambito dei contratti pubblici. Sono contratti finanziari: la loro collocazione dovrebbe essere nel diritto bancario. La stessa disciplina pubblicistica è limitativa per questo tipo di operazioni. Per rilanciare gli investimenti bisogna partire dai soggetti che devono essere protagonisti di questa politica: gli organi dello Stato, il Cipe, le Regioni, i Comuni, gli altri enti pubblici. In particolare per il Cipe, bisogna pensare a una revisione dell’organismo, della sua composizione e, soprattutto, delle procedure che devono essere accelerate.

Visto che ha fatto accenno agli enti pubblici, non si può evadere una domanda sul fenomeno del «blocco della firma» che, secondo molti, è il primo responsabile della paralisi dei lavori.

La proposta dell’Igi è stabilire una sorta di “pregiudiziale” della legittimità amministrativa, nel senso che quando via sia stata una pronuncia della Corte dei Conti sulla legittimità di un atto, nella quale è garantita la presenza di tutti gli interessi, quella deve fare testo in ogni altro procedimento civile, penale e di responsabilità amministrativa.

Provo a sintetizzare: quando la Corte dei Conti dà l’ok i funzionari pubblici non devono temere più niente. Questo li metterebbe al riparo da ricorsi e contestazioni. Che ne pensa della proposta che viene ormai rimbalzata da più parti di limitare meglio i confini del reato di abuso d’ufficio?

Non si può che essere d’accordo. Se non va abolito, questo reato va sicuramente e decisamente riconfigurato. Il problema non è penale ma amministrativo. La vera legge anticorruzione è una riforma della pubblica amministrazione mirata a riportare serietà, competenze e professionalità negli uffici pubblici. Anche perché le direttive Ue ora privilegiano la discrezionalità, che prima era vista come fonte di corruzione e che oggi invece l’Europa ci spinge a considerare come fondamentale nel processo di assegnazione degli appalti.

Vero. Il problema è che, al di là delle dichiarazioni di principio, quando si scende nella realtà degli uffici gare, sono le stesse amministrazioni a non volere discrezionalità, ma percorsi certi su cui muoversi per non incorrere in errori e contestazioni.
Questo accade perché le amministrazioni non sono all’altezza di esercitare la discrezionalità con competenza e indipendenza. Qui bisogna fare uno sforzo, perché in molte materie non c’è la preparazione. Per stare alla cronaca, quello che manca nelle bozze di questo decreto Sblocca-cantieri è proprio la spinta al miglioramento della Pa attraverso nuovi concorsi. Ci vorrebbe una norma per la riapertura dei concorsi per figure tecniche da inserire nelle amministrazioni. I commissari servono a fare le gare, che in realtà vogliono fare tutti. La vecchia Merloni rischiò di fermarsi proprio sulla norma di centralizzazione delle stazioni appaltanti.

Da ex presidente dell’Autorità di vigilanza sui Lavori pubblici che pensa dell’idea di tornare al regolamento unico facendo marcia indietro rispetto all’idea di fare dell’Anac anche un’autorità di regolazione del mercato?
Io all’Autorità ci sono stato. Mi chiedo: dove sarebbero le competenze per poter scrivere quel tipo di provvedimenti? Una volta per creare un funzionario ci volevano 70 anni. Oggi forse ne basteranno di meno, ma servono persone preparate. E qui si torna al discorso di prima: bisogna fare concorsi per innestare persone competenti nelle amministrazioni.

Quindi è giusta l’idea di tornare al regolamento unico? 
Si certo. Le dirò di più: io sono per l’idea di fare leggi di principio fatte di pochi articoli e poi circolari esplicative.

Lei è stato da pochissimo nominato nuovo presidente dell’Igi, storico centro studi per l’evoluzione del mercato delle grandi infrastrutture. Che ruolo può avere ai suoi occhi oggi l’istituto in questa difficilissima situazione di mercato? 
La prima cosa è continuare a essere indipendenti. In questa fase, penso che possiamo avere un ruolo di aiuto e impulso all’azione delle pubbliche amministrazioni. Una sussidiarietà nel senso più alto e più proprio del termine. Tanto più necessaria nel momento in cui, per situazioni speriamo contingenti e non di lunga durata, ci sono carenze e inefficienze che risultano dannose per l’intero settore. © RIPRODUZIONE RISERVATA

26/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Piste ciclabili, il business delle due ruote vale già 7,6 miliardi

Massimo Frontera

Oltre 77 milioni di presenze di turisti che utilizzano la bicicletta. I principali numeri del primo rapporto Isnart-Legambiente sul cicloturismo in Italia

Nel 2018 i turisti che hanno utilizzato la bicicletta hanno rappresentato per il mercato turistico 77,6 milioni di presenze, producendo un giro d’affari complessivo di 7,6 miliardi.
Sono questi i principali numeri contenuti nel primo rapporto Isnart-Legambiente su “Cicloturismo e cicloturisti in Italia 2019”, a cura di Unioncamere e Legambici (oltre a Isnart e Legambiente). Il rapporto viene presentato questa mattina a Roma nell’ambito del Bike Summit 2019.
L’aspetto interessante del documento sta nel fatto che non si limita a circoscrivere la dimensione del business legato al “turismo dolce” che utilizza le due ruote, considerato come una componente del più generale “turismo attivo” e a sua volta distinto tra cicloturisti (che utilizzano la bici per viaggiare) e turisti ciclisti (che utilizzano la bicicletta una volta arrivati alla meta da visitare). Il rapporto, va molto oltre, segmentando in modo estremamente dettagliato la spesa media giornaliera dei protagonisti del cicloturismo. Per ogni categoria – cicloturisti turisti in bicicletta – vengono indicate 32 voci di spesa – dal caffè ai souvenir, dalla spa al cinema, dalla gastronomia tipica ai libri – raccolte in sette macro settori (abbigliamento, pubblici esercizi, agroalimentare, trasporti, tabacchi, altro, divertimento e cultura). In questo modo diventa possibile mettere a fuoco una “profilazione” del “turista dolce” che pedala in Italia, sia straniero sia italiano. Si scopre per esempio che mentre in generale la classe demografica dei turisti “attivi” è composta di persone tra i 21 ed i 40 anni, «tuttavia, è da sottolineare come tra i cicloturisti l’età media tenda a spostarsi in avanti per la significativa presenza di ultra sessantenni che raggiungono il 19% del totale (a fronte del 13% delle altre tipologie)».
Dove si pedala di più? Il rapporto dice tra le principali aree di partenza dei cicloturisti figurano diverse regioni del Centro-Sud e in particolare da Campania, Lombardia e Lazio. E gli stranieri? «La Germania è in tutta evidenza il principale mercato estero di origine di flussi interessati alla vacanza attiva, seguita da Francia, Stati Uniti e Regno Unito».
Verso dove si pedala? La risposta del rapporto è che «a differenza dei turisti attivi e dei turisti ciclisti (per i quali primeggiano Trentino e Veneto) le principali regioni di destinazione dei cicloturisti sono la Toscana e l’Emilia Romagna cui si indirizza in complesso due terzi dei flussi totali».
Sulla misurazione dell’economia della bicicletta in rapporto all’infrastruttura, il rapporto confessa che c’è ancora molto lavoro a fare. Ad oggi l’unico benchmark resta quello indicato nel rapporto del 2010 della Provincia di Trento sul cicloturismo nella provincia autonoma. Il rapporto trentino indica un valore di 250mila euro di ricavi per chilometro di pista ciclabile. Tale valore, osserva nel rapporto Isnart-Legambiente, rappresenta «il nostro unico termine di paragone in quanto a economia dei tracciati cicloturistici» ed è «riferito a itinerari di alta qualità progettuale e costruttiva, oltre che ben messi in rete con le strutture ricettive».
Tale valore, essendo riferito allo stesso elevato standard infrastrutturale preso a riferimento per la rete delle ciclovie nazionali, di prossima realizzazione, può essere per questo indicato come base per misurare la spinta economica del programma promosso dal ministero delle Infrastrutture e attuato dalle regioni. «In altre parole – si legge nel rapporto – i 250.000 euro anno/Km. di ricavi che lo studio trentino permette di utilizzare come pietra di paragone saranno plausibilmente spalmabili su tutto il chilometraggio del SNCT (Sistema nazionale delle ciclovie turistiche, ndr) solo a patto che quello stesso standard qualitativo sia tenuto a livello “trentino” lungo tutte e dieci le ciclovie previste. In questo caso, il ricavo annuo potrà essere di circa € 1,5 mld/anno solo per ciò che riguarda la rete nazionale del SNCT, escluse le reti minori e il cicloturismo urbano che dovranno essere oggetto di ulteriori analisi e riflessioni». Da questa media si possono discostare in modo significativo alcuni tracciati, che promettono un’efficacia ancora maggiore. È per esempio il caso del Grab, il grande raccordo anulare ciclabile che, in base a una stima dell’Ancma fatta nel 2016, potrebbe «apre infatti scenari molto più consistenti, nell’ordine di oltre 1 mln di euro annui per chilometro».
Nel rapporto non mancano raccomandazioni e proposte. La raccomandazione è quella di non affrontare la progettualità di una pista ciclabile allo stesso modi di come si progetta una strada o una autostrada. «La delicatezza di questo sistema, cui si accennava prima è tutta qui, e non può essere affrontata con il criterio culturale e tecnico proprio delle infrastrutture polarizzate sulla mobilità veicolare a motore». La proposta, immediatamente conseguente alla precedente raccomandazione, muove dalla considerazione che «l’Italia ha un immenso patrimonio di strade secondarie a vocazione ciclabile che merita maggiore attenzione». «È urgente – chiede pertanto il rapporto – una riforma del Codice della Strada che preveda la definizione di strada ad alta intensità ciclistica per quelle strade secondarie a traffico promiscuo, più utilizzate da ciclisti che autoveicoli nelle strade minori, abbassandone i limiti di velocità e aumentandone la sicurezza di utilizzo per il cicloturismo». © RIPRODUZIONE RISERVATA

26/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Tecnis, resta il nodo dei consorzi: il Mise congela la procedura di vendita

Alessandro Arona

Dopo il mancato accordo con Pessina il Mise ferma la trattativa «per approfondimenti». Sindacati in allarme per lavori e operai

Sempre più arenata la procedura di vendita della Tecnis di Catania da parte dell’amministrazione straordinaria di governo (legge Marzano). Dopo la trattativa saltata nei giorni scorsi tra il commissario Saverio Ruperto e la Pessina Costruzioni di Milano (che si era offerta di acquistare l’intero pacchetto residuo della Tecnis), si stava procedendo con le offerte alternative, su parti separate degli asset in offerta, quelle Arechi di Salerno e della D’Agostino spa di Montefalcione (Avellino). In parallelo Ruperto tentava di capire se fosse possibile rimuovere le cause ostative della cessione a Pessina, cioè il mancato accordo per la cessione da parte di imprese terze delle quote di minoranza dei consorzi per le singole opere. Anche perché non solo Pessina, ma anche Arechi e D’Agostino avevano condizionato le offerte alla possibilità di acquisire anche le quote di minoranza dei consorzi.
Ebbene, nell’incontro di venerdì scorso, 22 marzo, al Mise, i dirigenti del Ministero hanno comunicato ai sindacati di aver chiesto a Ruperto di fermare ogni attività straordinaria relativa al suo ruolo di commissario Tecnis, e dunque la procedura di vendita, in attesa di approfondimenti in corso da parte dello stesso dicastero dello Sviluppo. Di più non è stato detto, ma va ricordato che Ruperto è stato nominato dal predecessore di Di Maio, Claudio Calenda, e che forse il Mise vuole valutare l’ipotesi di sostituire il commissario o di revocare la procedura di gara, per riaprirla in altro modo.
In entrambi i casi, dai sindacati firltra una certa preoccupazione. I cantieri sono ormai quasi fermi (tra i principali l’anello ferroviario di Palermo, un lotto del nodo di Bari per Rfi, il completamento della metropolitana di Catania), e l’ipotesi di un rinvio (per cambio commissario o procedura d’asta da rifare) porta con se il rischio di rescissioni contrattuali e comunque nel breve periodo blocco dei cantieri e personale in mobilità o Cigs a lungo termine.
Nella riunione precedente, fra l’altro, il 22 febbraio, Ruperto aveva riferito che il piano industriale di Pessina prevedeva uno sviluppo del nuovo Gruppo in diversi settori vicini a quelli attuale di Tecnis, e che che prevedeva l’assunzione di 133 nuovi addetti di cui 53 a Catania, oltre al riassorbimento di tutti gli attuali addetti. E inoltre la piena corresponsione degli arretrati maturati dai dipendenti prima dell’inizio della procedura.
Per ora comunque Filca, Feneal e Fillea preferiscono non fare comunicati e prese di posizione ufficiali, in attesa di una ri-convocazione al Mise data per vicina. La verifica sulla procedura si annuncia dunque rapida. Né il Mise, né la struttura commissariale né la Pessina hanno voluto aggiungere nulla a quanto sopra riportato.
Ricordiamo che la causa del mancato accordo con Pessina – offerta aggiudicataria provvisoria – sul contratto di cessione dell’intero pacchetto messo all’asta (circa 500 milioni di euro di valore lavori Tecnis da completare e 1,2 miliardi di fatturato stimato dalle concessioni) è stata l’impossibilità di acquisire il pieno controllo delle società consortili attive sui cantieri. Questo ha indotto Pessina a ritirare l’offerta, come previsto da una clausola condizionale fin dall’inizio messa sul piatto.
«La problematica relativa alla mancanza del pieno controllo da parte di Pessina Costruzioni delle società consortili partecipate dalla Tecnis – spiegò Pessina in un comunicato – ha rappresentato un elemento di forte rischio per l’azienda che, in questo modo, si sarebbe trovata a gestire appalti anche con altri soggetti che avrebbero potuto non rispettare i protocolli di legalità che sono un elemento imprescindibile e irrinunciabile del modus operandi della stessa Pessina». «Venendo meno questa sicurezza – proseguiva la nota – nella successione nei rapporti societari con Tecnis, Pessina Costruzioni ha deciso di non rischiare di pregiudicare la sua immagine con condotte che avrebbero potuta metterla in discussione».
Dopo l’avviso di marzo 2018, le offerte vincolanti entro il 17 settembre, e l’11 febbraio l’aggiudicazione della gara a Pessina (preferita ad altre offerte parziali, su singoli asset del gruppo), a quel punto sembrava fatta, e ambienti vicini all’amministrazione governativa facevano filtrare la possibilità di arrivare alla firma del contratto entro lo stesso mese di marzo.
L’offertta di Pessina (società numero 45 in Italia per fatturato tra i costruttori, con 67,7 milioni di euro di fattura nel 2017, e utile netto per 0,7 milioni) conteneva però una clausola condizionale, cioè una circostanza senza la quale l’offerta si doveva ritenere nulla, non più vincolante, e dunque non sarebbe stato firmato il contratto.
La condizione era la possibilità di acquisire l’intero controllo delle società consortili, cioè le società di scopo per i singoli cantieri, alcune delle quali non interamente possedute da Tecnis. I soci “terzi” non prendono ordini dal Commissario, naturalmente, ma al momento dell’aggiudicazione sia l’amministrazione straordinaria sia l’offerente Pessina erano convinti che si potesse ottenere la cessione volontaria da parte di tutti.
Evidente (e legittimo) l’obiettivo di Pessina di controllare pienamente i cantieri acquisiti, senza avere a che fare con imprese socie che non si è scelto e di cui non si fida.
Non è mai stato chiarito – non è stato possibile accertarlo per la scelta dei due protagonisti, il commissario e Pessina, di non fornire ulteriori informazioni – se la trattativa sia saltata per un “errore di valutazione” circa il fatto che i soci dei consorzi avrebbero facilmente ceduto (errore del commissario, di Pessina o di entrambi), oppure se il punto sia stato un’offerta ritenuta troppo bassa da parte dei soci minori dei consorzi, che avrebbero dunque rifiutata.
Fatto sta che, preso atto dell’impossibilità di acquisire il pieno controllo di tutti i cantieri, Pessina ha revocato la sua offerta facendo valere la clausola condizionale.
Questi i consorzi controllati da Tecnis (tutte S.c.a.r.l.): Uniter Consorzio Stabile, Tiburtina, San Marco, Consortile Sangro, Ternirieti, San Quirico, Gubbio, Consortile Calata Bettolo,
Salerno Porta Ovest, Salaria, Consortile Nord Sud, Metro Catania 2013, Spoleto.
A questo punto restano sul tappeto, formalizzate nei mesi scorsi, altre due proposte su due parti separate degli asset di Tecnis. Una dalla Arechi di Salerno e l’altra dalla D’Agostino spa di Montefalcione (Avellino). Da quei dovrà ripartire il commissario Ruperto, ma i sindacati si dicono preoccupati, sia per un allungamento dei tempi che potrebbe impattare sulla continuità dei cantieri (già molto rallentati, se non quasi fermi) sia per la possibilità di non riuscire a tutelare l’intero personale diretto coinvolto (160 persone).
Tra i lavori in corso da parte di Tecnis l’anello ferroviario di Palermo (80 mln residui), un lotto del nodo di Bari per Rfi (80 mln), il completamento della metropolitana di Catania. Poi infrastrutture stradali, residuo 55,2 milioni (Sal medio 41%), tra cui la Tiburtina a Roma e lotti per l’Anas in Campania; opere marine, residuo Tecnis 154,5 milioni (Sal medio 17%), tra cui il tunnel stradale per il porto di Salerno (70 mln). In questi ultimi due “cluster” un lotto stradale da 18 mln e un’opera marittima da 56,2 costituscono il “Ramo Campania” affittato a terzi. Poi costruzione di ospedali 181,6 milioni (avanzamento medio 6%), tra i quali il nuovo ospedale di Gioia Tauro, ancora da avviare. Poi c’è il gruppo delle concessioni: due gestioni portuali, due concessioni di costruzione e gestione osedaliere (ospedali Regione Calabria in Ppp), un interporto. Kpmg calcola un valore residuo di 1.235 milioni, che si riferisce al fatturato stimato, cumulato, per tutto il periodo di gestione.
Tra gli asset in vendita c’era anche «la valorizzazione delle riserve iscritte in contabilità di cantiere (circa 432,6 milioni) e maturate su commesse da avviare, in corso e completate» (190,6 milioni sono le riserve su commesse in corso e da avviare e 242 mln quelle su commesse completate).

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26/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Metropolitana di Roma, rescisso il contratto con Del Vecchio. Il manutentore delle scale: mai più con Atac

Alessandro Lerbini

L’ad dell’impresa napoletana vincitrice del bando Atac con il ribasso del 49%: «I problemi causati dagli impianti»

Revocato nella serata di lunedì 25 marzo il contratto di manutenzione con l’impresa Del Vecchio di Napoli per le scale mobili delle metropolitane di Roma. Ad annunciarlo la sindaca Virginia Raggi con un tweet: «Atac ha rescisso il contratto con il fornitore della manutenzione degli impianti nelle stazioni della metropolitana per gravi e inconfutabili ragioni. Un atto dovuto, necessario. Chi è responsabile deve pagare. Continueremo a vigilare l’iter passo dopo passo».
Contattato da «Edilizia e Territorio» nel corso della giornata, Giorgio Del Vecchio, amministratore delegato della società specializzata in impianti di traslazione, aveva respinto al mittente le accuse mosse dal Campidoglio: «Non abbiamo ricevuto nessuna comunicazione su un’eventuale rescissione del contratto, ma di sicuro c’è che noi non lavoreremo più con l’Atac in futuro. Con loro abbiamo avuto problemi sin dall’inizio». I malfunzionamenti registrati negli ultimi mesi hanno causato la chiusura delle centralissime stazioni di Repubblica, Barberini e Spagna della linea A.
Del Vecchio, in associazione temporanea con Grivan Group, si è aggiudicata il bando promosso dall’Atac nel settembre del 2016 da 22,9 milioni per un importo di 11,7 milioni, pari a uno sconto del 49 per cento (alla gara avevano partecipato anche Schindler, Marocco elevators, Consorzio Integra, Del Bo, Thyssenkrupp, Kone). Un maxiribasso che ha attirato da subito le critiche di chi vede nella cattiva manutenzione la causa dei ripetuti guasti agli impianti (a partire da quello dello scorso ottobre che causò il ferimento di 24 persone alla stazione di Repubblica). «Ma il manutentore precedente – afferma Del Vecchio – aveva vinto con il 55% di sconto. Per la verifica della nostra offerta anomala hanno impiegato ben sei mesi e alla fine è stata ritenuta congrua e valida».
Dopo l’aggiudicazione dell’appalto, Del Vecchio e Grivan hanno formato la società Consortile Metro Roma per gli interventi sulle linee «A-B-B1-C» della metropolitana, nelle ferrovie regionali Roma-Lido di Ostia e Roma-Viterbo e nei parcheggi, depositi, rimesse industriali e amministrativi per una durata di 36 mesi (in scadenza il prossimo anno). In particolare gli interventi riguardano 387 scale mobili, 10 marciapiedi mobili, 288 ascensori, 44 servoscala, due piattaforme elevatrici. «Abbiamo circa 40 dipendenti che lavorano in questa società – afferma l’ad – che controlla quasi 750 impianti. Di questi sono circa 21 quelli che hanno dato problemi e sono tutti della Otis, presenti nelle tre stazioni chiuse e a Flaminio della quale però non si parla. Va detto però che non ci sono legami tra l’incidente di Repubblica a ottobre e quello di Barberini la scorsa settimana: nel primo caso c’è stata un’accelerazione improvvisa della scala, nel secondo un grosso chiodo che si è infilato sotto le scale alla fine della corsa ha provocato la rottura e il cedimento dei gradini». A Repubblica Del Vecchio ha concluso gli interventi sulle prime due scale guaste dopo aver ricevuto la richiesta d’intervento il 31 gennaio.
Sta di fatto che i disagi per chi utilizza la linea A persistono: «Le chiusure – continua Del Vecchio – sono decise dall’Atac che è molto preoccupata. I responsabili di esercizio fanno continui controlli e hanno deciso di fermarle per motivi di sicurezza.Un impianto in Italia, secondo le linee dell’Ustif, l’Ufficio speciale trasporti a impianti fissi del ministero Infrastrutture e trasporti, ha una vita di 30 anni. Le scale mobili delle quattro stazioni sono state cambiate 10 anni fa ma sembra che non siano state sostituite completamente e, in deroga, sia stato fatto solo un ammodernamento. Noi siamo i manutentori e interveniamo su chiamata ma qui il problema sta sul tipo di prodotto installato e questo lo devono dire i tecnici e i costruttori». Nove tecnici responsabili degli impianti di traslazione hanno però rimesso l’incarico proprio ieri.
Secondo Del Vecchio in questi anni c’è stato un calo del 30% dei guasti e su 200 verifiche 197 hanno avuto un esito positivo. Atac ha pubblicato a metà marzo un nuovo bando, dal valore di 11,4 milioni, per il rinnovamento di scale mobili e ascensori lungo nelle stazioni della linea B Piramide, Castro Pretorio, Policlinico, Bologna, Tiburtina Fs, Quintiliani, Monti Tiburtini, Pietralata, Santa Maria del Soccorso, Rebibbia. «Ma noi – conclude l’ad dell’impresa napoletana – non parteciperemo. Con Atac diciamo basta, non ci hanno voluto sin dal primo giorno e noi abbiamo anche fatto ricorso al tribunale delle imprese per vari aspetti, come le continue richieste di penali». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

26/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Salini Impregilo/1. Verso tempi più lunghi per chiudere l’intesa su Astaldi

Laura Galvagni

L’obiettivo è posticipare di un paio di mesi la scadenza del 31 marzo. Le aziende in difficoltà valgono 6 miliardi di ricavi e 5 di indebitamento

Un po’ di tempo in più per dar vita, partendo da Astaldi, a un progetto ben più ambizioso, e per questo ancor più complesso, sul settore delle costruzioni in Italia. Salini Impregilo si starebbe muovendo con il Tribunale di Roma per modificare una delle condizioni dell’offerta presentata il febbraio scorso per salvare il general contractor, ossia la data del 31 marzo come termine ultimo per trovare un’intesa con le banche creditrici di Astaldi. L’intenzione sarebbe quella di posticipare di un paio di mesi quella scadenza per fare in modo che l’accordo trovi compimento.

A quanto risulta, infatti, la dialettica con le banche è fitta. Al punto che gli approfondimenti richiesti dagli istituti sarebbero a un livello talmente tecnico e particolareggiato da far sperare che la quadra possa essere trovata. Tanto più ora che l’asse con la Cassa Depositi e prestiti sembra prendere forma. Non foss’altro perché la decisione della Cdp di mettere mano allo statuto produrrà delle modifiche che, per certi aspetti, potrebbero favorire indirettamente un intervento su Astaldi e, a cascata, sulle altre compagnie in difficoltà.

L’obiettivo, d’altra parte, sarebbe quello di mettere in sicurezza in tempi rapidi l’asset che a livello sistemico potrebbe creare maggiori problemi, ossia la compagnia di costruzioni già partner di Salini Impregilo in numerose iniziative, soprattutto in Italia. Si tratterebbe di un primo tassello per poi procedere, con tempi e modi opportuni, a valutare altri dossier come Trevi, Cmc, Condotte, Grandi Lavori Fincosit. Tutte aziende in difficoltà che assieme ad Astaldi valgono circa 6 miliardi di giro d’affari ma soprattutto 5 miliardi di indebitamento finanziario aggregato a cui si sommano linee di bondistica per 7 miliardi. Numeri rilevanti e che danno la misura di quanto sia ormai in difficoltà un settore chiave per il paese, solo in termini di giro d’affari i gruppi a rischio valgono lo 0,4% del Pil. Cifre troppo rilevanti perchè non si consideri, almeno sulla carta, un intervento di sistema che dia nuovo impulso al comparto. Perché ciò avvenga, però, il contesto deve essere favorevole, deve esserci cioè la volontà di tutti gli stakeholders, azionisti, banche creditrici, investitori finanziari e istituzionali, di dar vita a un simile piano.

Progetto che vedrebbe l’agglomerato Salini Impregilo-Astaldi come perno attorno a cui costruire un campione nazionale, è il target centrale di Progetto Italia, che valga fino a 60 miliardi di backlog, ossia di portafoglio ordini. Un valore consistente frutto dell’integrazione di aziende in difficoltà ma anche di soggetti sani, la cui dimensione potrebbe favorire la realizzazione di un operatore forte. Una simile realtà potrebbe competere anche a livello internazionale con i grandi costruttori. Punto di partenza sarebbe ovviamente il rafforzamento di Astaldi come previsto da piano e l’impegno delle banche a rivestire il doppio ruolo di azionisti e soggetti finanziatori. Solo a valle scatterebbe poi anche l’iniezione di mezzi freschi in Salini Impregilo, indispensabile per poter compiere i passi successivi. Stante anche il recente taglio del rating da parte di Standard & Poor’s che ha portato il giudizio sul gruppo di costruzioni da BB a BB-, con outlook negativo. Al downgrade ha contribuito la debole generazione di cassa nel 2018 mentre l’outlook riflette i timori legati «al peso finanziario a breve-termine legato alla potenziale acquisizione di Astaldi». In risposta Salini Impregilo ha sottolineato che l’intervento di S&P era atteso e ha ricordato di essere al lavoro «a un progetto per rimettere in bonis tutto il settore nell’ambito del Progetto Italia»

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