Rassegna stampa 25 marzo 2019

24/03/2019 – Il Fatto Quotidiano
Politica & affari: ecco le pagine gialle del Sistema Capitale

Caput mundi – Tutte le inchieste.  Il Mondo di mezzo e la Metro C, il palazzo della Provincia e lo scandalo Stadio. Corruzione, indagato anche l’ ad di Acea
“C’ è un mondo in cui tutti si incontrano, il mondo di mezzo è quello dove è anche possibile che io mi trovi a cena con Berlusconi”. Le parole di Massimo Carminati risuonano come una profezia capace di annunciare le vicende che negli ultimi anni hanno portato numerosi politici tra i corridoi della cittadella giudiziaria di piazzale Clodio, a Roma. Sindaci, presidenti della Regione, consiglieri comunali, assessori e funzionari pubblici di ogni sorta: che si tratti di Mafia Capitale o delle indagini sulla metro C, o ancora delle diverse inchieste che ruotano intorno al Nuovo Stadio della Roma poco importa, da anni il ruolo appeso fuori dalle porte delle aule del Tribunale romano riporta le “pagine gialle” del “Sistema Capitale”. MONDO DI MEZZO . Mafia Capitale è l’ esempio più significativo. I processi scaturiti dall’ operazione del dicembre del 2014 non coinvolsero solo il “Mondo di Mezzo”, chiamando in causa i criminali storici come Massimo Carminati o i ras delle cooperative alla Salvatore Buzzi, ma anche numerosi politici: dall’ ex Pdl Luca Gramazio (condannato in appello a 8 anni e 8 mesi), all’ ex presidente dell’ assemblea capitolina del Pd Mirko Coratti (4 anni e 2 mesi), passando per il consigliere del Cd Pierpaolo Pedetti (3 anni e 2 mesi) e per quello del Pdl Giordano Tredicine (2 anni e 6 mesi). E ancora il veltroniano Luca Odevaine, il presidente Ama Franco Panzironi e quello del decimo municipio Andrea Tassone, del Pd. Il 25 febbraio scorso, in un processo stralcio, anche l’ ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno (Pdl), è stato condannato a 6 anni di reclusione per aver ricevuto, in gran parte attraverso la fondazione Nuova Italia, oltre 200 mila euro dall’ imprenditore Salvatore Buzzi. E poi ci sono le indagini sulle presunte false testimonianze durante il processo: è il caso dell’ ex vice ministro agli Interni Filippo Bubbico, dell’ ex braccio destro di Alemanno, Antonio Lucarelli, e dell’ esponente del Pd Micaela Campana. METRO C. Le indagini sono state concluse nel luglio scorso. L’ ex sindaco Gianni Alemanno, il suo ex assessore Antonio Aurigemma (Pdl) e l’ ex assessore ai Trasporti in epoca Marino, Guido Improta, devono difendersi con altre 22 persone perché, nel 2011, alcune delibere sospette avrebbero ingannato Cipe, lo Stato, la Regione e il Comune di Roma, procurando un profitto di 230 milioni di euro ad alcuni costruttori. SCARPELLINI . Nel 2016 gli inquirenti avevano raccolto le rivelazioni della ex compagna di Manlio Vitale, “er Gnappa”, un gregario che ai tempi d’ oro della Banda della Magliana era il padrone della Garbatella. La donna aveva rivelato che Vitale era in contatto con Sergio Scarpellini, il costruttore scomparso il 20 novembre scorso e che negli anni ’90 affittava immobili al Parlamento. Per i pm fu come aprire il vaso di Pandora. Intercettazione dopo intercettazione nacquero diverse indagini, come quella che ha portato alla condanna in primo grado (3 anni e 6 mesi di reclusione) dell’ ex capo del personale del Campidoglio, Raffaele Marra, che avrebbe messo a disposizione dell’ immobiliarista la sua funzione, per due assegni circolari da 367 mila euro. Marra sta affrontando anche un secondo processo per difendersi dall’ accusa di abuso d’ ufficio in relazione alla nomina del fratello Renato, nominato a capo del Dipartimento Turismo del Campidoglio. È sempre dall’ indagine su Vitale e Scarpellini che nasce l’ inchiesta che porterà all’ arresto del sindaco di Ponzano, Enzo De Santis, e all’ iscrizione nel registro degli indagati dell’ ex vicepresidente della Regione Lazio, Luciano Ciocchetti (Udc), dell’ ex FI Denis Verdini e, ancora una volta, dell’ ex presidente dell’ assemblea capitolina Mirko Coratti (Pd). STADIO . Sempre dalle rivelazioni di Scarpellini è nata l’ indagine sul Nuovo Stadio della Roma. L’ imprenditore Luca Parnasi finisce in cella nel giugno scorso e il sistema da lui promosso, basato sulla corruzione a pioggia, travolge politici del M5S , del Pd e di Forza Italia. Così i pm hanno chiesto di procedere con rito immediato nei confronti di Luca Lanzalone, l’ ex uomo stadio della Raggi. L’ inchiesta ha preso di mira, tra gli altri, anche Adriano Palozzi ( FI ), ex vicepresidente del Consiglio della Regione Lazio, il consigliere regionale Michele Civita (Pd), quello comunale in quota Forza Italia Davide Bordoni e l’ assessore allo sport del X municipio Giampaolo Gola ( M5S ). Un filone di indagine punta anche su un giro di finanziamenti illeciti che avrebbe favorito Pd e Lega: sono indagati i rispettivi tesorieri, Francesco Bonifazi e Giulio Centemero. Dulcis in fundo l’ ultimo stralcio: l’ arresto del presidente dell’ assemblea capitolina, il 5 Stelle Marcello De Vito e l’ iscrizione nel registro degli indagati dell’ assessore allo Sport, Daniele Frongia, e dell’ ad di Acea Stefano Donnarumma, accusato per due sponsorizzazioni all’ Auditorium della Conciliazione da 25 mila euro ciascuna, anche se per Acea Spa “le contestazioni non sono riferibili né allo stadio della As Roma né alla presunta vicenda del Business Park”. Frongia invece è stato accusato dopo le dichiarazioni con cui Parnasi aveva raccontato agli inquirenti di aver chiesto all’ assessore il nome di qualcuno da assumere nella sua società “Ampersand”. Alla fine la persona segnalata da Frongia non fu assunta e i legali dell’ assessore hanno reso noto che presto la faccenda verrà archiviata. Più complessa la situazione che riguarda De Vito: sarebbe stato corrotto, sotto forma di incarichi all’ avvocato Camillo Mezzocapo, attraverso un “sistematico mercimonio della funzione pubblica” di cui avrebbe usufruito sia Parnasi sia i fratelli costruttori Pierluigi e Claudio Toti, oltre all’ imprenditore Giuseppe Statuto. PROVINCIA . Parnasi è coinvolto anche in un procedimento della Corte dei Conti, quello sul palazzo della Provincia. Un immobile inagibile acquistato alienando locali della Provincia, grazie a una certa dose di “finanza creativa”, ha portato i pm contabili a notificare un atto di messa in mora nei confronti di 105 persone. Dagli ex presidenti della Provincia targata Pd, Enrico Gasbarra e l’ attuale governatore del Lazio e segretario del Pd Nicola Zingaretti, fino al sindaco di Roma Virginia Raggi, del Movimento 5 Stelle, e il suo predecessore Ignazio Marino. corte dei conti. Una delle indagini più importanti degli ultimi mesi è quella nata dalle dichiarazioni dell’ avvocato che aveva in pugno numerosi giudici di Palazzo Spada, Piero Amara. Dalle sue rivelazioni i leader di Forza Italia e Pd, Berlusconi e Zingaretti, sono stati indagati rispettivamente per corruzione in atti giudiziari e finanziamento illecito. L’ ex capo di gabinetto di Zingaretti, Maurizio Venafro, è indagato per false fatturazioni. Andrea Ossino

24/03/2019 – Il Messaggero
Indagato Donnarumma Acea: non sue le decisioni

IL CASO ROMA L’ ad di Acea, Stefano Donnarumma, è stato iscritto nel registro degli indagati nell’ ambito dell’ inchiesta che ha portato all’ arresto di De Vito. Nei confronti di Donnarumma, l’ ipotesi dell’ accusa è di corruzione in relazione a due sponsorizzazioni, da 25 mila euro ciascuna, che Acea fece per i concerti di Natale 2017 e 2018, entrambi allestiti presso l’ Auditorium della Conciliazione, in Vaticano. Gli inquirenti indagano per capire se dietro questa dazione di denaro possa esserci corruzione in virtù del rapporto di conoscenza tra il manager e De Vito ma in realtà Donnarumma – secondo l’ azienda – si sarebbe limitato a firmare una spesa decisa dall’ ex presidente Luca Lanzalone. Procedura che scatta per gli importi superiori ai 10mila euro. Tra le deleghe assegnate all’ ad, difatti, non c’ è quella sulle sponsorizzazioni, attività che, quando l’ inchiesta ha coinvolto Lanzalone, è passata sotto la gestione di un comitato ad hoc. L’ azienda ha già spiegato che l’ iscrizione sul registro degli indagati «non ha nulla a che vedere con il futuro stadio né con l’ asserito progetto di spostare la sede nel futuro Business Park nei pressi dell’ opera». Tutta la documentazione sulle sponsorizzazioni è già stata messa a disposizione degli investigatori. L. D. C. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

25/03/2019 – Il Fatto Quotidiano

Acqua pubblica, la crociata grillina arriva in Aula

Beni comuni. Alla Camera – Osteggiata dal Carroccio, la legge farebbe decadere le concessioni e stabilire le tariffe al ministero
Dopo più di 10 anni di battaglia, i cui ultimi otto mesi sono stati scanditi dai lavori della Commissione Ambiente e da 250 emendamenti, il disegno di legge sulla gestione pubblica dell’ acqua sarà discusso oggi in Aula. Il testo, a prima firma della Cinque Stelle Federica Daga (l’ acqua pubblica è la prima delle cinque stelle de logo del Movimento), trae ispirazione dalla proposta di iniziativa popolare formulata nel 2007 dai Forum dei movimenti per l’ acqua pubblica che raccolsero più di 400mila firme. E arriva a 8 anni dal referendum del giugno 2011 in cui 27 milioni di italiani (il 54% dei votanti) si sono schierati contro la privatizzazione e la mercificazione di una risorsa preziosa e comune. Ma se la volontà popolare è stata chiara, la stessa cosa non si può dire di quello che deciderà in Parlamento la maggioranza che, ancora una volta, si trova divisa con i due vicepremier Salvini e Di Maio pronti a ingaggiare una nuova battaglia. “Fuori i profitti dall’ acqua, fuori l’ acqua dal mercato. Non intendiamo fare passi indietro”, ribadisce la Daga. Una rivoluzione che per i 5Stelle si basa sulla creazione di aziende speciali, facendo decadere le attuali concessioni e lasciando al ministero dell’ Ambiente il compito di stabilire le tariffe. Il modello contestato è quello delle grandi multiutility quotate in Morsa, accusate di voler solo arricchire gli azionisti. Ma, nonostante il progetto dell’ acqua pubblica sia anche a pagina 2 del Contratto di governo, la Lega ha idee opposte: punta a lasciare ai vari enti di governo la facoltà di scegliere tra società di capitali (individuate attraverso gare pubbliche), società a capitale misto pubblico privato e soggetti in house. Contro la legge, fortemente sostenuta dal presidente della Camera Roberto Fico, c’ è anche un altro fronte del no. Dai sindacati preoccupati per “il futuro di 70mila posti di lavoro” e “un blocco agli investimenti di 2,5 miliardi”, agli amministratori del Nord che rivendicano esperienze positive, fino ai gestori del ciclo idrico integrato che parlano di possibili perdite per lo Stato. Si tratta di 7 miliardi di euro all’ anno di oneri ricorrenti, cui si aggiungono altri 15 miliardi di euro una tantum. Per sostenere il servizio idrico in assenza di tariffa, secondo uno studio elaborato dalla società di consulenza economica Oxera per Utilitalia (il servizio idrico in assenza di tariffa), si dovrà far leva sulla fiscalità generale e si potrebbe arrivare, per il primo anno, anche a 22,5 miliardi di euro. Per conoscere i numeri si attende la relazione tecnica al provvedimento richiesta dalle opposizioni, oltre al parere del ministero dell’ Economia per reperire le coperture di costi e oneri della gestione pubblica dell’ acqua. Accordo nel governo gialloverde permettendo. Patrizia De Rubertis

25/03/2019 – Corriere della Sera – Economia
Salvaguardie e privatizzazioni, ci vuole chiarezza

Il calendario delle scelte del bilancio dello Stato corre. E la battaglia combattuta con l’ Europa per negoziare la soglia di deficit compatibile con le regole dell’ Unione, ormai è cosa del passato. Quella soglia del 2,04%, spuntata dopo lunghe mediazioni, è un capitolo che adesso dovrà fare i conti (parola scelta non a caso) con uno scenario di recessione tecnica e con l’ avvio del percorso del nuovo Documento di economia e finanza. Al netto dello scenario che potrà riproporsi, di un braccio di ferro con la Commissione europea, la vera questione è che stavolta i vincoli saranno tutti interni. Cominciamo dal primo, la clausola di salvaguardia che prevede l’ innalzamento delle aliquote Iva a partire dal primo gennaio 2020 in caso di mancate misure alternative. Vuole dire una cosa sola: l’ obbligo di reperire in qualche modo almeno 23 miliardi di euro. Certo la minore tensione sullo spread potrebbe aiutare sul fronte della spesa per interessi, ma non basta. Quelle risorse andranno reperite dai conti dello Stato, dai conti delle Regioni, dei Comuni, dalle tasche dei contribuenti. E se a questo si aggiunge l’ ipotesi di riduzione delle imposte per le famiglie annunciata in queste settimane, la macchina delle entrate dovrà girare a pieno regime. Le società che vedono lo Stato come primo azionista (direttamente o indirettamente attraverso Cdp), dall’ Eni all’ Enel a Snam, a Terna, stanno facendo il possibile con i loro dividendi per contribuire al bilancio pubblico, ma non basta ancora. E il capitolo delle privatizzazioni, tante volte evocato, ora persino quantificato in 18 miliardi di euro, non vede al momento l’ avvio di nessun intervento. Nessuna selezione di banche d’ affari, nessuna individuazione di un elenco possibile di dismissioni. Certo, la fase di mercato, nei mesi scorsi non era delle migliori, ma qualcosa bisognerà pur avviare. Come spesso ripeteva Donato Menichella, che era stato direttore generale dell’ Iri e governatore della Banca d’ Italia, dunque la gestione delle due realtà-chiave del Paese, non solo per quei tempi, «sta in noi». Un passaggio che spesso si dimentica, imboccando la scorciatoia di prendersela con gli altri. Che sia la Francia, la Germania o l’ Europa intera. di Nicola Saldutti

23/03/2019 – Corriere del Veneto
Asco Holding, in tribunale round al cda «Ma ora i Comuni devono fare l’ Opa»

TREVISO Asco Holding, nuova puntata giudiziaria stavolta favorevole al cda. Almeno nella sentenza. Nel susseguirsi di pronunciamenti di tribunali e arbitri dell’ infinita battaglia fra il cda della holding di Pieve di Soligo, che detiene la quota di controllo della utility del gas Ascopiave, e un gruppo di Comuni in dissenso come il socio privato Plavisgas, il nuovo episodio di ieri riguarda la sentenza del Tribunale delle imprese di Venezia. Che rigetta il ricorso di nove Comuni per la presunta violazione degli articoli 2408 e 2409 del codice civile, cioè per aver provocato gravi danni alla società. Sconfitta tecnica, cioè. Riassumendo: la denuncia era stata presentata dai Comuni da sempre più critici nei confronti delle scelte del board della Holding. Secondo i ricorrenti Asco Holding, una serie di azioni prese dal cda per aggirare le prescrizioni della «legge Madia» sulla riforma delle società partecipate dagli enti locali, avrebbero depresso il valore delle azioni e creato danni patrimoniali. Il Tribunale di Venezia, respinge il ricorso e spiega che, per produrlo, i firmatari avrebbero dovuto rappresentare almeno il 10% del capitale. Circostanza venuta meno dopo aver esercitato il recesso. E infatti il tribunale ha compensato le spese. Sarebbe partita persa. Ma i ricorrenti, leggendo le sei pagine con cui i giudici motivano la scelta, intercettano l’ ennesima conferma – che questa volta viene da un tribunale civile e non più amministrativo – dell’ esistenza di elementi destinati a complicare la vita della Holding. Intanto per i ricorrenti è positivo il riconoscimento che il recesso dei Comuni, dichiarato dall’ assemblea del 23 luglio scorso, è effettivo da mese di agosto. E chi abbia chiesto azioni di Ascopiave anziché cash le detiene perciò da allora. Così potrà riscuotere pure la cedola del 2018 e presenziare fra i soci all’ assemblea del 23 aprile. E poi c’ è la questione della conferma, in sede civile, della mancanza di controllo e da parte dei 90 Comuni che detengono il 60%. Questione pesante, se incrociata con la sentenza del Consiglio di Stato che aveva confermato la bocciatura del progetto di fusione Asco Holding-Asco Tlc per ottemperare alla riforma delle partecipate. Ma se la via d’ uscita indicata dalla sentenza è la società totalmente pubblica, in cui è centrale il controllo dei soci, ecco che la sentenza civile di ieri – è la tesi – certificando la mancanza attuale del controllo da parte dei soci pubblici in Asco Holding e la necessità di arrivarci, pone in automatico il problema del cambio di controllo. Che per legge impone il lancio di un’ Offerta pubblica di acquisto. Impossibile, per i Comuni, a cui la Madia impedisce di acquistare altre azioni delle società partecipate, oltre che nei fatti fuori dalla portata dei municipi. Ma intanto, sempre il Tribunale delle imprese, dovrà pronunciarsi sulla richiesta di esclusione dalla società presentata dal socio privato Plavisgas, per i Comuni che al 30 settembre 2018, non avevano ottemperato alla Madia. E se la richiesta sarà accolta, i municipi non potranno che cedere le azioni. A chi? Non agli altri Comuni, ma a Plavisgas unico soggetto dotato di diritto di prelazione titolato a farlo. «Plavisgas è estranea a questo giudizio – hanno comentato ieri i soci privati -. Ma prende atto dello stato di euforia del presidente Giorgio della Giustina determinato dal fatto che il tribunale non ha potuto esaminare nel merito le sue condotte. Nel frattempo permane lo stato di illegalità in cui la società versa. Plavisgas infine prende atto con soddisfazione che, secondo il Tribunale, i soci recedenti hanno maturato il loro credito pecuniario fin dalla data del recesso secondo quanto già chiesto da noi nella causa davanti al Tribunale delle Imprese. E confida che Ascoholding vorrà adeguarsi senza ulteriori inutili spese». G.F.

24/03/2019 – Il Messaggero
Per lo Sblocca cantieri servono regole certe e procedure veloci

La montagna ha partorito il topolino, e pure zoppo. Nella speranza di ridare fiato al Paese di fronte alla terza recessione del decennio, il governo ha varato un decreto sblocca-cantieri, il quale è però salvo intese, cioè ancora privo di un testo completo. Ma, soprattutto, potrà servire a qualcosa solo se modificato con diverse intese, perché le misure previste sono perfino peggiorative del già disastroso esistente. Eppure, di fronte ad un settore dell’ edilizia raso al suolo – con 600 cantieri fermi e 120 mila imprese polverizzate in dieci anni di crisi – sarebbe indispensabile tornare a mettere su qualche mattone come chiedono costruttori e Confindustria e come hanno invocato anche 15mila lavoratori scesi in piazza sotto lo striscione «rilanciamo l’ edilizia per rilanciare l’ Italia». Purtroppo, la direzione imboccata dall’ esecutivo è quella sbagliata, visto che è proprio la parte del provvedimento sui cui c’ è l’ accordo che preoccupa. Allo stato attuale la norma, infatti, non accelera gli investimenti, non riduce i tempi dei processi autorizzativi e burocratici, abolisce il criterio dell’ offerta economica più vantaggiosa e reintroduce quello del massimo ribasso, che oltre ad aver facilitato le infiltrazioni criminali privilegia proposte anomale a cui seguono poi sempre costose varianti. Inoltre, si fa ricorso a commissari dotati di ampi poteri in deroga, si consente alle stazioni appaltanti la verifica dei requisiti solo dopo l’ apertura delle buste (così anche chi non ha i requisiti potrà influenzare la media delle offerte) e si alza in modo permanente la soglia al di sotto della quale non è necessario fare la gara. Si tratta di misure superficiali e semplicistiche, che si vanno a sommare alla nefasta strategia decisa nell’ ultima manovra economica in cui, dopo le prime promettenti indicazioni, le risorse sono state dirottate dagli investimenti a misure assistenziali (quota 100 e reddito di cittadinanza) oppure rinviate a data da destinarsi. Insomma, un decreto costruito sulla sabbia, mentre il settore delle costruzioni meriterebbe solide fondamenta. L’ edilizia nominalmente vale l’ 8% del pil, ma in realtà coinvolge una filiera complessa, che parte dal movimento dei materiali, passando per l’ utilizzo di macchinari semplici e complessi, fino alle opere accessorie e di urbanizzazione. Senza dimenticare la progettazione, la manutenzione o l’ amministrazione da parte di diversi tipi di professionisti. Il conto è facile. Negli ultimi undici anni l’ Italia ha perso il 35% degli investimenti in costruzioni, cioè 51 miliardi in edilizia privata e 26 miliardi in opere pubbliche, pari a 620 mila posti di lavoro. Insomma, più che decreti salvo intese per salvare la faccia bisognerebbe fissare regole chiare e procedure veloci, limitare i ricorsi sia riducendo i cavilli per appellarsi sia prevedendo che i ricorrenti depositino un congruo importo rispetto al valore dell’ opera. (twitter @ecisnetto)

25/03/2019 – Il Sole 24 Ore
Strade, ponti e viadotti: nelle Province 1.712 progetti pronti in attesa di fondi

INVESTIMENTI
Chiuso il censimento Upi sulle opere che possono diventare subito cantieri Oltre ai tagli, pesano i ritardi attuativi dei programmi nazionali
La Provincia di Brescia ha 114 progetti pronti a trasformarsi in cantieri. Quella di Piacenza ne ha 64, quella di Ravenna 33, ma anche nella piccola Provincia di Lecco ci sono 12 progetti pronti, a Monza sono 4 e a Lodi 3. È il totale, però, a dare le dimensioni del problema: solo per strade, ponti, viadotti e gallerie le bistrattate Province hanno 1.712 progetti già conclusi e pronti a partire se sostenuti da un finanziamento adeguato. E proprio qui arriva l’ aspetto più grave: spesso i fondi ci sono, sono scritti nei vari programmi ordinari o straordinari finanziati a livello nazionale, ma i decreti attuativi con l’ assegnazione delle risorse non trovano la strada della Gazzetta Ufficiale. In altri casi, invece, i soldi sono stati falcidiati dai tagli che soprattutto fra 2014 e 2016 hanno colpito le Province nell’ attesa di una loro abolizione poi naufragata. La geografia dei piani I numeri dei cantieri mancati ente per ente sono figli del monitoraggio condotto dall’ Upi in tutta l’ Italia a Statuto ordinario, e saranno discussi oggi e domani a Ravenna (Provincia guidata dal neopresidente Upi Michele de Pascale) nel seminario nazionale sui programmi di investimento 2019-20 degli enti di area vasta. Lazio, Emilia Romagna e Lombardia, rispettivamente con 202, 189 e 187 progetti pronti, guidano una classifica regionale che vede al terzo posto il Lazio (180). Ma in rapporto alle dimensioni del territorio va segnalato i dati di Marche (169), Abruzzo (139) e Liguria (101). E in ogni caso dal Veneto (78 progetti pronti) alla Calabria (105) fino a Molise (57), Umbria (26) e Basilicata (19 a testa) non c’ è territorio italiano che non dica di avere interventi infrastrutturali che hanno chiuso la fase delle carte. E che non riescono ad avviare quella dell’ asfalto per problemi finanziari. Le cause del blocco Con questa pioggia di cifre gli amministratori locali contestano l’ analisi sul blocco degli investimenti che individua nell’«incapacità progettuale» delle Pa territoriali le cause dello stallo in cui sono finiti i lavori infrastrutturali negli ultimi anni. O meglio, il problema c’ è, perché il lungo stop alle assunzioni ha svuotato gli uffici tecnici delle province, che pure hanno in gestione 132mila chilometri di strade con più di 30mila ponti, viadotti e gallerie, e 7.455 edifici scolastici. Ma non è l’ unico. E, almeno secondo gli enti territoriali, non si risolve con la «centrale di progettazione» pensata dalla manovra. Tanto più che la centrale non c’ è ancora. I tempi del decreto di Palazzo Chigi chiamato a istituirla (entro febbraio secondo la legge di bilancio) si sono allungati anche per un tira e molla sulle competenze tra Mef e Infrastrutture; e una volta avviata, avrà bisogno di tempo per costruire l’ organico e soprattutto firmare le convenzioni con tutti gli enti che ne vorranno utilizzare i servizi. Che fare? Qualche piccolo segnale di cambiamento di rotta c’ è. Ma per dargli gambe va rafforzato. Fra 2008 e 2017 la spesa effettiva per investimenti nelle Province è caduta del 68%, dando agli enti di area vasta la maglia nera in un crollo che ha riguardato tutta la Pa. Tra il 2018 e i primi mesi del 2019 si è cominciato a vedere un mini-rimbalzo (si veda il Sole 24 Ore del 15 marzo) grazie alle risorse assegnate direttamente a Province e Città metropolitane. Ma nei calcoli degli amministratori locali il fabbisogno su strade, ponti, viadotti e gallerie quota a 2,5 miliardi di euro. Nella legge di bilancio per il 2019 ci sono 715,8 milioni, in una voce che per una fetta importante è assorbita dai fondi per l’ edilizia scolastica. Decreti «fantasma» Ma qui si incontra l’ altro problema, che accanto alle infrastrutture riguarda appunto l’ altro tema-chiave per gli investimenti provinciali: l’ edilizia scolatica. Il decreto per individuare gli interventi da finanziare con il Programma nazionale porta la data del 3 gennaio 2018. Ma quello che assegna i finanziamenti non è ancora stato pubblicato. Con il risultato che il 2018 è finito. Ma i soldi per gli interventi da realizzare nell’ anno non sono arrivati a chi dovrebbe spenderli. gianni.trovati@ilsole24ore.com © RIPRODUZIONE RISERVATA. Gianni Trovati

25/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Sblocca-cantieri, rischio Pa senza bussola in attesa del nuovo regolamento unico

Mauro Salerno

Le vecchie linee guida saranno spiazzate dal vortice di modifiche al codice appalti. Il mercato rischia una nuova stagione di incertezza

La previsione di tornare al regolamento unico sugli appalti, invocata dagli operatori e prevista dalle bozze del decreto Sblocca-cantieri, rischia di portarsi dietro un carico di nuove incertezze per le stazioni appaltanti, aggravando quel fenomeno di “sciopero della firma” che si vorrebbe invece cancellare proprio abrogando le linee guida dell’Anac. Un “loop”assolutamente da evitare per scongiurare contraccolpi negativi in n settore fiaccato da una crisi di investimenti decennale.

Il punto sembra un tecnicismo da giuristi, ma gli effetti rischiano di ricadere sulle imprese e sul mercato degli appalti, rallentando l’azione dei funzionari pubblici che, come sappiamo, vengono disorientati dai continui cambi di direzione normativi.

Proviamo a spiegare la questione partendo dai punti fermi. La bozza del decreto Sblocca-cantieri conferma l’intenzione del Governo di tornare al vecchio schema codice più regolamento, depotenziando l’attività di regolazione dell’Autorità di Cantone e raccogliendo l’eredità di tutti di decreti attuativi e linee guida già emanati in un unico regolamento. L’ultima bozza, non prevede più un termine preciso per l’emanazione del provvedimento (inizialmente si prevedeva di procedere con un Dpcm da emanare in 90 giorni). Viene invece stabilito che linee guida e altri provvedimenti cesseranno di avere validità al massimo entro 180 giorni dall’entrata in vigore dello Sblocca-cantieri.

Fin qui, verrebbe da dire, tutto bene. In realtà ci sono due punti da tenere in considerazione.

Il primo è che il regolamento attuativo deve essere approvato nella forma di un Decreto del Presidente della Repubblica (Dpr) e con un iter piuttosto complesso. Bisogna scrivere materialmente il regolamento, approvarlo in Consiglio dei ministri, raccogliere i pareri del Consiglio di Stato e delle Commissioni parlamentari e poi approvarlo in via definitiva con una nuova deliberazione del Governo. Anche senza considerare i precedenti (il regolamento sul codice del 2006 è stato varato nel 2010, quindi quattro anni dopo) non è facile scommettere che si riesca a chiudere il cerchio in soli sei mesi, prima che scatti l’obbligo di mandare al macero i vecchi provvedimenti, lasciando le stazioni appaltanti senza bussole operative. Esistono sempre le proroghe: è vero. E almeno in questo non abbiamo da imparare da nessuno. Ma, insomma, quello dei tempi lunghi è un primo pericolo da tenere in considerazione.

Il secondo rischio è ancora più insidioso perché prescinde da quanto tempo si impiegherà a emanare il regolamento. Il fatto è che le linee guida e i decreti, lasciati in vita per 180 giorni, per ora sono coerenti con le norme del codice. Mentre dall’entrata in vigore del decreto Sblocca-cantieri (e in attesa del nuovo regolamento) in larga parte non lo saranno più, rimanendo orfani di un quadro normativo rivoluzionato dalle già numerose modifiche previste dalle bozze del provvedimento varato «salvo intese» dal governo.

Facciamo qualche esempio? L’aggiornameno delle linee guida sugli illeciti professionali, già disallineate rispetto alle novità introdotte dal decreto semplificazioni, è stato “congelato” dall’Anac proprio con la motivazione del nuovo intervento sul codice annunciato dal governo. Inutile fare una nuova linee guida se già si sa che tra poche settimane il quadro cambierà ancora, giusto?

Che dire degli appalti sottosoglia? Le linee guida numero 4 dell’Anac, già spiazzate dalle nuove soglie per affidamento diretto e procedura negoziata introdotte dalla legge di Bilancio, potrebbero doversi confrontare con un quadro normativo del tutto stravolto, a partire dalla possibilità di esaminare le offerte prima dei requisiti, sostituire il Dgue con formulari standard, senza contare la novità del massimo ribasso fino alle soglie Ue che rischia di mettere in crisi anche le indicazioni operative sui criteri di aggiudicazione. L’elenco potrebbe continuare, con le scivolosissime novità in arrivo sulle cause di esclusione e i criteri di valutazione delle offerte anomale, ma il concetto ormai dovrebbe essere chiaro. Senza un paracadute ben costruito, ma difficile da immaginare visto il vortice di novità all’orizzonte, imprese, Pa e tutto il mercato degli appalti, rischiano di dover far fronte a una nuova, pesante, stagione di incertezza. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

22/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Sblocca-cantieri/5. Emendamento per la Pedemontana lombarda

Sara Monaci

Spunta una misura per superare il fermo. Più vicina la soluzione delc ontenzioso con l’austriaca Strabag

C’è un (possibile) emendamento al testo del decreto Sblocca-cantieri che sta a cuore alla Regione Lombardia. Spinto dai vertici del Pirellone, è ora allo studio del sottosegretario all’Economia Massimo Garavaglia. Questa nuova norma, spinta soprattutto dalla Lega, permetterebbe alle imprese che hanno trovato un accordo consensuale con la stazione appaltante di non essere inserite nella blacklist, quella che impedirebbe di lavorare con la Pubblica amministrazione per 3 anni.

Per la Lombardia questo emendamento è fondamentale. Se fosse approvato, favorirebbe infatti la ripresa dei lavori di Pedemontana, un’opera del valore teorico di 5 miliardi, progettata 20 anni fa e rimasta a un terzo della sua realizzazione complessiva (25 chilometri su 70).

Da anni i lavori sono bloccati – oltre che dall’assenza di risorse – da un contenzioso lungo e complicato tra la società autostradale e Strabag. Fatto, questo, che non permette neppure di rivedere il piano industriale e finanziario, trovare nuovi azionisti e sottoscrivere altri prestiti bancari. Insomma, un nodo da sciogliere per la Regione Lombardia, che intanto da qualche anno è diventata proprietaria dell’autostrada attraverso il controllo della holding Serravalle.

Il contenzioso tra Strabag e Pedemontana (Apl) va avanti da mesi. Riassumendo, la società austriaca ha chiesto extracosti milionari per via della qualità dei terreni da bonificare (e lievitati, secondo alcune interpretazioni del contratto, fino a 3 miliardi). Apl non ha riconosciuto valide le richieste, ritenendo di aver spiegato tutte le condizioni in fase preliminare, e alla fine ha chiesto la risoluzione del contratto con tanto di escussione della fidejussione. Strabag si è ovviamente opposta e ora si è arrivati davanti ad un giudice.

L’accordo potrebbe essere vicino (con il pagamento probabilmente di un massimo di 20 milioni da parte di Apl a Strabag e con l’uscita definitiva della società austriaca dai lavori), se non fosse che con lo Sblocca-cantieri Strabag verrebbe inserita in una blacklist. E questa possibilità impedisce di fatto di trovare una via d’uscita, perché l’impresa non vuole rischiare di essere estromessa da altre gare pubbliche. A questo punto interviene la politica. Il governatore Attilio Fontana si sta adoperando per trovare una soluzione, trovando qualche sponda tra i suoi “colleghi” leghisti. Il sottosegretario al Mef Garavaglia, peraltro, è sensibile alla questione essendo stato assessore in Regione Lombardia. Peraltro anche l’Anac, interpellata ufficiosamente, riterrebbe questo emendamento ragionevole: se si è trovato un accordo consensuale, non c’è motivo di accanirsi. Si dovrà tuttavia trovare un accordo con il M5s, che potrebbe già arrivare nei prossimi giorni.

Gli sviluppi futuri

Una volta arrivati alla soluzione del contenzioso, la società Apl potrebbe aprire un bando di gara per trovare chi realizzerà il secondo lotto. Alla prima informale manifestazione di interesse si erano palesati undici gruppi, di cui molti internazionali. C’è l’ipotesi di aprire l’azionariato, permettendo a chi mette i soldi, in sostanza, di entrare nel cda con un ruolo di guida.

L’alternativa potrebbe essere quella di trovare un nuovo azionista nella società di controllo, Serravalle, l’unica che per ora produce fatturato (circa 200 milioni all’anno), e pertanto più appetibile, soprattutto per chi deve investire in una nuova società dai ricavi ancora incerti. Tutte soluzioni allo studio, da vagliare.

Probabilmente la Regione Lombardia non terrà più la maggioranza delle quote di Serravalle, ma potrebbe scegliere una sua partecipata, come Fnm, per trasferire le quote. Si aprirebbe comunque il dubbio sull’obbligo di aprire una gara pubblica per modificare l’azionariato. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

25/03/2019 – Italia Oggi Sette
Omissioni e bugie pari sono

APPALTI/ Il Consiglio di stato accoglie le tesi dell’ Authorià nazionale anticorruzione
La dichiarazione veritiera è a tutela della trasparenza
L’ omissione di un obbligo dichiarativo palese nella sostanza integra una dichiarazione mendace, tanto più ove si consideri, come rilevato dall’ Anac, l’ Authority anticorruzione, che la stessa inscindibilmente si accompagna a una dichiarazione consapevolmente incompleta circa il possesso dei requisiti di cui all’ art. 38, comma 1, del dlgs n. 163/2006, resa dal procuratore speciale della società in sede di dichiarazione sostitutiva ai fini della partecipazione alla gara. Inoltre, la completezza e veridicità della dichiarazione sostitutiva di notorietà sui requisiti per la partecipazione all’ evidenza pubblica sono a tutela dell’ interesse pubblico alla trasparenza e, al tempo stesso, alla semplificazione della procedura di gara, rappresentando due aspetti complementari ed inscindibili della stessa. È questo il passaggio fondamentale della motivazione con la quale il Consiglio di stato (sentenza n. 7271/2018) ha accolto il ricorso presentato da Anac nei confronti di una sentenza del Tar Lazio con la quale era stata bloccata la delibera Anac sul presupposto che la norma che fonda il potere sanzionatorio di cui al provvedimento impugnato facesse espresso riferimento al caso di presentazione di falsa dichiarazione o falsa documentazione e non anche a quello di mera omissione di dichiarazione o documentazione. Secondo il Consiglio di stato, sono diverse le conseguenze sanzionatorie se l’ operatore economico presenti false dichiarazioni o falsa documentazione nel corso della procedura. Tra le ipotesi più dibattute di falsità vi è certamente quella che investe la dichiarazione di assenza di condanne penali per reati gravi in danno dello Stato o della Comunità che incidono sulla moralità professionale. Il Consiglio ha affrontato il tema se le parole previste dalla norma (presentazione di falsa dichiarazione o falsa documentazione) siano riferibili unicamente ad un ipotetico comportamento attivo dell’ operatore oppure ascrivibili anche nel caso di un comportamento omissivo. L’ espressione «presentazione di falsa dichiarazione o falsa documentazione» di cui all’ art. 38, comma 1-ter del dlgs n. 163/2006 ricomprende non solamente l’ ipotesi del falso commissivo tradizionalmente inteso, ma pure quella del falso c.d. omissivo, laddove la mancata dichiarazione, in virtù della consapevolezza dell’ omissione da parte del soggetto tenuto a renderla, sia idonea ad indurre in errore la stazione appaltante circa il possesso, da parte del dichiarante medesimo, dei requisiti di ordine generale di cui all’ art. 38, comma 1 del medesimo decreto o, comunque, a precluderle una rappresentazione genuina e completa della realtà. Tale omissione comporta la non corrispondenza al vero della dichiarazione resa dalla concorrente e, pertanto, un’ ipotesi di dichiarazione/documentazione non veritiera sulle condizioni rilevanti per la partecipazione alla gara. © Riproduzione riservata. FEDERICO UNNIA

25/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Sblocca-cantieri/2. Legacoop: bozze non all’altezza delle anticipazioni del Governo

Mau.S.

Zini: male il mancato adeguamento alle indicazioni Ue sul subappalto e la cancellazione delle norme a tutela della qualità delle offerte

Dopo le critiche dell’Ance, il decreto Sblocca-cantieri deve incassare anche le obiezioni delle cooperative che operano nel settore edilizio. Le bozze circolate finora, attacca Carlo Zini, Presidente di Legacoop Produzione e Servizi, « non sono all’altezza delle anticipazioni del Governo».

Le cooperative si soffermano in particolare sull’assenza della cancellazione dei vincoli su subappalto «chiesta dalla Commissione Europea», mentre vengono «soppresse norme a tutela della qualità delle offerte che cominciavano a produrre i primi risultati, rischiando così di ritornare alle logiche del massimo ribasso».

«Male – a giudizio di Zini – anche l’assenza di misure volte a facilitare l’accorciamento dei tempi per la risoluzione dei contenziosi».

Le poche note positive, conclude il presidente di Legacoop Produzione e Servizi – sono il ripristino di un decreto unico di attuazione del Codice dei Contratti Pubblici, la soppressione dell’obbligatorietà dell’indicazione della terna dei subappaltatori in gara e alcune semplificazioni in materia di programmazione e finanziamento delle opere pubbliche: un po’ poco per rispondere alla situazione eccezionale che stiamo vivendo». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

25/03/2019 – MF
Salini vince un contratto da 524 mln di dollari in Florida

Tramite la controllata Lane il gruppo si è aggiudicato un appalto per la realizzazione del bacino

di Paola Valentini

Caloosahatchee. Negli Usa i nuovi ordini acquisiti nel 2018 sono stati il 50% del totale con un backlog construction record in crescita di circa il 35% rispetto al 2017

Salini Impregilo  cresce ancora negli Usa. Il gruppo, tramite la controllata Lane, si è aggiudicato un contratto da 524 milioni di dollari per la realizzazione del bacino Caloosahatchee (C43-West Basin Storage Reservoir) nel sud della Florida. Il progetto rafforza la presenza della società nel settore idrico negli Stati Uniti, paese in cui i nuovi ordini acquisiti nel 2018 hanno rappresentato circa il 50% del totale, attraverso Lane, che ha registrato un backlog construction record in crescita di circa il 35% rispetto al 2017.

Il programma, da completare entro il 2024 e commissionato dal South Florida Water Management District, è parte del Comprehensive Everglades Restoration Plan, per la riqualifica dei terreni paludosi e per il contenimento delle acque reflue. Il contratto vinto dal gruppo guidato dall’ad, Pietro Salini , prevede la realizzazione di un bacino nell’estuario Caloosahatchee nella contea di Hendry, con una diga in terra con perimetro di circa 16,3 miglia (26,2 chilometri) e una diga separatrice lunga 2,8 miglia (4,5 chilometri). Il bacino si estenderà per circa 10 mila acri (40,5 chilometri quadrati) e conterrà 170 mila piedi-acro (209.7 milioni di metri cubi) d’acqua.

Durante i periodi di pioggia, il bacino permetterà di contenere le acque contaminate provenienti dai terreni residenziali e agricoli dell’area e, nei periodi di secca, garantirà l’apporto idrico necessario per mantenere livelli ottimali di salinità. Negli Stati Uniti, Lane è attualmente impegnata in altri progetti a forte valenza in termini di sostenibilità ambientale, per ridurre l’inquinamento di fiumi e laghi, come la realizzazione di impianti di trattamento idrico in Georgia e Tennessee.

Con Salini Impregilo , inoltre, Lane sta anche lavorando su grandi progetti per la costruzione di tunneling idraulici, per supportare le città statunitensi a fronteggiare la gestione delle acque reflue in periodi di forti piogge. Tra le opere realizzate e tuttora in corso, il Three Rivers Protection & Overflow Reduction Tunnel nell’Indiana, il Dugway Storage Tunnel a Cleveland, nell’Ohio. A questi si aggiunge l’Anacostia River Tunnel che insieme al Northeast BoundaryTunnel a Washington, D.C., fa parte del mega progetto Clean Rivers Project.

Si ricorda che il 14 febbraio sorso Salini Impregilo  ha presentato un’offerta per l’ingresso nel capitale di Astaldi  in continuità. L’offerta ha come obiettivi la prosecuzione dei lavori in corso, il mantenimento della catena del valore di Astaldi  a supporto della stabilità del settore, dell’occupazione e della valorizzazione delle relative competenze tecniche.

L’intervento di Salini Impregilo  è funzionale a un consolidamento organico nel settore delle costruzioni infrastrutturali e al raggiungimento di una dimensione ottimale preservando la solidità patrimoniale e finanziaria del gruppo. L’operazione, al verificarsi di determinate condizioni, inclusa l’omologa attesa nel 2020, sarà eseguita attraverso un aumento di capitale per 225 milioni di euro (per il 65% del capitale di Astaldi  post aumento), con il supporto di co-investitori di lungo periodo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

25/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Grandi opere/2. Partiti i lavori sulla ferrovia Catania-Palermo, qui a tirare è Salini Impregilo

A.A.

Lotto Bicocca-Catenanuova, valore 380 milioni. Bando 2017, lavori consegnati a dicembre e da poco avviati. Salini è al 51%, Astaldi al 34%

Oggi, lunedì 25 marzo, il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli (in visita di due giorni sulle infrastrutture siciliane) poserà la simbolica prima pietra per i lavori di raddoppio e ammodernamento della Bicocca-Catenanuova (380 milioni di euro di investimento complessivo dopo il ribasso, 186 milioni di contratto alle imprese), primo tratto della Catania-Palermo.
Non si tratta di un annuncio, ma di una realtà già tangibile. I cantieri sono stati infatti consegnati nel dicembre scorso da Rfi alle imprese affidatarie (Salini Impregilo 51,308%, Astaldi 34,226%, Sifel 7,327%, e Clf 7,139%) e l’avvio effettivo delle lavorazioni è partito dalla fine di gennaio. Da dicembre il tempo contrattuale previsto per finire l’appalto è di 48 mesi (4 anni).
L’attivazione di un primo binario ammodernato è prevista nel 2021, mentre l’attivazione del secondo binario sarà nel 2023.
Il bando di Rfi risale all’aprile 2017, per un importo a base d’asta di 220 milioni (mentre il costo complessivo della tratta, comprese altri oneri a carico di Rfi, ammontava in origine a 415 milioni), e la gara è stata aggiudicata il 30 novembre scorso al raggruppamento Salini, Astaldi, Sifel e Clf per 186 milioni (circa il 15% di ribasso); il costo complessivo si abbassa dunque a circa 380 milioni.
I lavori riguarderanno la nuova sede ferroviaria, l’armamento, gli impianti di segnalamento e telecomunicazione, le sottostazioni elettriche per l’alimentazione dei treni, la riqualificazione della stazione di Bicocca e la realizzazione di una nuova stazione a Motta Sant’Anastasia.
L’opera rientra nel progetto di collegamento veloce Palermo–Catania– Messina e l’iter realizzativo si avvale delle procedure commissariali veloci del decreto Sblocca Italia del 2014.
Per la tratta successiva verso Palermo, la Catenanuova-Enna, Rfi ha concordato nel 2017 con la Regione Siciliana una soluzione con nuova tratta a binario unico ad alta tecnologia e velocità di 150 km/h, mantenendo la vecchia linea che passa per i paesi, connessa alla nuova. La progettazione è in corso, e i costi sono stimati in 3,576 miliardi di euro: un primo finanziamento per 1.777 milioni è in arrivo con il Contratto di programma Rfi in approvazione definitiva e con l’Fsc Mit 2017, ma Rfi prevede che l’opera possa essere interamente finanziata con il Dpcm Investimenti 2018.
In una seconda fase ci sarà poi l’ammodernamento della linea storica, che dunque continuerà a servire tutti i paesi e sarà connessa a quella nuova, e che costerà 1.610 milioni. In tutto i costi della Catania-Fiumetorto (Palermo), compresa Bicocca-Catenanuova, dovrebbero scendere con questa soluzione da 6.011 a 5.601 milioni.
Aggiornamenti su questo iter potrebbero comunque arrivare oggi (25 marzo) con la visita di Toninelli e dei vertici Rfi in Sicilia. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

25/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Grandi opere/1. Jonica, ancora un rinvio: la crisi Astaldi ritarda l’esecutivo di 3 mesi

Alessandro Arona

Il general contractor comunica il ritardo ma si impegna poi a recuperare in fase di esecuzione. Cantieri al via a inizio 2020

Ancora un rinvio nella tormentata storia del megalotto 3 per la superstrada Ss 106 Jonica, in Calabria, lotto da 1.335 milioni di euro (di cui 960 milioni la parte contrattualizzata alle imprese) messo in gara dall’Anas nel lontano 2008 e i cui lavori non sono ancora partiti. Il progetto esecutivo non sarà pronto a fine marzo, come previsto dal contratto con il general contractor (il termine era il 18 marzo per la precisione) e come annunciato a inizio mese dal Ministro delle Infrastrutture Toninelli e dall’Anas.
Il contraente generale Sjrio S.c.p.a. (Astaldi 60% e Salini Impregilo 40%) – fa sapere l’Anas in una nota ufficiale – «ha richiesto uno slittamento di tre mesi per la consegna del progetto esecutivo dei lavori di costruzione del 3° Megalotto della SS 106 ‘Jonica’, prevista entro marzo, a causa delle difficoltà finanziarie che hanno interessato la società Astaldi, principale affidatario dei lavori». «La nostra comunicazione ufficiale è di alcuni giorni fa – fanno sapere fonti della società – ma è chiaro da tempo che non ce l’avremmo fatta, perché nei mesi scorsi i complessi passaggi amministrativi legati al concordato di Astaldi hanno rallentato l’affidamento esterno dell’incarico di progettazione».
Il contratto con Sjrio prevede 180 giorni, 6 mesi, per l’elaborazione del progetto esecutivo da parte del consorzio, termine che decorreva dalla consegna ufficiale dell’incarico, il 18 settembre scorso. Nell’ottobre scorso fu già l’allora Ad dell’Anas Gianni Armani a lanciare l’allarme («La crisi di Astaldi sta rallentando l’avvio dei lavori della Jonica»). Fu allora smentito da Astaldi, ma i fatti gli stanno dando ora – in sostanza – ragione.
«Il contraente generale – spiega però l’Anas – si è comunque impegnato a recuperare il ritardo della consegna del progetto esecutivo in fase di realizzazione dell’opera, mantenendo così invariato il tempo complessivo previsto contrattualmente».
In termini di impatto economico il ritardo resta, però. Dopo la consegna del progetto esecutivo l’Anas ha da contratto 240 giorni per l’approvazione del progetto esecutivo, attività non scontata perché bisogna riscontrare il rispetto delle numerose prescrizioni poste dal Cipe in sede di approvazione del progetto definitivo. Il termine scadrebbe a fine febbraio 2020, ma l’Anas ha intenzione di accelerare. Se l’ok arrivasse in 5/6 mesi anziché 8, l’avvio dei lavori non avverrebbe comunque prima di inizio 2020. D’altra parte, con la consegna del progetto prevista per marzo, fonti Anas prevedevano realisticamente l’avvio dei lavori in autunno 2019.
I lavori del Megalotto 3 riguardano la realizzazione della nuova SS 106 “Jonica” per uno sviluppo complessivo di circa 38 km, dall’innesto con la statale 534 “di Cammarata e degli Stombi”, nel comune di Sibari fino a Roseto Capo Spulico.
LA LUNGA STORIA
Il bando a general contractor, su progetto preliminare (come usava a quell’epoca in base alla legge obiettivo ), è del dicembre 2008 (base d’asta 961,9 milioni, importo complessivo massimo da delibera Cipe 1.234 milioni), con aggiundicazione provvisoria ad Astaldi-Impregilo per 791 milioni (importo complessivo scende a 1.063 milioni) nel dicembre 2010, ma contratto firmato solo nel marzo 2012 per intoppi nel finanziamento statale.
Il 14 giugno 2013 il contraente generale ha consegnato il progetto definitivo, con costo dell’opera salito (anche per le prescrizioni) da 791 a 818 milioni nel valore dell’appalto alle imprese, e da 1.063 a 1.165 milioni nel costo complessivo.
Poi è partito il lungo tira e molla tra soggetti statali sulle prescrizioni tecniche (Consiglio superiore Lavori pubblici), paesaggistiche (Mibact) e Ambientali (Commissione Via, Ministero Ambiente) al progetto definitivo.
Le richieste dei tre enti erano spesso confliggenti: l’Ambiente chiedeva più gallerie per ridurre l’impatto ambientale, e stessa cosa il Mibact per motivi paesistici. Al contrario il Consiglio superiore chiedeva meno gallerie per ridurre il rischio frana e il rischio grisù, un gas infiammabile di cui i terreni interessari sono ricchi. Il nodo, dal punto di vista tecnico, era anche evitare l’alternarsi troppo frequente di luce-buio per motivi di sicurezza.
Il progetto definitivo del 1° stralcio del Megalotto 3, da 276 milioni, era stato approvato dal Cipe il 10 agosto 2016, con delibera registrata solo un anno dopo, il 10 luglio 2017, ma con la precisa condizione che i lavori potevano cominciare solo dopo l’approvazione del 2° stralcio da 958 milioni, progetto quest’ultimo bocciato dal parere negativo del Consiglio superiore dei lavori pubblici.
Sotto la regia del Ministero delle Infrastrutture si è riusciti a trovare un compromesso e modificare così il progetto definitivo, arrivando a 10,4 km in galleria naturali o artificiali su 18 km, con costi aumentati da 276 a 286 milioni per il 1° stralcio e da 958 a 1.049 milioni per il secondo, con costi complessivi così saliti da 1.234 a 1.335 milioni di euro (di cui da 818 a 960 milioni la parte in appalto alle imprese).
Dopo l’approvazione da parte del Cipe, il 28 febbraio 2018, del secondo lotto funzionale del megalotto (1.049 milioni di costo complessivo su 1.335 milioni totali), lotto che bloccava l’avvio anche del precedente, la delibera 3/2018è andata in Gazzetta il 2 agosto scorso, e la consegna dell’incarico per la progettazione esecutiva è scattata il 18 febbraio.
Nel frattempo però, il 28 settembre, Astaldi ha dichiarato l’insolvenza societaria e ha chiesto il concordato in bianco al Tribunale di Roma.
La delibera Cipe 3/2018 è fra l’altro interessante, nella parte finale, perché elenca con dettagli tutte le modifiche imposte al progetto dal 2008 al 2018 per quanto riguarda il tracciato e la lunghezza delle gallerie: prima 12,7 km, poi 6,36, poi ancora 8,83 km, 10,05, 11,51, 8,34, infine (nel progetto attuale) 10,36.

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25/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Pavimental, sindacati all’attacco: «Il governo sblocchi l’in house e Aspi rilanci l’azienda»

Alessandro Arona

Il Mit da due anni non autorizza Autostrade ad affidare nulla alla controllata. I sindacati: «È un gioiello, può vincere sul mercato»

Fa un salto di qualità il braccio di ferro a tre sindacati-Mit- Aspi sullo stop agli affidamenti diretti delle manutenzioni a Pavimental e il futuro della società di costruzione controllata da Autostrade per l’Italia.
FenealUil, Filca Cisl e Fillea Cgil, insieme al coordinamento nazionale dei lavoratori di Pavimental, hanno proclamato venerdì 22 lo «stato di agitazione permanente fino a quando Pavimental Spa non ritirerà la procedura di mobilità con cui ha annunciato 209 licenziamenti». I dipendenti di Pavimental addetti alla manutenzione (277 su 877 complessivi) sono in cassa integrazione straordinaria dal maggio scorso (si veda il servizio), fino al giugno prossimo, con crisi aziendale dovuta alla scadenza del contratto pluriennale con Aspi per la manutenzione, a fine 2017, al quale non è mai più seguita un’autorizzazione del Ministero delle Infrastrutture ad affidare nuove quote di lavori “in house” (ammesse al 40% dei lavori in base art. 177 del Codice).
Da mesi il Mit nega autorizzazioni anche parziali e provvisorie ad Autostrade, situazione che ha dunque costretto Pavimental ad annunciare la mobilità per 209 dipendenti su 277 addetti alla manutenzione, in vista della fine della Cigs nel giugno prossimo.
I sindacati sollecitano il Ministero delle Infrastrutture e il governo a sbloccare la situazione, ad autorizzare cioè il 40% di legge di affidamenti alle controllate da parte delle concessionarie autostradali. Ma criticano anche un presunto atteggiamemto remissivo da parte di Autostrade sul futuro di Pavimental: chiedono cioè un piano industriale che possa dare un futuro di mercato alla società, in modo da svincolarsi dalle autorizzazioni del Mit sugli affidamenti diretti da Aspi.
IL NODO GIURIDICO E LO STALLO ATTUALE
L’in house autostradale per manutenzioni e lavori è al 40% già con il vecchio Codice appalti, dal 2006. Una circolare del Mit stabiliva che il calcolo andasse fatto su base quinquennale, al ritmo dei periodi regolatori quinquennali della società controllante, e andasse fatto sui lavori eseguiti.
L’articolo 177 del nuovo Codice Dlgs 50/2016 ha stabilito invece che il calcolo va fatto su base annuale, demandando però i dettagli applicativi a Linee guida Anac. LeLinee Guida Anac numero 11 sono state approvate definitivamente solo il 4 luglio scorso.
Nel frattempo però, a fine 2017 è scaduto il quinquennio regolatorio di Aspi e anche il contratto Aspi-Pavimental per la manutenzione. Nelle more delle Linee guida, il Ministero (con Delrio Ministro) negò a inizio 2018 il rinnovo del contratto a Pavimental e ogni altro affidamento anche provvisorio di lavori in via diretta. Di conseguenza Pavimental e sindacati hanno firmato nel maggio scorso la Cigs per 277 dipendenti (si veda il servizio).
Dopo l’approvazione delle Linee guida n. 11, che prevedono il calcolo annuale sugli appalti “affidati” (e non più sull’eseguito, come nella vecchia cirolare Mit), a fine luglio Aspi ha inviato al Mit una proposta di autorizzazione per un contratto annuale di manutenzione a Pavimental, per un valore di 100 milioni di euro. Questo il ragionamento di Autostrade: il calcolo dell’qffidato potremo farlo a consuntivo alla fine di ogni anno, ma visto che Aspi nel frattempo ha mandato in gara circa un miliardo di euro di manutenzioni con accordi quadro triennali, possiamo ritenere cautelativamente che 100 milioni di euro a Pavimental sia ampiamente entro il tetto del 40% di in house di legge.
La proposta è stata respinta dal Mit a inizio agosto (prima del crollo del ponte, dunque), poi Aspi l’ha reiterata cercando di meglio giustificarla, ma da allora il Mit non ha più risposto nulla, e la procedura è di fatto sospesa. Aspi fra l’altro ha suggerito al Mit la possibilità di far partire un via libera annuale, ricordando che in caso di inadempienza alla fine dei 12 mesi sarà possibile per il Ministero comminare penali, ma il Ministero ha respinto anche questa ipotesi. Probabile che il Mit attenda anche l’evolversi della procedura di revoca della concessione ad Aspi, che ha però tempi lunghi. In ogni caso Autostrade ha già fatto ricorso al Tar contro i dinieghi del Mit.
I SINDACATI: IL GOVERNO SI MUOVA
«Prendiamo atto – scrivo i sindacati confederali dell’edilizia – della latitanza del Governo rispetto alla questione delle manutenzioni autostradali, in merito alla quale abbiamo chiesto da tempo un incontro urgente sia al Ministero delle Infrastrutture che al Ministero dello Sviluppo Economico e conseguentemente della mancata assegnazione da parte di ASPI di nuovi lavori in house».
I SINDACATI: «RILANCIO INDUSTRIALE PER PAVIMENTAL»
«Sosteniamo con forza – aggiungono però i sinacati – la possibilità di rilanciare Pavimental mettendo in campo un piano industriale che consenta alla società di riposizionarsi nel mercato delle grandi opere e della pavimentazione». Chiedono in particolare ad Atlantia, maggior azionista di Pavimental «un impegno chiaro nell’investire su una società, fiore all’occhiello del Gruppo, accettando il rischio di mercato e rimettendo in gioco quei capitali che, anche grazie ai lavori di Pavimental, sono stati accumulati sino ad oggi».
«Gli enormi spazi lasciati dalla crisi delle grandi imprese di costruzione, che spesso è una crisi di liquidità, – spiegano i sindacati – rendono possibile puntare sul rafforzamento industriale di Pavimental, un soggetto che ha tutte le caratteristiche per occupare quelle posizioni, puntando così al suo rilancio anziché decretarne preventivamente la morte. Non è
accettabile che un gruppo come Atlantia, distributore di dividendi milionari ai suoi azionisti fino allo scorso anno, non voglia strategicamente sfruttare le opportunità che il mercato delle grandi infrastrutture oggi potrebbe offrire». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

25/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Intervento. Il valore giuridico delle tecnologie basate su registri distribuiti: le potenzialità negli appalti

Pierluigi Piselli

La blockchain è una struttura nuova, non classificabile negli attuali istituti previsti dal codice civile

Sempre più spesso si sente parlare di nuove tecnologie e, soprattutto, di blockchain, anche nel comparto della contrattualistica pubblica. Se ne discute spesso in maniera generica, a volte con scarsa consapevolezza, in ogni caso come tecnologia in grado di fornire risposte all’attuale situazione difficile per il settore.

Ad avviso di chi scrive, i punti da cui occorre prendere le mosse sono almeno quattro.
In primo luogo, rileva la circostanza che quello degli appalti pubblici è un settore assai complesso e variegato, vitale per l’economia, all’interno del quale le criticità sono connesse e si riflettono direttamente sulle attività produttive. Non a caso, in una situazione difficile come l’attuale, è stato appena emanato il Decreto c.d. “sblocca-cantieri”.
La principale causa delle difficoltà contingenti deve individuarsi nella eccessiva confusione sia normativa sia giurisprudenziale. Si parla di semplificazione delle procedure amministrative, ma si continua ad emanare norme di difficilissima interpretazione, senza alcuna guida per i pubblici funzionari assoggettati poi ai severi controlli della Corte dei Conti.

In secondo luogo, per contro, ancorché la blockchain mostri una serie di applicazioni potenzialmente interessantissime nel senso della certezza delle transazioni, della trasparenza e dell’efficacia delle soluzioni, non può essere considerata la panacea di tutti mali. Essa stessa infatti, nel settore in esame, è in fase iniziale, di studio e di prima sperimentazione.

Non se ne conoscono ancora in modo esaustivo tutte le potenzialità: dobbiamo ancora provare ad immaginarle, vedendo ciò che in altri paesi si sta facendo. Ad esempio, in Russia è stato sperimentato un sistema di pagamenti basati sulla blockchain e servizi elettronici per migliorare l’efficienza della governance pubblica. Occorre, quindi, studiare in quali ambiti intervenire.

E qui si apre una duplice possibilità, potendosi sia ragionare su schemi contrattuali tradizionali sia, ed è l’aspetto più stimolante, ipotizzando schemi contrattuali innovativi.
In altre parole, si potrebbe pensare ad adattare il nostro ordinamento alle potenzialità delle nuove tecnologie. In terzo luogo, occorre precisare che la blockchain nel campo della contrattualistica pubblica deve coordinarsi e coniugarsi con le altre tecnologie, prima fra tutte l’IA, vale a dire l’Intelligenza Artificiale, algoritmi che sempre più sono di ausilio alla mente umana nei procedimenti decisionali senza l’intervento umano (si pensi ai potenziali sviluppi del cognitive procurement).

Infine, deve essere tenuta presente la necessità di regolamentare le nuove tecnologie in genere e la blockchain in particolare. Soltanto avendosi contezza di cosa siano e di come saranno disciplinate – almeno quanto agli effetti sul procedimento amministrativo – si potrà ipotizzare un loro impiego nel settore della contrattualistica pubblica.

In questo quadro, allora, si deve partire dal presupposto che la blockchain è una struttura nuova, non classificabile negli attuali istituti previsti dal codice civile. Della stessa abbiamo risposte sotto il profilo tecnico. Abbiamo una descrizione della tecnologia, una classificazione tipologica, la considerazione degli effetti (modello decentralizzato di conservazione e condivisione delle informazioni). Manca, però, qualsivoglia inquadramento del fenomeno dal punto di vista oggettivo, ed ancor più dal punto di vista sistemico. In proposito, sappiamo che si tratta di una tecnologia basata su registri distribuiti. Una tecnologia che funziona in rete (pubbliche ovvero private). Essa porta ad una gestione distribuita e condivisa di dati e di servizi digitali. Il suo punto di forza è l’immutabilità, cioè la certezza dell’integrità dei contenuti affini di controllo. Con la blockchain si passa da un modello di controllo fisico centralizzato dei dati ad un modello decentralizzato di conservazione e condivisione delle informazioni.

Nell’ottica di pensare ad una regolazione, i profili da tenere presenti sono due: il primo quello meramente interno, vale a dire cosa sia in sé la blockchain, civilisticamente parlando. Il secondo è quello esterno, cioè cosa sia la blockchain in senso pubblicistico.
Ciò assumendo consapevolezza che essa non è solo un mezzo, una tecnologia, uno strumento, ma anche qualcosa di più.

Qualsiasi blockchain, infatti, ha un suo inizio. Ci dovrà essere qualcuno (privato o pubblico, Stato, Ente pubblico territoriale o meno) che la studia (ideatore), che ne fissa le regole (protocolli). Ha, poi, una sua vita. È dotata di una struttura (server, persone a servizio, persone qualificate, c.d. oracoli). Funziona sulla rete ed è a disposizione della rete, vale a dire di tutti gli utenti della rete nelle blockchain pubbliche, ovvero degli utenti ammessi nelle blockchain private. Conservando dati e servizi transattivi genera valore. Il tutto anche con finalità probatorie. Ma, se ha un suo inizio e una sua vita, può anche terminare? Certamente sì, sia per cause fisiche (ad esempio, malfunzionamento dei server), sia per cause indotte (ad esempio per opera di hacker, con conseguenti profili relativi alla vulnerabilità del sistema). Ed allora, dovremmo chiederci se tale tecnologia possa realmente considerarsi immodificabile.

Se il sistema può finire, occorre conoscere preventivamente dove finiscono i dati e le certezze dei registri distribuiti, nel caso in cui ci siano disfunzioni nel sistema.
Più in particolare, poi, da un punto di vista squisitamente civilistico, deve escludersi che si tratti di una società, ovvero di un’associazione, o ancora di altre figure basate sulla collaborazione intersoggettiva. Non ha una durata predeterminata. Non ha una territorialità. Non è quindi riconducibile ad uno specifico Ordinamento.
In positivo, possiamo invece dire che si tratta di un sistema a disposizione della rete. Una sorta di intermediario diffuso.

Considerando che su di essa possono generarsi rapporti contrattuali, e che quindi “produce valore”, si potrebbe avvicinare il sistema blockchain ad una sorta di azienda a dirigenza diffusa. Essa fornisce un servizio avanzato di certificazione di dati. Ha costi industriali di funzionamento. E’ dotata di proprie regole peculiari vincolanti per gli aderenti e che gli stessi accettano fin dal momento del loro ingresso nella “catena”; regole che possono subire modifiche solo se condivise dal 51% degli utenti medesimi.

Ha, quindi, una forte componente strutturale e necessitata, che permette il raggiungimento degli obiettivi.

Passando al profilo pubblicistico, occorre considerare il modello decentralizzato di conservazione e condivisione delle informazioni quale alternativa ai sistemi centralizzati di certezza giuridico sociale dei dati.
E noto che la funzione certificativa è demandata all’Autorità Statale (a livello centrale e locale). Ebbene, molti aspetti di tale funzione potrebbero essere svolti da sistemi di blockchain, ma, anche volendosi prescindere dalla circostanza che il 51% degli aderenti possono intervenire per modificare le regole che reggono la specifica blockchain, (situazione che pone forti problematiche per quel che concerne la certezza giuridica), vi è da tenere in considerazione che le blockchain possono ospitare nel proprio ambito settori già disciplinati dall’ordinamento giuridico.

Sarà necessario, allora, porsi il problema di come le singole blockchain debbano interfacciarsi con l’Autorità Centrale ed anche fra di loro. Appare in tale ottica indispensabile una regolamentazione del sistema blockchain in astratto, ivi inclusa anche una specifica registrazione per tutte le blockchain cui si voglia riconoscere una qualche efficacia probatoria ufficiale.

Occorreranno, così, protocolli internazionali accettati da tutti gli Stati con finalità di censimento, di controllo a tutela degli utenti, ma soprattutto di dialogo fra le blockchain e i vari Ordinamenti statali ed anche fra le diverse blockchain stesse.
Quanto alla possibilità di applicare i sistemi di blockchain agli appalti pubblici, appare opportuno precisare come, allo stato attuale della normativa, non sembri di per sé una cosa possibile in via immediata. Sarà necessario del tempo, delle normative ad hoc, ed ancor prima un percorso di avvicinamento.

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