Rassegna stampa 20 marzo 2019

20/03/2019 – Corriere di Bologna

Hera investe nel bolognese 320 milioni di euro, sul totale di 3.

Hera investe nel bolognese 320 milioni di euro, sul totale di 3.1 miliardi di investimenti complessivi, in aumento di 260 milioni rispetto al precedente documento. Ecosistema, circolarità e tecnologia sono le priorità strategiche dichiarate nel Piano industriale al 2022 presentato oggi dal presidente esecutivo Tomaso Tommasi di Vignano e dall’ amministratore delegato Stefano Venier ai sindaci dei comuni bolognesi serviti. Sul piatto, tra le altre cose, il rinnovo del depuratore Idar con il totale rifacimento di alcune parti strutturali e impiantistiche; il completamento della parte architettonica di alcuni capannoni esterni nell’ impianto per la produzione di biometano a Sant’ Agata Bolognese (quello inaugurato l’ anno scorso a seguito di un investimento di 37 milioni); il teleriscaldamento nella zona universitaria e e a Borgo Panigale. È di circa un chilometro, l’ estensione prevista per la rete del teleriscaldamento in zona San Giacomo, nelle strade dell’ università. Lo sviluppo consentirà di allacciare al servizio 18 nuovi edifici dell’ Alma Mater, tra le vie Irnerio, Zamboni e San Giacomo. Inoltre, nell’ ambito dello stesso intervento è previsto un potenziamento complessivo del sistema (rete esistente e centrale termica San Giacomo), che vede anche l’ introduzione di nuove tecnologie smart sulle sottocentrali termiche, con l’ obiettivo di ottimizzare le forniture di calore e fornire nuovi servizi in chiave cliente. A regime, l’ opera consentirà di evitare l’ emissione in atmosfera di circa 387 tonnellate di anidride carbonica. Nel dettaglio delle cifre delle risorse destinate, la multiutility concentrerà 143 milioni nel rinnovamento del servizio idrico tra reti, fognature, depurazione, investirà 126 milioni per potenziare i servizi di gas e teleriscaldamento e 52 milioni sul settore ambiente. Del totale degli investimenti pianificati, oltre 74 milioni verranno spesi solo nel 2019. Questa del bolognese è la zona geografica in cui il gruppo focalizza i propri sforzi. Nei sedici anni dalla nascita del gruppo Hera la multiutility calcola di avere investito circa 930 milioni nella sola area di Bologna. L’ azione degli investimenti è rafforzata da una politica dei dividendi che crea un valore in crescita per gli azionisti: il dividendo per competenza, a 10,0 centesimi nel 2019, è previsto salga a 10,5 negli anni 2020 e 2021 e a 11 centesimi nel 2022 (+16% rispetto all’ ultimo dividendo erogato a giugno 2018, 9,5 centesimi). Così si mettono a frutto i risultati a fronte di uno scenario complesso all’ orizzonte, visto che nei prossimi quattro anni incombono le gare dei servizi in gran parte nei territori attualmente serviti. Tra le linee di sviluppo indicate nel piano industriale, ancora, c’ è il perseguimento degli obiettivi dell’ Agenda Onu. Tra i valori condivisi, la gestione dei rifiuti. Ed Hera vanta alcune cifre significative: la raccolta differenziata è salita al 61,6%, l’ 87% di quanto raccolto in modo differenziato viene riciclato e solo il 5% dei rifiuti urbani raccolti in Emilia-Romagna da Hera è smaltito in discarica, anticipando così l’ obiettivo del 10% definito dall’ Unione Europea al 2035.

20/03/2019 – La Stampa
Sblocca-cantieri, via il condono Ma è braccio di ferro Lega-M5S

Salta la sanatoria per le piccole irregolarità, resta la soglia al 30% sulle opere in subappalto
Non c’ è più il condono su cui l’ altra notte hanno litigato Lega e 5 Stelle, e resta la soglia del 30% sulle opere da dare in subappalto, la cui cancellazione o modifica aveva messo in grande allarme i sindacati. Spuntano norme sulla semplificazione degli interventi nelle zone sismiche; c’ è una nuova Agenzia per le Dighe, misure sulle concessioni autostradali, e si pone fine al progetto «6000 Campanili» stornando i fondi residui sul nuovo Programma di interventi infrastrutturali per piccoli Comuni fino a 3500 abitanti, oltre ad altre risorse già stanziate. Alla vigilia del Consiglio dei ministri che stamattina dovrebbe vararlo, è stata diffusa la bozza (finale?) del decreto Sblocca-cantieri. Cinque articoli per 23 pagine, intitolate: «Disposizioni urgenti per il rilancio del settore dei contratti pubblici e misure per l’ accelerazione degli interventi infrastrutturali». Il decreto modifica, ma non interviene pesantemente sulle attuali regole. In particolare resta in vita la soglia del 30% per il subappalto che figurava in uno schema di decreto circolato nei giorni scorsi. Le modifiche contenute nell’ ultima bozza eliminano solo l’ obbligo di indicazione della terna dei subappaltatori. Altro punto delicato sono le soglie entro le quali gestire i lavori con più discrezionalità. In questo caso, l’ unica novità riguarda il criterio di aggiudicazione del «minor prezzo», che viene esteso anche ai contratti sotto soglia. In particolare il provvedimento introduce un comma che, «nell’ ottica della semplificazione consente alle stazioni appaltanti, per i contratti sotto soglia, di procedere all’ aggiudicazione, di norma, sulla base del criterio del minor prezzo, ovvero, previa motivazione, sulla base del criterio dell’ offerta economicamente più vantaggiosa» per «affidamenti di lavori di importo pari o superiore a 150.000 euro e inferiore a 350.000 euro». Nonostante gli annunci, al momento, questa ultima versione del decreto non prevede alcun elenco specifico di opere su cui intervenire in via prioritaria. Ma la questione resta aperta, e potrebbe essere definita in tempo per il Consiglio dei ministri convocato per domani. Ancora, nel provvedimento dovrebbero rientrare anche alcune delle misure del pacchetto crescita proposte dal ministero dell’ Economia (come il partenariato pubblico-privato e il dimezzamento dei tempi per il parere del Consiglio Superiore della Magistratura). Infine, nella bozza del decreto mancano alcuni interventi su opere locali presenti invece nella relazione illustrativa: dalle modifiche sulla rimodulazione degli interventi per Roma Capitale, al finanziamento del completamento e messa in esercizio del Mose (con l’ istituzione della Struttura per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna), dalla nomina di un commissario per la messa in sicurezza del sistema idropotabile di Roma all’ istituzione di un Comitato di vigilanza per la Lioni-Grottaminarda. Tra le altre misure contenute nella bozza, c’ è la nomina di «uno o più» commissari straordinari per gli interventi infrastrutturali prioritari; a loro spetta ogni decisione per l’ avvio o la prosecuzione dei lavori, anche sospesi. Un commissario ad hoc è previsto poi per le strade della Regione Sicilia. Una disciplina transitoria in caso di crisi d’ impresa interviene per eliminare i «gravi problemi di coordinamento tra l’ articolo 110 del codice dei contratti pubblici e la disciplina del fallimento, concordato preventivo, amministrazione controllata e liquidamento coatta». Per semplificare e velocizzare gli interventi edilizi nelle zone colpite dai terremoti, vengono introdotte nuove disposizioni tra cui una classificazione degli interventi quali «rilevanti», «di minore rilevanza» e «privi di rilevanza», introducendo un diverso regime autorizzativo. E per rafforzare il sistema di vigilanza sulla sicurezza delle grandi dighe e delle infrastrutture idrauliche, arriva un’ apposita Agenzia, che ingloberà i compiti e le attribuzioni della relativa Direzione generale del ministero delle Infrastrutture. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI. ROBERTO GIOVANNINI

20/03/2019 – Il Fatto Quotidiano
Autobrennero, lo Stato ricattato dai politici locali

Il ministro Toninelli si era adoprato per offrire agli enti pubblici (prevalentemente altoatesini) azionisti della Autobrennero una nuova concessione di 30 anni, senza gara, ma l’accordo è di nuovo in stallo perché, incredibilmente, quegli enti non ritengono le condizioni offerte sufficientemente favorevoli. È una telenovela emblematica del potere dei concessionari autostradali in Italia. L’autostrada fu costruita a cavallo degli anni 70 e finanziata interamente a debito, per lo più con garanzia dello Stato. Gli azionisti non hanno mai versato capitali se non per importi simbolici. Verso la fi- ne degli anni 90 l’autostrada era stata pressoche intera- mente ammortizzata, i debiti rimborsati e col flusso dei pedaggi la società aveva anche accumulato notevoli attività finanziarie. Uno splendido investimento per gli azionisti, anche se avessero restituito l’autostrada allo Stato/con- cedente a fine concessione, nel 2005. NON AVENDO altre opportunità di investimento nel setto- re autostradale, per non chiudere i concessionari si sono rivolti agli investimenti su rotaie. Hanno sedotto il partito del ferro, i tanti che considerano sempre e comunque sacro qualsiasi investimento in ferrovie, e sono riusciti a far in- filare nella finanziaria 1997 (governo Prodi) un comma che gli consentiva di detrarre dal reddito tassabile una quota dei proventi per accumularli in un fondo destinato al rinnovo della ferrovia del Brennero. Peccato però che nel comma si indicava sì la destinazione, ma non si specificava a chi sarebbe appartenuto quel fondo. La società, rivendicandone la proprietà, usa da tempo il rilascio di questi fondi (oggi circa 600 milioni) come arma di ricatto verso lo Stato per ottenere il rinnovo della concessione. È paradossale che proprio grazie alla costituzione del fon – do ferrovia l’Autobrennero abbia poi ottenuto un’a l tr a proroga della concessione, gratuita e senza gara, dal 2005 al l’aprile 2014 (un regalo da 6-700 milioni, considerando gli utili nel periodo). Il ministro Tremonti, in previsione della scadenza del 2014, conscio delle capacità di pressione dei parlamentari espressi dai territori con enti pubblici azionisti, fece inserire per legge l’obbligo per l’Anas di pubblicare il bando di gara per la riassegnazione del- la concessione, stabilendo an- che un importo modesto (70 milioni l’anno) che avrebbe dovuto essere versato allo Sta- to sino al pagamento del prezzo della concessione. L’Anas ritardò la pubblicazione del bando e scrisse un testo che pareva costruito apposta per escludere qualunque altro concorrente che non fosse il ve c ch i o c on ce s si o na r io . Non contenti, gli azionisti del l’Autobrennero riuscirono, mediante tattiche dilato- rie, interventi di deputati ami- ci e vari ricorsi al Tar, a vanificare persino la norma approvata per legge ed hanno continuato a gestire l’autostrada con sostanziosi profitti fino ad oggi. La società, sempre in utile (82 milioni nel 2017) ha accumulato un patrimonio netto di 780 milioni e ha liquidità per oltre un miliardo di euro (dati fine 2017). FINALMENTE, nel 2016 questi indomiti concessionari riuscirono a individuare il modo di appropriarsi per sempre della concessione, senza gara: sostenendo che a fine concessione lo Stato aveva il diritto di gestire in proprio l’infrastruttura senza doverla rimettere a gara, e di svolgere il servizio in house. Giustissimo, ma a che titolo lo Stato avrebbe dovuto regalare questo diritto (che per 30 anni vale parecchi miliardi al netto di quanto verrà pagato allo Stato) a degli enti locali in una Regione tra le più ricche e già avvantaggiata fi- scalmente? Lo Stato italiano è incapace di creare un veicolo per gestire in proprio un’autostrada? Accettare il principio che ogni regione possa accampare diritti di passo sulle reti che attraversano il suo territo- rio sarebbe nefasto. In un protocollo del 2016 il ministro Delrio concordava di estendere di 30 anni questa concessione, a condizioni favorevoli per il concessionario, alla sola condizione che venissero liquidati i soci privati (circa il 14% del capitale) e la società fosse interamente pubblica. Questa condizione non si è verificata, forse perché appariva più comodo agli azioni- sti continuare a gestire in pro- roga ed incassare profitti. IL MINISTRO TONINELLI ha ritenuto di mantenere l’assegnazione della concessione 30ennale agli enti pubblici attuali azionisti ma ha fatto approvare dal Cipe l’obbligo per il concessionario di versare al- lo Stato un indennizzo parametrato agli utili conseguiti durante il periodo di proroga. Decisione sacrosanta ma contro la quale si sono scagliati gli enti concessionari, forse per il timore di dover rinunciare a un decimo del miliardo accumulato a oggi. Toninelli ha poi demandato all’Art (Autorità di regolazione dei trasporti) il compito di stabilire i pedaggi per la nuova concessione e l’Autorità ha fatto un ottimo lavoro, definendo finalmente regole chiare per l’applicazione del price cap, pur continuando ad assi- curare buoni e sicuri profitti al concessionario. Ma agli enti pubblici altoatesini non sono piaciuti i parametri stabiliti dall’Art: abituati a lauti guadagni a fronte di nessun investi- mento, ora fanno difficoltà ad accettare di venire remunerati in proporzione del capitale effettivamente versato. Col rischio di dover ridurre i pedaggi oggi in vigore! Si è aperto così un nuovo contenzioso. A riprova del potere e dell’arroganza dei con- cessionari che possono per- mettersi di aspettare l’arrivo di un altro ministro più compiacente. Non riusciremo mai a scalfire questa sacca di ren- dite finché lo Stato non si attrezzerà per gestire in proprio le concessioni che scadono e non ci sarà un governo capace di riprendersi davvero una concessione senza riproporla in gara. © RIPRODUZIONE RISERVATA

20/03/2019 – Il Sole 24 Ore
Un supercommissario per Fs (e uno per Anas)

Sblocca-cantieri. Possibile mediazione Lega-M5S: incarico affidato all’ ad o al presidente. Modello è l’ alta velocità Napoli-Bari. Oggi il decreto al Cdm
ROMA Le due più grandi stazioni appaltanti d’ Italia, le Ferrovie e l’ Anas, potrebbero avere oggi dal decreto sblocca cantieri una sostanziale accelerazione delle loro opere con la previsione di due supercommissari che coinciderebbero con l’ amministratore delegato o con il presidente di ciascuno dei due gruppi. Avrebbero competenza su tutte le opere ricomprese nei due contratti di programma che valgono rispettivamente 15 miliardi (al netto delle manutenzioni) per Fs e 21 per Anas (in tutto 35-40 miliardi sui 140 miliardi totali stanziati). La soluzione, prospettata in prima battuta dall’ Ance nelle riunioni tecniche di questi giorni, ha trovato d’ accordo sia Fs che Anas e un certo favore di Palazzo Chigi che sta vagliando l’ ipotesi. Potrebbe trattarsi anche di un punto di mediazione fra la posizione della Lega (un solo supercommissario) e quella del M5S (tanti commissari sulle singole opere), in qualche modo eccezionale per le due grandi stazioni appaltanti, che hanno per altro vertici nominati di recente dal ministro Toninelli. Inoltre, il modello di riferimento dell’ operazione sarebbe il commissario nominato per la ferrovia ad alta velocità Napoli-Bari (in quel caso fu l’ ad di Rfi Elia e poi il suo successore Gentile) che è uno dei pochi commissari che ha funzionato, accelerando i lavori dei diversi lotti. Non un colpo di fulmine ma certamente un’ accelerazione per le parti autorizzative. Resta da capire se i poteri speciali sono all’ interno delle procedure ordinarie (con la possibilità di accelerare i termini temporali) o anche in deroga ai poteri di altri soggetti. La quadra politica sul provvedimento però ancora non c’ è. Non si escludono nuovi vertici, ma prende quota l’ ipotesi che al Consiglio dei ministri convocato per oggi alle 14 il decreto sia approvato «salvo intese». Formula già usata per il decreto Genova e per il Ddl anticorruzione, che riserva al Governo la facoltà di intervenire di nuovo sul testo. E che rivela le tensioni nella maggioranza. Nel decreto entreranno comunque anche norme per accelerare la ricostruzione nelle zone sismiche (mentre potrebbe attendere un giro il decreto terremoto) e, nell’ ambito della riforma del Codice dei contratti pubblici, norme per affrontare le crisi di impresa negli appalti. In bilico, invece, le norme ammazza-gare che avrebbero consentito affidamenti diretti per lavori fino a un milione e procedure negoziate con cinque inviti fino a cinque milioni. Si è capito che era stata inserita nel pacchetto crescita proveniente dal Mef, al momento congelato. Qualcuna delle norme sugli investimenti pubblici potrebbe però essere recuperata, dietro la spinta della Lega. Ma difficile che sia l’ ammazza-gare contro cui si sono drasticamente pronunciati Ance, i sindacati e il presidente dell’ Anac, Raffaele Cantone. È saltato inoltre il condono edilizio, che avrebbe sanato le mini-irregolarità per gli edifici privati costruiti prima del 1977. Confermato invece il Dpcm che avrà funzione di regolamento attuativo unico in sostituzione dei decreti ministeriali Infrastrutture e delle linee guida Anac. È il punto centrale per cambiare verso al Codice appalti. Il Governo, e in particolare Palazzo Chigi, si riappropria dell’ attuazione del codice su tutte le leve fondamentali quali sistema di qualificazione, procedure di affidamento ed esecuzione dei contratti, direzione lavori, responsabile unico del procedimento, collaudo, beni culturali. Semplificate alcune procedure (per la manutenzione ordinaria e straordinaria si potrà affidare con il progetto definitivo), torna dominante il massimo ribasso, si dà la possibilità alle stazioni appaltanti di fare verifiche dei requisiti dopo la presentazione delle offerte (ma così si possono inquinare i meccanismi di verifica delle offerte anomale), si ammette la nomina parziale di commissioni di gara, si facilita la vita ai consorzi stabili (e soprattutto alle imprese consorziate), si elimina la terna per i subappalti. © RIPRODUZIONE RISERVATA.Manuela PerroneGiorgio Santilli

20/03/2019 – Italia Oggi
Appalti snelliti per i piccoli lavori

In Cdm il decreto sblocca cantieri. Regolamento unico. Meno invitati alle procedure
Niente progettazione per le attività di manutenzione
Meno invitati alle procedure negoziate. Non sarà necessaria la progettazione esecutiva per i lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria (con alcune eccezioni). Pagamento diretto del progettista negli appalti integrati. Soppresso l’ obbligo di indicazione della terna dei subappaltatori. Inversione della verifica dei requisiti dei concorrenti. Assorbimento della soft law e dei regolamenti ministeriali in un regolamento unico. Sono queste le principali linee sulle quali si muove la bozza del decreto legge cosiddetto «sblocca cantieri» ieri mattina in preconsiglio dei ministri e che sarà presentata oggi dall’ esecutivo. Una bozza che contiene, oltre alla nomina dei commissari straordinari (ma non del commissario unico), anche diverse modifiche puntuali al codice dei contratti pubblici (si veda Italia Oggi del 16 marzo scorso). Nel documento, dal quale sono state espunte diverse proposte di matrice Lega e Mef presenti nella precedente bozza di lavoro, compare innanzitutto l’ unificazione dei provvedimenti già emessi in attuazione del decreto 50/2016 (decreti ministeriali e linee guida Anac) che, entro 90 giorni dall’ entrata in vigore della legge di conversione del decreto legge, saranno riuniti in un «regolamento unico» di attuazione del codice appalti. Questo testo regolamentare avrà ad oggetto le seguenti materie: «nomina, ruolo e compiti del responsabile del procedimento; progettazione di lavori, servizi e forniture, e verifica del progetto; sistema di qualificazione delle imprese di costruzioni e dei contraenti generali; procedure di affidamento e realizzazione dei contratti di lavori, servizi e forniture di importo inferiore alle soglie comunitarie; direzione dei lavori e dell’ esecuzione; esecuzione dei contratti di lavori, servizi e forniture, contabilità, sospensioni e penali; collaudo e verifica di conformità; requisiti degli operatori economici per l’ affidamento dei servizi di architettura ed ingegneria; lavori riguardanti i beni culturali». In sostanza è il ritorno ad un (mini, ma non tanto) regolamento di attuazione, in attesa poi di comprendere se la delega approvata qualche settimana fa per la riforma organica del codice si riferirà ad altre materie. Altro intervento di rilievo riguarda la messa a regime della norma (oggi transitoria) che consente l’ affidamento dei lavori sulla base di un progetto definitivo semplificato per gli interventi di manutenzione ordinaria e per quelli di manutenzione straordinaria, ad esclusione degli interventi che prevedono il rinnovo o la sostituzione di parti strutturali delle opere o di impianti. In questi casi si prescinderà dal progetto esecutivo anche in fase di esecuzione del contratto, ma ci vorrà almeno una relazione generale, l’ elenco dei prezzi unitari delle lavorazioni, il computo metrico-estimativo, il piano di sicurezza e di coordinamento con l’ individuazione analitica dei costi della sicurezza da non assoggettare a ribasso. Viene comunque ridefinito il contenuto del progetto di fattibilità che deve sempre essere preceduto dal documento di fattibilità delle alternative progettuali. Non cambia la norma sull’ appalto integrato (progettazione esecutiva e costruzione in alcuni casi specifici) ma si prevede il pagamento diretto del progettista da parte della stazione appaltante. Per le procedure di affidamento di lavori da 40 mila a 150 mila euro (e per servizi e forniture da 40 mila a 221 mila euro) si passa da 10 invitati a tre invitati (minimo). Si alza fino a 350 mila euro la soglia per affidamento di lavori con procedura negoziata e invito a 10 operatori e quindi gli inviti a 15 imprese scatteranno soltanto al di sopra dei 350 mila euro e fino a un milione di euro. Possibile l’ affidamento in amministrazione diretta di lavori fra 150 mila e 350 mila euro Non c’ è quindi traccia di aperture fino alla soglia europea (5,4 milioni) relativamente ad affidamenti diretti. Prevista l’ inversione della verifica dei requisiti: le stazioni appaltanti potranno decidere che le offerte siano esaminate prima della verifica della documentazione relativa al possesso dei requisiti di carattere generale e di quelli di idoneità e di capacità degli offerenti, ma dovranno effettuarla comunque sull’ aggiudicatario e a campione anche sugli altri partecipanti. Nei contratti sotto soglia previsto l’ utilizzo del criterio del prezzo più basso, ma con esclusione dei servizi di ingegneria e architettura, dei servizi di ristorazione e di quelli ad elevata intensità di manodopera; viene invece previsto che anche i servizi e le forniture ad elevato contenuto tecnologico o innovativo dovranno essere affidati con il criterio dell’ offerta economicamente più vantaggiosa. Eliminato l’ obbligo di indicazione in fase di offerta della terna dei subappaltatori. Viene chiarito definitivamente che gli organismi di diritto privato che qualificano le imprese di costruzioni, «nell’ esercizio dell’ attività di attestazione per gli esecutori di lavori pubblici, svolgono funzioni di natura pubblicistica». Viene eliminato il tetto, previsto all’ articolo 95 comma 10-bis del codice, relativo ai punteggi attribuibili all’ offerta economica, oggi fermo al 30%. Ripristinato l’ incentivo 82% del valore dell’ opera) per i tecnici delle amministrazioni che si occupano della progettazione. I commissari di gara, se mancheranno esperti dell’ albo Anac, potranno essere nominati dalle stazioni appaltanti. © Riproduzione riservata. PAGINA A CURA DI ANDREA MASCOLINI

20/03/2019 – La Repubblica
IL DECRETO DEL SUBAPPALTO LIBERO

La polemica
Dal ritorno in grande stile del massimo ribasso al subappalto libero. Ecco il modo con cui un governo che poche settimane fa si vantava di aver spazzato via la corruzione pensa ora di far ripartire 600 opere pubbliche paralizzate. Demolendo proprio alcuni capisaldi della lotta al malaffare faticosamente affermati. Il decreto sblocca-cantieri è ancora una bozza, ma quello che c’ è dentro fa ben capire la direzione di marcia. Non si parla più di sanatorie, è vero. Ed è anche saltata la follia più folle, quella di alzare fino a 5 milioni il limite per aggiudicare i lavori pubblici senza gara: anche se la soglia è stata comunque portata da 150 mila a 350 mila euro, il che farà sparire le gare per gli appalti meno grandi. In compenso, però, le mosse che dovrebbero rilanciare le opere guardano tutte a un passato affollato di ombre. Si comincia stabilendo che l’ aggiudicazione degli appalti deve avvenire «sulla base del criterio del minor prezzo ovvero, previa motivazione, del criterio dell’ offerta economicamente più vantaggiosa». Viene così riesumato il deprecabile massimo ribasso, ossia quel sistema per cui le imprese ottenevano i lavori a prezzi stracciati salvo poi recuperare i soldi con gli interessi grazie a varianti, riserve e arbitrati. Un sistema capace in decenni di aprire la strada alle più gravi degenerazioni mortificando la concorrenza e la qualità delle opere. Se la nuova formula passerà, la cosiddetta «offerta economicamente più vantaggiosa», che non si basava esclusivamente sul prezzo ma teneva in considerazione anche gli elementi qualitativi, verrà ammessa solo in subordine e con precisi motivi. Mal sopportata, ora sarà definitivamente accantonata. E se il diavolo si nasconde nei dettagli, questa bozza è un autentico inferno. Come dimostra la norma che modifica l’ articolo 105 del codice degli appalti tuttora in vigore. Quell’ articolo fissa l’ obbligo per i partecipanti a una gara di comunicare preventivamente l’ identità degli eventuali subappaltatori, che non devono avere guai con la giustizia. Lo stesso articolo vieta a chi si aggiudica un’ opera pubblica di dare lavori in subappalto agli altri partecipanti risultati sconfitti. Tutto questo per rendere più trasparenti i subappalti e soprattutto evitare accordi sottobanco fra le imprese, per cui vince una ma lavorano anche gli amici che hanno perso, come si faceva una volta. Con le modifiche previste dalla bozza, però, adesso salterebbe tutto: via l’ obbligo di comunicare l’ identità dei subappaltatori e il divieto di subappaltare agli sconfitti. E proprio come ai tempi dei direttori dei lavori compiacenti e dei collaudi senza freni, quando ben 36 dirigenti del ministero delle Infrastrutture venivano omaggiati con prelibati incarichi da collaudatore del Mose, arriva pure il colpo di spugna sui rispettivi albi. Per non parlare di altre stravaganze. Gli espropri, per esempio: sarà possibile avviarli anche soltanto in presenza di un piano di fattibilità dell’ opera. Ma se poi l’ opera fattibile non si fa? Boh Oppure i controlli: si potrà esaminare l’ offerta anche prima di aver verificato i requisiti di chi l’ ha presentata. Ma se poi quello i requisiti non ce l’ ha? Boh Quanto all’ istituzione di una nuova authority battezzata Andig, che sta per “Agenzia per la sicurezza delle dighe e delle infrastrutture idriche”, se ne sentiva davvero il bisogno? Questo decreto definito sblocca-cantieri, che riscrive pezzi del codice degli appalti, ha nelle sue parti principali il marchio di fabbrica inconfondibile della Lega. Del resto il Movimento 5 Stelle è ormai abituato a farsi passare sotto il naso le furbizie del suo ingombrante socio di governo. Ma stavolta una zeppa l’ ha piazzata bene, nell’ articolo 23 del codice degli appalti: dove verrà prescritto, dice la bozza, che «il progetto di fattibilità individua, tra più soluzioni, quella che presenta il miglior rapporto tra costi e benefici per la collettività». Dunque, prima di decidere di fare un’ opera se ne dovranno valutare alcune versioni da sottoporre ciascuna al mitico esame modello Tav, e che vinca la migliore. Un passaggio burocratico in più, e che passaggio. Se questo è il turbo per i cantieri, stanno davvero freschi © RIPRODUZIONE RISERVATA. SERGIO RIZZO

20/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Consultazioni di mercato, le nuove linee guida Anac spingono le stazioni appaltanti a dialogare con le imprese

Mauro Salerno

Obiettivo: «farsi un giro di negozi» prima di comprare. Corradino: con le giuste garanzie così si può migliorare il livello di servizi offerto ai cittadini

Farsi un «giro dei negozi», come facciamo tutti noi, prima di comprare. Finora per un’amministrazione non era raccomandabile, a meno di non voler rischiare l’annullamento della gara o un’accusa di turbativa d’asta. D’ora in avanti invece sarà più che legittimo sondare le imprese, o più in generale il mercato, per farsi un’idea di cosa c’è su piazza, mettere a fuoco le aspettative e garantirsi di non sbagliare obiettivo quando in ballo ci sono appalti dall’alto contenuto tecnico o innovativo. È quello che promettono le nuove linee guida sulle consultazioni preliminari di mercato, licenziate dall’Autorità Anticorruzione, proprio nei giorno in cui il Governo discute la possibilità di ridurre il potere di regolazione dell’Anac, con il decreto Sblocca-cantieri.

L’obiettivo, dichiarato esplicitamente nella relazione che accompagna il documento,. è quello di aiutare e spingere le amministrazioni a servirsi di questa opportunità, del tutto inedita nel nostro mondo degli appalti, per ridurre il gap informativo con le imprese. «Abbiamo dato molta importanza a queste linee guida – dice Michele Corradino, consigliere dell’Autorità con delega agli appalti -. È un modo di indurre le amministrazioni a usare questi strumenti che consentono loro di entrare, per la prima volta, di uscire dalle gabbie formali delle gare fatte di ceralacca e sigilli e di in contatto con le imprese. Si tratta di uno dei punti centrali dell’ampiamento dello spettro di discrezionalità (buona) previsto dalle direttive europee, con l’obiettivo di dare servizi e forniture migliori alla comunità».

Va detto che questa nuova opportunità di consultare il mercato prima di avviare la gara vera e propria non si attaglia a tutti i tipi di appalti. Le stesse linee guida chiariscono che le consultazioni sono da escludersi per le prestazioni standard e gli appalti di routine. E che in generale è meglio farvi ricorso quando in gioco ci sono servizi e forniture complesse (in ambito medico o tecnologico) piuttosto che nel settore delle opere pubbliche. Tra gli altri paletti da considerare c’è quello della scansione temporale.Secondo l’Anac le consultazioni, precedute da un avviso, devono seguire la fase di programmazione e anticipare la gara, così come suggerito anche dal Consiglio di Stato. Non è invece stata seguita l’indicazione che mirava a escludere la possibilità di far rientrare nell’alveo dei soggetti consultabili anche le associazioni di categoria, possibilità che invece l’Anac ha confermato nella versione finale del documento.

« Oggi – continua Corradino – ci confrontiamo con un numero bassissimo di consultazioni di mercato. Le Pa sono impaurite perché prima qualsiasi contatto con le imprese prima della gara era motivo di annullamento della procedura. Oggi invece questi rapporti sono favoriti dalle direttive europee e con queste linee guida non vogliamo far capire che si tratta di situazioni del tutto normali, a patto di garantire livelli di trasparenza adeguati».

Stabilire questi paletti è il compito delle direttive che li individuano nella circolazione massima delle informazioni, nella indicazione di termini adeguati per le offerte (in modo da permettere alle imprese di recepire e adeguarsi ai risultati delle consultazioni) e di tutela delle imprese che partecipano alle consultazioni dal rischio di esclusione. Il rischio fino era infatti che le imprese decidessero di tenersi alla larga dalle consultazioni per il pericolo di vedersi contestare un potenziale conflitto di interessi e un cartellino rosso in gara. «Ora questo rischio non c’è – conclude Corradino – si invitano anzi le imprese a partecipare, rassicurandole sul rischio esclusione che resta l’extrema ratio, va motivato in modo rafforzato dalla stazione appaltante e non può discendere da compotamenti errati della Pa». © RIPRODUZIONE RISERVATA

20/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Dl Sblocca-cantieri oggi in Cdm: subito il regolamento unico, massimo ribasso fino alle soglie Ue

  1. Arona, M. Frontera, M. Salerno

Commissari straordinari in base al Dl Prodi del 1997: scelti con Dpcm. Piano piccole opere di Toninelli. Anticipo prezzo non solo ai lavori. Pagamento diretto ai progettisti

Il mondo degli appalti dirà addio da subito alle linee guida dell’Anac, senza aspettare i tempi lunghi della legge delega peraltro ancora in attesa di sbarco in Parlamento. L’anticipazione della sosituzione della soft law di Cantone con il nuovo regolamento attuativo unico del codice dei contratti varato nel 2016 è forse la novità più forte tra quelle contenute nella bozza del decreto Sblocca-cantieri , previsto oggi al vaglio del Governo. Nei cinque articoli dell provvedimento esaminato ieri nella riunione preparatoria del Consiglio dei ministri, non compaiono né le norme sulla sanatoria delle piccole difformità edilizie né l’elenco delle singole opere da commissariare, su cui solo l’altro ieri sembrava poter nascere un caso nei rapporti tra M5S e Lega. C’è invece un lungo elenco di correzioni al codice degli appalti, che avrà impatto sulle gare bandite dopo l’entrata in vigore del decreto; l’introduzione di procedure superaccelerate per la nomina di commissari sblocca-opere (a partire dalle strade siciliane e dai lavori dei piccoli comuni); una serie di misure di accelerazione per le opere di ricostruzione post sisma e l’introduzione di una nuova agenzia per la sicurezza delle dighe.

Ritorno immediato al regolamento unico
Nel macro-capitolo della virata rispetto alla riforma varata nel 2016 un ruoli da protagonista spetta di sicuro alla cancellazione dei poteri di regolazione dell’Anticorruzione guidata (almeno per qualche altro mese) da Raffaele Cantone. L’idea di cancellare la soft-law con un regolamento cogente e unitario, sul modello sperimentato inizialmente dalla Merloni e poi dal codice del 2006, era abbondantemente nell’aria ma si pensava sarebbe stata attuata con i tempi lunghi dellalegge delega, varata in seconda battuta dal Consiglio dei ministri lo scorso 28 febbraio. Ora sembra che il Governo voglia giocare d’anticipo, varando da subito la svolta. La bozza del decreto prevede che il nuovo regolamento venga varato entro 90 giorni dalla conversione del provvedimento da parte del Parlamento. Fino ad allora continueranno ad applicarsi le linee guida e i decreti attuativi già varati. Il nuovo regolamento ingloberà, tra l’altro, le norme sui livelli di progettazione, la qualificazione, la direzione dei lavori, il collaudo, i Beni culturali, le direttive sulle gare sottosoglia.

Pagamento diretto, ritorno incentivi 2%: le novità per la progettazione
Lungo l’elenco delle novità nel campo della progettazione. Tra queste le più forti sono sicuramente la previsione del pagamento diretto per i progettisti in caso di ricorso all’appalto integrato e la marcia indietro sugli incentivi del 2% ai tecnici della Pa. Il nuovo codice li aveva spostati dalle attività di progettazione a quelle di programmazione e controllo delle opere: ora si torna al passato. Tra le modifiche anche la conferma della possibilità di affidare i lavori di manutenzione (ordinaria e straordinaria) su progetto definitivo (invece che esecutivo) per semplificare le attività propedeutiche all’apertura dei cantieri.

Sottosoglia: massimo ribasso e vaglio offerte prima dei requisiti
Corposo anche il capitolo delle modifiche destinate a semplificare le operazioni di gara negli appalti di importo inferiore alle soglie europee, dove in qualche caso è possibile dribblare le indicazioni contenute nelle direttive di Bruxelles. La novità di maggiore impatto è la possibilità di applicare sempre il massimo ribasso negli appalti fino a 5,5 milioni di euro. Viene così più che raddoppiata la soglia attuale (2 milioni). Sottosoglia la regola generale dell’applicazione dell’offerta economicamente più vantaggiosa dunque non vale più. Anzi viene completamente invertita, visto che alle Pa che vorranno valutare altri elementi oltre al prezzo viene imposto l’obbligo di motivazione. La possibilità di ricorrere al massimo ribasso resta comunque preclusa per i servizi di progettazione, di ristorazione, sociali e ad alta intensità di manodopera e per la nuova categoria dei servizi ad altro tasso di innovazione.

Nel provvedimento sono poi previste altre modifiche per risolvere le problematiche sul calcolo della «soglia di anomalia», attualmente basato sul sorteggio tra 5 metodi alternativi: la proposta ‘riduce’ i sistemi di calcolo della soglia ad uno solo, nell’ambito del quale si introducono alcune variabili individuate dopo l’apertura di tutte le offerte.

Altre novità arrivano per il Dgue, che potrà essere sostituito da formulari standard e per l’esame delle offerte, con la busta economica che potrà essere vagliata prima di verificare il possesso dei requisiti dei concorrenti, in modo da snellire le operazioni di gara. Vengono poi messe a regime le novità introdotte dall’ultima legge di Bilancio per i micro-affidamenti.

Anticipazione prezzo non solo per i lavori, subappalti: via la terna
Una buona notizia per le imprese che operano nel settore dei servizi e delle forniture, inclusi i progettisti. La bozza di decreto estende a tutti i tipi di appalto il meccanismo dell’anticipo del 15% del prezzo, che così non verrà più confinato al settore delle opere pubbliche. Meno sostanziose delle attese invece le modifiche su subappalto. Salta l’obbligo di indicare la terna, ma resta il tetto del 30% sul valore complessivo dei lavori. Ci sono poi nuove norme di chiarimento sul funzionamento dei consorzi stabili. Quanto alle gare resta l’albo dei commissari gestito dall’Anac, ma con la precisazione che in caso di un numero sufficiente di iscrizioni le stazioni appaltanti potranno nominare commissari interni, come suggerito dalla stessa Anac in un recente atto di segnalazione a Governo e Parlamento. Sul fronte ricorsi arriva a sorpresa la revisione radicale (praticamente una cancellazione) del rito superaccelerato degli appalti.
Commissari straordinari, torna il decreto Prodi del 1997
Nella bozza di decreto legge andata ieri in pre-consiglio ci sono come annunciato i commissari straordinari sblocca-cantieri, ma la sorpresa è che si tratta di quelli istituiti con l’articolo 13 del decreto legge 25 marzo 1997, n. 67, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 maggio 1997, n. 135. Una norma utilizzata a fine anni novanta, dai governi Prodi I, D’Alema e Amato, ma poi rimasta in un cassetto e mai più utilizzata. Curioso che ora la si ritiri fuori.
I poteri della nuova generazione di commissari sono quelli del Dl 67/1997, le novità sono due: 1) allora (Dl 67/1997) potevano essere nominati con Dpcm solo su “opere bloccate”, così definite (comma 1 del Dl originario): opere «la cui esecuzione, pur potendo iniziare o proseguire, non sia iniziata o, se iniziata, risulti anche in parte temporaneamente comunque sospesa». Il comma 1-bis aggiunto dal decreto Sblocca-cantieri 2019 aggiunge ora una possibilità ampia del presidente del Consiglio di disporre la nomina di uno o più commissari straordinari «per gli interventi infrastrutturali ritenuti prioritari il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti».
2) secondo novità, i nuovi commissari si potranno avvalere della nuova struttura di Palazzo ChigiInvestitalia (non ancora aviata però).
Ai commissari spetterà «l’assunzione di ogni determinazione ritenuta necessaria per l’avvio ovvero la prosecuzione dei lavori, anche sospesi», e «i commissari straordinari assumono le determinazioni di competenza ai sensi dei commi 4, 4-bis, 4-ter e 4-quater», cioè gli stessi poteri del decreto del 1997.
Quali poteri, dunque? Il commissario potrà adottare provvedimenti con poteri sostitutivi, «in deroga ad ogni disposizione vigente e nel rispetto comunque della normativa comunitaria sull’affidamento di appalti di lavori, servizi e forniture, della normativa in materia di tutela ambientale e paesaggistica, di tutela del patrimonio storico, artistico e monumentale, nonché dei princìpi generali dell’ordinamento». «I provvedimenti emanati in deroga alle leggi vigenti devono contenere l’indicazione delle principali norme cui si intende derogare e devono essere motivati».
Inoltre i commissari (sempre in base alle norme del decreto legge 67/1997) «può essere abilitato ad assumere direttamente determinate funzioni di stazione appaltante, previste dalla legge 11 febbraio 1994, n. 109, laddove ravvisi specifici impedimenti all’avvio o alla ripresa dei lavori. Nei casi di risoluzione del contratto d’appalto pronunciata dal commissario straordinario, l’appaltatore deve provvedere al ripiegamento dei cantieri che fossero già allestiti ed allo sgombero delle aree di lavoro e relative pertinenze nel termine a tal fine assegnato dallo stesso commissario straordinario; in caso di mancato rispetto del termine assegnato, il commissario straordinario provvede d’ufficio addebitando all’appaltatore i relativi oneri e spese».
Nel decreto legge non ci sono elenchi di opere da commissariare, saranno appunto i decreti del presidente del Consiglio a decidere opere e commissari.
Commissario strade Sicilia
Sulla Sicilia ci sarà invece un commissario generale: «Al fine di fronteggiare la situazione di grave degrado in cui versa la rete viaria della Regione Siciliana …. con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, d’intesa con il Presidente della Giunta regionale Siciliana, da adottarsi entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, è nominato apposito il Commissario straordinario incaricato di sovraintendere alla programmazione, progettazione, affidamento ed esecuzione degli interventi sulla rete viaria della Regione Siciliana. Con lo stesso decreto sono definiti le modalità, le tempistiche, la struttura e i poteri straordinari da conferire al commissario per l’esecuzione delle attività di cui al presente comma».
Piccoli Comuni
Una norma della bozza di Dl cancella quello che ancora resta da realizzare dei programmi 2012 sui “Seimila Campanili” (governo Monti) e trasferisce tutto a un fondo con cui fare partire un nuovo programma-sprint di interventi di immediata cantierabilità per i Comuni con meno di 3.500 abitanti, da sbloccare con Dm Infrastrutture (di concerto con l’Economia). Non sappiamo quanti soldi siano rimasti.
Interventi strutturali in zone sismiche
Prevista una semplificazione notevole per gli interventi edilizi in zone sismiche. Attraverso una serie di modifiche al testo unico edilizia, si introducono le definizioni di intervento che, ai fini della pubblica incolumità, si può considerare “rilevante”, oppure “di minore rilevanza” o, infine, “privo di rilevanza”. Tra gli interventi rilevanti sono inclusi quelli di adeguamento e adeguamento sismico , ma sono se riguardano edifici in zone 1 e 2 (cioè di massimo rischio di terremoto). Invece gli stessi interventi che riguardano edifici in zone 3 sono considerati “di minore rilevanza”. Sono classificati come “rilevanti” anche le nuove costruzioni «che si discostino dalle usuali tipologie o che per la loro particolare complessità strutturale richiedono più articolate calcolazioni e verifiche». Gli interventi privi di rilevanza sono tutti quelli che «per loro caratteristiche intrinseche e per destinazione d’uso, non costituiscono pericolo per la pubblica incolumità». Saranno delle linee guida del Mit, d’intesa con la conferenza unificata, a indicare gli elementi per classificare gli interventi nelle diverse categorie.
Imprese in crisi, anticipata norma del Codice (art. 110 Dlgs 50/2016)
Un articolo della bozza di decreto anticipa l’articolo del Codice delle crisi di impresa (Dlgs 12 gennaio 2019, n. 14), quella che sostituiva l’articolo 110 del Codice appalti. Le nuove regole entrano in vigore subito anziché il 15 agosto 2020.
Queste norme bloccano la partecipazione alle gare d’appalto alle imprese in procedura fallimentare, ma al contrario ne ampliano la partecipazione alle imprese in concordato, precisando che sono comprese quelle in concordato in bianco e anche in concordato liquidatorio (se ritenuto necessario dal tribunale per tutelare i creditori).
Si chiarisce inoltre che nel concordato in bianco, nella fase tra la richiesta e il momento del depodito del decreto di autorizazzazione del Tribunale, per la partecipazione alle gare è sempre necessario l’avvalimento dei requisiti di un altro soggetto.
Nella fase successiva, invece, l’eventuale decisione dell’Anac di subordinare la partecipazione alle gare dell’impresa in crisi ad avvalimento (con impegno al subentro nel contrato se serve) non sarà più subordinata alla necessità di “sentire” il giudice delegato alla procedura concorsuale.© RIPRODUZIONE RISERVATA

20/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sblocca-cantieri/2. Il rischio: snellire le gare (future) mancando il rilancio immediato degli investimenti

Mauro Salerno

Rispetto alle attese della vigiia la bozza sposta il focus sulle modifiche al codice appalti piuttosto che sul riavvio dei cantieri in panne

Lo slogan della vigilia era più commissari che modifiche del codice. Fuor di metafora significava che l’obiettivo del Governo era quello di rilanciare gli investimenti, la spesa effettiva per le opere pubbliche già entro la fine dell’anno, più che varare l’ennesima riforma del sistema degli appalti. Se la bozza andata ieri in pre-Consiglio verrà confermata anche dopo l’esame del Governo è diificle che possa essere così. Alla fine nel provvedimento c’è si una norma per accelerare la nomina di commissari sulle opere bloccate, da parte del presidente del Consiglio ma è sparita la lista dei cantieri incagliati sui quali intervenire subito.

La mossa – si dice ispirata da Salvini che avrebbe contestato la scelta di concentrarsi sui cantieri del Mezzogiorno – potrebbe anche avere un suo perché di tipo tecnico-normativo. Indicare da subito una lista di opere su cui intervenire per legge avrebbe rischiato di ingessare troppo quell’elenco, rendendo necessario un nuovo intervento di rango legislativo per integrarlo. Così invece si lasciano mani più libere al Presidente del Consiglio che potrà decider di nominare i commissari con un semplice decreto.

Se la procedura diventa così sicuramente più flessibile, anche se di minore impatto immediato (quali saranno le opere su cui arriveranno i commissari, e quando?) qualche dubbio resta anche sul merito, visto che tra le tante figure di commissario il Governo sarebbe andato a pescare – dicono i più esperti – quelli con i poteri meno penetranti. Dietro le quinte si affaccia però l’ipotesi di un commissario straordinario per dare impulso ai piani di Anas e Fs, vale a dire le due principali stazioni appaltanti italiane. Progetto ambizioso, forse difficile da realizzare. Se ne discute e l’ipotesicircola, ma finora non è entrato nella bozza iniziale.

Al contrario, nel testo è invece lievitato il capitolo delle correzioni al codice appalti. Che ora include anche l’addio immediato alla soft law dell’Anac, assumendo il sapore di una riforma anticipata, che lascia sempre meno spazio all’orizzonte di un successivo intervento tramite legge delega.

È innegabile che nello schema di provvedimento ci siano molte norme mirate a semplificare le procedure di gara, soprattutto per gli appalti sottosoglia. Ma si tratta di novità che riguarderanno i nuovi bandi, quelli pubblicati dopo l’entrata in vigore del decreto. Che hanno bisogno di mesi, o forse di uno o due anni, per arrivare alla fase di cantiere. E dunque (a meno di sorprese dell’ultim’ora) rischiano di non avere alcun impatto sui cantieri in panne e sull’obiettivo, rivendicato anche dal Governo, di rilanciare gli investimenti anche per riagganciare gli obiettivi di crescita su cui è stata basata l’ultima manovra.

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20/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Sblocca-Cantieri/3. Ma dietro le quinte si affaccia l’ipotesi di due super-commissari per le opere di Anas e Ferrovie

Manuela Perrone e Giorgio Santilli

Possibile mediazione Lega-M5S: incarico affidato all’Ad o al presidente. Modello è l’alta velocità Napoli-Bari

Le due più grandi stazioni appaltanti d’Italia, le Ferrovie e l’Anas, potrebbero avere oggi dal decreto sblocca-cantieri una sostanziale accelerazione delle loro opere con la previsione di due supercommissari che coinciderebbero con l’amministratore delegato o con il presidente di ciascuno dei due gruppi. Avrebbero competenza su tutte le opere riomprese nei due contratti di programma che valgono rispettivamente 15 miliardi (al netto delle manutenzioni) per Fs e 21 per Anas (in tutto 35-40 miliardi sui 140 miliardi totali stanziati). La soluzione, prospettata in prima battuta dall’Ance nelle riunioni tecniche di questi giorni, ha trovato d’accordo sia Fs che Anas e un certo favore di Palazzo Chigi che sta vagliando l’ipotesi. Potrebbe trattarsi anche di un punto di mediazione fra la posizione della Lega (un solo supercommissario) e quella del M5S (tanti commissari puntuali sulle singole opere), in qualche modo eccezionale per le due grandi stazioni appaltanti, che hanno per altro vertici nominati di recente dal ministro Toninelli. Inoltre, il modello di riferimento dell’operazione sarebbe il commissario nominato per la ferrovia ad alta velocità Napoli-Bari (in quel caso fu l’ad di Rfi Elia e poi il suo successore Gentile) che è uno dei pochi commissari che ha funzionato, accelerando i lavori dei diversi lotti. Nion un colpo di fulmine ma certamente un’accelerazione epr le parti autorizzativi. Resta di capire se i poteri speciali sono all’interno delle procedure ordinarie (con la possibilità di accelerare i termini temporali) o anche in deroga ai poteri di altri soggetti.

Nel decreto legge (vedi qui il servizio completo) entreranno anche norme per accelerare la ricostruzione nelle zone sismiche e- ne’ambito della riforma del codice degli appalti – norme per affrontare le crisi di impresa negli appalti.

In bilico, invece, le norme ammazza-gare che avrebbero consentito affidamenti diretti per lavori di importo fino a un milione e procedure negoziate (quelle che una volta si chimavano trattative private) con cinque inviti fino a cinque milioni di euro. Si è capito che la norma era stata inserita nelle norme del pacchetto crescita proveniente dal Mef che al momento è congelato. Qualcuna delle norme relativa agli investimenti pubblici potrebbe però essere recuperata. Difficile però l’articolo ammazza-gare contro cui si sono drasticamente pronunciati Ance, i sindacati e il presidente dell’Anac, Raffaele Cantone.

Confermato invece il Dpcm che avrà funzione di regolamento attuativo unico in sostituzione dei decreti ministeriali Infrastrutture e delle linee guida Anac. È il punto centrale per cambiare verso al codice appalti. Il governo – e in particolare Palazzo Chigi – si riappropria dell’attuazione del codice su tutte le leve fondamentali quali sistema di qualificazione, procedure di affidamento ed esecuzione dei contratti, direzione lavori, responsabile unico del procedimento, collaudo, beni culturali.

Semplificate alcune procedure (per esempio per la manutenzione ordinaria e straordinaria si potrà affidare con il progetto definitivo), torna dominante il massio ribasso, si dà la possibilità alle stazioni appaltanti di fare verifiche dei requisiti dopo la presentazione delle offerte (ma cosiì si possono inquinare i meccanismi di verifica delle offerte anomale), si ammette la nomina parzile di commissioni di gara, si facilita la vita ai consorzi stabili (e soprattutto alle imprese consorziate), si elimina la terna per i subappalti.

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20/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Decreto legge sisma, in Centro Italia appalti sottosoglia al massimo ribasso

M.Fr.

Nella bozza del Dl pronto per l’esame del consiglio dei ministri anche le misure per la ricostruzione in provincia di Catania e Campobasso

Negli interventi di ricostruzione pubblica nelle aree del Centro Italia danneggiate dai terremoti del 2016-2017 sarà possibile utilizzare il criterio del massimo ribasso con procedura negoziata, consultando almeno 15 imprese, per affidare i lavori di importo fino a 5,5 milioni di euro. Si legge nella bozza di decreto legge su “Disposizioni urgenti per eventi sismici” pronto per l’esame da parte del Consiglio dei ministri. Novità anche per l’affidamento dei servizi di progettazione per gli interventi di ricostruzione privata: anche in questo caso sarà possibile affidare servizi di architettura, ingegneria e urbanistica utilizzando il criterio del massimo ribasso con procedura negoziata, consultando almeno tre professionisti, per importi fino alla soglia comunitaria di 221mila euro.
Nel testo si leggono anche misure per la ricostruzione nei territori delle province di Messina e Campobasso, colpiti dalle scosse del 2018. Complessivamente si prevede uno stanziamento di 350 milioni. Le risorse saranno gestite da due commissari di governo con una dote di 3oo milioni per i territori del Catanese (di cui 60 milioni nel 2019) e di 50 milioni per le zone della provincia di Campobasso (di cui 10 milioni nel 2019). Per il sostegno delle imprese del settore turistico sono inoltre previsti aiuti specifici per 4 milioni di euro (di cui 2 milioni nel 2019). © RIPRODUZIONE RISERVATA

20/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Efficienza energetica/1. Boom delle Esco, ma ora sblocchiamo il Fondo da 310 milioni

Valentina Canalini (avvocato)

Ci sono 347 società per 10mila addetti, ma le piccole non riescono ad avere finanziamenti. Il Fondo 2017 attende l’ultimo ok

Il settore dell’efficienza energetica sta attraversando anche in Italia un periodo di grande fermento e crescita. Come evidenziato da un recente studio del Politecnico di Milano (1), gli investimenti realizzati solo nel 2017 nel nostro Paese sono stati pari a 6,7 miliardi di euro, segnando un aumento del 10% rispetto all’anno precedente e confermando il trend positivo degli ultimi cinque anni. Questi dati positivi sono stati confermati anche da un recente dossier del Servizio Studi della Camera dei deputati in collaborazione con il CRESME (Centro ricerche economiche sociali di mercato per l’edilizia e il territorio) “Il recupero e la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio: una stima dell’impatto delle misure di incentivazione” (2) .
Dalle stime elaborate dal CRESME rappresentate nel documento emerge che gli incentivi fiscali per il recupero edilizio e la riqualificazione energetica hanno interessato dal 1998 al 2018, 17,8 milioni di interventi, ossia – considerando che le abitazioni sono il principale oggetto degli interventi di rinnovo – oltre il 57% delle abitazioni italiane stimate dall’ISTAT (31,2 milioni). In venti anni le misure di incentivazione fiscale hanno attivato investimenti pari a 292,7 miliardi di euro.
Il dato a consuntivo per il 2017 indica un volume di investimenti pari a 28.106 milioni di euro veicolati dagli incentivi, riconducibili a 3.724 milioni di euro per la riqualificazione energetica e a 24.382 milioni di euro per il recupero edilizio. Le previsioni per il 2018, sulla base delle dinamiche registrate nei primi otto mesi dell’anno, indicano un volume di spesa complessivo superiore ai livelli del 2017, con 28.587 milioni di euro, imputabili per 3.549 milioni di euro alla riqualificazione energetica e per 25.038 milioni al recupero edilizio.
I dati del 2017 e del 2018 confermano che le misure di incentivazione hanno attivato importanti volumi di investimenti a partire dal 2013, in corrispondenza della maggiorazione delle aliquote.
A tale andamento positivo corrisponde una solida crescita delle ESCO, che giocano un ruolo fondamentale nel raggiungimento degli obiettivi di efficienza energetica previsti dalla UE entro il 2030. Fino ai primi anni duemila, le ESCO operanti sul mercato italiano erano poche decine. A fine 2017, le ESCO certificate (3) erano 347 per un totale di circa 10.000 addetti, corrispondenti ad una crescita del 30% rispetto al 2016. Di queste, il 47% ha come core business la consulenza tecnico-gestionale in ambito energetico, il 28% è nato come soggetto installatore di impianti elettrici e successivamente si è specializzato nell’ambito dell’efficienza energetica, e la quota rimanente si divide tra fornitori di tecnologie e utility. Si tratta quindi di un mercato molto composito, che va dalle piccole società di consulenza altamente specializzate alle grandi multi-utility internazionali, che negli ultimi tempi hanno aumentato il peso della propria presenza nel settore. In particolare, sta emergendo con chiarezza la tendenza delle grandi imprese in termini di fatturato, principalmente “utility” – rectius “multi-utility” – ad acquisire i maggiori fornitori di servizi di efficienza energetica presenti sul mercato.
Il campo di gioco d’eccellenza in cui l’efficienza energetica e le ESCO dovrebbero (e potrebbero) avere un ruolo chiave è senza dubbio quello del settore pubblico, caratterizzato, specialmente in Italia, dalla costante assenza di capitali e al tempo stesso da un parco edilizio o impiantistico obsoleto. Il condizionale è tuttavia d’obbligo poiché l’implementazione di questo genere di contratti in ambito pubblico è molto complessa, sia per ragioni ostative sul fronte della domanda (cioè lato Pubbliche Amministrazioni) che dell’offerta (ESCO, utility etc.). Nel prosieguo di queste pagine ci soffermeremo principalmente su questo secondo aspetto.
Vi sono però state alcune iniziative pioneristiche nel settore pubblico che negli ultimi anni hanno avuto sicuramente una grande valenza, proponendo strumenti diversi innovativi rispetto a quelli proposti nella contrattualistica tradizionale. L’esperienza di questi progetti dimostra come approccio organico della materia sia fondamentale per lo sviluppo di un reale mercato dei servizi energetici nel nostro Paese e, allo stesso tempo, quanto sia fondamentale sia per le Amministra-zioni Pubbliche che per le società energetiche essere supportate a livello regionale, nazionale o sovrannazionale anche al fine di poter accedere ad assistenza tecnica, legale e finanziaria che consenta loro di massimizzare i risultati e, al tempo stesso, di interfac¬ciarsi con discipline complesse da un punto di vista sia giuridico (con particolare riguardo alla materia degli appalti) che tecnico (oltre che finanziario).
Il progetto europeo Horizon 2020 “Enershift – Energy Social Housing Innovative Financing Tender” è sicuramente uno di questi progetti, senz’altro uno dei più innovativi nel settore. Avviato nel 2016 e prossimo al completamento, è coordinato da Regione Liguria e vede la partecipazione dell’agenzia regionale per le Infrastrutture, il Recupero edilizio e l’Energia della Liguria (IRE) come partner tecnico, delle quattro Agenzie Regionali Territoriali per l’Edilizia liguri (ARTE) e dei sindacati degli inquilini. Obiettivo è la riqualificazione energetica di 76 edifici ERP della Liguria attraverso l’applicazione di modelli di finanziamento innovativi (4).
A tal fine, il progetto ha pubblicato due gare pubbliche riservate alle ESCO al fine di stipulare contratti di rendimento energetico (EPC), che prevedono che gli investimenti effettuati vengano compensati con il risparmio energetico ottenuto. I bandi, configurati come Concessioni di Servizi, hanno richiesto un risparmio energetico minimo derivante dagli interventi del 45% rispetto alla baseline dei consumi storici, la gestione energetica degli edifici (conduzione degli impianti termici, manutenzione ordinaria e straordinaria degli interventi e fornitura dei vettori energetici) e una riduzione immediata delle spese energetiche per gli inquilini.
Al fine di promuovere la più ampia partecipazione possibile ai bandi, la prima gara EPC di Enershift aveva previsto la suddivisione in lotti di diverse dimensioni, dal lotto principale relativo agli edifici da riqualificare nella provincia di Genova ai due minori per gli edifici di La Spezia e di Savona/Imperia. L’idea è stata quella di intercettare non soltanto le grandi realtà nel settore, che presumibilmente avrebbero risposto al lotto di maggiore entità, ma anche le imprese più piccole del territorio ligure e non, che si ipotizzava avrebbero risposto agli altri lotti. I risultati della gara hanno però, almeno in parte, disatteso le previsioni: se il lotto maggiore di Genova ha effettivamente registrato una buona risposta da parte delle grandi ESCO ed è stato successivamente vinto da un’ATI di imprese composto dai grandi gruppi IREN ed ENGIE, i due lotti più piccoli sono andati deserti, non riscontrando interesse concreto presso le ESCO di dimensioni minori. E’ stata dunque pubblicata una seconda gara (attualmente in corso) dove, sulla scorta dell’esperienza acquisita, i lotti non assegnati sono stati raggruppati in un unico lotto di maggiore entità, al fine di risultare più appetibile per le imprese.
L’esperienza delle due gare EPC ha portato il gruppo di lavoro del progetto ad avviare una riflessione circa la dimensione delle ESCO in rapporto al mercato. In particolare ci si è chiesto per quale motivo le gare Enershift abbiano riscontrato interesse solo tra le utility e non tra le altre tipologie di ESCO e come si possa cercare di intercettare anche le ESCO di ridotte dimensioni in un mercato sempre più composito e aggregato. L’occasione per la discussione è stata l’incontro della Piattaforma Nazionale degli Stakeholder istituita nell’ambito del progetto e riunita per la terza volta a novembre 2018, da cui sono emersi interessanti spunti di riflessione.
Una prima riflessione deve muoversi partendo dal dato che le gare di Enershift includono non solo la riqualificazione energetica degli edifici ma anche la fornitura di energia. Per tale ragione è piuttosto naturale che le stesse abbiano riscosso particolare interesse e abbiano in qualche modo fortemente favorito la partecipazione alle gare da parte delle grandi utility, che vedono nella fornitura di energia ancor più che nei servizi tipici delle ESCO il loro core-business. In questo senso, quindi, qualora si volessero convogliare principalmente piccole ESCO, sarebbe senz’altro preferibile optare per l’applicazione di un EPC per così dire “puro”, senza l’inclusione anche dei servizi di fornitura energetica. Tuttavia, questo non appare sempre di facile realizzazione, specialmente nel settore pubblico, dove le forme contrattuali che includono il servizio di fornitura energetica sono abbastanza comuni. Nel caso di Enershift, ad esempio, la scelta era stata legata a esigenze organizzative delle ARTE, che altrimenti avrebbero visto duplicarsi sia il numero di fornitori da gestire che la bollettazione agli inquilini. Inoltre, spesso queste formule appaiono più convenienti perché riescono a sfruttare le economie di scala tra i servizi di riqualificazione e fornitura energetica (5) . Anche alla luce dei risultati delle gare in esame, va dunque considerata la possibilità che sia stata proprio l’inclusione del servizio di fornitura energetica a scongiurare la totale assenza di offerte.
La discussione ha inoltre evidenziato come la percentuale di risparmio energetico richiesta dai due bandi Enershift (pari almeno al 45%) risulti molto difficile da “garantire” per le piccole ESCO, a differenza delle grandi ESCO che in questo senso sono più robuste e possono assumersi rischi maggiori. A differenza delle grandi imprese, che sono in grado di autofinanziarsi, le ESCO di piccole dimensioni, infatti, dipendono dalle banche per l’aspetto finanziario e possono dunque garantire l’errore (o rischio) tecnico ma non l’investimento (o rischio finanziario). Esse non dispongono di asset patrimoniali quanto piuttosto di asset intangibili, in primis (ci si augura) l’alta professionalità.

In questo contesto si inserisce dunque un problema più generale, ovvero quello della cd. “bancabilità” delle ESCO, soprattutto di piccole – medie dimensioni. E’ noto, infatti, come le piccole ESCO riscontrino difficoltà ad essere finanziate e, conseguentemente, a partecipare a bandi e gare strutturate. In particolare, per partecipare a questo genere di gare pubbliche è necessario che le ESCO siano in grado di ottenere la copertura finanziaria necessaria per la realizzazione, sin da subito, di attività propedeutiche all’indizione delle gare per l’affidamento di contratti su base EPC, quali, ad esempio, la predisposizione delle diagnosi energetiche, poste a base di gara e l’advisory tecnica, giuridica e finanziaria per la costruzione della gara e la successiva gestione della sottoscrizione dei contratti.
Durante l’incontro della Piattaforma Nazionale degli Stakeholder, questo problema di “bancabilità”, anche secondo i maggiori stakeholder del progetto Enershift, si potrebbe – se non superare completamente – sicuramente migliorare, favorendo in primo luogo l’aggregazione tra le imprese, attività che le ESCO di piccole dimensioni non sono solite fare.
Di grande utilità può inoltre essere la standardizzazione dei progetti sia a livello legale che in sede di certificazione, in base a strumenti di validazione tecnica, come ad esempio quello proposto dall’Investor Confidence Project (6) e la diffusione di protocolli di misura e verifica dei risparmi energetici, come ad esempio il protocollo internazionale IPMVP (7) . Queste tipologie di strumenti e modelli potrebbero facilitare la diffusione di contratti EPC e allo stesso tempo fornire maggiori rassicurazioni prodromiche ai fini del coinvolgimento degli istituti finanziatori.
Tuttavia ciò potrebbe non essere sufficiente ad assicurare le necessarie condizioni di finanziabilità delle ESCO, poiché gli istituti di credito, oltre a valutare la “bancabilità” del soggetto committente e la sostenibilità dell’intervento, devono sicuramente procedere a una verifica di “bancabilità” del soggetto ESCO. Purtroppo però, come già sopra ricordato, la maggioranza delle ESCO risultano essere per nulla strutturate da un vista economico-patrimoniale (spesso sono anche società neocostituite) e, quindi, non riescono ad offrire alcun tipo di garanzia di solvibilità agli istituti finanziatori.
In estrema sintesi, quando un istituto di credito finanzia una ESCOoltre ad attivare la garanzia basata sulla cessione di crediti derivanti dai Titoli di Efficienza Energetica e alla garanzia indiretta rappresentata cessione del credito derivante dall’Ecobonus da parte del cliente finale in favore delle ESCO (8) , ha necessità di avere ulteriori garanzie , che possono anche essere di entità modesta se il rischio dell’iniziativa è effettivamente medio-basso. E’ necessario, dunque, che tutti i soggetti della filiera, in collaborazione con gli istituti di credito e le associazioni bancarie e di leasing, provino a sperimentare modalità innovative tese a creare uno strumento con valenza giuridica che sia compatibile con l’erogazione dei finanziamenti.
Proprio per provare a far fronte, almeno in parte, a queste esigenze, durante la precedente legislatura è stato istituto presso il Ministero dello Sviluppo economico, il FONDO NAZIONALE PER L’EFFICIENZA ENERGETICA (9) , disciplinato dal decreto interministeriale 22 dicembre 2017, di cui mi sono occupata con attenzione durante il mio lavoro a Palazzo Chigi (10). Il Fondo, gestito da Invitalia, si pone come finalità quella di favorire il finanziamento di interventi necessari per il raggiungimento degli obiettivi nazionali di efficienza energetica attraverso, tra l’altro, l’efficientamento di servizi ed infrastrutture pubbliche e la riqualificazione energetica degli edifici.
La dotazione iniziale del Fondo è costituita da 185 milioni di euro e le risorse aggiuntive stimate per il 2019 e il 2020 sono di circa 125 milioni di euro, per un totale di 310 milioni di euro. E’ previsto che il Fondo sostenga gli interventi sia mediante la concessione di garanzie su singole operazioni di finanziamento che attraverso l’erogazione di finanziamenti a tasso agevolato.
Come si legge nel decreto che lo regolamenta, il Fondo si rivolge prevalentemente, da un lato, sia alle ESCO, per il miglioramento dell’efficienza energetica dei servizi e/o delle infrastrutture pubbliche, compresa l’illuminazione pubblica, il miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici destinati ad uso residenziale, con particolare riguardo all’edilizia popolare e il miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici di proprietà della Pubblica amministrazione, sia alle imprese in forma singola o aggregata/associata (consorzio; contratto di rete; ATI) per tutto ciò che concerne il miglioramento dell’efficienza energetica dei processi e dei servizi, l’installazione o potenziamento di reti o impianti per il teleriscaldamento e per il teleraffrescamento efficienti, oltre che, dall’altro lato, direttamente alle Pubbliche Amministrazioni, in forma singola o aggregata/associata (mediante protocolli di Intesa; convenzioni e accordi di programma), per gli stessi obiettivi sopra indicati con riferimento alle ESCO (11).
Grazie al Fondo si prevede una mobilitazione di investimenti nel settore dell’efficienza energetica di oltre 1,7 miliardi di euro con le risorse già disponibili ed un effetto leva previsto pari a 5,5 con relativa creazione di posti di lavoro nel settore e opportunità per l’indotto (12).
Questo Fondo può rappresentare, quindi, un buono strumento per consentire la finanziabilità delle ESCO che altrimenti non troverebbero risposte sul mercato, tuttavia, non si deve di certo considerare come una misura risolutiva della situazione attuale, ma tutt’al più come un volano, un sostegno, capace di attivare e stimolare un mercato ancora non maturo. Il resto sarà compito di tutti i soggetti della filiera, che dovranno porre in essere le giuste sinergie affinché questo mercato possa crescere in fretta.
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