Rassegna stampa 14 marzo 2019

14/03/2019 – Corriere della Sera

Autonomia al palo in Parlamento Saltano le verifiche sui fondi

Dopo il forfait di Tria cancellata anche l’ audizione della Ragioneria dello Stato
ROMA La sconvocazione della seduta commissione bicamerale sull’ attuazione del federalismo fiscale è arrivata all’ ultimo minuto: «L’ audizione del dottor Salvatore Bilardo, dirigente generale della Ragioneria dello Stato, prevista per mercoledì 13 marzo, non avrà luogo». Inoltre, lunedì era stato il ministro dell’ Economia Giovanni Tria, «a causa di sopravvenuti impegni internazionali», a dare forfait davanti all’ organismo bicamerale presieduto dal super salviniano Cristian Invernizzi. E ancora, tornando indietro con il calendario, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti faceva sapere a febbraio che non avrebbe potuto essere audito a San Macuto il 7 marzo, così come informalmente fissato dall’ ufficio di presidenza. Così – a un mese dal Consiglio dei ministri in cui sono partite a fatica sotto forma di bozze le intese tra il governo e le prime due Regioni che hanno chiesto l’ autonomia differenziata – il Parlamento continua a essere marginalizzato nel suo ruolo di «controllore» della finanza pubblica e dei trasferimenti dallo Stato alle Regioni. «Per ora è saltata la madre di tutte le audizioni», osserva il vicepresidente della bicamerale Vincenzo Presutto (M5S): «Quella del ministro Tria, che avrebbe dovuto fornire risposte sulla copertura finanziaria dell’ autonomia differenziata». La ministra per gli Affari regionali, Erika Stefani (Lega), ha ribadito davanti alla commissione che l’ acquisizione di funzioni da parte delle Regioni che lo hanno richiesto (dietro a Lombardia e Veneto, ci sono Emilia-Romagna e Piemonte) è «a saldo zero». Ma il Mef sembra avere dubbi sull’ assenza dei costi per l’ autonomia differenziata: «Non è chiaro se l’ eventuale maggiore onere conseguente all’ applicazione delle intese sia a carico delle rimanenti Regioni (con possibilità di ricorsi) o della fiscalità generale (con la necessità di «rinvenire le coperture finanziarie»), si legge nella nota inviata alla bicamerale da Francesca Quadri, capo coordinamento legislativo dell’ Economia. Il governatore Vincenzo De Luca, che pure si è messo in fila per l’ intesa governo-Campania, ha dipinto uno scenario apocalittico: «Siamo arrivati a un passo dal disastro, bloccando un’ operazione che avrebbe trasferito 6 miliardi dall’ Italia al Veneto». Nel governo poi il M5S continua a remare contro: «L’ autonomia non è una priorità, prima ci sono cantieri e lavoro», avverte il sottosegretario Stefano Buffagni. «Può dire quello che vuole ma per Salvini l’ autonomia è una priorità», replica il governatore della Lombardia Attilio Fontana che è atteso per il 27 marzo in Bicamerale. In attesa che i presidenti di Camera e Senato sciolgano il nodo sulla emendabilità in Parlamento delle intese governo-regioni. Dino Martirano

14/03/2019 – Il Messaggero

Slitta lo sblocca -cantieri M5S accusa Salvini : commissaria Toninelli

Le grandi opere
Salta il Cdm previsto per oggi, decreto forse la prossima settimana: scontro sul «supercommissario» per accelerare i cantieri. Conte vede i capigruppo: basta liti
IL RETROSCENA ROMA «Squadra che vince non si cambia». Danilo Toninelli sinora è stato una garanzia per Matteo Salvini ed è quindi ovvio che il segretario della Lega neghi possa cambiare il ministro delle Infrastrutture dopo le elezioni Europee. Al responsabile di Porta Pia, cultore delle analisi costi-benefici che hanno bloccato anche i cantieri aperti, il Carroccio dovrebbe infatti fare un monumento per quanto ha contribuito a spostare consensi dal M5S alla Lega. LA VELOCE Tanto più se il decreto sblocca appalti – che il governo dovrebbe licenziare ad inizio settimana – si trasformerà nell’ ennesimo scippo alle competenze del ministro che ha già dovuto cedere a palazzo Chigi la cabina di regia sulle infrastrutture. In attesa della legge delega con la quale il governo dovrebbe modificare il codice appalti e ridimensionare i poteri dell’ Anac, si cerca di velocizzare lo sblocco dei cantieri. Il problema è nelle mani del presidente del Consiglio che martedì sera ha cenato insieme ai capigruppo di maggioranza M5S e Lega nel tentativo di recuperare un clima che tra i due vicepremier resta molto teso. Conte potrebbe portare il decreto nel cdm di mercoledì della prossima settimana e seguirà il sopralluogo che premier e ministro faranno sul cantiere della Asti-Cuneo nel Piemonte della Tav. Novità sono attese su molti fronti, dalla progettazione semplificata, alla eliminazione del sorteggio delle aziende, al contenimento delle offerte al massimo ribasso. Tutto per rendere più veloce, ma tra il semplificare e lo sbloccare la distanza è ancora enorme soprattutto quando si ha a che fare con una serie di regole che, attribuendo pesanti responsabilità penali, civili ed erariali, spingono i funzionari della pubblica amministrazione ad evitare firme affrettate. Per aggirare la complessa trame di norme, l’ idea di cui si discute è quella di istituire la figura di un supercommissario che su ogni opera pubblica abbia lo stesso peso che a Genova ha il sindaco Bucci nella ricostruzione del ponte Morandi. O che hanno avuto i commissari per le grandi emergenze. Poichè sembra difficile, oltre che oneroso, nominare un commissario per ogni opera pubblica, nel decreto sblocca-appalti spunta il super-commissario che non solo per Anna Maria Bernini, capogruppo di FI al Senato, «significa commissariare Toninelli», ma anche per il M5S. Ed infatti i grillini resistono e il decreto tanto atteso segna il passo, mentre aumenta il numero delle regioni che chiedono al ministro di «battere un colpo». Ieri è stata la volta del governatore Musumeci il quale sostiene che «da quattro mesi sono in attesa di risposte per affrontare la drammatica situazione della viabilità in Sicilia». Ma fermi sono un po’ tutte le regioni, mentre il M5S tiene duro e non vuol perdere il controllo sugli appalti pubblici che sinora ha marcato stretto con Toninelli e il ministro dell’ Ambiente Sergio Costa. Malgrado il pressing della Lega, la soluzione sembra ancora lontana mentre Conte continua ad incontrare le categorie imprenditoriali e sindacali di un settore che negli ultimi mesi è finito al tappeto. La materia è comunque complessa e Conte ieri sottolineava l’ importanza della «sinergia tra i diversi attori in campo». «Siamo determinati a fare presto e bene», sottolinea il presidente del Consiglio nel tentativo di evitare l’ ennesima gara tra Salvini e Di Maio. Marco Conti © RIPRODUZIONE RISERVATA.

14/03/2019 – Il Messaggero
Sanzionare chi non decide per sbloccare gli appalti

La paralisi del sistema
La notizia che il governo ha rinviato di una settimana il decreto sblocca-cantieri desta il sospetto che la strategia del non decidere stia progressivamente affermandosi come terapia conciliatoria delle due diverse anime che lo compongono. Una terapia comunque palliativa, che troverà soluzione o con la (improbabile) riabilitazione del paziente, e un accordo definitivo sulla sorte delle grandi opere, o con la sua prematura scomparsa, e le elezioni anticipate. Tuttavia, mentre per la Tav la questione era diventata – come si dice – di principio, ed era minata da due posizioni di partenza diametralmente opposte, il riavvio dei cantieri è sempre stato, almeno a parole, programma comune di rilancio dell’ economia e dell’ occupazione. Ora, non si sa bene quanti di questi cantieri siano effettivamente chiusi: 350, 500, addirittura 600. Il ministro Toninelli, in una trasmissione radiofonica, ha detto di averne visitati centinaia e di averli riavviati. L’ Ance e molti Comuni contestano questa versione. Sta di fatto che molte opere sono effettivamente ferme, che i soldi sono già stati stanziati, e che il governo aveva individuato il rimedio per sbloccarle in un provvedimento urgente. Così urgente, che è stato, appunto, rinviato. Le ragioni di questa paralisi sono in effetti molte, perché molti sono gli organismi che possono impedire l’ inizio o il proseguimento di un’ opera. In Italia non esistono (o non esistono più) i cosiddetti poteri forti, perché oggi nessuno ha il potere di fare alcunché. Esistono invece formidabili poteri interdittivi, che ad ogni livello possono compromettere imprese di importanza nazionale: alcuni viadotti sono stati bloccati per salvaguardare stagni abitati da specie protette, e pare che in alcune località la presenza del gallo cedrone o forse del gallo silvestre sia sufficiente motivo per far deviare un’ autostrada. Ma a ostacolare queste opere non è solo l’ esasperazione ambientalista. È quel complesso normativo farraginoso, contraddittorio, oscuro e fondamentalmente stupido che conferisce un incontrollabile arbitrio ai più diversi organi centrali e periferici. È sufficiente che uno di questi alzi la voce, e tutto si ferma. Come abbiamo più volte ripetuto, questa dissennata proliferazione normativa è anche alla base della corruzione, perché espone il privato alla mercé dei titolari di questi oscuri e illimitati poteri. Ma esiste anche il rovescio della medaglia. Questi stessi poteri sono una spada senza impugnatura, che ferisce anche chi la brandeggia non solo in modo improprio, ma anche in modo onesto. Perché se è vero che in questo gigantesco guazzabuglio codicistico ogni amministratore troverà sempre una norma che gli dia ragione, è anche vero che rischierà sempre una buona denuncia, perché ci sarà sempre un’ altra norma, opposta e simmetrica, che gli darà torto. Con la conseguenza che molti di loro si rifugiano in una inerzia prudenziale, paragonabile alla nota medicina difensiva che i sanitari attuano da tempo per salvaguardarsi dalla valanga di querele e di richieste risarcitorie infondate piovute loro addosso nel corso di questi ultimi anni. Una volta individuate nella confusione delle leggi e nel timore di sanzioni le due cause principali di questa stagnazione, i rimedi dovrebbero essere di conseguenza: una radicale semplificazione delle procedure, un’ accurata individuazione delle competenze, e magari l’ abolizione del reato di abuso di atti d’ ufficio, categoria evanescente e vaporosa che espone i firmatari di ogni provvedimento al rischio di un calvario penale tanto doloroso quanto inconcludente. E infine un sistema di sanzioni per chi non decide e gratificazioni per i funzionari più solerti e capaci, che non cedono all’ inazione codarda ma si attivano per ottenere risultati rapidi e concreti. Un’ iniziativa che in questi giorni è stata adottata dalla sindaca di Roma, e che potrebbe esser seguita da altri Comuni. Sempreché naturalmente il governo non perseveri nella tattica del rinvio, che molti amministratori, ammoniti da un esempio così funesto, sarebbero tentati di emulare. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Carlo Nordio

14/03/2019 – Il Sole 24 Ore
Appalti semplificati nello sblocca cantieri

VERSO IL DL
Domani Conte incontra Regioni, enti locali, Ance, Confindustria e Cna Pressing di Salvini sul decreto, possibile varo in Consiglio martedì
ROMA Un articolato del decreto sblocca cantieri non c’ è ancora. Circola per ora soltanto una scheda molto corposa di oltre trenta pagine con gli interventi su cui ragionare, suddivisa in due parti. La prima riguarda le modifiche al Dl 50/2016, il Codice dei contratti pubblici. La seconda elenca le misure più direttamente operative per centrare l’ obiettivo di sbloccare i cantieri, inclusa la nomina di commissari straordinari ad hoc, come quello per la viabilità in Sicilia citato due giorni fa dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. «In via di definizione gli ultimi dettagli», sottolinea in serata il premier Giuseppe Conte. «Venerdì avrò incontri importanti con Regioni, enti locali, parti sociali e l’ Ance. Fondamentale e necessaria la sinergia tra i diversi attori in campo. Siamo determinati a fare presto e bene». La promessa resta quella di portare il decreto in Consiglio dei ministri la prossima settimana, forse martedì. A lavorarci sono Palazzo Chigi, il ministero dello Sviluppo economico guidato da Luigi Di Maio e il dicastero di Toninelli (che ieri ha incontrato a Palazzo Madama i parlamentari competenti). È probabile un successivo intervento della Giustizia, con Alfonso Bonafede, che sarà chiamato a dire la sua sulla revisione della disciplina anticorruzione e sul tema delle responsabilità giuridiche, per garantire maggiore tutela, sotto il profilo del danno erariale, per i dirigenti della Pa che firmano gli atti di gara. Ma su questo punto, per ora, non c’ è nulla di concreto nero su bianco. È invece esplicitato lo scopo di semplificare gli atti amministrativi, a partire dagli oneri informativi per la Pa. C’ è la proposta di “alleggerire” gli appalti sotto soglia dal rispetto dei criteri di sostenibilità ambientale ed energetica. C’ è la volontà, nell’ ambito del coordinamento tra le norme sui subappalti e il Codice antimafia, di prevedere che i termini di esclusione dalla procedura decorrano dalle sentenze irrevocabili o dall’ accertamento amministrativo. C’ è l’ idea di introdurre norme transitorie per coordinare la disciplina previgente e le novità sugli appalti previste dalla manovra (affidamento diretto fino a 150mila euro e procedura negoziata fino a 350mila euro). Oltre a schemi per il contenimento dei massimi ribassi e per rivedere le norme sulle offerte anomale. La griglia sarà illustrata domattina da Conte, con Di Maio e Toninelli, agli annunciati tavoli sul decreto: si comincerà da Regioni, Province e Comuni, poi sarà la volta di Confindustria, Ance e Cna. E potrebbero aggiungersi subito i sindacati confederali. È la scommessa politica dei Cinque Stelle, bisognosi di recuperare l’ asse con il mondo produttivo per far dimenticare in fretta la vicenda Tav e scrollarsi di dosso l’ etichetta dei “signor No” che vogliono bloccare il Paese. Una partita particolarmente cara anche a Conte, deciso a far marciare la macchina degli investimenti ( messa in moto con InvestItalia, Strategia Italia e piano anti-dissesto idrogeologico da 11 miliardi), che si completerà con la centrale di progettazione di beni ed edifici pubblici. Sui cantieri, «dossier complesso che richiede la massima attenzione», il premier non vuole però sbagliare mosse. Pure se il pressing della Lega non si placa. «Non convoco io il Consiglio dei ministri, ma basta che si faccia in fretta», ribadisce il vicepremier leghista Matteo Salvini, che ha incontrato il premier per un caffè a margine delle celebrazioni per il 500° anniversario della morte di Leonardo da Vinci. A chi paventa rischi di corruzione, Salvini replica che «nel nome della responsablità, bisogna fidarsi. Più lenta va un’ opera pubblica, più è facile che si infili qualche malintenzionato. Le norme rigide a volte aiutano i furbetti». Sul piede di guerra le opposizioni. La capogruppo di Fi al Senato, Anna Maria Bernini, attacca il «decreto nel limbo»: «Il risultato rischia di essere lo stesso della Tav: il trionfo della politica del rinvio». E il governatore Pd del Piemonte, Sergio Chiamparino, avverte: «Per sbloccare i cantieri bisogna innanzitutto non bloccare quelli che già ci sono». © RIPRODUZIONE RISERVATA. Manuela Perrone

14/03/2019 – La Verità
Con Renzi, Pechino è entrata in Cdp

Nel 2014 il Bullo e il presidente Bassanini cedettero il 35% della divisione Reti della Cassa al colosso China State Grid. Che ora ha un piede nel settore strategico per la banda larga
daniele capezzoneCi si preoccupa molto (e con valide ragioni) per l’ ormai prossima adesione italiana alla Via della seta cinese, ma molti di quelli che oggi strepitano o tacquero o addirittura applaudirono, meno di 5 anni fa, quando l’ Italia – di fatto senza dibattito – si aprì a quella che potremmo chiamare «Via della seta energetica». Premier era Matteo Renzi, ministro dell’ economia Pier Carlo Padoan, e gran cerimoniere l’ attivissimo Franco Bassanini, allora presidente di Cdp. Come andarono le cose? Nell’ estate del 2014, protagonista dell’ operazione fu il gigante cinese China State Grid: dove «State» fa capire che si tratta di un’ azienda pubblica (altro che privatizzazione, quindi!) e «Grid» non va confuso con greed («avidità» in inglese), ma vuol dire «rete». Stiamo parlando della più grande utility al mondo, un colosso – allora – da 298 miliardi di dollari di ricavi, impegnato nella costruzione e nella gestione della rete energetica operante sull’ 88% del territorio cinese, oltre che strumento per aggressive strategie di proiezione internazionale.Il gigante di stato di Pechino si aggiudicò ben il 35% di Cdp Reti, la società della Cassa depositi e prestiti che si occupa delle reti: quindi sono entrate in gioco le reti energetiche italiane, incluse Snam e Terna.L’ operazione fu perfezionata tra il 30 e il 31 luglio del 2014, quando l’ ad di Cdp Giovanni Gorno Tempini e il presidente del colosso cinese Zhu Guangchao firmarono un’ intesa a Palazzo Chigi alla presenza del premier Renzi. Un Padoan esultante parlò di «una tappa molto importante, ma solo una tappa, del processo di integrazione economica tra Italia e Cina che si va rafforzando quotidianamente». Prezzo? Poco più di 2 miliardi. Per i cinesi, un affarone: l’ investimento non solo era considerato sicuro e in grado di garantire un flusso costante di cassa, ma era inquadrato in una più ampia strategia per fare dell’ Italia il proprio hub nel cuore dell’ Europa, un passo avanti verso l’ espansione delle loro attività globali. Di più: i cinesi, con l’ ingresso in un vasto mercato fortemente deregolamentato, si collocavano in posizione privilegiata per eventuali dismissioni di utility da parte di enti locali italiani alle prese con conti in dissesto. I difensori dell’ operazione dissero: 2 miliardi non sono pochi, e l’ Italia mantiene la quota di controllo. Affermazioni vere, per carità. Peraltro, i mainstream media italiani, grandi supporter dell’ operazione, si affrettarono a giustificare tutto, spiegarono che non c’ erano grandi alternative, e che i fondi infrastrutturali esteri, che pure inizialmente avevano mostrato interesse per il dossier, avrebbero poi rinunciato all’ investimento. E alcuni boiardi di Stato e parastato plaudirono all’ operazione, majorette di sé stessi.Sta di fatto che le interrogazioni parlamentari presentate rimasero senza risposta. E nessuno diede spiegazioni convincenti su almeno quattro punti. Primo: perché fu scelto proprio quel partner, geopoliticamente così discutibile? Secondo: perché, in un Paese in cui il dibattito politico avviene su vicende anche piccolissime, su una questione così grande ci fu invece un gran silenzio? Terzo: perché coinvolgere un partner così aggressivo in un settore strategico e ultrasensibile per la sicurezza nazionale come quello delle reti? Quarto: perché non fu seguita la strada maestra di una gara internazionale? Un po’ tutti, all’ epoca, rimasero afoni. Oggi invece strillano. Ma le conseguenze della scelta di allora possono farsi sentire proprio adesso. Sarà duro tenere anche il tema della banda larga fuori da quella «scatola». E sarà ancora più complicato spiegare ai partner atlantici (Washington in testa) come mai, in 5 anni, si siano aperte a Pechino prima le porte delle reti e poi quelle di altre infrastrutture fisiche decisive (porti). Sarà vivamente sconsigliabile pensare che gli interlocutori non capiscano, e provare a raccontar loro che è solo una questione commerciale, senza implicazioni geopolitiche.

14/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Anas/3. Procedure negoziate e massimo ribasso fino a 5,5 milioni per snellire le gare. Alt a imprese in concordato

Mauro Salerno

Le proposte dell’Ad Simonini in audizione al Senato sulla riforma del codice appalti

Alzare le soglie per assegnare gli appalti di lavori pubblici con procedura negoziata e per l’applicazione del massimo ribasso con esclusione automatica delle offerte anomale fino al valore di 5,5 milioni (soglia Ue). È una delle proposte avanzate da Massimo Simonini, neo-amministratore delegato di Anas per accelerare le procedure di assegnazione delle opere pubbliche, nel corso dell’audizione sulla riforma del codice appalti tenuta ieri alla commissione Lavori pubblici del Senato.

Lo scopo, ha spiegato Simonini, è quello di accelerare le procedure di gara. Con lo stesso intento il nuovo numero uno della Spa delle strade ha anche chiesto il recupero della possibilità di affidare i lavori su progetto definitivo anziché esecutivo (appalto integrato) e di alzare da 50 a 200 milioni il tetto al di sopra del quale è obbligatorio chiedere il parere del Consiglio superiore dei Lavori pubblici sui nuovi interventi.

Confermato il no all’obbligo di ricorrere a commissari esterni per valutare le offerte delle imprese. La misura (finora mai entrata in vigore) dovrebbe diventare operativa dal prossimo 15 aprile, dopo la proroga di tre mesi stabilita dall’Anac a inizio gennaio. «Bisognerebbe avere il coraggio di abrogare del tutto questa norma – ha detto Simonini – perché rischia di allungare i tempi di aggiudicazione delle gare». Con i commissari esterni, secondo Simonini, le Pa perderebbero «il potere di scandire i tempi, che invece verrebbero stabiliti dalle commissioni».

Per rendere più certo il percorso dei cantieri l’Anas chiede di vietare la possibilità di partecipare alle gare per le imprese che fanno richiesta di concordato o quantomeno permettere alle stazioni appaltanti di «escludere dalle procedure le aziende in difficoltà economica» .Altrimenti, si resta esposti al rischio di assegnare i lavori a imprese incapaci di portarli avanti a causa di fragilità finanziarie. Una situazione con cui l’Anas ha dovuto fare spesso i conti in questi ultimi mesi a causa della crisi di diversi big del comparto costruzioni.

Per ridurre il contenzioso con i costruttori Simonini ha anche chiesto di alzare il costo del contributo unificato necessario per depositare i ricorsi al Tar e di modularlo per fasce di importo degli appalti. Inoltre, «in caso di recesso dal contratto», ha aggiunto l’Ad, «bisognerebbe permettere alla stazione appaltante di pagare» all’impresa uscente «soltanto i lavori eseguiti e i materiali presenti in cantiere», cancellando il pagamento del «maggior danno» o prevedendo un «forfait massimo del 10%». © RIPRODUZIONE RISERVATA

14/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Anas/1. Scommessa investimenti, boom nel 2020: in due anni da 1,1 a 2,8 miliardi

Alessandro Arona

Nel 2018 record negativo, quest’anno crescita a 1,6 mld e bandi di lavori per 3,6 miliardi, il prossimo anno prevista spesa per 2,8

L’obiettivo di rilanciare gli investimenti effettivi dell’Anas fu annunciato nel giugno 2016 dall’allora presidente Gianni Armani, con piano industriale che prevedeva di risalire dagli 1,7 miliardi del 2015 (dopo gli oltre due miliardi degli anni precedenti) a tre miliardi di euro stabili all’anno a partire dal 2018, e con un valore della manutenzione straordinaria intorno al miliardo di euro, dopo i soli 2-300 milioni degli anni precedenti.
Sappiamo che poi non è andata così, per un complesso di motivi che va dai tempi lunghissimi di approvazione del nuovo Contratto di programma 2016-2020 (dicembre 2017), all’entrata in vigore nel 2016 del Codice appalti che ha bloccato le gare pronte per gli appalti integrati, al contenzioso pregresso che ha condizionato i rapporti con le imprese, alle procedure approvative bizantine per le opere (si veda a pagina 12), alle crisi delle imprese, ai contrasti con Mit e Anas sulle gare ad accordo quadro, al passaggio da un governo all’altro.
Risultato: la spesa effettiva anziché salire è scesa ancora, toccando prima nel 2017 (1,3 miliardi) e poi nel 2018 (1,15 mld) due ulteriori record negativi.
Ora l’Anas, con vertici rinnovati dal governo nel dicembre scorso (presidente Claudio Gemme e amministratore delegato Massimo Simonini, nella foto), ci riprova.
Durante un’audizione alla Camera dei Deputati l’Ad Simoni ha spiegato che i nuovi obiettivi dell’Anas sono di salire in pochi anni a un valore annuo di investimenti di poco meno di 4 miliardi di euro, un livello che l’Anas non ha visto neppure negli anni della Salerno-Reggio Calabria (2005-2011 il boom dei lavori).
Dal documento depositato alla Camera (di cui siamo entrati in possesso, si veda a pagina 23) si può vedere che l’Anas prevede già una certa ripresa quest’anno, da 1,15 a 1,6 miliardi di euro, in particolare grazie ai nuovi lavori, che dovrebbero salire dai 592 milioni realizzati nel 2018 (record negativo assoluto, e di molto) ai 978 previsti per quest’anno. Dovrebbe trattarsi soprattutto di lavori sbloccati, ad esempio il megalotto 3 della Ionica, perché bandi per nuove opere l’Anas ne ha pubblicati davvero pochi.
Dal 2020 dovrebbe arrivare il boom: previsti 2,8 miliardi di euro di spesa effettiva, di cui due miliardi per nuove opere e completamenti.
Dove arriverà questa nuova produzione? In parte come si diceva dal megalotto Ionica, che da solo vale 1,3 miliardi di euro, e poi dai bandi (lavori): pubblicati per 2,3 miliardi di euro nel 2018 e previsti per 3,6 miliardi di euro quest’anno e 5,9 miliardi di euro (!) nel 2020 (si veda a pagina 22).
La benzina c’è, ha spiegato Simonini, vale a dire le risorse: ci sono 15,9 miliardi di euro di finanziamenti del nuovo Contratto 2016-2020, ancora in gran parte da spendere, a cui si aggiungono risorse per 9,7 miliardi di euro già disponibili in buona parte tra fine 2017 e inizio 2018 (passato governo) ma non ancora sbloccati tramite un aggiornamento del contratto di programma (si veda il servizio successivo per i dettagli).
L’ottimismo dei nuovi vertici dunque non manca.
Sul tappeto restano però macigni come le crisi delle imprese di costruzione o il contenzioso pregresso, che è stato solo marginalmente intaccato dal lavoro di questi anni.
Il contenzioso Anas-imprese – ha spiegato Simonini – è stato ridotto di circa 2,4 miliardi, trasformati in riconoscimenti alle imprese di 250 milioni. Ad oggi, però, quello residuo è di 10,5 miliardi». Della cifra totale, «5,9 miliardi riguardano i contenziosi con contraenti generali – da essere risolti per via giudiziale – oltre la metà la deciderà quindi il giudice», ha aggiunto Simonini, spiegando che della restante parte abbiamo 1,6 miliardi di euro di contenzioso in corso di definizione, 1,4 miliardi di euro in ricorsi non accettati dalle imprese e 1,7 miliardi ancora da avviare». Su queste attività, «ci stiamo attivando affinché le procedure diventino più veloci rispetto a oggi» ha concluso Simonini. © RIPRODUZIONE RISERVATA

14/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Anas/2. Nuove risorse da programmare per 10 miliardi. Manutenzione e messa in sicurezza oltre il 50%

A.A.

Dal governo Gentiloni 8,15 miliardi, altri 1,5 dal governo Conte: da inserire nell’aggiornamento al CdP. I lavori su opere esistenti saliranno al 60%

Il Contratto di programma Anas 2016-2020 vigente, approvato a fine dicmbre 2017, prevede interventi per 23,4 miliardi di euro, di cui 15,9 miliardi finanziati (grazie alle nuove risorse stanziate nel 2016-2017). Attenendoci (da ora in poi) alle sole opere finanziate, ai 15,9 miliardi “nuovi” si aggiungono 6,0 miliardi di euro già in precedenza programmati e finanziati, relativi a opere in corso o approvate prima.
L’Ad di Anas Massimo Simonini ha speigato in audizione che a questi 22 miliardi della programmazione esistente si aggiungono (pagina 5) risorse stanziate dopo l’approvazione Cipe del Contratto di programma (7 agosto 2017): si tratta di 9,677 miliardi di euro già disponibili, di cui 8,15 miliardi già stanziati dal governo Gentiloni tra fine 2017 e inizio 2018 (Fondo Investimenti Dpcm 2017 6,5 mld, addendum Fsc 1,8 mld), ma che sono rimasti nei cassetti per oltre un anno tra cambio di governo e cambio di vertici Anas; e altri 1,5 miliardi messi a disposizione del governo Conte (di cui 1,1 con il Fondo Investimenti Dpcm 2018 del 28/11/2018).
Ora Simonini annuncia un aggiornamento del Contratto Anas, per sblocare questi 9,677 miliardi. Ci vorrà comunque, nella migliore delle ipotesi, un anno, tra elaborazione del documento, firma con il Mit, delibera Cipe, Corte dei Conti, decreto interministeriale Mit-Mef.
A questi 9,7 miliardi dovrebbero aggiungersi altri 3,1 miliardi, chiesti dal Mit al Mef nell’ambito del Fondi Investimenti Pa centrali ancora da programmare con Dpcm Conte: qui però i tempi saranno più lunnghi, probabilmente entreranno in un successivo aggionamento del CdP.
Con i nuovi fondi, progressivamente il peso di manutenzione straordinaria e messa in sicurezza nei programmi Anas crescerà. Fino al 2013 la spesa era solo circa il 5-10% del totale, poi salita al 20% circa nel 2014-2016 e poi ancora al 48% nel 2018 ma solo per il crollo delle nuove opere.
Nel programma allegato al Contratto 2016-2020, quello vigente, Ms e messa in sicurezza valgono il 40% dei 15,9 miliardi di nuovi finanziamenti.
Con i fondi ora disponibili, da programmare, gli interventi sull’esistente (ponti, viadotti, gallerie e riqualificazione di arterie esistenti) saliranno al 55% del totale, spiega l’Ad Simonini.
Con i nuovi circa tre miliardi in arrivo la quota di interventi sull’esistente saliranno al 60%.

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14/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Astaldi, Salini e Cassa Depositi trattano ancora sull’aumento di capitale

Laura Galvagni e Carlo Festa

Discussioni con le banche che chiedono un’iniezione maggiore di risorse

A un mese dalla presentazione dell’offerta per il salvataggio di Astaldi, il tavolo della trattativa a tre tra Salini Impregilo, Cdp e banche creditrici è ancora aperto, con incontri che si susseguono per trovare una quadra che, al momento, manca ancora di alcuni tasselli chiave.

Da un lato va definito l’impegno in termini di capitale degli istituti di credito e dall’altro il ruolo che potrà giocare la Cassa.

Con riferimento alle banche, nella proposta presentata da Salini Impregilo, aiutata sul dossier dagli advisor Vitale & co e Merrill Lynch, di fatto si ipotizza un impegno in termini di equity da parte del mondo del credito nell’intorno dei 100 milioni di euro (inteso come trasformazione del debito in mezzi freschi), da considerare assieme ai 225 milioni di aumento di capitale previsto per il gruppo di costruzioni.

Su quale sarà la cifra finale in capo agli istituti, affiancati sul dossier da Leonardo–Houlihan Lokey, c’è però ancora riserbo stretto. Molto dipenderà anche da come si concluderà l’analisi dettagliata sui conti di Astaldi.

Allo stesso modo, un eventuale intervento di Cdp, favorito da un rafforzamento patrimoniale di Salini Impregilo, potrebbe cambiare le carte in tavola anche con riferimento ai capisaldi dell’offerta sulla compagnia in difficoltà.

In particolare, secondo alcune interpretazioni, potrebbe essere immaginabile uno sforzo su Astaldi più rotondo. Proprio dal mondo bancario, in questi giorni, sarebbero arrivate secondo le indiscrezioni richieste per una ricapitalizzazione di Astaldi più elevata rispetto a quanto preventivato fino ad oggi. Ma questa richiesta sarebbe solo parte di un mosaico più ampio, dove ciascuno degli attori coinvolti è chiamato a uno sforzo maggiore.

Sotto i riflettori ci sono infatti le intenzioni di Cdp: dalle strategie della Cassa guidata da Fabrizo Palermo dipenderà l’entità e la struttura finale dell’offerta.

Nella lettera a suo tempo inviata, la Cassa aveva messo nero su bianco la propria disponibilità a valutare un’operazione di sistema purché questa coinvolgesse l’intero settore delle costruzioni in difficoltà: quindi, ad esempio, allargando il radar a gruppi come la cooperativa di ravenna Cmc e altri.

Questo progetto non è ancora arrivato in forma compiuta sul tavolo di Cdp che esaminerà la questione una volta che avrà una proposta concreta. Il piano, però, può essere realizzato solo con il supporto delle banche, ancora una volta chiamate a definire quale sarà il loro apporto al rilancio del settore. Il proposito, allo stato attuale, deve anche fare i conti con un contesto generale ancora da chiarire, soprattutto in termini di impegno politico a rilanciare il settore delle grandi opere in Italia.

Non a caso, lo stesso Massimo Ferrari, general manager di Salini Impregilo, in un’intervista a Il Sole 24 Ore, qualche tempo ha sottolineato come il general contractor fosse «favorevole ad un consolidamento del mercato».

Complice il fatto, aveva aggiunto il manager, che «lo scenario è l’aspetto più rilevante. Al di là delle diverse sfumature emerge una generale consapevolezza sulla necessità che bisogna intervenire sul settore delle costruzioni e delle infrastrutture. Il comparto sta attraversando una fase di crisi che potrebbe generare un effetto domino micidiale, sottovalutato da molti. Il contesto – aveva concluso – impone che si pensi a una soluzione più ampia». © RIPRODUZIONE RISERVATA

14/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Cmc, Piano di crisi in assemblea il 30 marzo. Offerta di Pizzarotti per ramo d’azienda

Alessandro Arona

Rescisso il contratto per la sede dei servizi segreti a Roma (120 milioni), obiettivo cessione a Itinera del lotto Aurelia (231 mln)

Pizzarotti si fa avanti per Cmc, per l’affitto e poi cessione di un ramo d’azienda del gruppo cooperativo. La coop di Ravenna ha intanto indetto l’assemblea per il 29 marzo in prima convocazione a Ravenna, o in seconda convocazione il giorno dopo. I soci della cooperativa di costruzioni Cmc Ravenna, ex numero 4 delle imprese edili in Italia, in concordato preventivo in bianco dal 7 dicembre scorso sono stati convocati dal presidente Alfredo Fioretti per l’approvazione del «Piano di crisi aziendale», che in base allo statuto della società prevede anche l’apporto dei soci ai fini del superamento della crisi.
In pratica si tratta del piano di ristrutturazione aziendale ai fini dell’apertura del concordato preventivo in continuità, che Cmc deve depositare al Tribunale di Ravenna entro il 7 aprile (dopo la proroga di 60 giorni concessa il 6 febbraio scorso). È quasi pronta, da parte di Cmc e ai fini del piano, la definizione del “perimetro” delle commesse e degli asset (società controllate o rami d’azienda) che resteranno nella società “in continuità”, mentre altri contratti o asset saranno ceduti subito.
A partire da gennaio sono pervenute alla società molte manifestazioni di interesse, da parte di importanti imprese di costruzioni nazionali ed estere (Cmc ha all’estero il 70% del suo portafoglio ordini). Tra queste una di Pizzarotti di Parma, ormai numero due delle società di costruzioni in Italia dopo il colosso Salini Impregilo-Astaldi (allo studio l’integrazione) e tolte Condotte e Cmc in fase di ridimensionamento. Pizzarotti ha effettuato la proposta di affitto e poi acquisto di un ramo aziendale di Cmc.
Nelle settimane scorse Cmc si è già liberato di alcune commesse particolarmente onerose, che non era in grado di portare avanti. Ha chiesto e ottenuto l’autorizzazione al Tribunale allo scioglimento del contratto con Cassa depositi e prestiti per la costruzione a Roma della sede dei servizi segreti (Dis, Aisi, Aise), un lavoro da oltre 100 milioni di euro per la ristrutturazione di un edificio di CdP in piazza Dante, a Roma, affidato nel 2011 (governo Berlusconi) e da allora non ancora completato. Il lavoro è a circa l’85% di avanzamento, ma Cmc ha dichiarato l’impossibilità di procedere all’ultimazione, preferendo rescindere il contratto. Chiesta al tribunale anche l’uscita dal lavoro Anas per la Ss 1 Aurelia (231 milioni di euro, 72% di Sal, Cmc all’80% di quote): qui la richiesta è di cedere quel che resta del contratto al socio Itinera (Gruppo Gavio). Dal febbraio scorso il personale Cmc è in cassa integrazione straordinaria (circa mille persone in Italia), e sono state inoltre avviate procedure di licenziamento collettivo di dirigenti. Una volta presentato il piano, e approvato dal Tribunale e poi dall’assemblea dei creditori, le cessioni degli asset dovranno comunque passare per bandi e aste pubbliche. © RIPRODUZIONE RISERVATA