Rassegna stampa 12 marzo 2019

12/03/2019 – Corriere della Sera

Cantieri, la lista di 600 opere ferme

ROMA Ma alla fine quanti sono i cantieri bloccati in Italia? Almeno 300 secondo il vicepremier Matteo Salvini. Oltre 600 secondo la Filca, il sindacato del settore costruzioni della Cisl. Ma non bisogna per forza guardare ai grandi numeri per pesare l’ effetto delle opere ferme sull’ economia del Paese. Basterebbe concentrarsi su poche voci dall’ alto peso specifico, come i 25 cantieri delle grandi opere con un valore superiore ai 100 milioni di euro. Una lista di progetti attualmente fermi segnalati al governo dai costruttori, che messi insieme arrivano a un importo complessivo di 24,6 miliardi di euro, ovvero poco meno di quanto valeva tutta l’ ultima legge di Bilancio. E non basta. Perché considerando anche l’ indotto, il valore delle grandi opere ferme arriva a 86 miliardi. Con la possibile attivazione di 380 mila posti di lavoro, che oggi servirebbero come il pane. Guardando la mappa dei cantieri bloccati si capisce anche perché, oltre che per una diversa cultura e visione politica, le Lega prema per farli ripartire, mentre il Movimento 5 Stelle abbia una posizione decisamente più prudente. La metà delle grandi opere ferme, in valore siamo a 12,6 miliardi, riguarda il Nord del Paese. In particolare la Lombardia, con l’ alta velocità ferroviaria tra Brescia e Verona che vale 1,9 miliardi di euro e l’ autostrada Cremona-Mantova che ne vale uno. Poi c’ è il Veneto, con il sistema delle tangenziali, opera da 2,2 miliardi, la terza corsia dell’ A22 del Brennero, con un importo di 753 milioni. Anche questi fermi, per un motivo o per un altro. C’ è la Liguria, con la Gronda di Genova che da sola vale 5 miliardi, e la nuova Aurelia, che comporta investimenti per 255 milioni. Ma tra le opere in difficoltà c’ è anche l’ Autostrada Cispadana in Emilia-Romagna (1,3 miliardi). Nel Centro i grandi lavori bloccati ammontano a 5,3 miliardi. Praticamente tutti in Toscana con la terza corsia dell’ autostrada Firenze-Pistoia, 3 miliardi di euro, e i lavori per l’ autostrada Tirrenica, 1,8 miliardi. Al Sud i lavori bloccati valgono 3,1 miliardi di euro. Una torta che va in gran parte in Calabria con il megalotto della Statale Jonica, per un importo di 1,3 miliardi di euro, e l’ ospedale di Reggio Calabria, 114 milioni, e in Sicilia con l’ asse viario tra Nord e Sud, per una spesa mancata di 748 milioni. A questa lista di grandi opere ferme per problemi amministrativi o burocratici, si sommano quelle in stand by perché sottoposte all’ analisi costi-benefici voluta dal ministro del Movimento 5 Stelle Danilo Toninelli. Non solo la Tav fra Torino e Lione ma anche il tunnel del Brennero e la Pedemontana del Veneto, per fare due esempi. E ci sono i cantieri più piccoli, sui quali l’ Ance, associazione dei costruttori edili, svolge un monitoraggio capillare con il sito Internet dedicato, “sbloccacantieri.it”. I casi segnalati sono oltre 300: gli ultimi quelli del sottopasso ferroviario di Trani e il liceo scientifico dell’ Aquila che a dieci anni dal terremoto è ancora a pezzi. È sostanzialmente fermo anche il cantiere del terremoto Centro Italia, che sarebbe uno dei più grandi d’ Europa, con 70 mila case da ricostruire. Per rimborsare i danni alle abitazioni private lo Stato ha messo sul piatto 13 miliardi di euro due anni e mezzo fa, ma finora sono stati spesi appena 350 milioni. La crisi delle costruzioni viene da lontano. Negli ultimi undici anni, cioè dall’ inizio della crisi a oggi, l’ Italia ha perso 69 miliardi di investimenti potenziali nel settore e nessun altro Paese al mondo ha fatto peggio. Solo per le opere pubbliche la perdita è stata pari a 26 miliardi di euro, e così il mercato si è dimezzato. Adesso che la crescita dell’ economia è diventato un imperativo, la riattivazione degli investimenti è cruciale per il governo. Ma la principale vittima del compromesso con la Ue sul bilancio del 2019 sono stati proprio i nuovi investimenti pubblici, drasticamente decurtati. E l’ unica strada resta quella di far partire quanto è già finanziato. A giorni, con un decreto, dovrebbe arrivare la revisione del codice degli appalti, la moratoria sui requisiti per gli appalti delle imprese, lo snellimento di alcune procedure. A Palazzo Chigi stanno attivando la nuova cabina di regia che dovrebbe coordinare gli investimenti. All’ Economia intanto pensano di rifinanziare il fondo da 400 milioni per i micro interventi dei piccoli Comuni, che in due mesi è stato letteralmente spolpato. Almeno quelli. Mario Sensini

12/03/2019 – Il Sole 24 Ore
Conte: decreto pronto Salvini: 300 opere da sbloccare subito

«il provvedimento al prossimo cdm»
Dal vicepremier leghista «piena fiducia» in Giorgetti tornato nel mirino di M5s
roma Mettersi alle spalle la questione Tav e allontanare l’ immagine di un governo che ostacola la realizzazione di strade e ferrovie. Così nel giorno in cui il Cda di Telt avvia le gare per la Torino-Lione, che ha portato l’ esecutivo gialloverde sull’ orlo della crisi, il premier Giuseppe Conte partecipa al taglio della prima lamiera realizzata da Fincantieri Infrastructure, nel veronese, per il nuovo ponte Genova e, contemporaneamente, annuncia che «a giorni», «nel prossimo Consiglio dei ministri», arriverà il via libera al decreto «sblocca-cantieri». «Dobbiamo avviare opere nuove ma che servano veramente al Paese e agli interessi dei cittadini», ha detto il premier, felice per la partenza anticipata «di 10 giorni» dei lavori del ponte, annunciata ieri dal Ceo di Salini Impregilo, Pietro Salini. Ma tra le priorità per Conte non c’ è la Tav .«Ci sono dei trattati altrimenti non ne parleremmo», ha tagliato corto:«Capisco – ha detto rivolgendosi ai giornalisti -che l’ opinione pubblica si è tutta concentrata sulla Tav. Io stesso personalmente avrò un’ interlocuzione con la Francia e l’ Ue per approfondire le criticità emerse. Quello che questo dibattito rischia di offuscare è che l’ Italia ha bisogno di investimenti e non esiste solo Tav». L’ ombra della Torino-Lione però è destinata ad accompagnare il premier nel suo tour tra i cantieri bloccati (oggi sarà in Sicilia per la Caltanissetta-Agrigento). Anche perchè è ormai diventata uno dei temi della campagna elettorale per le europee e le regionali piemontesi del 26 maggio. La Lega continua a marcare stretto l’ alleato. Matteo Salvini esulta un attimo dopo la conclusione del Cda di Telt, che «ha approvato all’ unanimità e con una scelta chiara i bandi per la Tav» che fa parte dei «300 cantieri da sbloccare». Un obiettivo che richiede interventi tempestivi, a partire dal decreto sblocca-cantieri che deve essere varato «entro pochi giorni e non qualche settimana». Su questo «c’ è piena sintonia con il premier», ha concluso il segretario della Lega al termine del Consiglio federale di via Bellerio, nel quale il confronto tra i big del Carroccio si è concentrato proprio sul rapporto con il M5s. Il risultato sulla Tav però soddisfa Salvini. «È andata come volevamo», ha detto, ribadendo «piena fiducia» a Giancarlo Giorgetti, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio tornato nel mirino dei pentastellati dopo aver ricordato che per fermare la Tav «serve una legge del Parlamento che modifichi i trattati». Una legge che però non avrebbe la maggioranza perchè la Lega non la voterebbe mai. «Tra poco più di due mesi ci sono elezioni importanti, è evidente che il responso, soprattutto nelle regioni coinvolte, qualche indicazione dovrà darla», ha chiosato Dario Galli, sottosgretario al Mise e leghista doc. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Barbara Fiammeri

12/03/2019 – Il Messaggero
Autonomia, le risposte alle bugie targate Nord

Lo Spacca-Italia
Meno di un mese fa, il 15 febbraio, si è rischiata l’ approvazione di un provvedimento, definito a giusta ragione lo Spacca-Italia, che avrebbe radicalmente mutato in peggio il volto del nostro Paese, senza che la stragrande maggioranza dei cittadini ne sapesse nulla. Si era infatti arrivati molto vicini alla firma da parte del presidente del Consiglio di Intese con le Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna sulle autonomie rafforzate; che avrebbero trasferito loro enormi poteri, disarticolando lo stato nazionale ed altrettanto cospicue risorse finanziarie, sottraendole agli altri italiani. Il tutto, vincolato solo ad un voto prendere o lasciare di un Parlamento condizionato dalla necessità di sopravvivenza del governo. Trasferendo poi tutti i poteri attuativi a Commissioni paritetiche extraparlamentari governo-regione. Per un insieme di motivi questo non è avvenuto. E la discussione pubblica è tornata a inabissarsi, sovrastata dai temi del giorno, ultima la Tav. Ma il tentativo di approvare il provvedimento è destinato a riemergere, anche all’ improvviso, a seconda delle mosse tattiche dei due partiti di governo. Forse già prima delle elezioni europee; forse subito dopo. Il pericolo dello Spacca-Italia, è tuttora molto forte. Per fortuna, il 15 febbraio non è trascorso invano. Si è ad esempio rafforzata la convinzione, nelle forze politiche e nelle stesse Presidenze delle Camere (e, per quel che è dato sapere, nella stessa Presidenza della Repubblica, suprema custode dell’ unità nazionale) che il percorso parlamentare debba essere radicalmente diverso dal rapido blitz ipotizzato. Il Parlamento ha il dovere, ancor prima che la potestà, di discuterne dettagliatamente i contenuti e gli aspetti finanziari. Nonostante la cortina fumogena che da più parti si continua a sollevare (ad esempio, come ha fatto recentemente il presidente della Lombardia, parlando di «sfida per la modernizzazione, per eliminare le sacche di inefficienza che impediscono di sprigionare risorse»), il provvedimento può stabilire la regionalizzazione della scuola italiana e dei suoi docenti, la fine del servizio sanitario nazionale, il passaggio alle Regioni di strade ed autostrade e del diritto di veto per la loro realizzazione; e tantissimo altro ancora. Quello che c’ è in ballo è un enorme spostamento di potere e di denari verso le giunte regionali che tanto premono per l’ approvazione; possibilmente prima che gli italiani si rendano ben conto delle sue conseguenze. Ma può il Parlamento non discutere approfonditamente del futuro della scuola e della sanità italiana, delle politiche industriali, infrastrutturali, del lavoro, dell’ ambiente, dei beni culturali? Uno dei tanti aspetti di questa vicenda è l’ atteggiamento liquidatorio verso ogni obiezione da parte dei suoi promotori. Chi si oppone è semplicemente «un cialtrone» per il presidente della Lombardia; «chi dice che si tratta di una secessione mascherata dice una scemenza», per il presidente del Veneto che aggiunge: «perché è ignorante, non ha nemmeno letto il progetto e non conosce la Costituzione». Proprio questo è un punto interessante. Tante carte, infatti, ci sono. Le determinazioni del Consiglio regionale del Veneto del novembre 2017, ad esempio, con la dettagliata richiesta di poteri sterminati e di trattenere addirittura i 9/10 del gettito fiscale in Regione; o la scellerata Pre-Intesa firmata nel febbraio 2018 dal sottosegretario Bressa a nome del governo Gentiloni, che stabiliva al suo articolo 4 che i cittadini che vivono nelle regioni più ricche (con maggiore gettito fiscale) hanno per questo motivo diritto a più servizi pubblici rispetto agli altri italiani. O i Testi Concordati dei primi articoli delle Intese del 25 febbraio, sul sito del Dipartimento degli Affari Regionali, che continuano a stabilire condizioni di grande favore per le Regioni a maggiore autonomia (garanzia della spesa media pro-capite e dell’ incremento del gettito fiscale) a danno delle altre, data l’ invarianza supposta della spesa pubblica totale. Ma questo è, ad esempio, uno dei punti ancora misteriosi: documenti del Mef, mai resi pubblici ufficialmente, indicano che vi è anche l’ ipotesi di un incremento della pressione fiscale. Così come ancora segreti sono tutti gli articoli che toccano le 23 materie teoricamente oggetto della maggiore autonomia, anche se questo giornale ha documentato approfonditamente i contenuti delle bozze della trattativa. Si dice perché manchi ancora l’ accordo con alcuni Ministeri, a causa di «qualche bugia che viene raccontata dai funzionari del ministero», secondo il presidente del Veneto. Ma, anche se così fosse, nulla impedirebbe di rendere noti ai parlamentari e ai cittadini tutti i complessi articolati relativi alle materie già definite. Perché non lo si fa? Forse perché si avrebbe ulteriore conferma che non si tratta di una sfida «per dimostrare chi è capace di amministrare e chi dovrebbe andare a giocare a bocce», come sostenuto dal presidente della Lombardia, ma di un tentativo molto serio di disarticolare i grandi servizi e le infrastrutture pubbliche del nostro Paese, e acquisire una fetta più grande delle risorse nazionali, a danno degli altri. Una vera e propria secessione dei ricchi, in base alla quale le tre Regioni più forti del Paese vogliono configurarsi come delle vere e proprie Regioni-Stato all’ interno dell’ Italia, eliminando una parte sostanziale della legislazione nazionale di cornice, riducendo drasticamente il ruolo della Capitale, e dotandosi di più ampie risorse finanziarie. Per il futuro del Paese, è forse più importante conoscere nei particolari e discutere seriamente questo progetto, che discutere di chi dovrebbe giocare alle bocce. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Gianfranco Viesti

12/03/2019 – La Repubblica
Bagnoli, la ministra Lezzi: “Pronti 320 milioni richiesti da Invitalia, si può partire con le bonifiche”

Il sindaco de Magistris dopo la cabina di regia a Palazzo Chigi: “Passa la nostra linea”

“Le risorse ci sono, abbiamo pronti 320 milioni per bonificare l’area di Bagnoli. Possiamo partire con i bandi per le aree disponibili. Una parte della progettazione è già avviata e stiamo aspettando l’esito dei bandi da parte del Consiglio di Stato che ci sarà l’11 aprile. Poi c’è una buona parte del territorio sotto sequestro della Corte di Appello e rispettosamente aspettiamo i tempi della Corte. Ma per le aree che sono libere si può partire subito. Sono molto contenta che quel posto venga finalmente liberato, e questa è la cosa più importante. Ci sarà lavoro, è un investimento atteso da decenni e finalmente può partire”. Così il ministro per il Sud, Barbara Lezzi, al termine della cabina di regia a Palazzo Chigi per Bagnoli, alla quale ha partecipato anche il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e rappresentanti della regione Campania, del Mibac, Mise e Invitalia.
“Chiedevamo certezza sui 320 milioni per la bonifica integrale” dell’area di Bagnoli e “l’abbiamo avuta. Il partito del rinvio all’infinito e del mandare sempre la palla in avanti è stato sconfitto, è passata la linea della città” ha detto il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, al termine della cabina di regia. “La Regione? Volevano ridiscutere ancora tutto ma questa idea è stata sconfitta”, attacca l’ex magistrato. “Oggi c’era da mettere in cantiere il cronoprogramma e avere la certezza dei soldi. Il praru (programma di risanamento ambientale e di rigenerazione urbana) è quello approvato e partirà tutto così come previsto nell’accordo interistituzionale del luglio del 2017”. Per napoli, sottolinea, è “un risultato importante”.

Il prossimo passo, previsto entro 10 giorni, prevede “un chiarimento del ministro dell’ambiente sulla vas (valutazione ambientale strategica)” poi la ministra Lezzi e il commissario Floro Flores hanno garantito “tempi immediati sulla tempistica delle gare”, riferisce de Magistris. © Riproduzione riservata

12/03/2019 – Italia Oggi

Tav, Telt approva avvisi per 2,3 miliardi. Parigi soddisfatta

Il progetto proseguirà con la pubblicazione dei bandi, ma senza che vengano avviate gare.Lettera di Palazzo Chigi alla Telt per autorizzare l’approvazione. Conte: “Non fosse per i trattati, avremmo già messo da parte tutto”. Moscovici: “L’Italia non lasci questo grande progetto”

Non ha una fine, come qualsiasi telenovela che si rispetti. La Tav Torino-Lione continua a sfornare novità  e ieri arrivata la notizia che il consiglio di amministrazione di Telt, la società italofrancese che dovrà curare la realizzazione dell’opera, ha dato il via libera agli avvisi di gara di appalto con decisione unanime. Un via libera che comunque, complice la ormai famosa o famigerata clausola di dissolvenza prevista dal diritto francese, potrà sempre essere revocato se e quando risultasse chiaro che una delle parti intende tirarsi indietro. “Gli avvisi di avvio delle gare contengono l’esplicitazione della facoltà di interrompere senza obblighi e oneri la procedura in ogni sua fase”, specifica la Telt. “L’impegno è verificare le volontà dei due governi al termine della selezione delle candidature, prima di procedere all’invio dei capitolati di gara alle imprese. L’obiettivo è salvaguardare l’integrità della contribuzione del finanziamento europeo consentendo l’approfondimento e il libero confronto tra Italia e Francia e con l’Unione europea. La Francia si dice soddisfatta per le odierne decisioni del consiglio di amministrazione di Telt che “rappresentano una tappa positiva nell’interesse del progetto Lione-Torino”, ha scritto in una nota il ministro transalpino dei Trasporti, Elisabeth Borne. Il premier Giuseppe Conte, del resto, in proposito è stato chiaro: “Se non ci fossero i trattati internazionali che sono stati conclusi, la Tav l’avremmo già messa da parte”, ha detto nel corso di un breve punto stampa al termine dell’inaugurazione del nuovo stabilimento di Fincantieri Infrastructure a Valeggio sul Mincio. Il desiderio di accantonare la linea ferroviaria Torino-Lione, ha aggiunto Conte, avviene “alla luce di studi svolti e tutte le verifiche effettuate, non per un’opinione personale. È poco conveniente per gli interessi dell’Italia. Dobbiamo parlare d’altro”. Parole che arrivano dopo l’individuazione dell’escamotage che ha consentito che il governo andasse avanti. Conte, infatti, è riuscito a trovare una soluzione che ha consentito ai capi dei due partiti di governo, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, di interrompere le reciproche ostilità e di firmare una tregua.  L’esecutivo, hanno ribadito i due vicepremier, durerà altri 4 anni. Perciò il progetto Tav andrà avanti con la pubblicazione dei bandi, ma senza che vengano avviate le gare. Palazzo Chigi ha inviato alla Telt una lettera che autorizza l’approvazione di avvisi per i 2,3 miliardi di lavori del tunnel di base della Tav con la clausola di dissolvenza che sarà motivata dall’avvio della procedura di revisione del trattato italo-francese. Conte ha informato anche il presidente francese Emmanuel Macron e il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker sulla iniziativa intrapresa di ritardare i vincoli giuridici e gli impegni di spesa per i bandi sulla Tav Torino-Lione. E, in particolare, sul “supplemento di riflessione” richiesto per condividere dubbi e criticità nel frattempo emersi sul progetto infrastrutturale Tav. “Spero che i nostri amici italiani valutino” il progetto e “restino impegnati”, perché “dire che questo progetto è negativo è un errore, è un grande progetto strutturale, importante per la Ue, la Francia e l’Italia, motivo per cui sono stati decisi importanti finanziamenti europei”, ha risposto il commissario europeo per gli Affari economici e monetari Pierre Moscovici. Soddisfatto della posizione del governo il vicepremier Salvini. “La Tav andrà avanti, i bandi partono”, ha detto, sottolineando come “non c’è soltanto la Tav, di cui comunque discuteremo, sulle modifiche e sulla revisione dei finanziamenti con la Francia e con la Ue, ma ci sono altri 300 cantieri da sbloccare. Conte, Di Maio e il sottoscritto siamo assolutamente d’accordo che l’Italia abbia bisogno di uno choc sulle infrastrutture”. Più prudente il sottosegretario, Giancarlo Giorgetti. Sfruttare la clausola di dissolvenza della normativa francese per rinviare i bandi e far partire, domani, solo gli avvisi sulle manifestazioni di interesse per la Tav, prevista dalla normativa francese, è una “facoltà che ci siamo ripresi e abbiamo fatto bene a farlo. Possiamo approfondire l’analisi costi-benefici che ha convinto Conte ma magari non ha convinto molto noi”, ha spiegato. Il progetto “ha dei punti di forza ma anche di debolezza, deve essere discussa con il governo francese perché anche il governo francese dovrà valutare l’opportunità di fare e come continuare questa opera”, ha proseguito Giorgetti mettendo in evidenza “la necessità di ridiscutere le condizioni economiche perché ricordo che non so per quale motivo l’Italia si è caricata sostanzialmente una quota di costi maggiore rispetto a quella sostenuta dalla Francia. Può darsi che questa fase permetta di riequilibrare in modo corretto e paritario la contribuzione finanziaria”. Di Maio ha sottolineato che ora ci sono sei mesi per “ridiscutere il progetto” della Tav e “tutto quello che dovremo affrontare nei prossimi mesi lo affronteremo, non lo rimanderemo”. Il governo, ha ribadito il capo dei 5 stelle andra’ avanti senza problemi. “Tutti i giorni si alimenta un senso di instabilità, a volte alimentato anche da esponenti del Governo. Ma il M5s vuole tranquillizzare, chi dice vediamo chi va fino in fondo, chi ha la testa più dura, è folklore. Senza creare shock, tranquillizzando il Paese, vedrete che non ci fermerà nessuno”, ha assicurato Di Maio. “E’ un dibattito che non capisco. Perché i due paesi hanno concluso tre accordi successivi e durante questo periodo, che è stato lungo, i paesi vicini come la Svizzera e l’Austria sono avanzati molto”, ha affermato Louis Besson, presidente della Commissione intergovernativa italo-francese Tav, ad Agorà su Rai Tre. “Gli svizzeri hanno già liberato due tunnel di base, uno di questi è il San Gottardo, e come sapete l’Italia e l’Austria fanno progressi sul serio per quanto riguarda il tunnel del Brennero. Quindi non è normale che l’Italia sia d’accordo per il tunnel Nord-Sud, ma non per l’unico tunnel Est-Ovest”. “Non è convincente”, ha poi risposto Besson a una domanda sull’analisi costi-benefici sulla Tav. “Prima o poi ci sarà un governo che deciderà di continuare quest’opera e i lavori riprenderanno”.

12/03/2019 – Italia Oggi

Firmato il decimo decreto correttivo ai principi contabili di regioni ed enti locali
Semplificati i lavori a bilancio

Più flessibilità nella gestione contabile degli appalti

Più flessibilità per la gestione contabile dei lavori pubblici. Ripristino della facoltà, per le sole regioni, di finanziarie i propri investimenti mediante prestiti da contrarre solo in caso di necessità di cassa. Addio all’obbligo per i mini-enti di consolidare i propri bilanci con quelli delle partecipate. Sono queste le principali novità contenute nel dm 1° marzo 2019 recate il decimo correttivo ai principi contabili, pubblicato sul portale Arconet, cui manca solo il passaggio in G.U. per diventare efficace. I contenuti sono articolati e spaziano dalla contabilità finanziaria a quella economico-patrimoniale fino al consolidato. Arrivano le tanto attese nuove regole per l’inserimento a bilancio delle opere che, a questo punto, potranno essere applicate già al rendiconto 2018, come chiarito dalla Faq 31. Innanzitutto viene disciplinata la registrazione del livello minimo di progettazione richiesto per l’inserimento di un intervento nel programma triennale e nell’elenco annuale. Parliamo, quindi, di opere di taglio pari o superiore a 100 mila euro: in tali casi, le spese di progettazione devono essere registrate a bilancio prima dello stanziamento riguardante l’opera cui la progettazione si riferisce. Per tale ragione, affinché la spesa di progettazione possa essere contabilizzata tra gli investimenti, è necessario che i documenti di programmazione dell’ente (e segnatamente il Dup) individuino in modo specifico l’investimento a cui la spesa di progettazione è destinata, prevedendone altresì le necessarie forme di finanziamento. A seguito della validazione del livello di progettazione minima, gli interventi sono inseriti nel programma triennale dei lavori pubblici e le relative spese sono stanziate nel Titolo II del bilancio di previsione nel rispetto del principio della competenza finanziaria potenziata. Per gli interventi di valore stimato inferiore a 100 mila euro, invece, la spesa può essere stanziata in bilancio senza dover attendere l’inserimento degli interventi nel programma triennale dei lavori pubblici. La spesa di progettazione riguardante i livelli successivi a quello minimo richiesto per l’inserimento di un intervento nel programma triennale dei lavori pubblici è registrata nel titolo secondo della spesa, con imputazione agli stanziamenti riguardanti l’opera complessiva, sia nel caso di progettazione interna che di progettazione esterna. Il Fpv potrà essere attivato, in mancanza di impegno di spesa, anche solo in presenza solo di una progettazione che abbia raggiunto uno dei livelli successivi al minimo e purché siano stato avviate le relative procedure di affidamento.

12/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Tav/2. Conto alla rovescia: entro sei mesi la decisione finale su Torino-Lione e destino del governo

Lina Palmerini

Per fermare l’opera serve un voto parlamentare sulla modifica dei trattati. Di Maio e Salvini per ora non hanno voluto rompere l’alleanza

Ora che è arrivato il via libera di Telt alla pubblicazione degli avvisi di avvio delle gare, comincia un conto alla rovescia. Che riguarda l’Alta Velocità e il suo destino ma che riguarda soprattutto la volontà politica di Lega e 5 Stelle di far durare il Governo oppure no. E se le posizioni dovessero restare quelle di oggi, Salvini per il sì e Di Maio fermo sul no, questo porterebbe allo sbocco indicato da Giorgetti: il voto in Parlamento, l’unico passaggio in grado – eventualmente – di bloccare l’opera perché andrebbero azzerati i Trattati internazionali con cui è stata decisa. È chiaro che quella diventerebbe la tappa finale dell’esperienza dell’Esecutivo giallo-verde che non potrebbe durare a fronte di un voto parlamentare con la Lega schierata con l’opposizione di Forza Italia e Pd e il Movimento dalla parte opposta. Anche se i due vicepremier negano qualsiasi scossone per effetto della Tav, quel passaggio alle Camere sarebbe invece dirompente, l’ultima tappa dell’esperienza grillino-leghista.

E non è un caso che tutti i principali esponenti penstastellati abbiano ormai preso di mira Giancarlo Giorgetti, perché vedono in lui l’artefice di una manovra di sganciamento della Lega dall’Esecutivo, il regista di un’operazione per un ritorno alle urne con un nuovo progetto interamene nel campo del centro-destra. Hanno poco senso infatti quelle accuse al sottosegretario leghista di fiancheggiare i “poteri forti” solo per i colloqui avuti con Draghi – che ha mantenuto un cordone di sicurezza anche sui nostri titoli di Stato – o per gli incontri con la comunità finanziaria internazionale, se non per attaccare quell’area del Carroccio a cui sta sempre più stretta l’alleanza con Di Maio.

La decisione di Telt di ieri ha quindi solo cristallizzato delle posizioni politiche, ratificato una tregua armata che dopo le elezioni europee dovrà prendere un verso. E di questo verso dovrà occuparsene Conte la cui missione è proprio quella di evitare quel voto in Parlamento sulla Tav e cercare di spuntare una mediazione di sostanza, non di forma come quella attuale. Che margini ha? Solo quelli che gli consentiranno gli azionisti di Governo. Il punto infatti non è tanto quello che riuscirà a strappare alla Francia o all’Europa in termini di revisione dell’opera o di finanziamenti, ma il nuovo rapporto di forza che uscirà dalle urne europee. Se oggi il premier ha potuto costruire un compromesso scrivendo quella lettera a Telt, è perché non c’era la volontà di Salvini e Di Maio di rompere. Insomma, è stato possibile trovare l’artificio – anche sbilanciandosi sui 5 Stelle – perché non c’era alcuna intenzione di fare la crisi. Troppo presto per Salvini che attende il voto sull’autorizzazione a procedere sulla Diciotti il 20 marzo e si prepara alla campagna elettorale per certificare il sorpasso sul Movimento; impensabile per Di Maio che da qui alle europee deve giocarsi il tutto per tutto con il reddito di cittadinanza. In pratica la Tav non si ferma ma consente a entrambi un argomento, basta declinare al futuro il verbo: si farà o non si farà. Agli elettori l’ultima scelta. © RIPRODUZIONE RISERVATA

12/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Accordo Italia-Cina/1. Ecco la bozza. Trasporti e infrastrutture i temi chiave

Gerardo Pelosi

Memorandum (Mou) alla firma il 23 marzo: connettività, porti, autostrade e ferrovie sono i punti chiave della cooperazione

Non è ancora del tutto dissinescata la “mina” Bri (Belt and Road Initiative, nuova Via della Seta cinese) che divide Lega e Movimento Cinque stelle. I problemi non mancano e terranno molto desta l’attenzione dei negoziatori italiani e cinesi da qui al 23 marzo. È quello, infatti, il giorno in cui il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio firmerà con il suo omologo cinese a Villa Madama, nel quadro dei colloqui tra il premier, Giuseppe Conte e il presidente cinese, Xi Jinping, il Memorandum of Understanding che rappresenta la cornice legale (Legal framework), contenitore entro il quale far confluire in futuro i vari progetti infrastrutturali italo-cinesi della Bri. Sei i paragrafi divisi in sette cartelle per chiarire che il Mou, del quale il Sole 24 Ore ha ottenuto una copia, «non costituisce un Accordo internazionale che può comportare diritti e obbligazioni di diritto internazionale» e – precisa una nota di Palazzo Chigi – «non vale a ridisegnare il quadro dei rapporti politici e la collocazione euro atlantica del nostro Paese». Resterà valido per i prossimi cinque anni rinnovabili per altri cinque. Il Mou, oltre a richiamare il Forum sulla Bri tenutosi a Pechino nel maggio 2017 (era presente tra gli altri l’ex premier Paolo Gentiloni) e il comunicato congiunto della nona commissione mista italo-cinese tenutasi a Roma il 25 gennaio scorso, impegna le parti a «rispettare i principi della Carta europea sullo sviluppo sostenibile e inclusivo in linea con l’agenda 2030 per lo sviluppo e gli accordi di Parigi sul clima così come gli obiettivi sull’agenda strategica per la cooperazione Ue-Cina 2020 per connettere Europa e Asia adottati nell’ottobre 2018».
Il secondo paragrafo elenca le aree di possibile cooperazione: dalle politiche di connettività e standard ai trasporti, logistica e infrastrutture ai flussi commerciali e di investimenti alla cooperazione finanziaria, dalla cooperazione culturale e scientifica alla green economy. «Le parti – è scritto – esploreranno modelli di cooperazione di reciproco beneficio per supportare l’implementazione del maggior numero di programmi inseriti nella Bri».

Il testo del MoU accoglie quindi le prudenze di Bruxelles anche se il prossimo Consiglio europeo il 22 marzo prossimo (in coincidenza con l’arrivo in Italia del presidente cinese Xi) dovrebbe discutere le proposte alla Commissione dell’Alto rappresentante per la politica estera e di Difesa Federica Mogherini che introducono misure molto più restrittive nell’agenda strategica dei rapporti tra Ue e Cina. Le preoccupazioni Usa comunque restano a cominciare dall’intesa sulla logistica del Porto di Trieste che potrebbe essere firmato il 23 marzo. Matteo Salvini si è mostrato più sensibile alle preoccupazioni Usa rispetto al M5S. «Se si tratta di aiutare imprese italiane ad investire all’estero siamo disponibili a ragionare con chiunque – ha spiegato il vicepremier – ma se si tratta di colonizzare l’Italia e le sue imprese da parte di potenze straniere, no. E il trattamento dei dati sensibili è interesse nazionale. Quindi il discorso delle telecomunicazioni e del trattamento dei dati non può essere meramente economico».

Il riferimento è alla sperimentazione in cinque città italiane del 5G di Huawei, intesa che resterà fuori dagli accordi che verranno firmati durante la visita di Xi come ha chiarito ieri il Mise ricordando che lo scorso febbraio «il ministro Di Maio ha istituito presso l’Iscti del Mise il Centro di valutazione e certificazione nazionale per la verifica delle condizioni di sicurezza e dell’assenza di vulnerabilità di prodotti, apparati, e sistemi destinati ad essere utilizzati per il funzionamento di reti, servizi e infrastrutture strategiche, nonché di ogni altro operatore per cui sussiste un interesse nazionale». Oggi il premier Conte dovrà chiarire davanti al Copasir se e in quale misura il Mou potrebbe mettere a rischio la sicurezza nazionale.m© RIPRODUZIONE RISERVATA

12/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Italia-Cina/2. I colossi cinesi corteggiano i porti di Trieste, Genova e Venezia

Raoul de Forcade

Già presenti al 49% nel terminal container di Vado Ligure, interessati a collaborazioni a Genova e il terminal a Trieste

Genova e Trieste sono i porti italiani in prima linea per entrare a pieno titolo, anche con accordi di partnership, nei progetti italo-cinesi per la Belt & road initiative (Bri). La nuova Via della seta si sta sviluppando sia sulla direttrice terrestre, con la ferrovia, sia su quella marittima. E se il Mediterraneo appare al centro degli interessi cinesi che si stanno estendendo in vari scali dell’area, a partire dal Pireo, controllato da Cosco (China ocean shipping company), Genova e Trieste stanno diventando i maggiori poli d’attrazione del Tirreno e dell’Adriatico per il Dragone. In attesa dell’ormai imminente visita in Italia del presidente cinese Xi Jinping, lo scalo ligure sta mettendo a punto un accordo di partnership, da firmare proprio in quell’occasione, con il gruppo Cccc (China communications construction company), terza società di costruzioni al mondo, che, ha spiegato Paolo Signorini, presidente dell’Autorità di sistema portuale di Genova e Savona, fornirà supporto tecnico alla Adsp nell’affidamento degli appalti di alcune grandi opere all’interno del porto di Genova, tra le quali la nuova diga foranea.

Riguardo all’accordo da firmare, a quanto risulta, il Governo starebbe fcendo due tipi di verifiche. La prima riguarda il Mit, il quale sta verificando, sotto il profilo tecnico, che i principali punti del protocollo siano conformi con l’ordinamento italiano (ad esempio in materia di legislazione portuale e di partecipazioni dell’Adsp) e con quello europeo. La seconda attiene all’accettazione del memorandum bilaterale Italia-Cina e degli agreement di Genova e Trieste all’interno dello scacchiere internazionale. I cinesi, peraltro, hanno già un piede nello scalo ligure: con Cosco shipping ports e Qingdao international development, che sono già azionisti (rispettivamente per il 40% e per il 9,9%) del nuovo terminal container in costruzione a Savona Vado, di cui Apm Terminals (gruppo Maersk) ha il 50,1%.

Per quanto attiene allo scalo giuliano, l’Adsp guidata da Zeno D’Agostino dovrebbe firmare con la Cina un accordo di collaborazione sullo sviluppo della rete ferroviaria, attraverso la controllata dell’Authority Adriafer. Nel corso della missione italiana in Cina, lo scorso settembre, tra l’altro, D’Agostino aveva formulato l’ipotesi di un collegamento ferroviario diretto Trieste-Chengdu. Sempre a Trieste, China merchants ports ha presentato una manifestazione d’interesse per la piattaforma logistica in via di completamento. Per ora, però, dice Vittorio Petrucco, uno dei soci (col gruppo Parisi e Interporto Bologna) della piattaforma triestina, «non ci sono stati ulteriori sviluppi concreti. A rallentare la decisione cinese potrebbe aver contribuito il fatto che il completamento dell’infrastruttura slitterà di circa un anno (ai primi mesi del 2020, ndr) per questioni legate alla messa in sicurezza dell’amianto trovato nel terreno».

Ma i cinesi guardano anche al porto di Venezia. Vi è un interesse, ancora tutto da concretizzare, di Cccc per la realizzazione della banchina alti fondali e contatti tra la Adsp e Cosco per il riassetto dell’area portuale abbandonata ex Montesyndial. Nel frattempo, l’Authority ha siglato, con Cosco, un memorandum per potenziare i traffici tra Venezia e il Pireo.

China merchants group ha, invece, creato un centro di ricerca e sviluppo a Ravenna, nel campo dell’oil & gas e dell’ingegneria navale. © RIPRODUZIONE RISERVATA

12/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Gare, nessun “aiuto” è possibile se l’impresa in concordato è anche capogruppo

Massimo Frontera

Il Tar Piemonte annulla l’aggiudicazione ad Astaldi, alleata con Nbi nella gara da 62 milioni per il metrò di Torino

Nella gestione della gara, la stazione appaltante deve stare molto attenta a non oltrepassare i limiti della sua discrezionalità per venire incontro all’impresa in concordato, perché rischia di subordinare l’interesse pubblico all’interesse di un singolo concorrente, rischiando anche di essere accusata di piegare le procedura di gara per venire incontro agli interessi o alle esigenze dell’impresa in concordato. È questo, in sintesi, l’insegnamento che si ricava dalla vicenda sulla quale è stato chiamato a giudicare il Tar Piemonte e che si legge nella sentenza pubblicata il 7 marzo scorso. La vicenda è quella della gara da oltre 62 milioni di euro lanciata da Infrastrasporti Torino per realizzare un tratto della linea 1 metropolitana automatica (Prolungamento Ovest Cascine Vica – Lotto funzionale 1 Fermi-Collegno”. Gara che la stazione appaltante – dopo aver escluso il primo concorrente in graduatoria – ha aggiudicato al raggruppamento guidato da Astaldi, classificatosi secondo. Va anche ricordato che la gara in questione è stata lanciata il 16 giugno 2018, quando il colosso romano era ancora “in bonis”. In conseguenza della pronuncia n. 260/2019 del Tar Piemonte (Sezione II) viene disposto l’annullamento dell’aggiudicazione della gara ad Astaldi (in raggruppamento con Nbi). La vicenda, va subito detto, è particolarmente complicata e la pronuncia del Tar riunisce e tratta due distinti ricorsi.
Il primo ricorso
Il primo ricorso è stato promosso dal raggruppamento composto dalle imprese Amec srl e Valori scarl che si è classificato al primo posto nella graduatoria, ma che è poi stato escluso per mancanza di sufficienti requisiti di capacità economico-finanziaria. Questo ricorso viene respinto dai giudici del Tar, che confermano il corretto operato di Infratrasporti Torino circa la decisione di escludere il raggruppamento.
Il secondo ricorso
In conseguenza dell’esclusione del raggruppamento primo classificato, la stazione appaltante aggiudica l’appalto al secondo raggruppamento in graduatoria, guidato appunto da Astaldi (in associazione con Nbi in qualità di mandante). Il terzo in graduatoria – l’impresa Ici-Italiana costruzioni infrastrutture – ha presentato ricorso. Ricorso che, in questo caso, è stato accolto dai giudici. Il motivo è il seguente: Astaldi nel corso della procedura ha chiesto il concordato in bianco, venendosi così a trovare nella situazione indicata dalla legge fallimentare vigente, la quale esclude l’affidamento di un appalto a un’impresa concordataria che partecipa a una gara in qualità di capogruppo.
«Nessuna norma – sintetizzano i giudici – prevede la possibilità di pronunciare l’aggiudicazione nei confronti di una società non ancora definitivamente ammessa al concordato con continuità aziendale, per l’evidente incompatibilità della “definitività” degli impegni che una aggiudicazione implica rispetto alla “incertezza” e fluidità che la fase di ammissione al concordato necessariamente comporta. In sostanza le ragioni del soggetto che ha solo formulato istanza di concordato in bianco vengono prese in considerazione dalla sola legge fallimentare nella unilaterale prospettiva della procedura concordataria».
Il comportamento contraddittorio della Pa
Il richiamo all’articolo 186-bis comma 3 della legge fallimentare è l’argomento dirimente utilizzato dai giudici, i quali però, nella loro argomentazione, offrono diversi spunti di interesse sulle dinamiche che si mettono in moto nel caso – sempre più frequente – di imprese concordatarie che partecipano alle gare.
Dalla sentenza emerge chiaramente il diverso atteggiamento della stazione appaltante nei confronti dei due raggruppamenti: molto pressante nei confronti di Amec-Valori e invece molto disponibile nei confronti di Astaldi-Nbi. «Basti osservare – si legge nella sentenza – che, all’udienza cautelare fissata in data 18.12.2018 per la discussione del primo ricorso depositato contro la determina n. 69/2018 da Amec s.r.l. (determina di aggiudicazione ad Astaldi-Nbi, ndr), la stazione appaltante ha evidenziato la soverchia esigenza della procedura di gara alla celere consegna dei lavori poiché, in mancanza di
cantierizzazione degli stessi entro la fine dell’anno 2018, la stazione appaltante avrebbe rischiato di perdere i finanziamenti pubblici dell’opera. Per contro, come già evidenziato, dopo l’aggiudicazione ad Astaldi, non essendo l’aggiudicataria in grado di presentare la documentazione necessaria per la stipulazione del contratto, la stazione appaltante si è fatta carico di proporre un differimento di tale stipulazione; fermo che è astrattamente ammissibile, per le parti, concordare un differimento del termine ordinario di conclusione del contratto, qualora ciò risponda all’oggettivo interesse comune dei contraenti, risulta quantomeno contraddittorio che la stazione appaltante abbia, dapprima, opposto alla Amec ragioni di urgenza della consegna lavori (pena la perdita dei finanziamenti pubblici) e poi abbia proposto, essa stessa, alla nuova aggiudicataria una proroga della data di stipulazione del contratto, non tanto legata alla pendenza dei giudizi ma a problematiche (di incerta definizione) tutte proprie della concorrente».
Gli interessi dell’impresa concordataria e l’interesse pubblico
Il diverso atteggiamento della stazione appaltante conduce alla situazione che vede da una parte l’interesse pubblico e, dall’altra, l’interesse dell’impresa concordataria: «Non appare in definitiva al collegio sostenibile, a norma di legge, che il fisiologico andamento di una gara pubblica debba essere de plano subordinato alle tempistiche (oltre che alle incertezze) di una procedura concordataria quando tali tempistiche restano di fatto incompatibili con quelle proprie dell’evidenza pubblica; nel caso di specie, come detto, si è reso necessario un non previsto “congelamento” della gara, con obbligo della stazione appaltante di adottare provvedimenti e comportamenti tra loro contraddittori; l’incompatibilità con le esigenze dell’opera pubblica di una ingiustificata attesa nella stipulazione del contratto risulta palese anche se si considera che l’art 6 della convenzione stipulata tra il Comune di Torino, Infra.To e il Ministero delle infrastrutture per il finanziamento dell’opera impone, pena la perdita dei finanziamenti, non solo la cantierizzazione entro il 31.12.2018 (già di per sé contraddittoria con la successiva dilazione nella stipulazione del contratto) ma anche il rispetto di una specifico cronoprogramma e la possibilità di revoca ove i finanziamenti non siano utilizzati entro precise tempistiche».
La richiesta al tribunale fallimentare
Dalla ricostruzione della vicenda fatta dai giudici, sulla base della documentazione di gara, la stazione appaltante è stata molto disponibile nei confronti del raggruppamento Astaldi-Nbi, dopo che Astaldi ha presentato richiesta di concordato in bianco. Disponibilità dimostrata proponendo unilateralmente una proroga di 60 giorni per attendere la cauzione definitiva e la polizza assicurativa. La stazione appaltante ha atteso anche due decreti del tribunale fallimentare emessi rispettivamente il 6-7 dicembre 2018 e il 17 dicembre 2018. Il primo autorizza Astaldi a sottoscrivere il contratto e contrarre la polizza definitiva e la fideiussione a fronte dell’anticipazione del 20%. Il secondo decreto attesta la convenienza («ovvia», commentano i giudici del Tar) per i creditori di Astaldi alla stipula del contratto.
Peccato che il primo decreto non tiene conto della situazione di Astaldi in qualità di mandataria. Nel secondo decreto, pur segnalando la posizione di Astaldi come mandataria, questo dato, dicono i giudici «resta ignorato e, ammesso che una valutazione esplicita o implicita della problematica vi sia stata, il provvedimento si porrebbe in contrasto con la già citata sentenza Cass. SU n. 33013/2018».
L’interesse pubblico subordinato a quello del singolo concorrente
«In sostanza – riassumono i giudici – la stazione appaltante e la Astaldi interpretano la normativa come se la stessa imponesse in ogni caso alla stazione appaltante di attendere tutte le esigenze ed i tempi di una procedura concordataria, anche quando questi ultimi collidono palesemente con le scadenze fisiologiche e l’interesse della procedura di gara, imponendo un rallentamento di mesi e di fatto subordinando sempre l’interesse pubblico all’esecuzione di un’opera a quello di un singolo concorrente e dei suoi creditori, per quanto rilevanti». Quanto poi alla considerazione data dalla stazione appaltante ai decreti del tribunale i giudici non possono non ricordare che «il Tribunale fallimentare è deputato a valutare la convenienza dei creditori, non certo quella della procedura di evidenza pubblica, che con la prima deve essere bilanciata; è ordinariamente compito della stazione appaltante valutare l’interesse pubblico sotteso alla procedura di gara; nel caso specifico il bilanciamento degli interessi potenzialmente contrapposti (essendo ovvio che, in una gara della portata di quella per cui è causa, sarebbe precipuo interesse della stazione appaltante avere un contraente in bonis) è stato esplicitato dal legislatore».
Di più: «Anche volendo interpretare il riferimento alla “partecipazione” dell’impresa nel senso più ampio, per salvaguardare l’impresa, resta l’esigenza di non imporre, per contro, alla gara pubblica la salvaguardia di un singolo concorrente oltre i limiti in cui ciò indurrebbe una paralisi del suo fisiologico dipanarsi; tale ipotesi, infatti, confliggerebbe apertamente con le finalità proprie dell’evidenza pubblica (tra cui spiccano l’efficienza, la celerità, la par condicio dei concorrenti), ed oltretutto si realizzerebbe in un contesto in cui l’unica valutazione prevista è quella del Tribunale fallimentare, interprete delle sole ragioni dei creditori, il quale, come detto, si limita a rimuovere un limite di capacità del concorrente ma non incide certo sulla gestione della gara da parte della stazione appaltante».
LA PRONUNCIA DEL TAR PIEMONTE N.260/2019 © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

12/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Cantieri Cmc in Sicilia, lavori ripartiti ma l’acconto di 10 milioni alle imprese non è ancora arrivato

Nino Amadore

Agrigento-Caltanissetta, Palermo-Ag, metrò Catania. I crediti ammontano a 50 milioni, l’accordo con i creditori prevedeva lo sblocco di 10

I lavori sono ripartiti ormai da qualche giorno, da quando cioè le imprese locali raggruppate nel comitato delle imprese creditrici di Cmc, hanno accolto le richieste dei governi nazionale e regionale, di Anas e della stessa Cmc, e di riavviare subito i cantieri in Sicilia. E sono ripartiti sia sulla Statale Agrigento-Caltanissetta dove oggi arriveranno il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, sia sulla Palermo-Agrigento che nella Metropolitana di Catania. Il premier Conte, ieri, ha fatto riferimento solo alla Agrigento-Caltanissetta: «Sarò in Sicilia – ha detto – per sbloccare un cantiere che è altrettanto strategico, nella mia opinione e in quella degli esperti più strategico della Tav». Un annuncio che ha colto di sorpresa i rappresentanti delle aziende creditrici di Cmc (una settantina nei tre cantieri e quasi 2.500 addetti) che da mesi portano avanti la battaglia per essere pagate dalla cooperativa per i lavori fatti: la Cmc, come è noto, è in concordato preventivo. La decisione di far ripartire i cantieri, è stata spiegata con l’esigenza di impedire che l’Anas «revochi gli appalti al gruppo Cmc per inadempienza contrattuale».

Una decisione, hanno spiegato, assunta nonostante le imprese non abbiano ancora ricevuto il promesso acconto sugli oltre 50 milioni di crediti «dando per certo che Anas manterrà l’impegno di pagare velocemente i Sal affinchè possa essere versato un acconto di 10 milioni ai fornitori strategici». Il termine per il versamento scade oggi. Il punto è proprio questo: i pagamenti per i lavori fatti. Per regolarizzare la situazione sulla Agrigento-Caltanissetta servono almeno 30 milioni. © RIPRODUZIONE RISERVATA