Rassegna stampa 07 marzo 2019

06/03/2019 12.03 – Quotidiano Enti Locali e Pa

Società in crisi, così la giurisprudenza allarga le maglie dei salvataggi pubblici

Con alcune massime in ordine al fallimento delle società di capitali, la recente giurisprudenza ha messo in luce alcune divergenze tra il diritto civile e il diritto speciale in vigore per le società a partecipazione pubblica, specie dopo che il testo unico ha sciolto i dubbi in ordine all’assoggettabilità di quelle società alle norme sul fallimento e sul concordato preventivo. In questa logica, il testo unico ha sancito che entro un anno dalla data di entrata in vigore del decreto «il conservatore del registro delle imprese cancella d’ufficio dal registro delle imprese, con gli effetti previsti dall’articolo 2495 del codice civile, le società a controllo pubblico che, per oltre 3 anni consecutivi, non abbiano depositato il bilancio d’esercizio ovvero non abbiano compiuto atti di gestione». La norma prosegue stabilendo che prima di procedere alla cancellazione, il conservatore comunica l’avvio del procedimento agli amministratori o ai liquidatori, che possono, entro 60 giorni, presentare formale e motivata domanda di prosecuzione dell’attività, corredata dell’atto deliberativo dei soci pubblici. Ove la presentazione della domanda sia regolare, il conservatore non dà seguito al procedimento di cancellazione, fermo restando che sullo stato di attuazione del disposto è prevista una dettagliata informativa alla struttura di controllo del Mef, a cura di Unioncamere. È inevitabile interrogarsi sulla facoltà di impedire la cancellazione dal registro delle imprese delle società prive di bilancio da oltre 3 anni, ove il socio o i soci pubblici si oppongano alla procedura mediante «formale e motivata domanda di prosecuzione dell’attività». Di contro, la recente giurisprudenza non sembra affatto favorevole a ritardare «il certificato di morte» per le società che da tempo siano divenute inattive.Per esempio, la Corte d’appello di Catania ha affermato che «il mancato deposito dei bilanci degli ultimi 3 anni costituisce di per sé elemento fattuale tale da comportare automaticamente la dichiarazione di fallimento».Sulla base di questo assunto, è stato rigettato il reclamo di una società dichiarata fallita che sosteneva l’infondatezza di un siffatto automatismo, e che adduceva a sostegno del ricorso impedimenti fisici e cause di forza maggiore che avrebbero impedito alla società stessa di depositare il bilancio nell’ultimo triennio. Nella pronuncia, i giudici osservano che la prova del possesso dei fatti impeditivi alla dichiarazione di fallimento, sulla base delle scritture contabili obbligatorie, non può che gravare sull’imprenditore.Con simile rigore la Cassazione ha sancito che in tema di fallimento, ai fini della prova della sussistenza dei requisiti di non fallibilità, i bilanci degli ultimi 3 esercizi che l’imprenditore è tenuto a depositare sono quelli già approvati e depositati nel registro delle imprese. Mentre, dunque, il diritto civile e la giurisprudenza di merito fanno carico al soggetto economico di addurre la difficile prova circa la sussistenza dei requisiti della non fallibilità, nel caso delle società pubbliche è sufficiente la «formale e motivata domanda di prosecuzione dell’attività» formulata dalla Pa con delibera consiliare per “salvare” la società pubblica dalla cancellazione d’ufficio dal registro delle imprese. Circa i contenuti della domanda, nulla dice il Dlgs 175/2016 lasciando perciò spazio alla discrezionalità sia della Pa richiedente, sia dell’organo giudicante. Si tratta, in definitiva, di un singolare «favor legis» per le partecipate che versino in una situazione di crisi aziendale, e che si spiega soltanto con l’esitazione più volte dimostrata dal nostro legislatore sia nel tagliare i rami secchi a livello periferico della Pa, sia nel contrastare le sacche di inefficienza che derivano dal cattivo impiego dello strumento societario da parte degli enti locali.

07/03/2019 – Corriere della Sera
Acea, il miglior bilancio della storia Utili, più 50%

«Si chiude un anno importante per noi, il migliore di sempre». Stefano Donnarumma, amministratore delegato del gruppo Acea, commenta così i dati 2018, che hanno visto un risultato netto in crescita del 50% a 271 milioni. Il bilancio registra ricavi consolidati pari a 3,028 miliardi, in aumento dell’ 8%, l’ ebitda in crescita dell’ 11% a 933 milioni. Gli investimenti salgono del 19% a 631 milioni. L’ indebitamento finanziario netto si attesta a 2,568 miliardi. Il dividendo proposto è pari a 0,71 euro per azione, con un incremento del 13% rispetto al 2017 e un payout del 56%. Quanto al 2019, Acea prevede risultati in ulteriore crescita. In particolare, la guidance stima un aumento dell’ ebitda tra il 5% e il 6%, un incremento degli investimenti di oltre il 10% e un indebitamento finanziario netto a fine anno compreso tra 2,85 miliardi e 2,95 miliardi. «La forte spinta impressa dalle aree operative, che si sono sempre mosse seguendo i valori dell’ innovazione, dell’ evoluzione tecnologica e della sostenibilità», ha aggiunto Donnarumma, «ha permesso di rivedere più volte al rialzo, nel corso del 2018, la guidance. Siamo inoltre in largo anticipo sulle tappe fissate dal piano industriale presentato nel novembre 2017 grazie al grande lavoro portato avanti con dedizione e competenza dal management e da ogni singolo dipendente, insieme alla presidente Michaela Castelli e a tutto il consiglio, sempre supportati da azionisti e stakeholder». L’ incremento dei risultati economici «e finanziari e il miglioramento registrato nella qualità del servizio verso i clienti, ci impongono di presentare a breve un sostanziale aggiornamento del piano industriale con obiettivi ancor più sfidanti», ha sottolineato il top manager. «Resta sempre poi la ferma volontà dell’ azienda di portare avanti, con determinazione e professionalità, in armonia con le comunità locali, tutti i passaggi necessari per la realizzazione della seconda linea dell’ acquedotto del Peschiera, attesa da decenni, che metterà in sicurezza il fabbisogno idrico della capitale almeno per i prossimi cento anni».

07/03/2019 – Trentino
«Contratto inaccettabile»

La protesta in piazza Podestà. Il sindacato contesta l’ appalto del servizio di lettura contatori di Dolomiti Energia «Il bando di gara non tutela i nove lavoratori: perderanno 1000 euro l’ anno di stipendio e il contratto a tempo indeterminato»
michele stinghenROVERETO. In consiglio comunale per chiedere al sindaco di bloccare l’ appalto per i letturisti di Dolomiti Energia. Ieri i rappresentanti della Filcams Cgil hanno tenuto un presidio in occasione del consiglio comunale, con la richiesta all’ amministrazione di intervenire presso Dolomiti Energia e chiedere – in qualità di socio di maggioranza assieme al Comune id Trento – di rivedere interamente il bando di gara per la lettura dei contatori. I cui addetti rischiano di ritrovarsi un contratto nettamente peggiore del precedente, di passare da tempo indeterminato a determinato, di perdere netti 1000 euro l’ anno di stipendio, di perdere diritti, di essere assunti con base a Belluno e persino di dover andare a fare le letture dei contatori con la propria macchina. E dire che l’ azienda che aveva in precedenza l’ appalto per i nove letturisti era la cooperativa roveretana Nircoop, che li aveva assunti con il contratto multiservizi a tempo indeterminato. Peccato però che Dolomiti Energia si sia dimenticata di inserire nel bando di gara le clausole sociali: in virtù di ciò la nuova azienda vincitrice dell’ appalto, la Barbagli Srl con sede a Firenze, può offrire ai lavoratori un contratto diverso da quello nazionale, risparmiando su stipendi e diritti. La Cgil, contattata dai lavoratori, è sul piede di guerra; ma, persino prima della battaglia per i nove letturisti, ritiene questa vertenza decisiva perché se passasse costituirebbe un precedente gravissimo. «Che Dolomiti Energia, azienda tra le più importanti della regione, si permetta di fare un bando togliendo le clausole sociali, sarebbe un precedente pericolosissimo – dice Roland Caramelle della Filcams – ma per noi un appalto del genere è semplicemente illegittimo e da rifare, perché ci sono fior di sentenze in questi casi che hanno dato torto a chi lo ha fatto. Ma prima di andare in giudizio, devono essere i Comuni soci di maggioranza di Dolomiti Energia, a intervenire, perché una situazione del genere non è accettabile». La Barbagli avrebbe dovuto assumere già dallo scorso 1 marzo i nove lavoratori; l’ appalto è stato però prorogato per un mese a Nircoop. Barbagli propone un contratto a tempo determinato con periodo di prova di 75 giorni, a persone che già avevano il tempo indeterminato in questo incarico. Non solo: offrirebbe un salario inferiore ai minimi tabellari stabiliti dal Ministero. Applicherebbe infatti uno di quei contratti cosiddetti “pirata”, firmati da organizzazioni sindacali minori. Sarebbe peggiorativo su vari fronti oltre che su quello economico; basti pensare all’ assenza di mezzi aziendali con richiesta di girare per i controlli su mezzi propri. I sindacalisti hanno già interessato l’ amministrazione di Trento, dove sono stati ascoltati dal sindaco Andreatta e dalla commissione di vigilanza sulla trasparenza, e ieri erano a palazzo Pretorio. «Tutta la legislazione nazionale e svariate sentenze hanno stabilito che sono illegittime delle offerte con il costo del lavoro inferiore ai minimi del ministero, al di là della mancanza nel bando delle clausole sociali. Basta questo per rendere illegittimo l’ appalto a Barbagli – dice Caramelle – una simile violazione in un’ azienda così importante come Dolomiti Energia non è accettabile». Caramelle ha ribadito ieri che si è in tempo per “rimettere le cose a posto”. «Non ci interessa sapere se il bando sia stato scritto così per volontà precisa o per superficialità va cancellato e rifatto. Non voglamo soluzioni pasticciate. Se i Comuni tacessero, diventerebbe volontà politica di non intervenire per ripristinare la legalità». M.S.

07/03/2019 – Il Sole 24 Ore
Partecipate Cdp, ad confermati Snam e Italgas, nuovi presidenti

Cda Fincantieri: al timone ancora il duo Bono-Massolo Resta l’ ad di Cassa Palermo Dell’ Acqua e Dal Fabbro al posto degli uscenti Bini Smaghi e Malacarne
Nessuno scossone ai vertici delle principali partecipate di Cassa depositi e prestiti come da voci della vigilia. Dai cda di Cassa e di Cdp Reti (il veicolo che ha in pancia le quote di Snam, Italgas e Terna) convocati ieri, arriva così la conferma di Giuseppe Bono e Giampiero Massolo nei ruoli di ad e presidente di Fincantieri, mentre in Snam e Italgas c’ è il via libera a un altro triennio per Marco Alverà e Paolo Gallo, affiancati, rispettivamente, da Luca Dal Fabbro e Alberto Dell’ Acqua che andranno a sostituire i presidenti uscenti Carlo Malacarne e Lorenzo Bini Smaghi. Dopo settimane di schermaglie tra Lega e Cinquestelle attorno al ceo di Fincantieri – con la prima schierata con il top manager calabrese, a sostegno del quale è sceso comunque in campo un fronte trasversale tra politica, industria e sindacato, mentre alcuni esponenti pentastellati sollecitavano un segnale di discontinuità nella governance – Bono incassa quindi un nuovo mandato, il sesto consecutivo alla guida del gruppo che ha risanato e rilanciato facendone uno dei leader della cantieristica europea e mondiale. E il disco verde giunge anche per Massolo, diplomatico di lungo corso. Tra i consiglieri risultano poi confermati l’ ad della stessa Cdp, Fabrizio Palermo (che è stato anche vice dg e cfo del gruppo triestino), e Massimiliano Cesare, l’ avvocato napoletano designato nei giorni scorsi presidente di F2i dalla stessa Cassa per un altro mandato. Nel comunicato diffuso ieri figurano poi tre donne: Federica Seganti, docente di Finanza del Mib Trieste School of Management e consigliere di Hera, al primo posto della lista e dunque sicuramente cooptata nel nuovo board (in base allo statuto dalla lista che ottiene la maggioranza vengono tratti i due terzi dei nove consiglieri previsti in cda), come pure Federica Santini, presidente di Trenord e direttore Strategie, innovazione e sistemi di Italferr (gruppo Fs), in sesta posizione, mentre alla settima figura Barbara Alemanni, consigliere di Borsa Italiana e docente della Sda Bocconi School of Management. In Snam, restano, oltre all’ ad Alverà, anche Alessandro Tonetti, vice dg di Cdp, e Yunpeng He, il consigliere espresso da State Grid Corporation of China che detiene il 35% di Cdp Reti (ed esprime un suo rappresentante anche nei cda di Italgas e Terna, peraltro lo stesso manager cinese). Alla presidenza arriverà Luca Dal Fabbro, la cui candidatura, in quota Cinquestelle, era già circolata anche per il Gse (Gestore dei servizi energetici) e che siede nel board di Terna. Nella lista di Cdp Reti, dalla quale, stabilisce lo statuto di Snam, se otterrà la maggioranza in assemblea, «saranno tratti nell’ ordine progressivo con cui sono elencati i sette decimi degli amministratori da eleggere (sei su nove, ndr)», figurano poi anche l’ avvocato Francesca Pace, il presidente dell’ Aeroporto Friuli Venezia Giulia e amministratore unico di Partners4Energy, Antonio Marano, la responsabile della Cooperazione internazionale allo sviluppo della stessa Cdp, Antonella Baldino, e, sempre da Cdp, ma dalla direzione legale, l’ avvocato Francesca Fonzi (queste ultime due, però, alla settima e ottava posizione della lista). In Italgas, infine, la quadratura del cerchio passa attraverso la riconferma del ceo Gallo e dei consiglieri Maurizio Dainelli e Paola Annamaria Petrone, oltre al rappresentante del colosso cinese State Grid, Yunpeng He, come per Snam. I nuovi innesti sono invece rappresentati da Veronica Vecchi, in arrivo dalla Sda Bocconi School of Management come il neo presidente Dell’ Acqua – il nome di quest’ ultimo, sostenuto dalla Lega, era già emerso anche per la guida della Consob – e dall’ ex ambasciatore Giandomenico Magliano. Nelle ultime due posizioni della lista dei nove candidati di Cdp Reti (dalla quale saranno pescati i primi sette se otterrà la maggioranza in assise), ci sono poi i nomi di Patrizia Michela Giangualano, membro del consiglio di sorveglianza di Ubi Banca, e di Nicolò Dubini, consigliere di Parmalat, Banco Desio e Sorgenia. Rinnovati, poi, anche i collegi sindacali di Snam e Italgas: nella spa dei gasdotti entreranno, come candidati alla carica di sindaci effettivi, Gianfranco Chinellato e Donata Patrini (come supplente il nome proposto è quello di Maria Gimigliano); nella società di distribuzione gas, invece, come sindaci effettivi figurano Maurizio Di Marcotullio e Marilena Cederna (già sindaco supplente di Italgas fino alle sue dimissioni a marzo 2017) e come supplente Stefano Fiorini. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Celestina Dominelli

07/03/2019 – Corriere della Sera
Bono e Massolo per Fincantieri Alverà confermato alla Snam

Il Tesoro pubblica le liste per le nomine alle assemblee, Gallo al vertice di Italgas
Tris di conferme per gli amministratori delegati di Fincantieri, Snam e Italgas. Ieri la Cassa depositi e prestiti ne ha indicato i nomi nelle liste che saranno sottoposte alle assemblee per i prossimi rinnovi. Restano così al loro posto Marco Alverà in Snam, Paolo Gallo in Italgas e Giuseppe Bono in Fincantieri. Quest’ ultimo totalizza così il suo sesto mandato. Accanto a lui, l’ azionista pubblico ha voluto che restasse il presidente Giampiero Massolo. Cambiano invece i presidenti delle altre due società: in Italgas a Lorenzo Bini Smaghi succede Alberto Dell’ Acqua; in Snam Luca Dal Fabbro prende il posto di Carlo Malacarne. Ma novità ci sono anche tra gli altri candidati indicati nelle liste. Quella di Fincantieri, di cui Cdp possiede tramite Fintecna il 77,50%, presenta tra i sette nominativi due altre conferme: l’ ad di Cdp, Fabrizio Palermo, e Massimiliano Cesare. New entry sono Federica Santini e le consigliere indipendenti Barbara Alemanni e Federica Segnati. Tra le uscite, quella di Donatella Treu. Il cda, che oggi è composto da nove membri, passerà a undici. Il compenso annuo lordo per ciascuno degli amministratori sarà di 50 mila euro, oltre al rimborso delle spese. In Snam, società pubblica, tramite Cdp Reti Spa, al 30,37%, oltre all’ ad, vengono confermati i nomi di Alessandro Tonetti e Yunpeng He. Il neopresidente, Luca Dal Fabbro, è un ingegnere con esperienze manageriali, avendo ricoperto il ruolo di responsabile di Enel Energia e amministratore delegato di e.on Italia. Attualmente è nel consiglio di Terna. Nel 2017 ha pubblicato il libro L’ economia del girotondo su economia circolare e cambiamento climatico. Gli viene attribuito il sostegno del M5S. Tra le novità nel futuro consiglio, oltre a Francesca Pace, Antonella Baldino e Francesca Fonzi, c’ è Antonio Marano, leghista della prima ora e lungamente presente in Rai in posizioni manageriali. Il compenso annuo lordo dei consiglieri sarà di 70 mila euro più i rimborsi. Infine in Italgas, dove la partecipazione di Cdp Reti è del 26,045%, oltre all’ ad, restano in lista Yunpeng He, Paola Annamaria Petrone e Maurizio Dainelli. Entrano invece Giandomenico Magliano, Veronica Vecchi, Patrizia Michela Giangualano e Nicolò Dubini. Il compenso annuo sarà di 50 mila euro più i rimborsi-spese. Il nuovo presidente di Italgas, Alberto Dell’ Acqua, docente di Financial management e corporate banking alla Bocconi, è stato coordinatore di uno studio sulle ricadute economiche dell’ Expo 2015. Di recente, interrogato da Lettera43.it sul leader della Lega, ha detto: «Salvini è un politico concreto che pone soluzioni a problemi più che condivisibili». Resta in attesa del rinnovo Ansaldo Energia che è attualmente guidata dall’ ad Giuseppe Zampini e dal presidente Guido Rivolta. Antonella Baccaro

07/03/2019 – Il Messaggero
I costituzionalisti al Colle: danni dall’ Autonomia, il testo passi dalle Camere

Lo Spacca -Italia
Appello a Mattarella, Fico, Casellati: «Il Parlamento emendi la riforma» Rimangono i paletti dei ministri M5S Buffagni: «Dubbi anche sull’ Istruzione»
IL CASO ROMA «Siamo fortemente preoccupati per le modalità di attuazione finora seguite nelle intese sul regionalismo differenziato e per il rischio di marginalizzazione del ruolo del Parlamento, luogo di tutela degli interessi nazionali». È il cuore dell’ accorata lettera inviata al Capo dello Stato, Sergio Mattarella, e ai presidenti delle Camere, Roberto Fico ed Elisabetta Casellati. La missiva è firmata da trenta costituzionalisti. Tra di loro ci sono tre presidenti emeriti della Consulta: Francesco Amirante, Francesco Paolo Casavola e Giuseppe Tesauro. I giuristi si concentrano sul «ruolo del Parlamento anche rispetto alle esigenze sottese a uno sviluppo equilibrato e solidale del regionalismo italiano, a garanzia dell’ unità del Paese». NESSUN DUBBIO Su un punto i trenta costituzionalisti che hanno sottoscritto l’ appello, predisposto dal professore Andrea Patroni Griffi, ordinario all’ Università della Campania Vanvitelli, non hanno dubbi: «Le ulteriori forme di autonomia non possono riguardare la mera volontà espressa in un accordo tra Governo e Regione interessata» perché hanno «conseguenze sul piano della forma di Stato e dell’ assetto complessivo del regionalismo italiano». E i parlamentari, come rappresentanti della Nazione, «devono essere chiamati a intervenire, qualora lo riterranno, anche con emendamenti sostanziali che possano incidere sulle intese, in modo da ritrovare un nuovo accordo, prima della definitiva votazione sulla legge». Era stata proprio Casellati ad anticipare l’ intenzione di voler ascoltare il parere dei costituzionalisti su questa materia «per avere pareri e osservazioni tecniche» Quale dovrà essere l’ iter parlamentare per l’ approvazione delle intese sull’ autonomia differenziata di Veneto, Lombardia e Emilia Romagna resta una questione ancora aperta. È nota però la linea del Quirinale: le Camere dovranno essere protagoniste. E non limitarsi dunque a una semplice approvazione del testo. La strada da percorrere, è stato il consiglio richiesto da Fico a Mattarella, è quella del dibattito in Aula. Con la possibilità di emendare la riforma. Che al momento vede ancora i forti dubbi dei ministri M5S coinvolti per competenze (Ambiente, Trasporti e Sanità). Il pericolo che dall’ Autonomia esca fuori uno Spacca-Italia c’ è, così come la possibilità che la Capitale esca impoverita e spogliata di competenze e risorse dalla riforma. Il sottosegretario agli Affari regionali Stefano Buffagni (M5S) tira il freno sulla scuola: «L’ autonomia è nel contratto di governo e la si deve fare bene, ma sull’ istruzione non si scherza», avverte. «Voglio evitare – spiega – che i soldi degli italiani finiscano alle scuole private». E la Lega? La linea di Matteo Salvini negli ultimi giorni è leggermente mutata: il vicepremier apre alla possibilità di emendare il testo purché non si «smonti» tutto il lavoro fatto finora. Ben consapevole che Luca Zaia, governatore del Veneto, è pronto a non firmare un’ intesa che non lo soddisfi. La ministra leghista Erika Stefani – che questa mattina sarà ascoltata dalla Commissione per le questioni regionali della Camera – ribadisce che l’ autonomia «non è una secessione», né è un intervento «per i ricchi». E garantisce che «non vengono tolti fondi o risorse» alle altre regioni. Sempre oggi il governatore dell’ Abruzzo Marco Marsilio (FdI) discuterà a Napoli con il collega della Campania, Vincenzo De Luca (Pd) pronto a tutto pur di non far passare la legge. IL NAZARENO Ma c’ è anche un fronte Pd che inizia a prendere quota. Sempre in giornata il presidente della Conferenza delle regioni Stefano Bonaccini sarà sentito dalla Commissione sul federalismo fiscale. Il governatore dell’ Emilia Romagna è parte in causa e il neo segretario del Nazareno Nicola Zingaretti (anche lui presidente del Lazio) dovrà trovare una posizione mediana per tener dentro tutti. La settimana prossima il vertice. Simone Canettieri © RIPRODUZIONE RISERVATA.

07/03/2019 – Italia Oggi
Bandi pubblici a misura di giovani

Aprire i concorsi ai giovani talenti, garantire una maggiore concorrenza e permettere alle pmi l’ accesso al mondo dei lavori pubblici. Questi i principi chiave che guidano i «bandi tipo» per i concorsi di progettazione e per l’ affidamento di servizi di architettura ed ingegneria redatti dal gruppo «lavori pubblici» della Rete delle professioni tecniche. I bandi tipo, redatti in applicazione del codice dei contratti e delle linee guida Anac, forniscono alle stazioni appaltanti uno standard di regole a cui adeguarsi per porre in essere concorsi e gare in pieno accordo con le disposizioni normative. «I bandi tipo», dichiara ad ItaliaOggi Rino La Mendola, coordinatore del tavolo lavori pubblici della Rpt e vice presidente del Consiglio nazionale architetti, «partono da quattro pilastri: aprire il mercato, dare opportunità alle pmi, esaltare la trasparenza e aprire i concorsi ai giovani talenti». Sull’ ultimo punto, in particolare, si è agito sui requisiti finanziari richiesti per accedere alla gara: «i requisiti potranno essere richiesti al professionista dopo che lo stesso abbia vinto la gara», afferma La Mendola. «In questo modo, il soggetto può partecipare anche senza particolari risorse, vincere il bando e trovare le risorse mettendosi insieme ad altri professionisti. L’ obiettivo è restituire il potere contrattuale a chi ha cervello». Oltre a questo, per partecipare ad una gara non si dovrà più versare la cauzione provvisoria e il requisito del fatturato, spesso ostativo per molti giovani professionisti, potrà essere dimostrato con una polizza assicurativa. I bandi tipo offrono, come detto, uno standard normativo a cui le stazioni possono adeguarsi senza, però, avere l’ obbligo di adottarlo. Discorso diverso per quanto riguarda le stazioni siciliane, visto che la giunta regionale ha adottato dei propri bandi tipo che dovranno essere obbligatoriamente adottati nella definizione di gare pubbliche (si veda ItaliaOggi del 19/12/2018). L’ obiettivo della Rpt è quello di spingere tutte le regioni italiane a seguire l’ esempio della Sicilia. A questo mira l’ incontro che si terrà oggi a Roma tra il Consiglio nazionale degli architetti, l’ Anci, l’ Anac, Itaca e alcuni assessori e dirigenti delle regioni italiane. «Il nostro auspicio», commenta La Mendola, «è che le regioni, come già accaduto in Sicilia, adottino bandi tipo efficaci per l’ affidamento di Servizi architettura e ingegneria ai liberi professionisti, segnando così una chiara inversione di tendenza rispetto a quelle politiche che puntano a misure come la «Struttura unica di progettazione» voluta dal Governo Conte. Struttura che», conclude il vicepresidente, «centralizzando la progettazione presso la Pa, rischia di soffocare capacità, visioni strategiche e competenze che vengono, invece, esaltate solo dalla concorrenza nelle procedure di affidamento ai liberi professionisti e in particolare attraverso i concorsi di progettazione». MICHELE DAMIANI

07/03/2019 – ANSA
Tav, l’accordo non c’è. Palazzo Chigi: ‘Emerse criticità’

‘Necessaria l’interlocuzione con gli altri soggetti che partecipano al progetto’. Al Senato l’esame delle mozioni. Renzi: ‘Basta cincischiare, si dica Si o No’. No Tav: ‘Bandi Telt saranno considerati ‘atti ostili”

All’indomani del vertice sulla TAV, Palazzo Chigi fa sapere che “Sono emerse criticità che impongono un’interlocuzione con gli altri soggetti partecipi del progetto, al fine di verificare la perdurante convenienza dell’opera e, se del caso, la possibilità di una diversa ripartizione degli oneri economici, originariamente concepita anche in base a specifici volumi di investimenti da effettuare nelle tratte esclusivamente nazionali. Saranno necessari ulteriori incontri non essendoci un accordo finale. All’esito del confronto si è convenuto che l’analisi costi-benefici sin qui acquisita pone all’attenzione del Governo il tema del criterio di ripartizione dei finanziamenti del progetto tra Italia, Francia e Unione Europea. A distanza di vari anni dalle analisi effettuate in precedenza e, in particolare, alla luce delle più recenti stime dei volumi di traffico su rotaia e del cambio modale che ne può derivare, sono emerse criticità”.

“Crisi di governo no. Ma vertice infruttuoso sì. Ci riproviamo oggi”. Così il leader del Movimento 5 Stelle e vicepremier Luigi Di Maio ad Affaritaliani.it, a proposito della riunione a Palazzo Chigi sulla Tav, che non ha portato ad alcuna decisione. Poi, alla domanda ‘Come se ne esce?’ Di Maio risponde: “E’ tosta”.

Ieri cinque ore di vertice sulla Tav non erano bastate e resta lo stallo: non c’è ancora una mediazione tra M5s e Lega. Ora si pensa ad un un approfondimento giuridico sui bandi di Telt e ad un confronto con la Francia, con possibile vertice bilaterale, sui criteri di finanziamento dell’opera. Ma Di Maio e Salvini lasciano Palazzo Chigi scuri in volto. Mentre il premier Conte, che ha promesso una decisione entro venerdì, per ora non parla. Ma lunedì il cda di Telt dovrà dare il via libera ai bandi. In gioco, ricorda la commissione Ue, ci sono 800 milioni di euro che, in caso di mancato avvio delle gare, l’Italia potrebbe perdere.

Intanto al via in Aula al Senato l’esame delle mozioni sulla Tav. Quattro i documenti presentati. Tre sono delle opposizioni: Pd, FI e FdI. Mentre Lega e M5s hanno presentato una mozione unica, firmata dai due capigruppo: il leghista Massimiliano Romeo e il pentastellato Stefano Patuanelli, del tutto analoga a quella già approvata dalla Camera. La mozione di maggioranza impegna il Governo a “ridiscutere integralmente il progetto della linea Torino-Lione, nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”.

All’indomani del vertice sulla TAV, Palazzo Chigi fa sapere che “Sono emerse criticità che impongono un’interlocuzione con gli altri soggetti partecipi del progetto, al fine di verificare la perdurante convenienza dell’opera e, se del caso, la possibilità di una diversa ripartizione degli oneri economici, originariamente concepita anche in base a specifici volumi di investimenti da effettuare nelle tratte esclusivamente nazionali. Saranno necessari ulteriori incontri non essendoci un accordo finale. All’esito del confronto si è convenuto che l’analisi costi-benefici sin qui acquisita pone all’attenzione del Governo il tema del criterio di ripartizione dei finanziamenti del progetto tra Italia, Francia e Unione Europea. A distanza di vari anni dalle analisi effettuate in precedenza e, in particolare, alla luce delle più recenti stime dei volumi di traffico su rotaia e del cambio modale che ne può derivare, sono emerse criticità”.

“Crisi di governo no. Ma vertice infruttuoso sì. Ci riproviamo oggi”. Così il leader del Movimento 5 Stelle e vicepremier Luigi Di Maio ad Affaritaliani.it, a proposito della riunione a Palazzo Chigi sulla Tav, che non ha portato ad alcuna decisione. Poi, alla domanda ‘Come se ne esce?’ Di Maio risponde: “E’ tosta”.

Ieri cinque ore di vertice sulla Tav non erano bastate e resta lo stallo: non c’è ancora una mediazione tra M5s e Lega. Ora si pensa ad un un approfondimento giuridico sui bandi di Telt e ad un confronto con la Francia, con possibile vertice bilaterale, sui criteri di finanziamento dell’opera. Ma Di Maio e Salvini lasciano Palazzo Chigi scuri in volto. Mentre il premier Conte, che ha promesso una decisione entro venerdì, per ora non parla. Ma lunedì il cda di Telt dovrà dare il via libera ai bandi. In gioco, ricorda la commissione Ue, ci sono 800 milioni di euro che, in caso di mancato avvio delle gare, l’Italia potrebbe perdere.

Intanto al via in Aula al Senato l’esame delle mozioni sulla Tav. Quattro i documenti presentati. Tre sono delle opposizioni: Pd, FI e FdI. Mentre Lega e M5s hanno presentato una mozione unica, firmata dai due capigruppo: il leghista Massimiliano Romeo e il pentastellato Stefano Patuanelli, del tutto analoga a quella già approvata dalla Camera. La mozione di maggioranza impegna il Governo a “ridiscutere integralmente il progetto della linea Torino-Lione, nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”.

Tav, verso richiesta bilaterale con Francia su fondi

“Il lancio delle gare Telt (con o senza clausole, notoriamente inapplicabili) – si legge in un comunicato di Presidio Europa, una articolazione del movimento No Tav in Valle di Susa – sarà interpretato dal territorio come atto politicamente ostile e con conseguenze politiche irreversibili. Qualora Telt procedesse comunque al lancio delle gare – è il testo – questo si tradurrebbe in una completa sconfessione dell’operato dell’attuale titolare del MIT e del suo staff. In base a quanto esplicitamente previsto dai Regolamenti Cef, Italia e Francia hanno tutte le prerogative per richiedere una revisione dei programmi di investimento sulla base di Acb che indichino il mutamento dei presupposti”.

“Basta cincischiare – ha detto Matteo Renzi  si dica o si o no. C’è un signore che si chiama Danilo Toninelli che blocca l’Italia. E’ emblematica la vicenda della TAV. Io ho sempre detto che il percorso iniziale era eccessivo, e infatti lo abbiamo ridotto per 2,5 miliardi e 25 chilometri. Ma non puoi avere tutta Europa collegata e quel pezzettino no. E poi perché? Perché M5s hanno già inghiottito troppi rospi, Tap, Ilva. SI sono arresi alla realtà, e ora è rimasta la Tav. Signori del Nord che votate Salvini, ‘qui si varrà la vostra nobilitate’; o Salvini mostra leadership o si blocca tutto”.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

07/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Rotazione sottosoglia, niente inviti al gestore uscente (anche se scelto con gara)

Mauro Salerno

Consiglio di Stato: non importa il tipo di procedura utilizzata per la selezione originaria, ma la rendita di posizione derivante dalla gestione dell’appalto

Anche se all’origine è stato scelto con gara il gestore uscente di un appalto sottosoglia non deve essere invitato alla procedura per la riassegnazione della commessa. È quanto chiarisce il Consiglio di Stato con lasentenza n.1524/2019, pubblicata lo scorso 5 marzo.

Il caso nasce dalla protesta del vecchio appaltatore non invitato alla nuova selezione. Secondo l’impresa promotrice del ricorso il principio di rotazione, con divieto di reinvito, potrebbe trovare applicazione solo nel caso in cui il vecchio gestore fosse stato scelto tramite affidamento diretto o procedura negoziata.

Il Consiglio di Stato non la vede così. La sentenza chiarisce innanzitutto che negli appalti sottosoglia «l’obbligatorietà del principio di rotazione va confermata come principio generale» perché «trova fondamento nell’esigenza di evitare il consolidamento di rendite di posizione in capo al gestore uscente, la cui posizione di vantaggio deriva dalle informazioni acquisite durante il pregresso affidamento». Mentre non hanno alcun valore «le modalità di
affidamento, di tipo “aperto”, “ristretto” o “negoziato”, soprattutto nei mercati in cui il numero di operatori economici attivi non è elevato». Per i giudici a contare è «il fatto oggettivo del precedente affidamento in favore di un determinato operatore economico, non anche la circostanza che questo fosse scaturito da una procedura di tipo aperto o di
altra natura» .

Pertanto, «anche al fine di dissuadere le pratiche di affidamenti senza gara, – tanto più ove ripetuti nel tempo, che ostacolino l’ingresso delle piccole e medie imprese,
l’invito all’affidatario uscente riveste carattere eccezionale».

Al contrario «per effetto del principio di rotazione l’impresa che in precedenza ha svolto un
determinato servizio non ha più alcuna possibilità di vantare una legittima pretesa ad essere invitata ad una nuova procedura di gara per l’affidamento di un contratto pubblico di importo inferiore alle soglie di rilevanza comunitaria, né di risultare aggiudicataria del relativo affidamento». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

07/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Consiglio di Stato vs Anac: no all’esclusione delle imprese per risolvere i conflitti di interesse in gara

Mauro Salerno

Parere sulle sulle linee guida dell’Autorità. Tra le richieste quella di standardizzare i casi a rischio. Bocciata l’idea di ripetere la dichiarazione gara per gara

I casi che possono essere interpretati come conflitto di interesse tra funzionari della Pa e imprese partecipanti a una gara d’appalto devono essere chiariti meglio e anzi standardizzati in modo da aiutare le stazioni appaltanti a riconoscerli. Inoltre, non deve passare l’idea che per risolvere un problema interno alla Pa (la presenza di funzionari in conflitto di interesse) si possa arrivare facilmente a decidere di escludere un concorrente. Al contrario questa ipotesi deve essere valutata solo come extrema ratio. Infine non va bene neanche l’indicazione di far ripetere ai funzionari pubblici le dichiarazioni sull’inesistenza di conflitti gara per gara: si rischia di ingolfare troppo le procedure. In estrema sintesi sono questi i punti più importanti toccati dal Consiglio di Stato nel parere sulle linee guida messe a punto dall’Anac per regolare i conflitti di interesse nel settore degli appalti pubblici(articolo 42 del Dlgs 50/2016). Oltre a una serie di rilievi formali, nel documento di 23 pagine dedicato a da analizzare le linee guida dell’Autorità, i giudici di Palazzo Spada hanno distillato una serie di indicazioni di merito, invitando l’Anac a rimettere mano in più punti al documento.

Standardizzare i casi di conflitto di interesse
Al primo posto c’è l’invito a «tipizzare» le ipotesi di conflitto di interesse che le norme lasciano alla valutazione discrezionale delle stazioni appaltanti, in modo da uniformare i comportamenti delle Pa. Il Consiglio di Stato rileva come in alcuni casi, le norme sul conflitto di (rapporti di matrimonio o convivenza, parentele, frequentazione abituale, pendenza di cause, rapporti di credito o debito, ecc.) mentre esistono passaggi che
«lasciano all’interprete una notevole discrezione nell’individuazione della situazione di
conflitto di interesse e, quindi, è necessario fornire adeguati elementi di valutazione alla stazione appaltante». Da questo punto, si legge nel parere «le Linee Guida dovrebbero essere implementate», proprio per svolgere al meglio il loro ruolo «quello appunto di fungere da “guida”, anche se non vincolante, alle stazioni appaltanti».

No all’esclusione dei concorrenti
Il secondo punto sottolineato dal Consiglio di Stato è che non la soluzione del conflitto di interesse non può passare per la scorciatoia dell’esclusione dalla gara delle imprese a rischio. Per questo, il parere boccia il passaggio delle linee guida in cui l’Anac «introduce la possibilità della esclusione del concorrente nella ipotesi in cui l’astensione» del dipendente pubblico dalla procedura «non sia considerata sufficiente a impedire il rischio di interferenza». Per il Consiglio di Stato, l’ipotesi di esclusione delle imprese «non è supportata da alcuna norma primaria».Mentre il compito delle linee guida deve essere quello di «fornire indirizzi di comportamento nei confronti delle situazioni di conflitto di interessi» non quello di «disciplinare misure aggiuntive di contrasto alla corruzione propriamente detta». Per questo motivo il parere invita l’Anac a riformulare il passaggio in cui si consente l’eslusione dei concorrenti indicando questa ipotesi come «extrema ratio,
quando sono assolutamente e oggettivamente impossibili sia la sostituzione del soggetto che versa nella situazione di conflitto di interesse, sia l’avocazione dell’attività al responsabile del servizio, sia il ricorso a formule organizzatorie alternative previste dal codice». «L’impossibilità di sostituire il dipendente, di disporre l’avocazione o di ricorrere a formule alternative – si legge ancora , deve essere assoluta, oggettiva, puntualmente ed esaustivamente motivata e dimostrata»

No a ripetere le dichiarazioni gara per gara
Un’altra bocciatura arriva per l’indicazione delle linee guida a ripetere gara per gara le dichiarazioni sostitutive sull’assenza di conflitto di interessi da parte dei funzionari pubblici. Il Consiglio di Stato rileva che in questo modo si rischia di ingolfare e far lievitare i costi delle gare. Per ciascuna gara, sottolineano da Palazzo Spada si tratta «di alcune decine di persone e quindi della crescita abnorme di oneri amministrativi che incidono sui costi della procedura, anche in funzione dei successivi obblighi di verifica e controllo». Allora «per evitare una eccessiva proliferazione di dichiarazioni sostitutive, difficilmente gestibili dalle singole stazioni appaltanti, e di oneri amministrativi» il suggerimento è quello di far rendere la dichiarazione solo al momento dell’assegnazione dell’ufficio con l’obbligo di ripeterla in caso di novità. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

07/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Anas/1. Megalotto 3 Jonica: esecutivo in arrivo a marzo, lavori più vicini

Alessandro Arona

Il progetto dovrà essere verificato e approvato dall’Anas, avvio lavori previsto per l’autunno. Il piano complessivo per la 106

La tormentata storia del Megalotto 3 della ss 106 Jonica (1,33 miliardi di euro, dall’innesto con la Ss 534 a Roseto Capo Spulico), mandato in gara dall’Anas nel 2008 a general contractor (su progetto preliminare) e ancora non arrivato all’apertura dei cantieri, sembra vedere uno spiraglio di luce in fondo al tunnel. L’Anas – da noi sollecitato – fa sapere che la progettazione esecutiva è alla fase finale, e il contraente generale (Astaldi-Salini Impregilo) la completerà entro il mese di marzo.
Dopo l’approvazione da parte del Cipe, il 28 febbraio 2018, del secondo lotto funzionale del megalotto (1.049 milioni di costo complessivo su 1.335 milioni totali), lotto che bloccava l’avvio anche del precedente, la delibera 3/2018è andata in Gazzetta il 2 agosto scorso. A ottobre si è poi aperta una polemica, con l’allora presidente Anas che lamentava ritardi nella consega del progetto esecutivo da parte di Astaldi in conseguenza della crisi finanziaria della società, esplosa a fine settembre con la richiesta di concordato, e la risposta di Astaldi che invece negava ritardi dovuti alla crisi e semplicemente ricordava i tempi tecnici necessari per recepire nell’esecutivo le numerose prescrizioni poste dal Cipe (si veda nella delibera).
La delibera Cipe 3/2018 è fra l’altro interessante, nella parte finale, perché elenca con dettagli tutte le modifiche imposte al progetto dal 2008 al 2018 per quanto riguarda il tracciato e la lunghezza delle gallerie: prima 12,7 km, poi 6,36, poi ancora 8,83 km, 10,05, 11,51, 8,34, infine (nel progetto attuale) 10,36.
Il Ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli ha citato il megalotto 3 della Jonica tra le opere sbloccate in queste settimane dal suo Ministero. La progettazione esecutiva è a un passo dalla consegna, ma molte volte sono stati annunciati D-Day di quest’opera che poi non hanno prodotto l’avvio dei cantieri.
Dopo la consegna degli elaborati da parte del general contractor (60% Astaldi, 40% Salini Impregilo), l’Anas dovrà verificare il rispetto delle prescrizioni Cipe e approvare il progetto in consiglio di amministrazione. Il direttore lavori sarà dell’Anas, come imposto dalla delibera Cipe.
L’Anas prevede che si possa arrivare alla consegna dei lavori per l’autunno, dunque a un avvio effettivo dei lavori per la fine dell’anno. L’impatto su Pil e occupazione si produrrà dunque dal 2020.
Nel frattempo sulla Ionica sono in corso lavori per 111 milioni di euro, e nuovi interventi sono in programma per 503 (finanziati per 253). Si veda la scheda qui sotto.
IONICA, IL PROGETTO
La strada statale 106 “Jonica” collega Reggio Calabria a Taranto, attraverso un percorso di 491 km lungo la fascia litoranea jonica di Calabria, Basilicata e Puglia.
Lungo la statale Jonica, l’Anas ha già completato l’ampliamento a quattro corsie, con spartitraffico centrale, di tutto il tratto ricadente in Puglia (39 km) e in Basilicata (37 km). In Calabria sono stati ampliati a quattro corsie circa 67 km, di cui: 15 km al confine con la Basilicata (tra Rocca Imperiale e Roseto Capo Spulico, in provincia di Cosenza); 5 km a ridosso dei centri abitati di Gabella Grande (frazione di Crotone); 22 km tra lo svincolo di Squillace e lo svincolo di Simeri Crichi (compresi 5,2 km del prolungamento della strada statale 280 “dei Due Mari”); infine 25 km tra Locri e Roccella Jonica (in provincia di Reggio Calabria).
Sempre in Calabria, Anas ha in atto un piano complessivo di riqualificazione dell’arteria, che comprende sia la realizzazione di tratti con due carreggiate separate, ciascuna a due corsie per senso di marcia, sia la messa in sicurezza dell’arteria esistente. Ricordiamo che nel 2015-2016l’Anas ha accantonato la gran parte dei vecchi progetti, che prevedevano per tutta la tratta calabrese mancante una nuova superstrada a doppia carreggiata, per un costo di 5,1 miliardi di euro, sostituendoli invece con l’altrenanza di nuove tratte e la riqualificazione della 106 esistente, con costi ridotti a circa due miliardi:
1) Megalotto 3 da 1.335 milioni (avvio lavori a fine anno)
2) Lavori in corso per 111 milioni (i dettagli a pagina 7 della scheda)
3) Nuovi interventi da avviare per 503 milioni (a pagina 8 della scheda) . L’avvio effettivo dei cantieri seguirà tempi diversi, ma comunque non prima del 2020. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

07/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Anas/2. Ripartono Quadrilatero e Cmc in Sicilia, ma nel 2019 la spesa salirà di poco

Alessandro Arona

Nelle previsioni della società un modesto aumento da 1,15 a 1,4 miliardi, lontano dai due miliardi 2011-2014 e dall’obiettivo di tre miliardi

L’Anas conferma (dopo l’annuncio del Ministro Toninelli) lo sblocco dei lotti Cmc in Sicilia e di quelli di Astaldi per il Quadrilatero, con conseguente riavvio dei cantieri. Chiude un 2018 con aumento dei bandi di lavori, per un valore che sale dai 1.992 milioni del 2017 a 2.132 (+7%), e dopo la crescita 2016 da 985 milioni a 2,2 miliardi (dati Cresme). A gennaio è inoltre uscito il bando record per acordo quadro triennale sui viadotti da 660 milioni.
Eppure la spesa effettiva per investimenti è ai minimi storici, e fatica a risalire.
Nel 2018 il dato consuntivo si è fermato a 1.150 milioni di euro (si veda la tabella) , dato record negativo degli ultimi dieci anni (si veda il servizio per un’analisi sulle cause).
Per il 2019 Anas prevede l’avvio di una ripresa, ma il budget si ferma a un modesto 1,4 miliardi di euro, che confermerebbe gli investimenti effettivi Anas ai minimi degli ultimi dieci anni.
D’altra parte i dati sulle aggiudicazioni Anas 2018 di lavori – il vero dato significativo, più dei bandi, sui cantieri in arrivo – non erano incorraggianti: 124 appalti per 1.263 milioni di euro, -2,3% rispetto ai 1.292 milioni (83 appalti) del 2017, ma in ogni caso una cifra assoluta molto bassa.
Ricordiamo che nel 2011-2014 l’Anas investiva mediamente due miliardi di euro all’anno, e le potenzialità del Contratto di programma 2016-2020 in vigore dal gennaio 2018 sono di una spesa effettiva per nuove opere e manutenzione straordinaria da 2,5/3 miliardi di euro all’anno.
Ma i tempi lunghi delle approvazioni progettuali, la crisi delle imprese e le incertezze della politica (nei vari governi) hanno finora impedito alla macchina di decollare.
Circa i cantieri sbloccati, l’Anas precisa che i cantieri Astaldi sul Quadrilatero ripartiranno entro marzo. Per i cantieri Bolognetta e Empedocle (Cmc in Sicilia) Anas spiega che «Anas aveva incontrato i rappresentanti dell’impresa CMC di Ravenna, delle società di progetto esecutrici e i rappresentanti dei creditori per sbloccare i lavori sulla Agrigento-Caltanissetta e Palermo-Agrigento, due opere infrastrutturali importanti sia per la mobilità sia per lo sviluppo dell’economia dell’isola. I lavori sono ripartiti nei giorni scorsi, grazie all’impegno di tutti i protagonisti del procedimento e alle interlocuzioni avviate dai Ministeri competenti. I pagamenti alle società affidatarie saranno effettuati e garantiti direttamente da Anas che sbloccherà i fondi già accantonati, previa autorizzazione del Tribunale». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

07/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Condotte, Passera: «Ci metteremo qualche decina di milioni. Offerta dopo il bando»

Alessandro Arona

L’Ad di Illimity conferma la cordata con Rizzani e l’interesse per 800 milioni di commesse. Offerta solo dopo il bando commissari

Il ceo (amministratore delegato) di Illimity Bank Corrado Passera ha confermato ieri la sua manifestazione di interesse, insieme al costruttore Rizzani de Eccher, per l’acquisizione di commesse Condotte per un valore residuo di circa 800 milioni (su un totale di tre miliardi rimasti in capo all’ex numero tre delle imprese di costruzione). La banca – ha aggiunto – «ci metterà qualche decina di milioni di euro».
Passera ha però confermato – come anticipato ieri da Edilizia e Territorio – che l’offerta vincolante potrà arrivare solo dopo l’approvazione del piano di rilancio (presentatoi dai commissari) da parte del Mise, e poi dopo la pubblicazione del bando degli stessi commissari per la vendita degli asset.
«Non stiamo pesando di finanziare Condotte che è una società in amministrazione straordinaria» ma nel complesso dei cantieri «che hanno un valore di circa 3 miliardi ne abbiamo identificati alcuni per 800 milioni che hanno le caratteristiche per essere comprati e essere gestiti con un operatore del settore per far sì che non vengano dispersi». Lo ha spiegato il ceo di Illimity, Corrado Passera.
L’ex ministro ha confermato che il partner industriale della proposta è il costruttore Rizzani De Eccher e «noi ci mettiamo alcune decine di milioni di euro per facilitare le operazione».
«È ovvio che sarà una procedura competitiva». «Stiamo seguendo le indicazioni dei commissari – ha precisato a chi gli ha chiesto in che tempi sarà definita l’operazione -. I tempi ce li diranno loro. Tanto prima tanto meglio, perché più il tempo passa più i cantieri si chiudono. Noi siamo pronti da ieri».
L’obiettivo per Passera è «far di tutto per salvare questi cantieri». Nel dettaglio, su circa tre miliardi di euro di lavori, «ce ne sono 800 milioni che hanno le caratteristiche adatti per essere comprati e gestiti assieme a un operatore del settore» per far sì «che tutto questo patrimonio non vada disperso». Per questo, racconta l’a.d., «ci siamo fatti avanti con i commissari per dire ‘se volete che rileviamo i cantieri siamo a disposizione». Ovviamente ci sarà una «procedura competitiva» basata sul prezzo e «se ci saranno altri si faranno avanti». Per adesso «noi stiamo seguendo le indicazioni dei commissari» e «ci metteremo alcune decine di milioni per facilitare l’operazione» assieme al gruppo Rizzani de Eccher. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

07/03/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Immobili Pa, accelera il piano: sfida da 3,1 miliardi in tre anni

Carlo Festa e Gianni Trovati

Verso i primi due decreti sul programma straordinario di alienazioni da 1,2 miliardi, che si aggiungono agli 1,9 miliardi già previsti nei tendenziali. Il Mef cerca gli advisor

Il ministero dell’Economia avvia i sondaggi per cedere il mattone di Stato. Nell’ultimo mese Via XX Settembre avrebbe infatti iniziato un «beauty contest» tra studi legali per dare concretamente inizio alla cessione di una prima importante tranche degli immobili pubblici: in gran parte si tratta di aree dismesse come ex-ospedali, strutture un tempo adibite a caserme oppure ex-scali ferroviari. La prossima mossa, attesa a breve, sarà un decreto del Mef per la pubblicazione della lista degli immobili. Un decreto parallelo è atteso dal ministero della Difesa.

Tutta l’operazione, sulla quale stanno per ora lavorando il Tesoro e il Demanio, è nata in un contesto di urgenza, quando si è cercato di far quadrare i conti della manovra “ripensata” con i limiti al deficit da mettere in programma per chiudere l’accordo con Bruxelles. In quell’ottica i 950 milioni previsti dalla vendita del mattone di Stato sono serviti, insieme ai 2 miliardi di spesa corrente congelata, a offrire un mini-paracadute ai rischi di sforare il 2% di disavanzo che già a dicembre si profilavano all’orizzonte.

L’aggiornamento progressivo delle previsioni sull’economia si è trasformato in una pioggia di revisioni al ribasso, chiusa (per ora) dal -0,2% di Pil ipotizzata ieri per l’Italia dall’Ocse. Entrambe le garanzie diventano quindi ancora più cruciali nell’ambito della correzione di un deficit nominale che a seconda delle stime è già indirizzato verso il 2,3-2,5%. E questo spiega l’accelerazione che al ministero dell’Economia vogliono dare al dossier del mattone di Stato. Il tentativo è di sfruttare l’occasione per far partire davvero un meccanismo di valorizzazione degli immobili, da sviluppare in più anni. Ma la sfida, sulla quale si erano già cimentati senza successo i passati Governi, non è semplice. Per due ragioni.

La prima è nei numeri. I 950 milioni (più 300 milioni nel 2020-21) si aggiungono alla quota di vendite immobiliari già previste dai programmi ordinari di finanza pubblica, che puntano a 640 milioni quest’anno e 600 milioni all’anno nel 2020 e 2021. Tutto compreso, insomma, la Pa dovrebbe disfarsi di immobili per 3,1 miliardi in tre anni. Un valore assai ambizioso, soprattutto se confrontato con i livelli a cui si è fermato il contatore delle entrate negli ultimi anni.

Con dimensioni così imponenti, si complica anche la sfida della valorizzazione, già tentata con successi alterni. Il lavoro di regia del governo punta appunto alla costruzione di due elenchi, sotto forma di decreti dell’Economia e della Difesa, chiamati a definire gli elenchi del mattone da vendere.

I decreti saranno figli di un check up su oltre 58mila unità immobiliari, in cui è articolato lo Stato immobiliare: i ministeri sono titolari di 43.500 beni, mentre gli altri 14mila abbondanti sono in capo ad altri settori della Pa centrale: 33mila immobili ministeriali sono «in uso governativo», circa 6mila sono «in gestione per conto dello Stato» mentre gli altri sono concessi, gratis o con un canone, ad altre amministrazioni o ad associazioni. Il primo esame ha puntato quindi ad aggiornare queste etichette, per allargare il campo dei beni vendibili. In prima fila, fra questi, ci sono i 4.300 immobili che già sono indicati come «non utilizzati».

I decreti dovrebbero però riunire gli immobili da dismettere in pacchetti omogenei, per geografia e tipologia, con diverse fasce di valore. Tra le ipotesi che stanno circolando in queste ore c’è una suddivisione in tre fasce: la prima che comprenderebbe immobili del valore di alcune centinaia di migliaia di euro, un’altra fino a 2 milioni di euro e l’ultima oltre la soglia dei 2 milioni di euro.

Resta da capire come verrà valorizzato il patrimonio immobiliare. Con semplici aste si rischierebbe un insuccesso e una valorizzazione ben sotto le attese. C’è poi la strada di affidarsi a un soggetto di emanazione statale: prende infatti piede l’ipotesi di una cabina di regia affidata a Cdp, che già in passato aveva studiato un piano di valorizzazione del real estate di Stato tramite fondi immobiliari.

Il tutto finirebbe dunque per costruire fondi immobiliari che in quota sarebbero acquisiti anche da Cassa depositi e prestiti e Invimit. L’ingresso in campo della Sgr del Tesoro è in questa strategia una delle chiavi di volta per avviare la valorizzazione di beni, dalle caserme agli uffici passando per abitazioni e terreni più o meno inutilizzate dallo Stato, che nella loro condizione attuale non sono certo un piatto particolarmente invitante per gli investitori privati.

Un ruolo chiave è poi affidato alle amministrazioni locali, a partire dai Comuni che con la variazione di destinazione d’uso sono indispensabili per trasformare un’ex caserma in un albergo o in un centro commerciale. Non a caso, il piano prevede premi consistenti, dal 5 al 15% del ricavato della vendita, per gli enti locali che «collaborano». A dettagliare tutta la procedura sarà un secondo decreto, targato Palazzo Chigi, da definire entro il 30 aprile.

© RIPRODUZIONE RISERVATA