Rassegna stampa 04 marzo 2019

02/03/2019 – Il Messaggero
«Il via libera alle intese? Tria ha detto che non c’ è»

L’ intervista Barbara Lezzi. Il ministro del Sud: «Sulle risorse tutto da rivedere, così pagano le altre Regioni» «Roma non può essere svuotata, chi chiede l’ autonomia se ne faccia carico»
Ministro per il Sud Barbara Lezzi, sulla richiesta di autonomia di Lombardia, Veneto ed Emilia ci sono due posizioni. La prima sostiene che è una secessione dei ricchi. I governatori del Nord dicono, invece, che tutti hanno da guadagnarci. Lei che ne pensa di queste intese? «Partiamo dal principio». Ossia? «In realtà non c’ è ancora nessuna intesa. In consiglio dei ministri sono semplicemente arrivate delle bozze. Dunque non si può avallare nessuna tesi». Lo scorso 14 febbraio, quando si è tenuto il consiglio sulle autonomie, di cosa avete parlato allora? «Solo delle linee di principio contenute in quelle bozze. Mancano ancora i passaggi più importanti». Eppure il giorno prima del consiglio, il ministro delle autonomie Erika Stefani e il vice ministro dell’ Economia Massimo Garavaglia hanno fatto un comunicato per dire che sulla parte finanziaria l’ accordo con il Tesoro era raggiunto. I soldi non sono proprio un dettaglio? «Su questo punto ho scambiato alcune parole con il ministro dell’ Economia Giovani Tria». E cosa le ha detto? «Che la questione delle risorse non è stata ancora definita. Se manca quella manca tutto. Se si parla di autonomia differenziata il punto cardine sono proprio le risorse. E su questo ho molte domande che quando arriveranno le intese porrò a chi le sottopone. Soprattutto ai governatori». Quali sono queste domande? «Ci sono diverse contraddizioni nel testo quando si parla di passaggio dai costi storici ai fabbisogni standard». Le bozze dicono che nel periodo transitorio alle tre Regioni va garantito comunque il valore medio nazionale pro-capite. Secondo Fitch solo per il Veneto questo meccanismo aumenterebbe il bilancio di 6 miliardi? «La mia prima domanda è semplice: perché c’ è questo doppio parametro?». Già, perché? «Perché probabilmente Veneto e Lombardia sono sotto la media in alcuni servizi che richiedono. Quindi si chiede il contributo di altre Regioni? Mi auguro di no, e del resto su questo il presidente Conte ha già dato rassicurazioni, anche perché i progetti di autonomia differenziata nascono dalla richiesta di avere un dividendo di efficienza». In realtà, sempre stando alle bozze, le tre Regioni vorrebbero anche il surplus di gettito Irpef legato alle funzioni trasferite. «Io chiedo a chi propone queste intese e che quindi ha disegnato anche l’ attuazione, come contribuiranno poi queste Regioni ai saldi di finanza pubblica e alla partecipazione all’ Unione europea? Poi faccio ancora un’ altra osservazione». Che osservazione? «Noi come governo vogliamo diminuire l’ Irpef». Certo, la Lega ha nel suo programma la flat tax. «Che succede se diminuiamo l’ Irpef? Spero abbiano delle risposte convincenti». Nelle prime bozze era scritto che in caso di riduzione delle aliquote lo Stato avrebbe dovuto garantire una maggiore compartecipazione alle Regioni autonome? «Tutti questi dettagli dovranno essere regolati con precisione chirurgica nelle intese». Ma non sarebbe stato più opportuno stabilire prima i livelli essenziali delle prestazioni e i fabbisogni standard e poi avviare il dibattito sulle risorse? «Esiste una commissione ad hoc che ha lavorato per tre anni sui fabbisogni standard e non è ancora riuscita a definirli. Così come i livelli essenziali di prestazione che sono indicati in Costituzione ma non ancora individuati. Quindi in virtù della leale collaborazione che ci deve essere tra lo Stato centrale e le Regioni, noi ci dobbiamo prima dare un tempo congruo per risolvere queste questioni e solo dopo si avvia l’ autonomia. Questo non significa opporsi». No? «No. Significa rendere più agevole e fluida l’ attuazione delle autonomie». Però messa così sembra difficile chiudere in tempi brevi, entro la fine dell’ anno, come chiedono i governatori? «Per noi va bene fare presto. Basta individuare i livelli essenziali e i fabbisogni standard entro la fine dell’ anno. Ci si mette ventre a terra, si lavora 24 ore al giorno e si fa». Dunque prima dei Lep nessuna autonomia? «Per quanto mi riguarda no. Ma serve a tutelare le stesse Regioni che la richiedono». Le intese dovranno essere emendabili dal Parlamento oppure no? «Non è immaginabile che l’ intesa che esce dal consiglio dei ministri non sia modificabile dal Parlamento. Comunque su questo c’ è una interlocuzione tra i presidenti delle Camere e il Capo dello Stato. Mi affido completamente a loro, sono loro che dovranno individuare il percorso». Nelle bozze di autonomia c’ è scritto che i ministeri romani andranno ridimensionati. Il ruolo della Capitale, e il rischio di depauperamento, non sono un problema? «Certamente per Roma non potrà esserci uno svuotamento. Sarà dunque necessario discuterne, perché stiamo parlando di una forte delocalizzazione di strutture. Le Regioni che chiedono l’ autonomia dovranno farsi carico di quanto viene tolto alla città di Roma. Proprio per questo torno a sottolineare l’ importanza del passaggio parlamentare. Lì sono rappresentati tutti i territori. E tutti dovranno poter dire la loro sulle intese». Tra le richieste delle Regioni c’ è anche quella di avere la proprietà delle infrastrutture. La Lombardia vuole un pezzo dell’ Autostrada del Sole? «Anche qui: chi ha investito per costruirla, solo la Lombardia? E poi come si fa a fare un pedaggio differenziato? Non si possono spezzettare le infrastrutture che uniscono l’ Italia». Il Nord ha molte più infrastrutture del Sud. «Assolutamente sì. Anche perché non è mai stato rispettato il vincolo di destinare al Mezzogiorno almeno il 34% delle risorse ordinarie dei ministeri per gli investimenti infrastrutturali. Noi ora lo abbiamo reso obbligatorio inserendolo nella normativa». Che però resta disattesa. I ministeri dovevano trasmettere i piani il 28 febbraio e non l’ hanno fatto? «Invierò una lettera a tutti i ministeri. Il dato andrà inserito nel Def». Andrea Bassi © RIPRODUZIONE RISERVATA.

02/03/2019 – Il Fatto Quotidiano
Impossibile fare le gare, lo dice il patto con Parigi

Torino-Lion. Il documento sul Tav – Il ministero può bloccare i bandi della società Telt, perché la Francia non ha stanziato le risorse come previsto dalla convenzione
Continua dentro il governo la fibrillazione sul Tav Torino-Lione. E fuori dal governo continua l’ assedio delle opposizioni (Pd e Forza Italia) che si schierano con la Lega per il sì all’ opera. L’ analisi della commissione tecnica, che ha calcolato in -7 miliardi le differenze tra costi e benefici, è addirittura “una pagliacciata” per Alessia Rotta, vicepresidente vicaria dei deputati del Pd. Nessuno però presenta numeri alternativi capaci di dimostrare che il Tav serva davvero. E una richiesta di “supplemento d’ indagine” da parte del presidente del Consiglio Giuseppe Conte diventa incredibilmente sui giornali “la svolta di Conte sulla Tav”. Mini-Tav. Quello che appare comunque certo è che “il mini-Tav” non esiste: è presentato come il compromesso che sarebbe capace di mettere d’ accordo tutti, ma il Tav è il tunnel di base (costo: 9,63 miliardi).

O si fa, o non si fa. O serve, o non serve. Risparmiare qualcosa (in ipotesi: 1,7 miliardi) sulle linee d’ accesso al tunnel, per realizzare il cosiddetto “mini Tav”, non solo cambia poco le cifre finali, ma è addirittura controproducente: una volta scavato il tunnel, è necessario avere una linea d’ accesso adeguata, altrimenti si otterrà l’ effetto Brebemi (la Milano-Brescia che è stata per anni un’ autostrada velocissima ma deserta e difficile da raggiungere perché non raccordata né a Milano, né a Brescia).

Qualcuno propone il trucco contabile di considerare, per ricalcolare i costi e i benefici, solo i costi italiani. Il risultato finale non cambia: restano superiori ai benefici di 3,5 miliardi. Gare senza seguito? Intanto l’ 11 marzo il consiglio d’ amministrazione di Telt (la società italo-francese che deve realizzare il Tav) ha intenzione di far partire le prime gare d’ appalto per il tunnel. Per il ministro italiano delle Infrastrutture Danilo Toninelli si può fare, “tanto in base alla legge francese si può sempre revocare la gara”. Ma sarebbe un suicidio, argomenta il professor Sergio Foà dell’ Università di Torino: “Anche se sul lato francese il Code de la commande publique consente le ‘procedure senza seguito’ per ragioni di interesse pubblico, l’ applicazione di quella norma è difficile, perché impone di dimostrare che è sopravvenuta una situazione per la quale si interrompe la procedura. Ciò rischia di alimentare contenziosi da parte delle imprese interessate”. Aggiunge l’ Avvocato dello Stato a cui era stata chiesta dal ministero una Relazione tecnico-giuridica: “Uno stop unilaterale potrebbe non integrare il contenuto di un nuovo motivo di interesse generale”. Chiosano gli esperti della Commissione tecnica Torino-Lione: “Gli appalti Telt attualmente in questione sono di circa 2,3 miliardi di euro. Tenuto conto della concreta possibilità di ingenerare contenziosi e potenziali risarcimenti a diretto carico dello Stato, appare del tutto evidente che un lancio delle procedure d’ appalto in queste condizioni avvierebbe un processo che porterebbe, di fatto, irreversibilmente all’ aggiudicazione e all’ avvio dei lavori di scavo del tunnel di base, senza alcuna reale possibilità da parte dell’ Italia di retrocedere da tale decisione”. Gare impossibili.

Ma c’ è un documento di nove pagine che sta intanto girando sulle scrivanie del ministero delle Infrastrutture. Intitolato “Condizioni vincolanti per l’ avvio dei lavori del tunnel di base” e redatto dai professori del Politecnico di Torino che fanno parte della Commissione Torino-Lione, arriva a una conclusione clamorosa: l’ 11 marzo il cda della Telt non potrà lanciare le gare, in forza di un articolo della convenzione tra Italia e Francia sulla Torino-Lione che riguarda i finanziamenti dell’ opera.

La realizzazione della sezione transfrontaliera, cioè il tunnel di base, è regolata dagli accordi internazionali stipulati tra Italia e Francia a partire dal 2001. Le regole da applicare a ciascuna delle fasi di attuazione sono stabilite nell’ Accordo italo-francese del 30 gennaio 2012, ratificato dal Parlamento italiano e da quello francese.

Ebbene, l’ articolo 16 dell’ Accordo recita: “La disponibilità del finanziamento sarà una condizione preliminare per l’ avvio dei lavori delle varie fasi della parte comune italo-francese della sezione internazionale”. Questa condizione preliminare non si realizza, perché i finanziamenti non sono a tutt’ oggi disponibili. L’ Italia è in questa partita il giocatore più virtuoso, perché per il tunnel di base ha già stanziato 2,63 miliardi, assegnati dalla legge di stabilità 2013 (governo Monti) e approvvigionati in quote annuali nel bilancio dello Stato tra il 2015 e il 2027. L’ Unione europea, dopo i finanziamenti per gli studi e i lavori preliminari, ha messo a disposizione per il tunnel 0,57 miliardi. Lo Stato francese, zero: nessuna programmazione futura su base pluriennale da parte dell’ agenzia pubblica Afitf, che ha pagato i lavori avviati finora. Dunque dei 9,63 miliardi di costi quantificati dal Cipe nel 2016, l’ Italia ha messo a disposizione il 27 per cento, l’ Unione europea il 6 per cento, la Francia nulla. “Nell’ attesa della positiva verifica della condizione preliminare della disponibilità del finanziamento”, conclude la Commissione tecnica, “in ottemperanza a quanto prescritto dall’ Accordo 2012 all’ art. 16, non è possibile avviare i lavori definitivi di realizzazione della sezione transfrontaliera”. Quindi Telt si deve fermare e il problema dovrà essere prima affrontato dalla Cig, la Commissione intergovernativa Italia-Francia. Gianni Barbacetto

 

 

 

 

03/03/2019 – Corriere della Sera
Una patrimoniale da 45,7 miliardi

La patrimoniale? C’ è già e vale 45,7 miliardi. Il calcolo è sull’ Economia del Corriere della Sera , in edicola domani gratis con il quotidiano. L’ ha fatto la Cgia di Mestre, comprende le imposte sulla casa, l’ auto, la tivù e gli investimenti finanziari. Non bastasse, c’ è la quantità delle tasse locali che a una patrimoniale possono essere assimilate: spesso tagliate e spesso ricresciute. L’ esempio qui lo fa Ernesto Maria Ruffini, l’ ex direttore dell’ Agenzia delle Entrate. La tassa sui rifiuti, con oltre dieci miliardi di gettito dal 2007, ha più che compensato l’ abolizione dell’ Ici, l’ imposta comunale sugli immobili. «Di fatto è diventata una patrimoniale occulta», scrive Ruffini. E ricorda che i Comuni, dopo che nel 2008 l’ Ici fu cancellata, «persero sì quasi tre miliardi di imposta, ma ottennero quasi tre miliardi in più di trasferimenti dallo Stato che lo Stato trovò non su Plutone, ma fra le proprie entrate, in primis tributarie». Come dire che i cittadini hanno pagato le stesse tasse, sotto altro nome. Per la cronaca, i 45,7 miliardi conteggiati dagli artigiani di Mestre valgono il 2,7% del Pil, cifra più o meno costante negli ultimi anni (dal 2012 al 2017). E tra proprietà e spazzatura il prelievo sul mattone è salito in nove anni di nove miliardi (da 17 a 26 nel 2007-2016, nota Ruffini). A proposito di impegni collettivi, l’ altro tema d’ attualità è l’ acqua: pubblica o no? Circa la metà di quella trasportata dagli acquedotti italiani va dispersa, si sa: quindi un intervento di sistema serve. Ed è su questo, non a caso, che aveva annunciato novità la Cdp di Fabrizio Palermo, alla presentazione del nuovo piano industriale. Ma la proposta di legge che dovrebbe approdare alla Camera il 25 marzo, prima firmataria Federica Daga dei Cinque Stelle, «può trasformarsi in un macigno sui conti pubblici», dice Ferruccio de Bortoli. «L’ acqua è già pubblica – scrive -. Il 97% della popolazione è servito da società a maggioranza o interamente pubbliche. Ma il ritorno alla gestione diretta dei Comuni comporterebbe la revoca delle concessioni con un costo stimato da Utilitalia, l’ associazione dei gestori, in 15 miliardi». Più il prevedibile effetto Borsa (negativo) su quotate come Hera, Iren, Acea. E la nota fuga degli investitori. Come i fondi di private equity e venture capital. Che in Europa, come in Italia, si stanno concentrando sulle piccole e medie imprese, ma già mettono le mani avanti. «Nell’ Italia in recessione investiremo ancora, ma con più attenzione», dice all’ Economia Michael Collins, presidente di Invest Europe, l’ associazione dei fondi europei. E prevede un futuro radioso per il Lussemburgo, più che per Francoforte o Milano, dopo la Brexit. Fra i personaggi, la curiosità è che cosa fanno (soprattutto cibo) i rampolli delle dinastie industriali, da Salvatore Ferragamo Junior a Leone Marzotto. La novità è l’ emergere delle donne nell’ asset management: in quattro custodiscono 6,7 trilioni (e secondo uno studio citato da Veronica De Romanis, le economiste sono meno influenzabili). Intanto ripartono cautamente la Cgil di Maurizio Landini, con la nuova squadra, e il Creval senza più scuse dopo il ribaltone al vertice. Quanto ai risparmiatori, forse è tornato il momento di investire nei Btp, ma con una guida. Sull’ Economia trovate quattro idee. Alessandra Puato

03/03/2019 – Il Fatto Quotidiano
Mega-appalti Tav, il governo non sa come fermare i bandi

l’ 11 marzo. Il Tesoro per l’ ok ai bandi Telt. Toninelli chiede un altro parere per sapere se può revocarli. Ma si rischia un super contenzioso
La partita sul Tav s’ ingomitola ogni giorno di più, mentre s’ avvicina la data fatidica dell’ 11 marzo in cui si riaprirà a Parigi il consiglio d’ amministrazione di Telt, la società dei governi italiano e francese che ha l’ incarico di costruire la Torino-Lione. Quel giorno il cda lancerà i primi due bandi di gara per la realizzazione del tunnel: riguardano l’ intero tratto francese del traforo, i tre quarti dell’ opera, 45 dei 57,5 chilometri totali, del valore di 2,3 miliardi di euro. Sarà la vera partenza del Tav: finora sono stati realizzati solo studi e scavi preparatori. Per fare il miracolo, dopo vent’ anni di studi, proteste, modifiche e rinvii, c’ è voluto un governo con dentro i No-Tav e un ministro delle Infrastrutture Cinquestelle. Danilo Toninelli ha ribadito la sua personale contrarietà alla Torino-Lione, come il Movimento da cui proviene, che ha sempre ritenuto l’ opera uno spreco ingiustificato. Le fredde cifre dell’ analisi costi-benefici hanno confermato la non utilità del Tav. E anche Davide Casaleggio, presidente dell’ associazione Rousseau, ieri ha ribadito che “il tema è già stato dibattuto anni e anni con gli iscritti e la soluzione e il punto d’ arrivo è sempre stato lo stesso. Penso che la base su questo tema abbia sempre espresso la propria opinione in modo univoco”. Il Movimento 5 stelle ha smentito l’ ennesima bufala circolata nei giorni scorsi, secondo cui Luigi Di Maio sarebbe preoccupato per un sondaggio riservato che rivelerebbe che la maggioranza degli elettori pentastellati sarebbe favorevole alla Torino-Lione. “Nessun dossier segreto, i due terzi degli elettori M5s sono contrari, solo il 18 per cento è favorevole”. Eppure lunedì 11 partiranno i primi bandi. Toninelli si dice convinto che, secondo le norme francesi, gli appalti potranno comunque essere in seguito bloccati. Non sono dello stesso parere gli esperti consultati finora, che ritengono difficile fermare unilateralmente, adducendo “motivi d’ interesse generale”, le gare una volta avviate. L’ Avvocato dello Stato a cui era stata chiesta dal ministero una relazione tecnico-giuridica aveva sostenuto che uno stop da parte dell’ Italia “potrebbe non integrare il contenuto di un nuovo motivo di interesse generale”. E gli esperti della Commissione tecnica Torino-Lione avevano aggiunto che i rischi di contenziosi e le possibili richieste di risarcimenti a carico dello Stato rendono irreversibili le procedure d’ appalto, dopo il loro lancio. Ora Toninelli sembra orientato a chiedere un nuovo parere all’ Avvocatura dello Stato: sulla possibilità di bloccare gli appalti dopo aver lanciato le gare; e anche sul problema sollevato dalla Commissione tecnica Torino-Lione e raccontato ieri dal Fatto Quotidiano: le gare non potrebbero essere bandite, in forza dell’ articolo 16 dell’ Accordo italo-francese del 30 gennaio 2012 ratificato dai Parlamenti italiano e francese. Dice che “l’ avvio dei lavori delle varie fasi della parte comune italo-francese della sezione internazionale” non può avvenire senza “una condizione preliminare”: la disponibilità del finanziamento per realizzare l’ opera. La disponibilità non c’ è: dei 9,63 miliardi di costi del tunnel, quantificati dal Cipe nel 2016, l’ Italia ha messo a disposizione 2,63 miliardi, il 27 per cento, l’ Unione europea 0,57 miliardi, il 6 per cento, ma la Francia non ha ancora deciso alcuna programmazione futura su base pluriennale per i finanziamenti che, finora, sono arrivati attraverso l’ agenzia pubblica Afitf. Più secca la posizione del ministero del Tesoro, il cui ruolo nella partita Tav è ancor più determinante, visto che è quello che ci mette i soldi. Ritiene che le gare non possano essere fermate, per non mettere a rischio i finanziamenti dell’ Unione europea. Lo aveva ribadito seccamente il rappresentante della Commissione europea nel cda Telt del 19 febbraio: “Condizione per la conferma dell’ intera contribuzione di 813 milioni di euro” è “la tempestiva pubblicazione dei bandi, mentre in caso contrario verrà applicata una riduzione di 300 milioni”. In queste condizioni, ragionano al Tesoro, i membri del cda Telt di nomina italiana (cinque su dieci) non possono bloccare le gare, col rischio di essere poi chiamati a rispondere di danno erariale. Per fermare il treno degli appalti, è la linea del Tesoro, ci vorrebbe una legge votata dal Parlamento italiano che faccia uscire ufficialmente l’ Italia dalla partita Tav. Ma per questa legge i voti in Parlamento non ci sono: i 5stelle sarebbero soli contro tutti. Gianni Barbacetto

03/03/2019 – Il Messaggero
Sbloccare cantieri e opere pubbliche il Paese è paralizzato da troppi anni

Non c’ è solo la Tav. Il blocco dell’ alta velocità Torino-Lione, infatti, rappresenta la punta di un mastodontico iceberg di lavori fermi da anni. Una paralisi che a livello infrastrutturale riguarda oltre 600 opere per un valore di 36 miliardi. Se poi si prende in considerazione l’ andamento del settore delle costruzioni nell’ ultimo decennio, la tabella del disastro conteggia 69 miliardi di investimenti andati in fumo, 120 mila aziende defunte e 620 mila posti di lavoro perduti. Secondo l’ Ance, parliamo di circa il 54% del mercato, con un ulteriore arretramento del 3,2% nel 2018 e 1,3 miliardi di investimenti in meno nel 2019, di cui 400 nel solo settore delle opere pubbliche. Tutto questo ha molteplici effetti negativi: non vengono spesi soldi che pure sono stanziati, non si creano nuovi posti di lavoro, non si versano stipendi funzionali al sostegno della nostra anemica domanda interna, non si genera valore aggiunto, non si stimola l’ indotto e, last but not least, i nostri collegamenti logistici restano fermi ad almeno 30 anni fa, mentre tutto il mondo è enormemente più connesso e veloce. Burocrazia farraginosa da una parte, ricorsi e controricorsi in tribunale dall’ altra, oltre ad una crescente deriva anti sviluppista e una concreta difficoltà di interlocuzione con il governo – e con il Ministero delle Infrastrutture in particolare, ormai paralizzato e, soprattutto, paralizzante – creano danni enormi. Una situazione a cui il premier Conte ha provato a mettere una pezza, annunciando un piano contro il dissesto idrogeologico, un disegno di legge per sveltire l’ apertura dei cantieri e perfino una delega per riformare il codice degli appalti. Per adesso, però, siamo alle buone intenzioni, ci si limita a comunicare stanziamenti. Per esempio, nonostante il decreto Genova sia stato approvato a novembre, la demolizione del Ponte Morandi è iniziata solo pochi giorni fa. E i 192 milioni messi a disposizione in quella stessa norma per la messa in sicurezza anti-sismica urgente dell’ autostrada Roma-L’ Aquila-Pescara (colpita dal terremoto del 2009 e da quelli del 2016) sono ancora fermi perché – inspiegabilmente – mancano i decreti attuativi. Senza dimenticare che per la stessa autostrada è congelato fin dal lontano 2012 il nuovo piano da 3,1 miliardi già approvato in via definitiva che consentirebbe più sicurezza sotto il profilo sismico e un minor impatto ambientale. Stessa musica per i collegamenti ferroviari: a parte la Tav, è bloccata anche l’ alta velocità in un territorio ad elevato sviluppo come quello della tratta Brescia-Padova, così come il completamento dell’ anello di Roma (che pure a trasporti non se la passa bene) e di quello Orte-Falconara, mentre per la Napoli-Bari siamo in pesante ritardo. Poi mancano le strade: il raccordo della Val Trompia richiesto da anni dagli imprenditori meccanici della provincia di Brescia, la Roma-Latina, la Murgia-Pollino, la Gronda di Genova, la terza corsia Firenze-Pistoia, le tangenziali venete, l’ autostrada Tirrenica o la Cispadana e il passante di Bologna. Non è dunque un caso che negli anni Settanta eravamo tra i primi al mondo in quanto a collegamenti e infrastrutture, mentre oggi, tanto per dirne una, abbiamo 6.700 chilometri di autostrade contro i 14.000 di Germania e Spagna e gli 11.400 della Francia. Non sarà il caso di (ri)tornare a (ri)costruire? (twitter @ecisnetto)

04/03/2019 – Corriere della Sera – Economia
Lo stato dell’ acqua E’ già pubblica la riforma ci farebbe affogare

Il 97 per cento della popolazione è servito da società a maggioranza o interamente pubbliche Il ritorno alla gestione diretta comporterebbe la revoca delle concessioni con un costo stimato di 15 miliardi Senza contare il ripetersi dello «scenario Tav»: il fuggi fuggi da un Paese che non rispetta i contratti
Non è inodore, né insapore, né incolore. La proposta di legge sulla disciplina delle gestioni idriche, prima firmataria Federica Daga dei Cinque Stelle, approderà nell’ aula di Montecitorio il 25 marzo. La discussione è destinata a sprigionare reazioni di tutti i colori. Ma se la legge dovesse passare, ricalcando le linee originarie dei suoi proponenti, c’ è anche il rischio che si trasformi in un inatteso macigno sui conti pubblici. Ed è curioso che se ne parli così poco. Se volevamo una dimostrazione della vicinanza ideologica della maggioranza legastellata al Venezuela di Maduro questa vicenda è perfetta. Sembra fatta apposta. Caracas ha nazionalizzato il servizio idrico con un provvedimento apparso sulla Gaceta Oficial de la República bolivariana de Venezuela del 26 giugno del 2018. Con il quale Maduro ha istituito il Ministerio del poder popular de atención de las aguas. Non che la situazione attuale sia soddisfacente. Tutt’ altro. In molte zone è semplicemente drammatica. Alcuni acquedotti, non solo al Sud, sono un colabrodo. Si perde nel trasporto anche più della metà della portata. «Nel nostro Paese – si legge nella relazione di accompagnamento alla proposta di legge, già presentata nella scorsa legislatura – vi sono intere zone dove le falde acquifere e i terreni sono inquinati e quindi pericolosi per la salute… Insomma, appare evidente che il sistema ha fallito e le politiche di privatizzazione hanno prodotto il disastro». La Commissione Ambiente della Camera sta esaminando gli emendamenti alla proposta Daga ed è in attesa delle relazioni tecniche dei ministeri interessati. Se il servizio idrico dovesse tornare alla gestione diretta dei Comuni verrebbe sostanzialmente ripristinata la situazione precedente alla legge Galli. La normativa del 1994 creava il «servizio idrico integrato» in «ambiti territoriali ottimali» superando i confini amministrativi dei Comuni. Il codice dell’ Ambiente del 2006 prevedeva poi che la risorsa idrica venisse gestita secondo «efficienza, efficacia ed economicità». Il risultato del referendum del 2011 è stato poi recepito dal decreto Sblocca Italia del 2014. La forma dell’ affidamento tramite gara ai privati non prevaleva sulle altre due soluzioni di gestione – come peraltro previsto dalle norme europee – ovvero la società mista o quella in house a capitale pubblico. L’ acqua è già pubblica. Il 97 per cento della popolazione è servito da società a maggioranza o interamente pubbliche. Ma il ritorno alla gestione diretta comporterebbe la revoca delle concessioni con un costo stimato da Utilitalia, l’ Associazione che riunisce i gestori, in 15 miliardi. Una tantum. Senza considerare l’ effetto negativo della rottura di un impegno contrattuale su investitori privati e internazionali, azionisti anche di grandi utility quotate in Borsa, come Hera, Iren, Acea. Si ripeterebbe lo scenario Tav con un effetto domino di perdita reputazionale del Paese su molte delle sue attività economiche. Perché investire in Italia se c’ è un rischio di inaffidabilità contrattuale così elevato? Secondo la proposta di legge finirebbero sotto il controllo politico ministeriale 7 autorità di distretto e 400 tra consigli di bacino e sub bacino. E le tariffe? Non sono tra le più elevate al mondo. Lo studio Global Water Intelligence del 2017 registra un costo a Roma di 1,49 euro al metro cubo; a Francoforte di 4,23; a Copenaghen di 5,46. I gestori italiani applicano le tariffe decise dall’ Autorità di regolazione (Arera) che con la riforma non sarebbe più indipendente. Le categorie deboli sono già protette attraverso un bonus idrico. Le nuove aziende pubbliche, senza finalità di lucro, sarebbero limitate all’ ambito provinciale. Manutenzione e investimenti verrebbero coperti con anticipazioni da parte dello Stato. «Nel 2019 sono già programmati – spiega Giordano Colarullo, direttore generale di Utilitalia – 2,6 miliardi di investimenti sulla rete degli acquedotti, fognature e depurazioni ai quali vanno aggiunti circa 800 milioni di contributi pubblici a fondo perduto. Le tariffe, nel progetto Daga, coprirebbero solo i costi operativi. Il resto peserebbe tutto sulla fiscalità generale, attraverso le imposte pagate da tutti i cittadini. La sfida dell’ acqua e della tutela dell’ ambiente richiede una risposta industriale con le tecnologie migliori e non un ritorno alle aziende comunali». Uno studio in via di pubblicazione di Astrid, a cura di Mario Rosario Mazzola, evidenzia che «le aziende di grandi dimensioni, a prescindere dalle caratteristiche societarie, hanno avuto performance migliori, nella qualità dell’ acqua, nella manutenzione del sistema fognario, nello smaltimento dei fanghi». In certe aree, però, «la necessità di un intervento centrale specifico era e rimane probabilmente ineluttabile e ineludibile». Difficile che gli investimenti possano essere garantiti solo dalla mano pubblica. Le società miste o con azionisti privati possono accedere al mercato dei capitali. Le nuove aziende speciali pubbliche dovrebbero essere sostenute dalla Cassa Depositi e Prestiti che non ha mancato di far pervenire al legislatore le proprie perplessità. La proposta di legge prevede la costituzione di un Fondo nazionale per la ripubblicizzazione. Ma finanziato come? Le ipotesi vanno da un intervento sul bilancio della Difesa, alla tassa sulle bottiglie di plastica, ai proventi dalla lotta all’ evasione. «Noi ci rendiamo conto – spiega la relatrice della proposta di legge, Federica Daga – delle compatibilità di bilancio ma non potevamo non dare seguito a un’ istanza popolare così largamente sentita. Abbiamo ricevuto una marea di segnalazioni, ascoltiamo tutti. Non vi è un approccio ideologico ma l’ Italia ha subito troppe multe europee per la mancanza di depuratori e per lo stato delle sue fognature. Al Sud come al Nord. Siamo pronti a discutere su tutto. Non siamo contro i privati che possono accedere al miliardo stanziato nella legge di Bilancio 2019 per gli invasi e gli acquedotti. Forse dodici mesi per la revoca delle concessioni sono troppo pochi. L’ ambito territoriale delle aziende speciali si può allargare alle città metropolitane, ai bacini idrografici che per la Puglia coprono l’ intera regione. Ma l’ acqua è un bene pubblico. E questa legge è coerente con il programma del governo del cambiamento». Che dire? Auguri. Soprattutto al nuovo superministero de atención de las aguas. Ferruccio de Bortoli

 

04/03/2019 – Il Sole 24 ore – Edilizia e territorio
Codice appalti, nel Ddl delega norme ad hoc per sottosoglia, concessioni e contenzioso

Massimo Frontera

Detraibili i costi di partecipazione alle gare. Cosa prevede il Ddl delega sul nuovo codice esaminato dal Cdm

Ritorno al modello codice+regolamento per gli appalti con un quadro normativo più semplice e chiaro possibile, il più possibile aderente alle direttive Ue e, soprattutto, il più essenziale possibile. La scarna bozza del Ddl di riordino dei contratti pubblici esaminata dal Consiglio dei ministri la sera del 28 febbraio scorso (cinque pagine costituite da due soli articoli) raccomanda di «limitare i livelli di regolazione superiori a quelli minimi richiesti dalle direttive europee». In altro punto, il testo entra più nel dettaglio e prescrive di «eliminare i livelli di regolazione superiori a quelli minimi richiesti per l’adeguamento alla normativa europea, salvo che la loro perdurante necessità sia motivata dall’analisi di impatto della regolamentazione (AIR) dei relativi decreti legislativi». L’obiettivo è chiaro: dire addio all’attuale situazione che vede un cantiere normativo perennemente aperto, anzi tendenzialmente incompiuto grazie agli oltre 60 provvedimenti attuativi previsti – tra linee guida Anac e decreti ministeriali – di cui alcuni, ancora oggi, non ci sono tracce. Nelle intenzioni del governo, i provvedimenti attuativi dovranno essere ridotti al minimo. Per non parlare delle linee guida, spazzate via dall’addio alla soft-law.
Norme ad hoc per sottosoglia, concessioni e contenzioso
Un’altra cosa che emerge con chiarezza è la tendenziale aderenza alle direttive europee, limitando al minimo le “personalizzazioni” del legislatore nazionale. Elemento quest’ultimo, che dovrebbe contribuire anche alla riduzione del contenzioso con Bruxelles. Negli spazi di manovra nazionali emergono alcuni campi d’azione, anche se nel Ddl sono citati appena. Il primo campo d’azione è quello degli appalti sottosoglia, per i quali il Ddl prevede «discipline opportunamente differenziate» sia nei lavori, sia nei servizi e nelle forniture. In un altro punto del testo – dove si riporta l'”indice” del regolamento attuativo (da emanarsi entro due anni dal Dlgs) – si prevede una apposita regolamentazione per l’«affidamento dei contratti di importo inferiore alle soglie di rilevanza comunitaria, indagini di mercato, formazione e gestione degli elenchi di operatori economici». Il codice sembra annunciare anche un intervento apposito sulle concessioni.
L’indizio è offerto dalla previsione di una «disciplina specifica per i contratti attivi», che si legge alla lettera f) dell’articolo 1, comma 2. Se per “contratto aperto” si prende il significato strettamente giuridico della definizione – cioè un contratto che comporta un’entrata per la Pa – allora il campo d’azione sembra essere proprio quello delle concessioni, ad ampio spettro. Sempre da una lettura in controluce, sembra profilarsi un intervento apposito in materia di contenzioso. L’indizio è in questo caso alla lettera h) dell’articolo 1, comma 2, dove tra i «principi e criteri direttivi» c’è anche il seguente: «razionalizzare i metodi di risoluzione delle controversie, anche alternativi ai rimedi giurisdizionali, riducendo gli oneri di impugnazione degli atti delle procedure di affidamento». Volendo azzardare una previsione si potrebbe anche pensare che la “riduzione degli oneri di impugnazione” possa riferirsi al superamento del rito superaccelerato. Come noto, questa misura (operata dal codice appalti attraverso l'”innesto” del comma 2-bis all’articolo 120 del codice del processo amministrativo) obbliga l’impresa esclusa a scegliere tra due possibilità: contestare subito l’esclusione, senza però sapere la sua ipotetica posizione in graduatoria, oppure perdere la possibilità di farlo in seguito, alla fase dell’aggiudicazione.
Soggetti aggregatori, centrali di committenza e appalti on line
C’è anche un’altra tendenza che emerge chiaramente dal Ddl delega. È quella che punta dritto verso gli appalti di lavori on line, gestiti dalla Consip, nell’ambito di un più generale riordino della centralizzazione delle gare, attraverso un intervento sulle attuali centrali di committenza e sugli attuali soggetti aggregatori. A questi due campi di intervento vengono dedicati i due «principi e criteri direttivi» indicati alle lettere m) e n) dell’articolo 1, comma 2 del testo: «m) riordinare e riorganizzare l’attuale disciplina concernente le centrali di committenza e i soggetti aggregatori, con riferimento agli obblighi e alle facoltà inerenti al ricorso agli strumenti di acquisto e negoziazione messi a disposizione dagli stessi e provvedere all’introduzione di strumenti di controllo sul rispetto della disciplina in materia di razionalizzazione della spesa per gli acquisti delle pubbliche amministrazioni; n) promuovere lo sviluppo di forme di acquisto di beni, servizi e lavori gestite attraverso i sistemi informatici di negoziazione, anche in modalità ASP (Application Service Provider) messi a disposizione da Consip Spa e dai soggetti aggregatori».
Detrazione degli oneri di gara delle imprese
Una novità interessante è quella che si legge al punto v) del citato articolo 1, comma due del Ddl delega: «prevedere che, per gli atti normativi di iniziativa governativa, il costo derivante dall’introduzione di oneri regolatori, inclusi quelli informativi e amministrativi ed esclusi quelli che costituiscono livelli minimi per l’attuazione della regolazione europea, qualora non compensato con una riduzione stimata di oneri di pari valore, sia qualificato di regola come onere fiscalmente detraibile e individuare la metodologia per la quantificazione degli oneri stessi, inclusi quelli fiscalmente detraibili».
Meno controlli su imprese e professionisti
Nei confronti di imprese e professionisti il nuovo codice annuncia norme volte a «armonizzare, semplificare e razionalizzare la disciplina dei controlli, ad eccezione di quelli fiscali». L’obiettivo, come si ricava da quanto detto più avanti nel testo, è di realizzare un sistema di controlli, le cui attività «siano svolte in modo da recare il minore intralcio possibile al normale esercizio delle attività, tenendo conto dell’esito delle verifiche e delle ispezioni già effettuate». Viene inoltre «esclusa la possibilità di reiterare controlli finalizzati alla verifica del rispetto di obblighi identici o di carattere equivalente, individuando modalità di coordinamento obbligatorio tra le diverse amministrazioni competenti per materia». Inoltre, si prevede che «le modalità di controllo e i connessi adempimenti amministrativi siano differenziati in base alla tipologia di attività svolta, alle sue caratteristiche, nonché alle esigenze di tutela degli interessi pubblici». Infine, si prevede una collaborazione «con i soggetti controllati al fine di prevenire rischi e situazioni di irregolarità».
Approvazione rapida con pareri mai vincolanti
L’iter di approvazione del nuovo codice – come si ricava dalla bozza di Ddl delega – avrà una strada spianata rispetto a qualsiasi divergenza di opinioni da parte del Parlamento, del Consiglio di Stato, regioni, comuni, province e Anac. Il testo afferma chiaramente che sul testo del Dlgs (uno o più di uno) saranno acquisiti i pareri della Conferenza unificata, Consiglio di Stato e Anac, i quali avranno 45 giorni per formulare i loro pareri (non vincolanti) e comunque, trascorsi 45 giorni «il Governo può comunque procedere». Stessa cosa per le commissioni parlamentari, con la variante che «se il termine previsto per l’espressione del parere cade nei trenta giorni che precedono la scadenza del termine previsto per l’esercizio della delega o successivamente, la scadenza medesima è prorogata di novanta giorni». Se poi il Governo non ritiene di conformarsi alle indicazioni che arrivano dal Parlamento, risponde con «con le proprie osservazioni e con eventuali modificazioni, corredate dei necessari elementi integrativi di informazione e motivazione». Le Commissioni possono replicare entro 10 giorni ma «decorso tale termine, i decreti possono comunque essere adottati».
L'”indice” del regolamento
Il regolamento attuativo dovrà arrivare al massimo entro due anni dall’entrata in vigore del nuovo codice. Il Ddl delega indica «in particolare» le materie che prioritariamente dovranno essere disciplinate dal «regolamento unico». La lista è una sorta di indice che ricalca l’attuale regolamento e nella quale si trovano materie già regolamentate (come ad esempio gli appalti sui Beni culturali) oppure oggetto di linee guida o decreti ancora inediti. Di seguito la lista completa, che si legge al comma 7 articolo 1 del Ddl delega: «a) nomina, ruolo e compiti del responsabile del procedimento; b) progettazione di lavori, servizi e forniture, e verifica del progetto; c) sistema di qualificazione e requisiti degli esecutori di lavori e dei contraenti generali; d) sistemi di realizzazione dei contratti e selezione delle offerte; e) categorie di opere generali e specializzate; f) direzione dei lavori e dell’esecuzione; g) esecuzione del contratto, contabilità, sospensioni e penali; h) collaudo e verifica di conformità; i) tutela dei lavoratori e regolarità contributiva; l) affidamento dei contratti di importo inferiore alle soglie di rilevanza comunitaria, indagini di mercato, formazione e gestione degli elenchi di operatori economici; m) requisiti degli operatori economici per l’affidamento dei servizi di architettura e ingegneria; n) lavori riguardanti i beni culturali». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

04/03/2019 – Il Sole 24 ore – Edilizia e territorio
Tav/1. Analisi ricalcolata «solo per l’Italia»: il risultato passa da -7 a -2,5 miliardi

Alessandro Arona

Per l’Italia realizzare l’opera avrebbe un costo economico (a 60 anni) inferiore alle spese conseguenti allo stop (circa 3 mld)

L’analisi costi-benefici “supplementare” sulla Tav Torino-Lione, chiesta dal governo (tecnicamente dal Ministero delle Infrastrutture, ma su input del presidente del consiglio Giuseppe Conte), riguardante i soli impatti (finanziari ed economici) dell’opera per l’Italia (e non anche per Francia e Unione europea), è stata consegnata giovedì scorso al Mit.
Il risultato dell’analisi resta negativo, ma nello scenario di traffico definito “realistico” il dato di saldo scende da -7 miliardi di euro a -2,5 miliardi.
Il metodo di calcolo usato dal gruppo di lavoro di Marco Ponti e Francesco Ramella non è cambiato, e dunque sul risultato continuan a pesare i dubbi tecnici che già avevano investito l’analisi “globale”: il calcolo come costo dei minori incassi per lo Stato sulle accise sui carburanti (non previsto dalle linee guida Ue sulle Acb) e dei minori incassi da pedaggio da parte delle concessionarie autostradali; e anche la stima del traffico merci, considerata dall’Osservatorio di Foietta troppo prudente, perché non considererebbe il riequilibrio modali dal valico di Ventimiglia e dal Monte Bianco.
Tuttavia, anche al netto di queste considerazioni, il dato negativo finale, se calcolato solo per l’Italia, si ridimensiona notevolmente; non più sette miliardi di euro ma 2,5.
Un danno (un deficit dell’Acb) solo per l’Italia (nell’arco di 60 anni) che dunque può ora essere confrontato con i costi “di uscita”, con quanto costerebbe all’Italia fermare l’opera: 1,6 miliardi di costi giuridici (calcolati dai giuristi incaricati dal Mit, per penali e restituzione fondi), circa 350 milioni per messa in sicurezza delle gallerie già scavate, dunque poco meno di due miliardi in tutto. A cui andranno poi aggiunti i costi per adeguare la linea ferroviaria storica di fine ottocento, costi stimati dall’Osservatorio in 1,4/1,7 miliardi. Almeno 3,3/3,4 miliardi in tutto.
È chiaro che l’obiettivo “politico” di questa analisi-bis era arrivare a numeri solo per l’Italia, confrontabili con i “costi di uscita” solo italiani. Danni teorici a trent’anni e danni reali di uscita sono ora due numeri molto vicini, come fu per il Terzo Valico, e più facile diventa arrivare alla conclusione che i danni certi e potenziali, i rischi di perdita di credibilità internazionale e di conflitto con Francia e Ue, suggeriscono di andare avanti. Lo suggeriscono i numeri.
«Credo che il Governo stia andando in quella direzione» ha detto il 1° marzo il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, rispondendo alle domande dei giornalisti al vertice Confindustria-Medef. «Il dialogo costruttivo c’è anche nel governo – ha aggiunto Tria – ci sono posizioni diverse ma credo ci sarà una evoluzione positiva, perché saranno i fatti che ci porteranno verso quella posizione».
Ma come sono arrivati ai 2,5 miliardi i professori Ponti e Ramella? 
Innanzitutto cambiando il dato di partenza, il costo dell’opera. Il costo “a finire”, calcolato dal gruppo Ponti a partire dalla stima Cipe 2017 di 9,6 miliardi per la tratta internazionale, più gli 1,9 della tratta nazionale (compreso scalo di Orbassano), vale 11,5 miliardi, di cui 4,6 a carico dell’Italia (gli 1,9 italiani e 2,7 per la quota a carico Italia del tunnel). In realtà i costi a carico dell’Italia dovrebbero essere più alti, 3.344 milioni con costo 9.630, che scenderebbero 2.880 se la Ue alzasse come probabile la sua quota al 50%. D’altra parte Telt calcola che a inflazione reale il dato certificato 2012 del costo di 8.609 milioni sarebbe oggi aggiornabile a 8.793 milioni. Per la parte italiana d’altra parte l’Osservatorio ritiene che i 200 milioni dello scalo di Orbassano siano un’opera a parte.
Ricordiamo che questi sono i “costi a finire”, al netto degli 1,4 miliardi della fase di scavi preliminari.
Dunque, secondo Ponti: costo totale 11,5 miliardi, 4,6 a carico dell’Italia (40%).
Secondo Foietta: 10,49 costo totale, di cui 5,0 miliardi a carico dell’Italia (47%).
A parte le discrepanze su questi numeri di base, il punto è un altro.
L’Acb – come da lettera tura in materia – parte da un dato di costo attualizzato alla vita utile (60 anni), al netto però del valore residuo che l’opera avrà a quella data.
Nell’Acb originaria era di 7.658 milioni di euro, calcolando solo la parte a carico dell’Italia si parte da circa tre miliardi di euro.
Poi da qui parte l’analisi dei benefici e dei danni economici (si veda a ), per il trasporto merci (+) e passeggeri (+), per l’ambiente (+), per lo Stato da minori accise (-), per i pedaggi autostradali (-), per la congestione da traffico (+). Tutto è stato ricalcolato tenendo solo dell’effetto sull’Italia.
Non sappiamo i numeri di dettaglio, ma il risultato finale passa da -6.995 milioni a -2.500 milioni.
Questo il comunicato del Ministero delle Infrastrutture del 1° marzo.
«L’ulteriore supplemento della analisi costi benefici sul Tav Torino-Lione, che riguarda solo la parte italiana del tunnel di base e la tratta nazionale – precisa una nota del Mit – è stato prodotto dal gruppo di lavoro del professor Ponti su uno specifico input giunto non dalla Presidenza del Consiglio, ma dal Mit e solamente per lo scrupolo di voler dare un ulteriore riscontro al dibattito che si era creato intorno al metodo della analisi». «Come ammesso dagli stessi autori – aggiunge la nota delle Infrastrutture – che il Ministero ringrazia per lo sforzo ulteriore, questo contributo si basa su una impostazione che in qualche modo distorce il corretto fondamento della analisi originale. Il risultato è comunque molto negativo – circa -2,5 miliardi nello scenario realistico, peraltro con una incidenza nettamente inferiore delle mancate accise incassate dallo Stato – e ciò nonostante si considerino i costi dell’investimento al netto dei fondi Ue che, tuttavia, arriveranno eventualmente in massima parte solo a consuntivo».
«La bozza di questo supplemento è stata consegnata alla Struttura Tecnica di Missione del Ministero soltanto nella giornata di ieri e sarà regolarmente pubblicata – conclude la nota – dopo il vaglio di conformità da parte della medesima Struttura».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

04/03/2019 – Il Sole 24 ore – Edilizia e territorio
Sblocca cantieri, Ance e Oice positivi verso il Governo «ma è ora di trasformare gli annunci in fatti»

Al. Le.

Buia: le responsabilità sono molteplici e dipendono in gran parte dalla burocrazia. Scicolone: la soluzione dei problemi è soprattutto nello snellimento delle procedure

I propositi del Governo di far ripartire i cantieri trovano il consenso di costruttori e progettisti.
«È un segnale molto positivo che il Governo abbia deciso di cominciare concretamente a lavorare a un decreto sblocca cantieri per rimettere in moto il Paese», commenta il presidente Ance, Gabriele Buia, in relazione alle dichiarazioni rilasciate dal premier Conte e dal ministro Toninelli di volere mettere subito mano a un provvedimento urgente.
«Grazie al sito sbloccacantieri.it e alle decine di segnalazioni che ci arrivano da tutta Italia ogni giorno possiamo avere un quadro dello stato di immobilismo e degrado in cui il Paese versa ormai da tempo e contro il quale abbiamo tutti il dovere di reagire e di lavorare per mettervi fine», aggiunge Buia che sottolinea: «Ai cittadini poco importa di sapere di chi è la colpa. Segnalo peraltro al ministro Toninelli che, come abbiamo detto più volte, le responsabilità sono molteplici e dipendono in gran parte dalla burocrazia e dall’inefficienza del processo decisionale dell’amministrazione pubblica che si protrae da anni.
È arrivata dunque l’ora di passare dalle parole ai fatti. Il Paese non può più attendere».
Anche Gabriele Scicolone, presidente dell’Oice, l’Associazione delle società di ingegneria e architettura italiane aderente a Confindustria, esprime apprezzamento per il varo del ddl delega sul codice appalti e per l’imminente uscita del decreto-legge sblocca cantieri: «Si tratta di segnali che mostrano attenzione verso un settore che può fungere da traino per una auspicabile crescita. Anche in audizione al Senato abbiamo presentato numerose proposte di riforma del codice, a partire dal ripristino del regolamento di attuazione, dall’esigenza di assicurare compensi equi ai progettisti e di abbattere e rendere certi i tempi di aggiudicazione degli appalti, ma abbiamo anche segnalato la necessità di assicurare un quadro di regole stabili e certe che non tocchino la centralità del progetto esecutivo e del ruolo del progettista. La prima preoccupazione, infatti, quando si riaprono i cancelli delle norme è che non si perda quanto di buono si è fatto. Per altro verso rimaniamo del tutto contrari alla Centrale di progettazione, inutile e anacronistica soluzione ai problemi delle piccole amministrazioni locali. Meglio sarebbe parlare di una Centrale di pianificazione e controllo della efficacia spesa».
Per l’Oice la soluzione dei problemi è soprattutto nello snellimento delle procedure: «È importante e necessario sbloccare i cantieri, ma va tenuto sempre a mente – ha detto Scicolone – che se i cantieri non partono spesso le ragioni sono nella farraginosità dei tempi di approvazione dei progetti esecutivi e che, se i cantieri sono bloccati – spesso da anni – a nulla vale chiamare in causa il codice appalti perché le ragioni sono altre e spesso chiamano in causa amministrazioni che rimettono in discussione scelte già fatte. Siamo quindi favorevoli a modifiche mirate del codice, anche per superare le critiche di Bruxelles, ma non vorremmo che tutto ciò finisca in un ritorno a pratiche del passato che hanno visto il proliferare di varianti e di costi e a pericolose marce indietro sulla concorrenza e sulla trasparenza». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

04/03/2019 – Il Sole 24 ore – Edilizia e territorio

Contratto Rfi da 13,2 miliardi, via libera del Mef: ora manca solo la Corte dei Conti

Alessandro Arona

Il programma 2017-2021 è in preparazione dall’inizio del 2017 e sbloccherà fondi per manutenzione, ferrovie regionali, tratte Av

Via libera al piano investimenti ferroviari di Rfi (Gruppo Fs) da 13,2 miliardi di euro, dopo un iter approvativo durato in tutto due anni, dall’inizio del 2017 a oggi. «Il Contratto di Programma, parte investimenti Rfi-Mit 2017-2021 – annuncia il Ministero delle Infrastrutture – è stato controfirmato dal Ministero dell’Economia. Si trattava dell’ultimo passaggio mancante prima dell’invio alla Corte dei Conti per la registrazione». «Un passo importantissimo – commenta il Mit – per assicurare i 13,2 miliardi di investimenti in più previsti dal piano, in piena linea con l’impegno del Governo, e del Ministero in primis, sullo sviluppo delle opere ferroviarie italiane». Dopo l’ok della Corte dei Conti Rfi potrà usare le risorse (stanziate in gran parte dalla legge di Bilancio 2017) per i nuovi investimenti ferroviari programmati.
Per gli investimenti Rfi sono a disposizione altri 5,9 miliardi dal Dpcm Conte pubblicato a gennaio(Fondo Investimenti comma 140), ma per renderli disponibili il governo dovrà cercare di accelerare la procedura (definizione programma, delibera Cipe, Cote dei Conti, pareri parlamentari, decreto interministeriale Mit-Mef, Corte dei Conti).
Ci sono poi gli 8,7 miliardi proposti da Toninelli per il Dpcm 2019 sul nuovo Fondo Investimenti Pa centrali della legge di Bilancio 2019, ma qui la cifra è ancora incerta e i tempi ancora più lunghi (ci vorranno mesi per arrivare al Dpcm operativo).
I tempi dei contratti Rfi sono sempre stati lunghi, ma in questo caso ad allungarli è stato anche il cambio di legislatura. La proposta di Rfi risale all’inizio del 2017, dopo i 9,8 miliardi messi a disposizione dalla legge di Bilancio 2017 (Fondo Investimenti comma 140), ma si è poi dovuto aspettare lo sblocco dei fondi con il Dpcm Gentiloni (prima lettura) del 30 maggio 2017, andato poi in Gazzetta a fine settembre 2017. Già prima, con la seduta del 7 agosto 2017, il Cipe ha dato parere favorevole al Contratto Rfi 2017-21.
La delibera è stata però registrata dalla Corte dei Conti solo il 23 marzo 2018, già dopo le elezioni, con delibera pubblicata in Gazzetta (con il numero 66/2017 ) il 10 aprile 2018 (la delibera cipe).
L’allora Ministro Graziano Delrio, nel periodo del governo Gentiloni “in uscita”, aveva già intenzione di mandare il contratto alla Commissione parlamentare speciale, ma questa decise di occuparsi solo di Dlgs urgenti. Con l’insediamento di Toninelli il contratto si è di nuovo fermato per qualche mese, per una inevitabile “presa di conoscenza” da parte del nuovo ministro. Toninelli ha poi mandato il testo alle Camere – senza modifiche – a inizio settembre. Parere positivo a fine ottobre, a gennaio la bozza di decreto firmata dal Mit, ora controfrimata dal Mef. A questo punto manca solo la registrazione della Corte dei Conti.
Ci sono voluti due anni dallo stanziamento dei fondi al loro sblocco. Ora ci si aspetta un forte slancio agli investimenti Rfi a partire dal marzo prossimo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA