Rassegna stampa 28 febbraio 2019

28/02/2019 – Cronache di Napoli

Napoli Servizi, i debiti bloccano gli stipendi

Riunione nella serata di ieri fra i vertici del Municipio e i rappresentanti dei dipendenti della società
Il Comune contrae un prestito da 200 milioni per pagare i fornitori Di fatto si crea un ulteriore passivo per coprire gli arretrati dell’ amministrazione
NAPOLI (Renato Casella) – Riunione serale ieri in Municipio per il futuro di Napoli Servizi, la società partecipata al 100% dal Comune. I vertici dell’ amministrazione comunale hanno incontrato i rappresentanti sindacali dei dipendenti per affrontare la questione degli stipendi. Le casse della società multiutility sono in rosso e la scadenza di ieri per il pagamento è passata. Da qui la convocazione dell’ incontro, che è stato possibile tenere solo a tarda sera. Il personale costa 52 milioni e non è facile trovare in bilancio le coperture per una spesa simile. Per il futuro si spera nei prepensionamenti, favoriti da “Quota 100”. In questo modo la multiutility potrebbe alleggerirsi di circa 300 dipendenti, con un conseguente calo del costo del lavoro. La società ha molte competenze, dalla manutenzione del verde ai servizi di sorveglianza fino agli interventi sulle buche nell’ asfalto. Dal 2013 ha un compito delicatissimo: la gestione del patrimonio immobiliare comunale, un tesoro che nel corso degli anni nessuno ha saputo – o voluto – fare fruttare. Insomma, una serie di compiti anche gravosi, con una situazione finanziaria critica. E adesso i nodi stanno venendo al pettine e a rimettersi sono i dipendenti. Va ricordato che il Comune di Napoli è in ritardo perenne per il pagamento dei fornitori e non fanno certamente eccezione quelli della Napoli Servizi. E ieri il Comune ha annunciato che su proposta dell’ assessore al Bilancio Enrico Panini, la giunta ha approvato una deliberazione volta a richiedere alla Cassa depositi e prestiti l’ anticipazione di liquidità di cassa per il pagamento di debiti certi, liquidi ed esigibili maturati alla data del 31 dicembre 2018, così come previsto dalla Legge di Bilancio 2019. Il Comune richiederà anticipazioni per 200 milioni di euro, ad un tasso di interesse dello 0,98% (molto più conveniente, fa notare l’ amministrazione nel comunicato diffuso ieri, del tasso della tesoreria comunale sulle anticipazioni, pari al 3,95%) e ciò consentirà di esaurire il “cronologico” almeno fino alla fine del mese di maggio 2018. Pertanto, la concessione dell’ anticipazione da parte della Cassa Depositi e Prestiti consentirà all’ amministrazione comunale di immettere immediatamente nel circuito dei fornitori del Comune consistenti risorse, di fatto l’ intero ammontare dell’ anticipazione ricevuta. Queste risorse “trasferi te alle imprese napoletane per le prestazioni già effettuate consentiranno di riattivare il ciclo virtuoso economico e finanziario stimolando lo sviluppo dell’ economia napoletana”, secondo quanto si legge nel comunicato diffuso ieri da Palazzo San Giacomo. Al di là dei toni ottimistici utilizzati dall’ amministrazione, va ricordato che si tratta sempre di un nuovo debito per le casse pubbliche, comunque lo si voglia chiamare, e che questo passivo ricadrà sui cittadini contribuenti. Si spera adesso nella ricaduta positiva per l’ economia cittadina, ma il debito per l’ ente locale resta pesante, anche se viene “spalmato” nel tempo e con interessi contenuti.

28/02/2019 – La Repubblica (ed. Firenze)
Gas e rifiuti fanno affari il gruppo Estra compra Ecolat srl

La strategia
Estra, multiutility controllata indirettamente da 143 Comuni soprattutto toscani, ha compiuto un altro passo nella strategia di riportare sotto l’ ombrello pubblico Sei Toscana, concessionaria del ciclo dei rifiuti nel sud della regione fino al 2034 e proprietaria di impianti importanti, ma zavorrata da una compagine societaria frammentata e da un’ inchiesta per turbativa d’ asta che ne ha comportato il commissariamento. Estra, che ha il core business nella distribuzione del gas, ha annunciato di aver acquisito il 100% di Ecolat srl – di cui ad agosto aveva già il comprato il 12 – una delle società che partecipano all’ azionariato di Sei Toscana. Ecolat è titolare di un impianto di selezione e valorizzazione dei rifiuti provenienti dalle raccolte differenziate multi- materiale dei Comuni nelle province di Grosseto, Arezzo, Prato e Firenze, è gestore nella stessa area del Centro di raccolta del Comune di Grosseto e di una piattaforma di stoccaggio di rifiuti recuperabili urbani. Ma soprattutto – ricorda una nota dell’ acquirente – «l’ acquisizione totale di Ecolat consente ad Estra di affermarsi ulteriormente nell’ attività di gestione del ciclo integrato dei rifiuti, strategica per la crescita ed il rafforzamento del gruppo nell’ ottica di svolgere in misura crescente il ruolo di multiutility ». « Con questa operazione – aggiungono Francesco Macrì e Alessandro Piazzi, rispettivamente presidente e amministratore delegato di Estra – ci mettiamo a disposizione, con spirito costruttivo, di un territorio dove siamo già presenti, anche per ripristinare una governance pubblica in un servizio molto rilevante per la qualità della vita dei cittadini ». – ma.bo. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

28/02/2019 – Diritto 24
Gattai Minoli Agostinelli & Partners ha assistito Estra S.p.A. nell’acquisizione del 100% di Ecolat S.r.l.

Gattai Minoli Agostinelli & Partners ha assistito Estra S.p.A. – tra gli operatori leader nel Centro Italia nel settore della vendita di gas naturale, attivo anche nella vendita di energia elettrica, nell’acquisizione del 100% di Ecolat S.r.l., società operante nel settore dei servizi ambientali e ciclo dei rifiuti in Toscana.

Ecolat è titolare di un impianto di selezione e valorizzazione dei rifiuti provenienti dalle raccolte differenziate multimateriale dei Comuni nelle province di Grosseto, Arezzo, Prato e Firenze, è gestore nella stessa area del Centro di raccolta del Comune di Grosseto e di una piattaforma di stoccaggio di rifiuti recuperabili urbani nonché socia di Sei Toscana S.r.l. (società che gestisce i servizi ecologici integrati nella Toscana Sud),

Il team di Gattai, Minoli, Agostinelli & Partners è stato composto dal Partner Giovan Battista Santangelo e dagli Associate Enrico Silvestri e Flavia Bertini.

 

28/02/2019 – Il Messaggero
Così il governo riforma gli appalti: assegnazioni sprint e taglia-ricorsi

In settimana un primo decreto legge per sbloccare i cantieri. Pacchetto di proposte della Lega a Conte Salvacondotto contro le richieste di danno erariale per i funzionari che firmano gli atti di aggiudicazione
IL PROVVEDIMENTO ROMA Lega in pressing su Palazzo Chigi per far arrivare in porto, al più presto possibile, il decreto sblocca-cantieri. «Se non riparte l’ edilizia questo Paese resta fermo» ha ammonito ieri il vicepremier, Matteo Salvini, spiegando di aver consegnato nelle mani di Giuseppe Conte alcun proposte per integrare lo schema di decreto legge al quale il premier, insieme al ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, sta lavorando da settimane. Il Carroccio punta ad accelerare le pratiche, e fonti del partito parlano di 150 miliardi di investimenti pubblici bloccati. «Almeno 10-12 già sarebbero attivabili subito» spiegano da Via Bellerio. Le principali novità contenute nel provvedimento dovrebbero riguardare le procedure di assegnazione di gara. Per accorciare i tempi, gli appalti potrebbero essere affidati già dopo l’ apertura delle offerte tecniche ed economiche, senza attendere l’ ok amministrativo. Le aziende hanno chiesto anche di ridurre i controlli autorizzativi della Corte dei Conti ogni qualvolta ci sono delle variazioni rispetto alle delibere approvate dal Cipe. Novità sostanziali anche sul versante del contenzioso, che nonostante la Corte dei Conti sostenga riguardi soltanto il 2,7 per cento degli appalti, produce ritardi giudicati insopportabili. In quest’ ottica si vogliono rivedere o quanto meno ammorbidire le procedure per evitare le impugnazioni immotivate, spesso azionate solo per ripicca. LE MISURE In sostanza, garantendo comunque i diritti delle parti, nel caso dei ricorsi da parte delle aziende che segnalano irregolarità nelle procedure, si vuole sbloccare l’ aggiudicazione delle opere senza aspettare il giudizio finale. Tra le misure che dovrebbero confluire nel decreto, oltre al ridimensionamento del potere dell’ Anac, potrebbero trovare posto una nuova limitazione dei ribassi d’ asta, suggerita dalla Lega, ma anche l’ uso di commissari ad acta per superare gli ostacoli al proseguimento dei lavori come, ad esempio, il fallimento della ditta appaltatrici o i litigi tra enti locali e Stato. Per superare il timore dei tecnici a firmare i via libera definitivi, una delle soluzioni consisterebbe nel garantire ai funzionari pubblici una sorta di salvacondotto dalle responsabilità giuridiche, soprattutto in materia di danno erariale, nelle quali incorrono quando firmano gli atti di assegnazione. Si cercherà quindi di circoscrivere le responsabilità. A questo primo provvedimento ne seguirà un altro, più articolato, destinato a modificare il codice dei contratti, da approvare però con un disegno di legge. All’ impazienza della Lega, tuttavia, fa da contraltare la prudenza dei 5 Stelle. «Il governo ha già sbloccato diverse opere importanti che erano ferme o stentavano ad andare avanti quando siamo arrivati» ha ricordato il ministro Toninelli citando, ad esempio, i cantieri Cmc in Sicilia, la Quadrilatero Marche-Umbria. «L’ iniziativa di Salvini rappresenta certamente un contribuito che sarà valutato» ha tagliato corto il numero uno del Mit. Non sembrano invece disposti ad aspettare a lungo i costruttori. «Abbiamo in programma una sorta di guerriglia urbana civile perché è ora di dire basta al blocco degli investimenti sulle opere pubbliche e al peso ormai insostenibile della burocrazia», ha avvertito il presidente dell’ Ance, Gabriele Buia. Michele di Branco © RIPRODUZIONE RISERVATA.

28/02/2019 – Il Sole 24 Ore
Appalti, operazione in due tempi: oggi il Ddl delega in Cdm

INFRASTRUTTURE
Poi arriverà il decreto In Consiglio anche nove leggi di semplificazione
ROMA La partita dello «sblocca cantieri» e della riforma del codice appalti diventa centrale nel confronto interno al governo e il premier Giuseppe Conte accelera l’ operazione in due tempi annunciata nell’ intervista al Sole 24 Ore pubblicata il 26 febbraio. Oggi il Consiglio dei ministri varerà il disegno di legge delega che prevede la riforma organica del codice mentre nelle prossime settimane arriverà il decreto legge che dovrà anticipare alcuni pezzi della riforma. Su cui però le idee sembrano ancora non mature, con posizioni anche diverse e un tira e molla fra Lega da una parte e Cinque Stelle e Palazzo chigi dall’ altra (si veda l’ articolo a fianco per gli aspetti politici). Nel Consiglio dei ministri di oggi saranno approvati anche altri nove disegni di legge di semplificazione che usciranno dalla riunione di governo dopo esservi entrati con un bloccone unico. Le norme riguardano – fra gli altri temi – le imprese, le autorizzazioni edilizie, i beni culturali. La decisione di “spacchettare” il disegno di legge unico, che per altro ebbe una prima approvazione in Consiglio dei ministri del 12 dicembre e poi si fermò per ricevere le proposte dei singoli ministeri, nasce da esigenze parlamentari: con un solo Ddl si sarebbe mandato tutto al ritmo del più lento, mentre oggi l’ esigenza del governo è proprio quella di accelerare sugli appalti. In questo modo sarà anche semplificato il lavoro delle commissioni di merito. Nel disegno di legge sugli appalti ci sarà una delega, da esercitare entro un anno, per adottare «un nuovo codice degli appalti in sostituzione di quello» approvato con Dlgs 50/2016 «ovvero modificandolo per quanto necessario». Qui la novità più importante, se sarà confermata nel testo di uscita, è la previsione di «un unico regolamento per dettare la disciplina esecutiva ed attuativa» che dovrà essere emanato entro 24 mesi. Il regolamento unico dovrebbe ridimensionare (o azzerare) il ruolo delle linee guida dell’ Anac, che potrebbero essere parzialmente assorbite nel nuovo strumento o ridimensionate ad atti interpretativi «non regolamentari e non vincolanti». Il regolamento unico sarebbe poi in realtà un ritorno al vecchio perché fino al codice del 2006 (il cosiddetto codice De Lise) il sistema era imperniato proprio su un regolamento generale, come era fin dal 1895. Il nuovo codice, varato dal governo Renzi nel 2016, aveva invece scelto la strada della soft law, cioè della regolazione non vincolante affidata all’ Autorità guidata da Raffaele Cantone. Un’ esperienza che questo governo considera fallita. Sarebbe invece rafforzato il ruolo di Anac negli ambiti della vigilanza in generale e di quella «collaborativa» in particolare. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giorgio Santilli

28/02/2019 – Il Sole 24 Ore
Clausole sociali limitate dalla libertà organizzativa

APPALTI PUBBLICI
Le linee guida Anac tengono conto delle esigenze del subentrante
Le clausole sociali possono essere inserite negli appalti pubblici, ma non possono comprimere in maniera eccessiva la libertà organizzativa dell’ impresa subentrante. Questo il messaggio proveniente dalle linee guida Anac sugli appalti pubblici «sopra soglia», approvate con delibera 114 del 13 febbraio 2019. Il documento fornisce indicazioni alle pubbliche amministrazioni sui criteri da seguire per dare attuazione all’ articolo 50 del Codice appalti, indicazioni che, pur non essendo vincolanti, sono particolarmente autorevoli. Secondo questa norma, le stazioni appaltanti devono inserire nella lex specialis di gara specifiche clausole volte a promuovere la stabilità occupazionale del personale impiegato. L’ Anac, in linea con gli orientamenti maggioritari della giurisprudenza amministrativa, si preoccupa di tutelare la libertà organizzativa delle imprese che subentrano. In particolare, secondo le linee guida, la clausola sociale è legittima solo se riguarda un contratto «oggettivamente assimilabile» a uno preesistente, mentre non può essere inserita se tra i rapporti sussista un’ oggettiva e rilevante incompatibilità. Inoltre l’ applicazione della clausola sociale non può comportare un indiscriminato e generalizzato dovere di assorbimento del personale utilizzato dall’ impresa uscente: tale obbligo deve essere armonizzato con l’ organizzazione aziendale prescelta dal nuovo affidatario, deve essere compatibile con il fabbisogno richiesto dall’ esecuzione del nuovo contratto e con la pianificazione e l’ organizzazione definita dal nuovo appaltatore. L’ Anac si preoccupa anche di garantire, ai soggetti che vogliono subentrare nell’ appalto, di conoscere i dati del personale da assorbire. Pertanto viene richiesto alla stazione appaltante di indicare gli elementi rilevanti per la formulazione dell’ offerta e i dati relativi al personale utilizzato nel contratto precedente (numero di unità, monte ore, Ccnl applicato, qualifica, livelli retributivi, scatti di anzianità, sede di lavoro, eventuale indicazione degli assunti in base alla legge 68/1999 o mediante agevolazioni contributive). I concorrenti, inoltre, hanno il diritto di richiedere in modo analitico tutti gli ulteriori dati ritenuti necessari per mettere a punto l’ offerta. Sempre nell’ ottica di garantire un’ applicazione “sostenibile” della clausola sociale, Anac chiarisce che il concorrente deve allegare all’ offerta un progetto di assorbimento per illustrare le concrete modalità di applicazione della clausola sociale (numero dei lavoratori, inquadramento e trattamento economico). Spesso i contratti collettivi già regolano la clausola: per garantire il loro coordinamento con i bandi di gara, le linee guida stabiliscono che, in caso di sovrapposizione tra norme diverse, prevale l’ applicazione prevista dal Ccnl prescelto dall’ operatore economico (se è più favorevole). Il documento si chiude con una doppia indicazione: la mancata accettazione della clausola sociale comporta l’ esclusione dalla gara, ma un’ esclusione non può mai fondarsi solo sulla richiesta di applicare la clausola nei limiti di compatibilità con la propria organizzazione d’ impresa. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giampiero Falasca

28/02/2019 – La Repubblica
Anas e Ferrovie, il governo taglia oltre 4 miliardi alle grandi opere

La frenata degli investimenti
Stanziamenti rimandati e ridotti nonostante l’ impegno del premier a riaprire presto i cantieri roma Quattro miliardi e centosessantasette milioni. Cosa saranno mai, al confronto degli 87 ( ottantasette!) miliardi di fondi arenati nei meandri delle burocrazie ministeriali ( assurdità rivelata dal ministro dell’ Economia Giovanni Tria al presidente dei costruttori Gabriele Buia)? Una goccia nel mare. Quel gruzzolo tolto quest’ anno ai bilanci di Anas e Ferrovie è però la prova della gigantesca contraddizione fra le dichiarazioni del governo Conte e la realtà della sua azione. Le parole: il premier annuncia che andrà “cantiere per cantiere” a far ripartire le opere per mostrare “una feroce determinazione a operare”, mentre il vicepremier Matteo Salvini comunica di aver proposto un decreto sblocca cantieri e il ministro delle Infrastrutture Toninelli giura che ” nessuna opera è stata bloccata”. I fatti: il più massiccio taglio alle disponibilità di Anas e Ferrovie che la storia recente ricordi. Spietata è la ricostruzione dell’ Associazione dei costruttori sulla base della legge di bilancio per il triennio 2019- 2021. Il fondo per gli investimenti Anas nell’ anno 2019 si è ristretto di un miliardo 827 milioni, passando da 2 miliardi 361 milioni a meno di 534 milioni. È una cifra superiore a un terzo di tutti gli stanziamenti previsti nel triennio. Sia chiaro: i soldi non sono evaporati. Semplicemente sono stati spostati sul 2020 e sul 2021. La giustificazione è un adeguamento al piano finanziario dei pagamenti ma è comunque una bella botta. Non è andata meglio alle Ferrovie. Gli stanziamenti per gli impianti di competenza 2019 sono stati ridotti da 3 miliardi 492 milioni a un miliardo 152 milioni, con un saldo netto negativo di 2 miliardi 340 milioni. In questo caso, ben oltre un quinto di tutte le somme assegnate alle infrastrutture ferroviarie per il periodo 2019- 2021. E a differenza di quanto fatto per l’ Anas, qui il governo non si è limitato a spostare i denari da un anno all’ altro, ma ha anche tagliato di un miliardo e 300 milioni le disponibilità del triennio, che in questo modo dimagriscono da 10 miliardi e 991 milioni a 9 miliardi 691 milioni. Il gruppo Fs subirà così quest’ anno un ridimensionamento del 71 per cento dei finanziamenti statali, ridimensionati da 5,8 a meno di 1,7 miliardi. La massiccia ” rimodulazione”, come si dice in gergo tecnico, riguarda l’ intero conglomerato che comprende anche l’ Anas, il cui capitale è passato un anno fa sotto il controllo delle Ferrovie. Una mossa che subito non era piaciuta all’ attuale maggioranza di governo. Ma ora, a sette mesi dall’ inizio dell’ offensiva contro l’ accorpamento delle due aziende, il divorzio è finito nel congelatore. E nessuno sa dire come, ma neppure se, verrà mai riesumato. Tutto depone anzi per un cambiamento del cambiamento. © RIPRODUZIONE RISERVATA. SERGIO RIZZO

28/02/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Ponte Genova, Toninelli non molla la presa sulla revoca della concessione ad Autostrade: pool di giuristi al Mit

Mau.S.

Il ministro: a dicembre chiesti ulteriori chiarimenti ad Aspi che ha quattro mesi per rispondere

Toninelli conferma di non aver mollato la presa sul dossier per la revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia, in seguito al crollo del Ponte Morandi lo scorso agosto. «Un pool di giuristi di altissimo profilo» affiancherà la struttura tecnica del ministero che si sta occupando della questione, ha annunciato il ministro delle Infrastrutture durante i question time alla Camera.

Toninelli ha anche chiarito che lo scorso dicembre il Mit ha «formalizzato ulteriori e più specifiche richieste di chiarimenti e informazioni sugli aspetti oggetto di rilievo da parte della Commissione ministeriale», nominata per accertare le cause del crollo «in parallelo all’azione giudiziaria». La società Autostrade, ha chiarito il ministro, ha quattro mesi per rispondere: «Un termine – ha concluso – più che congruo per la difesa».

Toninelli ha ricordato di aver contestato ad Autostrade il «grave inadempimento» il 16 agosto, fissando un termine di 15 giorni per le repliche. «Al contempo – ha continuato – è
stata nominata una Commissione ispettiva ministeriale» . «Alla metà di settembre – ha aggiunto – la Commissione ispettiva ha reso pubblica la sua relazione. Il 5 ottobre Aspi ha poi formulato delle prime considerazioni, riservandosi al contempo di presentare più articolati rilievi di natura tecnica che ad oggi non sono ancora stati forniti. Per questo motivo nel mese di dicembre 2018 il Mit ha quindi formalizzato ulteriori e più specifiche richieste di chiarimenti e informazioni».

«Quanto fatto fino ad oggi – ha concluso il ministro – ha già avuto come prima
conseguenza positiva per l’interesse pubblico quello del pagamento da parte di Aspi dei risarcimenti agli sfollati e alle imprese del territorio nonché della messa a disposizione delle
risorse necessarie alla demolizione e ricostruzione del ponte, esattamente come avevamo annunciato».

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28/02/2019 – MF
Bono incassa l’ endorsement Cdp

L’ ad Palermo loda il lavoro fatto dall’ amministratore delegato di Fincantieri
A pochi giorni dal consiglio della Cassa, che presenterà la lista dei nominativi per le controllate pubbliche (in totale 27 poltrone), il numero uno del gruppo promosso da azionista, Cisl e analisti
Il ceo di Fincantieri, Giuseppe Bono, ha incassato ieri un doppio endorsement per la riconferma al vertice della società. A poche settimane dal 6 marzo, quando il cda di Cdp dovrà presentare le liste per il rinnovo delle aziende partecipate in scadenza, tra cui Fincantieri, il ceo della Cassa, Fabrizio Palermo, ha sottolineato l’ ottimo lavoro fatto in questi anni da Bono. Fincantieri, di cui Cdp detiene il 71,6% tramite Fintecna, «è una realtà importante del Paese, in cui ho avuto l’ onore di lavorare contribuendo con Giuseppe Bono a sviluppare e a trasformare in un gruppo internazionale», ha detto Palermo. A sostenere la riconferma del numero uno di Fincantieri è stata anche la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, che in un comunicato ha fatto sapere di aver valutato positivamente la decisione del governo di smentire un imminente cambio della governance sostenendo che il gruppo è stato ben guidato in questi anni dal suo management. Per questo, ha aggiunto la numero uno della Cisl, ogni eventuale decisione da parte del governo di ricambio della governance del gruppo cantieristico dovrà essere attentamente valutata «per evitare salti nel buio che potrebbero compromettere gli investimenti produttivi e la tenuta occupazionale in tante aree importanti del nostro Paese». Ieri anche gli analisti e il mercato hanno fatto il tifo per la riconferma di Bono in tandem con il presidente Gianpiero Massolo, sottolineando gli ottimi dati di bilancio presentati martedì scorso. Banca Imi, che sul titolo ha una raccomandazione buy e un prezzo obiettivo a 1,33 euro, si aspetta in particolare un «re-rating del consenso» dopo i conti 2018 «decisamente migliori del previsto» alla luce di una «crescita ancora solida nel 2019». Equita Sim ha invece alzato il prezzo obiettivo su Fincantieri da 1,25 a 1,3 euro, confermando la raccomandazione hold mentre per Akros i buoni conti del quarto trimestre 2018 «possono supportare la conferma dell’ attuale ceo alla guida della società». Oltre a Fincantieri ci sono in ballo per il rinnovo dei vertici anche altre partecipate della Cassa, tra cui Snam, Italgas, Ansaldo Energia, Sace e Simest, per un totale di 27 poltrone, le cui liste saranno definite sempre nel corso del consiglio di amministrazione del prossimo 6 marzo. «Stiamo lavorando con gli azionisti perché ci siano scelte che vadano anzitutto a tutela dello sviluppo delle aziende di cui noi siamo azionisti che sono per noi l’ elemento centrale di ogni valutazione», ha commentato ieri Palermo. Se per Sace appare probabile un cambio dell’ amministratore delegato, con l’ uscita di Alessandro Decio, a prevalere nella prossima tornata di nomine potrebbe essere invece la strada della continuità nella gestione, da Marco Alverà in Snam a Paolo Gallo in Italgas, che dalla loro hanno i buoni risultati raggiunti negli ultimi anni. (riproduzione riservata)ANNA MESSIA

28/02/2019 – Il Sole 24 Ore
Salvini spinge Tav, autonomia e sblocca-cantieri: decreto ora

TENSIONI NEL GOVERNO
Sulla Torino-Lione vertice ieri sera tra il leader leghista, il premier e Di Maio Sul Dl per le opere risposta gelida di Conte: è solo una delle tante proposte
Roma. Matteo Salvini morde il freno. Lo stallo sulla Tav pesa, così come le resistenze dei pentastellati sull’ Autonomia. Ma soprattutto a preoccupare il vicepremier della Lega è la recessione che avanza e il rischio trovarsi a breve a doversi difendere dalle accuse (anche degli alleati del centrodestra) di essere azionista del Governo dei «No». Così ieri prima anticipa di aver inviato al premier la bozza di un decreto legge per sbloccare i cantieri, poi convoca un vertice al Viminale con i governatori di Veneto e Lombardia e la ministra Stefani annunciando che nei prossimi giorni si confronterà con lo stesso Conte e Di Maio sulla «sintesi finale» delle intese regionali. Un’ accelerazione in piena regola, in cui rientra anche la Tav. Si parla di un incontro «a ore» con il premier e vicepremier M5S. Salvini vuole che il governo dia il via libera a Telt, il consorzio italo-francese, di avviare i bandi per il tunnel nel Cda dell’ 11 marzo: «Ho dato la mia parola e il governo non cade ma il M5S continui a lavorare». L’ avvertimento si concretizza nel corso della giornata. Dalla Sardegna, dove è tornato ieri per un bagno di folla, fa sapere di aver consegnato al premier Conte la proposta di «un decreto-legge messo a punto dagli uffici della Lega per sbloccare i cantieri». Un provvedimento urgente su cui – sottolinea – «mi aspetto che Conte entro oggi (ieri ndr) mi dia una risposta positiva» perché «se non ripartono i cantieri il Paese rimane fermo». A Palazzo Chigi la dichiarazione del leader della Lega non viene presa affatto bene. La risposta è gelida. «I suggerimenti del ministro dell’ Interno sulle modifiche al codice degli appalti, insieme agli altri oltre duemila suggerimenti di modifica già ricevuti – sottolineano fonti autorevoli della Presidenza del Consiglio -, andranno a integrare lo schema di decreto legge per far ripartire i cantieri al quale il premier Giuseppe Conte insieme al ministro Toninelli, sta lavorando personalmente da settimane». Più o meno quello che ripete anche il ministro delle Infrastrutture che derubrica a semplice «contributo» la proposta di Salvini. Ma il leader della Lega ha bisogno di risposte rapide. Dalle costruzioni all’ autonomia il leit motive non cambia. La sparata dei parlamentari M5S,martedì, contro la ministra per gli Affari regionali, la leghista Erika Stefani, accusata di agire «in solitaria» sul dossier autonomie è stata presa molto male dalla Lega. Così Salvini, appena rientrato dalla Sardegna, ha riunito ieri al Viminale i governatori di Veneto e Lombardia, Luca Zaia e Attilio Fontana, assieme alla Stefani per un vertice tutto leghista. Il segnale è infatti anzitutto politico. Lo conferma anche il comunicato diffuso al termine del vertice nel quale si anticipa che «entro questa settimana» al ministro dell’ Interno arriverà un documento di «sintesi finale» sullo stato dell’ arte delle possibili intese, compresa quella dell’ Emilia Romagna che verrà discusso «con il premier Giuseppe Conte e il vicepremier Luigi Di Maio». Un’ accelerazione in piena regola. Che arriva non a caso dopo il voto in Sardegna. Il messaggio del leader della Lega è chiaro. E il destinatario è non solo il M5s, ma lo stesso Giuseppe Conte che nei giorni scorsi, durante il question time al Senato, aveva detto esplicitamente che per il processo autonomista «occorreranno mesi». Salvini e con lui Zaia e Fontana hanno evitato di reagire sul momento per non provocare fibrillazioni nel governo alla vigilia del test elettorale sardo. Ma la tregua ora è finita e il leader della Lega torna all’ attacco. La doppia presa di posizione sul decreto sblocca-cantieri e l’ autonomia contemporaneamente all’ aut aut su Tav lascia intendere che il tempo dell’ attesa sta per esaurirsi. O più semplicemente che la campagna per le europee è entrata nel vivo e Salvini ha bisogno di marcare la distanza dall’ alleato per non essere coinvolto dal suo declino. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Barbara Fiammeri

28/02/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Intervento. Trasporti e competitività del Paese: il caso Brennero e i corridoi necessari per crescere

Ennio Cascetta (*)

Tutte le risorse disponibili si trasformino in infrastrutture e si completi il sistema dei corridoi Ten

La celebrazione dei 60 anni della Autostrada del Brennero A22 è l’occasione per una riflessione sul ruolo di questo importante asse del sistema dei trasporti italiano ed europeo ma anche sulle prospettive della nostra economia e il ruolo dei trasporti transalpini per il futuro del Paese.

La risposta dell’economia italiana alla durissima crisi che attanaglia l’Italia dal 2008, ancora precaria e insufficiente, è stata principalmente la crescita degli scambi internazionali di persone e merci. L’export delle merci italiane nel 2018 ha rappresentato il 31% del Pil, la bilancia import/export è passata dai -20 miliardi del 2006 ai +47 del 2018. Il Pil italiano nel 2018 è ancora solo il 97 % di quello che avevamo nel 2006, l’import è il 110 e l’export il 120%. L’Europa è il mercato privilegiato dell’Italia con il 60,2% di export, a fronte del 2 % della Cina e il 5 del nord America.

Un discorso del tutto analogo vale per il turismo internazionale che dal 2006 al 2017 è aumentato di ben il 45% contribuendo moltissimo al rilancio di un settore che nel 2017 era l’11 % del Pil con un saldo positivo dell’economia del turismo di 14,6 miliardi di euro.

Le Alpi sono una straordinaria risorsa ambientale e culturale, ma dal punto di vista degli scambi sono una sorta di “cintura di castità” dell’Italia che, come diceva Cavour, è un’isola circondata per tre lati dal mare e per il quarto dalle Alpi. L’anno scorso il traffico merci ai valichi alpini è stato di 161 milioni di tonnellate, più della metà del traffico internazionale di tutti i porti italiani.

Ma queste merci hanno attraversato le Alpi in modo diverso. Nel settore austriaco, e dunque sull’asse del Brennero, il 70% delle merci si è spostata su strada e il 30% sulla ferrovia.

Nel settore svizzero all’opposto il 30% si è spostato su gomma e il 70% su ferro grazie alle politiche di investimento nei tunnel ferroviari del Lotscheberg, del San Gottardo, del Ceneri. Uno sforzo gigantesco della Svizzera che ha investito 20 miliardi di euro e realizzato 116 km di gallerie, fra cui il tunnel di base del San Gottardo che con i suoi 57 chilometri è il più lungo del mondo.

Gli scambi con il settore francese invece avvengono per il 92% su gomma e solo per l’8% su ferrovia per la assoluta insufficienza del Frejus ad offrire servizi ferroviari competitivi pur con un traffico transalpino in crescita.

In questo contesto l’asse del Brennero (autostrada e ferrovia) gioca un ruolo assolutamente centrale. Nel 2018 sono transitate oltre 50 milioni di tonnellate, il 10,5% di tutti gli scambi commerciali del nostro Paese con il resto del mondo. Ho definito il Brennero “la porta d’Italia”, infatti è di gran lunga il primo valico per volumi e serve un traffico superiore a quello totale dei valichi Italia-Francia e Italia-Svizzera.

Eppure si può dire che la A22 sia un caso di eterogenesi dei fini nel campo delle infrastrutture e ci fa comprendere come è difficile fare previsioni, e ancor di più semplici analisi benefici costi, su decisioni strategiche di questo livello.

L’autostrada del Brennero nacque da una forte spinta degli enti locali, poco appoggiato dallo Stato Italiano che ha contribuito all’opera con un finanziamento simbolico del 5 %. Oggi la A22 svolge un ruolo fondamentale per l’intero Paese e per la Ue essendo parte fondamentale del corridoio Scandinavo-Mediterraneo. Nel 2018 circa 8,5 milioni di auto e 2,4 milioni di Tir hanno attraversato il confine con l’Austria creando notevoli problemi con i nostri vicini. La A22 è oggettivamente ai limiti della sua capacità ambientale e funzionale. Se gli scambi commerciali con l’Europa nord orientale continueranno a crescere nel futuro, come è fortemente auspicabile, c’è bisogno di un’ulteriore capacità di trasporto che affianchi la A22.

La risposta è nelle reti transeuropee, il Tunnel di base del Brennero e il progetto di collegamento del treno merci europeo (Tem) e dell’alta velocità europea (Tav) attraverso questo asse. La scelta strategica della Ue è stata quella di affidare alla ferrovia l’integrazione dei mercati e dei cittadini europei. Treni merci lunghi 750 metri e capaci di trasportare i semirimorchi per competere con il “tutto strada” per percorrenze di oltre 300 chilometri e treni Tav, con velocità di punta di oltre 200 km/h, per collegare le città europee fino a 1000 km in competizione con la strada e l’aereo. L’Italia sta investendo molto sulle ferrovie e sui porti per completare la rete nazionale coerentemente con il programma europeo. Oggi sono attivi cantieri sul tunnel di base del Brennero, sui collegamenti ferroviari Tem lungo il Tirreno e l’Adriatico, sui raccordi ferroviari degli interporti lombardi e veneti, sui porti di Trieste, Venezia, Ravenna, Ancona, La Spezia e Livorno per un totale di circa 8,5 miliardi.

Ma non bastano perché per spostare traffico dal “tutto strada” al ferro è necessaria una rete articolata ben collegata con i nodi logistici del sistema. Investimenti molto importanti per oltre 8 miliardi sono disponibili all’interno del contratto di programma di Rfi ad esempio sulla Brescia-Verona, ma i cantieri a oggi non sono attivi per le indecisioni del Governo sul completamento della rete ferroviaria.

C’è veramente da augurarsi che tutte le risorse disponibili si trasformino in infrastrutture al più presto e si trovino quelle ancora necessarie per completare il sistema dei corridoi Ten e per evitare che le Alpi diventino un freno allo sviluppo economico del Paese.

(*) Professore ordinario di Programmazione dei trasporti all’Università Federico II di Napoli e già coordinatore della struttura tecnica di missione del Mit

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28/02/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Piano anti-dissesto da 10,1 miliardi in tre anni. Conte firma il Dpcm: entro 60 giorni la lista

Alessandro Arona

Risorse per 14,3 miliardi in 12 anni (4 dal nuovo governo). Fra due mesi Piano stralcio da 3 mld. Priorità alle opere post-emergenze del 2018 (3,1 miliardi)

Torna la regia di Palazzo Chigi sulle politiche contro il dissesto del territorio e il governo vara un «Piano nazionale per la mitigazione del rischio idrogeologico» che coordina e punta a sbloccare risorse complessive per 14,3 miliardi di euro in 12 anni, dal 2018 al 2030. Nei primi tre anni (2019-2021) sono a disposizione 10,853 miliardi, di cui in particolare 3,124 per “misure di emergenza”, cioè interventi di riparazione dei danni causati da frane e alluvioni dell’autunno scorso ma che al contempo, sui territori colpiti, puntino anche alla riduzione del rischio futuro («aumento della resilienza» di strutture, infrastrutture e territori). Questi 3,1 miliardi, gestiti dalla Protezione civile, saranno probabilmente i primi a partire.
Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha firmato ieri il Dpcm di approvazione del Piano, di cui siamo in grado di pubblicare l‘Allegato tecnico. Il Piano punta in sostanza a coordinare tutte le risorse e i programmi già in corso contro il dissesto, compresi gli interventi del Dipartimento Protezione Civile. E dunque mette in fila nell’Allegato e nelle tabelle al suo interno i 14,3 miliardi di euro disponibili fino al 2030: 10,3 miliardi sono risorse già stanziate dai precedenti governi (leggi di Bilancio, fondi Fsc, fondi Ue, fondo Investimenti comma 140), mentre circa 4 miliardi (3,988) sono stati stanziati dal governo Conte. Tra i nuovi fondi in particolare i 3,124 miliardi per riparare i danni causati in 16 Regioni dalle alluvioni e frane dell’autunno scorso(2,6 mld dalla legge di Bilancio 2019 e 524 milioni dal Dl Fiscale di fine 2018), sui quali fra l’altro l’Italia ha ottenuto la flessibilità di bilancio dalla Ue. Siu tratta di risorse spendibili in tre anni, 1,274 miliardi già quest’anno.
Proprio questi saranno probabilmente i primi interventi a partire. Conte ha già illustrato la ripartizione dei fondi tra le Regioni (si veda nelle slides).
In ogni caso il Piano Conte, che è per ora solo una cornice generale di riferimento senza indicazione di opere concrete, prevede che entro 60 giorni sia definito un «Piano stralcio 2019» da tre miliardi di euro, con «elenchi settoriali di progetti e interventi infrastrutturali immediatamente eseguibili, aventi carattere di urgenza e indifferibilità, fino alla concorrenza di un ammontare complessivo di tre miliardi di euro».
«I suddetti elenchi – si legge nel Dpcm – sono definiti, per liste regionali, dai competenti ministeri, mediante apposite conferenze di servizi, sulla base dei fabbisogni e delle proposte delle Regioni interessate…».
L’obiettivo è alzare la spesa effettiva per opere di prevenzione, ma rispetto ai dati forniti da #italiasicura, che attestavano un aumento di spesa annua dai 100 milioni medi degli anni passati ai 520 milioni del 2017, ad oggi il governo non è in grado di fornire un dato aggiornato al 2018, né una previsione o un obiettivo per il 2019 e oltre. Lo abbiamo chiesto al Ministro dell’Ambiente Sergio Costa che ci ha risposto di non disporre al momento di questi dati.
Lo stesso Costa ha però puntato molto su innovazioni che velocizzino la capacità di spesa. La quota di risorse gestita dal ministero dell’Ambiente vale in tutto 6,6 miliardi di euro, di cui 850 milioni nei primi tre anni («Se la spesa correrà più di queste risorse – dice Costa – attiveremo mutui Bei per anticipare la cassa»).
Già nel Dpcm Conte – ha spiegato Costa – si alza l’anticipo di risorse che lo Stato versa ai Presidenti di regione-Commissari dal precedente 10% al 30%, «almeno il 30% – spiega Costa – se i progetti dimostrano di avere fabbisogni immediati se può anche andare oltre, anche al 100%». «Entro 60 giorni – ha aggiunto – individueremo insieme ai commissari i progetti subito cantierabili, utilizzando la piattaforma Rendis ma con la possibilità di scelte diverse se ci sono motivazioni, scelte, che vanno oltre gli algoritmi».
Costa ha poi annunciato un Ddl “ambiente” in arrivo che conterrà le altre “accelerazzioni”: presso il Ministero nascerà una task force permanente di tecnici che costituisca interfaccia immediata e unica per Regioni ed entio locali convolti, e che faccia anche da segreteria tecnica di supporto e monitoraggio.
Anche presso ciascuna regione dovranno essere costituiti dei NOS, nuclei operativi di supporto, strutture di tecnici che sostengano il Commissario-presidente.

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28/02/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Ance/2. Buia: la macchina pubblica non va, subito una commissione anti-burocrazia

Mauro Salerno

Dai costruttori arriva anche un secco no all’ipotesi di interventi pubblici per salvare i big del settore. «No a una Iri 2»

Il livello di sopportazione della burocrazia tra i costruttori deve aver raggiunto il livello di allarme massimo se il presidente dell’Ance Gabriele Buia, nel corso della presentazione di dati ancora allarmanti sull’andamento degli investimenti in edilizia (tutti i dettagli in questo servizio), arriva a chiedere al Governo come prima cosa una «commissione costituente» per disboscare finalmente la giungla di parere e autorizzazioni necessarie per far partire investimenti privati e pubblici.

«Abbiamo bisogno di semplificazione: subito – attacca Buia – . Chiediamo al governo di nominare una “commissione costituente” formata da esperti di altro profilo morale e professionale , con il compito di velocizzare i processi di decisione e di spesa pubblica, evitare le duplicazioni, disboscare la giungla di pareri, anche nel campo privato, in modo da impegnare le risorse in tempi rapidi». Non si tratta certo di una richiesta semplice. O rapida da realizzare. A suo modo è una sorta di nuova riforma della pubblica amministrazione. Ma tant’è. La rabbia accumulata dagli imprenditori fiaccati da 11 anni di crisi è tale che ormai non si nasconde più l’intenzione di sperimentare forme di protesta e mobilitazione, non proprio usuali tra gli industriali. Buia, per esempio, si dice pronto ad appoggiare la mobilitazione dei sindacati edili in programma per il 15 marzo. E altre iniziative, «per denunciare il degrado» di infrastrutture, edifici, e spazi pubblici sono già in rampa di lancio.

No a salvataggi pubblici per i big
I costruttori hanno ricordato ieri che durante la crisi sono rimasti sul terreno «seicentomila lavoratori e 120mila imprese». Il governo, dice Buia, «se ne è accorto ora che sono cominciati a cadere anche i big» come Astaldi, Condotte o Cmc. All’Ance non nascondono di guardare con diffidenza alle manovre di salvataggio che prevedono l’intervento della mano pubblica, come si sta pensando di fare chiamando in causa Cdp in un’operazione di sistema per il settore. «Non tollereremo – attacca Buia – un nuovo guazzabuglio nato dall’intervento pubblico, non vogliamo una Iri 2. Non permetteremo che si massacri l’intera filiera delle costruzioni a vantaggio di pochi». Il timore, continua ancora Buia, è che «sia solo una strategia per pagare i fornitori al minimo di quanto dovrebbero incassare. Creando bad company dove far confluire i debiti e facendo passare di mano solo gli asset più pregiati. Tutti sono capaci di pulirsi i bilanci cosi. Ma sarebbe una beffa insopportabile per le imprese che in questi anni hanno fatto sforzi enormi per restare solvibili». Nessuna preclusione, invece « a fusioni tra privati o interventi comunque a condizioni di mercato».

Sì a un fondo di garanzia per i debiti delle Pmi
Molte imprese di costruzione, medie e piccole – spiega l’Ance – sono alle prese con crediti incagliati, tecnicamente Otp, cioè rate non pagate con ritardo superiore a 90 giorni. «Non sono ancora Npl – spiega il vice-presidente Rudy Girardi – ma le banche tendono comunque a cedere a fondi terzi questi crediti incagliati piuttosto che rinegoziare un piano di ristrutturazione con le imprese, e questo rischia di anticipare la crisi dell’impresa, che invece con un piccolo sforzo si potrebbe evitare». L’Ance propone allora la costituzione di un fondo di garanzia per le imprese di costruzione, «basterebbero poche decine di milioni di euro»: «Con un fondo di garanzia – spiega il presidente Gabriele Buia – le banche sarebbero più disponibili a rinegoziare il debito insieme a un piano di rilancio dell’impresa, piuttosto che a dismettere il credito a valore fortemente svalutato». «Quando parliamo di ristrutturazione – spiega Girardi – intendiamo solo dilazione temporale delle rate di rimborso».

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