Rassegna stampa 25 febbraio 2019

22/02/2019 – Italia Oggi

Opere lente, colpa della p.a.

Poca tempestività. Lavori di qualità inferiore a quella pagata

Carenze infrastrutturali, ritardi nel rispetto dei tempi di realizzazione; mancata definizione degli obiettivi di interesse pubblico in caso di affidamento della progettazione all’esterno; insufficienti asseverazioni dei progetti. Sono questi alcuni dei punti segnalati il 15 febbraio scorso dal procuratore generale della Corte dei conti, Alberto Avoli, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2019.

Il procuratore generale ha toccato nel suo discorso inaugurale alcuni profili legati al funzionamento del settore dei lavori pubblici partendo innanzitutto dal problema della carenza di infrastrutture che affligge il nostro paese: «Si tratta di una realtà incontrovertibile», ha detto Avoli, «che incide negativamente anche sulla qualità della vita dei cittadini: i trasporti, la viabilità, le reti di comunicazione, i sistemi portuali, la raccolta e la valorizzazione reddituale dei rifiuti, la sicurezza del lavoro, la manutenzione idrogeologica del territorio sono questi alcuni dei principali settori di sofferenza».

In prospettiva, peraltro, è difficile che si possa risolvere il problema perché «la mancanza di congrui investimenti rischia di accrescere ulteriormente il gap, non solo facendo perdere competitività all’Italia ma determinando anche un peggioramento delle condizioni sociali delle comunità».

Scendendo nel dettaglio delle criticità, il procuratore, ha messo in evidenza la notevole frequenza delle indagini che interessano il settore che hanno avuto ad oggetto «irregolarità nelle gare e mancanza di ricorso alle procedure ad evidenza pubblica, soprattutto in sede di rinnovo o proroga del contratto di appalto, con conseguenti danni da violazione degli obblighi di concorrenza». Altri problemi, ha detto Avoli, si sono riscontrati, sempre in sede giudiziaria, rispetto ad «opere pubbliche e forniture di qualità inferiore a quella prevista e pagata, modifiche progettuali inutili ed irrazionali, certificazione di lavori mai effettuati».

Esiste, poi, una costante rilevata in tutti gli interventi, cioè il ritardo e il mancato rispetto della tempistica prevista negli atti di gara e questo «dal più piccolo allestimento dell’arredo urbano in un giardino alla realizzazione di una strada».

Per Avoli la ragione di questo fenomeno generalizzato risiede nella difficoltà dell’amministrazione a progettare e realizzare gli interventi con la doverosa tempestività che si accompagna anche alla «incapacità di definire le modalità ed i costi di gestione dell’opera una volta realizzata».

Un discorso a parte meritano gli investimenti per interventi non conclusi, ovvero per opere pubbliche realizzate e mai utilizzate, le cosiddette «opere incompiute che, una volta progettate, appaltate e magari anche cantierate, vengono abbandonate a sé stesse, dimenticate per semplice incuria, per errate valutazioni progettuali, per lunghi contenziosi con gli appaltatori, per sopravvenute interruzioni delle linee di finanziamento».

Nel discorso di Avoli viene poi toccato il tema delle progettazioni affidate all’esterno della pubblica amministrazione che ha evidenziato, nell’analisi fatta dalla Corte dei conti, un preoccupante fenomeno che vede, nel conferimento dell’incarico, l’amministrazione particolarmente carente nella definizione dei parametri e degli obiettivi di interesse pubblico che vuole raggiungere. A questo fenomeno si aggiunge quello, sentito soprattutto per le opere oggetto di finanza di progetto, della assenza di «un’attenta opera di asseverazione accompagnata da un’opportuna analisi costi-benefici, proiettata nel tempo e basata sulla valorizzazione di tutti i fattori necessari, economici, finanziari e sociali».

22/02/2019 – Italia Oggi

Consultazioni di mercato solo per appalti innovativi

Precisazioni del Consiglio di stato sullo schema dell’Anac

Le consultazioni preliminari di mercato, propedeutiche alla pubblicazione del bando di gara, sono ammesse soltanto per appalti innovativi; la consultazione deve seguire l’avvenuta programmazione dell’intervento. Sono queste le precisazioni che il Consiglio di stato ha fornito con il parere n. 445/2019 del 14 febbraio 2019 in merito allo schema di linee guida dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) recanti: «Indicazioni sulle consultazioni preliminari di mercato» volte a indicare quale sia l’ambito di applicazione e di funzionamento dell’istituto disciplinato dall’articolo 66 del codice dei contratti pubblici. Non solo ma anche a chiarirne le modalità di svolgimento e a fornire indicazioni sul rapporto tra procedimento di consultazione preliminare e quello di scelta del contraente.

Sullo scopo dello strumento (che trova la sua fonte a livello europeo nell’articolo 40 della direttiva 2014/24 e nell’ottavo «considerando» della stessa direttiva, i giudici di Palazzo Spada premettono che si tratta di istituto finalizzato ad «avviare un dialogo informale con gli operatori economici e con soggetti comunque esperti dello specifico settore di mercato al quale si rivolge l’appalto prima dell’indizione di una procedura di affidamento, così individuando le soluzioni tecniche in grado di soddisfare al meglio i fabbisogni della stazione appaltante».

Non dovendo, però, essere utilizzato ad ampio raggio, vista la finalità particolare, il parere delimita l’ambito di applicazione oggettivo alle «ipotesi in cui è presente un certo tasso di novità escludendo gli appalti di routine e quelli relativi a prestazioni standard perché questi ultimi casi si pongono in palese contrasto con la finalità dell’istituto».

Dal punto di vista dell’operatore economico che vi partecipa, il Consiglio di stato ha rammentato che la giurisprudenza ha chiarito che l’istituto delle consultazioni preliminari di mercato è una semplice pre-fase di gara, non finalizzata all’aggiudicazione di alcun contratto; di norma il soggetto che partecipa alle consultazioni ex art. 66 del codice «non è titolare di una posizione differenziata in relazione alla successiva eventuale fase di gara, proprio in ragione dell’autonomia delle due fasi, e la partecipazione ad essa non costituisce condizione di accesso alla successiva gara, anzi, in alcuni casi, può risolversi nella successiva incapacità a contrarre con l’amministrazione aggiudicatrice, ai sensi del successivo art. 67 del codice dei contratti pubblici», cioè la norma sui «conflitti di interesse».

Sul momento in cui si può effettuare la consultazione preliminare, il parere dà atto che l’Anac ha previsto che la consultazione preliminare è riferita alla singola procedura selettiva e di regola, ma non sempre, è svolta dopo la programmazione.

Il Consiglio di stato nota, tuttavia, l’inciso «di regola» «non esclude la possibilità, per la stazione appaltante, di anticipare tale momento ove sussistano specifiche motivazioni».

Per il Consiglio di stato, invece, la naturale collocazione dell’istituto è nella fase successiva alla programmazione, anche per evitare che si possa influire, in modo più o meno trasparente, proprio sull’atto di programmazione che, come è noto, è cruciale per la successiva attività della stazione appaltante. Per tale ragione è opportuno che l’Anac valuti la possibilità di sopprimere l’inciso «di regola». © Riproduzione riservata

 

22/02/2019 – Italia Oggi

Offerte, sono da verificare calcoli sul costo del lavoro

Da inserire anche i lavoratori autonomi

La verifica della congruità dell’offerta va effettuata anche se il costo del lavoro è riferito a collaboratori autonomi dell’offerente e non ai suoi dipendenti.

Lo ha precisato la prima sezione del Tar Sardegna con la pronuncia n. 94 del 5 febbraio 2019 in merito a una aggiudicazione di una gara rispetto alla quale la commissione giudicatrice aveva rilevato come incongrua la migliore offerta, mentre il responsabile unico del procedimento l’aveva invece giudicata congrua, aggiudicando l’appalto.

Era accaduto che un candidato aveva presentato un’offerta in cui il costo del lavoro era stato calcolato sulla base dei contratti di lavoro non dipendente che lo stesso aveva stipulato con dei consulenti esterni (partite Iva) e con i quali aveva contrattato il compenso.

I giudici hanno rilevato che la stazione appaltante, pur non potendo sindacare le modalità di organizzazione interna di un operatore economico, né imporre determinati tipi contrattuali in luogo ad altri, nel giudizio di verifica della possibile anomalia di un’offerta, se occorre valutare la congruità del costo del lavoro (e quindi la congruità e serietà dell’offerta) nei casi in cui non sia possibile fare un immediato riferimento agli importi dei contratti collettivi nazionali, deve comunque valutare la corretta determinazione del costo del lavoro anche con strumenti diversi. Il Tar non condivide, quindi, la tesi per cui non si poteva effettuare la verifica di congruità perché tra l’impresa e il prestatore d’opera di lavoro non dipendente esisteva soltanto la libera contrattazione del compenso.

Nella sentenza si legge che, premesso che il Jobs act non ha dettato disposizioni specifiche sul compenso dei lavoratori autonomi, rimane il fatto che anche nei confronti dell’operatore economico che decide di utilizzare collaboratori che non sono lavoratori subordinati, la stazione appaltante non è esentata da qualsiasi giustificazione in ordine al costo di tali collaboratori nell’offerta che ha presentato. Tutto da capire rimane il parametro da utilizzare per la verifica in concreto della congruità del costo del lavoro (autonomo).

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25/02/2019 – Il Sole 243 Ore – Edilizia e territorio

Appalti, il “bollino” antiracket non salva dall’esclusione dalla white list

Massimo Frontera

Palazzo Spada: «Passare per vittima di un reato può essere un ottimo espediente per celare di essere, invece, tra i mandanti dello stesso»

L’aver denunciato tentativi di estorsione o l’aver annunciato di costituire una associazione antiracket sono circostanze che non incidono sulla decisione di ammettere o non ammettere l’impresa nella white list da parte della prefettura. È uno dei principi guida affermati dal Consiglio di Stato (Sezione Terza) nella recente pronuncia n.1182/2019 pubblicata il 20 febbraio scorso.
Il caso riguarda un’impresa che opera nell’edilizia con sede a Milano la cui domanda di iscrizione in una white list è stata respinta dalla prefettura di Modena. Contro la decisione la società ha presentato ricorso al Tar Emilia Romagna, che lo ha respinto, appellandosi pertanto al Consiglio di Stato, il quale ha confermato la decisione del Tar.
Nell’argomentare la decisione, i giudici della Terza sezione riprendono i principali paletti della giurisprudenza che riguardano il delicato aspetto che attengono alla formazione della decisione alla base dell’informativa antimafia, analoghi a quelli del rifiuto della domanda di iscrizione alla white list prefettizia. Nella sentenza vengono poi esaurientemente ricordate tutte le circostanze – frutto di indagini da parte delle forze dell’ordine – che hanno documentato il pericolo di ingerenza della criminalità organizzata all’interno dell’impresa.
Uno degli aspetti più preoccupanti della vicenda – da prendere come un indicatore di un possibile trend – è appunto la strategia, lucidamente perseguita, che punta a far identificare l’impresa come una vittima della criminalità organizzata. «L’antinomia più eclatante del caso di specie – sostenevano i ricorrenti attiene all’accusa di costituzione di una simulata associazione antiracket da parte dei soci della -omissis- avente l’unico scopo di accreditarsi l’opinione pubblica e le forze dell’ordine, secondo una strategia suggerita dallo stesso-omissis- e celando, in questo modo, la “vera natura” della società». «È logicamente inconcepibile – aggiungevano i ricorrenti – che i titolari della -omissis- – persone che hanno denunziato estorsioni, hanno dato impulso a processi penali contro esponenti di noti clan mafiosi compreso lo stesso -omissis- – abbiano potuto istituire una associazione antiracket con scopi fraudolenti, anche solo ed esclusivamente per accreditarsi l’opinione pubblica, operando contro ogni tipo di logica comportamentale etica e psicologica».
La circostanza, tuttavia, proposta dai ricorrenti come indizio a “discarico” non convince i giudici. «Non rileva neanche – affermano i giudici di Palazzo Spada – per smontare il costrutto argomentativo sul quale si fonda la Prefettura nell’impugnato diniego di iscrizione alla white list, la circostanza che i soci della -omissis- -omissis- avessero costituito una associazione antiracket. Si tratta di un nuovo strumento utilizzato dalla mafia per insinuarsi nell’economia del Paese: accreditarsi l’opinione pubblica e le forze dell’ordine, passando per vittima della criminalità organizzata, di cui, invece, si muovono le fila. Lo stesso -omissis- aveva denunciato tentativi di estorsione e aveva detto di essere in animo di costituire una associazione antiracket. Passare per vittima di un reato può essere un ottimo espediente per celare di essere, invece, tra i mandanti dello stesso». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

25/02/2019 – Il Sole 243 Ore – Edilizia e territorio

Commissari e stop al codice appalti per sbloccare 150 miliardi

Giorgio Santilli

Norme mirate in un decreto ad hoc da varare a giorni: intervento di commissari ad hoc in caso di inchieste, ritardi di progetti o cantieri

Il dado è tratto. Il governo rompe gli indugi e decide di entrare con misure concrete e immediate nella partita del rilancio degli investimenti pubblici. L’obiettivo è cominciare a sbloccare i 150 miliardi di risorse (compresi i fondi Ue) già destinate in prevalenza alle infrastrutture e mai spese. Per farlo varerà la prossima settimana o, al più tardi quella successiva, un decreto legge che avvierà la riforma del codice degli appalti, bloccando alcune norme che creano maggiore paralisi nella pubblica amministrazione, e consentirà l’uso a tappeto di commissari ad acta in tutti i casi in cui si presentino ostacoli con l’iter dell’opera. Commissari in casi di inchieste della magistratura, in casi di fallimenti dell’impresa appaltatrice, in casi di procedure bloccate, in casi di ritardi progettuali o esecutivi molto gravi. Tra le modifiche al codice appalti ci saranno le prime risposte alle osservazioni della lettera di messa in mora della Ue sul subappalto, alcune norme per accelerare la soluzione del contenzioso e un intervento che chiarisca meglio le responsabilità dei funzionari pubblici soprattutto in termini di danno erariale e illeciti penali (traffico di influenze).
Si punta a circoscrivere le responsabilità o a escluderle in certe situazioni «tipizzate»: per esempio se il funzionario agisce in confromità a sentenze o a pareiri dell’Anac. Il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, ieri ha confermato che l’intervento riguarderà questo fronte, dicendo di voler azzerare le norme « che veramente bloccano i cantieri e non permettono ai tecnici dei comuni di fare quella firmetta necessaria. Hanno paura – ha spiegato Toninelli – di metterla nel modo sbagliato». La novità più forte di queste ore è proprio l’accordo politico fra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e i due vicepremier Di Maio e Salvini per approvare in tempi stretti il decreto «cantieri veloci», come lo aveva battezzato il leader leghista rilanciando questa ipotesi per primo una settimana fa. Cinque stelle e Palazzo Chigi erano rimasti a lungo dell’idea che la riforma del codice degli appalti si potesse fare con il disegno di legge delega sulle semplificazioni varato dal Consiglio dei ministri del 12 dicembre e mai arrivato in Parlamento. Lì è previsto un intervento a tutto campo sul codice, ma fra legge delega e decreti attuativi della delega i tempi sarebbero comunque lunghi. «Ci vorranno otto mesi per completare la riforma del codice degli appalti», aveva detto Luigi Di Maio ancora venti giorni fa.
Ora la svolta, l’accelerazione, sotto il pressing delle imprese furiose per il blocco della Tav e di altre 600 opere per 36 miliardi (il monitoraggio-denuncia è dall’Ance) ma anche per dare un segnale forte a Bruxelles e al Paese che sul fronte della crescita 2019 si vuole giocare la partita. Giovedì la svolta l’ha annunciata lo stesso Conte, rispondendo a un question time alla Camera. E le parole del premier sono state molto chiare dopo settimane di incertezza: «Con il ministro Toninelli – ha detto Conte – stiamo pensando di anticipare alcune misure di riforma dei contratti pubblici: il Paese non può aspettare, la crescita non può tardare». La comunicazione arrivava, per altro, il giorno dopo l’annuncio di aver firmato i decreti per l’avvio del piano di dissesto idrogeologico (che prevede una spesa di un miliardo quest’anno) e due cabine di regia che dovrebbero coordinare l’azione del governo negli investimenti pubblici. Che l’accordo sia fatto e sigillato lo hanno confermato ieri le parole del ministro delle Infrastrutture. «Il codice degli appalti è il male assoluto», ha detto Toninelli intervenendo a Radio 24. Finora era stato più prudente sulla questione. E ha confermato che arriverà il decreto. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

25/02/2019 – Il Sole 243 Ore – Edilizia e territorio

Tav bloccata/2. Riprende quota l’ipotesi di un referendum

Filomena Greco e Manuela Perrone

Il vicepremier Matteo Salvini apre all’annuncio del presidente del Piemonte, Sergio Chiamparino, di indire un referendum

All’indomani della mozione di maggioranza che ha “congelato” la Tav, tocca alla Lega difendersi dall’accusa di aver ceduto ai Cinque Stelle in cambio del voto sulla Diciotti. «Una sciocchezza planetaria: non c’è alcun blocco, c’è solo una revisione del progetto con l’obiettivo di portarlo a termine», sostiene Matteo Salvini sin dal mattino. «Si possono risparmiare soldi, ridimensionando alcune mega opere come la stazione di Susa, ma il treno inquina meno e costa meno delle auto». Non solo. Salvini torna ad aprire al referendum, commentando favorevolmente l’annuncio del presidente dem del Piemonte: Sergio Chiamparino sarà in aula martedì per chiedere al Consiglio regionale di avviare una consultazione popolare sulla Tav. Uno strumento più agile del referendum consultivo e soprattutto più adeguato al tema.
«Si tratta di un’iniziativa concreta, prevista dall’articolo 86 dello Statuto della Regione, che ci permette di far sentire la voce dei piemontesi in questa fase», chiarisce Chiamparino, che aggiunge: «Sulla Torino-Lione si continua a menare il can per l’aia e chi tiene bordo a Salvini è complice della volontà di bloccare l’opera». Toni aspri, dettati anche dal fatto che in Piemonte si vota a maggio, insieme alle europee, e la Tav resta uno dei temi chiave della campagna elettorale.La Lega non può permettersi di lasciare al Pd e a Forza Italia la bandiera del sì alla Tav. Per questo in tanti ridimensionano la portata della mozione. Il viceministro alle Infrastrutture Edoardo Rixi si dice convinto che «si possano recuperare altre risorse», il sottosegretario Armando Siri che «si troverà una sintesi». I governatori di Lombardia e Veneto, Fontana e Zaia, ribadiscono che l’opera è strategica. Ma dal M5S ufficialmente nessuna apertura. Il ministro Danilo Toninelli, a Radio24, ripete che la Tav «non è una priorità», ma nega che sia bloccata: «È solo sospesa per capire se i tanti miliardi impegnati possono essere spesi meglio per tutti gli altri cantieri sul territorio nazionale».
Nonostante le rassicurazioni della Lega, dunque, resta sul tavolo l’ipotesi di una mobilitazione del mondo produttivo a sostegno della Torino-Lione (si veda l’intervista a lato). La possibilità di uno stop che coinvolga imprese e lavoratori, lanciata come provocazione da Corrado Alberto dell’Api di Torino subito dopo il sì del Parlamento alla mozione, sarà valutata nelle prossime settimane. Intanto martedì in Consiglio regionale si chiariranno i prossimi passaggi sulla consultazione popolare, per cui serve una delibera dell’Ufficio di presidenza e il voto a maggioranza. «I tempi possono essere brevi – afferma Chiamparino – e insieme al Piemonte potrebbero muoversi anche altre Regioni interessate dal collegamento». A mobilitarsi è infatti il mondo produttivo di tutto il Nord. Per Matteo Zoppas, presidente di Confindustria Veneto, il varo della mozione è un fatto «gravissimo»: «L’interesse nazionale, alle soglie di una ormai acclarata recessione tecnica e di un suo potenziale peggioramento, non può prescindere nell’accelerare gli investimenti in infrastrutture senza tentennamenti o indecisioni». E il Consiglio direttivo della Federazione nazionale dei Cavalieri del lavoro, presieduto da Antonio D’Amato, attacca: oggi è «gravemente compromessa la credibilità del sistema Italia a livello internazionale». Una crisi «fortemente accentuata dalla posizione assunta sulla Tav». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

25/02/2019 – Il Sole 243 Ore – Edilizia e territorio

Tav bloccata/1. Il patto segreto M5s-Lega: via ai bandi Telt e progetto a costi ridotti

Manuela Perrone

La strategia da attuare dopo il voto in Sardegna per non perdere i 300 milioni di fondi europei

Dietro le schermaglie politiche sulla Tav “congelata” si cominciano a intravedere scenari più concreti. Perché è chiaro che la mediazione raggiunta nella maggioranza con la mozione che ricalca fedelmente il contratto di governo – l’impegno a «ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia» – va riempita di contenuti. Ed è su quei contenuti che Lega e M5S avrebbero già siglato un accordo, i cui primi step si riveleranno già dopo il voto di domani in Sardegna. Il timing sarebbe infatti già definito. Tra «due settimane», il periodo indicato giovedì dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, il Governo dovrebbe innanzitutto procedere con lo sblocco dei bandi da 2,3 miliardi per gli scavi definitivi del tunnel di base a partire dal cantiere di Chiomonte, rinviati dal Cda di Telt nei giorni scorsi. La pubblicazione consentirebbe di sventare la perdita dei 300 milioni di finanziamento europeo già ventilata dall’Ue e ancora ieri dal Comité Transalpine Lyon-Turin. Non risulterebbe particolarmente impegnativa per il M5S, dal momento che potrebbe essere presentata come un atto dovuto, senza assumere subito una decisione formale.
Nelle more dell’aggiudicazione dei lavori a un’impresa appaltatrice, andrebbe avanti invece la trattativa vera, interna ed esterna, con Francia ed Europa: quella sulla revisione del progetto.Qui la spinta della Lega è molto forte. Perché già nei mesi scorsi i leghisti avevano aperto a una modifica, sponsorizzando la soluzione di una “mini Tav” che possa far risparmiare almeno 1,5 miliardi di euro. L’idea è quella di lasciare intatto il tunnel di base da 57,5 chilometri tra Saint-Jean de Maurienne in Francia e Susa-Bussoleno in Italia (che dovrebbe essere completato entro il 2029, con la messa in servizio pianificata per il 2030), eliminando invece invece tanto la galleria di 12 chilometri tra Avigliana e Orbassano sotto la collina morenica di Rivalta quanto altre opere, a partire dalla stazione di Susa firmata dall’archistar giapponese Kengo Kuma. Va ricordato, però, che secondo l’analisi costi-benefici curata da Marco Ponti e dagli altri esperti della struttura di missione del ministero di Danilo Toninelli la rinuncia alla tratta Avigliana-Orbassano comporterebbe comunque un saldo negativo tra 6,1 miliardi (nello scenario realistico, con un risparmio di 890 milioni) e 7,2 miliardi in quello più ottimistico (con minori spese per 600 milioni).
Limitarsi al solo tunnel di base renderebbe indispensabile il rafforzamento della linea storica. Qui l’ipotesi è anche quella di potenziare le misure mirate all’ambiente, come pannelli fotovoltaici trasparenti per produrre energia per le comunità locali. E si potrebbero destinare i fondi risparmiati sia al territorio della Val di Susa sia al primo lotto della linea 2 della metropolitana di Torino, come propongono i Sì Tav. Non solo. La Lega è convinta di poter strappare alla Commissione Ue anche un aumento delle risorse, che farebbe crescere ancora l’asticella dei risparmi per l’Italia.Il lavoro sulla revisione del progetto eviterebbe al Carroccio di arrivare a mani vuote alle elezioni di maggio, quando si voterà sia alle europee sia in Piemonte, proprio la terra della Tav. Ma aiuterebbe anche i Cinque Stelle a recuperare credito presso quell’elettorato moderato fuggito (lo si è visto in Abruzzo) dopo le mani tese ai gilet gialli e le posizioni sopra le righe. Tutto in nome del contratto di governo: una Tav rivista in profondità permetterebbe a ciascun contraente di presentarsi come vincitore. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

25/02/2019 – Il Sole 243 Ore – Edilizia e territorio

Imprese in crisi/1. Condotte, spunta una doppia offerta di Soundpoint Capital

Carlo Festa e Andrea Fontana

L’interesse del fondo private equity Usa mentre i commissari lavorano al piano

Per Condotte si fa avanti il private equity Soundpoint Capital. Secondo quanto risulta a Radiocor, l’asset manager newyorkese ha avanzato una doppia proposta ai commissari del gruppo di costruzioni romano in amministrazione straordinaria. Nell’immediato, il fondo è disponibile a sottoscrivere un prestito ponte di circa 60 milioni di euro della durata di 12-18 mesi che consenta di proseguire nell’attività fino ad arrivare al momento in cui gli asset saranno messi all’asta. Secondo quanto riportato nei giorni scorsi da Il Sole 24 Ore, è probabile che il bridge loan venga tuttavia concesso da un pool di banche che stanno definendo l’operazione insieme a Cassa depositi e prestiti. Il nuovo consorzio provvederà a fornire un finanziamento di circa 60 milioni di euro.
Il «club deal» dovrebbe vedere la partecipazione delle maggiori banche italiane e anche della Cdp (tra i 6 e i 7 soggetti) per un coinvolgimento finanziario di circa una decina di milioni di euro a testa. A questo esito si è arrivati dopo che i tre commissari Matteo Ugetti, Giovanni Bruno e Alberto Dello Strologo, affiancati dall’advisor Mediobanca, hanno saputo dal Ministero dell’economia che quest’ultimo sarà in grado di rifinanziare solo in parte il fondo di garanzia per i prestiti alle grandi imprese in crisi.A Condotte sono stati così garantiti soltanto 60 milioni di euro di prestito-ponte, rispetto ai 190 milioni individuati inizialmente dai tre commissari di governo come cifra necessaria per poter riattivare tutti i cantieri.A questo punto, con un prestito-ponte sceso a 60 milioni, soltanto una parte delle commesse potrà ripartire come operatività ed essere valorizzata quindi al meglio. Altre saranno liquidate, come ad esempio il 31% ancora in mano a Condotte nel consorzio Cociv. I riflettori sono così puntati sul mese di a marzo, quando sistemati questi tasselli finanziari, dovrebbero finire in vendita i differenti perimetri e le commesse di Condotte.
Il prossimo 4 marzo i commissari definiranno infatti il programma di recupero per Condotte, che sarà sottoposto al Comitato di Sorveglianza e al ministero dello Sviluppo Economico per l’autorizzazione. E, subito dopo, potrebbero entrare in scena i soggetti che in questi mesi hanno manifestato interesse. Come appunto Soundpoint, assistita nell’operazione dallo studio Gianni Origoni Grippo Cappelli, che ha comunque presentato una manifestazione di interesse sul pacchetto di commesse che i tre commissari straordinari indicano come “core” e che saranno oggetto di vendita in una seconda fase. La società fondata da Stephen Ketchum, nei mesi scorsi, aveva lavorato sul finanziamento ponte di Astaldi, operazione per il quale è stato poi scelta la proposta di Fortress. Altro soggetto interessato a un perimetro di commesse di circa 900 milioni è inoltre la cordata capitanata dalla Illimity di Corrado Passera. Quest’ultimo, dopo la manifestazione d‘interesse di dicembre, si è infatti alleato con un soggetto industriale, che secondo indiscrezioni sarebbe il gruppo delle costruzioni Rizzani de Eccher.

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