Rassegna stampa 21 febbraio 2019

21/02/2019 – Avvenire

«L’ autonomia differenziata ci danneggia Puntiamo su rinnovabili, stop gasdotto»

FRANCESCO DESOGUS (MOVIMENTO 5 STELLE)
Desogus, lei è favorevole all’ autonomia differenziata delle Regioni? No, perchè il progetto di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna toglie risorse alla Sardegna – dai due ai tre miliardi di euro all’ anno – e non comporta alcun vantaggio. Non si smantella l’ unità di un Paese senza un progetto, solo perché lo vuole il viceré del Nord (Salvini, ndr). Sul latte si va verso l’ accordo, ma come si risolve questa crisi? Fissare il prezzo del latte è impossibile: siamo in un mercato libero e si troverebbe subito il modo per aggirare la norma, ammesso che non fosse subito ‘impallinata’ dall’ Unione europea. Bisogna finanziare la realizzazione di una vera filiera: finché non c’ era il mercato globale pastori e industria trovavano sempre un accordo ma ora la crisi è strutturale e senza una filiera con quote di produzione e tracciabilità non se ne esce. Servono risorse ma anche una legge nazionale. La Sardegna deve convertire le proprie centrali a carbone entro il 2025. Voi scommettete sulle energie rinnovabili, ma non pensate che non saranno sufficienti? Noi non vogliamo sostituire le due centrali a carbone con le rinnovabili, ma accettiamo che siano convertite al turbogas. Abbiamo accettato anche i rigassificatori purché non li installino nei centri urbani. Noi diciamo che bisogna investire sulle rinnovabili nei territori interni, perché non ci convince il progetto del gasdotto che Lega e Pd vorrebbero scavare attraverso l’ isola – la dorsale – e non ci convince perché collegare con la rete del metano i piccoli centri dell’ entroterra che potrebbero essere riforniti efficacemente con energia eolica e solare costa di più ed ha un impatto devastante. Se sarà eletto, quale sarà una delle prime cose che farà? Ridurrò i costi della politica, perché in Sardegna le caste prosperano e quella politica è una di quelle più in carne. Aboliremo i vitalizi perché è ingiusto che in una regione povera ci siano quarantenni che percepiscono più di quattromila euro al mese perché sono stati consiglieri regionali. I politici avranno pensioni che matureranno all’ età pensionabile e sulla base dei contributi versati. (P.V.) RIPRODUZIONE RISERVATA.

21/02/2019 – Il Sole 24 Ore
Regionalismo differenziato, il nodo della stabilità

Il sistema economico e politico dell’ Italia può creare un importante degrado suscitando confusione e incertezza. Dagli inizi degli anni 70 si mettono in campo le Regioni. Comuni e Province erano partite in anticipo. Ma nei 29 anni, tra il 1990 e il 2019, la confusione e l’ incertezza sono andate crescendo. Si allargano e si sovrappongono le strutture centrali dello Stato. Nel 2001 le forze politiche di sinistra cercarono di arginare il federalismo della Lega. Ma nel 2016 Matteo Renzi propone di ridimensionare le Regioni, riportare lo Stato al centro di un processo più snello dei precedenti, eliminare forse, ma non è successo, un regionalismo differenziato tra Nord e Sud. Il referendum del 2017 si trascina, incautamente, mentre il 2018 si apre al nuovo Parlamento e, faticosamente, al nuovo governo. Il passaggio al 2019 esprime una esplicita recessione nella sequenza dei due anni in questione. Stranamente, e improvvisamente, esplodono in Parlamento le ragioni di una singolare e strana competizione: Regioni che vogliono approfondire le loro competenze, isolandosi dal resto dei Comuni e dal mondo dello Stato. Mentre si propone di progetti da costruire, più o meno cinque, il resto della comunità rimane fuori del problema. Il colpo grosso avanza tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Il Nord Ovest tentenna in seconda fila, il centro del Paese, e “Roma Capitale” non hanno particolari progetti: Sicilia e Sardegna si dividono dal Mezzogiorno continentale. Il tema è lo scambio tra le Regioni. La crescita economica, e la competenza potenziale, di far maturare fondi dello Stato che, ribaltati sulle Regioni, possono diventare economie interessanti e sistematiche per arricchire i beni comuni e le infrastrutture cittadine tra loro. In primis la terna Lombardia, Veneto, Emilia Romagna. Considerando meno acceso il progetto del Centro, della Sicilia e della Sardegna, emerge, evidentemente anche il problema del Mezzogiorno. Che di problemi ne ha certamente. Avendo la triade del Nord una possibilità operosa di agire, il Sud finirebbe per perdere ulteriori risorse ma, forse e in una collaborazione tra le Regioni, anche un ridimensionamento della capacità e del saper fare insieme. Nel febbraio del 2018 Giuseppe Galasso scriveva il suo ultimo articolo sul Mezzogiorno: «Buone o cattive che siano le notizie che lo riguardano, è il Mezzogiorno stesso che ormai fa sempre meno notizia in Italia (…) E si badi bene qui nessuno parla più di “politica speciale” o di “intervento straordinario” (…) Continuerà così. E non evocate, vi raccomandiamo, il “meridionalismo” oppure il problema delle “due italie” e della loro “coesione”, oppure la “questione meridionale” (…) Sono oramai tutte “cattive parole” cioè parole indecenti non degne della buona società e delle sue buone maniere» (9 febbraio 2018, Corriere del mezzogiorno). Le Regioni del Nord hanno iniziato un percorso di fronte al Parlamento che ne accrescerà molto probabilmente capacità e competenze, consentendo loro di produrre maggiore ricchezza. Le Regioni del Sud, invece, soffrono di un maggiore tasso di disoccupazione e sono condizionate da una forza invasiva del settore pubblico che rallenta la circolazione delle risorse e del cambiamento. Allo stesso tempo si avverte la voglia di una robusta presenza di imprese medie e di programmi importanti per le esportazioni e le importazioni. Una macroregione del Sud, con quattro regioni esistenti, potrebbe avere problemi come una esuberanza di risorse umane nel settore pubblico; turbolenze borderline; povertà e delinquenza; e la necessità di allargare le capacità operative dei servizi pubblici e delle Università. Di certo la divaricazione tra Sud e Nord del nostro Paese dovrebbe suscitare una reazione nel futuro prossimo. Ma si pone una questione: vogliamo prendere come modello la Francia e il suo modo di gestire le sfide del presente e immaginare il proprio futuro? Vogliamo ispirarci alle grandi macroregioni tedesche? La forza economica di un Paese, oltre che nei suoi abitanti, risiede nella sua stabilità. Un obiettivo da raggiungere nel medio termine con un governo e un Parlamento adeguati. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Massimo Lo Cicero

21/02/2019 – Il Sole 24 Ore
Ma per il sud potrà essere un’ occasione

Sebbene le espressioni «regionalismo differenziato» e «secessione dei ricchi» vengano usate sempre più spesso in maniera intercambiabile nel dibattito pubblico, esse hanno in realtà davvero poco in comune. Riprova ne è il fatto che, secondo il recente documento del Senato della Repubblica, in ben 13 delle 15 regioni a statuto ordinario sono state attivate a vario titolo le procedure previste dall’ articolo 116 della Costituzione per richiedere allo Stato maggiori forme di autonomia legislativa. Tra esse si ritrovano anche le regioni del Mezzogiorno, tra cui Campania e Calabria, che di certo non brillano per reddito procapite nelle statistiche ufficiali. La prospettiva del regionalismo differenziato è destinata dunque a condizionare il panorama politico italiano dei prossimi anni. Per questo motivo, il centro della discussione andrebbe spostato dal “se” conviene alla Regioni una maggiore forma di autonomia, al “come” realizzarla al meglio, tenuto conto del vincolo di unità e di coesione nazionale previsto dalla nostra Costituzione. È indubbio infatti che qualora l’ autonomia riuscisse a esaltare le specificità e le competenze regionali, essa potrebbe diventare una straordinaria occasione di sviluppo dal basso nello spirito di Alexis de Tocqueville, quando afferma, ne La democrazia in America: «Presso le grandi nazioni, dove domina l’ accentramento, il legislatore è obbligato a dare alle leggi un carattere uniforme che non tiene conto della diversità dei luoghi e dei costumi; ignaro dei casi particolari, può procedere soltanto attraverso regole generali; gli uomini sono allora obbligati a piegarsi alle necessità della legislazione, perché la legislazione non può adattarsi ai bisogni e ai costumi degli uomini; e questo è una grande causa di torbidi e di miserie». Basti pensare che tra le materie “delegabili” (su cui le Regioni si vedrebbero riconosciute la esclusiva potestà legislativa, nei limiti di quanto previsto dalla Costituzione), ve ne sono molte di importanza strategica, come la «tutela della salute», il «governo del territorio», la «produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’ energia», o la «ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’ innovazione per i settori produttivi». Si tratta di temi “strategici” che – se amministrati con lungimiranza e innovazione politica – potrebbero contribuire a rilanciare nel mondo l’ immagine delle regioni d’ Italia, e far emergere quanto di positivo e valido già oggi vi si trova, lasciando intravedere le traiettorie di sviluppo economico dai tratti distintivi e peculiari delle singole Regioni. È noto infatti che alcune Regioni hanno una sensibilità ambientale più spiccata di altre, o vocazioni industriali diverse dalle altre. Tuttavia, per decenni si sono viste attribuire egualmente investimenti pubblici, spesso discutibili e impattanti, nel tentativo di forzare i processi di industrializzazione che – tuttavia – non hanno creato sviluppo socioeconomico. Le norme costituzionali consentirebbero pertanto alle singole regioni di prendere in mano le redini del proprio destino e diventare così protagoniste della politica dei propri territori, dimostrando al contempo di essere capaci di implementare politiche avanzate di “governo e tutela del territorio”, come già oggi le vediamo attuate in Trentino-Alto Adige, o di “ricerca scientifica e tecnologica” ritagliate sulle caratteristiche produttive dei singoli territori, esattamente come si fa in Veneto o in Emilia-Romagna. Una maggiore autonomia consentirebbe anche di attuare quelle politiche forti di internazionalizzazione che al momento mancano in regioni come la Calabria, dove si riscontra una cronica carenza di attrazione di investimenti esteri (diversamente da quanto accade in Lombardia), senza dipendere dai tempi e dalle volontà del Governo centrale. Insomma, il regionalismo differenziato può rappresentare – anche per l’ economia meridionale – quella chiave di volta attesa invano da decenni, tramite cui dare forma alle aspettative e alle speranze del Mezzogiorno e scrollarsi di dosso quell’ immagine retrograda di essere solo il mercato di sbocco delle merci, dei servizi e delle tecnologie spesso vetuste prodotte al Nord. Saremo pronti al grande passo? Il Mezzogiorno saprà dimostrare di essere capace di elaborare modelli politici ed economici virtuosi, in grado di accrescere il benessere dei propri cittadini attraverso scelte ambientali o industriali innovative, generate a partire dalle esigenze specifiche di queste regioni, anziché replicare modelli impersonali e irrealistici, spesso calati dall’ alto, che non hanno nulla a che fare con il Mezzogiorno e i meridionali? Saremo abbastanza maturi da decidere di farci rappresentare da una classe politica competente, dotata di autonomia decisionale e non legata al parere preventivo dei “padrini romani”, ma che sia anzi capace di elaborare strategie di sviluppo a partire esclusivamente dalle risorse del territorio, ponendo così fine all’ eterno alibi dei “nemici esterni” che vogliono il male dei nostri territori? Riteniamo che al Mezzogiorno non manchino le energie e le competenze giuste e, anzi, vediamo che tanti si misurano quotidianamente coi problemi del territorio senza timori reverenziali, rinnovando ogni giorno la sfida di immaginare scenari nuovi rispetto ai problemi che si aprono davanti a noi, e che richiedono risposte innovative e non scritte da altri. Le possibilità di dar vita a una Politica che voli alto ci sono tutte, e sebbene l’ attuale classe politica non brilli di certo per impegno e lungimiranza, siamo convinti che i meridionali – chiedendo lavoro vero e non assistenzialismo mascherato da pie intenzioni – potrebbero ricevere risposte esaustive dai nuovi assetti regionali dotati di risorse adeguate . Presidente di Confindustria Reggio Calabria, Economista © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giuseppe Nucera e Matteo Olivieri

21/02/2019 – ANSA
Tav: Salvini, rivedere i costi ma avanti

Voto di scambio? Renzi e Pd non sanno più a cosa attaccarsi

(ANSA) – IGLESIAS, 21 FEB – “L’obiettivo è rivedere il progetto, risparmiare dove si può risparmiare e andare avanti”. Lo ha detto il vicepremier Matteo Salvini sulla Tav, al suo arrivo questa mattina a Iglesias per un incontro elettorale in vista delle regionali di domenica prossima in Sardegna. E sull’accusa di voto di scambio mossa da Matteo Renzi, il leader della Lega ribatte: “Renzi e il Pd mi fanno tenerezza, non sanno più a cosa attaccarsi. Non commento, non perdo tempo a commentare le sciocchezze del Pd”.

 

21/02/2019 – Il Fatto Quotidiano
Tav, accordo Lega-M5s ma solo per prendere tempo: la mozione alla Camera ricalca il contratto di governo

Nel documento che verrà messo in votazione a Montecitorio viene citata anche l’analisi costi benefici chiesta dal ministro Danilo Toninelli che tanto ha fatto discutere nelle scorse settimane, ma senza alcun giudicizio di merito. Vengono poi ripercorse le tappe fondamentali che hanno contraddistinto il percorso politico dell’opera. Un passaggio in attesa che l’esecutivo non prenderà una decisione. Renzi: “E’ voto di scambio per aver salvato Salvini”

di F. Q.

Hanno trovato l’accordo ma il documento che depositeranno alla Camera non è molto diverso da quello che era già previsto dal contratto di governo. In pratica una manovra per prendere tempo quella della Lega e del Movimento 5 stelle, come spiegano alle agenzie di stampa fonti della maggioranza, in attesa che l’esecutivo non prenderà una decisione. Nel frattempo, dunque, la mozione che i 5 stelle e il Carroccio metteranno in votazione alla Camera,  quando l’Aula di Montecitorio esaminerà una mozione sì-Tav presentata da Forza Italia, riprenderà i principi dell’accordo siglato dai due partiti: “Con riguardo alla linea ad Alta Velocità Torino-Lione ci impegniamo a ridiscuterne integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”.

L’Alta velocità Torino-Lione è uno dei temi che ha incendiato i rapporti tra le forze del governo. Rinviato per settimane, ma potrebbe arrivare in Aula alla Camera giovedì 20 febbraio, se terminerà l’esame della legge costituzionale sui referendum. Perciò M5s e Lega hanno raggiunto un’intesa su una linea di maggioranza che impegna il governo a “ridiscutere integralmente il progetto“. Ciò nonostante la mozione scatena le proteste dell’opposizione a cominciare dal governatore del Piemonte, Sergio Chiamparino. “Alla luce delle dichiarazioni di ieri del rappresentante della Ue che chiedeva di fare in fretta nell’avvio dei bandi, questo vuol dire una sola cosa: se la maggioranza approverà questa mozione, sarà come mettere una pietra tombale sulla Torino-Lione – dice l’esponente del Pd – La Lega svela il suo vero volto non a caso dopo il salvataggio del ministro dell’Interno da parte dei cinquestelle”. Ancora più netto il commento di Matteo Renzi su twitter: “Di Maio salva Salvini dal processo e la lega in cambio rinuncia a fare la Tav. Tecnicamente è voto di scambio, politicamente uno schiaffo al Nord produttivo, economicamente l’ennesimo cantiere bloccato: hanno preso tre piccioni con una fava. Salvini si salva, l’Italia si ferma”.  “Ripetere a pappagallo oggi dopo otto mesi di governo – e dopo aver eseguito un’analisi costi benefici farlocca – che l’esecutivo si impegna a “ridiscutere integralmente” la Tav è uno schiaffo all’Italia e un’offesa all’intelligenza dei cittadini. Non solo: dimostra, definitivamente, che la maggioranza non pensa al futuro del Paese ma è prigioniera dei ricatti interni”, dice Giorgio Mulè di Forza Italia.

A replicare alle opposizioni è uno dei due firmatari della mozione, Riccardo Molinari. “Le opposizioni gridano al lupo al lupo, ma in realtà la posizione della Lega resta sempre la stessa: richiamiamo il contratto di governo che ci impegna a valutare come realizzare quest’opera nel rispetto degli accordi internazionali”, dice il capogruppo della Lega. Nella mozione, firmata anche da Francesco D’Uva capogruppo del M5s, viene citata anche l’analisi costi benefici chiesta dal ministro Danilo Toninelli che tanto ha fatto discutere nelle scorse settimane, ma senza alcun giudicizioe di merito. “Secondo la Corte dei conti europea l’analisi costi benefici è per definizione lo strumento analitico utilizzato per valutare una decisione di investimento confrontando i relativi costi previsti e benefici attesi”. è una dei passaggi della mozione, che ripercorre le tappe fondamentali che hanno contraddistinto il percorso della Tav, compresi gli ultimi mesi. “Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti – continua il documento – ha dato mandato alla ricostituita Struttura tecnica di missione (Stm) di predisporre una nuova valutazione dell’adeguamento dell’asse ferroviario Torino-Lione mediante l’uso dell’analisi costi benefici; scopo dell’analisi costi benefici è consentire una allocazione delle risorse più efficiente per supportare il procedimento decisione, con cognizione di causa, se attuare o meno una proposta di investimento o se optare per eventuali alternative”, continuia la mozione. “Al contempo, il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e l’omologa francese Elisabeth Borne hanno firmato congiuntamente una lettera al soggetto attuatore Telt per posticipare i bandi di gara relativi al tunnel di base”.

 

21/02/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Piano investimenti da 19 miliardi, Toninelli accelera sulle piccole opere

Tanta manutenzione e poche grandi opere selezionate nell’elenco dei lavori finanziati fino al 2033. Ora la parola al Mef. Giorgio Santilli

È la prima mossa vera del governo per rilanciare gli investimenti pubblici dopo le promesse della legge di bilancio. Il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, ha messo a punto un piano da 19 miliardi per finanziare in quindici anni prevalentemente piccole opere e manutenzioni nel settore della mobilità. Nel triennio 2019-2021 il piano vale 2,8 miliardi (586 milioni nel 2019, 997 milioni nel 2020, 1.254 milioni nel 2021), i capitoli di spesa sono 45. Le risorse arriveranno dal fondo per gli investimenti delle amministrazioni centrali, istituito dal comma 95 della legge di bilancio 2019. La palla passa ora al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che ha disposizione complessivamente 43,6 miliardi tenendo conto delle proposte avanzate anche dagli altri ministeri. L’auspicio di Toninelli – che chiede il 43% del totale delle risorse del fondo – è che la decisione avvenga rapidamente anche perché i Dpcm che assegneranno le risorse dovevano arrivare entro il 31 gennaio e la trafila è lunga fra pareri parlamentari, intese con le Regioni e gli enti locali, registrazione della Corte dei conti.

Il piano di Toninelli è perfettamente coerente con la politica da sempre annunciata dal ministro. Piccole opere e manutenzioni, poche grandi opere molto selezionate. Il ministro delle Infrastrutture lo scrive anche a Tria, parlando di «comune consapevolezza che sia assolutamente indispensabile implementare l’opera di manutenzione dell’esistente e l’ammodernamento degli attuali sistemi di trasporto». Fra le grandi opere ci sono soltanto le metropolitane nelle città (1.385 milioni) e le opere comprese nel contratto di programma Fs che comunque assorbe la parte più consistente del piano con 8.761 milioni. Anche nel contratto Fs (che per altro ha avuto di recente altri 5,9 miliardi dal governo), la manutenzione ha per altro una quota prioritaria. Ieri per altro Toninelli esprimendo soddisfazione per il il piano di investimenti Fs in Lombardia presentato dall’ad Gianfranco Battisti ha detto che «sono questi gli investimenti su ferro che ci piacciono e che non smetteremo mai di favorire e incentivare, quelli che servono per aumentare i servizi offerti, renderli più regolari e più accessibili, sempre nell’ottica di migliorare le condizioni di viaggio di chi usa il treno, in primis i pendolari».

Basta scorrere l’elenco delle voci più “premiate” dalla distribuzione delle risorse, d’altra parte, per capire il segno del piano. Gli unici fondi espressamente destinati all’Anas vanno allo specifico programma «ponti, viadotti e gallerie», dove alla priorità della manutenzione si aggiunge ovviamente quella della messa in sicurezza. Programmi straordinari di manutenzione sulle strade anche per i programmi delle Province (500 milioni), mentre una voce specifica riguarda la messa in sicurezza delle Autostrade dei parchi A24 e A25. Ci sono due voci per le ferrovie regionali: potenziamento e ammodernamento (224,5 milioni) e messa in sicurezza (561,4 milioni). C’è anche il piano di acquisto del materiale rotabile (150 milioni). E c’è il «piano strategico nazionale della mobilità sostenibile» (681 milioni) cui si aggiunge il piano per i percorsi ciclabili (89,8 milioni).

Per le città c’è anche un programma di recupero degli alloggi di edilizia residenziale pubblica ex Iacp (673,7 milioni), vari programmi di abbattimento delle barriere architettoniche, mentre 100 milioni andranno agli autotrasportatoti che adotteranno veicoli con alimentazioni alternative.

Per il 2019 le quote maggiori vanno al piano Anas «ponti, viadotti e gallerie » (112,3 milioni), i programmi straordinari delle manutenzioni stradali di province e città metropolitane (100 milioni), i programmi di recupero degli alloggi di edilizia popolare (56,1 milioni), gli incentivi agli autotrasportatori (50 milioni), realizzazione delle infrastrutture carcerarie (37,5 milioni), l’eliminazione delle barriere architettoniche (34,4 milioni).

Per il 2020 risorse rilevanti per il piano Anas sui ponti (164 milioni), ancora la manutenzione della rete viaria provinciale (100 milioni), le metropolitane (100 milioni), il contratto Rfi (74,8 milioni), la messa in sicurezza delle ferrovie regionali (60 milioni). © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

21/02/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Infrastrutture, fermo il 44% dei cantieri del Nordovest

Sara Monaci

Nell’elenco impietoso dell’osservatorio Oti non finisce solo la Tav, ma anche Terzo Valico e Brescia-Verona. I cantieri mancati delle tre opere totalizzano 5,4 miliardi

Peggiora lo stato di avanzamento delle infrastrutture nelle regioni del Nord Ovest d’Italia, dove si concentra in Europa il 3,1% della popolazione e il 3,7% del Pil. Il 93% dei progetti monitorati nel 2018 risulta in sofferenza, cioè in peggioramento rispetto al biennio precedente; il 44% è rallentato, se non addirittura bloccato, a causa dell’allungamento dei tempi dei finanziamenti.

Nell’elenco impietoso non finisce solo la Tav Torino-Lione – al centro dell’attenzione politica nelle ultime settimane perché osteggiata dal Movimento 5 Stelle ma supportata dalla Lega -, ma anche il Terzo Valico e la Brescia-Verona. I cantieri mancati delle tre opere totalizzano insieme un valore di 5,4 miliardi.

Sono questi i principali dati del rapporto Oti Nordovest del 2018, in cui si sottolinea come i ritardi nella realizzazione delle opere che uniscono i Paesi europei abbiano conseguenze dirette sulla capacità di import e export delle imprese italiane – fatto rilevante se si considera che il 60% dell’interscambio economico italiano avviene con il resto d’Europa – e sulla competitività e attrattività dei territori.

Le opere a rischio

Su 45 opere monitorate nel 2018, solamente 3 hanno avuto un avanzamento conforme agli obiettivi, 22 hanno avuto un avanzamento inferiore ai programmi e ben 20 sono ferme. La situazione è peggiorata proprio lo scorso anno rispetto al periodo 2016-2017.

In particolare, risulta molto critica la situazione dei mancati finanziamenti nei lavori di molti grandi assi ferroviari: delle 9 nuove infrastrutture che dovrebbero costituire le dorsali del trasporto di merci e persone, 8 non hanno visto un avanzamento e una ha avuto un avanzamento inferiore a quello programmato. Solo il Terzo Valico dei Giovi è proseguito, anche se in modo inferiore alle attese, mentre la Torino-Lione, Brescia-Verona, le nuove opere di accesso al tunnel del Gottardo, Genova-Ventimiglia e Pontremolese sono rimaste ferme.

In alcuni casi pesa il nodo il fallimento delle imprese appaltatrici. È il caso della Rho-Monza, del nodo ferroviario di Genova, del tunnel stradale del Colle Tenda.

I principali cantieri (mancati)

Nel 2018 la Torino-Lione, il Terzo Valico e la Brescia-Verona non hanno visto i cantieri previsti. Il finanziamento bloccato è pari a 5,4 miliardi, ovvero: il 22% del valore del tunnel internazionale della Torino-Lione (per cui è già stato speso il 16% del costo della tratta); il 25% del valore del Terzo Valico (per cui è già stato speso un ulteriore 25% del costo della tratta); il 66% del valore della Brescia-Verona (ancora da avviare ma per la tratta funzionale Milano-Brescia in esercizio sono stati spesi 2 miliardi).

Il rapporto specifica che «i cantieri sono stati bloccati dalla volontà politica del governo di rimettere in discussione opere ricadenti nei corridoi infrastrutturali europei, compresa la Gronda autostradale di Ponente a Genova, di cui è stato fermato l’iter autorizzativo e che ha un valore complessivo di 4,2 miliardi finanziato da Autostrade per l’Italia».

Il peso dei ritardi in cifre

L’aggravio delle inefficienze logistiche costano all’Italia 13 miliardi all’anno, spingendoci al 22esimo posto come performance (contro ad esempio il terzo posto della Germania).

Si allungano i tempi di viaggio. Il completamento del sistema dei corridoi infrastrutturali europei consentirebbero di raggiungere Parigi in 3 ore e 46 minuti da Torino e in 4 ore e mezza da Milano, oppure in poco più di 6 ore Barcellona e Bruxelles da Milano. A questo si aggiungono l’impoverimento dei porti liguri e dello sviluppo aeroportuale, con minore crescita delle connessioni e frequenze di treni.

Nel rapporto la situazione viene valutata come «molto critica, dato che il nuovo governo insediatosi nel giugno 2018 ha inciso sulle politiche infrastrutturali dell’intero Paese, rimettendo in discussione opere già cantierizzate».

Il caso delle metro

La situazione delle metropolitane è un po’ più positiva. Si parla di luci e ombre. Quelle milanesi hanno visto proseguire i cantieri già avviati, seppure a rilento rispetto ai cronoprogrammi, ed è stato sbloccato il finanziamento per il prolungamento della linea 5 da Milano a Monza. Invece il prolungamento a Sud della linea 1 della metro di Torino ha subito una battuta d’arresto che potrebbe ritardare il completamento e i lavori di un altro anno. In stallo anche la metropolitana di Genova, in attesa di avere finanziamenti per il suo prolungamento. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

21/02/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Giurisprudenza: le ultime pronunce su project financing, cause di esclusione, verifica dei requisiti

a cura della redazione PlusPlus24 Diritto

La rassegna delle ultime sentenze del Consiglio di Stato in tema di appalti

Contratti pubblici – Appalto di servizi – Verifica possesso requisiti tecnici – Omesso invio nei termini della documentazione richiesta – segnalazione all’Anac – Art 6, comma 11, e art. 48, d.lgs. 163/2006 – procedimento sanzionatorio – illegittimità

Ai sensi dell’art.6, comma 11, D.lgs. 163/2006, ratione temporis applicabile, l’Anac esercita il potere di sanzione (nella specie “sanzione amministrativa pecuniaria) nei casi di “rifiuto” od “omissione”, da parte del concorrente, di fornire le informazioni richieste in quanto tali concetti, pur considerati nella loro massima estensione semantica, non coprono certo il caso del ritardo, in cui, molto semplicemente, nessuno rifiuta od omette di inviare le informazioni stesse, ma le fa pervenire in ritardo, pur se veritiere e corrette. Questa conclusione non comporta però alcun vuoto di tutela, perché l’art. 48 del vecchio codice appalti, nel caso di ritardo che interessa, prevede, che l’operatore responsabile venga escluso dalla gara con incameramento della cauzione, e quindi con una perdita economica non trascurabile, che potrebbe essere anche superiore alla sanzione dell’Autorità.

Consiglio di stato, sez. 6, sentenza del 6 febbraio 2019 n. 899

Gara pubblica – Affidamento servizi giornalistici e informativi per gli organi centrali e periferici delle amministrazioni dello stato – Esclusione dalla gara – Requisiti tecnico professionali di partecipazione – Carenza – Clausola del bando – Impugnazione immediata.

Nelle gare pubbliche è onere dell’interessato procedere all’immediata impugnazione delle clausole del bando o della lettera di invito che prescrivano il possesso di requisiti di ammissione o di partecipazione alla gara la cui carenza determina immediatamente l’effetto escludente, configurandosi il successivo atto di esclusione come meramente dichiarativo e ricognitivo di una lesione già prodotta. Solo il carattere ambiguo della clausola, che non rende immediatamente percepibile l’effetto preclusivo alla partecipazione per chi sia privo di un requisito soggettivo richiesto dal bando, ne esclude l’immediata lesività e ne consente l’impugnazione unitamente all’atto di esclusione, applicativo della clausola stessa suscettibile di diverse interpretazioni.

Consiglio di stato, sez.5, sentenza del 4 febbraio 2019, n. 824

Proposta di finanza di progetto – Incertezza sulla realizzabilità del progetto – Revoca della deliberazione del Consiglio comunale – Destinazione delle risorse ad interventi più urgenti e di maggiore interesse – Obbligo da parte dell’Amministrazione di dare corso alla procedura di gara – Esclusione

In materia di project financing, l’amministrazione, una volta individuato il promotore e ritenuto di pubblico interesse il progetto dallo stesso presentato, non è comunque tenuta a dare corso alla procedura di gara, essendo libera di scegliere, attraverso valutazioni attinenti al merito amministrativo e non sindacabili in sede giurisdizionale se, per la tutela dell’interesse pubblico, sia più opportuno affidare il progetto per la sua esecuzione ovvero rinviare la sua realizzazione ovvero non procedere affatto.

Consiglio di stato, sez. 5, sentenza del 4 febbraio 2019, n. 820

Concessioni – Assegnazione tratti di spiaggia per finalità turistico-balneari – Bando – Assegnazione – Ricorso – Rigetto – Offerta tecnica affidabile e completa – Offerta ambigua – Attività interpretativa della Commissione – Errori materiali o di calcolo.

Le offerte, intese come atto negoziale, devono essere interpretate al fine di ricercare l’effettiva volontà dell’impresa partecipante alla gara, superandone le eventuali ambiguità, a condizione di giungere ad esiti certi circa la portata dell’impegno negoziale assunto; tale attività interpretativa può anche consistere nell’individuazione e nella rettifica di eventuali errori di scritturazione o di calcolo, a condizione, però, che alla rettifica si possa pervenire con ragionevole certezza e senza attingere a fonti esterne o dichiarazioni integrative.

Consiglio di Stato, Sez. 5, Sentenza dell’11 febbraio 2019, n. 984

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21/02/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Costruzioni, 2018 secondo anno di (lieve) crescita: ma rispetto al 2010 è ancora -31%

Mauro Salerno

Istat: l’anno scorso produzione salita dell’1,6% (dato grezzo) e 0,9% (corretto per efftti di calendario). Ma l’indice è molto lontano dai risultati precrisi

La buona notizia è che il 2018 può essere considerato il secondo anno di (lieve) crescita per le costruzioni dopo almeno sette anni di cali consecutivi, terminati nel 2017. Quella cattiva è che per recuperare il gap accumulato negli anni di buio produttivo ci vorrà molto tempo: ancora oggi i cantieri producono ogni anno circa il 31% in meno di quanto facevano nel 2010.

In estrema sintesi è quello che dicono i dati appena pubblicati dall’Istat sull’andamento della produzione edilizia. L’Istituto di statistica certifica che l’anno scorso si è chiuso con un aumento dell’1,6% dell’indice grezzo e dello 0,9% dell’indice corretto dagli effetti imputabili al calendario. Anche nel 2017 questi due dati erano risultati leggermente positivi (+0,1% e +0,7% rispettivamente) a chiusura di un ciclo negativo che ha visto in alcuni anni (2012 e 2013 in particolare) crolli anche a due cifre della produzione edilizia.

Ora la tendenza sembra volgere leggermente al meglio. A dicembre l’Istat regista un aumento della produzione dello 0,2% rispetto a novembre, anche se il dato trimestrale risulta negativo (-0,8%).

Il problema è il baratro scavato dai crolli produttivi degli ultimi anni. Rispetto al 2010 (sia per i dati grezzi che per quelli depurati dagli effetti di calendario) le serie storiche Istat segnalano una caduta della produzione superiore al 31 per cento (indice sceso da quota 147 a quota 101).

Per riprendere quota servono investimenti e spesa, oltre a un provvedimento sblocca cantieri che il governo ha nuovamente annunciato per le prossime settimane. Cose che i costruttori chiedono ormai da anni. Tanto più necessarie ora che, pure al fondo di una crisi durata oltre un decennio, il settore intravede qualche piccolo spiraglio di luce. © RIPRODUZIONE RISERVATA

21/02/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Astaldi, il comitato degli obbligazionisti si tutela con la nomina di Onesti

R.Fi.

Il professore universitario ordinario di economia aziendale presso l’Università di Roma chiamato dal Tribunale

Il comitato bondholders Astaldi, che rappresenta oltre 60 milioni di obbligazioni della società, ha ottenuto ieri la nomina da parte del Tribunale di Roma del rappresentante comune degli obbligazionisti. Si tratta di Tiziano Onesti. Onesti è professore universitario ordinario di economia aziendale presso l’Università di Roma Tre e siede nei consigli di amministrazione, tra gli altri, di Trenitalia e Italtel, ed è sindaco effettivo in Ford Italia e Eni Trading.

Su richiesta dello Studio Legance e per conto del comitato, il Tribunale ha inoltre accolto la richiesta di porre il compenso del rappresentante comune interamente a carico di Astaldi. La nomina, hanno spiegato dal comitato dei bondholders «mette un primo punto fermo nella battaglia per ottenere una giusta tutela» con l’obiettivo di «compattare il fronte di tutti gli obbligazionisti (per un valore di 890 milioni) in modo da muoversi in maniera coordinata e possibilmente univoca nei confronti della società, all’interno del percorso tracciato dal concordato». Concordato tornato sul tavolo dei giudici dopo che Salini Impregilo ha presentato la propria offerta che punta a un’intesa con le banche creditrici entro marzo.

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