Rassegna stampa 14 febbraio 2019

13/02/2019 13.00 – quotidiano energia

Gara gas Milano, Tar concede a 2i Rete Gas l’accesso agli atti

Nuovo capitolo della querelle giudiziaria sulla gara gas di Milano, l’unica al momento ufficialmente aggiudicata.
La seconda classificata 2i Rete Gas ha infatti ottenuto dal Tar la possibilità di accedere agli atti della procedura, accesso finora negato dal Comune lombardo a fronte dell’opposizione della prima classificata Unareti (controllata da A2A, che a sua volta ha come azionista il Comune).

Dall’ordinanza pubblicata oggi si apprende che 2i intende visionare in particolare: tutte le dichiarazioni e gli elaborati costituenti l’offerta tecnica ed economica della concorrente Unareti; il verbale della seduta riservata del 23/5/18 nella parte relativa all’audizione personale della stessa Unareti; tutte le dichiarazioni e gli elaborati presentati dalla società del gruppo A2A in occasione del sub-procedimento di verifica dell’anomalia; eventuali comunicazioni comunque intercorse tra il Comune di Milano e Unareti in relazione all’intera procedura di aggiudicazione, comprensiva della fase di verifica dell’anomalia dell’offerta, e ogni atto o documento scambiato in occasione delle stesse.

Sempre nell’ordinanza si specifica che la ricorrente contesta tra le altre cose la determinazione dei criteri di attribuzione dei punteggi e di aggiudicazione, l’ammissione di Unareti al prosieguo della procedura, la valutazione dell’offerta tecnica ed economica di 2i Rete Gas e della concorrente, la valutazione della congruità dell’offerta economica di Unareti, nonché la nomina della Commissione di gara, “con riferimento sia alla determinazione dirigenziale n. 39 del 23/3/17 che alla determinazione dirigenziale n. 43 del 27/3/17, entrambe della Direzione Mobilità Ambiente ed Energia del Comune di Milano, la prima di approvazione dell’esito della procedura di selezione di candidati idonei allo svolgimento dell’incarico di commissario e la seconda di nomina della Commissione di gara”.

Inoltre, nel mirino di 2i figura il bando di gara e l’Allegato 1, nonché in generale “qualsiasi atto della lex specialis, in tutte le parti in cui essi possano essere interpretati nel senso di giustificare o ammettere l’attribuzione di punteggi da parte della Commissione di gara quale risultato della media dei voti espressi da ciascun singolo Commissario o di consentire la modificazione o specificazione dei criteri di valutazione prestabiliti dalla stazione appaltante in un momento successivo all’apertura delle offerte”.

Come detto, il Tar ha autorizzato l’accesso agli atti, imponendo però alcune prescrizioni volte a salvaguardare “le esigenze di tutela dei segreti tecnici e commerciali sostenute da Unareti”. In particolare, “le operazioni per la visione si svolgeranno presso gli uffici in cui la documentazione richiesta è attualmente conservata, o in altro luogo concordato tra le parti, in un locale adeguato che sarà messo a disposizione del Comune di Milano, al quale è affidata la responsabilità della corretta organizzazione e dell’ordinato svolgimento dell’attività di accesso”.

La prima riunione “dovrà essere convocata dal Comune di Milano in una data non successiva ai 15 giorni dalla comunicazione della presente ordinanza” e  le operazioni “dovranno svolgersi e completarsi in orario d’ufficio entro i seguenti cinque giorni non festivi, salva diversa intesa tra tutte le parti”. Durante la visione della documentazione “sarà permesso ai rappresentanti della ricorrente soltanto la redazione di appunti manoscritti su carta, con divieto di riproduzione in qualsiasi forma, anche parziale, dei documenti medesimi ovvero del loro contenuto (immagine o dettatura con qualsiasi apparecchio o sistema): la prescrizione potrà essere derogata per atti determinati solo con il consenso esplicito del Comune di Milano e di Unareti”.

La violazione di tali prescrizioni, precisa il Tribunale, “costituirà anche contegno rilevante ai fini della decisione”.

I giudici danno infine “facoltà alle parti di presentare memoria entro il termine del 15 maggio 2019”. L’udienza di merito è prevista per il successivo 6 giugno.

14/02/2019 – MF

Canarbino prende Gesam Prelazione da 16 milioni

Si è chiusa la partita a Lucca per rilevare il 60% di Gesam Gas e Luce, l’ utility che serve 60 mila clienti sul territorio, messa in vendita da Gesam Reti (Comune di Lucca al 56,71% e Toscana Energia al 42,96%). A spuntarla, come ipotizzato da MF-Milano Finanza il 25 gennaio, è stato il gruppo Canarbino, che ha scelto di esercitare il diritto di prelazione, in funzione del 40% già in suo possesso, andando così a equiparare l’ offerta da 16 milioni avanzata da Simecom. La base d’ asta era di 13,5 milioni e l’ utility di Crema (Cremona) aveva offerto un rialzo di 2,5 milioni, aggiudicandosi temporaneamente una gara alla quale avevano preso parte colossi come Edison, Engie, Iren, Bluenergy. Dell’ intenzione di Canarbino di esercitare il diritto di prelazione entro i 60 giorni stabiliti si è vociferato sin dalla partenza dell’ asta anche alla luce di una condizione prevista nel bando che obbliga l’ aggiudicatario a mantenere la sede legale a Lucca, confermando così i livelli occupazionali, contrattuali e retributivi. Con questa operazione Canarbino prosegue il percorso di crescita incentrato sul mantenimento di brand e territoriale (come avvenuto per Miogas) e porterà la base clienti a oltre 250 mila unità andando a consolidare i 43,7 milioni di fatturato di Gesam all’ interno di un giro d’ affari che supera il miliardo di euro. Come spesso accade con le partecipate, tuttavia, non sono mancate perplessità da parte di alcuni esponenti politici che hanno lamentato la vendita della maggioranza della società nonostante la possibilità offerta dalla legge di bilancio (che rivede la legge Madia) di rinviare di due anni la cessione. Il vicesindaco Giovanni Lemucchi, però, nella riunione della commissione partecipate ha difeso la scelta sia giustificandola come necessità di portare avanti il processo di razionalizzazione delle partecipate sia rimarcando la valenza politico-industriale dell’ operazione: «abbiamo deciso di non aspettare. Il timing è di grande valore e il settore è in fase di riassetto complessivo», aggiungendo inoltre che l’ imminente liberalizzazione avrebbe esposto la società agli attacchi di grandi gruppi. Ora però a Lucca ipotizzano alcune conseguenze da questa vendita. In primis quella che vedrebbe, quando ci sarà la gara per il gestore unico provinciale del gas, la cessione a Toscana Energia (Italgas) della rete del gas di proprietà di Gesam Reti. (riproduzione riservata) NICOLA CAROSIELLI

14/02/2019 – Il Fatto Quotidiano
Ferrovie e Tesoro, lo Stato torna nella nuova Alitalia

Il caso
Si sbloccano le trattative da chiudere entro fine marzo: c’ è il partner industriale, la cordata con Delta e EasyJet che si divideranno le tratte a lungo raggio e a breve
L’ obiettivo è chiudere l’ accordo entro fine marzo, così da avere un successo da vendere in vista delle elezioni europee: ora c’ è un partner industriale per l’ Alitalia commissariata, cioè l’ alleanza tra l’ americana Delta Airlines e la britannica EasyJet che dovrebbero avere il 40 per cento del capitale. Il resto rimarrà italiano, anzi, pubblico: nel capitale ci saranno le Ferrovie dello Stato e, notizia di ieri, anche il governo. Un vertice a Palazzo Chigi tra il premier Giuseppe Conte, il ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio e quello dell’ Economia Giovanni Tria ha stabilito ieri che anche il ministero del Tesoro potrà entrare nel capitale “a condizione della sostenibilità del piano industriale e in conformità con la normativa europea”. In caso contrario rischierebbe sanzioni dalla Commissione europea. La presenza pubblica potrebbe non finire qui. Secondo le indiscrezioni di questi giorni, anche altre aziende pubbliche potrebbero fare uno sforzo finanziario ed entrare nell’ azionariato: si parla di Leonardo, dell’ Eni, ma anche di Poste Italiane. Le Ferrovie, guidate dal nuovo ad Maurizio Battisti, avevano posto come condizione di un proprio coinvolgimento che ci fosse anche un partner industriale, cioè un’ altra compagnia aerea capace di offrire una prospettiva di rilancio. A lungo Fs e governo hanno esplorato l’ ipotesi di Air France, sarebbe stato un ritorno per i francesi, ma poi quella pista è stata abbandonata anche – ma non soltanto – per le tensioni diplomatiche tra governo gialloverde e l’ Eliseo di Emmaunel Macron. Poi c’ era l’ ipotesi Lufthansa, altro eterno pretendente di Alitalia, ma il gruppo tedesco non ha mai presentato un piano ufficiale pur minacciando almeno 3.000 esuberi. Uno dei membri del cda, Harry Hohmeister, aveva profetizzato: “Se tutto questo tira e molla durerà ancora a lungo, dell’ orgogliosa Alitalia presto non rimarrà nulla”. Ieri il Consiglio di amministrazione delle Ferrovie si è riunito e ha votato per una strada diversa, cioè Delta ed EasyJet. Le due compagnie aree si divideranno i compiti nel gestire il futuro di Alitalia: Delta sarà cruciale per il “lungo raggio”, cioè le tratte sulle distanze maggiori che sono anche le più redditizie. EasyJet, invece, garantirà il servizio point to point, cioè dagli aeroporti italiani agli hub internazionali, tipo Londra o Francoforte. L’ eterno dibattito sulla “italianità” di Alitalia si avvia a chiudersi con un esito paradossale: l’ azienda resta così italiana da aver dentro lo Stato in varie declinazioni, ma a decidere le strategie industriali saranno gruppi internazionali che saranno assai più sensibili alle rispettive priorità strategiche che agli interessi del sistema Paese. Ma gli esuberi e le riduzioni di perimetro aziendale, con questa situazione, dovrebbero essere minimi. C’ è poi la questione del prestito ponte: 900 milioni cconcessi dal governo Gentiloni ad Alitalia nel maggio 2017, al momento del commissariamento, per garantire la continuità aziendale. Quel prestito, dalla durata iniziale di sei mesi, deve essere rimborsato a giugno 2019, dopo ben 26 mesi. Incombe il giudizio della Commissione europea che, visti i tempi dilatati, potrebbe considerarlo aiuto di Stato. Una delle ipotesi è che il prestito venga convertito in azioni, ma la conversione deve avvenire a condizioni di mercato (cioè senza penalizzare lo Stato azionista) altrimenti, di nuovo, si configura l’ aiuto di Stato. Che Alitalia sia in condizione di restituirlo è assai dubbio, nonostante le rassicurazioni dei commissari: in cassa ci sono meno di 500 milioni e le fatture da pagare a due mesi ai fornitori ammontano a 500-550 milioni. Almeno 400-450 milioni di incassi, poi, sono dovuti a biglietti già pagati che devono essere trasferiti alla nuova società. La partita è lontana dalla conclusione ma almeno ora qualcosa si muove. Stefano Feltri

14/02/2019 – ANSA
Alitalia, cda Fs: ok alla trattativa con Delta e EasyJet. Di Maio oggi incontra azienda e sindacati
Il governo disponibile a partecipare alla costituzione della nuova compagnia
La trattativa di Alitalia si stringe su Delta Airline ed easyJet. E potrà contare su una partecipazione del governo che, attraverso il ministero dell’Economia, si dice pronto ad essere parte attiva nella costituzione della nuova compagnia “a condizione della sostenibilità del piano industriale e in conformità con la normativa europea”. Il dossier Alitalia fa così due passi avanti. Due step forse scontati, ma che fanno chiarezza. A Palazzo Chigi un vertice tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il vice presidente Luigi Di Maio e il ministro dell’Economia Giovanni Tria accende il disco verde all’ingresso dello Stato. Mentre il Cda di Ferrovie delimita il campo per lo scatto finale indicando espressamente la compagnia americana e la low cost inglese come le prescelte per “avviare una trattativa al fine di proseguire nella definizione degli elementi portanti del piano della nuova Alitalia”. Sul tavolo si parla quindi di una ‘newco’.
Un tema che sarà affrontato anche nel confronto che il vice-premier Luigi Di Maio avrà con i sindacati sull’ex compagnia di bandiera, un tavolo al quale i rappresentanti dei lavoratori si presenteranno agguerriti, con i segretari generali della Cgil Maurizio Landini e della Uil Carmelo Barbagallo. Delta ed easyJet atterrano sulla pista finale della trattativa. Entrambe le compagnie sono in partita da oltre tre mesi, avendo presentato un’offerta formale alla fine di ottobre. Il progetto iniziale di Delta di entrare nella newco insieme ad Air France-Klm (con un 20% ciascuna) è sfumato la scorsa settimana dopo che i franco-olandesi si sono sfilati sulla scia delle tensioni tra Italia e Francia. Di lì la scelta di coinvolgere la low cost inglese che in questi mesi ha sempre confermato il proprio interesse.
Il progetto di Delta, sempre considerato in pole position, punterebbe ad un’Alitalia un po’ più piccola, con una riduzione degli aeromobili da 118 a 110 e una forza lavoro di 9-10 mila lavoratori (e conseguenti 2-3 mila esuberi). L’intenzione degli americani sarebbe di entrare nella newco con il 20%, affiancati da easyJet con un altro 20%. Il governo, invece, potrebbe convertire in equity il prestito ponte e, secondo le indicazioni emerse nei giorni scorsi, potrebbe alla fine avere una quota tra il 14 e il 15%, una partecipazione analoga a quella che il governo francese ha in Air France. Nella compagine, insieme a Fs e al Ministero dell’economia, si sta lavorando anche a coinvolgere altre partecipate pubbliche, tra cui si ipotizza Poste. Finisce sempre più nell’angolo, invece, Lufthansa che pur non avendo mai presentato un’offerta formale, è rispuntata più volte in questi mesi, sia con esplicite dichiarazioni di interesse, sia tirata in ballo dalla politica (soprattutto dalla Lega): nel progetto tedesco 3 mila esuberi, una flotta ridimensionata a 70 aerei, ma soprattutto l’indisponibilità a sedersi accanto al Governo italiano. Resta intanto alta la preoccupazione dei sindacati, che oggi tornano al Mise, due mesi dopo l’ultimo incontro. “Non si può più aspettare. Bisogna fare presto e prendere una decisione per salvaguardare l’occupazione e dare futuro all’azienda”, avverte il segretario generale della Cgil Maurizio Landini: “Ci auguriamo che oggi ci siano risposte precise su partner e progetto industriale”.
Al tavolo sono attesi i segretari generali di Cgil, Cisl, Uil e Ugl e altre 15 sigle tra categorie, autonomi e associazioni professionali, oltre ai tre commissari straordinari Stefano Paleari, Enrico Laghi e Daniele Discepolo. RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA
14/02/2019 – Il Messaggero
Dalle autostrade alla sanità tutte le materie senza intesa

Le Regioni vogliono la proprietà delle infrastrutture, ma il ministero dice no Alta tensione anche sulle sovrintendenze Il Mef cede una quota di Irpef ai governatori
LA TRATTATIVA ROMA Le resistenze del ministero dell’ Economia sono cadute. Sulle risorse finanziarie l’ accordo è stato trovato. Le tre Regioni che hanno chiesto l’ autonomia, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, otterranno una fetta dell’ Irpef raccolta sul territorio. Il valore delle funzioni, il cui finanziamento sarà trattenuto sul gettito dell’ imposta sulle persone, verrà determinato con il criterio del costo storico. Entro cinque anni si passerà al criterio dei fabbisogni standard, che terranno conto non solo della popolazione presente sul territorio ma anche dei tributi raccolti in quelle stesse Regioni. Se le bozze saranno confermate, tutto il surplus di gettito che maturerà nel tempo rispetto ai trasferimenti iniziali, resterà nelle casse dei tre governatori. Ma se le resistenze di Giovanni Tria sono state superate agevolmente, restano nodi importanti da sciogliere. Il principale, riguarda le infrastrutture. Veneto e Lombardia hanno chiesto di diventare proprietari delle reti stradali e ferroviarie. Vorrebbero essere loro a dare le concessioni, a verificare i piano di investimento dei concessionari, a determinare i livelli massimi delle tariffe da far pagare agli automobilisti che viaggiano sulla rete che attraversa i loro territori. LE DISTANZE Tutte competenze che verrebbero sottratte al ministero delle Infrastrutture per centinaia di chilometri di autostrade e ferrovie che attraversano due delle regioni maggiormente infrastrutturate del Paese. Tuttavia su questo fronte è arrivato un «no» secco da parte dei tecnici del ministero guidato da Danilo Toninelli. La controproposta è quella di utilizzare lo schema che si sta cercando di mettere in atto per l’ Autobrennero. Ossia consentire un affidamento «in house» ad una società di gestione controllata dagli enti locali. Difficile che Luca Zaia e Attilio Fontana accettino. Il primo, soprattutto, da tempo sulle questione delle strade mette le mani avanti. La considera una di quelle che potrebbero «annacquare» l’ intesa. Toccherà al premier Giuseppe Conte sciogliere il nodo politico e trovare un compromesso. Lo stesso discorso vale per le ferrovie. In questo caso il problema legato al passaggio della proprietà dallo Stato alle Regioni, non è tanto il ruolo di gestione, piuttosto gli investimenti. Il rischio, insomma, è che chi ha già più infrastrutture possa avere anche maggiori fondi. Anche sugli aeroporti la partita non è chiusa. Le Regioni vogliono, come per le strade, la proprietà. Il ministero è disposto a concedere soltanto una partecipazione alla stesura del masterplan. Sull’ ambiente le distanze riguardano le procedure di autorizzazione attraverso il meccanismo del Via, la valutazione di impatto ambientale. Un potere che oggi appartiene allo Stato e che le Regioni vorrebbero vedersi trasferito. Insomma, Veneto e Lombardia, vorrebbero avere l’ ultima parola su tutte le opere che vengono costruite sui loro territori, comprese quelle considerate strategiche per l’ interesse nazionale. IL CAPITOLO C’ è poi il capitolo salute. Le Regioni chiedono pieni poteri sulla gestione del personale della Sanità, compresa la regolamentazione dell’ attività libero professionale. Il ministero è disposto a concedere soltanto le competenze in materia di formazione specialistica. Un nodo ancora irrisolto, poi, riguarda i beni culturali. Sul destino delle sovrintendenze, che nel progetto autonomista dovrebbero passare tutte sotto la competenza delle Regioni. Ieri un duro stop al progetto di autonomia sui beni culturali, è arrivato da 130 storici, paesaggisti, soprintendenti e intellettuali. «Un vento di follia sta investendo il Paese», hanno scritto in un documento indirizzato al ministro Erika Stefani, «quanto resta dello Stato viene sbriciolato a favore di Regioni che, in quasi mezzo secolo, hanno spesso dimostrato inerzia, incapacità, opacità a danno della comunità, della Nazione italiana». Andrea Bassi © RIPRODUZIONE RISERVATA.

14/02/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio
Tav/1. Con il sì alla Torino-Lione pronti bandi per 3,4 miliardi: ecco la lista

Alessandro Arona

Gare e contratti congelati per 525 milioni e nuovi avvisi nel cassetto per 3.400: tutto sospeso dall’esecutivo Conte dal luglio scorso

Nei cassetti degli uffici di Telt, la società italo-francese incaricata di realizzare la Tav Torino-Lione, ci sono – in attesa della decisione del governo italiano se bloccare o no l’opera – sei gare soprasoglia in corso ma “congelate”, per un valore di 400 milioni di euro, sette gare aggiudicate per un valore di 125 milioni, ma di cui Telt non sottoscrive per ora i contratti; e infine nove bandi di gara già preparati, per un valore di 3,4 miliardi di euro, che dovevano essere pubblicati nel corso del 2018 ma che l’analisi costi-benefici imposta dal governo ha per ora congelato.

La mappa precisa dei “motori” della Torino-Lione pronti al via ma congelati è stata fatta da Telt per il ministero delle Infrastrutture, e inserita all’interno della relazione tecnico-giuridica pubblicata dal Mit insieme all’analisi costi-benefici del gruppo di Marco Ponti. È dunque per paradosso lo stesso ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli ad aiutarci a capire quanti appalti infrastrutturali l’opera sarebbe in grado di far partire subito, con effetto immediato sull’edilizia in decennale crisi e sull’economia nazionale in frenata: contratti da firmare per 525 milioni e bandi da pubblicare per 3,4 miliardi, in tutto circa quattro miliardi di euro.

Un anno fa, a inizio 2018, tutto era pronto per l’avvio dei lavori principali sulla Torino-Lione. Telt lanciò le gare per assistenza tecnica e project management, ed era pronta alla pubblicazione, a partire da luglio, dei bandi di gara per gli scavi delle gallerie. Ma poche settimane dopo l’insediamento dell’esecutivo Conte il ministro Danilo Toninelli mandò il famoso post in cui diffidava Telt dal firmare contratti e in generale atti di avanzamento dell’opera, spiegando che li avrebbe considerati «atti ostili». Il tutto in attesa dell’analisi costi-benefici.

Per rispetto istituzionale Telt si fermò, anche se il governo non aveva emanato nessun atto formale che imponesse di fermarsi. Così come decisero di attendere il governo francese e la Commissione Ue.

Ma quali erano e quanto valevano i bandi? Telt non volle mai renderlo noto, per non fare uno sgarbo mediatico al governo.

Ora grazie all’analisi costi-benefici di Toninelli siamo in grado di saperlo.

Il documento tecnico-giuridico elenca i contratti in corso (da pagina 27), 30 per lavori preparatori, per un valore di 164 milioni di euro, e cinque già per la prima quota di lavori definitivi, per un valore di 961,21 milioni. In tutto 1.125 milioni di euro, i contratti su cui dovremmo pagare penali e indennizzi in caso di rescissione, per costi che il Mit ipotizza molto difficili da stabilire, con “forchetta” tra 130 e 400 milioni di euro.

Tra i contratti da firmare (gare in corso e/o già aggiudicate) il principale è quello da 300 milioni per i lavori di realizzazione dei pozzi di Avrieux, bando lanciato nel giugno 2017 ma mai aggiudicato.

Tra i bandi pronti alla pubblicazione, valore 3,4 miliardi di euro, il principale è quello da 2,3 miliardi per i lavori del tunnel lato Francia. Poi ci sono: 2) Lavori tunnel di base Italia, 780 milioni; 3) Lavori di realizzazione dello svincolo di Chiomonte (committenza Sitaf), 80 milioni; 4) Lavori preparatori allo svincolo di Chiomonte, 5 milioni; 5) Direzione lavori opere all’aperto Italia, 19 milioni; 6) Coordinamento ambientale, 3 mln; 7) Coordinamento della sicurezza in fase di esecuzione, 10 mln; 8) Valorizzazione materiali di scavo, 235 milioni; 9) Fornitura cabine di salvataggio per il cantiere, 600mila euro.

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14/02/2019 – Italia Oggi
Tav, Salvini: l’analisi costo-benefici non mi convince

Toninelli difende Ponti: l’analisi ufficiale è solo la sua, Coppola ha dato un aiuto di tre pagine

-“L’analisi costi-benefici sulla Tav l’ho letta. Posso solo dire che piu’ veloce viaggiano le merci e persone meglio è”. Con queste parole il vicepremier Matteo Salvini sembra snobbare l’analisi costo-benefici sulla linea alta velocità Torino-Lione. Poi alla domanda se l’analisi lo convince ha risposto deciso: no. Il ministro dell’Infrestrutture, Danilo Toninelli, invece, difende il team di Ponti che ha praticamente condotto l’analisi. “Io sono molto favorevole al dibattito. L’analisi costi-benefici è funzionale ad aprire un dibattito per capire se questi soldi sono spesi bene. L’analisi costi-benefici ufficiale è una sola, quella del team di Ponti di cui Coppola ha dato un aiuto di tre pagine”, ha detto il ministro delle Infrastrutture a Radio InBlu, aggiungendo che “da una parte c’è una relazione ufficiale dall’altra parte una relazione di un non economista. I dati di partenza sono i dati dell’analisi costi-benefici”. “L’analisi costi/benefici della Tav è impietosamente negativa, ma tra noi e la Lega si è sempre discusso in maniera ragionevole. Lo faremo anche questa volta”, ha poi detto il ministro, aggiungendo che “nessuno deve contestare la relazione tecnica perché gli esiti non sono frutto di numeri inventati ma di dati che, messi insieme, hanno certificato la negatività dell’opera con i costi che superano i benefici di una cifra compresa tra i 7 e gli 8 miliardi. E’ evidente che la decisione finale sarà politica”, ha aggiunto. Sulla Tav la “decisione è politica. Con la Lega discuteremo in maniera “concreta e obiettiva, tra persone per bene, prive di pregiudizi, noi non ne abbiamo, sono convinto non ne abbia neanche la Lega”, ha poi concluso.

14/02/2019 – Il Sole 24 Ore
«In tre anni Cdp diventerà partner strategico di 60mila Pmi»

Fabrizio Palermo. L’ ad del gruppo: andremo sul territorio con una offerta a supporto delle imprese sul modello francese. Pronti a creare una subholding per le partecipazioni industriali
«Il piano industriale considera centrale il mondo delle imprese, soprattutto quelle medie e piccole, che rappresentano la spina dorsale del Paese. Per questo stiamo organizzando iniziative sul territorio che, in tre anni, ci permetteranno di collaborare con 60mila aziende, il triplo di quelle coinvolte attualmente nelle nostre attività». Fabrizio Palermo, amministratore delegato di Cdp, traduce così l’ obiettivo principale del nuovo piano, presentato nelle settimane scorse. E spiega: «Finora Cdp ha avuto come referente i grandi gruppi. Adesso abbiamo deciso di voltare pagina andando sul territorio con prodotti che vanno dal debito alle garanzie, dal supporto alle esportazioni fino all’ equity. L’ offerta al mondo imprenditoriale sarà integrata e capillare. Di sicuro è finito il tempo di Cdp presente solo a Roma, in cui oggi firmiamo l’ 80 per cento dei contratti, e parzialmente a Milano» (dove il gruppo ha aperto una sede nuova nell’ ex stabilimento Rcs di via San Marco, a fianco di quella storica del Corriere della Sera di via Solferino, ndr). Qual è la differenza rispetto al passato? Negli ultimi anni Cdp è stata troppo alla ribalta per gli interventi straordinari, quelli fatti e quelli immaginati. La missione del gruppo è un’ altra: supportare le aziende, la pubblica amministrazione e lo sviluppo infrastrutturale del Paese. Per questo andremo sempre di più dove le imprese vivono, producono, vendono. Il tutto in complementarietà con le banche e in sinergia con le fondazioni bancarie. Avete un modello? Certamente è organizzata così la francese Caisse de dépôts, attraverso la Banque publique d’ investissement e la Banque des territoires. È esattamente l’ approccio che stiamo seguendo. Un primo esempio è stato a Genova, purtroppo in occasione di un evento drammatico, il crollo di Ponte Morandi. Cdp è intervenuta subito con proposte concrete e coinvolgendo le società partecipate, da Snam a Fincantieri fino a Terna. Questo è il modello che stiamo replicando: prossime tappe Napoli e Milano. Il portafoglio delle attività di gruppo è molto diversificato. Come lo state riorganizzando? In effetti è ampio, frutto di stratificazioni più che di scelte coerenti. Per questo stiamo cercando di mettere ordine. La presenza nelle reti è decisiva, coordinata tramite una subholding capofila, la Cdp Reti. Ora stiamo pensando di creare una seconda subholding a cui faranno capo le partecipazioni industriali. Una sorta di Cdp industrie? Mi rendo conto che non è molto originale ma potrebbe davvero chiamarsi così. L’ idea è che in essa confluiscano le partecipazioni nel capitale delle aziende d’ ingegneria meccanica come Ansaldo Energia, Fincantieri, Saipem e altre minori. Servirà a rendere possibili collaborazioni tra le società del gruppo a beneficio anche delle filiere di piccole e medie imprese fornitrici. Può fare un esempio? La riunione dei vertici delle grandi aziende a partecipazione pubblica convocata nei mesi scorsi dal presidente del consiglio Giuseppe Conte e dal ministro dell’ Economia, Giovanni Tria, è servita a capire su quali fronti possiamo lavorare insieme nell’ interesse delle società e a supporto del Paese. Siete un mix tra competenze industriali e gestione del risparmio postale. C’ è il rischio di perdere la visione complessiva? Risparmio postale e patrimonio industriale sono due risorse chiave del nostro Paese. L’ obiettivo del nuovo piano industriale è coniugare al meglio i due elementi che, tra l’ altro, sono parte del dna di Cdp. Dobbiamo salvaguardare gli interessi di entrambi: da una parte, il denaro raccolto da 26 milioni di risparmiatori e, dall’ altra, le imprese sul territorio, quelle pubbliche e quelle private a cui forniamo servizi. In che ruolo gioca il presidente Massimo Tononi? Come sono ripartite le competenze? Ci avvicinano esperienze professionali e valori. Il confronto è costruttivo, perfino oltre le rispettive deleghe. E a beneficiarne è il clima aziendale. Se la squadra al vertice è unita, tutti lavorano meglio. Lo conferma la rapidità con cui abbiamo preparato il nuovo piano strategico. Due settimane fa lei ha rilanciato le trattative per una rete unica tra Tim e Open Fiber. Perché è intervenuto con tanta determinazione? Il tema delle reti di tlc è strategico per lo sviluppo del Paese. Era opportuno che i vertici delle due aziende si aprissero al confronto. Ora lo stanno facendo. Vedremo come evolve la situazione e aspettiamo, rispettosi dell’ autonomia di entrambe. Io sono un uomo di numeri e finora di numeri non si era ancora parlato. Adesso il confronto è aperto. Crede che Telecom possa sopravvivere senza la rete? Di sicuro Tim rappresenta una eccellenza. Altrettanto importante, se ci sono le condizioni, è la creazione di reti convergenti. Occorre giocare su tre fronti: la rete in rame, quella in fibra ottica e 5G. Nel soppesare vantaggi e svantaggi va tenuto conto di vari aspetti, compresi quelli occupazionali. Anche per questo è intervenuto il legislatore decidendo forti incentivi per la rete unica Tim. Siete azionisti di Tim con poco meno del 5 per cento, aumenterete la partecipazione? Essendo una società quotata preferisco non rispondere. Sull’ acquisto delle azioni avete una minusvalenza elevata. È stato un errore? Non facciamo trading e non dobbiamo essere giudicati sull’ andamento di singole operazioni. Siamo investitori di lungo periodo. Entrare nella partita delle reti tlc è una scelta strategica per Cdp e per il Paese. Sono asset importanti per la crescita. I conti si faranno alla fine. Senza fretta. Ricordo che siamo l’ unico soggetto in grado di finanziare iniziative a 30 anni, l’ arco di tempo su cui siamo abituati a misurare i nostri interventi è lungo. La rete in rame è nei bilanci di Tim per 12 miliardi ma, secondo alcuni analisti, vale 7-8 miliardi. Qual è la valutazione giusta? Il valore in sé è soltanto uno dei pezzi del puzzle. Un film va giudicato per la storia che racconta, non per l’ efficacia di singoli episodi. Anche in questo caso i conti vanno fatti alla fine. In Cdp Reti è presente un socio cinese, la State Grid Europe Limited, che controlla il 35 per cento del capitale. Dopo l’ ostracismo degli Stati Uniti a Huawei e Zte è un azionista scomodo? Il dna di Cdp richiede di fare operazioni utili per il Paese, che servano a trovare opportunità di sviluppo industriale aprendo nuovi mercati e migliorando il conto economico delle imprese italiane. I soldi sul mercato ci sono, si trovano, non rappresentano una necessità. Ben vengano, a queste condizioni, accordi con azionisti esteri. Il mercato scommette da tempo su altri consolidamenti nelle torri di telecomunicazioni. Cdp è azionista di F2i che ha concluso nei mesi scorsi un’ Opa su Ei Towers. C’ è spazio per altre integrazioni a cominciare da Rai Way? Non è un dossier di cui ci stiamo occupando. Cdp è anche socio di Fincantieri e le anticipazioni sulle possibili nozze con Leonardo sono ricorrenti. L’ ipotesi è allo studio? È un argomento ciclico. Per quanto mi riguarda dico che il Paese ha due eccellenze da preservare. Certo, a livello internazionale, elementi di collaborazione ci sono già oggi e altri possono aggiungersi. Ma la scelta va fatta soprattutto dalle aziende, non tanto da noi. I matrimoni devono essere frutto di libere scelte e non di costrizioni. Il vostro coinvolgimento è stato evocato anche in un’ altra vicenda dall’ esito incerto: Alitalia. Potreste essere il possibile finanziatore per il rinnovo della flotta? Anche questa è una materia che non è all’ ordine del giorno. Del resto sia Giuseppe Guzzetti, presidente di Fondazione Cariplo e rappresentato in Cdp, sia il ministro Tria si sono espressi chiaramente nel dire che non siamo coinvolti. Siete pronti per il salvataggio di Astaldi affiancando Salini Impregilo? Per il settore costruzioni è un momento non facile e Astaldi è soltanto uno dei problemi. Noi, per esempio, siamo presenti in Trevi, altra impresa che deve fare i conti con una congiuntura difficile da gestire perché l’ intero settore è in difficoltà. Per questo interventi isolati potrebbero non essere efficaci. Il nostro eventuale coinvolgimento può avere significato solo nell’ ambito di una operazione di sistema, insieme a banche e partner industriali. Occorre una operazione complessiva che, a determinate condizioni, potremmo valutare. Nelle infrastrutture avrete un ruolo nella politica del governo di rilancio degli investimenti pubblici? Certo. L’ obiettivo è allargare il nostro intervento alla programmazione e progettazione oltre che al finanziamento di progetti, sia pubblici sia privati. E questo lavorando insieme alle aziende partecipate dal gruppo. Interverremo non solo come finanziatori ma in tutte le fasi degli investimenti. Per farlo stiamo organizzando una unità dedicata, fatta da professionisti del settore. Nascerà il polo dei pagamenti tra Sia, di cui siete azionisti, e Nexi? Si tratta di altre due eccellenze italiane. Attendiamo il piano industriale di Sia che sicuramente individuerà le soluzioni migliori per valorizzare ulteriormente la società, che già riveste un ruolo di primo piano, anche oltre i confini nazionali. State pensando di acquistare azioni di società partecipate dal ministero dell’ Economia? L’ andamento dei conti pubblici potrebbe rendere necessario l’ intervento in Enel, Eni, Enav. Cosa ne pensa? Di questa eventualità si è parlato più volte. La premessa è che il primo passo tocca al Mef. Poi, nel caso, valuteremo le varie possibilità nel rispetto pieno delle regole del mercato e della normativa europea. Con l’ approvazione dei bilanci 2018 arriveranno a scadenza i vertici di alcune partecipate della Cassa come Fincantieri, Snam, Italgas, Sace, Simest, Ansaldo Energia. Come vi muoverete? Come sempre, cioè facendo gli interessi delle aziende. Il 2019, grazie ai provvedimenti approvati dal governo, sarà l’ anno del venture capital. Cdp sarà protagonista? Acquisterete Invitalia Ventures sgr da Invitalia, controllata dal ministero del Tesoro? Faremo leva su filiere industriali, università, incubatori di start up portando il corporate venture capital sul territorio. La Cassa ha come punto di forza il patrimonio immobiliare. Lo state valorizzando? È una priorità che mi sono dato da subito. In particolare smobilitando partecipazioni e investimenti fermi da tempo. Quanto valgono i vostri immobili? Un paio di miliardi. Può fare un esempio di investimenti bloccati? Metà del patrimonio immobiliare è nel Comune di Roma, inferiore come consistenza solo a quello della Santa Sede. Su questo punto ho aperto da tempo un confronto con l’ amministrazione della città e, a breve, siamo nelle condizioni di sbloccare gran parte delle situazioni. Può stimarne l’ entità? Direi 500 milioni di euro circa. Si tratta, per Roma, di una bella cifra. Era incredibile che una istituzione come Cdp non riuscisse a far partire gli investimenti. Lo stiamo facendo ma sono dovuto intervenire nei cantieri in prima persona, rispolverando la collezione dei caschetti che ho da quando visitavo i cantieri navali lavorando per Fincantieri. Ogni società immobiliare aveva problemi con soci, fornitori, banche, pubblica amministrazione. Spesso non riusciva neppure a chiudere i bilanci. Un po’ alla volta ne stiamo uscendo. Il 28 febbraio scadrà il termine per la presentazione della domanda da parte delle amministrazioni interessate ad accedere all’ anticipazione di liquidità introdotta dall’ ultima manovra. Qual è stata finora la risposta degli enti allo strumento nato per accelerare il pagamento dei debiti verso i fornitori? È ancora presto per dirlo perché tradizionalmente le domande vengono consegnate l’ ultimo giorno. Mi ha fatto piacere vedere che la prima richiesta ci è arrivata da un piccolo comune campano, ma ci sono già alcuni casi significativi come il Comune di Torino. Si tratta di uno strumento che abbiamo reso disponibile, credo importante. Non è peraltro l’ unico. Ricordo, per quanto riguarda l’ amministrazione pubblica, la fornitura dei servizi di tesoreria ai comuni, d’ intesa con Poste italiane. Oppure gli interventi alle regioni per contribuire a smontare le posizioni sui derivati. Stiamo valutando, in proposito, se fare altrettanto con i comuni. In Cdp devono prevalere le scelte politiche o quelle economiche? Ho sempre ritenuto che debba prevalere la tutela della Cdp, che significa quella del bene più prezioso: il risparmio degli italiani. Poi, se è compatibile, va considerato l’ interesse del Paese. Per tutti, qui in Cdp, vale una regola: siamo tecnici che lavorano al servizio dello Stato. E per questo, 170 anni dopo la fondazione della Cassa, siamo ancora qui. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Fabio Tamburini

14/02/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio
Illeciti professionali, con il Dl Semplificazioni in Gazzetta più discrezionalità alle Pa

Mauro Salerno

Pubblicata la legge di conversione del Dl n.135/2018. Confermata, senza correzioni in Parlamento, l’unica modifica all’articolo 80 del codice appalti

È stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 36 del 12 febbraio la legge di conversione del Dl Semplificazioni (Dl 135/2018). Qui è possibile scaricare il testo coordinato con le modifiche introdotte nel passaggio parlamentare.

Tra queste modifiche non se ne troverà nessuna però che riguarda da vicino il mercato degli appalti pubblici. L’unica correzione rilevante era infatti prevista all’articolo 5 del decreto, nella versione già varata in Consiglio dei ministri lo scorso 12 gennaio. Si tratta delle revisione delle norme sugli illeciti professionali previste all’articolo 80 (comma 5, lettera c) del codice appalti che, dopo l’ok del Governo, non ha subito ulteriori ritocchi in Parlamento

La correzione apportata dal decreto semplificazioni, ora convertito nella legge n. 12 dell 11 febbraio 2019 (già in vigore), mette in linea il codice con le obiezioni avanzate da Bruxelles su questo punto specifico, permettendo alle stazioni appaltanti di valutare autonomamente se il fatto di aver subito una risoluzione anticipata di un precedente contratto pubblico renda inaffidabile l’impresa in corsa per l’appalto. La versione del codice in vigore prima del decreto Semplificazioni, tendeva a limitare molto gli eccessi discrezionali degli enti e prevedeva che, in questo caso, la stazione appaltante poteva escludere solo l’impresa che non aveva contestato in giudizio quella risoluzione oppure, avendolo fatto, avesse perso la causa. In pendenza di giudizio, dunque, diventava impossibile estrarre il cartellino rosso.

Il decreto Semplificazioni cancella questa ipotesi, eliminando dal testo del codice il riferimento alla contestazione in giudizio degli addebiti decisi unilateralmente dalle Pa. Così la linea diventa del tutto coerente con quanto richiesto dalla Commissione europea che, nella lettera di infrazione sul codice, ha precisato che in base alle direttive Ue l’esclusione per gravi illeciti deve essere sempre possibile da parte della stazione appaltante. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

14/02/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio
Intervento. Riforma codice, rischio paralisi se si interviene con il Ddl delega

Gabriele Scicolone* *Presidente Oice

Il presidente dell’Oice: solo correzioni mirate per sveltire la procedura di aggiudicazione. Serve anche una banca dati unica per le Pa

Rimaniamo perplessi sul rischio di paralisi del settore che è insito in una procedura di riforma del codice degli appalti che passi dal ddl delega. È come riproporre tutta la procedura che abbiamo vissuto dal 2016 ad oggi, una “tela di penelope” che allarma il settore. Un fare e disfare che rischierebbe di inchiodare invece di sbloccare.
Concordiamo con Ance quando parla di un correttivo per rispondere alla procedura di infrazione della Comunità europea, ma facendo attenzione a tenere salvi quei principi virtuosi che il codice, pur farraginoso, contiene. Credo che si debba puntare l’obiettivo sulla cronica difficoltà di aggiudicazione delle gare; uno dei grandi mali del sistema degli appalti.
Oggi, ancora, i disciplinari delle gare regolano in maniera perentoria le tempistiche di presentazione delle offerte mentre sono del tutto arbitrari i tempi di aggiudicazione, spessissimo enormemente dilatati rispetto ai tempi di redazione delle offerte da parte degli operatori economici. È la realtà di tutti i giorni. Facciamo gare che vengono aggiudicate spesso con uno o due anni di ritardo, pur avendo – le Stazioni Appaltanti – i soldi in cassa. Ciò comporta tempi dilatati, progettazioni poi da fare in fretta, ritardo nella definizione dei capitolati per le gare di costruzione (che soggiaceranno alle stesse dinamiche). E quindi non si mettono in campo le risorse, pur disponibili, con nocumento della comunità, del settore tutto delle costruzioni. Basterebbe questo a rimuovere un “tappo” dalla bottiglia degli investimenti.
C’è poi ancora molto da semplificare sul fronte della partecipazione alle gare: occorrerebbe fare funzionare al più presto la banca dati degli operatori economici così da evitare di predisporre di continuo sempre le stesse documentazioni: una banca dati aggiornabile e consultabile da tutte le stazioni appaltanti sarebbe la soluzione migliore. © RIPRODUZIONE RISERVATA

14/02/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio
Metrò e tramvie, pronte risorse statali per 3,3 miliardi: ecco la mappa dei progetti in corsa

Alessandro Arona

Al Ministero 33 proposte per un valore di 6 miliardi. Ai 2,3 miliardi del Dpcm Conte si aggiungono i 900 milioni per la M5 Milano

Per il finanziamento di sistemi urbani per il trasporto rapido di massa (linee metropolitane, tramvie e filovie) sono a disposizione immediata i 2.388 milioni di euro contenuti nel Dpcm Conte del 28 novembre 2018 (in Gazzetta Ufficiale il 2 febbraio) sul Fondo Investimenti comma 140, annualità 2018 (si veda servizio e testi). A questi si aggiungono 900 milioni di euro destinati dalla legge di Bilancio 2019 al prolungamento da Bignami a Monza della M5 Milano (art. 1 comma 96, si vedano servizio e testi) .
In tutto dunque 3.288 milioni di euro di risorse disponibili.

Come noto il Ministero delle Infrastrutture, già alla fine della precedente legislatura, il 31 marzo 2018 (si veda il servizio), aveva pubblicato un avviso “anticipato” per sollecitare i Comuni a presentare i progetti, entro il 31 marzo 2018, contando che una quota rilevante di risorse sarebbe arrivata dal Dpcm 2018 del Fondo Investimenti (comma 140, il fondo Renzi-Gentiloni per capirci).
L’8 ottobre scorso il Ministero ha confermato la scadenza del 31 dicembre, aggiungendo indicazioni operative per la presentazione dei progetti (servizio).
Al 31 dicembre sono arrivate al Mit 33 progetti da 14 città capoluogo, per un costo di investimento di 6 miliardi di euro, una lista che oggi Edilizia e Territorio è in grado di mostrarvi.
Le città sono Ancona, Bergamo, Bologna, Brescia, Cagliari, Firenze, Genova, La Spezia, Milano, Napoli, Palermo, Rimini, Roma, Torino. Il costo totale dei progetti presentati è di 6 miliardi di euro, ma il Ministero non ha ancora esaminato in dettaglio i piani economico-finanziari proposti, dunque non sa ancora dire a quanto ammonta la richiesta di finanziamento. Non c’era infatti un co-finanziamnto locale obbligatorio, come il 40% dei tempi della legge 211/1992.
Ad esempio il Comune di Milano per il progetto di prolungamento della M1 Bisceglie-Baggio-Olmi-Valsesia, che costa 350 milioni, ha chiesto al Mit 210 milioni. Per il prolungamento M5 Bignami-Monza, che costa 1,25 miliardi di euro (scheda), Milano chiede 900 milioni. Queste risorse sono nella legge di Bilancio come si diceva, dunque i 6 miliardi di euro di costo vanno ridotti a 4,7 miliardi. Cioè: visto che i 900 milioni per la M4 arrivano dalla legge di Bilancio, le opere che effettivamente si contendono i 2.388 milioni sono 32, per un costo di 4.750 milioni.
Se nelle proposte ci saranno co-finanziamenti, è dunque probabile che la quota da finanziare non sarà elevatissima.
In ogni caso il Mit verificherà requisiti e ammissibilità a finanziamento nei prossimi mesi, per arrivare a una graduatoria dei progetti entro giugno.
L’intenzione del Ministero è di far partire quest’anno tutti i progetti ammissibili, finanziandone almeno una prima tranche, per poi coprire le successive con le tranche successive di finanziamenti per il trasporto rapido di massa.
Altri 1.384 milioni di euro sono stati infatti richiesti dal Ministro Danilo Toninelli per la ripartizione 2019 (la prima) del Fondo investimenti Pa centrali dellelegge di Bilancio 2019 (commi 95 e seguenti).
Il Ministero ha già fatto sapere nell’avviso di ottobre che ogni anno entro il 30 settembre i Comuni potranno farsi avanti con nuovi progetti. Se dunque, come prevedibile, nei prossimi mesi uscirà il Dpcm Conte con il Fondo 2019, a settembre con i 1.384 milioni “nuovi” si potranno finanziare in parte la seconda tranche dei 32 progetti già presentati, e in parte nuovi progetti.
Nella lista dei progetti presentati al 31 dicembre scorso compaiono molti “sistemi leggeri”, tramvie e filovie , e su Roma debuttano le funivie urbane, con compiti di trasporto regolare di linea (la linea Eur Magliana-Villa Bonelli Fs e la linea metro A Battistini-Boccea Gra-Casalotti).
Con il meccanismo del fondo investimenti e dei bandi Mit annuali, dunque, avviato nella precedente legislatura e confermato dall’attuale governo e dal Mit, è ripartita una stagione di finanziamenti regolari e programmati per il trasporto rapido di massa urbano.

14/02/2019 – Italia Oggi
Astaldi accetta l’offerta di Salini Impregilo

La proposta prevede un aumento di capitale per cassa riservato a Salini Impregilo pari a 225 milioni, destinato al pagamento dei crediti privilegiati e prededucibili, nonché al servizio del piano di continuità

Salini Impregilo

Il cda di Astaldi, dopo aver ricevuto una offerta da parte di Salini Impregilo, ha approvato la presentazione del piano e della proposta concordataria, di cui alla domanda di concordato preventivo con continuità aziendale.

La manovra finanziaria alla base del Piano e della Proposta Concordataria, su cui si è espresso favorevolmente anche l`Attestatore indipendente, è coerente con l`offerta pervenuta da Salini Impregilo e prevede un aumento di capitale per cassa riservato a Salini Impregilo pari a 225 milioni, destinato al pagamento dei crediti privilegiati e prededucibili, nonché al servizio del piano di continuità. Inoltre la soddisfazione parziale dei creditori chirografari con l`attribuzione in loro favore, sia di azioni derivanti dalla parziale conversione dei crediti, sia di strumenti finanziari partecipativi emessi dalla società a valere sulla liquidazione degli asset non core segregati a loro favore.

Gli asset non core oggetto di segregazione comprendono il ramo concessioni con i progetti relativi al Terzo Ponte sul Bosforo, all`Autostrada Gebze-Orhangazi-Izmir e all`Etlik Integrated Health Campus di Ankara in Turchia, all`Aeroporto Internazionale Arturo Merino Benitez e all`Ospedale Felix Bulnes di Santiago in Cile, il credito in Venezuela, e l`immobile della sede centrale di Roma.

La proposta concordataria, coerentemente con l`offerta di Salini Impregilo, prevede, infatti, in estrema sintesi, che, all`esito di una operazione sul capitale di Astaldi da attuarsi nell`ambito della procedura di concordato preventivo in continuità aziendale Salini Impregilo divenga il principale socio di Astaldi, con una percentuale pari al 65 % del capitale sociale risultante dall`operazione di ricapitalizzazione; i creditori chirografari di Astaldi diventino soci di Astaldi, convertendo in azioni i propri crediti, con una percentuale complessiva pari al 28,5 % del capitale sociale risultante all`esito dell`operazione di ricapitalizzazione; gli attuali azionisti della società, all`esito dell`operazione di ricapitalizzazione, mantengano una percentuale di partecipazione pari al 6,5 % del capitale di Astaldi.

14/02/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio
Condotte, solo 60 milioni di prestito ponte garantiti dal governo. No dei sindacati

Alessandro Arona

«Fondo di garanzia non rifinanziato, nessun impegno vero dell’esecutivo per la continuità di gruppo e occupati»

Il Ministero dell’Economia è in grado di garantire a Condotte d’Acqua in amministrazione straordinaria solo 60 milioni di euro di prestito ponte, rispetto ai 190 milioni individuati dai tre commissari di governo nei mesi scorsi come cifra target per poter riattivare i cantieri e la continuità aziendale. Il prestito-ponte, inoltre, nonostante la garanzia statale autorizzata dalla Commissione Ue a metà dicembre, sarà erogato solo in parte dalle banche private, e invece un ruolo chiave sarà svolto da Cassa Depositi e prestiti (banca pubblica).
È quanto comunicato ieri al tavolo di crisi al Mise dai tre commissari Matteo Ugetti, Giovanni Bruno e Alberto Dello Strologo e dai rappresentanti del Mise, tra i quali il vice-capo di gabinetto Giorgio Sorial.
Con 60 milioni di liquidità anziché 190, hanno spiegato i commissari, il piano industriale deve essere rifatto, con la “continuità aziendale” di Condotte molto ridimensionata; da qui la richiesta di proroga nei giorni scorsi fino al 7 marzo. E in particolare dovrà essere ceduto il 31% ancora in mano a Condotte nel consorzio Cociv, il Terzo Valico ferroviario di Genova, che vale per Condotte circa un miliardo di euro di valore residuo. Il piano sarà presentato entro febbraio.
I sindacati dell’edilizia FenealUil, Filca-Cisl, Fillea-Cgil, – hanno annunciato in un comunicato – «sono pronti a lanciare la mobilitazione per l’intero Gruppo Condotte», fino al 2017 la terza realtà industriale del settore delle costruzioni in Italia, in crisi da un anno. La decisione è arrivata dopo l’incontro al Mise al quale hanno partecipato i rappresentanti del ministero, i Commissari della società, le segreterie nazionali e territoriali dei sindacati e i rappresentanti delle regioni interessate. Incontro nel quale – come anticipato da Radiocor – il governo ha annunciato che la garanzia statale sul credito potrà coprire un prestito solo da 60 milioni di euro, e non per i necessari 190. E che il prestito sarà erogato da un pool di banche con ruolo chiave di Cassa Depositi e prestiti. «La scelta del governo di non rifinanziare il fondo di garanzia – scrivono i sindacati – conferma l’assoluta mancanza di attenzione verso il settore delle costruzioni e la totale assenza di una strategia di politica industriale da parte del governo, che oggi fa il paio con le incertezze sulla Tav e sul Nodo ferroviario di Firenze».
«Condotte – spiegano Feneal, Filca, Fillea – è impegnata in una fase delicata e complessa per il suo destino. Occorrono 190 milioni di euro a garanzia di un piano sostenibile che salvaguardi l’occupazione e la realtà industriale, ma oggi abbiamo avuto conferma che le risorse disponibili nel fondo del Mef a garanzia del prestito ponte sono solo 60 milioni. Questo perché nel Dl Semplificazioni si è scelto di non procedere al rifinanziamento del fondo, una scelta ben precisa che condanna l’azienda e migliaia di lavoratori tra diretti e indotto, impegnati nella realizzazione delle opere. Questa scelta conferma l’assoluta mancanza di attenzione verso il settore delle costruzioni e la totale assenza di una strategia di politica industriale da parte del governo, che oggi fa il paio con le incertezze sulla Tav e sul Nodo ferroviario di Firenze. Quest’ultimo, ad esempio, è una delle opere in corso di realizzazione da parte di Condotte, oltre all’Av Milano-Genova e Milano-Venezia, alla Lioni-Grottaminarda, al Tunnel del Brennero e alla Città della Salute di Milano».
«Il tempo è scaduto – proseguono i sindacati – e già da oggi sono in programma numerose assemblee nelle sedi e nei cantieri: il nostro obiettivo è garantire la tenuta di una realtà così rilevante, salvaguardare i livelli occupazionali e garantire il completamento delle opere in corso di esecuzione e l’avvio di quelle che il Gruppo ha in portafoglio. Obiettivi che il governo non può non condividere. Proprio la mancata risposta alle difficoltà di Condotte e la necessità di individuare soluzioni rapide e concrete per le crisi delle altre grandi società edili, saranno tra i temi dello sciopero generale delle costruzioni, proclamato per il prossimo 15 marzo», concludono Feneal, Filca, Fillea. © RIPRODUZIONE RISERVATA