Rassegna stampa 13 febbraio 2019

11/02/2019 – Il Sole 24 Ore

Censimento debiti per ottenere i prestiti da Cdp

CONTABILITÀ
Obblighi di accantonamento raddoppiati a chi non chiede l’ aiuto o non lo usa
Ultimi giorni per valutare l’ efficacia della nuova anticipazione di liquidità, introdotta dalla manovra 2019 per sanare i debiti maturati a fine 2018. La richiesta di accesso a questo strumento straordinario può essere effettuata anche nel corso dell’ esercizio provvisorio ed è svincolata dagli stanziamenti di bilancio approvati, che potranno essere adeguati poi con variazione. Per l’ accesso al finanziamento di Cdp è tuttavia richiesta l’ autorizzazione del consiglio con delibera. Gli enti locali possono chiedere liquidità fino a 3/12 delle entrate correnti accertate nel 2017. L’ istanza agli istituti finanziatori, da presentare entro il 28 febbraio, deve essere accompagnata dalla quantificazione del fabbisogno finanziario e da una dichiarazione sottoscritta dal rappresentante legale dell’ ente, con l’ elenco dettagliato delle somme da pagare, relative a somministrazioni, forniture, appalti e obbligazioni per prestazioni professionali (dalla Piattaforma dei crediti commerciali). L’ anticipazione è prevista anche per eventuali debiti fuori bilancio, il cui pagamento è subordinato al preventivo riconoscimento consiliare. Entro il 28 febbraio (o entro il termine più breve richiesto dalla delibera del consiglio) gli enti devono quindi effettuare una ricognizione puntuale, tramite piattaforma elettronica, dei debiti commerciali scaduti per i quali ci sono sofferenze di liquidità. Alle anticipazioni, che non costituiscono indebitamento, non si applicano gli articoli 203 e 204 Tuel che disciplinano le regole per il ricorso al debito. Il tasso oggi richiesto da Cdp, conveniente se confrontato con i valori di mercato, è pari all’ Euribor (- 0,310%) maggiorato pari allo 0,98% definito il 14 gennaio. La natura di anticipazione comporta l’ obbligo di restituzione entro il 30 dicembre 2019 (termine indicato dal decreto semplificazioni in corso di conversione), obbligando dunque l’ ente a fare provvista finanziaria entro fine anno, quando ancora gli incassi dei tributi locali potrebbero non essere accreditati nei conti di tesoreria. Da un confronto con l’ anticipazione di liquidità introdotta dal Dl 35/2013 è evidente la rigidità del nuovo strumento. La valutazione deve poi tener conto delle sanzioni introdotte dal legislatore. La mancata richiesta di anticipazione o il suo inutilizzo nei termini raddoppiano la sanzione prevista per i ritardi persistenti nei pagamenti, con l’ obbligo di accantonamento nella parte corrente del bilancio di un fondo di garanzia debiti commerciali, sul quale non è possibile disporre impegni e pagamenti, che a fine anno confluisce nella quota libera del risultato di amministrazione. L’ importo del fondo è pari al 5% degli stanziamenti riguardanti nell’ esercizio in corso la spesa per acquisto di beni e servizi se il debito commerciale residuo non viene ridotto di almeno il 10% rispetto all’ anno precedente o per ritardi superiori a 60 giorni; le percentuali di accantonamento scendono poi per ritardi inferiori. All’ anticipazione, che va garantita con delegazione di pagamento presso il tesoriere, si applicano le disposizioni sull’ impignorabilità. Gli enti debitori devono effettuare il pagamento dei debiti per i quali hanno ottenuto l’ anticipazione entro 15 giorni dall’ effettiva erogazione. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Anna Guiducci Patrizia Ruffini

12/02/2019 – Brescia Oggi
Smart city, Brescia modello italiano

IL PROGETTO. Il dibattito aperto da Fpa in collaborazione con A2A: in 26 comuni bresciani saranno implementati i servizi ad alto valore innovativo
Al centro della discussione la trasformazione tecnologica che mira allo sviluppo di città capaci di produrre e condividere informazioni
Brescia come modello da imitare: è quanto emerso dal convegno «Dalla smart city alla smart land: governance, competenze e tecnologie abilitanti per la crescita dei territori» organizzato da Fpa in collaborazione con A2A Smart city, all’ interno della splendida cornice del Museo Mille Miglia. Un incontro per ribadire l’ ormai indispensabile avvio dei processi di innovazione 4.0. «Sfide sempre più impegnative e bisognose di soggetti locali e di amministrazioni che ne diventino promotori e che parlino tra di loro», ha sottolineato Gianni Dominici direttore generale di Fpa che ieri ha messo in condivisione il presidente della provincia Samuele Alghisi e Martina Molinari, direttore di A2A Smart City. Accanto a loro Raffaele Gareri direttore Innovazione per la provincia; Gabriele Pranovi, responsabile del servizio Innovazione e Settore informatica per il Comune di Brescia e Daniele Fichera, senior consultant urban innovation per Fpa. Una mattinata intensa per discutere di «un nuovo ciclo di trasformazione tecnologica basato sullo sviluppo di territori intelligenti che sappiano produrre, elaborare e condividere informazioni – ha aggiunto Dominici -. Un’ elaborazione che consenta di adottare le migliori decisioni per una modernizzazione istituzionale, organizzativa e culturale nel segno di una sostenibilità ambientale, sociale ed economica e di una più alta qualità di vita». E Brescia, in questa nuova fase di cambiamento assume un ruolo da protagonista dando il via ad una trasformazione «smart-land», la prima del Paese. «Un’ azione strategica di crescita socio-economica del territorio attraverso le opportunità offerte dalle nuove tecnologie» ha specificato Gareri. Un progetto, fortemente voluto dal Broletto e avviato concretamente all’ inizio dell’ anno, a cui hanno aderito 26 comuni (28 inclusi un comune nel mantovano ed uno nel cremonese) e volto a realizzare un’ infrastruttura digitale per l’ erogazione di servizi smart. Una «digital transformation» che si concluderà entro il primo semestre con 400 nuovi hotspot Wifi nei centri abitati (oltre ai 700 già attivi) e l’ inserimento di 165 «gateway LoRaWAN per garantire una più alta copertura di connettività e sviluppare servizi intelligenti nei Comuni aderenti», come specificato da Molinari. I SERVIZI che verranno implementati nei 26 comuni bresciani si rivolgeranno a tre specifiche aree: mobilità, ambiente e sicurezza. Con l’ ausilio di sensori Iot (Internet of things), a bassissimo consumo energetico, verranno abilitati servizi di videosorveglianza avanzata, capaci di riconoscere persone o oggetti sospetti; di controllo antintrusione; di monitoraggio ambientale e di staticità delle infrastrutture. Un’ offerta ampliata dai sensori smart parking (attraverso l’ ausilio di un’ app), di irrigazione per spazi verdi e di controllo della pubblica illuminazione: interessante specialmente per i territori a vocazione turistica, agricola ed imprenditoriale. Un progetto affidato ad A2A Smart city, investendo 3,23 milioni di euro, e prevedendo la partecipazione pubblica con una quota a carico della Provincia di circa 15 mila euro e di quasi 274 mila euro dei 28 paesi. © RIPRODUZIONE RISERVATA. MARTA GIANSANTI

12/02/2019 – Il Sole 24 Ore
Titolo edilizio errato, la Pa paga i danni da concorrenza

TAR CATANIA
L’ autorizzazione illegittima a vantaggio di un discount ha penalizzato i negozi
Un Comune risarcirà un commerciante con 76mila euro per aver rilasciato erroneamente un titolo edilizio ad un vicino discount: si conclude così un contrasto deciso dal Tar Catania con la sentenza 70/2019. Nel giudizio si discuteva di un cambio di destinazione, da industriale a commerciale, che aveva consentito l’ insediamento di un vicino ingombrante: al Tar si era rivolto un altro commerciante, il quale sosteneva che la destinazione industriale di un capannone non era compatibile con l’ uso commerciale del discount. Il risarcimento, fino ad oggi, è stato ammesso solo per imprese edili (ostacolate nell’ ottenere titoli edilizi), o per i concorrenti in gare d’ appalto (quando l’ errore dell’ amministrazione altera l’ esito). Nel caso deciso dal Tar siciliano, dopo l’ annullamento dei titoli edilizi del discount, si è ottenuto il risarcimento danni, calcolati sulla base della contrazione di utili dell’ attività commerciale. Così, dopo una lite di matrice edilizia, il Tar è stato investito del giudizio di responsabilità per “concorrenza illegittima” del discount indebitamente autorizzato. Il principio espresso dai giudici è che il comportamento illegittimo (rilascio di provvedimento edilizio) può generare conseguenze dannose anche in altri settori, quali quello commerciale, danneggiando per illecita concorrenza gli esercizi che operino nel medesimo territorio. In concreto, il risarcimento è stato ammesso accertando un calo delle vendite in seguito al drenaggio della clientela, dando per notoria la circostanza che l’ apertura di una nuova attività commerciale generi concorrenza in quanto attrae clienti. Spesso, osserva infatti il Tar, nei primi periodi di attività vi sono politiche di vendita aggressive, finalizzate ad acquisire e consolidare la propria posizione. Da ciò discende il rapporto di causalità (cioè di conseguenza) tra il provvedimento illegittimo (titolo edilizio) ed il danno: quest’ ultimo è rappresentato dal calo delle vendite nel periodo di forzata vicinanza, mentre la colpa dell’ amministrazione comunale (altro elemento necessario) è identificata nella carente attenzione dell’ ente locale al proprio regime urbanistico. L’ importo della condanna a carico del Comune è scaturito da una consulenza tecnica di parte i cui risultati sono stati equitativamente ridotti di un terzo, perché le minori vendite derivavano anche dalla generale crisi dei mercati. Con questa sentenza, anche i commercianti riescono quindi ad ottenere un risarcimento danni dall’ ente pubblico: in precedenza, un edicolante aveva ottenuto dal Tar 20.000 euro per danni morali connessi all’ eccessiva vicinanza di altra edicola (sentenza peraltro riformata dal Consiglio di Stato, 3397 / 2010); altre volte, per ritardi nel rilascio di titoli edilizi si è risarcito (55.000 euro) un danno materiale e biologico (perdita di capelli e disturbi psichici), oppure (Cons. Stato 1457 / 2018) si è collegato il risarcimento agli utili persi da un imprenditore edile danneggiato da un incerto vincolo archeologico. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Guglielmo Saporito

12/02/2019 – Italia Oggi
Autonomia regionale virtuosa

Il 15 febbraio in cdm le bozze di intesa con Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna
Fabbisogni standard per finanziare le funzioni trasferite
Le funzioni che lo Stato trasferirà alle tre regioni (Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna) in pole position sull’ autonomia differenziata saranno finanziate in base ai fabbisogni standard. Ma non da subito. Si partirà dalla spesa storica, quindi da quanto speso dallo Stato nella singola regione per finanziare le funzioni finanziate o trasferite, per poi approdare gradualmente ai nuovi parametri di costo «virtuoso» che dovranno essere determinati entro un anno dalle intese con le regioni. I fabbisogni entreranno a regime entro cinque anni e dovranno tenere conto della popolazione residente e del gettito dei tributi maturati sul territorio regionale in rapporto ai rispettivi valori nazionali. Nel frattempo l’ ammontare delle risorse assegnate alle regioni non potrà essere inferiore alla media nazionale pro capite della spesa statale per l’ esercizio delle funzioni devolute. In una trattativa ancora molto in divenire, sembra essere questo uno dei capisaldi delle bozze d’ intesa sull’ autonomia differenziata reclamata da Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna che il ministro per gli affari regionali Erika Stefani porterà in consiglio dei ministri il prossimo 15 febbraio. In quella sede saranno sciolti gli ultimi nodi politici propedeutici alla definizione delle vere e proprie intese che poi dovranno essere trasposte in una proposta di legge da far approvare dalle camere a maggioranza assoluta (procedura rafforzata). Con quale tempistica dipenderà ovviamente dall’ agenda del parlamento, ma anche dal superamento di alcune tensioni interne nella maggioranza di governo dove le istanze più autonomiste della Lega (partito del ministro Stefani) sono compensate dalla sensibilità più «centralista» del Movimento 5 Stelle. Toccherà a Giuseppe Conte fare sintesi e il premier sembra esserne già consapevole. «Anche se andremo a rafforzare l’ autonomia di alcune regioni lo faremo in modo molto ragionevole e razionale, in modo da preservare la coesione nazionale. Io sono il garante della coesione nazionale», ha dichiarato parlando a Potenza. Conte ha rassicurato che le intese con Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna non andranno a sottrarre nulla al Sud. «Andremo a riconoscere alcune specifiche competenze di regioni del Nord che sono in condizione di rivendicare queste competenze. Avremo modo di non pregiudicare l’ amministrazione dell’ intero Stato e se necessario riequilibreremo con meccanismi di solidarietà un eventuale pregiudizio di alcune regioni». Oltre al nodo risorse, quello decisivo sarà sul numero delle competenze da trasferire. Veneto e Lombardia chiedono tutte e 23 le competenze potenzialmente trasferibili (includendo nell’ elenco alcune strategiche come le professioni, la produzione, il trasporto e la distribuzione di energia, la previdenza, le casse di risparmio e gli enti di credito fondiario e agrario). L’ Emilia-Romagna si accontenta invece di un’ autonomia light limitata a 15 materie. © Riproduzione riservata. FRANCESCO CERISANO

13/02/2019 – Il Fatto Quotidiano
Trucchi e intese d’ oro anche per i nuovi vertici Anas

Priorità. Nel primo Cda si assicurano maxi retribuzioni. Nel verbale c’ è pure il “finto” licenziamento dell’ ex ad
Altro che fine dello stipendificio Anas, come aveva annunciato speranzoso il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli. Nell’ azienda pubblica delle strade la cura del proprio reddito rimane l’ attività prediletta dai dirigenti. Anche la coppia di nuovi capi, il presidente Claudio Gemme e l’ amministratore delegato e direttore generale Massimo Simonini, non si sottrae a prassi consolidata. Alla prima occasione, cioè nel corso della prima riunione del Cda del 21 dicembre 2018, di cui Il Fatto ha potuto leggere il verbale, prima di mettere la testa su qualsiasi altro dossier, Gemme e Simonini hanno ritenuto opportuno sistemare subito e per bene le retribuzioni. Adottando lo stesso schema retributivo e contrattuale che ha consentito al predecessore, Gianni Armani, di lasciare l’ Anas mettendosi in tasca, dopo nemmeno 4 anni di attività, più di 1 milione di euro oltre il Tfr (Trattamento di fine rapporto). E ponendo così le premesse per uno spreco bis di soldi pubblici, seppur assolutamente legale e per di più blindato da un dettagliato e accurato contratto nazionale collettivo di lavoro dei dirigenti dell’ azienda. I soldi che i capi si assegnano con disinvolta prodigalità sono interamente pubblici, non incassando l’ Anas nemmeno mezzo euro dal mercato. Per poter ripetere il miracolo dell’ indoramento delle retribuzioni e delle buonuscite i nuovi capi di Anas hanno prima dovuto sistemare con cura la faccenda dell’ uscita di Armani ponendo le basi per vantaggi futuri. Dalla lettura del verbale si capisce che quello di Armani è stato un finto “licenziamento”. Nel senso che è stato costretto davvero a lasciare l’ incarico perché ritenuto dal nuovo governo incompatibile con i nuovi indirizzi di politica dei trasporti. Ma dal punto di vista formale e retributivo l’ operazione è stata concordata in ogni dettaglio in Anas e si è configurata come una risoluzione consensuale strapagata del rapporto di lavoro. Oltre che ad dell’ Anas, Armani più di un anno fa si era autoproclamato direttore generale e in questa veste, in quanto lavoratore dipendente, i nuovi capi che gli sono subentrati avrebbero avuto il potere di proporgli di restare in azienda magari assegandogli una nuova mansione. Evitando così di dover pagare la salatissima buonuscita che l’ Anas ha invece deciso di riconoscere volentieri. In apertura di riunione Gemme e Simonini hanno stabilito che “occorre preliminarmente che il Consiglio deliberi di richiedere all’ ex ad di rassegnare le proprie dimissioni anche dalla carica di Direttore generale”. Detto fatto. “Alle ore 17.45 i lavori vengono sospesi per consentire al Presidente di definire con l’ ing. Armani quanto sopra”. Quindici minuti dopo “il Presidente comunica di aver ricevuto dall’ ing. Armani le dimissioni” che hanno consentito a quest’ ultimo di passare giulivo alla cassa per ritirare il milione di euro e oltre di buonuscita. Passa qualche altro minuto e i presenti sistemano le loro posizioni: “Il Consiglio delibera di nominare quale amministratore delegato e Direttore generale l’ ing. Massimo Simonini”. Con una scelta che prevede di nuovo lo sdoppiamento dell’ incarico, due stipendi, la nomina anche a direttore, la possibilità di applicargli il supercontratto dei dirigenti al momento della risoluzione del rapporto di lavoro. Lo stesso firmato a suo tempo da Armani e concordato con una disponibilissima “controparte” sindacale nella persona di Antonello De Sanctis. Il quale, forse anche in virtù di questi meriti, è stato nominato dai nuovi capi Anas responsabile del settore Finanza. A Simonini per la carica di amministratore il Consiglio ha concesso il ragionevole compenso di 60 mila euro l’ anno. Per la carica di direttore, invece, al posto della cifra c’ è un’ indicazione generica: è riconosciuto “il compenso definito nel rispetto delle policy di gruppo”. Il compenso da direttore di Armani non è mai stato ufficialmente reso pubblico, in azienda tutti sanno che era di 350 mila euro l’ anno. Da.Ma.

13/02/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Ponte Genova, esposto alla Corte dei Conti: ricostruzione a valori doppi rispetto al mercato

Mauro Salerno

La denuncia di un gruppo di professionisti (tra cui l’ex viceministro Aurelio Misiti e l’ex direttore di Autostrade Gabriele Camomilla)

Ricostruire il ponte crollato a Genova costerà 6.100 euro al metro quadrato, mentre la media per questo tipo di lavori è compresa tra 3mila e 3.500 euro al metro quadrato. Più o meno la metà. L’accusa di aver assegnato i lavori di ricostruzione del Ponte Morandi al doppio del valore di mercato è la più grave tra le denunce contenute all’interno di un esposto alla Corte dei Conti presentato da un gruppo di 56 architetti, ingegneri e professori universitari. Tra questi diversi nomi noti del mondo delle opere pubbliche come Aurelio Misiti, ex presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici e viceministro, Gabriele Camomilla, direttore della Ricerca e Manutenzione di Autostrade fino al 2005 (oltre che autore del restauro della pila 11 dello stesso Ponte Morandi negli anni Novanta), Igino Lai, direttore generale dell’Autostrada dei Parchi e Enzo Siviero, già docente di Teoria e progetto dei ponti allo Iuav di Venezia .

I firmatari dell’esposto criticano innanzitutto la scelta di demolire e ricostruire l’intero viadotto, invece che tentare di consolidare le parti integre ricostruendo soltanto la parte crollata. In questo modo, si legge nell’esposto, si sarebbe spesa una cifra stimabile «in base ai costi correnti di mercato, tra i 70 ed i 90 milioni di euro, con un tempo di esecuzione inferiore ai 12 mesi, non legato alla preventiva demolizione». I professionisti che firmano l’esposto elencano una serie di ragioni, secondo le quali la scelta di demolire e ricostruire l’intero viadotto «non trova alcuna giustificazione tecnico-economica e comporta un rilevante danno erariale ed una perdita irreversibile per il patrimonio storico-culturale pubblico».

Il punto chiave però è la denuncia di sovrastima dei costi, in un affidamento gestito in deroga a tutte le norme sugli appalti. «L’importo a cui si è scelto di affidare l’appalto della sola ricostruzione – si legge nel documento – risulterebbe di 202 milioni di euro, cioè, considerando tre corsie per senso di marcia ed una superficie complessiva dell’opera di circa 33.000 metri quadrati, un prezzo di oltre 6.100 euro per metro quadrato di impalcato, demolizioni escluse». Un costo che i firmatari dell’esposto giudicano del tutto fuori mercato.

Nella denuncia sottoposta all’attenzione della Corte dei Conti si legge infatti che «il prezzo corrente di mercato, per un viadotto stradale di caratteristiche analoghe a quelle della soluzione scelta, con struttura a trave continua con campate ordinarie di circa 50m di luce (tranne due da 100), è stimabile tra i 3.000 e i 3.500 euro per metro quadrato di impalcato, in funzione del costo delle sottostrutture, dato ampiamente noto e condiviso dagli operatori del settore».

Di qui la scelta di contestare di fronte ai giudici contabili il «rilevante aggravio di spesa» reso ancora più pesante dal fatto che «l’addebito al Concessionario è tuttora incerto», a causa dei ricorsi.

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13/02/2019 – Il Sole 24 Ore
Appalti, si allontana il decreto Correzioni Ue solo con il Ddl

Procedura d’ infrazione. Palazzo Chigi lavora alla risposta alla lettera di messa in mora di Bruxelles che punta l’ indice soprattutto sul subappalto: la riforma organica del codice sarà fatta per delega
Una riforma organica del codice degli appalti che corregga anche le obiezioni fatte da Bruxelles si farà con il disegno di legge delega approvato dal Consiglio dei ministri e non ancora approdato in Parlamento. È questo l’ orientamento di Palazzo Chigi che sta mettendo a punto la risposta alla lettera di messa in mora dell’ Unione europea inviata quindici giorni fa. Sembra allontanarsi quindi l’ ipotesi di un decreto legge che intervenga immediatamente sul codice. L’ ipotesi di un decreto più volte era stata ventilata nei giorni scorsi, soprattutto dal vicepremier leghista Matteo Salvini, che ha parlato di un dcereto «cantieri veloci». Anche le imprese di costruzioni hanno più volte chiesto, per voce dell’ Ance, un provvedimento urgente che corregga immediatamente il codice, prendendo spunto proprio dai rilievi mossi dall’ Unione europea. La convinzione di Palazzo Chigi è che con il Ddl si possa affrontare in modo organico la riforma evitando strappi. Nei giorni scorsi era stato il vicepremier pentastellato Luigi Di Maio a dire che la riforma si sarebbe fatta in otto mesi. Probabilmente nel governo c’ è anche l’ esigenza di trovare una risposta condivisa sul tema degli appalti fra una Lega più interventista e M5s più attendista. Finora non si è riusciti a varare nessuna norma, nonostante i numerosi annunci, con l’ eccezione di quella contenuta nella legge di bilancio che alza a 150mila e a 350mila euro le soglie per le trattative private e per competizioni informali e snelle. Una norma che aveva provocato la critica molto dura del presidente dell’ Anac, Raffaele Cantone. E proprio la notizia trapelata nei giorni scorsi della domanda presentata da Cantone al Csm per tornare a fare il magistrato, lasciando quindi l’ Anac al più tardi alla fine del suo mandato, nell’ aprile 2020, ha probabilmente indotto il governo a qualche cautela in più sulla riforma del codice. Cantone non ha infatti nascosto la propria opposizione a provvedimenti che stravolgano il quadro legislativo. Ora la priorità è rispondere alla Ue. Il codice è finito nel mirino della Commissione Ue per la «mancata conformità del quadro giuridico italiano alle direttive del 2014 in materia di contratti pubblici» (le numero 23, 24 e 25). Per la risposta c’ è tempo comunque fino a marzo. Le norme italiane nel mirino di Bruxelles sono numerose, ma fra i rilievi più gravi ci sono quelli relativi al subappalto su cui si evidenziano ben sei violazioni relative ad altrettante norme: a) il divieto di subappaltare più del 30% di un contratto pubblico; b)l’ obbligo di indicare la terna di subappaltatori proposti; c)il divieto per un subappaltatore di fare a sua volta ricorso a un altro subappaltatore; d)il divieto per il soggetto sulle cui capacità l’ operatore intende fare affidamento di affidarsi a sua volta alle capacità di un altro soggetto; e) i divieti per diversi offerenti in una determinata gara di fare affidamento sulle capacità dello stesso soggetto, per un potenziale subappaltatore indicato di presentare a sua volta offerta e per lo stesso soggetto di essere offerente e subappaltatore di un altro offerente; f) divieto per gli offerenti di avvalersi delle capacità di altri soggetti quando il contratto riguarda progetti che richiedono opere complesse. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giorgio Santilli

13/02/2019 – Il Fatto Quotidiano

Tav, Ponti alla commissione Trasporti: “Analisi costi-benefici non è perfetta, ma si basa su dati e non su ideologie”

Il professore a capo del gruppo di lavoro che ha redatto il documento sulla Torino-Lione parla in audizione alla Camera e risponde alle critiche dei favorevoli: “Non credo che ci stato alcun atteggiamento ideologico. I numeri parlavano questo linguaggio già prima e su questi si basa il parere negativo”

L’analisi costi-benefici “non è perfetta, con mille difetti, però è sicuramente lo strumento migliore“. “Noi riteniamo comunque che fare i conti, con tutti i difetti che possono avere, è meglio di agire per ideologia“. Il professore Marco Guido Ponti in audizione alla commissione Trasporti della Camera presenta il documento redatto dal gruppo di lavoro che ha diretto sul Tav Torino-Lione. L’analisi è stata pubblicata martedì dal ministero delle Infrastrutture e le conclusioni dicono che nel migliore dei casi si arriva a un effetto negativo (sbilancio tra costi-benefici) di 5,7 miliardi, nel peggiore si sfiorano gli 8 miliardi, in quello “realistico” si arriva a 7 miliardi tondi. I risultati hanno scatenato le critiche delle opposizioni e anche interne al Governo, con Matteo Salvini che ha parlato di “dati strani” e il viceministro ai Trasporti, Edoardo Rixi, che dice: “Il vero tema è se si vuole fare l’opera oppure no. I modi per risparmiare ci sono”.

Il parere negativo formulato dal gruppo di lavoro per la valutazione della Tav si basa sui “numeri” e non su un “atteggiamento ideologico”. Ponti ha risposto proprio alle critiche di chi sostiene che la commissione che ha redatto l’analisi sia di parte: “Si è molto parlato della neutralità di questo gruppo di lavoro, perché dicono che molti si sono già espressi contro la Tav. Il motivo per cui ci siamo espressi? È come quando un medico vede un quadro clinico di un paziente che viene con radiografie e lo vede come molto ammalato, quel medico deve dire che è molto ammalato”, ha spiegato il professore in audizione. “Io non credo che ci stato alcun atteggiamento ideologico da parte della Commissione. Possiamo discutere di conti oggi, i conti secondo noi migliorano il dibattito anche se non risolvono tutti i problemi”, ha ribadito. “Eticamente non è corretto non fare i conti prima di decidere. E’ un dovere politico per esigenze di trasparenza democratica”, ha aggiunto Ponti. Il lavoro svolto in questi mesi, ha spiegato, ha permesso di raggiungere l’obiettivo di “far avanzare nel Paese la cultura dell’accountability per basare le decisioni sui conti”.

Ponti ha poi sottolineato come sull’analisi costi-benefici “c’è completa continuità con quanto fatto dal ministro precedente. Ci riteniamo in perfetta continuità metodologica con quanto operato dall’amministrazione precedente” del ministro Graziano Delrio. “Occorre scegliere tra gli investimenti pubblici – ha continuato – visto che sul tavolo ci sono interventi per 132 miliardi di euro. Bisogna determinare le priorità di scelta. Non ho detto come scegliere, solo che occorre scegliere”. “L’analisi costi-benefici è certamente manipolabile, ma molto meno di altri strumenti. I parametri di ingresso possono variare, ma sono oggetto di standard internazionale“, ha sottolineato Ponti. “I numeri parlavano questo linguaggio già prima e su questi si basa il parere negativo. Non c’è un atteggiamento ideologico. Se i numeri fossero stati diversi, sarei stato un pro Tav sfegatato”, ha detto ancora il professore.

“Nessun progetto è totalmente inutile. Ogni progetto ha dei benefici e questo ne ha per i passeggeri. Ma i benefici sono troppo pochi per giustificare la realizzazione dell’opera”, sintetizza in poche parole Francesco Ramella, componente del gruppo di lavoro sulla Torino-Lione che affianca il professor Ponti in audizione. “Quanto traffico oggi su gomma potrà attirare la nuova linea?“, chiede Ramella. “Molto meno del 50% calcolato dall’Osservatorio, un dato secondo noi inverosimile. La media dei tragitti nei trasporti est-ovest sono 1.300 km, se io miglioro una tratta da 60 km incido solo su un pezzetto, ma non cambio radicalmente l’assetto della rete. La ferrovia ha minori costi, sì, ma aumentano le difficoltà logistiche e diminuisce la flessibilità, per l’azienda che deve trasportare e per gli operatori di trasporto”. Quanto ai flussi di passeggeri, “ci vorrebbero 10 milioni di passeggeri per giustificare l’opera. Ora siamo a 600 mila su quella linea, molto lontani da quei livelli”, ha detto Ramella.

Le risposte ai deputati dell’opposizione

Ponti ha poi risposto alle domande che gli sono state rivolte dai deputati della commissione Trasporti. In particolare alle domande di Davide Gariglio (Pd), che gli chiedeva se sia vero che 5 membri su 6 del gruppo di lavoro sull’analisi costi-benefici fanno parte della sua società Trt srl e se non ci sia un conflitto di interesse, visto che tra i suoi clienti ci sono molte concessionarie autostradali. Così ha risposto Ponti: “Alcuni dei professori che lei ha nominato hanno lavorato per la mia società 15 anni fa, per un mese, poi mai più. Due di loro sono oggi dei duri concorrenti della mia società. Alcuni nomi li ho suggeriti io al ministro Danilo Toninelli, ma poi ha scelto lui in base ai curricula e alcuni non li ha nominati“. “Sui miei orrendi conflitti di interessi – ha aggiunto – dico che di autostrade ne ho stroncate non poche con l’analisi costi-benefici. Sicuramente non amo le autostrade, metterebbero gli spilli sulla mia foto”, ha risposto, rimarcando anche che “le autostrade le ho trattate molto peggio delle ferrovie”. “Non sono un buon giudice di me stesso – ha aggiunto – ma credo di essere bravo a fare le analisi costi-benefici”. Ponti ha anche ricordato che “noi siamo stati entusiasti di lavorare con Delrio (l’ex ministro dei Trasporti, ndr), Delrio ha messo in moto l’analisi costi-benefici, c’è davvero una continuità di pensiero con il suo approccio”.

“Questa è un’analisi economica e non politica, dobbiamo parlare di questo”, ha poi esortato il professore. “Ha tutti i vizi e le virtù di un’analisi economica, ma pretendere la perfezione per una cosa che tende al futuro è impossibile”, ha aggiunto. “Certo che le analisi sono contestabili, ma i numeri sono lì e bisogna leggerli“, ha ricordato Ponti.

Il viceministro Rixi: “Non realizzarla scenario che non voglio prendere in considerazione”

Il vero tema sulla Tav è “se si vuole fare l’opera oppure no. Se la si vuole fare, i modi per risparmiare sui costi ci sono. Se non la si vuole fare è un altro conto: ma è uno scenario che non voglio prendere neanche in considerazione“, afferma il viceministro ai Trasporti, Edoardo Rixi, in un’intervista a La Stampa. Rixi sconfessa il metodo dell’analisi costi-benefici non è convinto da alcuni aspetti del documento, “come l’aver inserito i mancati introiti per le accise e i pedaggi”. Secondo Rixi, il Governo non è a rischio ma apre alla possibilità di un referendum, “ma ripeto, non ci voglio neanche pensare che siano i cittadini e non il governo a fare sintesi”.

L’idea di una consultazione Rixi la ribadisce ai microfoni di Radio Anch’io su Rai Radio Uno: nel caso in cui si andasse a un blocco della Tav “bisognerebbe chiedere ai cittadini perché il blocco non è previsto nel contratto di governo“. Per Rixi, comunque con “la relazione Ponti si può per far capire all’Unione europea che per l’Italia è necessario avere più risorse europee e quindi scaricare alcuni costi perché c’è un sovra finanziamento da parte italiana”. Inoltre “si possono risparmiare circa 1,5 miliardi su opere in territorio italiano”. Ma tornando all’analisi costi-benefici Rixi ha detto “Ponti ha messo una quota di accise che non esistono perché il governo ha confermato l’abbattimento per quest’anno e per i prossimi di accise sull’autotrasporto. Disposti a rinunciare alla Tav? “Non è un problema della Lega, ma del Paese, il tema è di interesse nazionale“, ha concluso il viceministro. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

13/02/2019 – Il Sole 24 Ore
Se l’ appalto è illecito scatta sempre la sanzione penale

ISPETTORATO LAVORO
Fatta la verifica si risponde per somministrazione fraudolenta
Il reato di somministrazione fraudolenta si consuma ogni volta che le parti concretizzano un appalto illecito, in quanto tale fattispecie è sempre finalizzata ad eludere norme di legge e di contratto collettivo. Questa la conclusione cui giunge la circolare n. 3/2019 emanata ieri dall’ Ispettorato nazionale del lavoro, la quale esamina gli effetti della reintroduzione – avvenuta con il cosiddetto Decreto dignità (Dl 87/18) – del reato di somministrazione fraudolenta; tale fattispecie si configura in tutti i casi in cui «la somministrazione di lavoro eposta in essere con la specifica finalitàdi eludere norme inderogabili di legge o di contratto collettivo applicate al lavoratore». Secondo l’ Ispettorato, il reato si configura ogni volta che viene accertato il ricorso ad un appalto illecito, in quanto tale situazione già costituisce, di per se stessa, elemento sintomatico di una finalitàfraudolenta, e come tale determina l’ applicabilità della sanzione penale. La circolare fornisce alcuni esempi di finalità fraudolenta: quando le parti tentano di conseguire dei risparmi indebiti sul costo del lavoro mediante l’ applicazione del trattamento retributivo previsto dal ccnl dall’ appaltatore e dal connesso minore imponibile contributivo, oppure quando eludono i divieti posti dalle disposizioni in materia di somministrazione. La circolare precisa altresì che la somministrazione fraudolenta può verificarsi anche al di fuori dei casi di appalto illecito, coinvolgendo agenzie di somministrazione regolarmente autorizzate all’ esercizio di tale attività. Un esempio di somministrazione fraudolenta di questo tipo viene ravvisata nelle ipotesi in cui un datore di lavoro licenzi un proprio dipendente per riutilizzarlo tramite agenzia di somministrazione, violando norme di legge o di contratto collettivo. L’ Ispettorato precisa, tuttavia, che in questi casi – quando cioè la somministrazione fraudolenta si realizzi per il tramite di una agenzia autorizzata – la prova in ordine alla «specifica finalità» elusiva debba essere più rigorosa. Si tratta di una precisazione opportuna, in quanto le agenzie per il lavoro sono operatori particolarmente qualificati (e soggetti a un’ intensa vigilanza) e come tali non possono essere confusi con i tanti caporali che popolano il mercato del lavoro ma, anzi, sono il principale argine contro la diffusione di tali soggetti. Un altro caso di somministrazione fraudolenta si può verificare mediante il distacco illecito di personale, in assenza di uno specifico interesse, e nell’ ipotesi di distacco transnazionale «non autentico», nella misura in cui il distacco, come talvolta avviene, sia funzionale all’ elusione delle disposizioni di legge o del contratto collettivo applicato dal committente. La circolare ricorda, infine, che in caso di accertamento di un appalto cui si accompagni il requisito della fraudolenza, il personale ispettivo dovràcontestare anche la violazione amministrativa di cui all’ articolo 18 del Dlgs n. 276/2003, e adotterà la prescrizione obbligatoria volta a far cessare la condotta antigiuridica attraverso l’ assunzione dei lavoratori alle dirette dipendenze dell’ utilizzatore; sarà, inoltre, possibile adottare il provvedimento di diffida accertativa ex articolo 12 del Dlgs n. 124/2004 nei confronti del committente, sulla scorta del ccnl da quest’ ultimo applicato. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giampiero Falasca

13/02/2019 – ANSA
Appalti ‘verdi’, oltre metà dei Comuni non applica eco-criteri

Muroni (LeU), i Cam fronte strategico, c’è ancora molto da fare

Il 55% dei Comuni non applica i Criteri ambientali minimi (Cam) in nessuna categoria merceologica. Questo il quadro delineato dal primo report di monitoraggio sull’applicazione dei Criteri minimi ambientali – diventati obbligatori dall’articolo 34 del Codice degli appalti – nelle procedure di approvvigionamento dei Comuni appartenenti all’associazione ‘Comuni virtuosi’ che ha messo a punto lo studio insieme con la società di consulenza Punto 3, e con il supporto del consorzio Ecopneus e Sumus Italia. La ricerca riguarda le procedure di 40 Comuni su 102 totali (riferite al 2017). Emerge che la percentuale di bandi contenenti i Cam è del 21%, e che il 34% della spesa complessiva ne prevede l’applicazione.
“Per favorire uno sviluppo più equo e sostenibile – osserva la deputata di LeU Rossella Muroni – servono politiche adeguate e coerenti, occorre orientare l’innovazione verso l’efficienza e il futuro, così come è necessario indirizzare la spesa pubblica verso la green economy. Per questo è importante che il nuovo Codice degli appalti abbia previsto l’obbligo dei Criteri ambientali minimi per gli approvvigionamenti degli enti pubblici. Un fronte strategico su cui stiamo facendo passi avanti ma sul quale c’è ancora molta strada da fare”. “Il nostro obiettivo – continua Muroni – è supportare e portare tutte le amministrazioni ad applicare i Cam. I criteri ambientali minimi devono inoltre diventare determinanti nell’aggiudicazione dei bandi anche in settori come i mezzi di trasporto, il verde pubblico e l’edilizia. Perché lo sviluppo sostenibile riguarda tutta l’economia, non solo alcuni settori”.
Guardando ai bandi – viene spiegato nella ricerca – per gli appalti che di questi criteri ‘verdi’ tengono conto rispetto al totale dei bandi di settore, quelli in cima alla classifica per settore riguardano la fornitura di carta per ufficio (60%), il servizio di ristorazione (50%), le apparecchiature elettriche ed elettroniche per ufficio (43%), gli arredi (43%) e il servizio di gestione dei rifiuti (42%). In cima alla classifica, in valore assoluto, del maggior numero di bandi aggiudicati con i Cam ci sono i prodotti elettrici ed elettronici con 26 bandi. Si ferma al 6% la percentuale di applicazione dei Cam rispetto all’acquisto di veicoli per il trasporto su strada; al 6% anche quelli legati ai servizi di gestione del verde pubblico (6%); al 5% quelli per l’edilizia.
“L’appuntamento di oggi conferma quanto emerso dal report. Affinché la legge sui Cam trovi effettiva applicazione – afferma Marco Boschini, coordinatore dell’associazione dei Comuni virtuosi – occorre una visione di insieme. Serve senso di responsabilità e convergenza di vedute”. “Nella mia esperienza da sindaco – rileva Luca Pastorino, segretario di presidenza alla Camera per LeU – ho sempre trovato una sensibilità forte sul tema. Questa legge di Bilancio ha lasciato da parte le politiche ambientali, nonostante le aperture inizialmente arrivate dal governo. Il report presentato oggi deve essere uno stimolo per il Parlamento a prendere una precisa direzione”. “La nostra rete di oltre 115 Comuni – dice Elena Carletti, presidente dell’associazione Comuni virtuosi – raccoglie esperienze geografiche e culturali diverse ma unite dalla voglia di tenere insieme politiche ambientali virtuose. La contaminazione è una parola chiave per la nostra rete, aperta a adesione di altri Comuni, idee e progetti”.

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13/02/2019 – Il Corriere della Sera
Astaldi, Fortress presta 75 milioni , Salini stringe sull’offerta (senza Cdp)

Attesa la proposta per il salvataggio del gruppo. La trattativa con le banche

di Fabio Savelli

MILANO Per salvare Astaldi, secondo gruppo di costruzioni in Italia, servirà un «piano in progressione», con una serie di tappe da qui al 2020. La prima si verificherà tra oggi e domani, data di scadenza per la presentazione del piano di ristrutturazione al Tribunale di Roma, obbligo a tutela dei creditori. La mossa dovrebbe farla Salini-Impregilo, il primo gruppo per ricavi in Italia. Dovrebbe presentare un’offerta che prevede un aumento di capitale in Astaldi per una cifra tra i 200 e i 300 milioni. È una proposta che ora non prevede il coinvolgimento di Cassa Depositi, che però non è escluso possa rientrare nei prossimi mesi partecipando ad un’operazione di sistema per la costruzione di un campione nazionale. Che si verificherebbe, ma il condizionale è d’obbligo, con un apporto di capitale in Salini-Impregilo.

L’offerta di Salini è condizionata però all’ok delle banche esposte con Astaldi complessivamente per 3 miliardi di euro, che salgono a 4,5 se consideriamo anche i fornitori. Gli istituti più esposti sono Intesa Sanpaolo, Unicredit e BancoBpm. Il via libera potrebbe arrivare tramite la conversione dei crediti in azioni ordinarie emesse a favore degli istituti per la parte di Astaldi che prosegue in continuità relativa al segmento costruzioni. E in strumenti finanziari partecipativi per la parte che finisce in liquidazione in una bad company. La perdita per gli istituti dovrebbe essere di circa il 70% sui crediti vantati, a conti fatti 2,1 miliardi di perdite a bilancio. Nella bad company confluiranno tutti gli asset in concessione, in attesa di essere venduti ai migliori acquirenti per rimborsare in parte i creditori chirografari. Si tratta ad esempio della partecipazione nella società di gestione del ponte sul Bosforo e dell’autostrada turca Gebze-Izmir. Nell’attesa Astaldi ha ricevuto ieri un finanziamento-ponte da 75 milioni di euro dal fondo Usa Fortress, ottenuto ad un tasso d’interesse altissimo (14,25%) con garanzia degli asset in pancia al gruppo. Soldi necessari per la continuità negli appalti, come la metropolitana 4 di Milano, in consorzio con Salini-Impregilo e la metro C di Roma.

Il piano «in progressione», costruito con l’advisor Vitale&Co serve soprattutto a Salini-Impregilo per fare un’approfondita due diligence sui conti, per ora visionati solo in parte e consegnati dai consulenti di Astaldi, cioè Rothschild, lo studio Laghi e Gianni, Origoni, Cappelli. La necessità è quella di analizzare meglio le criticità di Astaldi, che deve anche rimborsare nel 2021 un’obbligazione da 750 milioni di euro ai suoi sottoscrittori. Uno dei nodi principali resta l’assetto societario dell’Astaldi che va in continuità. Non è escluso che Paolo Astaldi, ultimo erede di una dinastia familiare che ha costruito un gruppo con 100 anni di storia, rimanga nel board. Dipenderà dall’entità dell’offerta di Salini, da quanto metterà sul tavolo per salvarla. È chiaro che un intervento importante presupporrà una totale discontinuità ai vertici di una società scivolata ad un passo dal fallimento. Oltre che la ovvia diluizione della Fin.Ast, la finanziaria della famiglia Astaldi ora con una quota di controllo della società quotata a Piazza Affari.

È chiaro che anche il governo guarda con apprensione al dossier. Astaldi è il general contractor della statale Jonica che ha committente Anas. È impegnata anche nel tunnel del Brennero, che avrebbe passato l’analisi costi-benefici del ministero delle Infrastrutture. E dell’alta velocità Verona-Padova. Partecipazioni che Salini finirà per ereditare. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

13/02/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Gentile (Rfi): investimenti 2018 a 4,7 miliardi, nessun impatto dal codice appalti

Mauro Salerno

Tra le criticità citate divieto di appalto integrato, débat public e terna subappaltatori. Le proposte: far commissariare i cantieri delle imprese in crisi dalle stazioni appaltanti e far certificare i Sal alle imprese

Qualche criticità, ma nessun impatto significativo su gare e spesa. È il giudizio che l’Ad di Rfi (Ferrovie) ha dato ieri alla Commissione Lavori pubblici del Senato, nel corso dell’audizione sui problemi applicativi del codice appalti varato nel 2016. «Forse siamo stati aiutati dal fatto di essere ricompresi nei cosiddetti “settori speciali”» che sono esentati dall’applicare alcune parti del codice, ha detto Gentile, «ma non abbiamo risentito dell’impatto» delle nuove norme.

L’Ad di Rfi non ha nascosto che il codice si porta dietro una serie di difficoltà applicative o di interpretazione delle norme, ma ha anche aggiunto che questo «non ha rallentato l’azione della società». E anzi ha citato una serie di numeri a conforto di questa tesi.

«Nel 2018 – ha spiegato Gentile – abbiamo promosso 563 gare per un controvalore di 6,8 miliardi e ne abbiamo portate a termine 439 per 4,3 miliardi». Aggiudicazioni concluse con un ribasso medio del 6,3% e «con solo 26 contenziosi», sottolinea l’amministratore delegato.

Ancora più lusinghiera – e rilevante ai fini della produzione in cantiere – è la performance degli investimenti. «Abbiamo contabilizzato interventi per 4,7 miliardi», dice Gentile. Un livello superiore anche al budget di 4,5 miliardi, confermato solo pochi mesi fa e che grazie al contratto di programma in dirittura d’arrivo «ci permetterà di mantenere questi risultati anche in futuro per arrivare ai 5,8 miliardi che abbiamo previsto per il 2023».

Passando alle criticità applicative del codice, Gentile ha citato una serie di punti che hanno un impatto sulla rapidità di assegnazione ed esecuzione elle opere. In prima battuta l’Ad ha citato le limitazioni all’appalto integrato e l’obbligo di dibattito pubblico sulle grandi opere. «In entrambi i casi – ha detto – si tratta di due norme che non si applicano alle Ferrovie. La prima perché non vale per i settori speciali, la seconda perché non è ancora entrata in vigore». In ogni caso per Gentile si tratta di misure che rischiano di rallentare il traguardo dei cantieri. Soprattutto il débat public, che dovrebbe essere gestito «dal proponente dell’opera e non da un organismo terzo».

Tra le altre criticità Gentile ha poi citato l’obbligo di chiedere il parere del Consiglio superiore dei lavori pubblici sui progetti definitivi oltre 50 milioni (il suggerimento è di anticipare la richiesta al livello dello studio di fattibilità), il proliferare degli obblighi di pubblicazione, la necessità di verificare le offerte anomale (altro suggerimento: «per non perdere tempo noi chiediamo alle imprese di inserire già nell’offerta i giustificativi e non abbiamo mai ricevuto lamentele»), l’utilizzo spregiudicato dell’avvalimento dei requisiti. Doppia indicazione sul subappalto. Gentile ha detto di considerare corretta la scelta di porre un tetto del 30% ai subaffidamenti. Ha invece criticato l’obbligo per le imprese di indicare una terna di subappaltatori con l’offerta («è inutile e rischia di limitare la concorrenza»).

Due proposte in positivo sono arrivate su crisi delle imprese e pagamenti. Per evitare che -come è successo spesso – l’avvio di una procedura di concordato o pre-fallimentare dell’impresa conduca al blocco del cantiere, Gentile propone di «far dialogare codice appalti e legge fallimentare». Ora si fa commissariare l’impresa «da un professionista che ovviamente non ha a cuore l’avanzamento dei lavori», dice, ma sarebbe meglio «far commissariare tecnicamente il singolo cantiere dalla stazione appaltante». In questo modo, l’ente che ha commissionato l’opera e «di sicuro vuole portare a termine i lavori pagherebbe direttamente i lavoratori e i fornitori». In questo modo «si tutelerebbe il bene pubblico più rilevante che è quello di completare l’opera e sono sicuro che non si avrebbe un solo giorno di blocco dei cantieri». Sui pagamenti, la proposta è quella di ribaltare l’onere di certificare il raggiungimento del Sal. «Se vado al bar a emettere lo scontrino è la cassiera – esemplifica Gentile – anche negli appalti deve essere l’impresa e non la Pa». Poi dovrebbero «esserci dei controlli di qualità o a campione». Ma questo, renderebbe più celeri i pagamenti ed eviterebbe anche «occasioni di microcorruzione». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

13/02/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Si ferma anche la Campogalliano-Sassuolo: stop al progetto per valutare costi-benefici

Ilaria Vesentini

La concessionaria dell’opera, la AutoCS (gruppo Pizzarotti), ha appreso la notizia «con sorpresa»

Il ministero delle Infrastrutture blocca anche l’avvio dei cantieri della bretella autostradale Campogalliano-Sassuolo per cui erano state consegnate le progettazioni esecutive dei lotti 1, 2 e 3 lo scorso 12 novembre e quella definitiva della variante di Rubiera a dicembre. A ordinare l’analisi costi-benefici e a bloccare la procedura è stata la struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture, su indicazione del sottosegretario pentastellato Dell’Orco. Per l’ennesima volta, quindi, il ministero guidato da Danilo Toninelli decide di fermare le macchine di un’opera che stava per aprire i cantieri (la previsione era per aprile), dopo un lunghissimo periodo (17 anni) di iter procedurale e progettuale, per un collegamento veloce di 15 chilometri di autostrada (e 11,4 di viabilità ordinaria) tra A1 e A22, che il distretto industriale della ceramica aspetta dagli anni Settanta per garantirsi competitività sui mercati internazionali, da cui dipende l’85% del fatturato annuo.

«Siamo ancora in uno Stato di diritto, dove esistono leggi e contratti da rispettare? Ha un senso giuridico richiedere la realizzazione di una analisi costi-benefici di un’opera realizzata da un soggetto privato che ha già completato tutti gli iter decisionali? Ha senso bloccare una strada fondamentale per lo sviluppo dell’industria ceramica che è a costo zero per la collettività, visto che i 215 milioni di euro di contributo pubblico verranno tutti restituiti con interessi al 5%?». Sono le domande che pone, esterrefatto, il presidente di Confindustria Ceramica, Giovanni Savorani, di fronte alla notizia che allo scadere (ieri) dei 90 giorni per le osservazioni tecniche al progetto esecutivo presentato dalla società aggiudicatrice dell’opera, Autostrada CS, il Mit rimanda il progetto alla casella di partenza, in un gioco dell’oca che è contrario non solo al buon senso ma alle disposizioni di legge.

«Dopo oltre 40 anni di discussioni e l’espletamento di tutte le procedure valutative previste dalla legge, la bretella di Campogalliano-Sassuolo è realtà dal 12 luglio 2018, data nella quale la Corte dei Conti ha registrato l’intera opera e da cui decorrono i 48 mesi per la realizzazione della stessa» rimarca Savorani. E ricorda i numeri del più importante distretto europeo di piastrelle concentrato tra Modena e Reggio Emilia: qui la filiera ceramica occupa 30mila addetti diretti e fattura oltre 6,5 miliardi di euro, con flussi di esportazione superiori all’85%. L’industria delle piastrelle ha investito nel corso degli ultimi cinque anni poco meno di 2 miliardi di euro in innovazione tecnologica per realizzare l’industria ceramica 4.0. E in risposta il Governo in questi anni non ha fatto un passo avanti per accompagnare lo sviluppo industriale e gli investimenti record messi in pista dalle imprese per reagire alla crisi e reggere la concorrenza sempre più agguerrita soprattutto dei vicini spagnoli. «Spagnoli che invece hanno avuto alle spalle un sistema-Paese che nell’ultimo decennio di crisi ha realizzato una logistica fantascientifica – così la definisce Savorani – a servizio del distretto ceramico di Castellon de la Plana, con due porti a 50 chilometri l’uno dall’altro, collegati in doppia strada a quattro corsie, per l’ingresso delle materie prime e per l’uscita dei container dal comprensorio».

La paralisi della Bretella porta con sè infatti anche quella delle opere collaterali sugli scali intermodali di Marzaglia e Dinazzano e le possibilità di connessioni veloci da qui con il porto di Ravenna. Ogni giorno il distretto ceramico emiliano è attraversato da una media di 4mila tir, per un totale di 17,3 milioni di tonnellate di prodotto l’anno tra argille e ceramica finita. E anche se il tasso di merci trasportate su ferro è da record per il settore manifatturiero (24%, circa 10 punti sopra la media), è sempre troppo poco per evitare code chilometriche dal casello di Modena Nord e per le strade di Sassuolo.

Lo stop arrivato da via Nomentana a un progetto che era pronto per essere cantierato – dopo gare e istruttorie di Anas, Mit, Via, Cipe e un progetto definitivo che aveva già incassato tutti i via libera necessari prima di avere il timbro dell’organo contabile più importante dello Stato – ha dell’«incredibile», sottolinea l’assessore regionale a Trasporti e infrastrutture dell’Emilia-Romagna Raffaele Donini, che ieri assieme al Governatore Stefano Bonaccini ha depositato alla Consulta il ricorso contro il Governo sollevando il conflitto di attribuzione sul Passante di Bologna, altra infrastruttura strategica per la via Emilia. «Non intendiamo assistere allo scempio che il Governo sta facendo del principio di legalità e a un comportamento seriale teso a bloccare opere che potrebbero essere cantierate in pochi mesi, vitali per la tenuta economica dell’Italia e della regione che sta trainando il Pil nazionale.

Entro oggi era attesa una valutazione tecnica dello staff di Toninelli al progetto esecutivo sulla bretella sassolese, un parere su un raggio di curvatura non certo una nuova analisi costi-benefici, anche perché in questo caso di costi a carico della collettività non ce ne sono», aggiunge Donini. I 215 milioni di contributo pubblico, sui 506 milioni di euro dell’opera, saranno infatti rimborsati durante i 31 anni di concessione.

AutoCS, la concessionaria dell’opera controllata al 51% da Autostrada del Brennero e al 31,3% dal gruppo Pizzarotti, ha appreso la notizia «con sorpresa, in quanto tale procedimento non è previsto né dal contratto sottoscritto con il ministero in data 4 dicembre 2014 né dalla normativa applicabile. Si ritiene importante precisare – afferma Pizzarotti – che il citato contratto di concessione non è che l’atto conclusivo di un processo di pianificazione che ha visto il progetto in questione essere ricompreso nell’elenco delle infrastrutture strategiche fin dalla prima emissione dello stesso, risalente al 21 dicembre 2001». «Io sono convinto che tra quattro anni, allo scadere dei 48 mesi previsti per la realizzazione, l’autostrada Campogalliano-Sassuolo sarà aperta al traffico, il Governo ne risponderà legalmente», conclude il presidente di Confindustria Ceramica. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

13/02/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Imprese in crisi, in vendita la coop Costruzioni Clc: 21 marzo l’asta telematica

Massimo Frontera

Il Tribunale di Livorno avvia la procedura competitiva per la vendita con procedura on line. Base d’asta: 2,7 milioni circa

Prima il concordato preventivo – stabilito dal Tribunale di Livorno il 20 dicembre scorso – ora la vendita del ramo d’azienda, richiesta il 16 gennaio scorso e decretata il successivo 6 febbraio dal medesimo tribunale. Per la Cooperativa Lavoratori delle Costruzioni (Clc) si avvicina dunque il momento di un passaggio di proprietà (mentre il 26 giugno prossimo è convocata l’assemblea dei creditori).
Il “pacchetto” in vendita include il ramo d’azienda che svolge attività tipica di un’impresa di costruzioni generali: opere civili e industriali, restauri, strade, ponti, viadotti, reti idriche, ferrovie, opere marittime e di dragaggio, impianti di illuminazione pubblica, impianti tecnologici, opere ambientali e di bonifica, interventi archeologici,demolizione, indagini geognostiche, impianti di smaltimento di e recupero di rifiuti, armamento ferroviario, scavi e movimento terra, barriere antirumore.
La procedura competitiva è stata chiesta dalla stessa coop dopo la proposta di acquisto avanzata da un operatore, cui è seguita, ai sensi dell’articolo 163-bis della legge fallimentare, l’indizione di una procedura competitiva per vedere se dal mercato arrivano offerte al rilancio.
Il prezzo base di aggiudicazione è pari esattamente a 2.713.234,34 euro, di cui 1.683.234,34 euro di debiti (tra debiti finanziari e il Tfr dovuto ai lavoratori). La cifra include la sede della coop, a Livorno, tutte le attrezzature e i beni mobili di proprietà e, infine, alcune partecipazioni in società consortili. Nel ramo aziendale sono compresi 40 addetti con contratto di lavoro subordinato. Il termine per la presentazione delle offerte è fissato al 21 marzo 2019, alle ore 12:00, mentre la fine della procedura telematica è fissata al 29 marzo ore 12.00. Il rilancio minimo è di 10mila euro. Per gli offerenti è fissata una cauzione di 125mila euro.
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