Rassegna stampa 24 gennaio 2019

24/01/2019 – La Repubblica

Consiglio di Stato, indagato il candidato alla vice presidenza

L’ inchiesta
Sergio Santoro accusato di corruzione in atti giudiziari. Potrebbe diventare il numero 2 di Palazzo Spada
roma C’ è un nome che scotta nel lungo elenco di consiglieri di Stato, imprenditori e avvocati che da anni pilotavano le sentenze amministrative in Italia. È quello di Sergio Santoro, indagato per corruzione in atti giudiziari. La Procura di Roma ha chiesto per lui una proroga di indagine. La vicenda è quella che riguarda una serie di sentenze amministrative aggiustate a suon di mazzette. Un’ inchiesta, alla quale lavorano sia i pm capitolini sia quelli messinesi, per la quale, un anno fa, sono finite in carcere 15 persone e molte altre sono state inquisite. Avvocati, imprenditori e magistrati accusati di aver aggiustato processi in favore dei clienti dello studio guidato da Piero Amara e Giuseppe Calafiore, considerati le menti del sistema. Chi si rivolgeva a loro, era quasi sicuro di avere una pronuncia favorevole, pagata profumatamente. L’ indagine che aveva già coinvolto altre toghe: l’ ex presidente di sezione del Consiglio di Stato Riccardo Virgilio, il suo collega Nicola Russo e il pm di Siracusa Giancarlo Longo. Ora se ne aggiunge una, di peso. Santoro, ex capo di gabinetto del sindaco Alemanno e discusso presidente dell’ Autorità dei contratti pubblici, chiusa e assorbita dall’ Anac di Cantone, sta per giocare l’ ennesima partita di potere della sua vita. Da attuale presidente della sesta sezione del Consiglio di Stato, giusto domani è certo di ottenere almeno la vice presidenza di palazzo Spada. È l’ unico candidato in lizza perché la quarta commissione, presieduta dal collega Oberdan Forlenza, lo ha già indicato come il giudice più adatto eliminando altri due concorrenti, l’ ex ministro Franco Frattini e Giuseppe Severini, ex consigliere giuridico alla Difesa. La sua, quindi, è una nomina ormai certa. Ha tentato in tutti i modi di diventare presidente del Consiglio di Stato, prima contestando la designazione dell’ ex capo Alessandro Pajno e poi quella dell’ attuale Filippo Patroni Griffi. Ha lavorato per ottenere almeno la vice presidenza e potrebbe ottenerla domani giocando la carta della sua anzianità. Ma le sei pagine firmate il 21 dicembre del 2018 dal procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo sembrano destinate a gettare nel cestino l’ ultima aspirazione di una vita trascorsa alla caccia di incarichi di prestigio, tra cui quello di consigliere dell’ ex premier Berlusconi per garantire la trasparenza legislativa. In bella evidenza, sin dalla prima pagina, il suo nome spicca al numero 9 di un elenco di 31 indagati: «Santoro Sergio, nato a Roma il 22 aprile del 1951». Massimo riserbo su quello che gli viene contestato, su quali siano gli episodi che hanno messo in allarme gli inquirenti. Il decreto fa solo riferimento al reato: 319 ter, ovvero, appunto, corruzione in atti giudiziari. È un uomo chiacchierato Santoro. Sicuramente di lui non parla affatto bene l’ attuale presidente dell’ Autorità anticorruzione Raffaele Cantone, autore anche di un esposto alla procura di Roma. Da testimone al processo su Mafia capitale, nel settembre 2016 disse che sui contratti irregolari con le cooperative l’ Avcp di Santoro, pur sapendo, non fece nulla. Cantone definisce « una vicenda inquietante» quella avvenuta a cavallo degli anni 2010 e 2011 quando l’ Avcp venne meno al suo dovere di vigilanza sui contratti omettendo di denunciare le irregolarità nella gestione degli appalti affidati alle cooperative, tra cui quelle di Buzzi e Carminati, emersi solo con l’ inchiesta di Mafia capitale. Fece discutere anche la presa di posizione nel caso di Francesco Bellomo, il collega destituito a gennaio dell’ anno scorso dopo lo scandalo dei sexy corsi. All’ adunanza generale di palazzo Spada finì con 75 voti contro Bellomo, uno a favore e 5 astenuti. Tra questi, appunto, c’ era anche Santoro. La ricerca di posti di potere lo ha portato a occupare la presidenza della Gse, la società di gestione dei servizi elettrici, che dispone di 16 miliardi l’ anno di incentivi alle fonti rinnovabili. Nell’ autunno 2018 il suo nome veniva fatto tra quelli dei papabili alla presidenza. © RIPRODUZIONE RISERVATA Il documento In alto la richiesta di proroga indagini per il consigliere di Stato Sergio Santoro (a sinistra) LIANA MILELLA MARIA ELENA VINCENZI

24/01/2019 – Il Tempo
Consip nei guai per le consulenze «extra»

Corte dei conti Rinvio a giudizio per i vertici della centrale acquisti pubblica Chiamati avvocati esterni senza procedura selettiva. Danno per oltre 4 milioni
Valeria Di Corrado Per anni, per curare il contenzioso amministrativo scaturito dalle gare d’ appalto bandite da Consip, i vertici della principale centrale di committenza pubblica hanno affidato «in via diretta e continuativa» una pioggia di consulenze esterne sempre agli stessi quattro avvocati, pur avendo a disposizione una trentina di legali interni con idoneo titolo di abilitazione. Per la Procura della Corte dei conti del Lazio questi affidamenti, avvenuti «in mancanza di una procedura selettiva concorsuale, appaiono del tutto irregolari, arbitrari e non sorretti da adeguata motivazione». Il danno erariale, che coincide con l’ ammontare degli incarichi conferiti, è stato calcolato dal Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza in oltre 4,3 milioni di euro. Il vice procuratore Massimo Lasalvia ha notificato un invito a dedurre nei confronti di 14 persone, pri ma di decidere se portarli a processo davanti ai giudici contabili. Nell’ elenco spicca noi due ex amministratori delegati di Consip, Domenico Casalino (in carica da luglio 2012 a giugno 2015) e Luigi Marroni (in carica da giugno 2015 a giugno 2017), l’ attuale ad Cristiano Cannarsa, l’ ex presidente Luigi Ferrara e l’ attuale presidente Roberto Basso (subentrato al primo a giugno 2017). Marroni è il «grande accusatore» da cui è partita l’ inchiesta penale sulla fuga di notizie relativa a un’ indagine che mirava a svelare le pressioni esercitate sui vertici di Consip per favorire l’ imprenditore napoletano Alfredo Romeo. Inchiesta che ora rischia di portare a processo l’ ex ministro Luca Lotti e l’ ex comandante dei carabinieri Tullio Del Sette. Tra gli indagati, per cui ora la Procura di Roma ha chiesto l’ archiviazione, c’ erano anche Casalino e Ferrara, oltre a Tiziano Renzi. Le indagini condotte dalla Finanza, sude lega dei pm contabili, hanno dimostrato che le consulenze affidate dal 2015 al 2017 ai soliti quattro avvocati «risultavano, per rilevanza numerica ed economica, esorbitanti, anche in considerazione dell’ esistenza presso la Consip spa di una struttura denominata: Direzione legale e societario, con un organico di 49 unità». L’ iter amministrativo adottato nella scelta di questi professionisti, tra cui compare anche Alberto Bianchi (difensore dell’ ex premier Matteo Renzi), conferma che non è stato verificato se all’ interno dell’ amministrazione ci fossero risorse idonee a svolgere questi incarichi; né tanto meno è stata espletata una procedura selettiva, «preferendo optare per una nomina di tipo personalistico e fiduciario». Eppure già il vecchio Codice degli appalti pubblici, in vigore fino al 18 aprile 2016, prevedeva che nell’ affidamento dei servizi legali venissero rispettati i principi di imparzialità, trasparenza e parità di trattamento. Quindi, Consip spa avrebbe dovuto predisporre un invito pubblico, acquisire almeno 5 offerte, svolgere una valutazione comparativa e motivare la scelta. Limiti più stingenti sono derivati dall’ entrata in vigore del nuovo Codice dei contratti pubblici, che ha di fatto escluso la possibilità di procedere ad affidamenti fiduciari. Ne consegue che, dal 19 aprile 2016, tali incarichi sono stati adottati «in violazione di legge», quindi, con dolo. In più di una seduta del consiglio di amministrazione si è discusso della necessità di costituire un ufficio legale interno, per ridurre il costo del contenzioso, senza pert) adottare mai «concrete iniziative idonee a realizzare quanto più volte auspicato». «Appare quindi chiaro conclude il pm – che gli amministratori erano tutti ben consapevoli dell’ irregolarità in cui erano incorsi, e tuttavia, anziché incaricare o affiancare l’ avvocature interna, ovvero scegliere di adottare procedure più trasparenti attraverso l’ adozione di un albo aperto dei legali esterni, silimitavano a prendere atto della problematica, continuando a reiterare le precedenti condotte». Soltanto a partire dal 2017 è stata ampliata la rosa dei difensori esterni, con la scelta di altri dieci legali, sempre senza una vera selezione. Fino a quel momento, infatti, oltre il 90% degli incarichi veniva affidato esclusivamente a cinque avvocati.

24/01/2019 – Il Sole 24 Ore
Analisi Tav, la rinuncia rischia di costare penalità per il tratto Lione-Trieste

IL VERDETTO A INIZIO FEBBRAIO
La decisione sulla Tav sarà «una decisione politica». Lo ha ribadito ieri il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a Davos. Ma il primo round sarà comunque il doppio responso tecnico dell’ analisi costi-benefici e dell’ analisi tecnico-giuridica sui costi di una eventuale rinuncia. La partita politica – e quella con l’ opinione pubblica – si giocherà, almeno in parte, partendo da numeri e verdetti tecnici. Le variabili che possono spostare il segno dell’ analisi sono due. La prima è se dal lato dei costi della rinuncia debbano essere considerati i soli fondi Ue alla Torino-Lione oppure più in generale quelli dell’ intero corridoio Mediterraneo (non solo ferroviari, come il collegamento all’ aeroporto di Venezia, ma anche quelli multimodali o stradali). In questo caso crescerebbe il costo della rinuncia. La seconda variabile riguarda la valutazione del mancato introito nelle casse dello Stato delle accise da gasolio in seguito al trasferimento di merci dalla strada alla rotaia. La questione ha già creato divisioni fra i tecnici e i consulenti ministeriali in occasione della decisione sul terzo valico e ne è rimasta traccia nella relazione finale. Come è possibile, si sono chiesti in molti, che sia considerato dal lato dei costi il risultato di una politica voluta dallo Stato per i suoi effetti positivi sull’ ambiente? Una questione complessa in termini tecnici di calcolo delle esternalità che però sulla Torino-Lione peserà ancora di più perché è evidente che uno degli obiettivi dell’ opera – ribadito negli anni per sostenere la necessità di realizzare l’ opera – è proprio lo spostamento del traffico merci sulla ferrovia. Inutile, in questa fase, sulle due questioni, dare numeri che sarebbero campati per aria. Meglio attendere i documenti ufficiali per capire come saranno affrontate le due questioni. Che però già oggi sono in ballo. Se la decisione è «politica», gran parte della partita si gioca sul confronto fra Lega e Cinquestelle. Si ipotizza una soluzione di compromesso che abbatta i costi della tratta nazionale. Ma quella soluzione è tutt’ altro che facile. Primo perché la project review fatta quando era ministro Graziano Delrio ha già abbattuto quei costi da 4 miliardi a 1,7. Secondo, perché può essere facile abbattere i costi della nuova stazione di Susa, ma non quelli più consistente della galleria che consente il ricongiungimento dei binari a Orbassano. Oltre alla capacità della linea storica, inadeguata. Anche l’ ipotesi del rinvio, magari con l’ escamotage del referendum per far decidere il popolo senza che nessuno dei due alleati rinunci alla propria posizione in campagna elettorale, non è praticabile. E infatti i segnali che arrivano dal ministero sono di accelerazione: a febbraio si decide. La terza area di mediazione, quella di un piano sblocca-opere e di un grande rilancio sugli investimenti mentre si tiene congelata la Tav, lanciata nei giorni scorsi dal ministro Toninelli, per ora non sembra aver prodotto grandi risultati. Se si tengono fuori opere come l’ Alta velocità Brescia-Padova, difficile pensare che quella mossa faccia presa, tanto più sul mondo delle imprese che pressano la Lega. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giorgio Santilli

24/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Piccoli Comuni, 27 risposte del Viminale sui 394 milioni statali: i paletti per i fondi

A.A.

«Deve essere manutenzione straordinaria finalizzata alla messa in sicurezza». «Cantieri avviati, conta il dato inserito nel Mop»

Con 27 risposte ad altrettante Faq (domande frequenti), il Ministero dell’Interno chiarisce per quali interventi e con quali procedure possono essere utilizzati i 394,49 milioni di euro della legge di Bilancio 2019 sbloccati con il decreto dl 10 gennaio.
Un punto chiave, ricorrente nelle risposte del Ministero, è che gli interventi devono essere di manutenzione straordinaria finalizzati alla messa in sicurezza, «di scuole, strade, edifici pubblici e patrimonio comunale», come stabilito dalla legge.
Il Viminale risponde in modo estensivo a richieste se una particolare tipologia di opera possa rientrare (anche le opere anti-dissesto sono ok, ad esempio), ma i paletti sono i due citati: manutenzione straordinaria (non nuove opere e non manutenzione ordinaria, dunque) e finalizzata alla messa in sicurezza, interventi cioè per la messa a norma rispetto a immobili “non a norma” (anti-incendio, anti-sismica) e più in generale interventi finalizzati alla protezione dai rischi, per cancellare cioè situazioni pericolose per l’incolumità degli utenti.
Altro punto interessante (Faq 1) quello sull’avvio dei lavori entro il 15 maggio: che significa in pratica? Vuol dire l’inserimento entro il 15 maggio, delle informazioni sull’avvio del cantiere , sulla piattaforma informatica condivisa della Banca dati dele opere pubbliche (MOP); all’interno della BDAP, Banca dati opere pubbliche, il maxi-sistema di monitoraggio della spesa festito dal Ministero delle Infrastrutture.
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24/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Ponte Genova, per Vernazza «tempi impossibili sulla demolizione»

A.A.

L’impresa genovese specialista nei sollevamenti è uscita dalla cordata dei “demolitori”. «Marzo e luglio, troppi fattori esterni»

L’impresa genovese Vernazza Autogru, scelta dal sindaco-Commissario Marco Bucci il 16 dicembre scorso per la demolizione del ponte Morandi (insieme a Omini, Fagioli, Ipe e Ireos), si è sfilata nei giorni scorsi dalla negoziazione finale, e non ha dunque firmato il 18 gennaio il “contratto unico” insieme alle altre imprese.
Il perché lo spiega il titolare dell’impresa Domenico Vernazza al Secolo XIX: «Abbiamo fatto e rifatto i calcoli, e secondo noi non c’erano le condizioni per rispettare i tempi che ci imponevano: per fare tutto quel lavoro ci vuole più tempo. Quindi, più per un fatto di immagine che economico, perché Genova è la nostra città, abbiamo deciso di non firmare».
Sono due in particolare le scadenze posta da Bucci nel contratto: entro il 31 marzo la demolizione del troncone ovest dovrà essere a uno stadio tale da consentire ai costruttori di iniziare i lavori del nuovo Ponte (termine: 12 mesi dalla consegna dei cantieri), e poi entro fine luglio il completamento della parte est, quella strallata.
Secondo Vernazza troppe circostanze esterne incidono sui tempi, specie la scadenza del 31 marzo: «In Valpolcevera c’è spesso un vento bestiale, e non si riesce a operare. E un paio di settimane di maltempo vanno messe in conto. Non solo: su tutto pende l’incognita della magistratura, che giustamente fa il suo lavoro ma potrà incidere sui tempi, soprattutto per la porzione orientale del ponte dove ci sono anche i condomini».
Certamente sulla scelta di Vernazza hanno pesato anche le penali automatiche poste dal contratto in caso di sforamento dei termini, che anche le altre imprese hanno ottenuto di abbassare un po’ rispetto alla bozza iniziale (restano comunque pari a un massimo del 10% sul valore contrattuale).
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24/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Investimenti, oggi l’ok ai 250 milioni alle province per scuole e lavori stradali

Massimo Frontera

Salvo imprevisti, oggi l’intesa allo schema di decreto Interno-Economia in attuazione della legge di Bilancio

Nuovo tentativo, oggi in conferenza Stato-città, per l’ok allo schema di decreto Interno-Economia che assegna 250 milioni di euro alle province da spendere in interventi di manutenzione su strade e scuole, in attuazione dell’apposita norma della Legge di Bilancio (commi 889-890, articolo 1).
Dopo il rinvio deciso nella seduta del 17 gennaio, oggi la conferenza si riunisce nuovamente. L’ok all’intesa – salvo imprevisti – appare scontata, considerando che la conferenza di oggi è stata convocata in seduta straordinaria (in anticipo rispetto alla data “naturale” del 7 febbraio), e considerando anche che, al momento, lo schema di Dm è l’unico provvedimento all’ordine del giorno. Questa settimana è servita per gli approfondimenti tecnici richiesti nel precedente incontro. Nel frattempo però è stato superato il termine del 20 gennaio, indicato nella legge di Bilancio, per l’emanazione del provvedimento.
Il finanziamento e il vincolo di destinazione delle risorse sono specificati dal comma 889, articolo 1, della legge di Bilancio. Le risorse ammontano a 3,75 miliardi di euro su un orizzonte di lungo termine: 15 anni, tra il 2019 e il 2033 con una “rata” di 250 milioni l’anno . La prima tranche di 250 milioni dovrebbe arrivare a giorni. Entro il 20 gennaio, infatti, il ministero dell’Interno avrebbe dovuto ripartire la somma con l’apposto decreto, di concerto con il ministero dell’Economia.
Metà delle risorse saranno ripartite tra «le province che presentano una diminuzione della spesa per la manutenzione di strade e di scuole nell’anno 2017 rispetto alla spesa media con riferimento agli anni 2010, 2011 e 2012 e in proporzione a tale diminuzione».
L’altra metà dei soldi viene invece ripartita tra le province in proporzione all’incidenza determinata, al 31 dicembre 2018, dalla manovra di finanza pubblica rispetto al gettito 2017 dell’imposta Rc auto, dell’imposta provinciale di trascrizione e del fondo sperimentale di riequilibrio. Le spese finanziate dalle risorse assegnate per ogni annualità devono essere liquidate o liquidabili per le finalità indicate, ai sensi del decreto legislativo 23 giugno 2011, n. 118, entro il 31 dicembre di ogni anno.
Come ricorda l’Upi in una nota, «la misura del concorso alla manovra di finanza pubblica delle Province, da considerare ai fini del calcolo della sua incidenza sulle entrate, è quella determinata dall’articolo 1, comma 418, della legge n. 190/2014 e 38 dell’articolo 47 del D.L. n. 66/2014, tenuto conto delle riduzioni consentite ai sensi dell’articolo 1, commi 838 e 839, della legge n. 205/2017». Per rimpolpare gli uffici tecnici delle province, si precisa che nelle assunzioni di personale a tempo indeterminato, da destinare, prioritariamente, alle attività in materia di viabilità ed edilizia scolastica (ex articolo 1, comma 845, legge n. 205/2017) devono riguardare «figure ad alto contenuto tecnico-professionale di ingegneri, architetti, geometri, tecnici della sicurezza ed esperti in contrattualistica pubblica e in appalti pubblici».

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24/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Dl Semplificazioni/3. Concessionari, l’obbligo di gara sull’80% degli appalti slitta a fine anno

Mau.S.

Approvato l’emendamento presentato dai senatori del gruppo Autonomie. Nulla cambia sul fronte dei lavori autostradali

Slitta al 31 dicembre 2019 l’obbligo per i concessionari pubblici di mettere a gara gli appalti di lavori, servizi o forniture di importo superiore ai 150mila euro. Lo prevede un emendamento presentato dai senatori del gruppo Autonomie al decreto Semplificazioni e approvato dalle commissioni Lavori pubblici e Affari costituzionali al Senato.

Il Codice degli appalti, in vigore dal 2016, ha introdotto un limite ai lavori che i concessionari, inclusi quelli autostradali, possono eseguire con società in house o con
società direttamente o indirettamente controllate. I titolari di concessioni autostradali devono mettere a gara il 60% dei loro appalti superiori ai 150mila euro, livello già in vigore prima dell’approvazione del codice, che su questo punto specifico è stato modificato con la legge di Bilancio dell’anno scorso. I titolari di altre concessioni sono obbligati a farlo per l’80% di ciascun appalto.

L’obbligo scattava dallo scorso aprile, cioè a 24 mesi dall’entrata in vigore dal Codice dei contratti pubblici. La norma approvata nel decreto semplificazioni esonera i concessionari fino alla fine di quest’anno.

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24/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Astaldi, la crisi del gruppo fa slittare l’aumento della Metro 4 di Milano

Cheo Condina

Impasse sull’operazione da 38 milioni: la data limite fissata al 15 febbraio. La mancata sottoscrizione altererebbe l’equilibrio pubblico-privato previsto

La crisi di Astaldi fa slittare l’aumento di capitale della Metro 4 di Milano che, per questo motivo, a dicembre ha vissuto una situazione di significativa tensione finanziaria. Il gruppo romano di costruzioni detiene il 9,6% della concessionaria M4 e, negli ultimi mesi, le sue difficoltà (con il ricorso alla procedura 182-bis) si sono inevitabilmente riflesse anche sul suo ruolo nell’infrastruttura milanese. Manca infatti la firma di Astaldi all’atto integrativo col Comune legato all’aggiornamento del cronoprogramma dell’opera (con un incremento dei costi di oltre 300 milioni) e, di conseguenza, anche il via libera delle banche creditrici al nuovo piano economico e finanziario. In ogni caso i cantieri della metro proseguono regolarmente secondo i tempi previsti. Nelle scorse settimane il management di M4, guidato dal presidente Fabio Terragni, ha infatti lavorato alacremente per far fronte all’emergenza e – come anticipato da Radiocor – ora attende con fiducia il prossimo 15 febbraio, nuova data limite per chiudere una ricapitalizzazione quanto mai cruciale per la nuova metrò milanese, la cui prima tratta entrerà in funzione tra due anni esatti. L’auspicio è mantenere il pieno coinvolgimento sul dossier di Astaldi, che a breve potrà anche «sfruttare» i 75 milioni del prestito Fortress ma che, per ogni mossa, dovrà comunque ricevere l’ok del Tribunale.

L’impasse è nato sull’aumento di capitale da quasi 38 milioni deliberato dal cda di M4 ormai a maggio 2018, denari necessari a coprire l’operatività della società e soprattutto ai lavori per la conclusione dell’opera. La nuova metro di Milano – 15 km e 21 stazioni che collegheranno la periferia sud-ovest (San Cristoforo) con l’aeroporto di Linate – vale in tutto oltre 2 miliardi di euro Iva compresa, di cui metà circa coperti da contributi pubblici e la restante parte da prestiti bancari e da capitale fornito in gran parte dal Comune e, sotto diverse forme, dai privati. Tra questi ci sono appunto i 240 milioni della concessionaria M4, controllata da Palazzo Marino al 66,6% e partecipata, oltre che da Astaldi, anche da Impregilo con il 9,6%, da Ansaldo e Hitachi col 5,6% a testa e da Atm con il 2,3%. Negli ultimi quattro anni, M4 ha via via richiamato capitale dai propri soci ma proprio sull’ultima tranche di ricapitalizzazione, che doveva essere chiusa entro il 31 dicembre, Astaldi si è defilata bloccando l’intera operazione. Il motivo è prettamente tecnico: lo statuto sociale di M4 prevede che la quota pubblica e privata nel capitale debba essere sempre rispettivamente al 66,6% e al 33,3% e quindi la mancata sottoscrizione di Astaldi, per quanto di ammontare limitato (circa 3,6 milioni) avrebbe alterato questa proporzione. Non solo, secondo quanto emerso, il gruppo di costruzioni non ha ancora versato la propria quota di prestito soci subordinato scaduta il 18 luglio 2018.

Tutto ciò, a inizio dicembre, ha configurato per M4 una posizione di cassa tale da indurre a realizzare in ogni caso l’aumento: sui conti correnti della società restavano infatti 8,4 milioni, nonostante il pagamento solo parziale della quota privata al consorzio dei costruttori della metro (CMM4, in cui tra gli altri figura la stessa Astaldi) per le fatture in scadenza dal 31 ottobre in poi e la proroga del pagamento di un premio assicurativo per 2,9 milioni. Una situazione critica – seppur legata a un evento eccezionale – che nelle scorse settimane ha spinto il consiglio di M4 a scrivere ad Astaldi per avere chiarimenti sulle autorizzazioni dei Commissari e del Tribunale per la sottoscrizione dell’aumento di capitale e del prestito soci. Un passaggio che potrebbe essere agevolata dall’imminente arrivo del prestito Fortress da 75 milioni.

L’auspicio di M4 e dei suoi soci è arrivare a una realizzazione dell’aumento di capitale e di tutto il progetto mantenendo fermo il coinvolgimento di Astaldi. Per questo il termine della ricapitalizzazione è stato spostato al 15 febbraio. In alternativa il piano è già pronto: il Comune di Milano sottoscriverà leggermente meno capitale in modo da non alterare la proporzione pubblico-privato richiesta dallo statuto.

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