Rassegna stampa 17 gennaio 2019

16/01/2019 14.01 – Quotidiano Enti Locali e Pa

In house, alla Corte Ue stabilire i limiti tra partecipazione e posizione di controllo congiunto

Deve essere rimessa alla Corte di giustizia Ue la questione se il principio di libera amministrazione delle autorità pubbliche e il principio di sostanziale equivalenza fra le diverse modalità di affidamento e di gestione dei servizi di interesse delle amministrazioni pubbliche osti a una normativa nazionale (come quella dell’articolo 192, comma 2, del vigente codice dei contratti pubblici) il quale colloca gli affidamenti in house su un piano subordinato ed eccezionale rispetto agli affidamenti tramite gara di appalto: consentendo questi affidamenti soltanto in caso di dimostrato fallimento del mercato rilevante, nonché imponendo comunque all’amministrazione che intenda operare un affidamento in regime di delegazione interorganica di fornire una specifica motivazione circa i benefìci per la collettività connessi a questa forma di affidamento (si veda anche il Quotidiano degli enti locali e della Pa del 14 gennaio). Inoltre, deve essere rimessa alla Corte di giustizia Ue la questione se il diritto dell’Unione europea osti a una disciplina nazionale (come quella dell’articolo 4, comma 1, del testo unico delle società partecipate, approvato con Dlgs n. 175 del 2016) che impedisce a un’amministrazione pubblica di acquisire in un organismo pluriparecipato da altre amministrazioni una quota di partecipazione (comunque inidonea a garantire controllo o potere di veto) laddove l’amministrazione intende comunque acquisire in futuro una posizione di controllo congiunto e quindi la possibilità di procedere ad affidamenti diretti in favore dell’organismo pluriparteciate. Così si è espressa la quinta sezione giurisdizionale del Consiglio di Stato che con l’ordinanza n. 138/2019ha sollevato questione pregiudiziale alla Corte di giustizia dell’Unione europea. Il fatto Un’impresa operante nel settore dell’igiene urbana, interessata ad acquisire con gara, la gestione del servizio del Comune di Lanciano, ha chiesto l’annullamento degli atti del 2017 con cui quel Comune, in quanto socio di minoranza della partecipata, aveva approvato l’adeguamento dello statuto e i relativi patti parasociali, in tal modo rendendo possibile l’affidamento diretto del servizio in favore della stessa in quanto società in house pluripartecipata anche dallo stesso Comune e in regime di controllo analogo congiunto. Il Tar ha respinto il ricorso, ritenendo che il Comune aveva ampiamente ottemperato all’onere di motivazione imposto dall’articolo 192 del Dlgs n. 50 sui benefici della modalità di gestione in house prescelta, in termini di efficienza, economicità e qualità del servizio, nonché di ottimale impegno delle risorse pubbliche a beneficio della collettività. La decisione La sentenza di primo grado è stata impugnata e il Consiglio di Stato ha ritenuto necessario coinvolgere la Corte di giustizia dell’Unione europea, in quanto si è posto un duplice ordine di interrogativi. Il collegio dubita che le disposizioni del diritto interno, nel subordinare gli affidamenti in house a condizioni aggravate e a motivazioni rafforzate rispetto alle altre modalità di affidamento, siano autenticamente compatibili con le disposizioni del diritto primario e derivato dell’Unione europea. In particolare, l’articolo 192, comma 2, del codice degli appalti pubblici impone che l’affidamento in house di servizi disponibili sul mercato sia assoggettato a una duplice condizione, che non è richiesta per le altre forme di affidamento dei medesimi servizi (con particolare riguardo alla messa a gara con appalti pubblici e alle forme di cooperazione orizzontale fra amministrazioni). La prima condizione consiste nell’obbligo di motivare le condizioni che hanno comportato l’esclusione del ricorso al mercato. Condizione che muove dal carattere secondario e residuale dell’affidamento in house, che appare poter essere legittimamente disposto soltanto in caso di dimostrato fallimento del mercato rilevante a causa di prevedibili mancanze in ordine a gli obiettivi di universalità e socialità, di efficienza, di economicità e di qualità del servizio, nonché di ottimale impiego delle risorse pubbliche, cui la società in house invece supplirebbe.La seconda condizione consiste nell’obbligo di indicare, a quegli stessi propositi, gli specifici benefìci per la collettività connessi all’opzione per l’affidamento in house. Anche in questo caso la previsione dell’ordinamento italiano di forme di motivazione aggravata per supportare gli affidamenti in house muove da un orientamento di sfavore verso gli affidamenti diretti in regime di delegazione interorganica e li relega a un ambito subordinato ed eccezionale rispetto all’ipotesi di competizione mediante gara tra imprese.La materia è di peculiare interesse e chi scrive rammenta che già nel novembre 2018, il Tar Liguria ha interpellato la Corte costituzionale sollevando questione di costituzionalità dell’articolo 192, comma 2 del codice dei contratti, nella parte in cui prevede che le stazioni appaltanti diano conto nella motivazione del provvedimento di affidamento in house delle ragioni del mancato ricorso al mercato.

16/01/2019 12.00 – Mondo Utilities

Estra Energie si aggiudica 4 dei 9 lotti della gara Consip GAS11 e si conferma primo operatore nazionale Consip per volumi di fornitura di gas alle pubbliche amministrazioni

Dieci Regioni italiane saranno servite da Estra Energie per il prossimo anno termico. La controllata del Gruppo Estra si è infatti aggiudicata 4 lotti (per un valore potenziale di 340 milioni di mc e un totale di quasi 215 mln di euro) dell’edizione 11 della gara indetta da Consip per la fornitura di gas naturale alle pubbliche amministrazioni regionali italiane per il prossimo triennio termico (gara “GAS11”).  Una conferma per l’azienda che anche per l’edizione 10 aveva ottenuto 4 lotti tra cui, per la prima volta, il Nord-Ovest.

 

In dettaglio la controllata del Gruppo Estra per il sesto anno consecutivo si è aggiudicata i lotti 5, 6 e 8 – che comprendono Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Campania, Puglia e Basilicata – e per il secondo anno il lotto 1 (Nord-Ovest) che comprende il Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta.

I numeri in termini di volumi di gas messi a disposizione e valore stimato della fornitura sono: per il Lotto 1 un valore di 66 milioni di euro per 105 milioni di mc, per il Lotto 5 un valore di 34,58 milioni di euro per 55 milioni di mc, per il Lotto 6 un valore di 75,45 milioni di euro per 120 milioni di mc e per il Lotto 8 un valore di 38,93 milioni di euro per 60 milioni di mc.

“La partecipazione alle gare per aggiudicarsi le forniture, in particolare alla PA rappresenta un asset strategico per il Gruppo – dichiara Francesco Macrì presidente di Estra – e confermano la nostra capacità di competere a livello nazionale con i grandi player del mercato”.

“Vincere queste gare è sempre un risultato importante – aggiunge la neo direttrice di Estra Energie Monica Casullo – perché ci permettono di consolidare la nostra presenza nei territori in cui siamo già presenti ma anche di cogliere nuove occasioni offerte dal mercato. Rappresentano non a caso  il 15% del fatturato della vendita gas”.

 

17/01/2019 – Il Fatto Quotidiano

Salvini vuole il “Tav piccolo”, ma l’ analisi lo boccia lo stesso

Grandi opere. La trovata – L’ idea di ridurre l’ opera al solo tunnel di base non basta a renderla utile. I risparmi dirottati su capitoli cari al M5S . Che dice: “Restiamo per il No”
I giornali l’ hanno già ribattezzato “mini Tav”. Che di mini ha molto poco, ma tanto basta alla Lega per proporlo ai 5Stelle come alternativa a uno stop dell’ opera che il partito di Matteo Salvini vuole scongiurare nonostante l’ analisi costi-benefici sia negativa. Una via che i 5Stelle non vogliono seguire. “Non è la nostra volontà”, spiegano fonti vicine a Luigi Di Maio. Sulla Torino-Lione è ormai in atto uno scontro a suon di indiscrezioni e suggestioni, in buona parte evocate dalla grande stampa su dati più o meno veri. L’ ultima è presto spiegata: tagliare i costi del tracciato per ridurlo dal lato italiano, in sostanza, al solo tunnel di base, il traforo a due canne lungo 57,5 chilometri, tra le stazioni di Saint-Jean de Maurienne in Francia e Susa/Bussoleno in Italia, ma che per oltre due terzi è in territorio francese. A oggi, per la parte rilevante dell’ opera, sono stati spesi 1,4 miliardi: ne mancano altri 10. Andare avanti costerebbe all’ Italia almeno 3 miliardi (il 35% del tunnel di base, 8,6 miliardi secondo il costruttore italo-francese Telt) più i due per il collegamento finale da parte italiana. Ed è qui che si inserisce l’ ultima indiscrezione. L’ analisi costi-benefici, commissionata dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli a una task force di esperti capitanati da Marco Ponti, bolla l’ opera come uno spreco di soldi, ma incorpora anche scenari alternativi sulle diverse componenti del tracciato. Uno di questi ipotizza che non vengano spesi i soldi per il collegamento dal lato italiano, da Avigliana al nodo ferroviario di Torino. Il risparmio è di circa 1,7 miliardi. Soldi che, nelle intenzioni della Lega, verrebbero dirottati su altri capitoli cari ai 5Stelle (dalla metropolitana di Torino agli investimenti in Val di Susa, alla riduzione dei tagli ai trasferimenti alle Ferrovie che colpiscono soprattutto il Sud). Problema: in termini di analisi costi-benefici quella tratta non impatta in modo sostanziale e non è sufficiente a rendere il dossier positivo. Perché la decisione ridurrebbe sì i costi, ma anche i benefici visto che ridimensionerebbe l’ opera – dal lato italiano – al solo tunnel, senza potenziare la tratta nazionale. E perché l’ analisi non considera solo i costi a carico dell’ Italia, ma anche quelli a carico della Francia (il 25%) e della Commissione Ue (il 40%). Che restano, almeno per la parte rilevante, di oltre 10 miliardi. E questo senza considerare che la tratta transalpina per collegare il tunnel a Lione – di cui il governo francese non ne vuole più sapere – farebbe lievitare il “prezzo” a 20 miliardi. Esiste poi un altro spauracchio e riguarda i costi dello stop all’ opera (per i quali servirà un voto parlamentare per modificare il trattato Italia-Francia) la cui quantificazione spetta all’ analisi tecnico-giuridica del ministero da affiancare al dossier degli esperti di Toninelli. Ieri il Messaggero parlava di “rischio penali da 3,5 miliardi” evidenziati dall’ Avvocatura dello Stato. Un numero curioso, che in realtà è quello indicato in mattinata in audizione alla Camera da Paolo Foietta, che da commissario governativo del Tav si comporta da lobbista della grande opera. Il dato arriva, peraltro, dallo stesso costruttore Telt. Foietta in passato ha parlato di 2 miliardi e ammesso che non esistono “penali” (nessun grande appalto è stato firmato) e gli accordi bilaterali non prevedono clausole che compensino le spese per i lavori fatti oltre-confine. La strategia sembra insomma la stessa già usata per il via libera al Terzo Valico ligure, bocciato dall’ analisi costi-benefici, che i 5Stelle hanno dovuto ingoiare. L’ escamotage, in quel caso, era stato fornito dagli 1,2 miliardi di penali rilevati dall’ analisi giuridica. La pressione sui 5Stelle per ripetere lo spartito è fortissima. E passa anche dall’ ipotesi strampalata di indire un referendum sul Tav. Ipotesi lanciata da Salvini e su cui la Lega anche ieri ha ribadito il suo favore per bocca del deputato Igor Iezzi (“nessuno abbia paura del popolo”). Una linea che non piace ai 5Stelle. “I referendum meritano rispetto ma quella sul Tav è una battaglia identitaria del Movimento”, ha spiegato il presidente della Camera Roberto Fico. In questa guerra di logoramento, l’ unica certezza è l’ assedio ai 5Stelle. Anche per questo, Toninelli ha deciso di accelerare i tempi e pubblicare i documenti entro fine mese, al più entro metà febbraio. La decisione, insomma, arriverà prima delle Europee. Stamattina la questione Tav verrà affrontata al vertice convocato a Palazzo Chigi tra Giuseppe Conte, Di Maio e Salvini che dovrebbe limare gli ultimi attriti sul decreto per Quota 100 e reddito di cittadinanza. In caso di via libera, finirebbe in un Consiglio dei ministri pomeridiano. Carlo Di Foggia

17/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Tav, «costi di uscita» stimati tra tra 2,3 e 4 miliardi. Foietta: «Costa meno finirla»

Alessandro Arona

Il Commissario uscente: «La linea storica va comunque adeguata, con questo i costi minimi sono 4 miliardi. Per il tunnel l’Italia dovrebbe ancora spendere 2,7 miliardi»

I costi che l’Italia dovrebbe sostenere in caso di stop al progetto della Torino-Lione (tratta internazionale) sarebbero superiori a quelli necessari per realizzare l’opera. L’ha spiegato in audizione alla Camera (commissione Trasporti), numeri alla mano, l’architetto Paolo Foietta, commissario di governo per l’opera, in uscita (è in prorogatio fino al 15 febbraio). I costi “certi” – ha spiegato Foietta – “ammontano a 2.395 milioni, tra restituzione di finanziamenti Ue già spesi o stanziati, spese francesi da restituire (325 milioni), opere di messa in sicurezza dei 30 km di gallerie già scavati (250 milioni). Sono dati ufficiali Telt inviati al governo. Tutto questo senza considerare le penali e gli eventuali contenziosi, che i giuristi del governo stanno stimando, e che andrebbero aggiunti”.
In realtà, spiega Foietta a “Edilizia e Territorio”, Telt stima “costi da uscita” dal progetto Torino-Lione che oscillerebbero da 2,3 a 4,0 miliardi di euro. I costi minimi comprendono la messa in sicurezza delle gallerie già scavate (250 milioni sui 30 km già scavati, ha spiegato Foietta), i finanziamenti Ue già spesi (circa 53o milioni) e anche i soldi già spesi dalla Francia (325 milioni), i contratti con le imprese da onorare (oggi sono in corso d’attuazione appalti per 1,1 miliardi, una parte dei quali andrebbe pagata comunque), e anche un’ipotesi minimale di messa in sicurezza della galleria del Frejus attuale, qualche centinaia di milioni di euro.
Molto aleatoria, di difficile stima, è poi tutta la parte legata ai fondi europei assegnati anche se non ancora erogati (circa 700 milioni), e soprattutto le penali dell’Unione europee, quantificate nel contratto europe 2015 sui finanziamenti Cef tra il 2 e il 10% degli importi concessi in caso di inadempimento contrattuale e soprattutto con blocco dei finanziamenti europei per i 5 anni successivi. Il contenzioso potrebbero aprirlo poi la Francia, per i tre l trattati non rispettati, e anche gli altri paesi del corridoio Barcellona-Lione-Torino-Trieste-Kiev. Tutto questo è comunque di difficile calcolo. Telt – spiega Foietta – prevede una forchetta fino a 4 miliardi.
IL NODO CHIAVE DELLA LINEA STORICA
Il punto chiave – spiega però Foietta – è l’adeguamento della linea storica , quella progettata da Cavour nel 1856.
«Se non facciamo il nuovo tunnel ferroviario – ha detto Foietta in audizione – va comunque adeguata la linea storica, che è totalmente fuori norma sulla sicurezza e sugli standard europei del trasporto merci, e dunque ha già oggi limiti al traffico stringenti (si veda il quaderno 11, da pagina 78). Il Frejus è la peggiore linea di valico italiana esistente, con la quota e la pendenza più elevata. Ha un limite di limite di peso di 650 tonnellate, quando Brennero e Gottardo ne hanno già oggi 2.000 tn. Per interasse fuori norma i treni hanno inoltre il divieto di incrocio in galleria, e presto avranno il divieto di compresenza in galleria».
«Dunque – conclude Foietta – in ogni caso la linea storica va ammodernata, con raddoppio delle canne delle gallerie. A meno che la vogliamo chiudere e allora raddoppiare l’autostrada e il tunnel autostradale, perché comunque le merci cresceranno».
«I nostri tecnici – prosegue – stimano un costo prudenziale di 1,5/1,7 miliardi per l’adeguamento della linea storica. Dunque 2,3/2,4 miliardi (il minimo di Telt senza considerare le penali), più 1,6 miliardi (totale circa 4,0 miliardi), una cifra superiore a quello che ci costerebbe completare il tunnel».
Il costo a carico dell’Italia, ha spiegato infatti Foietta, su un totale della tratta internazionale oggi stimabile in 8,7 miliardi rispetto agli 8,6 del costo certificato 2012, è di 3,0 miliardi, di cui 325 milioni già spesi. Dunque l’Italia dovrebbe ancora spendere 2,67 miliardi per realizzare la tratta internazionale, mentre spenderebbe 4,0 miliardi per fermare l’opera e adeguare la linea storica (più le penali, di incerta quantificazione).
Ai 2,67 miliardi per il tunnel l‘Italia dovrebbe poi aggiungere gli 1,7 miliardi per la tratta Susa-Torinoin tutto 4,37 miliardi, di poco superiori al “costo di uscita”, che però con le penali probabilmente salirebbe oltre. Foietta ha fra l’altro confermato che il progetto per la tratta nazionale da Susa a Torino – già sceso negli ultimi anni da 4,3 a 1,7 miliardi di costo – potrebbe ancora essere soggetto a valutazioni tecniche, per rinviarlo nel tempo e valutare possibili ulteriori miglioramenti.

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17/01/2019 – Il Sole 24 Ore

Palazzo Marino, l’ ora delle poltrone Al rinnovo i cda di 21 partecipate

MILANO
Pubblicato il bando per la ricerca di nuovi consiglieri e presidenti Aperte 54 posizioni. Sea, Arexpo, Fondazione Fiera tra le partite decisive
MILANO Parte la corsa per il rinnovo di partecipate e enti del Comune di Milano. Palazzo Marino ha pubblicato il bando per la ricerca di nuovi consiglieri e presidenti (più revisori di conti e membri del collegio sindacale) per 21 società. Si tratta in tutto di 54 posizioni, di nomina comunale. Ovviamente il bando serve a garantire la trasparenza delle autocandidature, oltre che per mettere in evidenza competenze e esperienza; ma è altrettanto evidente che nel tempo i partiti politici hanno spesso cercato di determinare l’ andamento delle nomine. I giochi sono appena iniziati, e si chiuderanno tra marzo e giugno 2019. Le società di maggior rilievo dove ci si aspettano cambi di scena sono Arexpo, Metropolitana milanese, Sea, Fondazione Fiera Milano, seguite da Milano Ristorazione e Sogemi. Arexpo è la proprietaria dei terreni del dopo Expo, 1,2 milioni di metri quadrati, dove sorgerà la nuova città dell’ Innovazione con un campus universitario, insediamenti di aziende internazionali e un polo scientifico per la ricerca nel settore medico e farmaceutico, oltre ad un nuovo ospedale. Un enorme lavoro e molti investimenti da gestire e controllare insomma, almeno per un decennio. Alla guida di Arexpo dovrebbe rimanere Giuseppe Bonomi, attuale amministratore delegato, e pure il presidente Giovanni Azzone. Il primo verrà confermato dalla Regione Lombardia (con il gradimento del Comune di Milano), e il secondo dal Comune di Milano (con il gradimento della Regione Lombardia). Cambio prevedibile invece per i membri del cda di nomina governativa: Lucia De Cesaris e Marco Simoni vennero scelti dal governo Renzi, ora invece la decisione è nelle mani del Mef di Giovanni Tria. Un ministero che evidentemente ha anime diverse al suo interno, sia quella leghista che quella pentastellata. La continuità societaria è però assicurata da Bonomi. Simoni intanto è presidente dello Human Technopole, quindi rimarrà comunque dentro il progetto complessivo. In Metropolitana Milanese, partecipata che gestisce il settore idrico e le case popolari comunali, esce di scena il presidente Davide Corritore, che ha già fatto due mandati e quindi non può rimanere ancora (anche se in realtà ne ha fatti uno e mezzo). Per lui c’ è chi si augura un futuro come presidente della società aeroportuale di Linate e Malpensa, la Sea, anch’ essa in fase di rinnovo nomine, pur con un amministratore delegato, Armando Brunini, appena nominato e quindi saldamente al comando. Il Comune nomina 5 consiglieri, il socio privato F2i ne nomina due. Cambierà dunque anche il presidente probabilmente, ruolo ricoperto momentaneamente da Michaela Castelli, subentrata a Pietro Modiano, che ha lasciato la società prima della fine del mandato. Scadrà a giugno anche il cda di Fondazione Fiera Milano, composto da 26 persone. Il Comune di Milano ne sceglie tre. Il presidente verrà scelto dalla Regione Lombardia guidata da Attilio Fontana, con il “nulla osta” del Comune di Milano. Il presidente uscente Giovanni Gorno Tempini potrebbe rimanere al suo posto, anche se il suo destino non è certo dal momento che in passato i suoi rapporti con il governatore regionale non sono stati sempre buoni. Fu proprio Gorno Tempini a chiedere a Fontana due anni fa le dimissioni da vicepresidente della Fiera di Milano (società controllata dall’ ente) per motivi di opportunità, dopo che la procura di Milano aveva chiesto il commissariamento della società fieristica a seguito di un’ inchiesta sulle infiltrazioni mafiose. Per quanto riguarda Milano Ristorazione, la volontà è di tornare a 2 consiglieri, un presidente e un dg (non più amministratore unico). © RIPRODUZIONE RISERVATA. Sara Monaci

17/01/2019 – Italia Oggi

Sequestrato un viadotto sulla E45. Rischia di cedere. Ma l’Anas assicura: situazione monitorata

Il provvedimento disposto dalla Procura di Arezzo riguarda la strada statale 3bis Tiberina nel comune di Pieve Santo Stefano (Ar). L’Anas però rassicura: «le ispezioni eseguite periodicamente, in relazione ai quali non sono state rilevate criticità di natura strutturale, saranno forniti alla Procura di Arezzo, al fine di valutare una possibile riapertura dell’opera»
La Procura di Arezzo ha disposto il sequestro preventivo per rischio cedimento del viadotto “Puleto” della E45 (la strada statale 3bis “Tiberina”), nel Comune di Pieve Santo Stefano (Arezzo). A seguito del provvedimento, l’Anas dal pomeriggio darà avvio alle operazioni di chiusura della strada statale, in entrambe le direzioni, tra gli svincoli di Canili e Valsavignone, in corrispondenza del confine tra le province di Arezzo e Forlì-Cesena. In una nota l’Anas spiega di stare “già fornendo in queste ore ai periti della Procura tutti gli elementi conoscitivi tecnici sul viadotto Puleto, per rappresentare al meglio le condizioni dell`infrastruttura e i lavori di manutenzione già avviati a dicembre, al fine di consentire una veloce riapertura al traffico ed evitare gravi disagi alla circolazione”. Per quanto riguarda i percorsi alternativi sono in corso approfondimenti presso le sedi prefettizie interessate. “Anas è fortemente impegnata a informare gli utenti con tutti i canali disponibili in coordinamento con le Autorità competenti, al fine di contenere i disagi”, conclude l’azienda.

Con una nota inviata in serata, l’Anas chiarisce che la situazione è sotto controllo. «In riferimento al viadotto “Puleto” della E45, Anas (Gruppo Fs Italiane) precisa che tale opera era sotto monitoraggio da tempo da parte dei suoi tecnici e che le indagini e gli studi effettuati sull’opera e le ispezioni eseguite periodicamente, in relazione ai quali non sono state rilevate criticità di natura strutturale, saranno forniti alla Procura di Arezzo, al fine di valutare una possibile riapertura dell’opera, eventualmente con limitazioni al traffico», si legge. «Il viadotto “Puleto” è un ponte a cinque campate per circa 200 metri totali e, come rilevato già da tempo da Anas nel corso di uno specifico studio strutturale, condotto con ispezioni in situ, approfondimenti di calcolo e l’esecuzione di indagini sui materiali costituenti l’opera, presenta alcuni ammaloramenti nel sistema di appoggio, nei giunti e nei cordoli laterali e un degrado superficiale sulle pile e le spalle, con scopertura in alcune zone dei copriferri e l’ossidazione dei ferri di armatura, che tuttavia non pregiudicano la transitabilità del viadotto. Allo scopo di  ripristinare gli elementi strutturali ammalorati, Anas nei mesi scorsi ha progettato e appaltato un intervento di manutenzione straordinaria per l’adeguamento sismico e strutturale del viadotto del valore complessivo di circa 2,5 milioni di euro, nell’ambito del piano di riqualificazione della E45 attualmente in corso di realizzazione. L’intervento di manutenzione del viadotto Puleto riguarda, in particolare, il risanamento del calcestruzzo, il miglioramento sismico dell’opera, il rifacimento dei giunti, il rifacimento dei cordoli e l’ammodernamento delle barriere laterali di sicurezza. I lavori sono stati consegnati a dicembre e le attività di cantierizzazione per l’avvio dei lavori sono già in corso. Nella prima fase gli interventi riguardano il risanamento superficiale del calcestruzzo nella parte bassa dell’opera, al fine di non causare eccessive interferenze al traffico sulla E45 durante il periodo invernale. Dopo l’inverno è previsto l’avvio e il completamento delle altre lavorazioni. L’intervento sul viadotto Puleto rientra nel piano di riqualificazione dell’itinerario E45-E55 Orte-Mestre, avviato da Anas negli ultimi tre anni per un investimento complessivo di 1,6 miliardi di euro. Si tratta del più importante investimento mai destinato a questa infrastruttura. Nel solo tratto toscano in provincia di Arezzo sono in corso o in fase di avvio lavori per un valore complessivo di oltre 50 milioni di euro che si aggiungono a quelli eseguiti negli ultimi anni su 11 viadotti per complessivi 5 km circa, che hanno quasi sempre riguardato anche l’ammodernamento delle barriere laterali di sicurezza, mentre lungo l’intero tratto toscano sono stati adeguati circa 18 km di barriera spartitraffico. Anas precisa infine che tutti i ponti e viadotti della sua rete sono oggetto di procedure standardizzate di controllo che prevedono ispezioni trimestrali da parte del personale di esercizio e un’ispezione tecnica annuale più approfondita, oltre alla normale sorveglianza quotidiana garantita dal personale su strada. Sulla base di questo processo continuo di ispezioni e controlli viene programmato il piano di interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

17/01/2019 – Italia Oggi

Ance: no al dietrofront sull’obbligo di gara

Il presidente dei costruttori, Gabriele Buia, ha espresso perplessità per l’emendamento presentato dalla maggioranza al decreto semplificazioni

I costruttori dell’Ance bocciano la revisione degli appalti in house dei concessionari, contenuta in un emendamento al decreto legge semplificazioni all’esame del senato. L’emendamento della maggioranza propone di concedere ai concessionari la possibilità di realizzare senza gara tutti gli appalti «eseguiti in proprio». Oggi invece i concessionari sono tenuti ad affidare con gara almeno l’80% degli appalti (60% nel caso delle società di gestione autostradale).

“Non possiamo accettare che passi una norma che lede fortemente i principi comunitari e che viola ogni regola di trasparenza e concorrenza”, ha dichiarato il presidente dell`Ance, Gabriele Buia, preoccupato per gli effetti distorsivi sul mercato che un emendamento del genere potrebbe avere se fosse approvato dal Parlamento. La norma, prosegue l’Ance, appare infatti del tutto in contrasto con i principi europei “che impongono a chi ha preso concessioni senza gara di mettere sul mercato il 100% dei lavori”.

“L`Ance si è sempre battuta in questi anni contro ogni arretramento sulla concorrenza che più di una volta nel nostro Paese è stato perpetrato a danno dei cittadini e delle imprese”, ha aggiunto il presidente dei costruttori che si è detto sorpreso che “la maggioranza possa sostenere una misura come questa che appare del tutto in contrasto con l`orientamento finora assunto dal Governo nei confronti delle concessioni autostradali”. “L`auspicio è dunque che si tratti semplicemente di una formulazione sbagliata e che l`emendamento venga al più presto ritirato”, ha concluso Buia. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

17/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Costruzioni, il Mise annuncia l’apertura di un tavolo di crisi a inizio febbraio

A.A.

Il vice-capo di gabinetto Sorial: «Mise, Mit, associazioni di settore e sindacati insieme per esaminare le soluzioni da mettere in campo»

Tavolo di crisi sulle costruzioni, come chiesto dai sindacati dell’edilizia la scorsa settimana. Il vice capo di gabinetto del ministero dello Sviluppo Giorgio Sorial ha annunciato che «all’inizio del prossimo mese di febbraio verrà insediato un tavolo di settore a cui prenderanno parte anche il Ministero delle Infrastrutture e il Ministero del Lavoro che, insieme a sindacati e associazioni di settore, potrà esaminare le possibili soluzioni da mettere in campo».
Un comunicato del Mise conferma – come anticipato da Radiocor Plus – si è tenuto oggi il tavolo di crisi sulla Cmc di Ravenna, presieduto dal vice capo di gabinetto Giorgio Sorial, a cui hanno preso parte i rappresentanti del Mit, l’azienda, i commissari straordinari nominati dal Tribunale e le organizzazioni sindacali. «Nel corso della riunione – spiega la nota – l’azienda ha informato che, nell’ambito della procedura di concordato preventivo, è in corso di elaborazione il piano industriale che punterà sulla continuità delle attività nella maggior parte dei cantieri presenti in Italia e all’estero. In merito ai cantieri presenti in Sicilia è stato assicurato che l’intenzione dell’azienda è quella di trovare soluzione condivise per la salvaguardia sia dei cantieri sia dei lavoratori. È stato inoltre annunciato che entro il mese di gennaio si procederà al pagamento degli stipendi di dicembre ai lavoratori della Cmc». Il Ministero «è impegnato a facilitare l’apertura di un tavolo tecnico di confronto tra azienda e Anas per valutare possibili soluzioni per sbloccare il pagamento di crediti maturati dall’azienda». © RIPRODUZIONE RISERVATA

17/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Anac: illegittimo il bando che separa i costi della manodopera dall’importo soggetto a ribasso

Mauro Salerno

Sbagliato considerare «il costo della manodopera quale importo certo ed invariabile, prefissato dalla stazione appaltante»

Non è regolare il bando di gara che separa il costo della manodopera dall’importo del contratto suscettibile di ribasso.È la conclusione a cui arriva l’Anac, rispondendo alla richiesta di un parere di precontenzioso.

Al centro della questione l’operato di una stazione appaltante che ha deciso di indicare nel bando l’importo del costo della manodopera come importo scorporato e non soggetto al ribasso (come gli oneri di sicurezza). In questo modo le imprese partecipanti si erano sentite libere di non indicare nelle singole la stima del proprio costo della manodopera (e i documenti di gara non prevedevano di fatto quest’obbligo), tranne una che per questo motivo ha contestato la scelta dell’ente di non escludere tutti gli altri concorrenti.

Nel parere l’Anac si sofferma sulla scelta della stazione appaltante di indicare i costi della manodopera come costo non ribassabile. L’Autorità boccia questa impostazione. Innanzitutto pr l’Anac è sbagliato considerare «il costo della manodopera quale importo certo ed invariabile, prefissato dalla stazione appaltante», perché norme e giurisprudenza prevedono che o «nulla vieta di formulare un’offerta con costi della manodopera inferiori a quelli indicati nelle tabelle ministeriali (sulla base delle quali la stazione appaltante costruisce il quadro economico dell’appalto), sia pure nel rispetto dei minimi salariali e degli obblighi contributivi e fatta salva la verifica di congruità della stazione appaltante».

Allo stesso modo, si legge ancora nel parere «non è corretto che il costo della manodopera venga scorporato dall’importo assoggettato a ribasso» perché il codice appalti «indica soltanto gli oneri per la sicurezza quali importi da scorporare dall’importo soggetto a ribasso». Nel sistema delineato dal nuovo codice, si legge ancora « il costo del lavoro, da costo incomprimibile da non assoggettare al mercato, è divenuto componente dell’offerta soggetta a verifica di congruità. Pertanto, l’esclusione ex ante dal ribasso dell’importo del costo del lavoro, previamente determinato dall’amministrazione, collide con il principio di libera concorrenza».

Nel caso esaminato dall’Autorità, dunque, «la stazione appaltante ha operato nella presunzione che tutti i concorrenti che non hanno indicato i propri costi della manodopera facessero propria la stima indicata nei documenti di gara, senza peraltro avere la prova che ciò sia avvenuto effettivamente e comunque operando una forzatura delle norme».

Per completezza va detto anche che il parere censura anche l’operato dell’impresa che aveva indicato con la propria offerta soltanto il valore orario del costo della manodopera applicabile per ciascuna qualifica di lavoratore, senza indicare un importo complessivo. Comportamento bocciato perché, conclude Cantone, «il concorrente deve indicare in offerta deve dare evidenza delle unità di personale da impiegare, delle relative qualifiche, nonché delle retribuzioni previste dal Ccnl di riferimento» © RIPRODUZIONE RISERVATA

17/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Appalti, «Spazzacorrotti» in Gazzetta: giro di vite sui reati contro la Pa

Giovanni Negri

Decreto in Gazzetta. L’asse portante è il nutrito pacchetto di misure di repressione dei reati contro la Pa, con il divieto di contrattare con il settore pubblico

Alla fine, dopo la firma del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al quale un vasto consesso di penalisti aveva chiesto un attento esame di sostenibilità costituzionale, approda in «Gazzetta» la legge (la n. 3 del 2019) con le misure anticorruzione, la riforma della prescrizione e le modifiche alla disciplina del finanziamento ai partiti. Tutte le misure entreranno in vigore tra 15 giorni, con l’eccezione di quella che blocca il decorso della prescrizione all’altezza della pronuncia di primo grado, sia essa di condanna o di assoluzione. Partirà infatti dall’anno prossimo (ma gli effetti si dispiegheranno solo negli anni successivi), per effetto dell’accordo politico tra Lega e 5 Stelle, che vincola la riforma all’introduzione di un pacchetto di misure che dia tempi certi al processo penale.
Quanto al pacchetto dedicato ai reati contro la pubblica amministrazione, architrave dell’intervento è l’ormai, a suo modo proverbiale, Daspo a vita, dove tecnicamente si intende soprattutto l’integrazione del catalogo dei reati alla cui condanna consegue l’incapacità di contrattare con il settore pubblico. Ai reati già previsti dal Codice penale sono aggiunti: il peculato, escluso quello d’uso; la corruzione in atti giudiziari; il traffico di influenze illecite. In parallelo va però letta la disciplina, sul punto, della riabilitazione sulle pene accessorie. Rispetto alla versione iniziale del testo, approvata dal Consiglio dei ministri, i lavori parlamentari hanno abbassato da 12 a sette anni il termine trascorso il quale, in caso di buona condotta, si produce l’effetto di cancellazione delle pene perpetue: il condannato a pena perpetua potrà chiedere la riabilitazione, come oggi, decorsi almeno tre anni dalla data in cui la pena principale è stata eseguita, ma dovrà attenderne altri sette per l’estinzione della pena accessoria perpetua, senza poter contare sulla scorciatoia oggi rappresentata dal buon esito dell’affidamento in prova ai servizi sociali.
Inasprite poi anche le sanzioni per la corruzione impropria che passa dalla forchetta uno-sei anni a quella tre-otto; come pure sale il massimo della reclusione per l’appropriazione indebita, da tre a cinque anni. Sempre sul piano del diritto penale sostanziale, si rafforza il reato di traffico di influenze indebite, cancellando la fattispecie concorrente, e di non facilissimo coordinamento neppure dalla giurisprudenza, del millantato credito.L’attività d’indagine, oltre che dall’agente sotto copertura, sarà poi facilitata dall’utilizzo dei trojan horses per i reati con pena non inferiore nel massimo a cinque anni. Una spinta ai “pentiti” è, nelle intenzioni, quella che dovrebbe arrivare dall’introduzione di una causa speciale di non punibilità per chi si autodenuncia e collabora con l’autorità giudiziaria. Per l’applicazione della causa di non punibilità occorre però anche che l’interessato sveli la commissione del fatto prima di avere notizia che nei suoi confronti sono state svolte indagini e, comunque, entro quattro mesi dalla commissione del fatto stesso.
Anche in questo caso, è significativa una lettura parallela con le modifiche che sono state introdotte nell’ordinamento penitenziario che prevedono il divieto accesso ai benefici penitenziari, comprese le misure alternative alla detenzione, per gli autori dei più gravi reati contro la pubblica amministrazione. Modificata anche la disciplina della responsabilità amministrativa delle imprese: nel decreto 231, a rimpolpare il catalogo dei reati presupposto arriva il traffico di influenze illecite. Si inasprisce la disciplina delle sanzioni interdittive in caso di condanna per concussione e alcune ipotesi di corruzione, aumentandone la durata in una misura (fino a sette anni, se l’illecito è commesso da soggetti in posizione apicale). Anche in questo caso, però, in sintonia con quanto previsto per le persone fisiche, anche le imprese potranno ottenere un sconto sulla durata delle sanzioni in caso di collaborazione con le autorità investigative.

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