Rassegna stampa 15 gennaio 2019

15/01/2019 – Il Giornale

Appalti puliti cantieri chiusi

Per gli addetti ai lavori è semplicemente il Codice degli appalti: la raccolta delle norme da seguire in materia di contratti pubblici, il testo che detta le regole di un settore che nel 2017 valeva 140 miliardi di euro. Un documento a cui è legata una bella fetta di economia italiana, ma che è diventato anche l’ esempio di un corto circuito istituzionale con pochi uguali perfino nel malandato Belpaese. Per rendersene conto basta passare in rassegna la sua storia: l’ approvazione è del 2016, ma pochi mesi dopo deve intervenire un decreto per correggere decine e decine di errori materiali contenuti nei vari articoli. Nel 2017, un anno dopo il varo, un altro decreto «correttivo», questa volta più sostanziale, e alla fine sono più della metà le disposizioni che finiscono in qualche modo per cambiare. A questo punto, tutto a posto? Macché. Uno dei primi atti della legislatura iniziata nel 2018 è il via a una serie di audizioni parlamentari per avviare la riforma della riforma. «Il Codice ha fallito, è troppo complicato, farraginoso, così non (…) (…) si può andare avanti», dicono praticamente tutte le associazioni professionali coinvolte. Le nuove norme sono così diventate l’ esemplificazione concreta di un vecchio adagio: i posti di lavoro non si creano per legge, ma per legge si possono distruggere. Nelle intenzioni si ispiravano a criteri di flessibilità e trasparenza, ma hanno avuto l’ effetto di contribuire a una frenata dei contratti pubblici, gettando sale sulle ferite di chi sugli appalti vive. In prima fila le imprese di costruzioni che negli ultimi 10 anni hanno vissuto una vera e propria Caporetto: 500mila posti di lavoro persi, 120mila aziende fuori mercato, più della metà dei grandi gruppi in fallimento o in conclamata crisi finanziaria. Sulla catastrofe del settore ha pesato soprattutto la crisi della finanza pubblica con una riduzione degli investimenti nell’ ultimo decennio superiore al 50% (in questo campo il governo del cambiamento non ha cambiato proprio nulla: erano attese nuove risorse per 3,5 miliardi, alla fine sono arrivati solo 550 milioni). Ma nell’ ultimo paio d’ anni anche il Codice degli appalti, secondo i molti detrattori, ha fatto la sua parte. «BULIMIA» LEGALE La spinta verso un intervento legislativo organico nel campo dei contratti pubblici è nata dalla necessità di recepire nella legislazione italiana una serie di direttive europee. Ma non ci si è fermati qui. «I provvedimenti di Bruxelles stabiliscono principi generali», spiega Ginevra Bruzzone, vice direttore generale di Assonime, l’ associazione delle società per azioni. «Ma da noi, dove spesso i comportamenti degli amministratori o delle imprese lasciano a desiderare, l’ approccio è quello dell’ iper-regolazione, si vuole prevedere e regolare tutto». Di «bulimia normativa» parla Vittorio Barosio, avvocato e docente universitario, un atteggiamento motivato dal fatto che «il legislatore non si fida della pubblica amministrazione, considerata, non a torto, inaffidabile e incompetente». Il risultato è che nel nuovo codice si sono fissate regole così stringenti da risultare paralizzanti e in qualche caso perfino in contrasto con la stessa normativa europea che si voleva attuare. Un esempio è quello dei subappalti, sottoposti a una serie rigidissima di paletti: bisogna tra l’ altro indicare in sede di gara una terna di imprese a cui si potranno affidare in un secondo tempo i lavori. «E mi starebbe anche bene se si parlasse di procedure che durano settimane», spiega Edoardo Bianchi, vice presidente dell’ Ance, associazione dei costruttori. «Ma qui si parla di anni. Che cosa ne so io che cosa succederà sul mercato tra 24 mesi?». Un’ altra novità è l’ introduzione del principio della soft law. Di solito dopo l’ approvazione di una norma con valore di legge, un regolamento amministrativo si occupa di definire i dettagli. In questo caso si sono voluti affiancare ai provvedimenti ministeriali le linee guida dell’ Anac, l’ Autorità anti-corruzione guidata da Raffaele Cantone, che è anche autorità dei contratti pubblici. Nelle intenzioni si opponeva la rigidità del regolamento alla flessibilità delle linee guida, in grado di fare da riferimento per la pubblica amministrazione che conservava la sua, in molti casi opportuna, discrezionalità. «La novità, però, ha aumentato la produzione normativa e introdotto una complicazione ulteriore», spiega l’ avvocato Barosio. «Le linee guida sono regolatorie e cioè vincolanti, o semplicemente esplicative. Ma alla fine la distinzione non è chiara e alimenta la confusione». DECRETI IN RITARDO In termini quantitativi l’ Anac ha fatto il suo dovere, tenendo conto anche del fatto che dopo il decreto «correttivo» del 2017 alcune linee-guida già emanate hanno avuto bisogno di una correzione: delle 10 linee-guida obbligatorie sette sono già stati pubblicate. Tutt’ altro discorso vale, invece, per i compiti affidati alla burocrazia ministeriale. Nel complesso erano previsti 62 provvedimenti, ma solo un terzo circa ha visto fino ad ora la luce. «Mancano ancora misure fondamentali come la cosiddetta qualificazione delle stazioni appaltanti», dice Andrea Mascolini, direttore generale dell’ Oice, l’ associazione delle società di ingegneria. La novità era considerata una delle più importanti del nuovo codice: quelle che i tecnici chiamano stazioni appaltanti sono gli enti pubblici autorizzati a avviare delle gare pubbliche; tenendo conto di tutto (dalle Asl fino ai piccoli comuni), in Italia ce ne sono più di 30mila. Il Codice prevede una serie di criteri per fare in modo che dimensioni e caratteristiche dell’ ente pubblico determinino il tipo di gare che questo può avviare. Per capirsi: un piccolo comune in cui l’ ufficio tecnico è formato da un paio di geometri non dovrebbe assegnare appalti per milioni, visto che gli mancano le capacità per gestire adeguatamente procedure di questo tipo, e deve fare riferimento a enti più strutturati in termini di competenze e organizzazione. Principio sacrosanto che, però, si è inabissato nei corridoi ministeriali. E anche questo dà la misura delle resistenze della burocrazia alle nuove regole: gli appalti, dai piccoli ai grandi, sono soldi e potere. SENZA RETE «L’ errore principale del Codice è stato però quello di non aver previsto una disciplina transitoria», aggiunge Mascolini. Nel 2016 gli uffici pubblici hanno dovuto, subito e senza rete, adeguarsi alle nuove regole, che prevedevano, tra l’ altro, che la gara non potesse effettuarsi più sulla base del progetto definitivo, ma su quello esecutivo (la fase ulteriore, quella immediatamente precedente all’ apertura del cantiere). Il rallentamento nelle aggiudicazioni è stato brusco. Anche se già per il primo semestre del 2018 una ricerca Cresme-Anac segnalava che per gli appalti superiori al milione di euro la crescita è stata del 43% in numero e del 75% in valore (dai 6,1 miliardi del primo semestre 2017 ai 10,1 dell’ anno scorso). Ma secondo gli esperti non basta. I provvedimenti in discussione in questi giorni, compreso quello già approvato in sede di legge di bilancio, che alza da 40mila a 150mila euro la soglia degli appalti assegnabili senza gara, hanno come obiettivo quello di rimettere in moto il settore. Una riforma del Codice era stata annunciata dal vice premier Salvini per il mese di novembre, poi tutto è slittato, anche se qualche misura dovrebbe essere inserita nel cosiddetto decreto semplificazioni. IL GIRO RICOMINCIA Ma pure la riforma porta con sé alcuni rischi: quello di ricominciare da zero, ripetendo l’ errore del 2016, se le modifiche saranno troppo radicali e non graduate nel tempo; e, soprattutto, quello di buttare il bambino con l’ acqua sporca. I costruttori spingono per esempio, per la reintroduzione dell’ appalto integrato, in cui in gara vengono assegnati insieme progetto esecutivo e lavori. Ma proprio la fase del progetto esecutivo è stata quella in cui spesso, attraverso le ormai famigerate «varianti», le imprese hanno cercato di rientrare dai ribassi a cui erano state costrette per ottenere l’ appalto, facendo lievitare l’ ammontare complessivo dei lavori. In discussione c’ è anche la reintroduzione di un istituto tra i più controversi: l’ incentivo del 2% sull’ importo dei lavori ai dipendenti pubblici che svolgono in proprio la progettazione. Tra i progetti, quanto meno della Lega, c’ è anche il ridimensionamento dell’ Anac con le sue linee-guida e il ritorno ai tradizionali regolamenti. Bisognerà vedere che cosa ne pensano i grillini. Angelo Allegri © RIPRODUZIONE RISERVATA.

15/01/2019 – Il Sole 24 Ore
Subappalti, semplificazione in arrivo

Riforma del codice. Le Pa non saranno più obbligate a prevedere l’ indicazione di una «terna» delle imprese in gara Autostrade. Tra gli emendamenti convergenti Lega-M5S quello che elimina il tetto del 20% ai lavori in proprio dei concessionari
ROMA Subappalto semplificato per le imprese senza più l’ obbligo di indicare già in gara la terna dei possibili subappaltatori. Robusto sconto ai concessionari autostradali e di lavori pubblici che non dovranno più limitare al 20% i lavori realizzati «in proprio». Possibilità per le amministrazioni di appaltare tutti i lavori di manutenzione ordinaria sulla base di un progetto definitivo, in modo da rendere più celeri gli affidamenti. Semplificazioni delle procedure di approvazione di convenzioni e programmi da parte del Cipe. Aggiustamento dei meccanismi di esclusione automatica delle offerte anomale con l’ eliminazione dal calcolo della media delle punte di ribasso maggiore e minore: in questo modo si ridurrà ulteriormente l’ impatto sulla gara delle offerte più distanti dalla media. Sono queste le principali misure del primo pacchetto di correzioni al codice degli appalti condivise dalle due forze di maggioranza Lega e M5S: sono emendamenti al decreto semplificazioni, all’ esame delle commissioni Affari costituzionali e Lavori pubblici del Senato. Correzioni attese soprattutto dalle imprese che chiedono di semplificare le regole del codice. Dopo le deroghe inserite nella legge di bilancio alle procedure di gara per le opere fino a 350mila opere, a Palazzo Madama dovrebbe passare il primo restyling del codice che riguarda per ora una decina di norme. Le convergenze Lega-M5s si ricavano dai due emendamenti principali presentati dai due gruppi all’ articolo 5 del decreto legge: quello del Carroccio con prima firmataria Antonella Faggi e quello grillino che porta anche la firma del capogruppo Stefano Patuanelli. Ci sono poi anche altri emendamenti presentati dai due gruppi indipendentemente, che andranno verificati durante le votazioni (al via da oggi) per capire se potranno avere o meno il sostegno della maggioranza. Farà discutere certamente la proposta leghista (primo firmatario Claudio Barbaro) sulla società «Sport e salute», voluta dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti per sostituire Coniservizi e gestire gran parte dei fondi attribuiti al Coni. Se passasse l’ emendamento Barbaro alla spa sarebbe attribuito la qualifica di centrale di committenza e potrebbe gestire gli appalti per conto delle amministrazioni aggiudicatrici o degli enti aggiudicatori operanti nel settore dello sport. Una megacentrale degli appalti sportivi che completerebbe il disegno egemonico già lanciato nei mesi scorsi. Gli emendamenti presentati potrebbero ora essere sottoposti a limature e riformulazioni del governo e dei relatori. Per le norme su cui c’ è convergenza, tuttavia, si dovrebbe andare avanti. Sembra escluso invece che in questa fase il governo possa presentare propri emendamenti per allargare il perimetro della riforma del codice. Anche il nodo di un ridimensionamento dei poteri dell’ Autorità anticorruzione e del ritorno al regolamento generale in sostituzione dellelinee guida, che è contenuto nel disegno di legge delega approvato un mese fa (e mai approdato in Parlamento), arriverà in una fase successiva. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giorgio Santilli

 

15/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Dl Semplificazioni/1. Subappalti senza terna e gare sul prezzo fino a 5,5 milioni

Mauro Salerno

Nell’emendamento firmato dal capogruppo dei Cinque Stelle Patuanelli anche il superamento del sistema 80-20 per gli appalti dei concessionari

Far salire da 2 a 5,5 milioni (soglia Ue) il tetto massimo per aggiudicare i lavori pubblici tenendo conto solo del prezzo, applicando il metodo antiturbativa. È l’obiettivo di uno degli emendamenti presentati dalla maggioranza al decreto Semplificazioni che oggi riprende il suo cammino al Senato. L’emendamento, firmato tra gli altri dal capogruppo del Movimento Cinque Stelle a Palazzo Madama Stefano Patuanelli, mira a introdurre diverse altre novità al codice degli appalti tra cui la cancellazione dell’obbligo di indicare la terna dei subappaltatori con l’offerta, il superamento del «sistema 80-20» per gli appalti dei concessionari e la messa a regime della possibilità di appaltare i lavori di manutenzione ordinaria su progetto definitivo.  Nell’emendamento compare anche la “stretta” sull’innalzamento (da 40mila a 150mila euro) della soglia per gli affidamenti diretti, di cui abbiamo dato conto ieri.

Aggiudicazione lavori solo sul prezzo fino a 5,5 milioni
Una delle misure chiave dell’emendamento è l’innalzamento della soglia per l’aggiudicazione dei lavori pubblici sulla base del semplice prezzo offerto dalle imprese, senza tenere conto di elementi di qualità. La proposta – sposata sia dai costruttori che dai Comuni – mira a snellire molto le procedure di gara tentando di aumentare gli automatismi che in teoria permetterebbero di arrivare all’aggiudicazione delle gare nel giro di poche ore. Per evitare che l’addio all’offerta economicamente più vantaggiosa sotto le soglie Ue – le direttive di Bruxelles spingono nella direzione opposta – comporti un ritorno generalizzato alle aggiudicazioni al massimo ribasso, l’emendamento propone di applicare in questo caso la procedura che permette di escludere in modo automatico le offerte con sconti eccessivi («anomale») e di utilizzare anche il metodo antiturbativa che permette di sorteggiare all’ultimo momento l’algoritmo di valutazione delle proposte economiche. La possibilità di limitarsi a valutare le offerte solo sul prezzo inoltre sarebbe limitata alle gare bandite con il massimo di pubblicità (procedure ordinarie) e sulla base di un progetto esecutivo.
Oltre a questa norma l’emendamento si porta dietro anche una serie di correzioni ai meccanismi di calcolo delle medie tra le punte di ribasso massimo e minimo.

Via la terna dei subappaltatori
L’emendamento cancella l’obbligo di nominare con l’offerta tre subappaltatori idonei, eliminando la norma (articolo 105, comma 6) del codice che ha inserito questo vincolo, contestato fin dall’inizio da imprese e stazioni appaltanti.

Addio sistema 80-20 sugli appalti dei concessionari
La maggioranza punta anche a superare il nuovo sistema di calcolo che impone ai concessionari di affidare con gara almeno l’80 degli appalti. Questa percentuale, che all’inizio avrebbe dovuto essere applicata anche ai concessionari autostradali, per questi ultimi è poi stata riportata al tetto del 60% (allora già in vigore allo stesso livello) dalla Finanziaria 2018. Ora l’emendamento firmato dai Cinque Stelle propone di azzerare tutto e di concedere ai vecchi concessionari la possibilità di realizzare senza gara solo gli appalti «eseguiti in proprio».

Niente Dgue sottosoglia nei mercati elettronici
Tra le proposte merita anche una menzione l’idea di sostituire il Dgue, cioè il documento di matrice europea con cui le imprese dichiarano il possesso dei requisiti, con un «formulario standard». Questa possibilità sarebbe concessa «ai soggetti che gestiscono mercati elettronici» o sistemi dinamici di acquisizione delle offerte e sarebbe utilizzabile solo per gli appalti di importo inferiore alle soglie europee, per evitare obiezioni da parte di Bruxelles. © RIPRODUZIONE RISERVATA

15/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Congruità offerta, se la voce di costo è «rilevante» va spiegata bene

Massimo Frontera

Il Tar Lombardia ha annullato l’aggiudicazione di un appalto la cui offerta è stata ritenuta congrua in base a giustificazioni «generiche e vaghe»

Un operatore economico con un forte potere contrattuale nei confronti dei propri fornitori di materie prime può approvvigionarsi a prezzi particolarmente vantaggiosi, ottenendo di partecipare ad appalti pubblici con offerte particolarmente competitive. Tuttavia, in questo caso, l’operatore deve giustificare nel dettaglio i costi sui quali si fonda il vantaggio economico, pena l’illegittimità dell’aggiudicazione, a causa di «giustificazioni molto generiche e vaghe su voci di costo rilevanti ai fini dell’esecuzione dell’appalto».
Il principio viene affermato dai giudici del tar Lombardia, nel contenzioso sorto sulla gara bandita dalla centrale acquisti regionale (Arca) per conto del Policlinico San Matto di Pavia. L’appalto riguardava un accordo quadro per il servizio di ristorazione e servizi connessi. La gara è stata aggiudicata a un operatore economico (Rti Sarca) sulla base di un’offerta molto competitiva, considerata congrua dalla stazione appaltante. Tuttavia, l’aggiudicazione è stata impugnata da un altro operatore (Dussmann) che ha segnalato vari profili di presunta illegittimità. Uno solo di questi motivi è stato ritenuto fondato dai giudici del Tar Lombardia (Sezione IV) ma è stato sufficiente a decretare l’annullamento della gara, con la pronuncia n.53/2019 pubblicata ieri.
Dalla sentenza si apprende che «in sede di verifica di congruità della propria offerta il RTI Sarca si è limitato ad affermare, in relazione ai costi delle derrate alimentari e degli investimenti, di vantare condizioni eccezionalmente favorevoli ai sensi dell’articolo 87, comma 2, lettera c), D.Lgs. 163/2006 in ragione degli importanti volumi di acquisto realizzati e delle realizzazioni già eseguite in altri appalti». Alla stazione appaltante queste spiegazioni sono bastate: «La commissione di gara – si legge infatti nella sentenza del Tar – nella seduta dell’ 8.05.2018 ha reputato le giustificazioni presentate “adeguate ed esaustive”, ritenendo così l’offerta complessivamente congrua».
Secondo i giudici la valutazione è stata invece superficiale. «Ad avviso del Collegio – affermano i giudici amministrativi – si tratta invece all’evidenza di giustificazioni assolutamente generiche, prive di effettivo contenuto e meramente riproduttive di formule di stile impiegate da tutti gli operatori economici di grandi dimensioni, i quali notoriamente ottengono prezzi favorevoli dai propri fornitori. In questo senso, però, anche la società ricorrente è un primario operatore nel settore della ristorazione collettiva, per cui è indubbio che il mero e generico richiamo alla propria importante posizione di mercato non vale di per sé a giustificare i costi indicati dall’aggiudicatario per svolgere l’appalto».
LA PRONUNCIA DEL TAR LOMBARDIA
Prosegue la sentenza: «A fronte della genericità delle giustificazioni su due voci di costo dell’appalto (derrate alimentari e investimenti) che incidono – secondo quanto affermato dallo stesso RTI offerente – per oltre il 35% sui costi totali, la Fondazione IRCCS si è limitata ad un acritico recepimento, senza alcun necessario approfondimento istruttorio. Ora, il Collegio non ignora certo il prevalente e condivisibile indirizzo giurisprudenziale in materia di verifica di anomalia delle offerte, secondo cui da una parte il giudizio della stazione appaltante è espressione di discrezionalità tecnica dell’Amministrazione e dall’altra l’offerta deve essere valutata nel suo complesso, senza parcellizzazione delle singole voci». «Nondimeno – concludono i giudici arrivando al cuore della questione – nel caso di specie, a fronte di giustificazioni molto generiche e vaghe su voci di costo rilevanti ai fini dell’esecuzione dell’appalto di ristorazione, risulta illegittima, per difetto di motivazione e di istruttoria, la determinazione della Fondazione Irccs che in maniera apodittica reputa l’offerta complessivamente congrua». © RIPRODUZIONE RISERVATA

15/01/2019 – Il Sole 24 Ore
Cantieri ancora fermi ma ripartono i bandi:+25%

DATI CRESME 2018
Il codice varato nel 2015 funziona a pezzi, ma resta largamente inattuato
ROMA Continua la fase di espansione degli appalti «di carta», mentre i cantieri sono ancora fermi. Il governo ha confermato nell’ aggiornamento del Def l’ ennesima riduzione della spesa in investimenti pubblici per il 2018 (a dispetto delle previsioni di crescita fatte fino a maggio dal precedente governo), ma l’ anno appena concluso ha fatto registrare un boom dei bandi di gara delle stazioni appaltanti, con un incremento del 25% per importo rispetto al 2017: 29,7 miliardi contro 23,7. A diffondere questi dati è stato ieri il Cresme, istituto di ricerca del mondo dell’ edilizia. Il mese di dicembre ha segnato un risultato mensile storico, sono stati pubblicati 3.140 bandi per 6,7 miliardi di euro, quasi il doppio di quanto messo in gara nel dicembre 2017. Crescono tutte le classi dimensionali di opere bandite, con l’ eccezione di quella più grandi, sopra i 50 milioni (-4,7%), mentre il picco è raggiunto con le opere medio-alte fra 15 e 50 milioni di euro che hanno registrato una crescita del 74%. Anche sul piano territoriale, l’ incremento dei bandi di gara è generalizzata: 20,8% nel nord-ovest, 30,3% nel nord-est, 55,6% al centro, 85,5% al sud, 25,6% nelle isole. La crescita delle procedure di gara si riflette sul trend delle aggiudicazioni, pure in forte ascesa: si è passati da 14 miliardi del 2017 a 17,2 miliardi del 2018, con un +23%. A spingere più forte sono stati i mercati più tradizionali e in particolare gli appalti di sola esecuzione (+113%) che fanno largamente ricorso al criterio del massimo ribasso e quindi scontano meno le difficoltà collegate alla composizione delle commissioni aggiudicatrici. I grandi enti di spesa hanno registrato tutti picchi alti di crescita delle aggiudicazioni: +97% i comuni, +162% le Fs, +115% le concessionarie autostradali. Unico grande committente ancora fermo è l’ Anas (-2,3%). Un segnale che fa ben sperare per una ripresa effettiva della spesa nel 2019. Restano tuttavia numerosi problemi irrisolti a bloccare la cinghia di trasmissione fra l’ aggiudicazione e l’ apertura dei cantieri, a partire dal fenomeno dei ricorsi successivi all’ aggiudicazione, per non parlare dell’ ampia verifica del governo su numerose opere in corso. Quanto al codice degli appalti, che è stato il motivo principale del blocco nei tre anni passati, è presto per dire se la crisi sia finita. Le resistenze delle amministrazioni restano forti e sembra piuttosto che le regole abbiano preso a funzionare a pezzi, con alcune stampelle, ma abbiano bisogno comunque di una messa a punto. L’ esempio del massimo ribasso fatto sopra è, in questo senso, calzante. Doveva restare marginale per fare spazio all’ offerta economicamente più vantaggiosa, che però non funziona ancora. Il codice resta inattuato soprattutto nella parte innovativa (si pensi alla qualificazione delle stazioni appaltanti). Una curiosità in materia di bandi di gara riguarda i piccoli lavori (fino a 350mila euro) che dal 1° gennaio scorso, per effetto della legge di bilancio (articolo 1, c. 912), saranno esentati dall’ obbligo di un bando di gara formale. Da quest’ anno le informazioni su questo segmento del mercato non ci saranno più. I numeri aggiornati per il 2018 confermano quanto anticipato dal Sole 24 Ore il 27 dicembre. Le gare fino a 150mila euro, che vengono liberalizzate dalla legge di bilancio, sono state 9.405 (il 25% del totale) per un importo di 618 milioni (il 2%). Ma a queste vanno aggiunte le opere fra 150mila e 350mila, fascia per cui la semplificazione è forte, con consultazioni senza gara formale, per arrivare a un totale di 12.500 gare (53%) e un importo di 1,2 miliardi (4%). © RIPRODUZIONE RISERVATA. G.Sa.

15/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Appalti/2. Nel 2018 crescono anche le aggiudicazioni (+35%) , boom delle Ferrovie con 5,5 miliardi assegnati

Alessandro Lerbini

Dati Cresme sui bandi dal valore superiore al milione: concluse 2.053 gare per 19,1 miliardi. Crollano i valori del partenariato pubblico-privato

La crescita del mercato degli appalti rilevata nel 2017 (e confermata nel 2018) va a incidere anche sul risultato delle aggiudicazioni. Secondo i dati dell’osservatorio Cresme Europa Servizi riguardanti i bandi superiori al milione di euro, lo scorso anno sono state assegnate 2.053 gare per 19,1 miliardi. Rispetto al 2017 sia il numero che l’importo aumenta del 35 per cento.
Il boom arriva dalle Ferrovie, che hanno aggiudicato 172 interventi (+109%) per 5,541 miliardi (+162%). Bene anche le amministrazioni comunali con 664 nuovi cantieri (+31,5%) per 4,213 miliardi (+97%) mentre l’Anas totalizza 124 affidamenti (+49%) per 1,263 miliardi (-2,3%).
Nei mercati tradizionali il Cresme ha rilevato aggiudicazioni per 13 miliardi (+70%) di cui 11,2 miliardi per appalti di sola esecuzione (+113%) e 1,7 miliardi per gli appalti integrati (-26%). In forte calo invece i mercati complessi (4,1 miliardi, -34%) che pagano la flessione del partenariato pubblico privato (2,6 miliardi di lavori assegnati, -48%).
L’opera più importante assegnata nel corso del 2018 arriva dall’edilizia sanitaria e in particolare da Pisa, dove Consorzio Integra ha vinto la costruzione del polo ospedaliero universitario Nuovo Santa Chiara di Cisanello per 376 milioni contro un prezzo iniziale di 430 milioni. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

15/01/2019 – Il Messaggero
Cdp, parte lo sblocca debiti per gli enti locali

L’ OPERAZIONE ROMA Dal governo premono per stanziare anche venti miliardi di euro, ma da via Goito replicano che non saranno erogate risorse a pioggia. Soprattutto alle realtà poco virtuose. Scatta tra ventiquattr’ ore lo sblocca debiti per gli enti locali in ritardo nei pagamenti verso le aziende, da realizzare – come prevede l’ ultima manovra – con un anticipo di fondi da parte della Cassa depositi prestiti. Da domani, infatti, Regioni, Province e Comuni potranno presentare le loro domande (il termine scade il 28 febbraio) a Cdp, che sempre nella stessa giornata dovrebbe discutere in consiglio d’ amministrazione dell’ avanzamento del progetto. Nei giorni scesi il Cda ha già dato il suo primo via libera a una delibera di principio con le regole generali, che sono alla base della circolare attuativa dell’ ad, Fabrizio Palermo, firmata venerdì scorso. La macchina interna, quindi, è già partita. La legge di bilancio ha stabilito che gli enti locali possano ottenere da banche, intermediari finanziari e Cdp «anticipazioni di cassa rispetto alla legislazione vigente» per pagare i «debiti, certi, liquidi ed esigibili, maturati alla data del 31 dicembre 2018, relativi a somministrazioni, forniture, appalti e a obbligazioni per prestazioni professionali». L’ operazione dovrebbe riguardare operazioni pregresse per un perimetro finanziario «entro il limite massimo di 3/12 delle entrate accertate nel 2017 afferenti ai primi tre titoli di entrata del bilancio per gli enti locali, e del 5 per cento delle entrate relative al primo titolo di entrata accertate nell’ anno 2017 per le Regioni». LE ANTICIPAZIONI Tradotto dal burocratese, sono anticipazioni potenziali per circa 15 miliardi di euro destinate a Comuni e Province e per 7 miliardi per le Regioni. Ma da via Goito suggeriscono di prendere con le pinze queste cifre. In primis perché non sarebbero anche arrivate stime precise sulle pendenze degli enti locali, in secondo luogo perché ogni impegno di Cdp deve essere commisurato ai rischi sul capitale totale per evitare impatti negativi sul bilancio, che per la maggior parte è finanziato con il risparmio postale. Per tutto questo, ripetono in Cassa depositi e prestiti, «è sbagliato non soltanto in nome dell’ equilibrio finanziario, parlare di cifre precostituite. Valuteremo richiesta per richiesta secondo logiche di mercato». Sindaci, presidenti di provincia e governatori dovranno restituire a via Goito quanto ottenuto entro il 31 dicembre del 2019, ma a tassi di mercato. Francesco Pacifico © RIPRODUZIONE RISERVATA.

15/01/2019 – La Repubblica ed.Palermo
Fondi a enti e riforma appalti, Musumeci vara un nuovo disegno di legge

Approvato in giunta il cosiddetto “collegato” che andrà in aula insieme a bilancio e  Finanziaria. Armao: “Dentro anche aiuti alle Province”. Biglietto gratis per forze armate, studenti e anziani che viaggiano con mezzi Ast

Come chiesto dai deputati all’Ars, che minacciavano di non votare bilancio e Finanziaria, la giunta approva un terzo disegno di legge in materia economica da inviare subito in aula. Al momento dentro ci sono una serie di norme economiche in materia di imprese, enti e contratti del Cas. Ma l’obiettivo vero è far diventare questa “collegato” un grande contenitore con una spesa aggiuntiva di 30 milioni, in gran parte per le mance chieste dai deputati, ognuno con il suo bacino di elettori da soddisfare.
Riforma appalti. Il testo apprivato dalla giunta prevede comunque alcune riforme. A partire da quella per l’aggiudicazione degli appalti. Proprio così, dopo il tentativo fatto nella scorsa legislatura con la norma sostenuta dal Movimento 5 stelle che deviava dal codice nazionale degli appalti, norma poi impugnata dal governo nazionale e che ha creato molti problemi di interpretazione tanto da costringere il dipartimento Infrastrutture ad emanare cinque circolari esplicative, adesso la giunta Musumeci ci riprova sulla stessa falsa riga: in sitensi le gare oggi vengono aggiudicate fino a 2 milioni di euro con il criterio del massimo ribasso. Con la riforma proposta si prevede un complesso calcolo per eliminare i ribassi eccessivi, con il taglio delle ali (le offerte con il ribasso più elevato e quello più ridotto) e si calcola poi il criterio in base ad un algoritmo. Lo stesso criterio aveva quasi paralizzato gli appalti qualche anno fa, ma le imprese locali si dicono danneggiate dalla norma nazionale.

Abbonamenti gratuiti. Altra norma nel collegato è quella che stanzia 10 milioni di euro per l’Ast ma con un vincolo chiaro di spesa: sconti e biglietti gratuiti per studenti, forze armate, anziani e disabili.  Una norma consente all’Irfis di utilizzare 80 milioni di euro che erano vincolati per tutti gli aiuti alle imprese. Con una seconda nroma si rafforza la possibilità per la Regione di fare da garanzia per i confidi. Cambia il contratto dei dipendenti del Consorzio autostrade siciliane: avranno applicato il contratto del settore autostrade e non più quello regionale, con  aumenti in busta paga. Previsti poi fondi di garanzia per risanare i debiti delle Ipab e dei vecchi consorzi Asi. Sul fronte Province, la Regione si farà carico dei mutui accesi con la Cassa depositi e prestiti per sbloccare alcune iniziative in materia di investimenti su scuole e strade e per garantire fornitori e dipendenti. Ecco le altri norme inserite.
Il centro direzionale.  L’amministrazione regionale, “ai fini del contenimento della spesa corrente, del conseguimento di una migliore razionalizzazione dei servizi forniti all’utenza e dell’efficienza delle proprie attività istituzionali”, realizza il Centro direzionale regionale in Palermo, via Ugo La Malfa, nell’area attualmente occupata dagli edici già sede dell’Ente minerario siciliana. Qui troveranno posto gli uffici degli assessorati regionali, dei Dipartimenti regionali e degli uffici periferici aventi sede istituzionale nella città di Palermo, gli uffici speciali nonchè i Dipartimenti alle dirette dipendenze del presidente della Regione, ad eccezione di quelli che il governatore disporrà restino allocati preso Palazzo d’Orleans. Posto anche alle società partecipate attualmente ospitati in immobili non di proprietà delle stesse società con sede legale a Palermo. Lo stato preliminare del progetto è approvato dalla Giunta regionale e costituisce ad ogni effetto variante al Piano regolatore generale del Comune di Palermo.
Patrimonio aziende sanitarie. Per ridurre l’impatto finanziario sul sistema sanitario regionale delle disposizioni che ha posto a carico del Fondo sanitario gli oneri del mutuo sottoscritto tra il ministero dell’Economia e la Regione, la Giunta, su proposta degli assessori regionali per la Salute e per l’Economia, “previa intesa con i soggetti interessati”, promuove, un piano straordinario di valorizzazione e dismissione del patrimonio immobiliare disponibile delle aziende sanitarie, da attuare anche mediante conferimenti a fondi immobiliari esistenti. Le Aziende sanitarie, entro il 31 dicembre 2019, definiscono la ricognizione e la valutazione del patrimonio immobiliare non strettamente destinato alle attività sanitarie, oggetto del piano di cui al precedente comma. L’assessorato salute è autorizzato ad avvalersi di soggetti in possesso di comprovata esperienza, per supportare le aziende sanitarie in questa attività, a valere, nel limite di un milione di euro, delle risorse del Fondo sanitario. A decorrere dal 2022 gli oneri annui del mutuo sottoscritto, per la parte relativa alla residua quota capitale, sono posti a carico del bilancio della Regione.
Rifiuti, un accordo con il Trentino .  Allo scopo di consentire all’assessore regionale dell’Energia di stipulare con la Provincia autonoma di Trento e di Bolzano una convenzione con oggetto il supporto nella valutazione e revisione del sistema di gestione del ciclo dei rifiuti è autorizzata la spesa di euro 15 mila euro quale rimborso per spese di missione. Inoltre, al ne di consentire all’assessore regionale dell’Energia di sottoscrivere con l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale un accordo quadro per il supporto tecnico-scientico nei settori riuti-bonifica dei siti contaminati – acque è autorizzata la spesa di 20 mila euro.
Nuove concessioni lidi.  E’ consentito all’assessorato regionale all’Ambiente il rilascio di nuove concessioni demaniali marittime con validità sino al 31 dicembre 2020. Compatibilmente con le esigenze del pubblico uso, nelle more dell’approvazione dei Piani di utilizzo del demanio Marittimo, è altresì consentito il rilascio di autorizzazioni di durata breve, attraverso procedure amministrative semplificate, per l’occupazione e l’uso di limitate porzioni di aree demaniali marittime e di specchi acquei, comunque non superiori a complessivi mille metri quadrati, e per un periodo massimo di centoventi giorni, non prorogabili e non riproponibili nello stesso anno solare, allo scopo di svolgere attività turistico ricreative, commerciali o sportive, anche attraverso la collocazione di manufatti, purchè precari e facilmente amovibili. Con decreto dell’assessore regionale, da emanarsi entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della legge, saranno disciplinate le modalità.
Enti per il credito. La norma prevede che la Crias, la Cassa regionale per il credito alle imprese artigiane sia incorporata per fusione nell’Ircac, l’Istituto regionale per il credito alla cooperazione, che assume la denominazione di Istituto regionale per la cooperazione e l’artigianato, Irca, e mantiene la natura giuridica di ente economico dotato di personalità giuridica di diritto pubblico, subentrando in tutti i rapporti attivi e passivi dell’ente incorporato ed opera esclusivamente in favore delle imprese artigiane e cooperative. Inoltre, il Dipartimento regionale delle attività produttive è autorizzato a provvedere direttamente alla liquidazione, nei limiti dello stanziamento annuale, delle spese urgenti e indifferibili delle gestioni liquidatorie dei consorzi Asi. Per tali nalità è autorizzata la spesa per l’esercizio 2019 di 1,5 milioni di euro.
L’assessorato regionale alle Infrastrutture è autorizzato ad erogare un contributo ai soggetti titolari di attività di servizio pubblico da trasporto non di linea.
“Una manovra di bilancio complessa ed articolata che nei prossimi giorni potrà dare ai siciliani nuove opportunità liberando risorse finanziarie, a partire dalle Province, dopo il fondamentale accordo di finanza pubblica con lo Stato”, dice l’assessore regionale all’Economia, Gaetano Armao, dopo l’approvazione ieri sera del ‘collegato’, varato dalla giunta regionale, presieduta da Nello Musumeci che si è riunita per circa dodici ore in un albergo nel lago di Pergusa. Il testo sarà ora trasmesso all’Ars e alla commissione Bilancio per l’esame congiunto con il documento contabile e la legge di stabilità. Oggi intanto si riunirà la Conferenza delle Regioni per impostare il lavoro per il 2019. “Sarà un anno determinante per il regionalismo differenziato e per la nostra contemporanea autonomia finanziaria”, sostiene Armao. di ANTONIO FRASCHILLA © RIPRODUZIONE RISERVATA

15/01/2019 – La Repubblica
Grandi opere: Cmc travolta dai debiti, creditori e operai in rivolta. “Affidate a noi gli appalti siciliani”

Gli operai bloccano gli uffici della Bolognetta Spca . Da un lato gli oltre 70 creditori, che presentano ad Anas il conto dei 50 milioni di euro di debiti e chiedono di subentrare alla società Cmc, ormai in via di fallimento. Dall’altro i 130 lavoratori che stamani hanno occupato gli uffici della Bolognetta Spca, la controllata di Cmc, reclamando gli stipendi arretrati. Strada in salita per il maxi-appalto da 290 milioni per i lavori sulla statale Bolognetta-Lercara Friddi che rischia di restare una incompiuta.
Operai in rivolta
Nelle prime ore del mattino i lavoratori si sono recati nel quartier generale della Bolognetta Spca, a metà strada tra Villafrati e Mezzojuso. “La direzione – spiega Francesco Piastra della Fillea Cgil – aveva assicurato che ci avrebbe dato notizie sulle mensilità arretrate di novembre e dicembre, e invece non è accaduto. Siamo pronti a occupare a oltranza gli uffici”. Al suo fianco anche i rappresentanti di Feneal Uil e Filca Cisl.

Il pressing dei creditori
Pressing anche da parte dei creditori, che chiedono di adottare una procedura straordinaria – simile a quella scelta dal ministero dello Sviluppo economico per la ripresa dei lavori della Siracusa-Gela – e fare subentrare le imprese affidatarie e subaffidatarie nell’esecuzione degli appalti assegnati dall’Anas al general contractor Cmc di Ravenna, finita in concordato. E questo “al fine di garantire la prosecuzione dei cantieri e di evitare che opere di collegamento strategiche per lo sviluppo dell’Isola, come la Agrigento-Caltanissetta, la Palermo-Agrigento e la metropolitana di Catania, diventino le ennesime incompiute”.
E’ la richiesta ai governi nazionale e regionale e all’Anas del “Comitato delle imprese creditrici del Gruppo Cmc di Ravenna per le opere pubbliche in Sicilia”, costituito da oltre 70 fra aziende edili e fornitori, che vantano crediti per 50 milioni di euro nei confronti del colosso delle costruzioni che non paga fatture da oltre 18 mesi. Il Comitato ha inoltre dato mandato all’avvocato Patrizia Stallone di Palermo di agire legalmente nei confronti di Anas per il recupero indiretto dei crediti.
Le proposte per salvare i cantieri
Il Comitato dei creditori denuncia “una gravissima condizione finanziaria che porterà le imprese impegnate con Cmc a chiudere se non riceveranno al più presto le somme dovute, con la conseguente perdita del lavoro per circa 2mila dipendenti”. Secondo indiscrezioni, l’ipotesi al vaglio di Anas, committente dei lavori, è quella di far subentrare nell’appalto il consorzio Integra, che detiene il 20 per cento delle quote della Bolognetta Spca, mentre il resto sono in mano alla Cmc. Ci sarebbe già una richiesta formalizzata da parte di Integra. Ma il nodo da sciogliere è uno: chi si accollerà i debiti pregressi? © RIPRODUZIONE RISERVATA