Rassegna stampa 14 gennaio 2019

14/01/2019 – Corriere della Sera – Economia
DEBITI & TRASFERIMENTI PER COMUNI E REGIONI SPA UN BUCO DI 104 MILIARDI

L’«effetto Madia» non decolla. La denuncia della Corte dei conti: sindaci e governatori continuano a ripianare a piè di lista i conti delle loro 5.776 società. Oltre 1.700 hanno più membri del Cda che dipendenti
Che effetto ha avuto la «cura ricostituente» delle società partecipate dagli enti pubblici territoriali varata nel 2016 dal governo Renzi, e già parzialmente ridimensionata dall’ ultima legge di Bilancio? L’ obiettivo della riforma Madia era responsabilizzare i soci, obbligandoli, in caso di buchi delle partecipate, a vincolare risorse in un fondo e a ridurre i compensi degli amministratori. Ma soprattutto a razionalizzare le società in perdita per quattro anni nell’ ultimo quinquennio. A fare il tagliando alla riforma, anche attraverso l’ analisi dei flussi degli ultimi bilanci civilistici disponibili (2016), di 5.776 organismi partecipati con 327.807 dipendenti con perdite per 104,41 miliardi di euro, è la Corte dei conti in una relazione in «chiaro-scuro», del dicembre scorso. Dove si evidenzia «il permanere di situazioni di grande difficoltà» ma anche «una lenta e progressiva attività di razionalizzazione» in alcune aree del Paese, «destinata a produrre risparmi rilevanti». Dalla revisione straordinaria delle partecipate, resa obbligatoria dalla riforma Madia, che ha prodotto un censimento dell’ esistente, è emerso che il 37,35% di queste necessita,a termini di legge, di una razionalizzazione. La Corte, a consuntivo delle attività avviate dagli enti territoriali, rileva che questi hanno deliberato, con o senza azioni di razionalizzazione, di tenere in vita il 71% delle partecipazioni rilevate. Mentre quelle che dovrebbero venir meno, in base ai dati comunicati, sono circa il 23%. Le criticità nel processo di razionalizzazione emergono soprattutto dalle osservazioni delle Sezioni regionali di controllo. Come il fenomeno, presente nelle Regioni che più hanno provveduto ad una importante azione di dismissione (Emilia- Romagna, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia), delle società partecipate che si pongono quali organismi intermedi per la realizzazione di specifici programmi e che finiscono per gestire la quasi totalità delle risorse regionali «con una prospettabile elusione delle regole di contabilità, minor incidenza dei controlli nonché con una ipotizzabile delega di decisioni politiche (Liguria, Lombardia Toscana, Veneto, Valle d’ Aosta)». Più in generale, la Corte osserva come, in alcuni casi, le razionalizzazioni siano più formali che sostanziali (Calabria, Piemonte) risultando di fatto spesso lacunose per non aver ricompreso le partecipazioni indirette (Molise) o, addirittura, per ingiustificate incompletezze nell’ individuazione delle partecipazioni (Valle d’ Aosta). Il mantenimento di determinati organismi partecipati è in molti casi, scarsamente motivato (Piemonte , Emilia-Romagna, Calabria) nonostante lo svolgimento, da parte di queste, di attività non rientranti tra quelle consentite (Puglia), la loro evidente non indispensabilità (Basilicata, Calabria) e la sovrapposizione di attività esercitate da più partecipate. Questo accade soprattutto nei settori delle forniture e dei servizi informatici (Molise), del trasporto pubblico (Sicilia), dei servizi aeroportuali (Sicilia), autostradali (Valle d’ Aosta), delle attività finanziarie e di quelli di prestazione di servizi (Sicilia). Alcune di queste società-doppione permangono in vita senza nemmeno aver realizzato le opere per cui sono state costituite, con raddoppio di costi. Tuttavia qualche passo avanti c’ è. Rispetto all’ esercizio precedente, sostiene la Corte, alcune Regioni (Lombardia) mostrano «una sensibile diminuzione dei trasferimenti» e un netto miglioramento dei risultati. In altre aree del Paese, viceversa, «predomina una situazione di grave squilibrio finanziario» che «rende improcrastinabili azioni di risanamento e di rilancio aziendale (Calabria, Marche) ben differenti da operazioni di salvataggio finanziario, spesso consistenti in sostanziosi apporti di liquidità ( Marche ) sterili e di dubbia legittimità». Tra le carenze segnalate dalle Sezioni territoriali, emergono: a) la mancanza di trasparenza nell’ affidamento di incarichi alle società partecipate (Liguria); b) il rilevante esborso per consulenze legali e difesa in giudizio delle società in house e non solo (Lombardia ); c) l’ accensione di una pluralità di conti correnti e la disomogeneità delle scelte scarsamente motivate circa l’ istituto bancario scelto (Lombardia); d) l’ adozione di un apposito regolamento per l’ assunzione di personale nelle società controllate e i relativi controlli (Umbria). Tramite l’ analisi degli ultimi bilanci civilistici disponibili (2016), la Corte fornisce una fotografia dell’ esistente con una netta prevalenza degli organismi in utile, meno evidente in quelli pubblici al 100%. Relativamente a quest’ ultima categoria, in alcune Regioni come Umbria, Lazio, Basilicata e Calabria, le perdite d’ esercizio risultano in larga misura superiori agli utili. Ma la parziale positività del dato viene appena compensata dai dati della gestione finanziaria, dove si riscontra una netta prevalenza dei debiti sui crediti in tutti gli organismi esaminati, ad eccezione del Trentino-Alto Adige e, per le partecipazioni pubbliche al 100%, anche della Valle d’ Aosta, della Sicilia e della Sardegna. Nel complesso, i debiti ammontano a 104,41 miliardi, di cui circa un terzo è attribuibile alle partecipazioni totalitarie. Calando la lente sulle entrate e sugli enti che hanno dichiarato almeno una voce di questo tipo, la Corte rileva che dei quasi tre miliardi complessivamente accertati oppure riscossi dalle controllate, solo un quinto proviene dai dividendi, il 3% circa deriva dalla cessione di quote e la parte prevalente è imputabile a «altre entrate». In particolare c’ è una forte incidenza dei corrispettivi dei servizi resi e dei trasferimenti. Ma il dato più eclatante riscontrato dalla Corte è l’ eccedenza delle erogazioni pubbliche rispetto al valore prodotto dagli organismi partecipati. E se in alcuni casi l’ eccedenza delle erogazioni è parzialmente giustificata dal risultato di esercizio negativo, in termini di copertura delle perdite o ricostituzione del capitale sceso sotto il limite legale, in altri, il fenomeno è associato a bilanci in utile. In questi casi la Corte ipotizza con larvata ironia che questi maggiori importi «rappresentino un contributo pubblico al miglioramento dei risultati d’ esercizio conseguiti dall’ organismo». La legge La riforma Madia del 2016 ha individuato i tipi di attività che le partecipate possono legittimamente svolgere e i criteri per decidere quelle che vanno chiuse. Nel concreto sono “passibili” di dismissione: a) le aziende senza dipendenti (o con più amministratori che dipendenti); b) le inattive; c) quelle che negli ultimi tre anni hanno avuto un fatturato inferiore a un milione di euro; d) quelle con perdite per almeno quattro dei cinque anni precedenti; e) quelle che non hanno emesso alcuna fattura; f) quelle che svolgono servizi già erogati da altre partecipate.  Antonella Baccaro

13/01/2019 – Il Sole 24 Ore
Acqua, triplicati gli investimenti ma c’ è il rischio pubblicizzazione

IL FUTURO DELLE UTILITIES La battaglia delle risorse idriche
Non solo Tav e grandi opere bloccate. C’ è un settore economico che ha cominciato a macinare investimenti infrastrutturali al ritmo di tre miliardi l’ anno (contro il miliardo del 2013) e ora rischia di essere riportato indietro dalle decisioni della maggioranza giallo-verde. È la gestione del ciclo integrato dell’ acqua: distribuzione (acquedotti), depurazione, fognatura. M5S propone una legge, già in discussione alla Camera, che impone la ripubblicizzazione per tutte le gestioni: enti di diritto pubblico o aziende pubbliche, decadenza al 2020 delle concessioni. E sposta il finanziamento degli investimenti dalla tariffa ai fondi pubblici. Alcuni centri di ricerca (Ref, Oxera) convergono su una stima dei costi per lo Stato della pubblicizzazione intorno ai 15 miliardi una tantum più 6-7 miliardi di costi aggiuntivi annuali. La stragrande maggioranza di gestori e Ato (gli ambiti territoriali ottimali formati dagli enti locali) sono fortemente contrari. Quello che però al momento conta è che negli ultimi cinque anni, da quando cioè alla fine del 2013 l’ Autorità per l’ energia (ora Arera dopo aver assorbito Reti e Ambiente) assunse la regolazione del settore, gli investimenti pianificati sono triplicati passando dai 1.130 milioni del 2013 ai 3.577 milioni del 2018: l’ 80% arriva dalla tariffa (con 493 milioni vincolati al miglioramento della qualità di servizio e reti), solo il 20% da contributi pubblici. Non solo. «Il tasso di realizzazione degli investimenti previsti – afferma Stefano Besseghini, presidente dell’ Autorità da quattro mesi – è significativamente migliorato, passando da valori che si attestavano attorno al 50% negli anni ante regolazione a circa l’ 80% attuale». Nel 2017 è stato dell’ 88,8%. La tariffa ha registrato aumenti medi del 2,7% annuo nel periodo 2012-2019. Margini di miglioramento non mancano: pesano i tempi lunghi per le autorizzazioni, le difficoltà di applicazione del codice appalti, il permanere di uno squilibrio al Sud, l’ esigenza di rivedere progetti spesso carenti. Una novità importante è arrivata con le regole fissate dall’ Arera che impongono ai piani di ambito di destinare risorse alla qualità del servizio e delle reti. Il livello di investimenti va, però, ulteriormente accresciuto per far fronte a una rete sempre più vecchia: le perdite restano altissime, al 41% (con punte al Sud del 51%) e con il piano attuale di interventi saranno ridotte al 33% in cinque anni (40% al Sud). Fondi Ue e nazionali devono crescere ancora. Il governo ha mostrato di voler fare la propria parte con l’ istituzione, in legge di bilancio, di un fondo di 400 milioni. I passi avanti fatti arrivano dalla «stabilità, certezza e chiarezza del quadro regolatorio» e di quello tariffario, in particolare. Il nuovo corso dell’ Autorità riconosce il lavoro fatto dal collegio precedente e chiede «continuità». Senza però nascondere che alcune distorsioni vanno corrette, per esempio nell’ uso del Foni, una delle componenti tariffarie destinata agli investimenti. «Taluni operatori – ha detto l’ 8 gennaio alla Camera Besseghini – hanno impiegato le nuove risorse non solo per gli investimenti, ma anche per garantire maggiori benefici agli azionisti. Sul punto, l’ Autorità, venuta a conoscenza di simili casi, ha recentemente precisato le necessarie modalità di rendicontazione». D’ altra parte, a spingere gli investimenti c’ è proprio l’ innovazione introdotta dall’ Autorità nel 2014 con il metodo tariffario: la parte dell’ aumento tariffario destinato agli investimenti scatta solo se la spesa è stata sostenuta e contabilizzata, non – come in passato – semplicemente pianificata. Come e perché la maggioranza attuale – che dice e scrive nel Def di considerare prioritario il rilancio degli investimenti infrastrutturali- vuole interrompere bruscamente questa stagione per aprirne una radicalmente nuova? La proposta di legge (AC 52) viene dal M5S, prima firmataria la deputata Federica Daga, che ha trascritto la proposta popolare presentata nella scorsa legislatura dai Forum per l’ acqua (con un record di 400mila firme). È, in sostanza, la proposta della componente più agguerrita del popolo del referendum del 2011 che ottenne 27 milioni di voti favorevoli alla richiesta di «fermare la privatizzazione dell’ acqua». Richiesta tutta politica perché le norme sottoposte a referendum non impedivano nessuna delle tre forme di gestione (in house, concessione a privati tramite gara, spa miste pubblico-privata) ma limitava gli affidamenti senza gara a spa pubbliche e imponeva un limite minimo di capitale privato al 40% nel caso di modello misto. Da allora «l’ acqua pubblica» è diventata una parola d’ ordine del M5S così come la volontà di limitare o azzerare «gli utili delle multinazionali dell’ acqua». Con una storica sentenza del marzo 2014 (779/2014) il Tar Lombardia ha però considerato legittimo rispetto agli esiti del referendum il nuovo metodo tariffario adottato dall’ Autorità, legittimando e stabilizzando il nuovo corso idrico post-referendario. La proposta Daga chiede ora di abbandonare il sistema attuale con una virata a 180 gradi che dovrebbe portare a un sistema pubblico così organizzato: obbligo di gestione agli enti locali in economia o tramite in house con la conseguente ripubblicizzazione di gestori misti, finanziamento prevalentemente pubblico degli investimenti con una riduzione del carico sulla tariffa, possibilità di tornare a gestioni comunali, eliminando il vincolo delle gestioni «uniche» negli Ato. È in discussione alla commissione Ambiente della Camera ed è una priorità del M5S, deciso a puntare anche su questa proposta per recuperare consenso nell’ elettorato duro e puro della prima ora. Non è chiaro, al momento, se la Lega, che è rimasta alla finestra nella prima fase delle audizioni, sia disposta a dare spazio all’ alleato di governo su un altro tema-bandiera o a un certo punto frenerà, anche sotto la spinta dell’ opposizione durissima del mondo dell’ impresa privata e pubblica. «L’ atteggiamento della Lega sarà decisivo – dice Chiara Braga, responsabile Pd in commissione Ambiente e prima firmataria della proposta di legge alternativa a quella grillina (AC 773) – per capire se farà strada una proposta tanto dirompente. Uno snodo fondamentale, perché è un punto allettante per la Lega nelle zone in cui governa, è quello che consente di tornare a una piccola dimensione comunale di gestione. Un errore grave perché si tornerebbe alla frammentazione gestionale ed è chiaro che i comuni non hanno le risorse per finanziare gli investimenti necessari». Utilitalia, che associa 470 imprese di servizi pubblici, si è fatta sentire nelle audizioni: non limitare le forme di gestione adottabili in base alle regole Ue, preservare un approccio industriale alla gestione «non possibile con Aziende speciali o enti pubblici» e di un livello dimensionale almeno provinciale, preservare la regolazione dell’ Arera, mantenere la tariffa come veicolo principale per il recupero dei costi. Si sottolinea, poi, che la trasformazione immediata di forma societaria in aziende speciali o enti pubblici «avrebbe effetti di decadenza sulle concessioni, porterebbe ingenti costi economici (connessi al risarcimento degli investitori privati e al subentro nei finanziamenti in essere) e difficoltà gestionali». E proprio sui costi del passaggio al modello proposto da M5S si sono esercitati Ref Ricerche, che fra i centri di ricerca economici è quello più attento al settore idrico con il suo laboratorio ad hoc, ed Oxera, con uno studio preparato per Utilitalia. Per Ref Ricerche i costi una tantum del passaggio di regime sono quantificabili in 10,6 miliardi per il rimborso dei finzanziamenti accesi dai gestori e 4-5 miliardi per l’ indennizzo ai gestori estromessi. A questi si aggiungerebbero costi ricorrenti annuali per 2 miliardi per garantire il minimo vitale gratuito per tutti (la proposta Daga prevede 50 litri al giorno per abitante) e 5 miliardi l’ anno di risorse pubbliche per gli investimenti in sostituzione della copertura tariffaria. Per Oxera i costi una tantum ammonterebbero a 8,7-10,6 miliardi per la cessazione delle convenzioni, 3,2 miliardi per il rimborso del debito finanziario, 0,7 miliardi per il rimborso del debito a carico degli enti locali, 2 miliardi di mancato incasso dei canoni di concessione. Si aggiungono tra i 4 e i 5,8 miliardi di costi annuali per finanziare investimenti pubblici (2,3-4,1 mld) e consumo minimo vitale (1,7 mld). Anche Anea, che rappresenta la quasi totalità degli Ato e degli enti locali che ne fanno parte, sottolinea la necessità di non stravolgere il modello attuale. «L’ aumento degli investimenti nel settore idrico fino agli attuali 166 euro per abitante a livello nazionale è stato costante negli ultimi anni ed è innegabile che esso derivi principalmente dalla stabilità derivante dal nuovo e consolidato assetto regolatorio del settore con la doppia via nazionale-locale. Anche la razionalizzazione degli enti di governo dell’ Ambito ha avviato, in alcune Regioni, la parallela aggregazione dei gestori, non solo con forme tradizionali di accorpamenti gestionali come fusioni e incorporazioni aziendali, bensì soprattutto mediante forme innovative di stretta collaborazione e di vere e proprie reti di impresa». © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giorgio Santilli

14/01/2019 – Il Messaggero
Ecco il piano B per la Tav: risparmi da 1,5 miliardi

Italia bloccata
Minori costi con il ridimensionamento della stazione Susa e spalmando le spese Lo spettro di un referendum spinge i grillini a cercare un compromesso
IL FOCUS ROMA Sarà perché incombe lo spettro del referendum o, peggio ancora, il verdetto dell’ Avvocatura dello Stato, ma sta di fatto che avanza un piano B per la Torino-Lione. Un progetto che consenta da un lato di completare l’ opera e, dall’ altro, riducendo i costi, di disinnescare la consultazione popolare che crea non pochi imbarazzi ai grillini dopo le manifestazioni di Torino. Non solo. Vista le tensione nel governo, la Tav in formato low cost può evitare la spaccatura con la Lega e quel fronte del Nord che vuole il collegamento ad alta velocità con la Francia. Da qui la ricerca di un compromesso. Del resto, al di là dei toni, sia Matteo Salvini che Luigi Di Maio, hanno fatto capire che un’ intesa è possibile, mettendo mano, s’ intende, al progetto originario. Un modo per accontentare tutti, tranne ovviamente l’ ala più oltranzista dei pentastellati che hanno già dovuto ingoiare l’ ok all’ Ilva, alla Tap e al Terzo valico. I DETTAGLI Un piano che, secondo fonti governative interpellate dal Messaggero, potrebbe far risparmiare fino a 1,5 miliardi di euro, riducendo i costi di alcuni interventi e spalmando nel tempo la spesa complessiva. Insomma, correttivi che consentano comunque di rispettare gli impegni assunti con Francia ed Europa. Per chiudere così il cerchio senza ulteriori traumi, ovvero la cancellazione di migliaia di posti di lavoro e di decine di appalti. Anche perché, come accennato, bloccare la Tav costerebbe fino a 3,4 miliardi (tra rescissione dei contratti, appalti già avviati, ripristino degli scavi, penali varie). Un buco gigantesco nei conti pubblici che l’ Avvocatura dello Stato, investita del problema dal ministero dei Trasporti, non potrebbe non far rilevare, a prescindere dalla valutazione negativa della commissione tecnica costi-benefici voluta dal Mit e presieduta da un No-Tav dichiarato. Meglio quindi andare avanti, magari ammodernando alcuni tratti della cosiddetta «linea storica» che collega Torino a Lione. «Molte cose possono essere riviste, a patto che l’ alta velocità si faccia e si faccia rapidamente», ha spiegato il viceministro delle Infrastrutture, Edoardo Rixi, strenuo fautore di una mediazione. LA TRATTA Sulla tratta internazionale potrebbe essere invece ridimensionata la stazione di Susa, risparmiando circa 200 milioni. Un modo per far contenti gli oppositori della Tav che considerano la stazione una «inutile cattedrale nel deserto». Per di più la cancellazione del progetto dell’ archistar Kengo Kuma non troverebbe alcuna obiezione da parte di Parigi.E poi c’ è la tratta nazionale, quella che da Bussoleno porta verso Torino con una galleria che corre sotto la collina morenica: «Se la eliminassimo dice sempre Rixi avremo risparmi per 1,4 miliardi di euro». Più che eliminarla, spiegano altre fonti governative, si potrebbe rimandare di un paio d’ anni la costruzione. Anche in questo caso sarà necessario affrontare il tema delle ripercussioni ambientali visto che la galleria avrebbe avuto un impatto davvero basso rispetto all’ allargamento delle linea esistente. I DETTAGLI Ma una Tav a prezzo scontato permetterebbe al Movimento 5 Stelle di sostenere di aver risparmiato soldi, sottraendoli ad un’ opera giudicata faraonica e inutile, per darli ai cittadini. O per distribuirli sul territorio e su altre infrastrutture. Peccato però che l’ ala dura dei grillini, quella che non accetta negoziati, non abbia mai posto il problema dei soldi, ma quello dell’ ambiente e del territorio. Rimane quindi il problema del tunnel di base, finanziato dalla Ue con 3 miliardi di euro e che la Francia ha già fatto sapere di non voler toccare. E che quindi resterà, essendo il pilastro fondamentale della tratta ferroviaria. La Torino-Lione è infatti per l’ 89% in galleria: di questi 57 chilometri ben 45 sono in territorio francese e 12,5 sul lato italiano. Quanto costerebbe all’ Italia ritirarsi è noto. Fino a 3,4 miliardi contro i 3 miliardi della soluzione low cost. Meglio il piano B. No Tav permettendo. Umberto Mancini © RIPRODUZIONE RISERVATA.

13/01/2019 – Corriere della Sera
«La Tav? Meglio lasciarla partire» Quando lo «scettico» Ponti diceva sì

Il caso
Nel 2012 l’ attuale capo della commissione costi-benefici invitava a realizzarla
Si può andar avanti, sulla Tav, tra «contrapposizioni ideologiche», «violenze fisiche e verbali», «mezze verità» e «parole in libertà»? No. Meglio «lasciar finalmente partire i lavori per la realizzazione di un’ opera su cui ben sette governi diversi hanno messo (a torto o a ragione) la faccia». Così la pensava nel 2012, sulla Torino-Lione, il professor Marco Ponti, scelto poi da Danilo Toninelli per l’ analisi costi-benefici delle grandi infrastrutture a partir proprio dalla Tav. Sono passati sette anni? Vero. Infatti i governi che ci avevano messo la faccia son saliti a dieci. Sedici contando i pionieri dei primi accordi. Ma i costi previsti allora (costi che al prof parevano già ridimensionati al punto di non meritare uno scontro frontale coi No Tav), non sarebbero aumentati. Anzi, secondo i difensori dell’ opera sarebbero stati ridotti ulteriormente. E allora perché, stando alle voci, il parere della commissione consegnato al ministro sarebbe negativo? Niente di ufficiale, ovvio. A dispetto di quanto giurava Beppe Grillo («Avremo finalmente in Parlamento dei cittadini competenti. Giovani. Colti. Che leggono. Studiano. Vogliono la trasparenza. E metteranno in Rete tutto: tutto!») il referto degli esperti, scelti tutti meno uno da Marco Ponti a sua volta scelto da Toninelli, resta per ora segreto. «È solo una bozza», dicono. Si saprà tutto più avanti. Quando? Più avanti Ma andiamo a rileggere, su Lavoce.info del 5 marzo 2012, cosa pensava della infrastruttura il professore, considerato a lungo un punto di riferimento dei No Tav. Titolo dell’ approfondimento, firmato a quattro mani con Andrea Boitani, docente di Economia alla Cattolica ed esperto di spesa pubblica «arruolato» a suo tempo da Carlo Azeglio Ciampi: «Tav o No Tav: è ancora questo il dilemma?». Un titolo che dice tutto. Tanto più che la settimana prima lo stesso Ponti ha pubblicato un primo pezzo, firmato con Andrea Debernardi, che dopo aver ricordato come il progetto iniziale della Torino-Lione prevedesse una spesa di 25 miliardi, dava atto che la cifra abnorme era stata sottoposta a un «drastico ridimensionamento». Rileggiamo: drastico. Stavolta c’ è un passo in più. Dopo aver sbuffato, come dicevamo all’ inizio, sui toni dello scontro, le previsioni di traffico («in genere ottimisticamente esagerate dai pro Tav») e l’ impatto ambientale («in genere pessimisticamente esagerato dai No Tav»), Boitani e Ponti scrivono che «se i conti sembrano indicare che i costi siano ancora superiori ai benefici, la differenza si è molto ridotta; tanto che ora è probabilmente inferiore a quella che si otterrebbe per altri progetti ferroviari (tipo Terzo valico o Napoli-Bari) che pure non suscitano tutta l’ opposizione che suscita la Torino-Lione». Di più: «Viene da chiedersi perché sia così scarsa l’ attenzione su questi fatti e perché poco ci si interroghi su cosa abbia spinto a discutere per anni intorno a un progetto faraonico mentre un’ alternativa più economica (anche se non proprio low cost) era a portata di mano». Non basta: «Viene anche da chiedersi cosa spinga il movimento No Tav a credere che compiendo reiterati atti illegali, compreso il blocco di strade e autostrade () si possa ottenere qualcosa di diverso dal convincere tutti gli italiani che sono solo degli estremisti senza ragioni, che odiano qualsiasi grande opera pubblica a prescindere». Un nervo scoperto. Ma la presa di posizione più forte è questa: «Sarebbe il caso di accantonare il confronto di piazza, ragionare seriamente e in tempi brevi su quali ulteriori fasizzazioni potrebbero contribuire a ridurre ulteriormente i costi e poi lasciar finalmente partire i lavori per la realizzazione di un’ opera su cui ben sette governi diversi hanno messo (a torto o a ragione) la faccia. Semmai si dovrebbero concentrare gli sforzi a controllare che i lavori finiscano nei tempi previsti e senza lievitazione dei costi rispetto alle previsioni». Cos’ è cambiato, da allora? Poco o niente sul fronte dello scontro ideologico: militanti No tav e grillini sono rimasti dove stavano e così dall’ altra parte i favorevoli all’ opera. E le cose sono andate avanti con le lentezze e le contestazioni di sempre. Su due punti però è cambiato tutto. Di là i governi precedenti e il commissario straordinario uscente per la Tav Paolo Foietta («Per sei mesi ho chiesto inutilmente un incontro anche con quattro email di posta certificata a Danilo Toninelli e tre al premier Giuseppe Conte: mai un cenno di risposta, manco per buona educazione») sostengono d’ aver dato ai costi nuove sforbiciate. Di qua il ministro delle Infrastrutture tira diritto distribuendo giudizi pesantissimi, a partire da quello su «mangiatoie e comitati d’ affari». Resta il tema: che fine farà quest’ opera diventata via via una trincea in cui i grillini, dopo aver mollato su tante altre, dall’ Ilva alla Tap, sono decisi a rinserrarsi a ogni costo, assediati anche dai leghisti? Dati alla mano, l’ ex commissario e i difensori del progetto insistono. E spiegano che «il 35% dell’ interscambio italiano con l’ estero (dati 2016), per un valore di circa 160 miliardi di euro, è verso l’ Ovest europeo» servito dall’ opera invisa ai nemici. Che «l’ obiettivo è anche di ridurre l’ impatto ambientale di un traffico ai valichi con la Francia per il 92,4% su gomma» e per «solo il 7,6%» su ferrovia, a dispetto di tutti gli appelli a usare i treni invece dei camion. Che sulla nuova linea da Torino a Lione i tempi di viaggio saranno dimezzati: da tre ore e 43 minuti a meno di due. Che «per la realizzazione dell’ intera opera l’ Italia contribuirà complessivamente per 4,8 miliardi di euro (1,9 per la tratta nazionale e 2,9 miliardi per la sezione transfrontaliera, di cui 2,5 miliardi già stanziati dalla legge finanziaria 2012)». Che come ha riconosciuto Raffaele Cantone la Tunnel Euralpin Lyon Turin non era teoricamente obbligata ad applicare le procedure antimafia eppure «nel solo cantiere della Maddalena vi sono state 1.184 verifiche antimafia con due interdittive (un bar esterno al cantiere e un’ impresa di trasporti che non ha poi mai prestato servizio)». Che «progetto e lavori sono stati oggetto di 14 ricorsi amministrativi da parte degli oppositori, tutti risolti a favore dell’ opera». Che ci sono stati «7 controlli delle Corti dei Conti italiana, francese ed europea, tutti conclusi senza rilievi». E via così. L’ impressione, però, è che si tratti di un confronto (non un dialogo: magari!) tra sordi. E che le scelte siano già state fatte. Certo, fa effetto vedere Luigi Di Maio battersi a spada tratta contro la Torino-Lione sette anni fa «sdoganata» da Ponti e dichiararsi favorevole alla Napoli-Bari che lo stesso Ponti aveva valutato perfino più costosa. O no? GIAN ANTONIO STELLA

14/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Riforma appalti, delega al ralenti: a un mese dall’ok del Governo il Ddl non è ancora arrivato in Parlamento

Mauro Salerno

Del testo varato il 12 dicembre si sono perse le tracce. Il rischio dei tempi lunghi e dell’effetto riforma continua

Un mese non è bastato per compiere i pochi metri che separano Palazzo Chigi dalla una delle sedi del Parlamento. Si allungano – e rischiano di alimentare un “giallo” – i tempi di presentazione ufficiale del Ddl Deleghe approvato dal Governo lo scorso 12 dicembre.

Tra i punti-chiave del provvedimento c’è la delega per la riforma del codice degli appalti, dove a fare da protagonista è la scelta di chiudere l’esperimento soft law e con l’attribuzione all’Anac del ruolo di autorità di regolazione del mercato. L’Anticorruzione verrebbe così ridimensionata in uno dei suo poteri più rilevanti tornando così all’era pre-Cantone, almeno sul fronte dell’attività “normativa” vincolante per Pa e imprese. Resterebbero inalterati, invece, gli altri poteri di vigilanza e controllo sul mercato che il nuovo codice ha reso molto più penetranti rispetto al passato.

Tutto questo sempre che la delega venga discussa. Al momento del provvedimento varato dal governo prima di Natale si sono perse le tracce. Difficile pensare che il provvedimento sia stato rimesso in un cassetto. Più probabile ipotizzare che prima o poi, magari tra qualche giorno, venga annunciato i una delle due Camere.

Il problema a quel punto potrebbe al limite riguardare l’attualità delle norme relative al codice. Tutto dipende infatti da quanto in là si spingerà l’opera di correzione al codice che il governo intende portare avanti sfruttando l’occasione del decreto Semplificazioni che questa settimana è atteso in Aula al Senato. Se ci si limiterà a pochi ritocchi urgenti consegnare un nuovo mandato al governo per riformare il sistema potrebbe avere ancora senso. Se invece si andrà oltre, anticipando a questa fase molti dei contenuti dell’ipotetica riforma (magari intervenendo anche sui poteri Anac come ipotizza qualcuno) allora lasciare in piedi la delega potrebbe avere meno senso.

Di per sè la delega si porta dietro comunque due controindicazioni. La prima è il fattore tempo. Come ha segnalato lo stesso presidente dell’Anac Raffaele Cantone un ’operazioni di questo tipo presuppone tempi lunghissimi, a partire dai tempi necessari per varare la delega in Parlamento fino ad arrivare alla messa a punto del decreto legislativo a cura del governo. Basta ricordare quanto accaduto con il codice oggi in vigore: ci volle un anno per approvare la delega, poi scattò la corsa a varare la riforma prima della scadenza imposta dalle direttive europee (18 aprile 2016). Questa volta non ci sarebbe neppure questo vincolo a comprimere i tempi.

La seconda controindicazione riguarda gli effetti sul mercato dei continui stop & go legislativi. Poco meno di tre anni fa la riforma, 18 mesi fa il correttivo, ora i ritocchi del Dl Semplificazioni, tra uno o due anni la nuova riforma. Avere buone leggi è fondamentale, ma per gli operatori (e le stazioni appaltanti) conta molto anche poter contare su regole stabili. Altrimenti, di questo passo, anche nel settore delle costruzioni l’unico cantiere sempre aperto rischia di essere quello normativo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

10/01/2019 16.01 – Quotidiano Enti Locali e Pa

Il rifiuto di applicare la clausola sociale può viziare l’aggiudicazione della gara

L’opposizione da parte dell’impresa aggiudicataria all’applicazione della clausola sociale rifiutando di assorbire il personale utilizzato dal precedente gestore del servizio può essere un elemento indicativo della volontà pregiudiziale di non accettare quella clausola, con l’effetto di viziare l’aggiudicazione e legittimare i concorrenti a impugnare la procedura. Con la delibera n. 1123/2018 l’Anac, nel vagliare gli aspetti di criticità connessi alla gara pubblica indetta da un Comune per l’affidamento del servizio di raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti solidi urbani nel proprio territorio, si sofferma con particolare attenzione sugli effetti dell’inadempimento della clausola sociale da parte dell’aggiudicatario, aprendo lo spiraglio a un orientamento che si discosta dalla giurisprudenza dominante e che potrebbe aprire scenari inediti sull’esito delle gare per l’affidamento dei servizi. La clausola sociale Per inquadrare l’argomento si premette che, secondo l’articolo 50 del Dlgs 50/2016 (codice dei contratti), nelle procedure per gli affidamenti dei contratti di concessione e di appalto di lavori e servizi, con particolare riguardo a quelli relativi a contratti ad alta intensità di manodopera, il bando di gara contiene, nel rispetto dei principi comunitari, clausole sociali volte a promuovere la stabilità occupazionale del personale impiegato, prevedendo l’applicazione da parte dell’aggiudicatario, dei contratti collettivi di settore.Si tratta di una clausola particolare che punta a tutelare la stabilità occupazionale del personale utilizzato dall’impresa uscente e che spesso finisce al centro di vertenze giudiziarie dal momento che il ricorso indiscriminato a questo rimedio è suscettibile di influire negativamente sul gioco della libera concorrenza. A titolo esemplificativo, il Consiglio di Stato, Sezione III, con la sentenza n. 3471/2018 ha chiarito che è illegittima la clausola di salvaguardia che prevede il dovere generalizzato di assorbimento di tutto il personale utilizzato dall’impresa uscente, in quanto viola i principi costituzionali e comunitari di libertà d’iniziativa economica e di concorrenza, oltreché di buon andamento. Sul punto Palazzo Spada ricorda, evocando una copiosa giurisprudenza comunitaria in materia, che la clausola deve essere inserita nel bando in modo da contemperarne l’applicazione con i principi di «libertà di stabilimento», di «libera prestazione dei servizi», di «concorrenza» e di «libertà di impresa», per cui la protezione sociale del lavoro può senz’altro coprire il personale addetto alla manodopera del servizio, ma non estendersi anche ai responsabili della struttura organizzativa. La decisione dell’Anac Tenuto conto di tutto ciò, con la delibera in commento l’Anac non muove obiezioni al tenore della clausola inserita nel bando di gara per l’affidamento del servizio per la gestione dei rifiuti, ma si occupa del relativo inadempimento da parte dell’impresa aggiudicataria che, in seguito alla stipula del contratto di servizio, non si è attivata per assumere i lavoratori alle dipendenze del precedente gestore. A questo riguardo, l’Autorità richiama l’orientamento interpretativo seguito dal Tar per la Campania con la decisione n. 848/2017, secondo cui la clausola sociale rappresenta una condizione di esecuzione del contratto, che rileva esclusivamente ai fini del conseguente rapporto negoziale tra le parti. Ciò significa che, nel caso in cui l’impresa non adempia agli impegni assunti in sede di gara, gli effetti dell’inottemperanza de qua restano confinati nell’ambito della responsabilità contrattuale, con la conseguenza che la stazione appaltante sarà legittimata ad avvalersi dei rimedi civilistici previsti dal contratto (clausola risolutiva, applicazione di penale, eccetera). Questa interpretazione che, sempre secondo l’Autorità, sembra avallata dallo stesso codice dei contratti all’articolo 100, potrebbe tuttavia non valere in tutti i casi. Nella delibera si legge, infatti, che «se è vero che il rispetto degli obblighi assunti dall’aggiudicataria in sede di gara riguarda l’esecuzione del rapporto, il mancato assorbimento del personale, in particolar modo laddove sia totale, o comunque generalizzato, potrebbe manifestare la sostanziale volontà di non accettazione della clausola» con la conseguenza che «la violazione della clausola riverbererebbe i propri effetti sull’aggiudicazione, viziandola, e legittimando peraltro anche i concorrenti all’impugnazione». Questa innovativa interpretazione è di sicuro interesse in quanto da un lato sembra accentuare l’importanza della clausola per la salvaguardia della continuità occupazionale e dall’altro potrebbe sortire effetti di notevole impatto sull’esito delle gare per l’affidamento dei servizi.

12/01/2019 – Il Fatto Quotidiano

“Grandi opere, il governo segua l’ analisi costi-benefici”

La prefazione di Carlo Cottarelli al libro di Marco Ponti e Francesco Ramella
Pubblichiamo la prefazione al libro Trasporti: conoscere per deliberare di Marco Ponti e Francesco Ramella, due dei tecnici della task force per l’ analisi costi/benefici delle Grandi opere: la firma Carlo Cottarelli, economista, direttore dell’ Osservatorio sui conti pubblici dell’ Università Cattolica di Milano ed ex commissario alla spending review Il contributo che questo libro di Marco Ponti e Francesco Ramella fornisce alla conoscenza del settore dei trasporti e, soprattutto, alle scelte di politica economica che riguardano questo settore è di fondamentale importanza. In un momento in cui il nuovo governo sembra intenzionato a rilanciare gli investimenti pubblici facendoli diventare il perno della strategia di crescita economica italiana è essenziale che le scelte di investimento siano prese alla luce di rigorose analisi tecniche per assicurare la qualità di tali investimenti ed evitare che questi diventino un mero strumento per raggiungere effetti mediatici di breve periodo. E, all’ interno degli investimenti pubblici, quelli relativi al settore dei trasporti, non foss’ altro che per la loro rilevanza quantitativa, assumono particolare rilievo. Ho sempre sostenuto che, soprattutto in materia di spesa pubblica, è essenziale che le scelte finali siano fatte dai politici perché non c’ è niente di più politico della spesa pubblica. Questa influisce non solo sulla crescita del reddito ma anche sulla sua distribuzione, sull’ allocazione di risorse limitate in base a certe priorità che devono essere definite da chi è stato eletto. Queste priorità non possono essere lasciate ai tecnici. Resta però vero che le scelte politiche devono essere prese sulla base di rigorose analisi tecniche delle conseguenze di tali scelte, analisi che devono essere condotte da esperti che possano esprimere un parere indipendente, analisi che siano accessibili al pubblico in modo trasparente. Come nota Ponti nella sua introduzione, è questo non solo un principio di efficienza, ma anche un principio di democrazia perché, se così non fosse, le scelte del “sovrano”, seppur un sovrano eletto, non sarebbero sottoposte a quello scrutinio da parte della pubblica opinione che è alla base della democrazia. Finirebbero per essere quello che Ponti chiama un esercizio di arbitrio sovrano. Il rapporto tra politica e tecnica non è mai stato facile. La tentazione da parte della politica di ricercare risposte tecniche che si conformino a certi presupposti politici è persistente nella storia dell’ ultimo secolo, soprattutto nei regimi dittatoriali. E spesso i tecnici si sono prontamente adeguati alle esigenze politiche, dando le risposte che i politici volevano avere (resta celebre in proposito il caso Lysenko di sovietica memoria). Ma non è il caso degli autori di questo libro che non hanno mai avuto un rapporto facile con i sovrani di turno, proprio perché non hanno mai adattato le proprie risposte al colore politico di chi poneva le domande. Nelle prime settimane di vita il nuovo governo ha già affrontato alcuni episodi che segnalano ancora una volta la tensione che emerge tra obiettivi politici e limiti posti dall’ analisi tecnica. C’ è da augurarsi che questi episodi non segnalino un rafforzato desiderio di ignorare i pareri che non si conformano non tanto a legittime priorità politiche ma ai convincimenti aprioristici dell’ effetto che tali politiche dovrebbero avere sull’ economia e sulla società. Occorre invece, tra le altre cose, che le scelte di investimento che il governo prenderà nel settore dei trasporti come in altri settori siano basate, più che in passato, su valutazioni indipendenti, accurate e complete del loro impatto economico e sociale, utilizzando anche gli strumenti che sono alla base degli studi contenuti in questo volume. Così dovrebbe essere per un governo che davvero vuole essere un governo del cambiamento. Carlo Cottarelli

14/01/2019 – Italia Oggi Sette
Contratti, ammessi i mini-scostamenti

APPALTI/1 Lo ha sancito il Tar della Toscana
Non è ammessa la rinegoziabilità dei contratti della p.a., ma possono al massimo essere ammessi piccoli scostamenti rispetto al prezzo convenuto. Lo ha sancito il Tar Toscana, Sez. III, con la sentenza del 29 dicembre 2018 n. 1696. Una società di assicurazioni si era aggiudicata la gara indetta dalla Regione Toscana per l’ affidamento del servizio di brokeraggio a favore di tutte le amministrazioni presenti sul territorio regionale, comprese le aziende sanitarie e ospedaliere, le quali avevano la facoltà di aderirvi. La società vincitrice aveva, poi, ripetutamente segnalato la possibilità per tutte le aziende sanitarie di aderire a questa nuova convenzione, usufruendo di condizioni vantaggiose e di un cospicuo risparmio rispetto al contratto in essere con un’ altra compagnia assicurativa, che sarebbe scaduto a breve. Tuttavia le sollecitazioni non avevano avuto alcun seguito ma, anzi, veniva comunicata la scelta di procedere al rinnovo del precedente contratto. La società aggiudicataria aveva così impugnato tale decisione, dal momento che il rinnovo era illegittimo perché disposto all’ esito di una vera e propria rinegoziazione delle condizioni contrattuali in modo da renderle di fatto sovrapponibili a quelle, molto più convenienti, previste dalla convenzione regionale. Il Tar ha accolto il ricorso. Dalla documentazione prodotta dalle parti è pacifico che al rinnovo contrattuale, contestato dalla società ricorrente, le aziende sanitarie sono giunte solo dopo aver rinegoziato le originarie condizioni economiche dell’ affidamento, ottenendo il duplice impegno del broker a garantire una diminuzione dei premi assicurativi sulle polizze in corso e sui relativi rinnovi e, per il futuro, a praticare sulle nuove polizze provvigioni equivalenti a quelle previste dalla convenzione regionale. Non vi è dubbio che si sia trattato, come correttamente sostenuto dalla società ricorrente, di un affidamento diretto, scelta illegittima e non consentita: le aziende ospedaliere avrebbero potuto, semmai, rinnovare il contratto alle stesse condizioni originariamente pattuite. I giudici amministrativi rilevano come, in linea generale, deve ritenersi non ammessa la rinegoziabilità di contratti aggiudicati all’ esito di procedure aperte, perché in violazione del principio concorrenziale. L’ unica ipotesi ammessa è quella di contratti nei quali vengono concordati con l’ aggiudicatario degli scostamenti rispetto al prezzo offerto in gara, tali da non dare luogo a un affidamento nuovo e diverso. © Riproduzione riservata. FRANCESCA DE NARDI

14/01/2019 – Italia Oggi Sette
Il ritardo di 3 minuti non esclude da gara

APPALTI/2 Una decisione dei giudici milanesi
È illegittima l’ esclusione da una gara disposta perché la domanda di partecipazione è stata presentata con ritardo di soli tre minuti rispetto al termine orario di scadenza previsto dal bando. Lo ha sancito il Tar Lombardia – Milano, Sez. IV con la sentenza del 5 dicembre 2018 n. 2737. Nel caso in esame il legale rappresentante di una ditta, giunto tempestivamente presso i locali comunali per il deposito della domanda di partecipazione ad una gara, aveva aderito a un formale invito diffuso via audio dal Comune per ragioni di pericolo e aveva abbandonato l’ edificio, facendovi ritorno alla scadenza del termine orario, presentando però la domanda con 3 minuti di ritardo. La domanda di partecipazione era stata, così, protocollata tra le ore 12,02 e le ore 12,03, e era perciò stata esclusa, con provvedimento, in quanto presentata in ritardo rispetto al termine perentorio indicato nel bando, ovvero le ore 12,00. A seguito dell’ impugnazione del provvedimento di esclusione, il Tar ha accolto il ricorso. Il collegio afferma che le imprese partecipanti a una gara, a fronte di un preciso termine di presentazione delle offerte, conosciuto con congruo anticipo, hanno effettivamente l’ onere di predisporre la propria organizzazione in modo da ottemperare con tempestività, tuttavia non si può pretendere che la diligenza richiesta al partecipante alla gara si spinga fino a pretendere l’ invio dell’ offerta molto tempo prima della scadenza del termine. Ciò renderebbe privo di significato lo stesso termine finale. Nel caso in esame, inoltre, la p.a. ha creato una situazione di confusione e disorientamento a ridosso della scadenza e proprio nei locali in cui il deposito della domanda doveva avere luogo, in nessun modo imputabile alla ditta esclusa. Non vi è dubbio, contrariamente da quanto sostenuto dal Comune di Milano, che la parte ricorrente avesse confidato nell’ esistenza di un lasso temporale necessario a porre in essere gli adempimenti conclusivi alla presentazione della sua domanda di partecipazione e che sia stato invece oggettivamente ristretto, per causa unicamente imputabile all’ Amministrazione appaltante. Pertanto non si può ritenere legittima l’ esclusione della ditta per aver presentato la domanda con un ritardo di soli tre minuti, per causa unicamente imputabile al comune. © Riproduzione riservata. FRANCESCA DE NARDI

14/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Toninelli in aiuto degli appalti di Roma: a fare le gare sarà il Provveditorato

Massimo Frontera

Intesa Mit-Comune per aprire i cantieri. Rebecchini (Acer): finora bloccati lavori per 230 milioni, dare priorità alle gare incagliate

Il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli vola in soccorso della sindaca di Roma, Virginia Raggi, per cercare di superare la paralisi degli appalti. Venerdì scorso il Mit ha annunciato un accordo con Roma Capitale che – spiega un comunicato – consentirà a quest’ultima di delegare al Provveditorato alle opere pubbliche del Lazio le «funzioni di stazione appaltante e centrale di committenza per Roma Capitale, così da accelerare l’avvio di lavori importantissimi e inderogabili ed evitare le lungaggini amministrative e burocratiche che da troppi anni hanno, di fatto, bloccato la Capitale». «Il team messo in campo dal Provveditorato – prosegue la nota – gestirà integralmente la realizzazione delle opere, dalla progettazione alla direzione lavori fino alla consegna degli interventi realizzati».
La situazione nella Capitale ha superato da tempo il livello di guardia per vari motivi, uno dei quali è la indisponibilità dei funzionari capitolini a ricoprire il ruolo di commissari di gara (per evitare di dover prendere decisioni discrezionali sugli affidamenti), bloccando lavori di riqualificazione e manutenzione stradale. La tragica condizione delle strade capitoline ha partorito anche l’idea di utilizzare il genio civile dell’esercito, soluzione che sembra in parte rientrata, anche se nella legge di Bilancio la norma ad hoc è rimasta (articolo 1, comma 933). Venerdì scorso, infine, è arrivata la soluzione istituzionale: sarà il ministero delle Infrastrutture, attraverso il provveditorato alle opere pubbliche, ad aiutare l’amministrazione di Roma Capitale sulle procedure di affidamento degli appalti.
Quali procedure? In che tempi? Con quali soldi? E, soprattutto, su quali appalti: quelli nuovi o anche quelli già banditi e ancora non aggiudicati? Peraltro, su questo specifico accordo, diversamente dal passato, non è previsto alcun ruolo dell’Anac (anche se resta in piedi sia l’accordo di vigilanza collaborativa, già stipulato, sia la collaborazione specifica, tutt’ora in corso, sui bandi per il Giubileo).
La convenzione attuativa, per lavori e servizi di ingegneria
Il Mit spiega che il primo passo sarà quello di sottoscrivere una convenzione, che non è stata ancora né firmata, né definita nel dettaglio e alla quale si lavorerà a partire da questa settimana. «Sarà una convenzione quadro – spiega il provveditore alle opere pubbliche di Lazio, Abruzzo e Sardegna, Federico Vittorio Rapisarda – sarà cioè generale, con la possibilità, da parte del comune di Roma, di attivarla ogni volta lo riterrà, delegando al Provveditorato, per ciascun intervento, una o più funzioni di stazione appaltante». In altre parole, spiegano al Mit, il Provveditorato interviene attraverso una sorta di lettera di incarico in cui viene autorizzato, e allo stesso tempo invitato, a svolgere, per esempio, le funzioni di stazione appaltante, di direttore dei lavori e/o di collaudatore. La durata della convenzione non è stata ancora definita: «nei prossimi giorni – spiega il Provveditore – definiremo la durata». Ma non è escluso che possa restare aperta, cioè senza termine di scadenza. Di certo, non sarà limitata ai lavori. «La convenzione – precisa infatti Rapisarda – riguarderà i lavori con possibilità di estensione anche ai servizi di ingegneria».
Sugli appalti già banditi, la procedura sarà completata dal Comune
«Il Provveditorato – è sempre Rapisarda che parla – non conosce ancora quali saranno i primi appalti» per i quali sarà chiamato a occuparsi. Dalle prime spiegazioni che filtrano dal Mit l’accordo riguarderà sicuramente tutti i nuovi appalti da bandire. Non è ancora del tutto chiaro se invece potrà essere esteso “retroattivamente” anche alle tante gare bandite e con offerte presentate, ma non ancora aggiudicate a causa della difficoltà – come si diceva prima – di comporre le commissioni giudicatrici. Dal Mit spiegano che, al momento, l’intesa prevede che sulle gare già bandite sia il Comune a completare la procedura. Tuttavia, aggiungono al Mit, questa netta delimitazione non è stata ancora messa nero su bianco.
Gli appalti nella Capitale: 230 milioni di lavori bloccati
Le buche sulle strade, oltre a essere un validissimo indicatore di incuria e incapacità amministrativa, sono solo la punta dell’iceberg. L’Acer, l’associazione dei costruttori romani aderente all’Ance, ha messo in fila una serie lunga così di gare ferme oppure annunciate e mai bandite, oppure ancora bandite e aggiudicate ma con lavori mai partiti. In cima alla lista c’è la gara da 80 milioni di euro in 12 lotti per la manutenzione della grande viabilità capitolina: la gara è di due anni fa, i lavori sono stati aggiudicati solo recentemente e i cantieri non si vedono ancora. L’Acer segnala poi un vero e proprio “fossile”: l’appalto per realizzare il programma di housing sociale F555 a Pietralata da 60 milioni, bandito nel 2011. Risale addirittura al marzo 2009 la gara da 2,5 milioni di euro per il raddoppio della Tiburtina (tra Via Cervara e Via Tivoli), anche questa scomparsa dai radar. Passando dalla periferia al centro storico la situazione non cambia: nell’ottobre del 2016 il Comune ha mandato in gara, nell’ambito delle opere per il Giubileo, la riqualificazione di Piazza Venezia e Piazza Aracoeli. Una gara da 4,5 milioni di euro con offerte presentate ma non ancora aggiudicata.
Rebecchini (Acer): l’accordo? Una buona notizia “auspicata”
L’intesa romana con il provveditorato è una «sorpresa auspicata da tempo». «Mi auguro che questa soluzione possa essere applicata in primissima battuta alla conclusione degli iter delle gare non ancora concluse, al fine di poter avviare i cantieri». Il presidente dei costruttori romani Nicolò Rebecchini accoglie con soddisfazione la novità ufficializzata lo scorso venerdì da Mit, ma spera che lo strumento venga utilizzato a partire dalle emergenze aperte, non solo su quelle prossime venture. «Ci auguriamo – ribadisce – che questo protocollo con il provveditorato metta in condizione l’amministrazione di sbloccare queste procedure, supportandola con le commissioni di gara e le commissioni di collaudo e in generale con tutta la parte di natura tecnico-professionale necessaria a concludere le gare e aprire i cantieri». «Mi auguro proprio – ribadisce il presidente dei costruttori romani – che si parta da lì: dalle gare che non sono state completate dalle commissioni dell’amministrazione comunale». «Naturalmente – aggiunge Rebecchini – mi auguro anche che l’amministrazione riprenda in mano la situazione e torni quanto prima a gestire direttamente le procedure».  © RIPRODUZIONE RISERVATA

14/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Opere bloccate/2. L’elenco Ance sale a 400 interventi per 27 miliardi: ecco la lista

A.A.

Quasi tutti interventi finanziati e mai partiti per cambi di indirizzo politico, rallentamenti burocratici, perdita di fondi, contenziosi

Dalla primavera 2018 l’Ance (Associazione costruttori edili) monitora sul sito sbloccacantieri.it le opere pubbliche bloccate, finanziate ma ferme per motivi burocratico-approvativi, indecisione politica, contenziosi in corso d’opera: una prima lista fu presentata dall’Ance a luglio, con 270 progetti e 21 miliardi di euro di valore. Ad oggi l’elenco è arrivato a contare oltre 400 opere, per un valore di 27 miliardi di euro.
Nella gran parte dei casi si tratta di opere finanziate e mai partite. Non vengono invece monitorati i cantieri rallentati o fermi per crisi d’impresa, dove cioè è proprio la crisi delle imprese a impedire o rallentare la prosecuzione dei lavori (si veda il nostro servizio).
Troviamo ad esempio la Gronda autostradale di Genova (5 miliardi), finanziata e approvata ma su cui non è arrivato nei mesi scorsi l’ok finale del Ministero delle Infrastrutture. Ferma anche – sempre spulciando nell’elenco Ance – la realizzazione della 3° corsia dell’A11 tra Firenze e Pistoia (3 miliardi), l’alta velocità Brescia-Verona (1,9), l’autostrada regionale Cispadana (1,3), il raccordo autostradale Ferrara-Porto Garibaldi (600 milioni), la Campogalliano-Sassuolo (500). Poi c’è la strada statale Maglie-Santa Maria di Leuca in Puglia (300 milioni), il 1° lotto della Valtrompia. E una serie di medie e piccole opere, come l’ospedale Morelli a Reggio Calabria (115 milioni), il piano scuole in Umbria (100 mln) o anti-dissesto in Veneto (140).
Molte delle opere più rilevanti indicate nell’elenco Ance sono tra quelle oggetto di rivalutazione tecnico-politica da parte del ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli.
Il governo ha puntato nella legge di Bilancio a potenziare, più che le grandi opere, altri filoni di investimenti pubblici come le opere contro il dissesto idrogeologico, la manutenzione straordinaria di strade e ponti, l’edilizia sanitaria e gli investimenti delle Regioni e dei piccoli Comuni, con trasferimenti diretti di risorse. Ma la preoccupazione dei costruttori come dei sindacati dell’edilizia è che lo stop alle opere medio-grandi possa avere un pesante impatto sull’edilizia dopo dieci anni di crisi, mentre nel frattempo ci vorrà un po’ di tempo prima di far partire i nuovi programmi di spesa per manutenzione sraordinarie di ponti e viadotti, interventi anti-dissesto idrogeologico, edilizia sanitaria. © RIPRODUZIONE RISERVATA

14/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Opere bloccate, il caso simbolo in Sicilia: cantieri mai partiti a sette anni dall’aggiudicazione

Alessandro Arona

Storia della ferrovia Ogliastrillo-Castelbuono da 340 milioni: due anni persi per la burocrazia e ora braccio di ferro tra Rfi e Toto sulle varianti alle gallerie

Il progetto per il raddoppio della ferrovia Cefalù/Ogliastrillo-Castelbuono, tra Palermo e Messina (12, 3 km di nuova tratta, di cui 11 in galleria), messo in gara da Italferr (per conto di Rfi) il 29 aprile 2011 ad appalto integrato e massimo ribasso e aggiudicato un anno dopo (29/4/2012) a una cordata guidata da Toto Costruzioni per 338,57 milioni (ribasso del 20,5%), è arrivato alla consegna cantiere solo nel dicembre 2014 (valore aggiornato a 340 milioni), e da allora è bloccato prima per una via crucis burocratica di autorizzazioni locali che arrivavano con il contagocce, e poi per un braccio di ferro tra Rfi e le imprese sulle varianti necessarie ad adattare il progetto ai rilievi geognostici post-esecutivo.
Nel frattempo il cantiere non ha fatto pressoché nessun passo avanti decisivo: lo scavo delle gallerie non è mai cominciato, sono state eseguite solo lavorazioni preliminari e per l’allestimento di cantiere, sono stati spesi circa 18 milioni di euro, lo 0,5% del costo totale, senza alcun Sal mai raggiunto e pagato.
In base al bando, data l’aggiudicazione nell’aprile 2012, il cantiere sarebbe dovuto partire (dopo la progettazione esecutiva) nel 2013, e i lavori finire nel 2019, quest’anno. Invece le previsioni ufficiali parlano di una fine dei lavori nel 2023, anche se è più realistico calcolare la fine del 2024, visto che il contratto prevedeva 6 anni di lavori, e di fatto siamo all’anno zero.
Ogni previsione è comunque aleatoria. Risolti i ritardi burocratici (mancate autorizzazioni per le aree di cantiere, prescrizioni della soprintendenza, poi vedremo meglio), negli ultimi mesi è entrato nel vivo il confronto tra Toto e Rfi. Le imprese hanno da subito evidenziato presunte carenze nella progettazione definitiva, concordando nell’esecutivo che sarebbe stato necessario rieffettuare rilievi e indagini geognostiche a cantiere consegnato. In seguito ai rilievi Toto chiede rilevanti modifiche al progetto, in particolare di superare le due tratte in cui era previsto lo scavo tradizionale, passando per tutta la tratta allo scavo meccanizzato in Tbm, e superando la tratta con previsione di doppia canna, passando alla canna unica con doppio binario.
Rfi ha già detto di no una volta, respingendo modifiche che di fatto cambierebbero non solo il progetto esecutivo approvato nel 2014, ma anche il definitivo messo in gara nel 2011. Toto d’altra parte ritiene che tali modifiche si siano rese necessarie per le carenze dello stesso definitivo e i risultati dei riliei geotecnici successivi, che hanno rilevato la presenza di falde e materiale franoso non previste dal prgetto. Di fatto sono anni che si discute sul progetto di quest’opera, a contratto firmato, tra Rfi e le imprese, ma in queste settimane i nodi stanno venendo al pettine.
Al momento però entrambe le parti dicono di non volere rotture, e di lavorare intensamente, a livello tecnico e di vertici, per arrivare a un accordo e avviare l’opera. Rfi sa che una risoluzione del contratto potrebbe costargli una pesante causa per risarcimento danni, e comunque riappaltare l’opera avrebbe tempi lunghi. Toto d’altra parte non vuole perdere una commessa da 340 milioni di euro. Dunque si continua a trattare.
Ma vediamo in dettaglio.
L’OPERA
L’intervento di raddoppio del tratto Cefalù/Ogliastrillo – Castelbuono, della linea Palermo-Messina, di lunghezza di km 12,3 circa, è interamente in variante su doppio binario rispetto alla linea storica. Gli interventi includono la realizzazione di tre gallerie: Cefalù, S. Ambrogio e Malpertugio.
Il progetto definitivo a base prevedeva un costo a base d’asta di 338,577 milioni di euro.
LE GALLERIE
Il progetto prevede la realizzazione di tre gallerie, che interessano la quasi totalità della nuova tratta ferroviaria: la prima, denominata Cefalù, di 6.700 metri a doppio fornice, verrà realizzata con la tecnologia dello scavo meccanizzato, impiegando due Tunnel boring machine (Tbm) del diametro di 9,90 metri ognuna, la seconda, denominata S. Ambrogio, di 4.300 metri, realizzata con la tecnica di scavo tradizionale, la terza, chiamata “Malpertugio”, di 135 metri, anch’essa in tradizionale.
IL BANDO
Il bando di gara ad appalto integrato e massimo ribasso, per la progettazione esecutiva e i lavori, è stato pubblicato da Italferr (per comto di Rfi) il 29 aprile 2011, e aggiudicato il 25 aprile 2012 per 338,577 milioni, con un ribasso del 20,5%, all’Associazione Temporanea di imprese composta da Toto Costruzioni Generali (Mandataria), Italiana costruzioni, Alpitel, Armafer del Dr. Michele Morelli e Esim Elettricità Società Impianti Meridionali.
I tempi contrattuali erano di sei mesi per la progettazione esecutiva e 6 anni per i lavori.
PROGETTAZIONE ESECUTIVA.
Invece di circa un anno tra progettazione esecutiva e approvazione ce ne sono voluti due e mezzo. La consegna del cantiere è avvenuta nel dicembre 2014.
Da subito Toto costruzione ha contestato presunte carenze nella progettazione definitiva, soprattutto risultati non convincenti sulla parte geologica, che avrebbero reso necessari ulteriori sondaggi e rilievi pù approfonditi. Alla fine il progetto esecutivo ha confermato il definitivo di Italferr, ma è stata concordata l’effetuazione di tali rilievi.
Così la racconta Rfi: «Nell’ambito dello sviluppo della progettazione esecutiva l’appaltatore ha proposto modifiche relative alle modalità di scavo e ha studiato diverse alternative, anche con sondaggi e indagini geologiche, per verificare il migliore percorso. Tali studi hanno poi portato alla conferma del tracciato previsto nel progetto messo a gara».
DUIE ANNI DI RITARDO PER INTOPPI BUROCRATICI
Rfi e le imprese raccontano lo stesso film, su questo l’identità di vedute è totale. Nel 2015 si sono registrati ritardi nell’avvio dei lavori in seguito alle prescrizioni impartite dalla Soprintendenza ai Beni Culturali e Artistici di Palermo sull’attività di taglio della vegetazione, presente sia sulle aree del sedime ferroviario che su quelle destinate alla cantierizzazione.
Successivamente si è avuto un fermo delle attività a causa del diniego espresso dall’ente Città Metropolitana di Palermo per l’utilizzo di aree che sarebbero servite alla realizzazione del piazzale di lancio della fresa TBM, per lo scavo della galleria Cefalù (lato Ogliastrillo).
Infine si è avuto il protrarsi dei tempi necessari al rilascio delle autorizzazioni per le opere di cantierizzazione nei comuni di Cefalù e di Pollina.
E ancora in queste settimane è in corso l’iter di approvazione per le autorizzazioni relative ai siti di riutilizzo per i materiali da scavo, che vede anche RFI impegnata in tavoli tecnici con l’Assessorato ai Lavori Pubblici della Regione Siciliana.
LA TRATTATIVA IN CORSO SUL PROGETTO
A sette anni dall’aggiudicazione ancora non si sanno dettagli chiave del progetto, come il numero di canne e le modalità di scavo, ma anche il progetto della stazione di Cefalù. I rilievi geognostici hanno fatto emergere la presenza di falde e materiale frammentato inizialmente non previsti. Toto suggerisce di passare allo scavo meccanizzato per tutte le gallerie, e di semplificare il progetto passando alla canna unica sempre, anche con doppio binario.
Così la racconta Rfi: «Nell’ambito dello sviluppo della progettazione esecutiva sono state poi introdotte modifiche relative alla realizzazione delle gallerie Sant’Ambrogio e Cefalù. In seguito all’affidamento dei lavori, l’appaltatore ha presentato diverse proposte di variante del tracciato delle due gallerie. Contestualmente all’esecuzione dei lavori propedeutici allo scavo delle gallerie, infatti, sono stati effettuati e conclusi i previsti approfondimenti geotecnici, propedeutici all’inizio dei lavori, necessari per poter definire in modo puntuale la tipologia degli interventi di presidio e consolidamento dei fronti di scavo. Attualmente si stanno esaminando le risultanze di tali approfondimenti costruttivi da parte dell’appaltatore».
Né Rfi né le imprese per ora rispondono alle domande più calde: queste modifiche progettuali avranno un impatto sui costi del progetto? Sono in corso approfondimenti, è la risposta.
Nessuno sembra per ora volere la rottura. Continueremo a seguire la vicenda. © RIPRODUZIONE RISERVATA

14/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Stretta alle deroghe su microappalti e equo compenso tra gli emendamenti al Dl Semplificazioni

Q.E.T.

Proposta Cinque Stelle: permettere l’innalzamento a 150mila dell’affidamento diretto solo per gli appalti dei Comuni finanziati con 400 milioni dalla legge di Bilancio

Circoscrivere ai microappalti dei piccoli Comuni finanziati con 400milioni dalla legge di Bilancio e introdurre l’equo compenso per i professionisti, cancellando l’opzione incarichi gratis.

Sono alcune delle proposte più significative presentate dalla maggioranza in Senato, dove domani le commissioni Affari costituzionali e Lavori Pubblici avvieranno il vaglio di ammissibilità.

Un emendamento, a firma del capogruppo grillino al Senato Stefano Patuanelli, firma una proposta di modifica sugli appalti. Si chiede di limitare il ricorso agli affidamenti diretti in deroga previsti dall’ultima manovra solo ai lavori di messa in sicurezza di scuole, strade, edifici pubblici e patrimonio comunale che possono realizzare i Comuni utilizzando il fondo di 400 milioni stanziato dalla stessa legge di bilancio. Sempre i senatori grillini propongono che le Pmi ricorrano all’autocertificazione dei propri crediti con la Pubblica amministrazione se questa non li certifica entro 30 giorni. E si chiede di estendere anche ai professionisti la nuova sezione del Fondo di garanzia riservata, con 50 milioni, a chi è in crisi per crediti con la Pa.

Grazie a un emendamento al Dl semplificazioni che vede tra i firmatari tre senatori del Movimento 5 Stelle, Grassi, Patuanelli e Santillo, tornano poi i riflettori sui compensi che la pubblica amministrazione offre ai professionisti nei bandi di gara.

La questione dell’equo compenso è stata recentemente sollevata dal presidente di Confprofessioni Gaetano Stella, durante l’audizione presso le commissioni unite Affari costituzionali e Lavori pubblici al Senato sul decreto semplificazioni che si è svolta martedì scorso. Stella in quell’occasione ha parlato di «un annoso problema, che tuttavia ha assunto negli ultimi anni dimensioni inaccettabili e lesive della stessa dignità dei professionisti che operano con la Pa». Un problema in parte affrontato dal Dl 148/2017, all’articolo 19-quaterdecies, comma 3, ma rimasto in sospeso per la pubblica amministrazione, avendo sancito un principio privo di potere vincolante. Un vuoto normativo che l’emendamento presentato ieri dovrebbe colmare.

In particolare l’emendamento propone di aggiungere al comma 3, articolo 14-quaterdecies del Dl 148/2017 che «le pubbliche amministrazioni non possono conferire incarichi professionali, né affidare opere pubbliche nell’ambito delle quali siano previsti incarichi professionali, il cui compenso pattuito non sia proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto nonché al contenuto e alle caratteristiche della prestazione, anche tenuto conto dei parametri per la liquidazione giudiziale dei compensi. Eventuali contratti d’opera stipulati in violazione del presente comma sono nulli…».

A far nascere la necessità di definire un limite minimo al compenso dei professionisti nei bandi pubblici fu la sentenza del Consiglio di Stato 4614/2017 che aveva ritenuto legittimo il bando che prevedeva «zero compenso» per il professionista. Dopo un acceso dibattito il legislatore decise di porre un freno ai soli “poteri forti” e quindi banche, assicurazioni e grandi aziende; per la Pa venne prevista una norma di principio così da evitare l’applicazione retroattiva della norma. Ma a quanto pare la norma di principio, presa a riferimento solo da alcune Regioni (Lazio, Campania, Calabria e Pugli), non è stata sufficiente ad evitare bandi con compensi “risibili”. © RIPRODUZIONE RISERVATA