Rassegna stampa 9 gennaio 2019

09/01/2019 – Corriere della Sera

L’ Autorità Antitrust multa Enel per 93 milioni e Acea per 16 milioni : abuso di posizione dominante

Concorrenza
L’ Antitrust multa Enel e Acea. L’ Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha sanzionato per oltre 93 milioni il gruppo guidato da Francesco Starace, che ha subito annunciato ricorso al Tar, e per oltre 16 milioni la società romana per abusato di posizione dominante nei mercati della vendita di energia elettrica in cui offrono il servizio pubblico di maggior tutela, servizio destinato a essere eliminato entro il 1 luglio 2020 con la piena affermazione di un unico mercato nazionale dell’ energia elettrica completamente liberalizzato. Ma Enel respinge le accuse, ritenendo di aver sempre agito «nel pieno rispetto delle normative vigenti» ed è convinta di «poter dimostrare la correttezza del proprio operato dinanzi al Tribunale amministrativo regionale al quale farà immediatamente ricorso», comunica la società in una nota. Nella stessa riunione del 20 dicembre, l’ Autorità ha anche valutato le condotte commerciali del gruppo A2A negli stessi mercati, non riscontrando tuttavia elementi probatori sufficienti per accertare l’ infrazione anche nei confronti di tale operatore.

09/01/2019 – Corriere della Sera
«Proseguiranno i lavori per il tunnel del Brennero Ma fermeremo le trivelle»

L’ intervista Danilo Toninelli
Il ministro alle Infrastrutture: la Tav? Costa 11 miliardi, vedremo
Milano «Non deciderò in base alle mie considerazioni politiche, ma il progetto della Tav Torino-Lione si basa su stime di traffico merci sbagliate dell’ 80% rispetto alle previsioni attuali. Il costo dell’ opera è di 11 miliardi e non è ancora partito alcun lavoro perché siamo nella fase delle indagini». Il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli ha partecipato ieri alla diretta con gli utenti di Dataroom , il format ideato da Milena Gabanelli per il Corriere della Sera . Ministro il costo della Tav risulta inferiore: 9,6 miliardi per il tunnel di base, di cui il 35% in carico all’ Italia per una spesa di 4,8 miliardi aggiungendo gli oneri per il tracciato fino a Torino. «È un’ opera da oltre 20 miliardi considerando i costi per la Francia. L’ Unione europea solo a parole ha detto di volerla finanziare fino al 50%. A breve sarà pronta l’ analisi costi-benefici sul tracciato da parte di tecnici indipendenti: se converrà farlo lo faremo». Non crede che l’ attesa produca un costo per il Paese: bloccare per sei mesi il Terzo Valico ha avuto senso? «Non c’ è mai stato alcun pregiudizio ideologico. C’ è stato solo uno slittamento. Le maestranze hanno sempre continuato a lavorare. E non si può attribuire al governo le difficoltà finanziarie delle aziende del consorzio, come Condotte». Sul tunnel del Brennero conviene fermarsi come ha detto il suo collega, il ministro Riccardo Fraccaro? «Non si può chiudere il tunnel del Brennero, le opere sono già partite. Ma se ci fosse stato il Movimento 5 Stelle qualche anno fa avremmo fatto tutt’ altro rispetto ad un’ opera che costa 8,4 miliardi, di cui la metà in carico ai contribuenti italiani». Il disagio dei cittadini è legato a cantieri infiniti che si prolungano per le mille autorizzazioni necessarie: come interverrete sui costi occulti della burocrazia? «Maggiore è l’ opacità normativa maggiori sono i rischi di infiltrazioni malavitose. Nel decreto Semplificazioni abbiamo inserito la legge delega per la riscrittura del codice degli appalti. Il paradosso è che in molti casi i soldi ci sono ma non vengono utilizzati. Sul sito del mio ministero abbiamo fatto una consultazione pubblica per capire dove intervenire. Semplificheremo il codice e lo renderemo certo. Faremo una struttura di supporto per lo sblocco dei cantieri intervenendo in favore degli enti locali che non hanno le competenze giuste per i progetti». Si è detto favorevole all’ uscita di Anas, la maggiore stazione appaltante pubblica, da Ferrovie dello Stato. Così si troverebbe priva di autonomia finanziaria. «Non mi pare che finora Anas abbia lavorato bene. È il simbolo di un modo fallimentare di fare politica nel nostro Paese. Ora abbiamo un nuovo consiglio di amministrazione e nuovi vertici per ribaltare come un calzino Anas. È un passaggio dovuto la fuoriuscita da Ferrovie dello Stato per renderla efficiente». Ha un fondo rischi da contenzioso da oltre 9 miliardi per le richieste di risarcimento da parte delle imprese. Solo Cmc, in concordato, è in causa per 1,6 miliardi. «Non sono preoccupato perché solo il 10% delle richieste viene effettivamente erogato come risarcimento». Sulle trivelle nello Ionio siete stati però presi in contropiede. «Quelle autorizzazioni non le daremo. Significherebbe tornare al Medioevo». Crede che un costruttore estero possa essere interessato ad investire in Italia se ogni governo blocca opere già in programma? «Ho una responsabilità enorme nei confronti dei cittadini. Dal mio ministero passa il 40% degli investimenti pubblici. Non butterò più un euro del signor Mario e della signora Maria». Si sente all’ altezza? «Non avrei accettato se non lo sentissi. Poi ciò che conta è la squadra».

09/01/2019 – Il Messaggero
La Centrale degli investimenti verso l’ Agenzia del Demanio

È in arrivo il decreto per la maxi struttura da 300 persone per accelerare le opere pubbliche Lo Stato e gli enti locali potranno affidare direttamente al nuovo soggetto la progettazione
IL FOCUS ROMA La decisione era rimasta appesa. Nelle ore concitate dell’ approvazione della legge di Bilancio, con la spada di Damocle della trattativa europea sulla testa, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, non aveva voluto dirimere la questione. Da una parte c’ era il ministero delle infrastrutture, guidato dal grillino Danilo Toninelli. Dall’ altro quello dell’ Economia di Giovanni Tria. In mezzo la «Struttura per la progettazione di beni ed edifici pubblici», una centrale unica che, nelle intenzioni del ministro Tria, dovrebbe servire ad accelerare la realizzazione degli investimenti nelle opere pubbliche, il vero volano della crescita, e che nella prima bozza della manovra era stata battezzata InvestireItalia. I due ministeri si contendono il timone della struttura. La scelta sul dove collocarla era stata rimandata dalla manovra, ad un decreto del presidente del Consiglio da emanarsi entro la fine di gennaio. Il pendolo oscillerebbe in direzione di Tria. La centrale per la progettazione, infatti, potrebbe essere collocata nell’ ambito dell’ Agenzia del Demanio che, del resto, può già vantare esperienza nel settore gestendo un portafoglio di oltre 43.000 beni per un valore di circa 60 miliardi di euro. Non solo. La stessa manovra ha stabilito che il finanziamento di 100 milioni di euro annui per i costi della nuova struttura di progettazione, fossero erogati direttamente all’ Agenzia guidata da Riccardo Caprino. IL RECLUTAMENTO La struttura, sempre secondo quanto stabilito dall’ ultima manovra, potrà assumere 300 persone altamente specializzate (120 delle quali saranno temporaneamente destinate alle stazioni uniche appaltanti provinciali) e potrà reclutare altre 50 persone di ruolo della pubblica amministrazione. L’ idea di Tria è quella di ricostituire il genio civile, con lo scopo ultimo di accelerare i tempi di realizzazione degli investimenti pubblici. I compiti della centrale saranno molti. Su richiesta delle amministrazioni centrali e locali potrà occuparsi della progettazione di fattibilità tecnica ed economica, definitiva ed esecutiva di lavori, del collaudo, del coordinamento della sicurezza della progettazione nonché alla direzione dei lavori e agli incarichi di supporto tecnico-amministrativo alle attività del responsabile del procedimento e del dirigente competente alla programmazione dei lavori pubblici. Mettendo la centrale per la progettazione sotto l’ ombrello dell’ Agenzia del Demanio, le amministrazioni centrali e locali che dovranno effettuare gli investimenti potranno affidare in via diretta, senza la necessità di gare di appalto, alla stessa struttura tutte queste fasi della realizzazione delle opere pubbliche. I NUMERI Insomma, per il governo sarebbe più strategico accelerare i lavori che stanziare nuovi fondi. Due giorni fa, in audizione in Parlamento, l’ Ance ha contato oltre 400 opere bloccate per un importo superiore a 27 miliardi di euro. Un dato censito, in pochi mesi, nel sito Sbloccacantieri. Nella manovra presentata ad ottobre – ha spiegato il presidente dell’ associazione dei costruttori Gabriele Buia, – si prevedeva un aumento di 3,5 miliardi di euro nella spesa effettiva di cassa statale 2019 per gli investimenti pubblici, rispetto alla legislazione pre-vigente, e in tutto di 15,5 miliardi nel triennio 2019-2020. Il testo finale approvato, invece, ha ridotto questo aumento a 550 milioni nel 2019, rinviando gran parte della spinta (10,5 miliardi) al biennio successivo, e comunque riducendola da 15,5 a 11 miliardi nel triennio. La scommessa della struttura, insomma, è quella di riuscire ad accelerare i cantieri e a spendere i soldi che già ci sono. Andrea Bassi © RIPRODUZIONE RISERVATA.

09/01/2019 – Il Sole 24 Ore
Arriva la riforma del codice appalti, Anac sotto tiro

LA svolta
Nel decreto semplificazioni torna l’ ipotesi di ridimensionare l’ Autorità
ROMA La mossa che il governo sta mettendo a punto per rispondere alle critiche di sindacati e imprese per la mancata ripresa del settore delle costruzioni è la riforma del codice degli appalti. Un tema che trova sensibili – sia pure con accenti diversi – le associazioni di lavoratori e datori in quanto promette procedure più celeri e semplificate per la realizzazione delle opere pubbliche. È una partita su cui Palazzo Chigi lavora fin dalla nascita del governo ma che finora si è tradotta soltanto in due norme di deroga al codice degli appalti, inserite rispettivamente nel decreto semplificazioni e nella legge di bilancio, con il rinvio di qualunque riforma organica. A pesare sul rinvio della riforma soprattutto sono state fino a oggi la partita della trasparenza e quella sul ridimensionamento del ruolo dell’ Autorità anticorruzione guidata da Raffaele Cantone. Nelle norme messe a punto nelle settimane scorse, che sarebbero dovute entrare nel decreto semplificazioni e poi sono state “sviate” in un disegno di legge delega, veniva infatti drasticamente ridimensionato il ruolo di regolatore dell’ Anac attraverso lo strumento delle linee guida. La soluzione prospettata dal governo, che ora torna di nuovo in pista, è quella di eliminare le linee guida dell’ Anac in attuazione del codice per tornare a un regolamento generale attuativo della riforma pienamente cogente, come nel codice appalti del 2006. A questa soluzione si è sempre opposto Cantone, mentre le associazioni imprenditoriali hanno avuto in queste settimane posizioni alterne. Da ultimo, però, al Senato l’ Ance ha ribadito che «il codice appalti va modificato perché ha fallito». Ora la riforma sembra effettivamente matura e dovrebbe entrare nella conversione del decreto legge sulle semplificazioni al Senato. Il governo ha infatti appostato in quel provvedimento una sola norma di deroga al codice appalti che riguarda i criteri di qualificazione per la partecipazione alle gare. Sarà quella norma il “cavallo di Troia” che consentirà al governo di intervenire con un pacchetto. Non a caso, infatti, il Senato ha assegnato l’ esame del decreto, che ha norme di aree di competenza molto varie, alla commissione Lavori pubblici. L’ operazione riforma si dovrebbe saldare con le misure messe nella legge di bilancio che consentono di affidare lavori, servizi e forniture fino a 350mila euro senza gara. Altra norma duramente contestata da Cantone. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giorgio Santilli

09/01/2019 – Italia Oggi
Dal 15/1 gare d’ appalto con commissari esterni

Vanno scelti tra gli esperti iscritti all’ albo tenuto dall’ Anac
Dal 15 gennaio 2019 scatta l’ obbligo di nomina dei commissari di gara esterni per l’ affidamento di contratti pubblici da aggiudicarsi con l’ offerta economicamente più vantaggiosa. La nomina dei commissari avverrà dopo la presentazione delle offerte scegliendo fra gli esperti iscritti nell’ albo Anac previsto dagli articoli 77 e 78 del codice dei contratti pubblici (decreto 50/2016). La scadenza non è una novità, anche se in molti si attendevano una proroga che al momento non ci sarà: già con il comunicato Anac di cui alla delibera 648 del 18 luglio 2018 si era previsto che «ai fini dell’ estrazione degli esperti, l’ Albo è operativo, per le procedure di affidamento delle quali i bandi e gli avvisi prevedono termini di scadenza della presentazione dell’ offerte a partire, dal 15 gennaio 2019». Per gli appalti di lavori l’ obbligo si applicherà a tutti i contratti di importo superiore a un milione di euro; per servizi e forniture vale per affidamenti di importo superiore alla soglia di applicazione della normativa Ue, cioè oltre 221.000 euro. Generalmente si tratterà di nominare tre o cinque commissari, presidente incluso quando il criterio di aggiudicazione non è quello del prezzo più basso (ammesso per i lavori fino a due milioni, per servizi e forniture fino a 40 mila euro o anche fino alla soglia Ue se a «carattere di elevata ripetitività»). Le stazioni appaltanti potranno però ancora nominare commissari interni non soltanto al di sotto delle soglie previste (un milione per lavori e 211 mila euro per servizi e forniture), ma anche per contratti «che non presentano particolare complessità». Si tratta dei contratti che vengono affidati con sistemi dinamici di acquisizione (art. 55 del decreto 50/2016) e con le procedure interamente gestite tramite piattaforme telematiche di negoziazione. La procedura passa per l’ utilizzo di un applicativo che l’ Anac ha predisposto e reso operativo dal 10 settembre 2018 e che ha lo scopo di iscrivere e selezionare, attraverso sorteggio, i componenti esterni incluso il presidente della commissione. I candidati in possesso dei requisiti di esperienza, di professionalità e di onorabilità previsti dalle Linee guida Anac n.5 possono iscriversi, in qualsiasi momento dell’ anno, all’ Albo, attraverso l’ applicativo, autocertificando, ai sensi del dpr 28 dicembre 2000 n. 445, il possesso dei requisiti. Il richiedente deve essere in possesso di un dispositivo per la firma digitale, di un indirizzo Pec e disporre di credenziali username e password rilasciate dal sistema dell’ Autorità. Il ricorso all’ applicativo Anac è obbligatorio quando i «bandi o gli avvisi prevedono termini di scadenza della presentazione delle offerte a partire dal 15 gennaio 2019». Le stazioni appaltanti dovranno però prestare particolare attenzione ai tempi perché le linee guida Anac n. 5 scadenzano con precisione gli adempimenti a loro carico, a partire dalla richiesta sull’ applicativo del numero di esperti da estrarre, in misura pari al doppio o al triplo degli esperti da nominare.. Nel bando la stazione appaltante dovrà inserire anche i criteri di scelta del presidente e la durata prevista dei lavori della commissione. L’ Anac potrà scegliere i componenti della commissione giudicatrice «anche tra gli esperti interni alla stazione appaltante, previa richiesta della stazione appaltante e con un confronto con la stessa». In questo caso la stazione appaltante dovrà inviare all’ Anac una richiesta motivata entro 30 giorni antecedenti il termine per la richiesta dell’ elenco dei candidati. © Riproduzione riservata. ANDREA MASCOLINI

09/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
No a criteri territoriali nei bandi: Cantone boccia la gara dell’Ater Vicenza che premia le imprese a km zero

Mauro Salerno

Illegittimo anche inserire anzianità professionale e grado d’istruzione delle maestranze tra i parametri di valutazione delle offerte

È illegittimo il bando di gara che premia le offerte avanzate da imprese con dipendenti a chilometri zero. Sbagliato anche premiare con punteggi aggiuntivi le proposte de i costruttori con più dipendenti laureati o capaci di esibire una anzianità professionale più elevata. In entrambi i casi si cade nell’errore di sovrapporre due momenti della gara che vanno tenuti ben distinti: quello in cui si selezionano le imprese, certificandone il possesso dei requisiti «soggettivi» con quello in cui si giudica l’offerta migliore per l’esecuzione dell’appalto. Il chiarimento arriva dall’Anac, nella delibera (n.1142 del 12 dicembre 2018) con cui boccia il bando da 2,5 milioni promosso dall’Ater di Vicenza per la costruzione di due nuovi fabbricati residenziali con 18 alloggi a Schio.

La decisione dell’Anac arriva al termine di un’indagine promossa in seguito a un esposto che evidenziava alcune irregolarità della procedura. L’attività “ispettiva” dell’Anac si è effettivamente conclusa con la bocciatura di alcune clausole del bando di gara, che nel frattempo è stata sospesa dall’Ater.

Al centro delle contestazioni dell’Anac c’è la scelta di alcuni criteri di valutazione delle offerte suscettibili di limitare la concorrenza. Il problema? Si tratta di criteri “soggettivi” cioè capaci di valutare i requisiti dell’impresa ma non adatti a giudicare la bontà dell’offerta in maniera oggettiva.

In particolare l’Anac ha bocciato i criteri di valutazione delle proposte tecnico-economiche mirate a premiare le risorse umane e l’organizzazione dell’impresa. Il primo criterio premiava con 12 punti totali le imprese con «maestranze con anzianità professionale significativa» o con più dipendenti laureati o con referente tecnico più “professionalizzato”. Il secondo garantiva fino a 10 punti le imprese che sceglievano subaffidatari «con sede operativa entro 50 km della capitale».

In entrambi i casi, per l’Anac questi criteri « premiano illegittimamente aspetti soggettivi dei partecipanti, favorendo elementi della struttura soggettiva, a discapito dell’effettiva qualità dell’offerta in spregio ai basilari principi di par condicio e di concorrenza». La delibera è stata trasmessa all’Ater, che ora ha 30 giorni di tempo per adeguarsi. © RIPRODUZIONE RISERVATA

09/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Investimenti: dalle Regioni 4,2 miliardi per «nuovi progetti» da selezionare sul territorio. Si parte con 800 milioni nel 2019

Massimo Frontera

Bandi per selezionare le opere di comuni e province finanziate dalla legge di Bilancio (commi 833-842). In Emilia Romagna decise le priorità

Dopo il recepimento nella legge di Bilancio dell’accordo Stato-Regioni del 15 ottobre scorso su 4,2 miliardi di investimenti, l’attenzione si sposta ora sulle procedure per consentire la spesa delle risorse nella disponibilità delle 15 regioni a statuto ordinario. Come è noto, la novità scaturisce da alcune pronunce della Corte Costituzionale (in particolare le sentenze n.247/2017, n.74/2018, n.101/2018 e n.103/2018) che hanno complessivamente condotto a un compromesso tra il governo e gli enti territoriali che consente allo Stato di nettizzare il contributo delle regioni ordinarie all’equilibrio di bilancio con l’impegno a sostenere alcuni servizi essenziali, a fronte dell’impegno da parte delle Regioni a spendere una somma equivalente in opere pubbliche sul territorio. L’accordo approvato (all’unanimità) il 15 ottobre in conferenza unificata è stato fedelmente recepito nella legge di Bilancio, e si può leggere ai commi 833-842 dell’articolo 1. Si tratta ora di attuarlo.
Le risorse
Il perimetro finanziario dell’accordo Stato-Regioni e del relativo impegno di spesa supera i 4,2 miliardi, suddiviso in due tranches – una di quasi 2,5 miliardi (2,4962 miliardi) e l’altra di circa 1,8 miliardi (1,7462 miliardi) – entrambe con orizzonte pluriennale (2019-2022 e 2020-2023). La scansione per annualità prevede complessivamente 800 milioni sul 2019 (solo prima tranche), 908 milioni nel 2020 (565,4 milioni prima tranches più 343 seconda tranche), 1.033,2 milioni nel 2021 (467,8 milioni prima tranches più 565,4 milioni seconda tranches), 1033,1 milioni nel 2022 (467,7 milioni prima tranche più 565,4 milioni seconda tranche), 467,7 milioni nel 2023 (solo seconda tranche).
I «nuovi investimenti»
Le risorse potranno finanziare solo «nuovi investimenti», che potranno essere «diretti e indiretti» e «sulla base di obbligazioni giuridicamente perfezionate». Entro il 31 marzo dell’anno successivo a quello di riferimento, dovrà essere certificato «l’avvenuto impegno di tali investimenti» mediante comunicazione al Mef. Serve però un decreto dell’Economia (Ragioneria dello Stato) per definire le modalità del monitoraggio e della certificazione. Cosa si intende per nuovi investimenti? Lo spiega il comma 837. Ciascuna regione dovrà prevedere, per il 2019 uno stanziamento aggiuntivo – almeno pari a quello già individuato – iscritto nel bilancio di previsione 2019-2021 rispetto alle previsioni definitive del bilancio di previsione 2018-2020. Stessa cosa per il 2020 (relativamente al confronto dei bilanci triennali) e, infine, per ciascuno degli esercizi 2021, 2022 e 2023.
I campi di intervento 
Il campo d’azione degli investimenti è definito dal successivo comma 838. Le risorse potranno essere spese nei seguenti cinque settori: «opere pubbliche di messa in sicurezza degli edifici del territorio, ivi compresi l’adeguamento e il miglioramento sismico degli immobili; prevenzione del rischio idrogeologico e tutela ambientale; interventi nel settore della viabilità e dei trasporti; interventi di edilizia sanitaria e di edilizia pubblica residenziale; interventi in favore delle imprese, ivi comprese la ricerca e l’innovazione».
La selezione dei progetti
Fin qui la norma. Si tratta ora di attuarla, a partire dai progetti da finanziare: anch’essi aggiuntivi. Per individuare i progetti il tempo non è moltissimo: già entro il 31 luglio di quest’anno vanno adottati gli impegni «sulla base di obbligazioni giuridicamente perfezionate». Per raggiungere questo obiettivo serve una ricognizione sul territorio, anche attraverso appositi bandi. È proprio il lavoro che sta facendo per Esempio l’Emilia Romagna, il cui presidente, Stefano Bonaccini ha anche lavorato all’accordo del 15 ottobre in qualità di presidente della conferenza delle Regioni.
In Emilia Romagna bandi in arrivo per comuni e province
«L’accordo positivo di ottobre tra Stato e Regioni – ricorda l’assessore al Bilancio della Regione Emilia Romagna Emma Petitti – ha permesso alle Regioni di liberare risorse e destinarle a investimento. Con l’approvazione della nostra legge di bilancio abbiamo adempiuto all’intesa, prevedendo 68 milioni in più di investimenti sul 2019, 360 milioni in più sul quadriennio». Con le risorse aggiuntive, riferisce sempre l’assessore Petitti, la regione Emilia Romagna conta su circa 500 milioni di investimenti appostati sul 2019.
«I bandi rivolti agli enti locali – riferisce sempre Petitti – sono in fase di elaborazione, con impegno di spesa entro il 31 luglio. Ci saranno progetti della Regione e degli enti locali, tra cui incentivi per comuni e province per interventi su scuole e strade. Circa 60 milioni andranno a interventi contro il dissesto idrogeologico, 10 milioni alla viabilità, 10 milioni ad attività economiche e turistiche, 20 milioni per la riqualificazione della costa e 25 milioni per le attività alberghiere». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

09/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Confindustria: rafforzare il Dl Semplificazioni puntando su appalti, energia e infrastrutture

C.Fo.

Audizione in Senato: circoscrivere i casi di «illecito professionale», alzare la soglia per le violazioni fiscali da cartellino rosso in gara, rivedere il ruolo del Cipe

Infrastrutture e costruzioni; energia e ambiente; lavoro e fisco: è in queste tre aree, secondo Confindustria, che bisognerebbe rafforzare il decreto semplificazioni all’esame del Senato, Nel corso di un’audizione presso le commissioni riunite Affari costituzionali e lavori pubblici, Confindustria (con il direttore Affari legislativi, Antonio Matonti) ha presentato diverse proposte di intervento, finalizzate ad aumentare i livelli di «competitività e produttività» del sistema economico. Sono giudicate positivamente l’eliminazione del Sistri e la sezione del Fondo di garanzia a favore delle Pmi creditrici della Pa (sebbene si proponga di estenderla all’edilizia) ma per il resto Confindustria non vede nel Dl un «vero processo di sburocratizzazione» né «un chiaro disegno di politica legislativa a sostegno della crescita».

Nel settore degli appalti pubblici si suggerisce di circoscrivere la portata del «grave illecito professionale» che così come configurato può condurre a un «improprio allargamento dei casi di esclusione». E ancora: partecipazione alle gare e continuazione dei contratti limitata alle imprese in concordato con continuità aziendale (e non a quelle in concordato liquidatorio o in liquidazione), innalzamento della soglia che qualifica la “gravità” della violazione tributaria che comporta esclusione dalle gare; snellimento dei procedimenti autorizzatori per reti tlc ed edilizia privata; revisione del ruolo del Cipe semplificandone il processo decisionale.

In tema di energia e ambiente, in cima alle proposte c’è la soluzione dei problemi sul recupero dei rifiuti, il cosiddetto “end of waste”, attraverso una norma che ripristini il meccanismo delle autorizzazioni “caso per caso” sulla base della direttiva europea 851 del 2018. Tra le priorità segnalate, anche la perentorietà dei termini degli iter di autorizzazione per gli impianti delle rinnovabili e la semplificazioni delle procedure di realizzazione degli interventi di bonifica dei siti contaminati. Un capitolo a sé riguarda il lavoro: si segnala l’urgenza di correggere il cosiddetto “decreto dignità” rendendo più flessibile l’apposizione delle “causali” per i rinnovi dei contratti a termine con il rinvio alla contrattazione collettiva. Per Confindustria, poi, il Dl presenta «una grave lacuna in materia fiscale». Tra le urgenze segnalate ci sono il ripristino della disciplina di recupero dell’Iva relativa a crediti inesigibili e, in considerazione delle novità portate dalla fatturazione elettronica, il rinvio al 1° gennaio 2020 per tutti gli operatori economici dell’obbligo di trasmissione telematica dei corrispettivi giornalieri all’agenzia delle Entrate. La stessa fatturazione elettronica, è la tesi, «potrà e dovrà consentire il definitivo superamento del meccanismo dello split payment». La medesima posizione in materia di split payment è stata espressa ieri, sempre in audizione, da Rete Imprese Italia che propone interventi aggiuntivi al Dl, tra i quali «rendere realmente operativo lo sportello unico per le attività produttive attraverso un’unica piattaforma digitale» che vada oltre le differenziazioni locali.

Nella sua audizione, invece, Confprofessioni ha posto tra le priorità una correzione all’ “equo compenso”, per aggiungere «un espresso riferimento ai parametri previsti per la liquidazione giudiziale dei compensi professionali anche nella determinazione di quelli riconosciuti dalle pubbliche amministrazioni». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

09/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Astaldi, via libera del Tribunale al prestito concesso da Fortress

Laura Galvagni

Previste entro il 20 gennaio le offerte vincolanti di Salini Impregilo e del gruppo giapponese IHI

arrivato, stando a quanto si apprende, il via libera del Tribunale di Roma al finanziamento concesso da Fortress ad Astaldi. La “linea di credito”, che prevede che il fondo di alternative lenders metta subito sul piatto 75 milioni di euro e conceda poi altri 125 milioni il prossimo 14 febbraio, era finita sotto la lente dei commissari, Stefano Ambrosini, Vincenzo Ioffredi e Francesco Rocchi, perché sulla carta sembrava offrire condizioni economiche meno interessanti rispetto a quella garantite da Sound Capital. Fortress avrebbe infatti chiesto un tasso del 16,1% (16% a due anni), contro il 14,1% per il primo anno (13% a due anni) dell’altro alternative lenders. Tuttavia, a valle di un approfondimento molto puntuale, dall’analisi comparativa è emerso che le due proposte, sebbene non perfettamente coincidenti, offrono ad Astaldi un profilo di discrezionalità che nei fatti la compagnia ha utilizzato quando in consiglio ha scelto il finanziamento di Fortress.

In altre parole, i giudici non hanno riscontrato alcun elemento ostativo e hanno messo il sigillo all’accordo. Intesa che a questo punto getta le basi perché possa procedere a passo spedito anche il salvataggio in continuità del costruttore. E in quest’ottica risulta essere un tassello chiave la scadenza del prossimo 20 gennaio. Per quella data dovranno infatti arrivare sul tavolo degli advisor, Vitale &co e Rothschild, le offerte vincolanti dei due soggetti in gara dopo che a dicembre scorso sono arrivate le manifestazioni di interesse della giapponese IHI e di Salini Impregilo. A questo punto l’attesa è che entrambi i contendenti si facciano avanti anche se al momento non è possibile dire nel dettaglio con quale schema d’offerta.

Le due proposte, poco dettagliate al momento della manifestazione d’interesse, sarebbero però leggermente differenti. Salini Impregilo opererebbe in cordata anche con Cdp e punterebbe a rilevare il portafoglio ordini del gruppo di costruzioni. A riguardo non è stato possibile avere indicazioni sul prezzo, aspetto dirimente in vista della presentazione delle offerte vincolanti. IHI, invece, ha in mentre tutt’altra strada. In particolare, la manifestazione d’interesse ricalcherebbe la struttura dell’intesa siglata con Astaldi prima della crisi che l’ha portata a chiedere il concordato. Nel dettaglio, i giapponesi punterebbero a entrare nella partita attraverso un aumento di capitale. Da capire se in una eventuale good company o se nella realtà esistente.

Sullo sfondo, intanto, continua a giocarsi una partita ben più ampia, ossia quella di un potenziale intervento di sistema per provare a rimettere in carreggiata l’intero settore costruzioni. Dopo Astaldi, Condotte, Grandi Lavori Fincosit, Mantovani, Trevi e Cmc molti osservatori da tempo auspicano una manovra che vada ben oltre il tamponare le singole emergenze. Il comparto richiederebbe una revisione profonda che permetta di superare il limite dell’eccessiva frammentazione. Ne è un esempio anche il declino del settore costruzioni nel mondo delle Coop. Nel 2011, come sottolineato da Il Sole 24 Ore lo scorso 5 gennaio, erano sei i colossi del mondo delle coop che stazionavano stabilmente nella classifica dei più grandi costruttori del paese: CCC, CMC Ravenna, CMB di Carpi, Unieco, Coopsette e CESI. Oggi se ne conta appena una: CMB. Le altre, ossia CCC, CMC, CESI, Unieco e Coopsette, hanno dovuto invece reinventarsi oppure affrontare le procedure concorsuali. L’esito è che ad oggi se si guarda il ranking dei primi 50 costruttori d’Italia quelle che hanno la forma di cooperativa si contano sulle dita di una mano. Eppure il comparto ha sempre rappresentato uno dei pilastri chiave del mondo cooperativo. Così come il settore delle grandi opere e del mattone in generale è sempre stato un traino chiave per il paese. Oggi il quadro è ben diverso. Ma perché si possa anche solo immaginare un intervento di sistema servirebbe un interlocutore forte, politico e istituzionale, che spinga le parti a mettersi a un tavolo per definire un progetto di rilancio. Partendo magari dalla realizzazione di una bad company che metta a fattor comune le debolezze del settore, in primis l’elevata leva finanziaria, liberando le potenzialità che ancora oggi può esprimere. Fondamentale, in quest’ottica, sarebbe un reale stimolo esterno oltre che l’impegno dei grandi creditori.

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09/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Condotte vende Cossi. La vuole Salini, serve l’impegno a ricapitalizzare per 12 milioni

Alessandro Arona

Avviso dei commissari. All’asta l’80% dell’impresa di Sondrio, forte nel mercato delle gallerie infrastrutturali. Ancora nulla sul prestito

Condotte d’Acqua Spa (numero tre delle costruzioni in Italia fino al 2017, in amministrazione straordinaria dal 6 agosto scorso) ha messo in vendita l’80% della controllata Cossi Costruzioni di Sondrio. L’offerente dovrà impegnarsi a ricapitalizzare la società per 12 milioni di euro e portare la disponibilità incondizionata di una «primaria banca» a fornire una fideiussione da 2 milioni di euro idonea a garantire l’impegno dello stesso acquirente circa il mantenimento dell’occupazione di Cossi e della controllata Mosconi per almeno due anni.
Già prima dell’avvio dell’amministrazione straordinaria si era fatta avanti Salini Impregilo con un’offerta simbolica, e le trattative con i vecchi amministratori si erano arenate. Salini ha ripresentato l’offerta ai tre “commissari” (Giovanni Bruno, Alberto Dello Strologo e Matteo Uggetti) , che per obbligo di legge devono metere ad asta pubblica tutte le cessioni (beni, contratti, partecipate) .
L’accesso alla “Data room” è possibile fino al 14 gennaio, ed entro la stessa data (ore 12) dovrà essere presentata l’offerta vincolante. Oggetto dell’offerta è in particolare il 75,01% del capitale sociale di Cossi detenuto da Condotte e il 4,99% detenuto da Ferfina (ex holding di controllo di Condotte, anch’essa in amministrazione straordinaria dal 5 dicembre scorso). Il restante 20% resterà in mano al socio storico Renato Cossi, che cedette l’80% della società a Condotte circa dieci anni fa.
Cossi ha fatto negli anni scorsi un fatturato medio di 120-130 milioni di euro, con circa 200 persone medie occupate. Ha realizzato insieme a Impregilo importanti lotti della Salerno-Reggio Calabria, ed è specializzata in gallerie e in generale infrastrutture (strade, ferrovie). Nel 2018 ha completato la realizzazione della Variante di Morbegno sulla Ss 38 dello Stelvio, in Valtellina (280 milioni di euro, opera che tra l’altro era passata a Cossi dopo la crisi di Tecnis). La società è proprietaria di molti mezzi da cantiere (ha sempre realizzato in proprio le commesse) e di un impianto per la produzione di conglomerati bituminosi in provincia di Sondrio.
Per partecipare alla gara l’offerente deve aver realizzato negli anni 2015, 206 e 2017 almeno un fatturato medio di 150 milioni di euro, e deve dimostrare di avere un’attività coerente con quella di Cossi. «A parità di affidabilità industriale e finanziaria – si legge nel bando – la valutazione dei Commissari straordinari avverrà sulla base del prezzo».

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