Rassegna stampa 07 gennaio 2019

07/01/2019 – Corriere della Sera – Economia
Privatizzazioni 19 MILIARDI IN UN ANNO IL COMPITO IMPOSSIBILE DEL GOVERNO

Poste, Leonardo, Eni, Enel, Mps. Il patrimonio dello Stato è ampio. Ma venderlo tutto insieme per rispettare l’impegno con l’Ue non si può. A meno che lo acquisti la Cdp. Coisoldi dei piccoli risparmiatori
Il governo si è impegnato con la Commissione europea a cedere nel 2019 beni patrimoniali dello Stato per 18 miliardi, un po’ meno di mezzo punto del Prodotto interno lordo (Pil). Per valutarne la fattibilità, guardiamo l’ esperienza degli ultimi 25 anni, i tempi tecnici delle procedure, lo scarto tra risultati e obiettivi, la struttura organizzativa preposta alle dismissioni, il patrimonio vendibile, la propensione politica delle forze della maggioranza. In passato, l’ impatto sulla finanza pubblica è stato positivo. Nel 2005 il dipartimento del Tesoro calcolò che in 16 anni, dal 1992 (primo anno delle privatizzazioni) al 2008 (ultimo anno significativo), il debito pubblico in assenza di privatizzazioni sarebbe salito al 118% del Pil, mentre con le privatizzazioni fatte o in corso (131 miliardi) stava scendendo verso il 100% (arrivò a 102), con un risparmio per interessi sul debito pubblico di circa 43 miliardi nel periodo. Questo rapporto percentuale poi è risalito, ha superato il 131% nel 2017, per colpa dei disavanzi annuali finanziati a debito e della frenata delle privatizzazioni. Con le dismissioni più recenti, l’ Italia ha raccolto una ventina di miliardi (zero nel 2013, 5,5 nel 2014, 11,2 nel 2015, 4,4 nel 2016, fonte: PB, Privatization barometer). Conclusione, per onorare l’ impegno a fare altrettanto nel solo 2019, ci si dovrebbe attrezzare bene e subito. I tempi tecnici incomprimibili delle procedure sono sempre stati superiori a quanto si pensasse. Le procedure possibili sono quattro: offerta pubblica di vendita (preferita per creare public companies), cessione delle azioni per trattativa con potenziali acquirenti, un mix delle prime due, trattativa diretta con società che costituiscano un nucleo stabile di azionisti di riferimento. I beni patrimoniali venduti dallo Stato sono stati di due tipi: primo, società (banche e assicurazioni come Imi, Comit, Credit, Ina) troppo grandi da collocare insieme sul mercato italiano dei capitali; secondo, conglomerate di business vari (esempio, l’ alimentare Sme). Nel primo caso, la cessione è potuta avvenire in più tranche e in più anni (tra due e cinque per Imi, Ina, per il 70% di Eni). Nel secondo, la procedura ha dovuto esperire tutti i rilanci per massimizzare l’ introito, poi dopo ogni cessione ne sono derivate altre fino a che ogni business è stato restituito al suo mercato specifico (per la Sme: dolciario, oleario, surgelati, distribuzione, conserviero). L’ analisi dei tempi conferma che il governo dovrebbe attrezzarsi bene per non mancare l’ impegno. I risultati conseguiti ogni anno dalle privatizzazioni sono risultati sempre inferiori agli obiettivi di introito che erano stati inseriti nei documenti di programmazione economico-finanziaria (fonte: Corte dei Conti). Struttura organizzativa competente è stato il Comitato permanente di consulenza globale e di garanzia, composto dal direttore generale del Tesoro e da quattro esperti indipendenti. A Ferragosto del 2007 il ministro dell’ Economia (disse, per risparmiare sui gettoni di presenza) dimezzò quel comitato. La Corte dei Conti ha ritenuto la politica di privatizzazioni in Italia finita nel 2008. Nel frattempo, dopo una sentenza del 2003 con cui la Corte Costituzionale aveva giudicato privata la natura giuridica delle fondazioni bancarie, il Mef aveva trasferito alla Cdp (Cassa depositi e prestiti), trasformata in spa, le sue partecipazioni in Eni, Enel, STMicroelectronics e Poste Italiane, per poi collocare a trattativa diretta il 30% di Cdp a un consorzio di 66 fondazioni bancarie. Così il Mef inventò una privatizzazione istantanea. Quelle quote azionarie non sono state mai più compravendute e, se pure lo fossero, non darebbero introiti allo Stato, essendo formalmente già private. La Corte dei Conti nel 2010 scrisse che ciò rende «possibile il mantenimento di un difficile e precario equilibrio tra due strategie concorrenti: privatizzare e mantenere di fatto il controllo pubblico delle imprese privatizzate». Oggi la Cdp detiene anche gli immobili dello Stato, il 30% delle reti (gas, elettricità, regolate dalle authority, con margini di profitto imbarazzanti a carico dei consumatori), il 100% del sistema di finanziamento pubblico all’ esportazione. Il patrimonio dello Stato suscettibile di dismissione comprende oggi il 30%di Leonardo e Poste, il 24 di Enel, il 68 di Monte Paschi, il 100 di Ferrovie, oltre a Invitalia, Coni, Enav. Non sapendo che fare e non avendo né tempo, né voglia, il governo se la sbrigherà con un altro mega trasferimento a Cdp, ne incasserà soldi rastrellati presso i pensionati, piccoli risparmiatori postali, e non farà nessun cambiamento dell’ andazzo. Nei teoremi matematici si conclude: cvd, come volevasi dimostrare. di Riccardo Gallo

07/01/2019 – Corriere della Sera
Quanto ci costa non fare le opere

I RIPENSAMENTI SUI CANTIERI GIà FINANZIATI CON FONDI DELL’ UE HANNO MESSO IN CRISI LE GRANDI IMPRESE DI COSTRUZIONE E DEI 150 MILIARDI TROVATI IN CASSA IL GOVERNO HA SPESO IL 4%
Si fa presto a dire «fermiamo tutto e rifacciamo i conti», ma anche i ripensamenti hanno un costo: il tira e molla sulle opere in corso ha dato il colpo di grazia a un intero settore. Giugno 2018, s’ insedia il nuovo governo e il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli decide di stoppare i finanziamenti a tutte le grandi opere già in corso o programmate: dal tunnel del Brennero (appalti per un valore di 5,9 miliardi), alla pedemontana veneta (2,3 miliardi), dall’ alta velocità Brescia-Padova (7,7miliardi), al Terzo Valico tra Genova e Milano (6,6 miliardi), oltre alla Torino-Lione. Il ministro vuole rivedere il rapporto costi-benefici. Dopo sei mesi di conti, il 17 dicembre, ha scoperto che con il Terzo Valico (opera urgente, con cantieri aperti da anni) è meglio andare avanti. Le altre opere, a parte la discussa Torino-Lione – dove in ballo ci sono i finanziamenti europei – a oggi sono ancora bloccate. Nel frattempo le imprese di costruzioni, che stavano già sul lastrico, sono a rischio fallimento. Da luglio a dicembre hanno fatto richiesta di concordato Astaldi, Grandi Lavori Fincosit di Roma, la Tecnis di Catania, e da ultimo la più grande cooperativa italiana, la Cmc di Ravenna. Per Condotte è andata peggio: è finita in amministrazione straordinaria per evitare la liquidazione degli asset. Operai, manovali, carpentieri, ingegneri, geometri: zero. Al lavoro non c’ è più nessuno, perché nessuno viene più pagato. Quindici delle prime 20 imprese sono in stato pre-fallimentare o in forte stress finanziario perché le entrate previste sono bloccate, mentre le uscite nei confronti dei fornitori (che continuano ad accumularsi) costringono molti piccoli imprenditori a chiudere. Parliamo di aziende il cui destino dipende da quanto «strette» sono le relazioni politiche, quasi tutte con guai giudiziari, indebolite dai tempi ingiustificabili della burocrazia e dalle modalità delle gare, dove spesso vince chi fa il prezzo più basso, obbligando le imprese in sub-appalto a tirarsi il collo. L’ esito complessivo è che nessuno rispetta le scadenze, i rimpalli di responsabilità finiscono nei tribunali in contenziosi senza fine con enormi richieste di risarcimento alle stazioni appaltanti pubbliche. La più grande, Anas, che proprio a causa dei ritardi ha cancellato solo nel 2018 circa 600 milioni di euro di lavori, deve ora affrontare le rivalse economiche delle imprese, che a loro volta sono esposte con banche e fornitori. Alla fine le richieste vengono soddisfatte al 10-15% con ritardi mostruosi che uccidono le aziende dell’ indotto. Mentre il fondo rischi da contenzioso di Anas di circa 9 miliardi serve a gestire i contraccolpi giudiziari, i costi di ri-cantierizzazione da parte di altri contractor sono quantificabili in un 20% secco in più del prezzo pattuito. Il corollario è quello del crollo dei bandi di gara pubblici (meno 67% nell’ ultimo anno e mezzo), per cui oggi Anas si trova priva di autonomia finanziaria se esce dal perimetro di Ferrovie dello Stato. La sua sopravvivenza è appesa agli iter lunghissimi dei finanziamenti pubblici che partono dai Consigli dei ministri e transitano per mesi nelle commissioni parlamentari. Alla difficoltà di realizzare progetti approvati (300 sono le opere incompiute), si aggiungono i 21 miliardi bloccati sulle grandi opere in corso, e il fatto che negli ultimi tre anni oltre 10 miliardi di investimenti in infrastrutture, messi nero su bianco, non sono partiti. Tutto questo trascina inquantificabili costi occulti e il risultato è che le grosse imprese del settore stanno andando fuori mercato, 418 mila potenziali posti di lavoro sono saltati, mentre 120 mila aziende sono fallite. L’ agenzia di rating Standard&Poor’ s l’ ha appena definito «l’ anno nero delle costruzioni». La causa principale è nel mostro a cinque teste della burocrazia, e qualcuno punta il dito contro il nuovo codice degli appalti che ha introdotto ulteriori controlli sulle imprese sottoponendole al visto preventivo dell’ autorità anti-corruzione. La patente di legalità però è inevitabile perché le infiltrazioni malavitose sono talmente ramificate da toccare decine di sub-fornitori. Sarebbe invece il caso di accendere un faro sul ruolo del Cipe. Il comitato interministeriale per la programmazione economica alle dirette dipendenze di Palazzo Chigi, che dovrebbe fungere da distributore delle risorse, ma viene interpellato per ogni modifica progettuale anche quando il costo dell’ opera resta immutato. Ogni passaggio «costa» 6-8 mesi. Il governo ha trovato in cassa 150 miliardi disponibili già stanziati, di cui è stato speso meno del 4%. Soldi immediatamente utilizzabili grazie a un accordo con la Banca europea degli investimenti. Ci sono 60 miliardi destinati al Fondo Investimenti e sviluppo infrastrutturale; 27 miliardi del Fondo sviluppo e coesione; 15 miliardi di fondi strutturali europei; 9,3 miliardi di investimenti a carico di Ferrovie dello Stato che controlla l’ altra grande stazione appaltante del Paese, Rfi, Rete ferroviaria italiana; 8 miliardi di misure per il rilancio degli enti territoriali; 8 miliardi per il terremoto; 6,6 miliardi nel contratto di programma dell’ Anas. Ma il governo ha preferito fermare tutto, e attingere da lì i fondi per la riforma delle pensioni, il reddito di cittadinanza, la flat tax per le partite Iva. Nel negoziato con la Commissione Ue sono stati proprio gli investimenti a essere sacrificati. L’ impostazione complessiva prevede ancora 15 miliardi nei prossimi tre anni per le grandi opere, ma al 2019 è stato sottratto un miliardo per destinarlo come copertura di altre misure, togliendo solo a Ferrovie dello Stato circa 600 milioni. I costruttori per stare a galla hanno iniziato la corsa disperata a vincere maxi commesse all’ estero, per arricchire i portafogli-lavori e godere di maggiore credibilità verso le banche, il mercato, le agenzie di rating. Spesso propositi di lungo termine che finiscono per appesantire i conti (già in rosso) quando c’ è da anticipare il costo di alcune opere. Alla fine il rischio è quello di spianare la strada all’ ingresso in Italia dei grandi general contractor europei e cinesi che hanno le spalle finanziarie più larghe per assorbire cambi di programma e ripensamenti con la conseguenza però di creare minore occupazione. Dalla francese Vinci (40 miliardi di fatturato) al colosso China State Construction Engineering. Basti pensare che la nostra più grande impresa di costruzioni, la Salini Impregilo, ha un fatturato di 6,3 miliardi (dato 2016). MILENA GABANELLI E FABIO SAVELLI

07/01/2019 – Il Sole 24 Ore
L’ e-fattura verso la Pa si allinea ai privati nelle cause di rifiuto dei documenti

Doppie regole e doppi flussi per la fatturazione elettronica verso la pubblica amministrazione e tra privati. Sarebbe invece necessaria una perfetta sintonia tra i flussi: in questo senso il Dl 119/2018, convertito nella legge 136/2018, cerca di porre rimedio almeno alle causali che consentono alla Pa di rifiutare le fatture elettroniche. In particolare, l’ articolo 15-bis della nuova normativa fa un importante passo in avanti nell’ armonizzazione delle due discipline.Vediamo come. Il rifiuto della Pa Il suddetto articolo modifica la legge n. 244/2007 di introduzione della fatturazione elettronica verso la Pa integrandola con la previsione delle «cause che possono consentire alle amministrazioni destinatarie delle fatture elettroniche di rifiutare le stesse anche al fine di evitare rigetti impropri e di armonizzare tali modalità con le regole tecniche del processo di fatturazione elettronica tra privati». Questa novità assume particolare importanza tenendo conto che nella fatturazione verso la Pa vengono mantenute, a differenza dei privati, le cosiddette “notifiche d’ esito committente”. Infatti per ogni fattura elettronica ricevuta la pubblica amministrazione entro il termine di 15 giorni può inviare una notifica di accettazione/rifiuto. È emerso che spesso gli uffici della pubblica amministrazione utilizzano la procedura di rifiuto impropriamente non per evidenziare ad esempio l’ inesistenza di un rapporto negoziale ma per richieste di rettifica relative ai prezzi o alle quantità di beni o servizi oggetto di cessione/prestazione che, per essere risolti, dovrebbero invece essere gestiti nell’ ambito del normale contraddittorio esistente nei rapporti commerciali. Procedure disallineate Le esigenze di armonizzazione del flusso verso la Pa rispetto ai privati non si limitano alle suddette notifiche. Anche diverso è il comportamento in caso di impossibilità di recapito da parte dello Sdi. Nel caso di privati il documento viene messo a disposizione del cessionario/committente nella sua area riservata del sito web delle Entrate e il cedente/prestatore, a cui è notificato dallo Sdi una ricevuta di impossibilità di recapito, è tenuto a comunicare al suo cliente che l’ originale della fattura è disponibile in tale area. Nel caso in cui il cliente è la Pa, trascorsi 10 giorni dall’ invio della notifica di mancata consegna, il Sdi invece invia al mittente un’ attestazione di avvenuta trasmissione della fattura con impossibilità di recapito. L’ attestazione è composta da un file zippato contenente la fattura originale e il file Xml di notifica sottoscritto elettronicamente che deve essere inoltrato telematicamente dal cedente all’ amministrazione destinataria utilizzando altri canali (mail, Pec). Relativamente all’ indirizzamento, la trasmissione della fattura elettronica verso la Pa è vincolata dalla presenza del codice identificativo univoco dell’ ufficio destinatario della fattura riportato nell’ Indice delle Pa, mentre per i privati la trasmissione è possibile anche senza conoscere il codice destinatario in quanto il provvedimento consente al soggetto passivo Iva, attraverso la funzione di registrazione presso il sito delle Entrate, di scegliere la modalità di ricezione delle e-fatture. Il cedente/prestatore nei confronti dei clienti privati che non si sono registrati e non hanno fornito nessun dato per l’ indirizzamento (Pec o codice destinatario) può utilizzare il solo codice convenzionale “0000000” e in questo caso la fattura viene messa a disposizione dal Sdi nella loro area riservata del sito web delle Entrate con necessità dell’ emittente di comunicare che l’ originale del documento è a disposizione in tale area. A differenza della fattura elettronica verso i privati, nei confronti della Pa l’ analogo codice fittizio “999999” può essere utilizzato solo se a fronte del codice fiscale del destinatario non esiste alcun codice destinatario nell’ Indice della Pa. Conseguentemente devono essere gestite nell’ anagrafica cliente dei soggetti emittenti anche due codici destinatario di lunghezza diversa (6 caratteri per la Pa e 7 per i privati). I controlli Il diverso funzionamento del flusso verso la Pa determina controlli diversi da parte dello Sdi rispetto al flusso verso i privati. In tal senso risulta determinante per l’ emittente indicare quale è il formato prescelto nel campo 1.1.3 del tracciato “Formato Trasmissione” (FPR12 se il cliente è Pa, FPA12 se il cliente è privato). Un’ altra differenza è quella relativa alla firma digitale delle fatture: mentre nei confronti della Pa è obbligatoria (attraverso le tipologie di firma CadES e XadES), nei rapporti tra privati è facoltativa. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Rosario FarinaBenedetto Santacroce

04/01/2019 – Italia Oggi
Anomalie, solo il giudizio negativo va motivato

Nelle offerte per un appalto pubblico

Il giudizio favorevole di non anomalia di una offerta per un appalto pubblico non necessita di motivazione puntuale e analitica. Lo ha affermato il consiglio di Stato con la sentenza della terza sezione n. 7129, emessa il 18 dicembre 2018, in merito ad una fattispecie nella quale la stazione appaltante aveva espresso un giudizio favorevole di non anomalia dell’offerta in una gara d’appalto. Tale giudizio, dicono i giudici, «non richiede una motivazione puntuale ed analitica, essendo sufficiente anche una motivazione espressa per relationem alle giustificazioni rese dall’impresa offerente, sempre che queste ultime siano a loro volta congrue ed adeguate». Pertanto, solo in caso di giudizio negativo sussiste l’obbligo di una puntuale motivazione. Dal punto di vista della modalità di verifica il consiglio di Stato ha ricordato che la stazione appaltante non è tenuta a chiedere chiarimenti su tutti gli elementi dell’offerta e su tutti i costi. Può quindi legittimamente limitarsi a verificare se, nel complesso, l’offerta sia remunerativa e in grado di assicurare il corretto svolgimento del servizio. Ad esempio, può limitarsi a chiedere le giustificazioni con riferimento alle sole di voci di costo più rilevanti, le quali, da sole, potrebbero incidere in modo determinante sull’attendibilità dell’offerta complessiva. Inoltre, afferma la sentenza, «la valutazione di congruità deve essere globale e sintetica, senza concentrarsi esclusivamente e in modo parcellizzato sulle singole voci, dal momento che l’obiettivo dell’indagine è l’accertamento dell’affidabilità dell’offerta nel suo complesso e non già delle singole voci che la compongono». In altre parole, dicono i giudici, quel che conta è «l’accertamento della serietà dell’offerta desumibile dalle giustificazioni fornite dalla concorrente e dunque la sua complessiva attendibilità». Pertanto si provvede invece all’esclusione dalla gara solo a seguito della prova dell’inattendibilità complessiva dell’offerta, per cui «eventuali inesattezze su singole voci devono ritenersi irrilevanti». In tutte queste operazioni, chiude la sentenza, la commissione di gara dispone di ampia discrezionalità circa le modalità prescelte per il compimento del sub-procedimento di anomalia e le sue valutazioni sono solo limitatamente sindacabili da parte del giudice. © Riproduzione riservata

04/01/2019 – Italia Oggi
Nuove regole per chiedere pareri consultivi all’Anac

Da oggi in vigore il regolamento pubblicato in G.U. il 20/12/18
In vigore da oggi il nuovo regolamento Anac per le richieste di pareri non vincolanti in materia di prevenzione della corruzione e di trasparenza, nonché in materia di contratti pubblici; per gli appalti potranno formulare richieste di parere le stazioni appaltanti e i soggetti portatori di interesse (le associazioni e i comitati); il parere dovrà essere emesso entro 120 giorni. Sono queste le novità del nuovo regolamento Anac (che sostituisce il precedente del 20 luglio 2016) emesso con la delibera n. 1102 del 21 novembre, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 25 del 20 dicembre 2018, che entra in vigore oggi.

Nel nuovo regolamento viene preliminarmente precisato che è in capo all’Autorità l’attività consultiva, con riferimento a fattispecie concrete, in materia di prevenzione della corruzione e di trasparenza, con particolare riguardo alle problematiche interpretative e applicative della legge 6 novembre 2012, n.190 e dei suoi decreti attuativi e, in materia di contratti pubblici, con particolare riguardo alle problematiche interpretative e attuative del Codice, fatta eccezione per i pareri di precontenzioso di cui all’art. 211, comma 1.

L’attività consultiva è esercitata, oltre che nei casi previsti dalla legge Severino (art. 1, comma 2, lettere d ed e), nonché dall’art. 16, comma 3 della legge 39/2013, «quando la questione sottoposta all’attenzione dell’Autorità presenta una particolare rilevanza sotto il profilo della novità, dell’impatto socio-economico o della significatività dei profili problematici posti in relazione alla corretta applicazione delle norme indicate nel comma 1 del provvedimento».

L’Autorità chiarisce che l’adozione di pareri non vincolanti in materia di contratti pubblici, nonché in tema di prevenzione della corruzione, richiesti con riferimento a casi concreti in ordine alla corretta interpretazione e applicazione della disciplina di settore, fatta eccezione per i pareri di precontenzioso di cui all’art. 211 del dlgs n. 50/2016, costituisce una funzione strettamente connessa con le funzioni di regolazione e di vigilanza dell’Autorità, in quanto volta a fornire indicazioni ex ante e a orientare l’attività alle amministrazioni, nel pieno rispetto della discrezionalità che le caratterizza.

L’Autorità potrà essere interessata da una richiesta di parere da una pluralità di soggetti, in relazione alle diverse materie per le quali è prevista la funzione consultiva: ad esempio per i pareri previsti all’art. 1, comma 2, lettera d), della legge n. 190 del 2012, dal ministro per la pubblica amministrazione; per i pareri previsti all’art. 1, comma 2, lettera e), della legge n.190 del 2012, dalle amministrazioni dello Stato e gli enti pubblici nazionali.

Il parere Anac sarà richiesto in merito all’applicazione della disciplina per la prevenzione della corruzione e trasparenza, con particolare riguardo alla legge n. 190/2012 e ai relativi decreti attuativi.

Infine, per quanto riguarda il codice dei contratti pubblici, potranno rivolgersi all’Anac «le stazioni appaltanti, come definite all’art. 3, comma 1, lettera o), del codice nonché i soggetti portatori di interessi collettivi costituiti in associazioni o comitati». In ogni caso il parere dovrà essere reso entro 120 giorni.

© Riproduzione riservata

04/01/2019 – Italia Oggi
Bandi pubblici, nel 2018 gli affidamenti diretti si fermano al 3%

di Michele Damiani

Nel 2018 gli affidamenti diretti nelle gare pubbliche si sono fermati al 3% dei bandi, mentre le procedure ristrette hanno raggiunto il 5%. Di contro, si è avuto un diffuso ricorso alle procedure negoziate (pari al 51% del totale) e a quelle aperte, che hanno superato il 40%. Questi i numeri riportati dall’Osservatorio nazionale sui servizi di architettura e ingegneria (Onsai) del Consiglio nazionale degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori (Cnappc). I dati, relativi ai 380 bandi analizzati nel corso del 2018, «rilevano un netto miglioramento rispetto alle criticità rilevate nel 2017», si legge nella nota diffusa dal Coniglio nazionale. «Il miglioramento», secondo il vicepresidente del Cnappc e coordinatore Onsai Rino La Mendola, «è da attribuire soprattutto alle novità introdotte dal cosiddetto dereto correttivo del codice degli appalti (dlgs 56/2017).

In particolare, l’Osservatorio ha potuto constatare una serie di miglioramenti sulla base della checklist sviluppata dallo stesso Onsai, che si poneva come obiettivo quello di offrire un supporto alle stazioni appaltanti per una corretta definizione dei bandi di gara. Ad esempio, il mancato calcolo dei corrispettivi da porre a base di gara, in adempimento al cosiddetto decreto parametri segna un -21% rispetto ai dati raccolti lo scorso anno, anche se la percentuale dei calcoli errati è ancora molto alta (38%); a seguire, la mancata motivazione per avere utilizzato il requisito del fatturato segna un -28%; mentre il mancato rispetto del divieto di far versare la cauzione provvisoria ai professionisti che partecipano ad una gara di progettazione, non fa registrare neanche un caso rispetto al 9% dello scorso anno. Gli unici aumenti percentuali riguardano la mancata motivazione per il ricorso al criterio del minor prezzo (+6%) e l’errata richiesta dei servizi di punta (+1%). «Per tutti i rimanenti 23 punti della check-list dell’Osservatorio, si registra invece una riduzione percentuale delle criticità rilevate», secondo quanto riportato dal Cnappc. Oltre a numeri soddisfacenti, il 2018 ha portato altre novità positive per i professionisti tecnici, come il decreto della regione siciliana che ha dotato le stazioni appaltanti operanti nell’isola dei bandi tipo per i concorsi di progettazione «puntando sulla centralità del progetto, sullo snellimento e sulla trasparenza delle procedure (si veda ItaliaOggi del 19 dicembre 2018). «Il nostro auspicio è che nel prossimo anno», conclude La Mendola, «anche altre regioni si dotino di bandi che fissino regole certe per affidare servizi di architettura e ingegneria a liberi professionisti, promuovendo la libera concorrenza e l’apertura del mercato».

07/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Appalti, l’affidamento diretto sale da 40mila a 150mila euro, ma solo per il 2019 e per i lavori

Alessandro Arona

Norma in legge di Bilancio, già operativa. Unico obbligo l’invito di almeno tre imprese. Per la soglia 150-350mila euro inviti ridotti da 15 a 10

L’approvazione definitiva della legge di Bilancio 2019, a fine dicembre, svela in dettaglio il contenuto della norma sull’innalzamento della soglia per l’affidamento diretto degli appalti pubblici sottosoglia. La novità riguarda la fascia di importo tra 40mila e 150mila euro, come anticipato nelle settimane scorse, che passa dalla procedura negoziata con invito di 10 imprese (individuate tramite indagine di mercato o elenchi di operatori, con criterio di rotazione), alla possibilità di affidamento diretto con il solo obbligo di invitare almeno tre imprese, senza ulteriore indicazione sulle modalità di scelta. Confermata anche la novità sulla fascia 150-350mila, per la quale nella procedura negoziata le imprese da invitare scendono da 15 a 10.

Il testo finale svela però due dettagli.

Primo: questa novità riguarda solo i lavori, e non anche servizi e forniture.

Secondo: si tratta di una norma temporanea, valida solo fino al 31 dicembre 2019, «nelle more di una complessiva revisione del Codice dei contratti pubblici».

La paternità di questa norma è stata rivendicata dal ministro dell’Interno Matteo Salvini fin dall’assemblea Ance di ottobre, e non è difficile vedere un legame con l’altra norma entrata nel maxi-emendamento alla manovra, i 400 mlioni di euro ai piccoli Comuni da assegnare entro il 10 gennaio prossimo e con cantieri da avviare a partire da maggio (commi 107-114) . A ogni piccolo Comune andranno non più di 100mila euro, dunque tutte queste opere potranno essere appaltate con affidamento diretto per avviare i lavori subito. Questo nel 2019, poi si vedrà.

Nel testo finale delle legge di Bilancio 2019 è stata poi confermata la semplificazione anche per gli appalti da pubblicare sul mercato elettronico (MEPA): il comma 130 dispone

l’innalzamento da 1.000 a 5.000 euro del limite di importo oltre il quale le amministrazioni pubbliche sono obbligate a effettuare acquisti di beni e servizi facendo ricorso al Mercato Elettronico della PA (MEPA), lo strumento di eProcurement pubblico gestito da Consip per conto del Ministero Economia e Finanze.

Soppressa invece la norma sugli ambiti territoriali delle centrali di committenza. Nel testo iniziale del Ddl di Bilancio si obbligavano i comuni non capoluogo di provincia a ricorrere alla stazione unica appaltante costituita presso le Province e le città metropolitane per gli appalti di lavori pubblici, nelle more della definizione delle norme sulla qualificazioni delle stazioni appaltanti, previste dal Codice. Nel passaggio alla Camera tale obbligo era già stato trasformato in una «facoltà», e nel testo finale tale norma è stata del tutto soppressa.

LAVORI, LA NORMA SULL’AFFIDAMENTO DIRETTO

  1. Nelle more di una complessiva revisione del codice dei contratti pubblici, di cui al decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50, fino al 31 dicembre 2019, le stazioni appaltanti, in deroga all’articolo 36, comma 2, del medesimo codice, possono procedere all’affidamento di lavori di importo pari o superiore a 40.000 euro e inferiore a 150.000 euro mediante affidamento diretto previa consultazione, ove esistenti, di tre operatori economici e mediante le procedure di cui al comma 2, lettera b) , del medesimo articolo 36 per i lavori di importo pari o superiore a 150.000 euro e inferiore a 350.000 euro.

L’ARTICOLO 36 DEL CODICE APPALTI

Il Codice dei contratti disciplina così gli affidamenti di lavori sottosoglia:

– per importi inferiori a 40.000 euro, mediante procedura diretta, anche senza previa consultazione di due o più operatori economici (art. 36, comma 2, lett. a);

– per importi da 40.000 euro e fino a 150.000 euro, mediante procedura negoziata, previa consultazione, ove esistenti, di almeno dieci operatori economici (art. 36, comma 2, lett. b);

– per i lavori di importo pari o superiore a 150.000 euro e inferiore a 1.000.000 di euro, mediante procedura negoziata con consultazione di almeno quindici operatori economici, ove esistenti (art. 36, comma 2, lett. c).

La nuova norma, per il solo 2019, comporta dunque queste novità:

1) Tra 40 e 150mila euro si passa da una procedura negoziata “regolata”, con invito di almeno 10 imprese, selezionate tramite indagine di mercato o previ elenchi di operatori, con obbligo di rotazione e obbligo di pubblicità finale sull’affidamento, alla possibilità di affidamento diretto senza formalità, invitando tre imprese ma senza dire come sceglierle. Si può discutere se comunque incombano obblighi di trasparenza e rotazione, ma la norma non li cita.

2) Tra 150 e 250mila la norma rinvia invece alle attuali regole dell’articolo 36 comma 2 lettera b) del Codice, riducendo solo da 15 a 10 il numero delle imprese da invitare. © RIPRODUZIONE RISERVATA

07/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Appalti/2. Senza obblighi di pubblicità per i micro-lavori fuori dal mercato un bando su due

Alessandro Lerbini

Relazione Anac: nel 2017 su 33.421 bandi di lavori, ben 17.333 provengono dalla fascia 40mila-150mila euro ( 51,8% del totale). Secondo semestre 2018: volano i settori speciali

Un bando di lavori su due rischia di non avere più visibilità nel mercato delle opere pubbliche. La liberalizzazione dei criteri di affidamento della fascia tra 40mila e 150mila euro per tutti i contratti di lavori permetterà alle stazioni appaltanti, per tutto il 2019, di assegnare le gare con affidamento diretto e senza obblighi di pubblicità (unico vincolo la chiamata di tre operatori economici scelti con discrezionalità assoluta).

Si tratta di una fetta enorme del mercato per la quantità di procedure di piccolo taglio che spariranno ma con un impatto meno rilevate sul lato valori.

Secondola relazione annuale dell’Anac presentata a giugno dello scorso anno (si veda a pagina 150 del file), infatti, nel 2017 su 33.421 bandi di lavori, ben 17.333 provengono tra la fascia40mila-150mila euro, pari al 51,8% del totale appalti (nel 2016 erano 16.443 su 30.105). Incidenza più bassa per gli importi visto il il micro-taglio dei lavori che vanno in gara: nel 2017 la quota è di 1,545 miliardi su un totale di 23,156 miliardi, con un peso del 6,6 per cento.

Secondo quadrimestre 2018

«Per il quarto quadrimestre consecutivo prosegue la crescita del mercato dei contratti pubblici in Italia – comunica l’Anac -. Fra maggio e agosto 2018 il settore degli appalti ha registrato un aumento di oltre 10 miliardi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, passando da 43,8 a 53,9 miliardi (+23,1%)».

In base ai dati del secondo rapporto quadrimestrale 2018 «si consolida dunque la tendenza positiva registrata a partire dal secondo quadrimestre 2017. A trainare il mercato è in particolare un aumento rilevante degli appalti relativi ai settori speciali (gas, energia termica, elettricità, acqua, trasporti, servizi postali), tale da compensare ampiamente una lieve flessione del settore ordinario (-4,7%). A incidere, infatti, sono state soprattutto alcune procedure relative alla realizzazione di linee ferroviarie ad alta velocità (per quasi 3miliardi) e nel settore dei servizi ferroviari e di trasporto su gomma (oltre 2,6 miliardi)».

La relazione Anac sui bandi 2017 (tabella a pagina 132) © RIPRODUZIONE RISERVATA

07/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Investimenti, la legge di Bilancio rinuncia alla spinta: nuova spesa 2019 da 3,5 miliardi ai 550 milioni del testo finale

Alessandro Arona

Il Ddl inziale prevedeva investimenti aggiuntivi (cassa) per 3,5 miliardi quest’anno, dopo il Maxi la cifra scende a 550 milioni

Nella versione finale della legge di Bilancio 2019 post trattativa con la Commissione europea il governo ha di fatto rinunciato al forte e immediato aumento di risorse per gli investimenti pubblici previsto dal testo iniziale. Nel Ddl di ottobre si prevedeva un aumento di 3,5 miliardi di euro di spesa effettiva di cassa per gli investimenti pubblici, rispetto alla legislazione pre-vigente, e in tutto di 15,5 miliardi nel triennio 2019-2020. Il testo finale approvato, invece, riduce questo aumento a 550 milioni nel 2019, rinviando gran parte della spinta (10,5 miliardi) al biennio successivo, e comunque riducendola da 15,5 a 11 miliardi nel triennio.

Le stime dell’impatto della manovra sugli investimenti pubblici saranno illustrate oggi (lunedì 7 gennaio) dal presidente Ance Gabriele Buia (in audizione sul Dl Semplicazione), elaborate dall’ufficio studi Ance.

I numeri chiave sono però già chiari. Nella Nota di aggiornamento al Defgli uffici del Mef calcolavano un ennesimo calo del 2,2% degli investimenti fissi lordi della Pa nel 2018, toccando il minimo storico dell’1,9% rispetto al Pil.

I tecnici del Mef prevedevano però una crescita dal 2019 già a legislazione vigente, per effetto in sostanza della spinta del fondo Renzi-Gentiloni e dello sblocco dei contratti Anas e Rfi. I tecnici del Mef calcolavano che dal 2019 la macchina della spesa pubblica per investimenti dovrebbe finalmente ripartire: era previsto infatti un +5,4% nel 2019 (34,8 miliardi di euro in valore assoluto), +7,5% nel 2020 (37.431), +4,0% nel 2021 (38,9 miliardi), anche se il rapporto rispetto al Pil sarebbe rimasto stabile (1,9% nel 2019, poi 2,0% nel 2020 e 2021, parlaimo sempre di previsione tendenziale).

Rispetto a questo quadro tendenziale, che in valori assoluti significava circa due miliardi di euro di spesa effettiva in più nel 2019 (per investimenti), il governo dichiarava però di voler aggiungere una ulteriore spinta pari a 15 miliardi di euro di spesa effettiva in tre anni, di cui 3,5 nel 2019.

Ora, nel testo finale della manovra, questa spinta sul 2019 si riduce a 550 milioni.

Restano sulla carta i due miliardi delle politiche a legislazione vigente, ma le diffuse incertezze legate alle grandi opere e lo sblocco solo a fine anno del Dpcm 2018 sul fondo Renzi-Gentiloni fanno temere che anche quelle previsioni possano rivelarsi, come ogni anno, ottimistiche.

LA CRISI DELLE GRANDI IMPRESE

La crisi delle grandi imprese di costruzione – Condotte, Astaldi e Cmc in primis – ha messo a rischio nel corso del 2018 cantieri in Italia per circa 10 miliardi di euro di valore residuo. La stima del Sole 24 Ore del 27 novembre è ancora valida, e anzi la situazione si è aggravata perché la crisi di liquidità di Cmc è poi sfociata nel concordato preventivo in bianco il 9 dicembre scorso.

La crisi delle grandi imprese è solo l’atto finale di una crisi decennale delle costruzioni in Italia, che ha ridotto il settore di oltre il 30% in valori reali, con 600mila posti di lavoro persi (su due milioni iniziali) e la scomparsa di 120mila aziende (il 90% delle quali artigiane e di piccole dimensioni). I sindacati dell’edilizia Feneal-Uil, Filca-Cisl e Fillea-Cgill annunceranno martedì prossimo una serie di mobilitazioni per il rilancio dei cantieri delle opere pubbliche, grandi e piccoli.

I CANTIERI BLOCCATI, MONITORAGGIO ANCE

Dal luglio scorso l’Ance (Associazione costruttori edili) monitora sul sito sbloccacantieri.it le opere pubbliche bloccate, finanziate ma ferme per motivi burocratico-approvativi, contenziosi, indecisione politica: ad oggi l’elenco è arrivato a oltre 400 opere, per un valore di 27 miliardi di euro.

Troviamo ad esempio la Gronda autostradale di Genova (5 miliardi), finanziata e approvata ma su cui non è arrivato nei mesi scorsi l’ok finale del Ministero delle Infrastrutture. Ferma anche – sempre spulciando nell’elenco Ance – la realizzazione della 3° corsia dell’A11 tra Firenze e Pistoia (3 miliardi), l’alta velocità Brescia-Verona (1,9), l’autostrada regionale Cispadana (1,3), il raccordo autostradale Ferrara-Porto Garibaldi (600 milioni), la Campogalliano-Sassuolo (500). Poi c’è la strada statale Maglie-Santa Maria di Leuca in Puglia (300 milioni), il 1° lotto della Valtrompia. E una serie di medie e piccole opere, come l’ospedale Morelli a Reggio Calabria (115 milioni), il piano scuole in Umbria (100 mln) o anti-dissesto in Veneto (140).

È vero che molte delle opere più rilevanti indicate nell’elenco Ance sono tra quelle oggetto di rivalutazione tecnico-politica da parte del ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, e che lo stesso governo ha puntato nella legge di Bilancio a potenziare, più che le grandi opere, altri filoni di investimenti pubblici come le opere contro il dissesto idrogeologico, la manutenzione straordinaria di strade e ponti, l’edilizia sanitaria e gli investimenti delle Regioni e dei piccoli Comuni, con trasferimenti diretti di risorse.

LA MANCATA SPINTA IN BILANCIO

Tuttavia la stessa legge di Bilancio, come si diceva in apertura, ha rinunciato alla spinta immediata pro-cantieri che era stata annunciata nei mesi estivi e poi messa nero su bianco nella Nota di aggiornamento al Def e nel Ddl di Bilancio di ottore.

Tornando alle grandi imprese, stanno tutte a caccia di liquidità per tener vivi i cantieri, in attesa dei piani di ristrutturazione. I commissari di Condotte (circa 2,7 miliardi di cantieri in Italia) sono riusciti nei mesi scorsi a riallacciare i rapporti con gli enti appaltanti per riavviare i cantieri fermi (tutti) o firmare i contratti (congelati), ma solo l’11 dicembre scorso la Commissione europea ha autorizzato la garanzia statale sul prestito ponte da 190 milioni, e nonostante questo ad oggi il contratto con le banche non è ancora arrivato (si veda il servizio su «Edilizia» web).

Astaldi sta per ora riuscendo a tenere in piedi la gran parte dei suoi cantieri, tra cui le metropolitane di Milano M4 e Roma linea C, salvo invece i lavori per il nodo ferroviario di Genova e il Quadrilatero Marche-Umbria, sostanzialmente fermi. Anche Astaldi lotta però contro il tempo: a metà dicembre ha concordato con il fondo Fortress un prestito ponte da 75 milioni, ma la richiesta di autorizzazione del 17 dicembre non ha ancora avuto risposta dal Tribunale di Roma. © RIPRODUZIONE RISERVATA

07/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Cooperative edili, la crisi ha decimato i costruttori: resiste solo Cmb Carpi

Laura Galvagni

Ccc, Cmc, Cesi, Unieco e Coopsette hanno dovuto reinventarsi oppure affrontare le procedure concorsuali

Nel 2011 erano sei, sei colossi del mondo delle coop che stazionavano stabilmente nella classifica dei più grandi costruttori del paese: CCC, CMC Ravenna, CMB di Carpi, Unieco, Coopsette e CESI. Oggi se ne conta appena una: CMB. Alcune, un paio addirittura, all’epoca sfioravano i vertici, erano CCC e CMC Ravenna. Le altre erano qualche posizione indietro ma comunque a buon titolo tra i big del comparto. Otto anni fa, tutte assieme, avevano un giro d’affari di 5 miliardi di euro. Da allora solo una sembra essere riuscita a superare indenne la tempesta che ha colpito il segmento delle grandi opere, almeno per ora. CCC, CMC, CESI, Unieco e Coopsette hanno dovuto invece reinventarsi oppure affrontare le procedure concorsuali.

L’esito è che ad oggi se si guarda il ranking dei primi 50 costruttori d’Italia quelle che hanno la forma di cooperativa si contano sulle dita di una mano. Eppure il comparto ha sempre rappresentato uno dei pilastri chiave del mondo cooperativo. Che in questo caso, però, non ha saputo fare da scudo all’onda che ha investito le costruzioni e che ha fatto vittime illustri anche nel mondo delle spa, non ultima Astaldi per la quale advisor e Tribunale di Roma sono al lavoro per definire il salvataggio in continuità aziendale.

Sul sito di Legacoop si parla ancora di un comparto che conta 400 realtà, tra cui 4 consorzi per oltre 4 miliardi di fatturato. Non è stato possibile avere commenti in proposito ma i numeri relativi alle società che un tempo simboleggiavano la forza del mondo cooperativo nel mattone sembrano tratteggiare un quadro diverso. Cooperativa Edilstrade Imolese (CESI) è fallita ed aveva ricavi per 340 milioni di euro, Coopsette il cui ultimo bilancio disponibile risale addirittura al 2013 è finita in procedura concorsuale dopo avere visto praticamente dimezzarsi in due anni il giro d’affari passato da 503 milioni a 238 milioni con un margine operativo lordo all’epoca negativo per quasi 20 milioni. Stessa fine per un’altra azienda rilevante del mondo Coop, ossia Unieco.

Quest’ultima era davvero un simbolo tanto che stando ai bilanci disponibili nel 2011 generava un fatturato di 1,4 miliardi di euro. Gli ultimi conti certificati risalgono al 2015 quando i ricavi erano scesi a 811 milioni e il margine operativo lordo ad appena 29,9 milioni contro i 113 milioni di quattro anni prima. Anche per Unieco si sono aperte le porte del Tribunale e la coop è finita in liquidazione. Ultima a dover ricorre al giudice è stata CMC Ravenna che nel 2011 era l’ottavo gruppo nazionale e più recentemente aveva scalato ulteriormente la classifica grazie al consolidamento di alcuni operatori a monte e allo sviluppo delle commesse. Una crescita, però, che di recente si è dovuta scontrare con un’improvvisa crisi di liquidità, complice il «mancato incasso di ingenti crediti».

Questo ha creato una situazione di disequilibrio finanziario a cui hanno contribuito anche una marginalità bassa, una leva elevata, una forte esposizione all’estero in termini di fatturato (oltre il 70% e spesso in paesi ad alto rischio) e troppi ritardi negli incassi (tutti legati a commesse italiane). Un mix micidiale che ha imposto a CMC di avviare la procedura presso il Tribunale di Ravenna. Per farlo ha messo nero su bianco l’intera esposizione che, stando ai dati più recenti, vale complessivamente 2,017 miliardi di cui circa 900 milioni di euro di debiti finanziari.

La vecchia CCC, invece, quella che nel 2011 era il terzo gruppo nazionale forte di 1,6 miliardi di ricavi di fatto non esiste più. O meglio ne è nata una nuova realtà, Integra, a cui il Consorzio cooperative costruzioni ha affittato il proprio ramo d’azienda mantenendo in portafoglio solo alcune commesse. Tra le quali Brebemi, che negli anni scorsi ha generato anche il pericolo di crossdefault. L’ostacolo è stato aggirato ma come si legge nell’ultimo bilancio della cooperativa i rischi sull’evoluzione futura della gestione restano elevati: per la difficoltà di recupero di alcune posizioni creditorie, per i problemi nella cessione di alcuni beni aziendali, per l’incertezza legata alla possibilità di dilazionare alcuni pagamenti e per alcune cause passive in corso.

Resta CMB Carpi che lo scorso ottobre ha perfezionato il progetto di fusione per incorporazione di CMB Holding spa ma che nel 2017 ha comunque mostrato qualche segno di debolezza: il fatturato si è attestato a 480 milioni, in discesa sul 2016 del 7%, il mol è calato del 35,8% a 23,1 milioni, mentre l’utile addirittura del 77% a 2,8 milioni. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

07/01/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Ponte Genova, salta l’intesa sul contractor unico per demolizione e lavori

Raoul De Forcade

Secondo Salini e Fincantieri sono troppe le incognite: impossibile farsi garanti anche del lavoro di demolizione. Bucci spera ancora

Tramonta, per ora, la possibilità di avere un capofila unico e un solo contratto di appalto sia per la demolizione che per la ricostruzione del viadotto Morandi. Il soggetto candidato a essere il capofila dell’opera era PerGenova, la società consortile composta da Salini Impregilo e Fincantieri che si è assicurata l’appalto per la ricostruzione del ponte crollato il 14 agosto scorso. E avrebbe dovuto essere capofila anche dell’Ati dei demolitori composta da Fagioli, Fratelli Omini, Vernazza Autogru, Ipe Progetti e Ireos. Venerdì 4 gennaio, però, l’incontro tra le aziende e il commissario straordinario per la ricostruzione, nonché sindaco di Genova, Marco Bucci, non ha dato gli esiti che lo stesso Bucci sperava.

Per Genova, pur assicurando l’impegno ad assumere la responsabilità per la realizzazione dell’opera, non ha inteso farsi garante dei demolitori. Questo perché parte dei loro lavori dipende dalle necessità investigative dell’autorità giudiziaria. Ma le considerazioni che hanno portato PerGenova a respingere il contratto unico sono molteplici. Innanzi tutto, secondo la società, non ci sono tempi sufficienti per avere in cantiere una adeguata struttura organizzativa che sia garante del lavoro di chi demolisce. Poi c’è l’impossibilità di prendere in carico, senza approfondirlo, il progetto di demolizione. E anche l’incertezza sulle attività di demolizione. Inoltre la forza lavoro utilizzata e l’impegno orario non sarebbero in linea con l’approccio al progetto di PerGenova. Ancora: i demolitori non avrebbero dato sufficienti rassicurazioni circa la completezza della stima dei costi per le attività da svolgere. Si è messo in conto, infine, un possibile danno di immagine che deriverebbe dal mancato rispetto dei tempi: Salini e Fincantieri fanno, del rispetto degli impegni, il pilastro della loro credibilità. Insomma, le questioni che separano demolitori e ricostruttori sono molte. Ciononostante, la struttura commissariale ha deciso di inviare a tutti i soggetti una bozza del contratto unico da studiare. La scadenza per arrivare a un capofila per i lavori era stata fissata inizialmente al 31 dicembre e poi fatta slittare a ieri. Ora l’ultimo giorno utile per decidere, a quanto risulta, sarà martedì 8 gennaio. In ogni caso, saranno inviati anche due contratti d’appalto separati, uno all’Ati incaricata della demolizione e uno a PerGenova, per la ricostruzione. Anche per questi, eventuali osservazioni dovranno arrivare entro martedì. Poi ci sarà un breve tempo per la sintesi che precederà la firma.

Sul fronte giudiziario, la Procura di Genova, che mantiene sotto sequestro il troncone Est del ponte, nei giorni scorsi ha chiesto alla Guardia di finanza di preparare un’informativa completa sull’attività investigativa svolta dal 14 agosto a oggi. Una relazione che potrebbe preludere, in prospettiva, a nuovi indagati, in vista di un secondo incidente probatorio, che seguirà il primo, che deve ancora concludersi. «Siccome – spiega il procuratore capo Francesco Cozzi – c’è qualche approfondimento da fare sul primo incidente probatorio, da parte dei periti nominati dal Gip, la procura valuterà con quali tempi muoversi sul secondo incidente probatorio, che deve individuare le cause del crollo. Corollario di questo è che debbano essere valutate le posizioni che, in qualche modo, possano avere attinenza con i profili della vigilanza e del controllo sulla vigilanza. I periti non possono concludere il primo incidente fino a quando non avranno controllato le parti in demolizione. Per questo noi abbiamo interesse che venga demolito, anche rapidamente il ponte, sia pure con le cautele atte a garantire la conservazione di parti che interessano i periti. Sul secondo incidente sarà da valutare se aspettare o meno che si concluda il primo per iniziarlo. Siccome c’è il rischio di andare troppo per le lunghe, e noi questo vorremmo evitarlo, valuteremo se iniziare il secondo prima che sia concluso il primo». Per la parte di viadotto verso Savona, aggiunge Cozzi, «abbiamo già autorizzato l’inizio dei lavori di demolizione. Per l’altra parte, verso Genova, entro la fine del mese i periti dovrebbero aver valutato, insieme ai progettisti della demolizione, quali sono le parti che consentono un accesso per le ispezioni o come procedere a una conservazione dei pezzi demoliti». Ieri, intanto, gli spedizionieri genovesi hanno rilevato che, per il Morandi, il traffico container nel porto di Genova per il quarto mese consecutivo, è stato negativo: -2% a dicembre. © RIPRODUZIONE RISERVATA