Rassegna stampa 20 dicembre 2018

20/12/2018 – La Repubblica

IL SALISCENDI SU IREN DI TORINO E GENOVA CON SOLDI PUBBLICI

Il punto
Sembra una operazione da separati in casa, più che tra azionisti legati da un patto di sindacato. E, comunque, una operazione contro il buon senso, dove sono stati utilizzati male soldi pubblici. E’ successo che, a fine novembre, il comune di Torino abbia ceduto il 2,5% di Iren con un prezzo pari a 1,85 euro, attraverso un collocamento sul mercato. Lo ha fatto per fare cassa, come è capitato ad altri enti locali in giro per l’ Italia. Ma due giorni fa, il comune di Genova – a sua volta azionista dell’ utility – ha comprato la stessa quota (2,5%) sul mercato a un prezzo pari a 2,16. In sostanza, Torino ha venduto a sconto e Genova ha dovuto pagare un sovrapprezzo. Ma se le due società sono legate da un patto di sindacato, perché non si sono telefonate e hanno scambiate le quote a un prezzo di mercato? In realtà, raccontano nelle due città, ci hanno pensato; poi qualcuno ha fatto notare al sindaco Appendino che Genova sarebbe salita al 19% di Iren e Torino sarebbe scesa al 13%, cambiando gli equilibri nell’ azionariato. Questioni politiche, insomma, con il rinnovo del cda previsto per la prossima primavera. Peccato che alla fine si sia arrivati allo stesso risultato. Ma spendendo i soldi dei cittadini. LUCA PAGNI

20/12/2018 – Il Fatto Quotidiano
Anas, alla guida Simonini: dopo lunghe meditazioni una figura di quarta fila

Designato da Fs e Toninelli. In contrasto con la legge Madia. Alla presidenza Gemme
Si sono scervellati per settimane intorno al quesito se per sostituire Gianni Armani come amministratore Anas fosse più opportuno privilegiare la discontinuità pescando un manager fuori dall’ azienda. Oppure se fosse opportuno privilegiare la continuità promuovendo qualche rodato dirigente interno. Alla fine il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, e Gianfranco Battisti, amministratore delle Fs e azionista unico Anas, hanno imboccato una terza via pescando tra le quarte file Anas un funzionario con un curriculum di profilo modesto: Massimo Simonini, 55 anni. Ieri il nome di Simonini è stato formalmente indicato come amministratore dall’ assemblea degli azionisti, cioè le Fs, mentre per la carica di presidente è stato scelto Claudio Andrea Gemme, il professionista genovese che il ministro Toninelli avrebbe voluto commissario dopo il crollo del Ponte Morandi, ma che fu messo da parte perché in potenziale conflitto di interessi. La doppia designatura per la guida dell’ Anas sarà comunicata al ministero dell’ Economia prima della formalizzazione definitiva con un passaggio che alle Fs giudicano di routine. Ma che in questo caso tanto di routine potrebbe non essere. Perché la scelta di Simonini potrebbe confliggere con quanto stabilito dalla legge Madia (numero 296 del 2006) a proposito della individuazione degli amministratori per le aziende pubbliche. In base a quella norma può essere designato chi è stato alla guida di una società pubblica o privata con un bilancio non in perdita nei 5 anni precedenti la nomina. E dal curriculum pubblicato sul sito Anas non risulta che Simonini abbia questi requisiti. L’ incarico che riveste è quello di Dirigente responsabile di ponti, viadotti e gallerie e in termini aziendali è un “quarto riporto” rispetto al capo azienda. Sopra di lui c’ è il Responsabile della rete, al di sopra del quale c’ è un direttore Operazioni e coordinamento del territorio che è il riporto diretto rispetto all’ amministratore delegato. Simonini entrò in Anas nel 1996 quando il padre Luigi era capo di Compartimento Anas; la sorella Stefania è avvocato del prestigioso studio legale Cancrini e Piselli, specializzato in appalti pubblici. L’ Anas è la più grande stazione appaltante d’ Italia gravata da un contenzioso legale di ben 9 miliardi con le aziende fornitrici. Daniele Martini

0/12/2018 – Il Messaggero
GRANDI OPERE NON FARLE COSTEREBBE 60 MILIARDI

Il braccio di ferro tutto politico su infrastrutture considerate strategiche per l’Italia finirà molto probabilmente con la loro realizzazione
Non farle costerebbe agli italiani 60 miliardi di euro. Ma non si tratta solo di una danno economico e di immagine. Rinunciare alla grandi infrastrutture, dalla Tav alla Tap, al Terzo Valico all’ Ilva, avrebbe, il condizionale è d’ obbligo, un impatto sull’ economia reale, ovvero sui commerci, sull’ occupazione, sullo sviluppo stesso del Paese che le fredde cifre non possono incarnare. Eppure il rischio di una marcia indietro c’ è stato e, probabilmente c’ è ancora, anche se più limitato e circoscritto. Da un lato, va sottolineato, è più che legittimo cercare di ottenere i massimi risparmi possibili, evitando sprechi e inefficienze; dall’ altro vanno valutate però anche le spese legate ad eventuali stop, sopratutto per opere già in fase di realizzazione o comunque considerate strategiche per il Paese. Del resto sono i sindacati ad aver lanciato per primi l’ allarme. «È una cosa incredibile che opere come la Gronda – ha tuonato recentemente Annamaria Furlan, segretario generale della Cisl – siano ancora bloccate dopo anni di attesa». Già perché, sempre restando nell’ area genovese, non procedere con il Terzo Valico, avrebbe messo a rischio migliaia di posti di lavoro, oltre 4 mila, accentuando l’ isolamento dell’ Italia dal resto d’ Europa. Il progetto prevede la costruzione di un collegamento ferroviario Alta velocità/Alta capacità tra Genova e Tortona, per 54 chilometri, 39 dei quali in galleria. L’ opera, finalizzata a migliorare i collegamenti del sistema portuale ligure con Nord Italia ed Europa, è suddivisa in 6 lotti, interamente finanziata per il costo di 6,2 miliardi, mentre circa 2,5 miliardi sono già stati spesi. Opera, va detto, appaltata per circa l’ 80% e realizzata per il 25 per cento. Nel Contratto di governo Lega-M5S, dopo un lungo tira e molla (Lega favorevole, M5S contrari), è spuntato un ambiguo sì con riserva che alla fine è diventato un disco verde definitivo. Insomma, pericolo scongiurato visto che l’ ok, dopo l’ analisi dei costi-benefici del dicastero dei Trasporti, è arrivato quasi in extremis. Fermarsi, anzi tornare indietro, sarebbe potuto costare oltre 6 miliardi al Tesoro, come certificato dall’ Avvocatura dello Stato, chiamata in causa proprio per pesare il possibile danno. Quanto alla Gronda siamo sugli stessi valori. Ma anche la Tap, nonostante il fuoco di sbarramento grillino, è alla fine passata. Fermarla avrebbe comportato circa 40 miliardi tra penali e sanzioni per violazioni contrattuali. Troppo per invertire il percorso del gasdotto transadriatico che porterà, a completamento dell’ opera, in Italia e in Europa il gas azero a costi particolarmente competitivi. Al centro dell’ attenzione c’ è adesso la Tav. La Torino-Lione, come noto, ha assorbito risorse per circa 1,5 miliardi. E l’ ultima delle gallerie geognostiche è in fase di scavo sul versante francese, dove si avanza al ritmo di 17 metri al giorno, in asse con il tracciato del futuro tunnel di base. Ma cosa accadrebbe in caso di dietrofront? La prima partita economica che si aprirebbe se il governo italiano decidesse di rinunciare all’ opera sarebbe tutta in salita. Metà delle risorse spese provengono dall’ Ue, il resto è suddiviso tra Italia e Francia. Con quest’ ultima e con l’ Unione si dovrebbe negoziare una restituzione, come ha più volte precisato Bruxelles, con tutte le incognite derivanti. La seconda partita è legata ai ricorsi delle aziende che si sono già aggiudicate gli appalti, hanno impegnato risorse, commissionato studi, assunto personale e che non staranno di certo con le mani in mano. Per non parlare del tema, forse più scottante, dei posti di lavoro che andrebbero in fumo. La Torino-Lione è nella fase iniziale di affidamento delle gare: degli 81 lotti previsti, 24 sono stati assegnati e 7 sono in corso, per un totale di 240 milioni impegnati sull’ opera, secondo l’ ultimo aggiornamento di Telt, il consorzio che gestisce l’ operazione. Per capire come andrà finire bisognerà aspettare il verdetto della Commissione speciale istituita presso il Mit – peraltro finito sotto accusa per i gravi dubbi sollevati sul livello di inquinamento dei suoi componenti: la scelta finale è comunque demandata a Palazzo Chigi. Certo è che per la messa in sicurezza dei cantieri e il contestuale ripristino delle condizioni di sicurezza servirebbero almeno 200 milioni, mentre nella valutazione conclusiva andrebbe inserita la partita degli 813 milioni assicurati dall’ Europa per coprire il 40% della spesa nella prima fase di lavori. L’ Italia così rinuncerebbe alla sua parte dell’ opera, ma la Francia sicuramente punterebbe i piedi volendo rivalersi completando il quadro che vede in circa 2 miliardi il costo provvisorio della rinuncia: provvisorio perché, considerando i possibili contenziosi aggiuntivi, il costo finale potrebbe superare 3 miliardi. La sfida è anche qui tutta politica. Con i pentastellati ottusamente critici e la Lega che invece, insieme alle organizzazioni imprenditoriali e ai sindacati, vuole andare avanti, magari apportando piccole modifiche per risparmiare sulle stime iniziali (8,6 miliardi il costo complessivo). Come finirà? Un indizio può venire dalla vicenda Ilva: nonostante il pressing dei 5Stelle e le finte giravolte del suo leader Di Maio, alla fine ha prevalso la soluzione già delineato il governo Gentiloni. Del resto, chiudere il più importante stabilimento siderurgico sarebbe costato almeno 3,4 miliardi. Per non parlare della cancellazione degli investimenti pianificati (oltre 2,4 miliardi tra ambiente e tecnologie) e del destino di oltre 10 mila lavoratori. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

20/12/2018 – La Repubblica
Appalti senza gara, compromesso gialloverde su due soglie

Le opere pubbliche
È battaglia tra M5S e Lega sulla soglia di affidamento diretto degli appalti per i Comuni, che il Carroccio voleva alzare, proponendo un emendamento alla manovra per fissarla a 200 mila euro, dai 40mila che erano. È bastato però che il presidente dell’ Anac Raffaele Cantone esprimesse su Repubblica forti perplessità («Questo meccanismo è oggettivamente pericolosissimo, non solo per i rischi corruttivi, ma anche per le potenziali infiltrazioni mafiose») per far scatttare l’ allarme nel M5S. Tant’ è che ieri già a mezzogiorno il Guardasigilli Alfonso Bonafede annunciava che «la norma potrebbe cambiare» e un’ ora dopo l’ ala grillina di palazzo Chigi faceva trapelare lo stop al tetto dei 200mila euro. Proprio mentre i sindacati degli edili urlavano al «colpo di spugna alla legalità» assestato da un governo che «favorisce lavoro nero, caporalato, sfruttamento di immigrati clandestini e infiltrazioni criminali». Da qui il nuovo braccio di ferro fra alleati per abbassare la soglia e limitare nel tempo l’ efficacia della misura: per l’ anno 2019, «nelle more di una complessiva revisione del codice degli appalti» – recita il testo dell’ emendamento alla manovra – la pubblica amministrazione potrà affidare lavori senza gara fino a 150mila euro (con uno sconto di 50mila rispetto all’ ipotesi iniziale), mentre tra i 150mila e i 350mila euro sarà possibile procedere «previa consultazione di tre o più operatori economici» © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

20/12/2018 – Italia Oggi
Appalti dati anche in via secondaria

affidamenti
La direttiva 18/2004, poi sostituita dalla direttiva 24/2014, «non esige che un’ amministrazione aggiudicatrice secondaria», come un’ azienda socio-sanitaria territoriale (nel caso di specie quella della Valcamonica), «abbia partecipato alla firma dell’ accordo quadro per poter stipulare un accordo successivo». È sufficiente che tale amministrazione aggiudicatrice «figuri tra i beneficiari potenziali dell’ accordo quadro sin dalla data della sua conclusione». Essendo, questa, chiaramente individuata nei documenti di gara «mediante una menzione esplicita». Lo dice la Corte di giustizia Ue, con sentenza relativa alla causa C-216/17, che ha messo fine a una controversia che ha visto in prima linea l’ azienda Coopservice, già responsabile della pulizia dei locali dell’ Asst, e il Garante della concorrenza italiano. Le parti si erano rivolte al giudice chiedendo l’ annullamento dell’ assegnazione dell’ appalto per violazione delle norme Ue sulla concorrenza negli appalti pubblici, che prevedono l’ affidamento di servizi mediante pubblica gara.

20/12/2018 – Italia Oggi
P.a., il turnover resta al 100%. Assunzioni dal 15/11/2019

Il ministro bongiorno: nessun arretramento. Concorsi, slittano solo le graduatorie recenti
Nessun arretramento sullo sblocco del turnover nella pubblica amministrazione. Dal 2019 per ogni dipendente fuoriuscito dai ruoli della p.a. ne entrerà uno nuovo. I concorsi potranno partire subito ma per le assunzioni ci sarà da attendere il 15 novembre 2019. Ma questo non significa rinviare lo sblocco del turnover al 100%. Il ministro della pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, è intervenuta in prima persona a chiarire il senso delle parole del presidente del consiglio Giuseppe Conte, che nell’ informativa sulla Manovra resa ieri in aula al Senato, aveva annunciato che «per le amministrazioni centrali si prevede un rinvio della presa di servizio degli assunti al 15 novembre 2019, ma limitato alle assunzioni derivanti del turnover ordinario dell’ anno precedente». Parole che sono state subito interpretate dai sindacati come una marcia indietro rispetto agli annunci del governo di voler portare avanti una politica di rinnovamento della p.a., proprio a partire dallo sblocco del turnover e dalla realizzazione di un piano straordinario di assunzioni nei settori strategici. Ai sindacati, che in una nota unitaria firmata da Fp Cgil, Cisl Fp, Uil Fpl e Uil Pa, hanno stigmatizzato come «grave» il segnale lanciato dal governo, dichiarandosi pronti alla mobilitazione, Bongiorno ha replicato a stretto giro spiegando che non vi è stato alcun rinvio. «Noi abbiamo detto stop ai tagli e stiamo investendo nella p.a. per potenziarne il ruolo strategico», ha osservato il ministro. Che ha spiegato il senso delle parole del premier. «In relazione ai tempi necessari per concludere le procedure concorsuali che si avvieranno nel 2019, le assunzioni delle amministrazioni centrali partiranno dal 15 novembre 2019», ha chiarito Bongiorno. Ciò consentirà di «conteggiare le risorse non utilizzate fino a novembre come risparmi utili per i saldi di finanza pubblica, senza cambiare gli obiettivi reali di ricambio generazionale», ha spiegato. A slittare a novembre 2019 saranno le assunzioni derivanti dal turnover ordinario del 2018. Nel 2020, per i concorsi già espletati, la assunzioni potranno partire già dal 1° gennaio. Giulia Bongiorno è intervenuta anche sulla spinosa questione della proroga delle graduatorie di vincitori di concorso e idonei, rimasti fuori dai ruoli della p.a. proprio a causa dei blocchi del turnover degli anni passati. Il governo (in un’ intervista rilasciata a ItaliaOggi dal sottosegretario alla p.a. Mattia Fantinati, il 12 dicembre scorso ndr) ha annunciato l’ intenzione di prorogare di un anno le graduatorie in scadenza al 31 dicembre, ma non tutte, bensì solo quelle dal 2014 in avanti. Rispondendo alla Camera a un’ interrogazione della deputata 5 Stelle Federica Dieni, il ministro ha annunciato che per il futuro le graduatorie per l’ accesso al pubblico impiego saranno formate «esclusivamente dai candidati che hanno conseguito una valutazione tale da consentirne l’ assunzione in ragione del numero dei posti messi a concorso». «Per il futuro chi vince vince, chi non vince non vince, così evitiamo che ci siano delle aspettative», ha chiarito. Per il passato, invece, Bongiorno ha spiegato che il «governo intende adottare iniziative affinché venga rispettata la regola generale dell’ efficacia triennale delle graduatorie concorsuali, perché è intenzione superare la logica secondo cui l’ idoneità equivalga sul piano giuridico ad una vittoria al concorso. Per questo ad essere prorogate saranno solo le «graduatorie più recenti», quelle cioè che siano in grado di realizzare il ricambio generazionale e il reclutamento dei soggetti in possesso delle capacità necessarie per migliorare in modo significativo l’ efficacia e l’ efficienza dell’ azione amministrativa. «Quindi», ha concluso la numero uno di palazzo Vidoni, la proroga ci sarà, ma «solo per gli anni più recenti e sarà prolungata secondo un criterio di gradualità, che consentirà alle pubbliche amministrazioni di avvalersi delle maggiori capacità assunzionali ad essa attribuite e di assumere continuità nell’ erogazione dei servizi, anche laddove dovesse verificarsi un consistente esodo di personale a seguito dell’ entrata in vigore delle riforme in materia previdenziale». FRANCESCO CERISANO

 

20/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Accredia, Uni e Itaca firmano protocollo d’intesa per la formazione delle stazioni appaltanti
  1. E. T.

In Italia sono presenti circa 30mila enti appaltanti e, nel settore delle costruzioni, sono circa 26mila le aziende già certificate per i sistemi di gestione

È stato firmato a Roma il protocollo d’intesa tra Accredia, l’ente unico nazionale di accreditamento, Uni, l’ente italiano di normazione e Itaca, l’Istituto per l’innovazione e la trasparenza negli appalti e la compatibilità ambientale, che punta a fornire alle stazioni appaltanti una migliore conoscenza e fruizione della normazione tecnica e delle valutazioni di conformità accreditate.
Il protocollo prevede la collaborazione dei tre enti nella realizzazione di attività di formazione, diffusione e aggiornamento che, dopo il via libera della conferenza delle regioni e delle province autonome, è stato siglato, presso la sede di Accredia, alla presenza di Giuseppe Rossi, presidente di Accredia, Piero Torretta, presidente di Uni, e Anna Casini, Presidente di Itaca.
Dopo l’entrata in vigore del Codice dei contratti pubblici (D.Lgs. 50/2016), la normazione tecnica e le valutazioni di conformità accreditate – certificazioni, prove e tarature – hanno assunto un ruolo centrale.
Le certificazioni accreditate «a norma Uni» per la qualificazione degli operatori economici, delle stazioni appaltanti e come mezzi di prova per dimostrare la conformità dei prodotti o servizi ai requisiti richiesti dall’appalto così come ai criteri ambientali minimi, frequente rappresentano una novità di rilievo nella nuova disciplina degli appalti pubblici. Le certificazioni infatti non solo consentono di verificare le caratteristiche di servizi, materiali e prodotti ai requisiti richiesti ma permettono anche di semplificare i compiti delle stazioni appaltanti, che si affidano alle attività di verifica svolte dagli organismi di certificazione e dai laboratori, accreditati da Accredia. Inoltre, il nuovo codice ha previsto un criterio premiante per le stazioni appaltanti che introducono sistemi di gestione della qualità degli uffici e dei procedimenti di gara, certificati da organismi accreditati, finalizzato alla qualificazione delle stesse.
Basti pensare che in Italia sono presenti circa 30mila stazioni appaltanti e, nel settore delle costruzioni, sono circa 26mila le aziende già certificate per i sistemi di gestione, di cui 23.700 per la qualità UNI EN ISO 9001 e circa 2.200 per la gestione ambientale UNI EN ISO 14001.
Spesso però il richiamo alla normazione tecnica e alle valutazioni di conformità accreditate presente nella documentazione di gara è poco precisa e rischia di generare un aumento nei tempi di aggiudicazione e contenzioso. Per questo motivo, i tre enti hanno deciso di cooperare e attivare un supporto operativo alle amministrazioni,
La prima attività nell’ambito del protocollo, prevista già ad inizio 2019, consisterà nella divulgazione sulle piattaforme web coordinate da Itaca di una serie di moduli formativi e-learning rivolti alle stazioni appaltanti, e focalizzati sulle disposizioni del codice appalti in cui si richiama esplicitamente la normazione tecnica e le valutazioni di conformità accreditate.
«Quello degli appalti pubblici è un settore nevralgico per il nostro Paese, con un volume d’affari generato che si avvicina ai 139 miliardi di euro pari a circa l’8% del Pil. Per questo, è necessario che i bandi di gara, laddove facciano riferimento alle valutazioni di conformità accreditate per qualificare gli operatori economici e i prodotti e servizi, oggetto dei bandi, contengano delle indicazioni precise, così da agevolare imprese e Pa e ridurre la possibilità di contenzioso», ha dichiarato Giuseppe Rossi. «Su questo aspetto, Accredia, già da diverso tempo, ha offerto la sua collaborazione alle pubbliche amministrazioni, sia con la pubblicazione delle linee guida per le stazioni appaltanti, sulle quali stiamo lavorando con Uni per un aggiornamento, sia mettendo a disposizione le proprie banche dati su accreditamenti e certificazioni, per fornire tutte le informazioni possibili relative a questo mercato».
«Gli acquisti delle pubbliche amministrazioni sono strumenti di politica industriale in conseguenza dell’influenza esercitata dal loro peso sugli operatori, che in alcuni casi agiscono in mercati quasi esclusivamente pubblici», ha affermato Piero Torretta. «Analoga influenza determina – o meno – il grado di innovatività dei settori. Poichè questi fenomeni si estendono lungo la catena di fornitura, il ricorso puntuale e corretto alle norme Uni da parte delle stazioni appaltanti diventa un obiettivo irrinunciabile per il Paese».
«L’importante esperienza del piano nazionale straordinario di formazione sulla nuova disciplina dei contratti pubblici, erogato da Itaca, Sna e dalle Regioni italiane alle stazioni appaltanti e alle centrali di committenza, ha permesso di scoprire l’enorme potenzialità di un sistema formativo a rete di livello centrale e locale». È quanto dichiara il presidente di Itaca Anna Casini. «Il codice dei contratti pubblici ha assegnato alle Regioni un ruolo preminente di supporto e assistenza alle stazioni appaltanti di ambito territoriale nell’applicazione della nuova disciplina, a tutela della trasparenza e della legalità. Da questa esperienza nasce proprio l’idea di questo protocollo d’intesa. Le attività formative che realizzeremo con Uni e Accredia rappresentano un valido ausilio alle strategie di incentivazione dello sviluppo delle conoscenze nelle pubbliche amministrazioni nell’ottica del perseguimento di servizi pubblici sempre più efficienti ed innovativi».

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20/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Cantone scrive al Governo: estendere i controlli anti-infiltrazioni nelle gare d’appalto

Mauro Salerno

In un atto di segnalazione il presidente dell’Anac chiede di includere tra i soggetti da verificare chi si cela dietro società schermo

All’indomani dell’approvazione definitiva della legge «spazza-corrotti» e mentre in Commissione Bilancio è stato dichiarato inammissibile un emendamento della Lega che puntava ad quintuplicare da 40mila a 200mila euro la soglia per l’affidamento diretto degli appalti, Cantone chiede a Governo e Parlamento di rafforzare le norme che dovrebbero impedire a pregiudicati di reati sensibili (tipo corruzione) o a soggetti colpiti da misure di prevenzione antimafia di partecipare alle gare d’appalto. Le norme attuali, segnala Cantone, sono facilmente aggirabili: basta creare una società schermo e il gioco è fatto.

Il problema nasce dalle difficoltà di interpretazione delle norme del codice (articolo 80, comma 3) che elencano i rappresentanti di impresa che devono dichiarare di il possesso dei cosiddetti «requisiti di moralità», in pratica l’assenza di condanne. Nel lungo elenco dei soggetti da controllare le norme includono il «socio unico persona fisica ovvero il socio di maggioranza in caso di società con meno di quattro soci».

Le difficoltà,rileva Cantone nell’atto di segnalazione, nascono dal fatto che le norme fanno esplicitamente riferimento alle persone fisiche, rendendo così facilmente eludibili i controlli nel caso in cui la quota di maggioranza dell’impresa concorrente alla gara non sia posseduta da una persona in carne e ossa, ma da un’altra azienda magari controllata da un soggetto che si voleva tenere fuori dal mercato pubblico. Il paletto contro il rischio infiltrazione può essere così facilmente aggirato.

Cantone segnala che, non a caso, sulla questione le sentenze dei giudici amministrativi si sono divise in due orientamenti. Secondo una prima interpretazione, la norma che limita i controlli alle persone fisiche andrebbe seguita in maniera letterale, dunque i requisiti di moralità andrebbero richiesti soltanto ai soci persone fisiche «anche nel caso del socio di maggioranza nelle società con meno di quattro soci». Altre sentenze, invece, tenendo conto degli obiettivi di legalità e trasparenza del codice, hanno seguito un criterio «più sostanzialistico», arrivando a includere anche le persone giuridiche tra i soggetti da controllare. E dunque estendendo i controlli lungo le catene societarie.

Per Cantone entrambi gli orientamenti mostrano qualche limite. Il primo, di fatto rischia di rendere inefficaci le norme. «Può infatti essere sufficiente la creazione intenzionale di una sola società, da anteporre all’impresa che partecipa alla gara, per consentire – si legge nell’atto di segnalazione – all’imprenditore che effettivamente ne detiene il controllo e sul quale gravano precedenti penali escludenti di accedere agli appalti pubblici».

D’altro canto ,seguendo l’intepretazione che include nei controlli anche le società si rischia di ampliare troppo le verifiche a carico delle Pa, finendo per includere soggetti che magari non hanno potere di ingerenza effettiva sull’impresa che partecipa alla gara. E dunque appesantendo inutilmente procedure già piuttosto faticose.

Per Cantone però una soluzione c’è. Ampliare i controlli a chi detiene la maggioranza della società che partecipa alla gara tramite un’altra società, ma limitandosi a quella persona fisica. È questa, in sintesi, la proposta inviata a Palazzo Chigi e alle Camere, che tra l’altro nelle prossime settimane dovrebbero discutere un primo pacchetto di modifiche al codice appalti da inserire nella la legge di conversione del decreto Semplificazioni. «Qualora si consideri di interesse prioritario introdurre misure antielusive delle norme in materia di accesso agli appalti pubblici nei confronti degli operatori economici che partecipano in forma societaria – conclude il presidente dell’Anticorruzione -, si segnala l’opportunità di una modifica della norma in esame nel senso di ricomprendere tra i soggetti da verificare nel caso delle società di capitali “il soggetto, persona fisica che detiene la totalità ovvero la maggioranza anche indiretta delle quote o dei titoli rappresentativi del suo capitale sociale”». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

20/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Anac: a volte la Soa non basta, la Pa può esigere il possesso di un «bollino verde» per partecipare alle gare

Mauro Salerno

La novità segue l’approvazione dei criteri ambientali minimi (Cam) da parte dell’Ambiente. Il chiarimento in un parere di precontenzioso

A volte il possesso di un’attestazione Soa regolarmente in corso non basta a garantire l’accesso alle gare per lavori pubblici. Dopo l’approvazione di Criteri ambientali minimi (Cam) da parte del ministero dell’Ambiente le Pa possono richiedere che le imprese esibiscano anche un certificato ambientale (Emas, Iso 14001 ) a titolo di requisito di qualificazione. È l’importante chiarimento che arriva dall’Anticorruzione, in risposta alla richiesta di parere (precontenzioso) inviata da un concorrente a una gara per la riqualificazione di una scuola in Piemonte.

A sollevare il problema un’impresa che riteneva illegittima la richiesta della stazione appaltante sulla base del principio secondo il quale per provare l’idoneità dei costruttori a realizzare lavori pubblici superiori a 150mila euro basta l’attestato Soa. E che al massimo le indicazioni dei Cam sulle certificazioni ambientali dovrebbero essere usate criterio premiale nella fase di valutazione delle offerte.

L’Anac respinge questa impostazione. Innanzitutto l’Autorità come prima cosa riconosce che il ricorso ai criteri di selezioni indicati dal decreto del ministero dell’Ambiente (Dm 11 ottobre 2017 e i chiarimenti pubblicati successivamente) non è obbligatorio. rappresentano però una chiara indicazione alle stazioni appaltanti per il raggiungimento degli obiettivi ambientali previsti dal piano di azione per le Pa. Inoltre, si legge nel parere, «soprattutto in caso di gare per lavori, sono fortemente consigliati per i risvolti positivi che può avere la gestione ambientale dell’impresa o la corretta gestione del personale». In questo senso, «quindi, la certificazione Emas non si pone in contrasto con il sistema unico di qualificazione ma lo integra».

La conseguenza è che la clausola del bando che richiede il possesso di un certificato ambientale come requisito a una gara di lavori, per l’Anac, non è illegittima. Con la postilla che il suo possesso può anche essere oggetto di avvalimento. © RIPRODUZIONE RISERVATA

20/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Ponte, Bucci vuole il contratto unico per demolire e ricostruire, pressing su Salini

Alessandro Arona

Nel decreto 19 «dispone che venga sottoscritto unico contratto». Ma c’è una scappatoia. Entro dicembre 2019 solo l’impalcato

La proposta di Salini Impregilo-Fincantieri e Italferr per la ricostruzione del Ponte di Genova, scelta il 18 dicembre dal Commissario-sindaco Marco Bucci ai fini della firma del contrato, prevede che entro il dicembre 2019 sarà completato solo «l’impalcato» del nuovo ponte, e non tutta l’opera. Bucci ha detto che «entro dicembre 2019 il ponte sarà pronto. Non si potrà ancora percorrere, ma si potrà vedere». Dopo l’impalcato vanno realizzati gli impianti (illuminazione, telecomunicazioni, emergenze) e la pavimentazione. Ancora qualche mese di lavoro, è possibile prevedere.
Gli altri elementi che emergono dalla lettura del decreto 19 del commissario sono l’invito alle imprese a sottoscrivere un contratto unico per demolizione e ricostruzione. Bucci vuole cioè che la cordata di big guidata da Salini Impregilo e Fincantieri sia interfaccia contrattuale unica per tutte le fasi: demolizione, progettazione, ricostruzione. Bucci vuole cioè un general contractor “chiavi in mano”, come scrisse nel primo preliminare decreto sulla ricostruzione. Pietro Salini però non ne vuole sapere: ha spiegato a Bucci che il general contractor le imprese specialistiche e subaffidatarie se le sceglie da solo, mentre in questo caso si troverebbe a lavorare con sei piccole e medie imprese di demolizione che non conosce, e dunque sulle quali non si sente di garantire. Il decreto 19 fissa un tempo fino al 31 dicembre per arrivare all’accordo, poi se questo sfuma si faranno due contratti. Di conseguenza fino al 31 dicembre si lavora senza contratto.
CONTRATTONE UNICO
Il commisssario decreta:
«4) di disporre che venga sottoscritto un unico contratto per l’appalto di demolizione affidato con Decreto del Commissario Straordinario n. 18 del 14 dicembre 2018 e il presente appalto di ricostruzione, nell’eventualità in cui gli operatori economici interessati trovino accordo entro il 31 dicembre 2018;
5) di disporre che in caso di mancato accordo di cui al punto precedente venga stipulato il relativo contratto per la sola attività di ricostruzione con la costituenda struttura giuridica, ex art. 1, comma sette del cit. D.L. 109/2018, da parte degli aggiudicatari di cui al precedente punto 1)».
TEMPI PONTE
Le imprese in raggruppamento Salini Impregilo, Fincantieri e Italferr «hanno presentato una nuova proposta con costi complessivi a corpo pari ad Euro 202.000.000 (duecentodue milioni) al netto dell’IVA, con relativo cronoprogramma, dichiarandosi disponibili ad iniziare le opere di risoluzione delle interferenze e di spostamento dei sotto servizi il 1° febbraio 2019 e di terminare il completamento dell’impalcato in quota entro il mese di dicembre 2019, assumendo il compito di coordinamento e di interfaccia con l’appalto di demolizione aggiudicato con Decreto del Commissario Straordinario n. 18 del 2018, così da anticipare al mese di dicembre 2018 le attività propedeutiche di indagine, progettazione, bonifica bellica, aree e piste di cantiere e risoluzione delle interferenze» (quest’ultimo compito decade se non si fa l’accordo sul contrattone entro fine anno). © RIPRODUZIONE RISERVATA

20/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Napoli-Bari, rivincita di Salini-Astaldi: primi (grazie al ribasso) nel lotto da 691 milioni

Alessandro Arona

Lotto Apice-Hirpinia, la cordata Salini Impregilo in testa con -12,2% sul prezzo. Questa volta Cmc Ravenna non c’era

Salini Impregilo si prende subito la rivincita nei maxi-lotti (ad appalto integrato) per la nuova ferrovia Napoli-Bari: dopo il sorpasso sul filo di lana da parte di Cmc Ravenna, che ha vinto a sorpresa e con un distacco di meno di un punto il lotto Frasso Telesino-Telese da 296 milioni di euro a base d’asta, Salini Impregilo ha prevalso sul lotto Apice-Hirpinia da 691,35 milioni di euro a base d’asta (importo complessivo del lavoro 923 milioni, comprese somme a disposizione).
In entrambi i casi si tratta della graduatoria emersa nelle sedute pubbliche di gara, dopo la valutazione da parte della commissione sul ribasso d’asta (25 punti) e sugli aspetti tecnici (75 punti), graduatorie di cui Edilizia e Territorio è in possesso. Nei prossimi giorni (dopo le verifiche di legge) si attende l’ufficializzazione dell’aggiudicazione da parte di Rfi.
La cordata vincente sulla Apice-Hirpinia comprende, oltra alla capogruppo Salini Impregilo, Astaldi (in concordato in bianco, come d’altra parte la Cmc dell’altra gara), e come progettisti Rocksoil, Net Engineering, Alpina spa. Il punteggio ottenuto è stato di 88,37, in netto vantaggio su Pizzarotti, Ghella, Itinera, Salcef, Eds Infrastrutture (77,2) e poi Consorzio Integra (ex Ccc), Vianini Lavori e altri (64,6 punti).
Salini Impregilo e Astaldi hanno ottenuto tutti i 25 punti sul ribasso (25), con sconto del 12,23% sul valore a base d’asta. Per l’offerta tecnica, invece, a prevalere è stata la cordata Pizzarotti-Ghella, con 70,05 punti contro i 63,37 di Salini-Astaldi.
Insomma, a fare la differenza e a garantire il primo posto in graduatoria è stato il forte ribasso della cordata Salini Impregilo, nonostante il prezzo contasse solo 25 punti su 100. A incidere è infatti la differnze tra i vari ribassi (in questo caso -12,23% rispetto a -3,4%).
Il progetto dell’opera ferroviaria in oggetto, di lunghezza pari a circa 18 km con velocità prevista di 200 km/h e pendenza longitudinale massima del 12%, risulta in completa variante rispetto alla linea storica e si compone della galleria Grottaminarda (1.990 metri), galleria Melito (4.409,5 metri), galleria Rocchetta (6.549 metri); viadotto VI01 (655 metri), VI02 (230 metri), VI03 (415 metri), VI04 (705 metri); nuova fermata di Apice; nuova stazione “Hirpinia”.
I lavori si collocano in territorio campano e interessano i comuni di Ariano Irpino, Grottaminarda, Melito Irpino, Montecalvo Irpino, Flumeri e Frigento in provincia di Avellino e di Apice, S. Arcangelo Trimonte e Paduli in provincia di Benevento.
Le opere – progettate da Italferr – prevedono armamento ferroviario, impianti di trazione elettrica, altre tecnologie ferroviarie, un impianto di fermata e uno di stazione. La categoria prevalente richiesta è la Og4 per un importo di 332 milioni. Il cantiere avrà una durata di 6 anni e mezzo.
In sede di valutazione delle offerte, all’esperienza specifica e alle caratteristiche dell’impresa saranno assegnati al massimo 20 punti, al pregio tecnico 40, alla valutazione del cronoprogramma 15 e al prezzo 25. Le offerte dovranno pervenire a Rfi entro le ore 12 del 6 settembre. Le buste saranno aperte il giorno seguente alle ore 10. © RIPRODUZIONE RISERVATA

20/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Toto Holding, maxi intesa con la francese Edf nell’eolico

Laura Galvagni

Accordo con l’azienda transalpina per la cessione di una concessione relativa alla progettazione, costruzione e gestione di un maxi parco eolico offshore

Toto Holding fa affari con la francese Edf nell’eolico. Il gruppo della famiglia Toto, già operativo nel settore delle costruzioni e delle autostrade, è presente nel comparto delle rinnovabili tramite la controllata Renexia. E proprio quest’ultima, attraverso il braccio americano Us Wind, ha sottoscritto un accordo con l’azienda transalpina per la cessione di una concessione relativa alla progettazione, costruzione e gestione di un maxi parco eolico offshore. Si tratta di uno specchio d’acqua di fronte alle coste del New Jersey di circa 750 chilometri quadrati. Un’area sufficientemente grande per ospitare 2500 megawatt, ossia più o meno 32 macchine eoliche.

Laura GalvagniDall’operazione Us Wind incasserà subito 215 milioni di dollari più un’altra tranche assai rilevante al verificarsi di determinate condizioni. Al momento non è possibile stabilire la cifra precisa, in passato però Renexia aveva rifiutato per l’asset proposte attorno ai 400 milioni di dollari.

L’accordo con Edf, dunque, dovrebbe essere superiore. Già l’incasso della prima somma, in ogni caso, assicura una maxi plusvalenza. Il lease era costato alla società circa 1 milione di euro più 500 mila euro di investimenti. Allo stato, dunque, si parla di oltre 210 milioni di dollari di guadagno che verranno in parte reinvestiti nella crescita e in parte, probabilmente, in un corposo dividendo alla casa madre, la Toto Holding. Quanto al piano di crescita di Renexia, l’azienda punta da un lato allo sviluppo e alla valorizzazione degli asset e, dall’altro, alla costruzione e gestione degli impianti. Lo sta già facendo sia negli Usa, con il progetto “Maryland 1” (268 megawatt, con una produzione pari a circa 1.000.000 di mwh annui ed una tariffa di 164 dollari/mwh) che sarà il primo ad essere completato, entro il 2022, che in Italia. Renexia è infatti impegnata sia nella realizzazione del parco eolico “Beleolico”, il primo progetto offshore nel Mediterraneo che vale 30 megawatt, sia in un’altra iniziativa in Campania.

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