Rassegna stampa 17 dicembre 2018

17/12/2018 – Giornale di Lecco

Un patto per incentivare le Smart City

EDILIZIA E IMPIANTI Siglato nei giorni scorsi l’ accordo fra Aevv Impianti del gruppo Acsm Agam ed Ance Lecco Sondrio
I condomini potranno risparmiare il 70-75% sul costo degli interventi di riqualificazione energetica cedendo i crediti di imposta
Una specie di «Piano Marshall» che da un lato aiuterebbe la ripresa del settore edile e dall’ altro darebbe impulso alla trasformazione del tessuto urbano in una «smart city», più ecologica ed efficiente. E’ stato siglato nei giorni scorsi l’ accordo fra Aevv Impianti del gruppo Acsm Agam ed Ance Lecco Sondrio per incentivare, attraverso i benefici fiscali, gli interventi di riqualificazione energetica dei condomini. Questi ultimi potranno risparmiare cedendo il 70-75 % della spesa agli esecutori dei lavori, come credito d’ imposta. La collaborazione combina la qualità di esecuzione delle imprese edili delle province Lecco e di Sondrio e gli accorgimenti tecnologici e impiantistici patrimonio di Aevv necessari per realizzare il massimo efficientamento dell’ edificio. «Sono evidenti i benefici per l’ ambiente in virtù della riduzione delle emissioni inquinanti l’ atmosfera. E naturalmente per le famiglie che, a fronte di un aumento del valore dell’ abitazione avranno minori consumi termici» ha sottolineato l’ amministratore delegato di Aevv Impianti, Iacopo Picate . L’ accordo permetterà alle amministrazioni condominiali una opportunità di risparmio in forza della legge di bilancio 2017 che ha esteso fino al 2021 le detrazioni fiscali per le opere sulle parti comuni degli immobili residenziali, consentendo la cessione del debito d’ imposta che ne deriva. Nella partnership con Ance Lecco Sondrio, Aevv Impianti – in veste di esecutore del piano di efficientamento energetico sugli impianti – si configura come main contractor, attraverso la sottoscrizione di contratti EPC (Energy Performance Contract). Il condominio si vedrà fatturare il 100% dei lavori eseguiti, ma dovrà sostenere solo il 25% della spesa, poiché la restante quota, soggetta a detrazione fiscale, verrà ceduta in carico alla società del gruppo Acsm Agam. «La nostra azienda è un Esco certificata e propone interventi integrati personalizzati con l’ obbiettivo di riqualificare e dunque migliorare, la resa degli impianti tecnologici. Un valore che mettiamo a disposizione dei territori» ha aggiunto Picate. «L’ efficientamento energetico degli edifici costituisce al tempo stesso da un lato una delle sfide che la nostra società si trova ad affrontare per dare vita a città più compatibili per l’ ambiente, riducendo le emissioni in atmosfera e contenendo i consumi energetici, e dall’ altro uno degli ambiti privilegiati per l’ attività delle nostre imprese – ha affermato il presidente di Ance Lecco Sondrio, Sergio Piazza che è stato recentemente riconfermato alla guida della associazione – Con questa iniziativa siamo convinti di poter dare un importante impulso a questa trasformazione virtuosa dei nostri comuni, offrendo una opportunità straordinaria agli amministratori condominiali e ai proprietari di appartamento, che potranno così valorizzare i propri investimenti immobiliari con un intervento economico estremamente contenuto. La qualità delle imprese Ance è un’ ulteriore garanzia circa la qualità complessiva dell’ intervento che sarà effettuato».

17/12/2018 – L’Economia del Corriere della Sera (ed. Mezzogiorno)

OPERE PUBBLICHE IL SUD È FERMO

Dalla Napoli-Bari alla strada statale ionica: ecco qualisono tutti i progetti ancora incompiuti Il mancato effetto sul Pil italiano è di 16 miliardi, pari all’1%. Con l’avvio dei cantieri garantiti 71 mila posti di lavoro
Oltre quattro miliardi e mezzo di lavori infrastrutturali bloccati al Sud. Che, se rimessi in moto, potrebbero contribuire alla creazione di 71 mila posti di lavoro aggiuntivi nelle sole aree meridionali. Un mancato effetto sul Pil italiano quantificabile in 16 miliardi, pari all’ 1%. Bastano questi tre numerini, pesanti come macigni, per rendersi conto che la paralisi delle opere pubbliche nel Mezzogiorno ha un inaccettabile costo, economico e sociale. Le stime dell’ Osservatorio Sblocca cantieri dell’ Associazione Nazionale Costruttori Edili sono impietose. E rappresentano un atto d’ accusa, un dito puntato contro quanti tergiversano o rinviano alle calende greche progetti che dovrebbero già essere in esecuzione. Quando si discute di ritardi infrastrutturali al Sud chiunque abbia dimestichezza con questi luoghi sa bene di cosa si parli: linee ferroviarie vecchie, binari unici, strade dissestate e insicure, un gap col Centro Nord che quotidianamente pesa sulla qualità della vita dei cittadini e sulla capacità di sviluppo delle imprese. Basti pensare che, dal 1990 ad oggi, la rete autostradale al Sud è rimasta sostanzialmente invariata mentre in quasi tutti gli altri Paesi europei i chilometri sono aumentati. Stesso discorso per le ferrovie: nel Meridione ci sono circa 45 chilometri per 1.000 chilometri quadrati di superficie, a fronte dei 65 del Nord e dei 59 del Centro. Per non parlare della linea ad alta velocità che presenta solo 122 collegamenti giornalieri, meno della metà di quelli presenti nell’ area settentrionale. Lo stesso dicasi per i porti: Genova e La Spezia hanno avuto nell’ ultimo decennio una crescita consistente, rispettivamente del 7,7% e del 5,2% mediamente ogni anno. Nel caso di Gioia Tauro, unico porto del Mezzogiorno presente nella lista dei maggiori 20 in Europa, l’ aumento è stato molto più modesto, pari all’ 1,8%. Così come, per gli aeroporti, l’ unico scalo del Mezzogiorno presente nei primi dieci italiani è quello di Napoli Capodichino. «Otto anni per avere un’ autorizzazione, prima ancora che aprano i cantieri, senza peraltro considerare le varianti, sono una follia – rivela a L’ Economia del Mezzogiorno Francesco Berna, presidente Comitato Mezzogiorno Ance – Bisogna rendere efficiente la Pubblica amministrazione, ridurre la quantità di norme in edilizia, fare i controlli a posteriori come in tutti gli altri Paesi, rivedere il codice degli appalti, diventato un imbuto adatto a complicare piuttosto che a semplificare le procedure. E poi una giustizia amministrativa e civile che abbia tempi certi e rapidi di risposta». Se ne è parlato ai tavoli convocati a livello governativo in queste settimane. E, con questo dossier sotto il braccio, ricco di grafici e tabelle, il Presidente dell’ Ance Gabriele Buia li ha esibiti a Conte, Salvini, Di Maio, Toninelli. Il leader dei costruttori italiani ha proposto alcune ricette molto semplici per uscire dall’ impasse: svolgere una forte azione di governance per garantire l’ efficienza e l’ efficacia della spesa dei fondi pubblici, migliorare la capacità istituzionale ed effettuare una forte azione di semplificazione normativa, una seria sburocratizzazione, grazie alla quale le opere potrebbero essere realizzate con la metà del tempo spendendo il doppio dei fondi strutturali europei, un parco progetti sul quale fare confluire i fondi, stanziare un adeguato livello di risorse ordinarie affinché le risorse comunitarie non siano sostitutive ma effettivamente aggiuntive. Peraltro, sui tempi di realizzazione delle opere, le cifre fornite dal Nucleo di verifica e controllo della Presidenza del Consiglio assegnano un tempo medio di realizzazione di 4,4 anni che va dai 3 anni per gli appalti inferiori ai 100 mila euro fino a raggiungere i 15,7 anni per le grandi opere. E oltre la metà del processo realizzativo riguarda i tempi amministrativi e burocratici necessari per passare da una fase all’ altra. L’ analisi territoriale evidenzia per le regioni del Mezzogiorno, ad eccezione della Calabria, performance peggiori rispetto alla media nazionale, dovute soprattutto alla fase di progettazione e di programmazione. Per di più, nel 2017, il livello degli importi posti in gara nelle regioni del Mezzogiorno ha raggiunto il punto minimo degli ultimi 15 anni, inferiore ai 5 miliardi e mezzo, a fronte di circa 15 del passato. «Nella manovra 2019 qualcosa per il Sud c’ è – ammette Berna – Innanzitutto l’ obbligo del 34% di risorse ordinarie al Mezzogiorno, con l’ estensione, voluta dal ministro Lezzi, a Ferrovie ed Anas. E poi la Centrale di Progettazione. Ma quest’ ultima, così com’ è non basta, perché servirà in particolare ai piccoli Comuni. L’ Ance propone che si crei una Cabina di regia la quale possa contare su un Fondo rotativo, al quale affidare l’ intero parco progetti, in modo da finanziare quegli enti locali che non hanno le risorse necessarie per farli, soldi che poi restituiranno una volta partita l’ opera pubblica». A gennaio, a Bruxelles, il ministro Barbara Lezzi incontrerà i presidenti delle Regioni e il commissario europea Corina Cretu per discutere nel merito «i tempi di realizzazione dei progetti infrastrutturali più complessi da portare avanti – annunzia l’ esponente governativo – La Sassari Olbia ferma da troppo tempo; la Catania-Ragusa che ancora deve essere costruita; la linea ferroviaria Napoli-Bari e la necessità, in generale, di ampliare l’ Alta velocità anche al Sud, in Calabria ad esempio dove Crotone è una città isolata». Emanuele Imperiali

16/12/2018 – Il Fatto Quotidiano

“Sul Terzo Valico era troppo tardi per tornare indietro”

L’ intervista – Danilo Toninelli. Il ministro dei Trasporti spiega perché ha dato il via libera alla ferrovia anche se l’ analisi costi-benefici era negativa
Ministro Toninelli, avete deciso di confermare il progetto del Terzo Valico nonostante l’ analisi costi-benefici sia negativa: anche contando i lavori già fatti e le penali, in tutto circa 2,5 miliardi, non si risparmiava di più a fermare comunque i lavori visto che il costo complessivo è 6,2 miliardi? Se concludiamo i lavori, in 30 anni i costi superano i benefici di 1,5 miliardi. Se fermiamo tutto adesso, oltre a 1,5 miliardi già spesi si aggiungono almeno 1,2 miliardi tra penali e chiusura cantieri. Se il risultato dell’ analisi della commissione guidata dal professor Ponti fosse stato più negativo avremmo cancellato il progetto. I critici dicono: sei mesi per tornare al punto di partenza. I critici hanno iniziato un’ opera più di vent’ anni fa e ancora non l’ hanno finita. Questi mesi di analisi non hanno fatto perdere un solo posto di lavoro o giornata di cantiere. I vostri attivisti locali, contrari da sempre, hanno capito la scelta? Il ragionamento è stato spiegato e compreso. Se fossimo arrivati al governo 5 o 10 anni fa, quando lo stato di avanzamento era diverso, avremmo fatto altre scelte. Ora che c’ è il via libera sul Terzo Valico caro alla Lega, voi siete più liberi di fermare il Tav Torino-Lione? Non esiste alcuno scambio politico. Se l’ analisi costi-benefici boccerà il Tav, potreste confermarlo comunque? L’ analisi preliminare sarà completata a dicembre, poi dovrò condividerla con la ministra francese Borne e con la commissaria Ue Bulc ed eventualmente ridiscutere l’ opera con la Francia. Un referendum nazionale sul Tav coinvolgerebbe tutti gli italiani che dell’ opera devono pagarne i costi, non solo i piemontesi che ne avranno i benefici. Che ne pensa? Servirebbe una legge costituzionale per farlo. Chi invoca il referendum lo sa che ci vorrebbero almeno tre anni? Però lei ha congelato i nuovi appalti Tav fino al termine del 2019. Chi governava prima ha accumulato anni di ritardi, noi al massimo pochi mesi. Il “partito del Pil” attacca: non potete dire di no a tutto. Io voglio fare le grandi opere utili e le cose che hanno maggior impatto su occupazione e Pil. L’ esatto opposto di cose come il ponte sullo Stretto: mai fatto ma che ci è costato centinaia di milioni. Faremo moltissime opere diffuse sul territorio. Una priorità: la manutenzione delle strade provinciali, abbandonate dopo la riforma Delrio. Si sente di recepire in qualche modo le proteste di Vincenzo Boccia e della Confindustria? Lo ricevo volentieri ogni volta che vuole per spiegargli le nostre riforme. Intanto nel settore delle costruzioni vanno in crisi i grandi gruppi: Astaldi, Condotte, Cmc Sto girando molto i cantieri, alcuni importanti come la statale 640 siciliana sono bloccati dai guai di Cmc. Stiamo cercando una soluzione: quanto potrà fare, il governo lo farà. Per il futuro speriamo che in queste grandi imprese contino di più i progetti e i lavori e di meno gli studi legali. Allude al fatto che prima dell’ intervento dell’ Anac facevano i bilanci con le varianti e gli extra-costi contestati al committente? È capitato. Vertenze infinite e cittadini senza opere. Comincia la demolizione del ponte Morandi. Quand’ è che Genova tornerà alla normalità? I poteri e i soldi che il governo ha dato a città e commissario si stanno trasformando in cantieri. La ricostruzione inizierà il 31 marzo. L’ ad Castellucci lascerà Autostrade per la holding Atlantia. Come valuta questa scelta? Affari suoi. Dovrà rispondere delle responsabilità che ha come ad di Autostrade, ad Avellino come a Genova. Mi preoccupa vedere ad che guadagnano milioni di euro e non fanno bene il loro lavoro. I processi sono in corso. Come fa lei a parlare già di responsabilità? Se gestisci le autostrade, monopolio naturale creato coi soldi dei contribuenti, hai responsabilità non solo penali ma anche morali e, in senso lato, politiche. Ogni anno il Tesoro decide quali aumenti concedere ai concessionari autostradali per compensare l’ inflazione e remunerare gli investimenti. Cosa succederà? I piani economici e finanziari quinquennali da rivedere nell’ arco di una durata 40ennale sono di mia competenza. Se ci saranno aumenti dipende però dai piani vigenti. L’ articolo 16 del decreto Genova stabilisce che i pedaggi non aumentano più sulla base degli investimenti annunciati ma di quelli fatti e certificati dall’ Autorità dei trasporti. Questo porterà con tutta probabilità un calo dei pedaggi. Toninelli, ci ha fatto scrivere da un avvocato per una vignetta. È permaloso? Va benissimo la satira. La cosa sbagliata è usare una categoria debole per attaccare me. Prendetevela con me, non con i disabili. Stefano Feltri

16/12/2018 – Il Sole 24 Ore

Appalti che accelerano l’ innovazione di sistema

CROSSROADS
Indubbiamente, la sensibilità nei confronti della spesa pubblica come strumento di innovazione potrebbe essere più sviluppata. Ma se c’ è stata un’ epoca radicale che ha visto nella spesa pubblica solo un male da estirpare, oggi il dibattito è entrato in un clima diverso. Lo esemplifica la popolarità conquistata dalle idee dell’ economista Mariana Mazzucato che ha dimostrato come l’ investimento pubblico sia essenziale per l’ accelerazione dell’ innovazione. In tutto questo la parola “appalti” non è ancora diventata sinonimo di “leva per accelerare l’ innovazione”. Ma è cambiando gli appalti che si trasformano i 14o miliardi di euro che ogni anno lo Stato spende in beni e servizi in un acceleratore degli investimenti innovativi, come ha ricordato Stefan Pan, vicepresidente di Confindustria (editore del Sole 24 Ore), in un recente convegno organizzato proprio per dare il via a una vasta campagna di sensibilizzazione e progettazione per l’ adozione di modalità di appalto nuove che sarà portata avanti da Agid, Conferenza delle Regioni, Itaca e, appunto, Confindustria. La novità è che gli appalti cessano di essere fondati solo sul capitolato e possono essere concentrati sulle esigenze dei cittadini, per soddisfare le quali lo Stato stanzia le sue risorse, senza la necessità di conoscere esattamente quali beni comprerà, ma invece coinvolgendo la capacità di rispondere, innovativamente, che può essere espressa dal sistema delle imprese. Le forme degli appalti innovativi, sono state descritte al convegno da Nicoletta Parisi, consigliere Anac, e Paola Conio, Studio Leone; e commentate da Mauro Draoli, Agid, Marco Sparro, Consip, Antonella Galdi, Anci, Anna Casini, Itaca, Andrea Bianchi, Confindustria, e da Andrea Cioffi, sottosegretario al Mise, e Marco Iezzi, del Miur. Si tratta di soluzioni come il dialogo competitivo, la procedura competitiva di negoziazione, gli appalti pre-competitivi, il partenariato per l’ innovazione. Giulio Pedrollo, vicepresidente di Confindustria, ha sottolineato la necessità di fare innovazione a 360° sia dal lato dell’ offerta che da quello della domanda. Il presidente dell’ Emilia Romagna Stefano Bonaccini ha dimostrato che la spesa pubblica può guidare un territorio nella ripresa. L’ Europa spinge da anni per l’ adozione di queste tecniche che riabilitano la competenza del settore pubblico in quanto interprete dell’ esigenza della società, affidando la responsabilità di definire le soluzioni tecniche alle imprese. Il Pentagono ha usato queste soluzioni per decenni allo scopo di acquistare nuovi sistemi d’ arma. Ma niente impedisce di adottare questo approccio per innovare nella sanità, nella mobilità, nell’ educazione, nella pubblica amministrazione. Lo Stato, in sostanza, definisce quello di cui ha bisogno e stanzia una cifra: le imprese cercano di conquistare la commessa proponendo soluzioni comprensive dei vantaggi attuali e degli sviluppi futuri. Agid ha realizzato una piattaforma – appaltinnovativi.gov – per facilitare il procurement pubblico: è uno strumento di open innovation nel quale le esigenze pubbliche diventano sfida alla capacità innovativa di imprese, centri di ricerca e startup. La spesa pubblica in questo modo diventa finanziamento dell’ innovazione. Non tutto si può fare così. Ma qualcosa certamente. © RIPRODUZIONE RISERVATA. LucaDe Biase

15/12/2018 – ANSA

Demolizione del Morandi affidata a 5 aziende

Scelte Fagioli, Fratelli Omini, Vernazza, Ipe Progetti e Ireos

E’ stato firmato il decreto di affidamento dei lavori per la demolizione dei tronconi di ponte Morandi. Con la firma del Commissario Straordinario alla Ricostruzione Marco Bucci l’appalto viene affidato a un gruppo di 5 aziende: Fagioli, Fratelli Omini, Vernazza Autogru, Ipe Progetti e Ireos. “Abbiamo rispettato l’impegno che ci siamo presi e da domani partiranno i cantieri che porteranno alla demolizione” ha detto il commissario. “Il cantiere è già aperto, i mezzi sono già in azione nella zona del ponte. Domani ci sarà l’inaugurazione del cantiere e tra lunedì e martedì firmerò il decreto per affidare la ricostruzione. E’ un passo fondamentale che dimostra come vogliamo mantenere fede alla promessa di avere il ponte per la fine del 2019”. “E’ un momento importante per il Paese alla luce dei grandi sforzi fatti in modo da ridare a Genova la centralità che merita – ha detto il ministro alle Infrastrutture Toninelli -. La città deve diventare una metafora della rinascita italiana e questo già sta accadendo”.

16/12/2018 – Italia Oggi

Semplificazioni, apre il cantiere

Dl ieri in G.U. Modifiche su appalti

Andrea Cioffi

Decreto legge semplificazioni in Gazzetta Ufficiale e fanno già capolino le prime modifiche. Il dl n. 135/2018 datato 14 dicembre 2018 è stato pubblicato in G.U. n. 290 di ieri. Intanto Andrea Cioffi, sottosegretario del ministero dello sviluppo economico, ha annunciato un intervento sugli appalti pubblici. «Nel vecchio codice dei contratti del 2006», ha spiegato il sottosegretario, «i concessionari erano obbligati ad appaltare, tramite gara, un’aliquota dei lavori, servizi e forniture. Una previsione che si ritrova anche nel codice degli appalti vigente. Nel corso del 2018 è intervento un parere della Commissione speciale del Consiglio di stato sulle linee guida dell’Anac in materia di soggetti pubblici o privati titolari di concessioni. Questa circostanza ha determinato una diversa interpretazione delle norma che obbliga i concessionari pubblici e privati ad esternalizzare l’80% delle forniture, dei lavori e dei servizi relativi alla concessione, mediante procedura di evidenza pubblica. Anche nei casi in cui l’attività venga svolta autonomamente dal concessionario. Riteniamo», commenta Cioffi, «che lo spirito della norma sia quello di garantire il massimo livello di trasparenza negli affidamenti. Stiamo lavorando, come suggerito anche nello stesso parere della Commissione speciale, ad una modifica dell’articolo 177 del codice dei contratti. Questo per garantire ai concessionari che intendano eseguire direttamente i lavori, di poterlo continuare a fare come in passato. La modifica sarà inserita in fase di conversione tramite un emendamento al decreto legge semplificazioni».

17/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Pagamenti Pa, Bruxelles contro le clausole di Rfi e Anas che ritardano le fatture

Massimo Frontera

La Commissione Ue, rispondendo a una istanza dell’Ance, ribadisce che non sono ammessi accordi contrattuali contrari alle norme comunitarie

La Commissione Ue prende posizione contro le clausole contrattuali di Rfi e Anas volte a superare, di fatto, il termine per il pagamento dei fornitori fissato dalle norme comunitarie. Lo rende noto l’Ance, riferendo di aver ricevuto da Bruxelles un parere in risposta a una richiesta fatta dall’Associazione nel novembre scorso. I costruttori hanno richiamato l’attenzione del governo europeo non tanto su questioni teoriche ma su alcuni casi specifici. Agli uffici di Bruxelles è stata infatti inviata la documentazione di gara relativa a due procedure promosse dalle due principali stazioni appaltanti nazionali, cioè appunto Anas e Rfi, chiedendo un parere.
In entrambe le procedure, spiegano all’Ance, si prevedono termini di pagamento non conformi alle direttive comunitarie, peraltro recepite anche dall’Italia. Più in particolare, spiegano sempre fonti Ance, invece del termine ordinario di 30 giorni, le clausole contrattuali dei bandi indicano termini di pagamento largamente più lunghi che, nel caso di Rfi, arrivano a 136 giorni e nel caso dell’Anas a 120 giorni. Le clausole, sottolinea l’associazione dei costruttori, non riguardano solo i due bandi inviati a Bruxelles ma fanno parte della contrattualistica standard delle due grandi committenze.
La Commissione: inammissibili le deroghe alla direttiva
Nella sua risposta la commissione Ue non ha potuto che ricordare i principi cardine fissati dal legislatore nella direttiva “pagamenti” 2011/7/Ue. «Più specificamente – si legge in un passaggio del parere della Commissione – la Direttiva prevede (articolo 4 (3) a) iv) che il termine di pagamento non può superare i 30 giorni di calendario dalla data di accettazione o verifica». In un altro punto Bruxelles ribadisce che «la Direttiva non ammette nessun accordo contrattuale fra il debitore (se questo è una pubblica amministrazione) e il creditore riguardo la data di ricevimento della fattura».
Già due procedure di infrazione contro l’Italia
Il ritardo con cui le amministrazioni pubbliche pagano i fornitori è una questione irrisolta che vede già due procedure di infrazione aperte contro l’Italia. La prima procedura, sull’attuazione delle norme comunitarie, ha seguito l’intero iter preliminare e attende il pronunciamento della Corte di giustizia europea. La seconda procedura è invece specifica sull’articolo 113-bis del codice dei contratti, il quale autorizza, di fatto, deroghe ai tempi imposti dall’Europa. In questo caso, la procedura non è arrivata ancora alla Corte di Giustizia, ma vede comunque l’Italia inadempiente in quanto non risulta avere ancora risposto al parere motivato del giugno scorso.
La modifica dell’articolo 113-bis (non ancora definitiva) 
Proprio per porre riparo a quest’ultima procedura di infrazione, in Senato, nei giorni scorsi è stata approvata una misura – inserita come emendamento alla legge europea (ancora in discussione) – per riscrivere in parte l’articolo 113-bis del codice, oggetto della seconda procedura di infrazione europea. Più in particolare, si interviene sui termini per l’emissione dei certificati di pagamento, prevedendo che l’emissione avvenga contestualmente all’adozione del Sal o al massimo entro sette giorni. Stessa cosa per il saldo, prevedendo che il certificato di pagamento venga rilasciato entro sette giorni dall’esito positivo del collaudo o della verifica di conformità. Resta fermo, in entrambi i casi, il termine ordinario di 30 giorni per il pagamento, prorogabile a 60 giorni al massimo.
Buia: senza ritardi tornano alle imprese 5 miliardi
«La riduzione dei tempi di pagamento è in grado di far rientrare nelle casse delle imprese 5 miliardi di euro – sostiene il presidente dell’Ance, Gabriele Buia – riducendo in tal modo il gap di competitività che pesa come un macigno sul nostro sistema». Quanto al segnale di attenzione di Bruxelles nei confronti dell’Ance – che, come è noto, continua ad avere un ruolo di Rapporteur alla Commissione europea – Buia ritiene che si tratti di «una indicazione importante di cui tutte le stazioni appaltanti devono tenere conto e che deve essere recepita pienamente e al più presto dal Parlamento, cogliendo l’occasione della legge di Bilancio o di quella europea in corso di approvazione». «In caso di mancato adeguamento – conclude Buia – l’Ance sarà al fianco delle proprie imprese per supportarle nelle azioni da intraprendere». © RIPRODUZIONE RISERVATA

17/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Tar Emilia Romagna: sempre anomala l’offerta con ribasso pari al 100% del prezzo

Mauro Salerno

Bocciata la scelta di un ente che ha considerato sostenibile l’offerta che azzerava il costo della prestazione puntando a ricavare margini dall’efficientamento del lavoro (costi non ribassabili)

L’offerta che ribassa del 100% il prezzo non può mai essere considerata congrua, anche se dallo sconto viene escluso il costo della manodopera. È il principio che si ricava dalla sentenza emessa dal Tar dell’Emilia Romagna (Parma) n. 244/2018 pubblicata il 13 dicembre.

Al centro della questione l’assegnazione di un appalto di servizi aggiudicato a una società che aveva proposto uno sconto del 100% rispetto al costo messo a base di gara dalla stazione appaltante. Il ribasso era riferito alla componente prezzo che i documenti di gara indicavano come passibile di sconto, in quanto destinata a remunerare la prestazione dell’impresa e a coprire eventuali altre spese di esecuzione dell’appalto. Era invece sottratta al ribasso la voce economica (ben più consistente) destinata a coprire il costo della manodopera.

L’azienda ricorrente ha contestato la scelta della stazione appaltante di considerare sostenibile l’azzeramento del prezzo (e dunque della remunerazione dell’attività di impresa). Da parte sua l’ente ha giustificato la scelta di considerare congrua l’offerta, valutando che l’impresa avrebbe potuto ricavare il proprio utile facendo leva sulla produttività del lavoro, ad esempio impiegando meno personale di quello individuato come necessario dal bando. Inoltre, secondo la stazione appaltante la «gara prevedeva la possibilità di ribasso solo su una componente minima dell’offerta economica e, pertanto, anche un “ribasso estremo” non potrebbe essere considerato di per sé un indice di anomalia dell’offerta poiché nel caso di un’offerta economica composta da più voci, l’indicazione di un valore zero di una componente non determinerebbe di per sé l’insostenibilità dell’intera offerta».

Il Tar ha bocciato questa impostazione, annullando l’aggiudicazione e intimando il subentro nel contratto dell’azienda che ha proposta il ricorso. Motivo? Per il tar il punto è che il bando non consentiva ribassi sul costo della manodopera e dunque anche ipotesi di efficientamento del lavoro, da cui coseguire un margine economico, non avrebbero dovuto essere ammessi, perché in questo modo si finisce per comprimere «una voce di offerta non ribassabile».

L’unica conclusione possibile, per i giudici, è che l’offert premiata in gara «non poteva superare il vaglio della verifica di congruità poiché, non solo non prevedeva utile avendo azzerato in offerta la relativa voce di costo, ma deve essere considerata in perdita atteso che l’azzeramento dell’offerta riguardava anche ulteriori voci di costo inevitabilmente connesse all’appalto (costi annui infrastrutture, sviluppi, utile e spese generali)».

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17/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Infrastrutture, la Corte Costituzionale boccia i veti delle Regioni

Giuseppe Latour

Stop alla legge della Regione Puglia che introduce regole speciali per il dibattito pubblico

Le Regioni non possono utilizzare i propri poteri per bloccare la realizzazione di un’opera pubblica di rilevanza nazionale per un tempo indefinito. È questa una delle motivazioni che hanno portato la Corte costituzionale a bocciare ieri un pezzo molto rilevante della legge pugliese n. 28 del 2017 (clicca qui per la sentenza), anche nota come «legge sulla partecipazione», una delle norme manifesto del governatore Michele Emiliano.

Poche settimane fa lo stesso presidente della Regione aveva chiesto al premier, Giuseppe Conte di rinunciare all’impugnativa, frutto di un’iniziativa del’esecutivo Gentiloni, spiegando che «se fosse stata applicata in passato una legge sulla partecipazione, siamo certi che conflitti come quello determinatosi sulla scelta dell’approdo Tap, si sarebbero potuti evitare, concertando la soluzione migliore per questa opera strategica». La legge 28/2017, infatti, non sarebbe stata applicabile al gasdotto, ormai in fase troppo avanzata, ma in caso di conferma della Consulta sarebbe stata utilizzata in futuro per situazioni simili.

Il punto contestato dal Governo riguardava la possibilità di attivare un «dibattito pubblico» (cioè, il coinvolgimento dei territori in fase di progettazione di un’infrastruttura) per alcune opere nazionali «per le quali la Regione Puglia è chiamata a esprimersi». Tra queste rientrano infrastrutture stradali e ferroviarie, elettrodotti, impianti per il trasporto e lo stoccaggio di combustibili, porti, aeroporti, dighe, reti di radiocomunicazione, trivellazioni a terra e a mare. Stando a questo assetto, quando la Regione fosse stata chiamata a emanare un qualsiasi atto collegato all’intervento, avrebbe potuto sospendere il suo procedimento, congelando l’opera, in attesa della consultazione popolare.

Per la Consulta, però, ci sono almeno due problemi. Il primo è che, a maggio scorso, il Dpcm 76 del 2018 ha disciplinato una procedura nazionale di dibattito pubblico. Si tratta – spiega la sentenza – «di una disciplina esaustiva dell’istituto»; per questo «è da escludere che soggetti diversi da quelli individuati possano prendere l’iniziativa». Vengono, insomma, invase le competenze statali.

C’è, però, un secondo problema, più sostanziale. La consultazione popolare nazionale, infatti, è stata organizzata cercando «un punto di equilibrio» tra le esigenze della partecipazione e quelle dell’efficienza. Resta, cioè, fondamentale evitare «un ingiustificato appesantimento dell’intera procedura» che porta a realizzare gli interventi. Il potere di sospendere l’emanazione degli atti della Regione, in attesa della consultazione popolare, consente di fatto «di bloccare la realizzazione dell’opera per un tempo indefinito». Un assetto normativo «preoccupante», per la Consulta, che viola il principio di buon andamento della Pa. Ed è per questo incostituzionale. © RIPRODUZIONE RISERVATA

17/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Codice, fuori dagli obblighi di gara gli appalti eseguiti in proprio dai concessionari

Mauro Salerno

Il sottosegretario allo Sviluppo economico Cioffi annuncia la modifica al codice tramite un emendamento in sede di conversione del Dl Semplificazioni

Il ministero dello Sviluppo economico proporrà una modifica al codice degli appalti per dare ai concessionari la possibilità di eseguire in proprio gli appalti, senza includere anche queste attività nelle quote di contratti da assegnare con gara. La modifica, annuncia il sottosegretario del Mise Andrea Cioffi, arriverà con un emendamento che sarà presentato in sede di conversione del decreto Semplificazioni.

La modifica va a toccare una corda sensibilissima per società concessionarie (non solo autostradali) e sindacati. Ed è stata al centro di un lunghissimo tira e molla nella fase di stesura e poi di correzione del Dlgs 50/2016. A rimettere in gioco la questione sarebbe, secondo Cioffi, il parere del Consiglio di Stato, espresso lo scorso giugno sullelinee guida Anac (n.11/2018), deputate a regolare la questione di come calcolare le quote di appalto da assegnare obbligatoriamente con gara da parte dei concessionari (60% nelle autostrade, 80% negli altri casi).

Nel parere, il Consiglio di Statoha escluso che in base alla normativa attuale i lavori eseguiti dai concessionari con mezzi propri possano essere esclusi dal calcolo della quota minima di appalti da assegnare con gara. Una norma con questo scopo, ricorda Palazzo Spada, era anche stata inserita nel correttivo del 2017 (Dlgs 56/2017) nel tentativo di mitigare l’obbligo di esternalizzare l’80% dei lavori «sottraendovi tra l’altro – si legge nel parere – proprio le prestazioni eseguite direttamente dal concessionario».

Il punto che ha spinto Palazzo Spada a bocciare questa possibilità deriva dal principio contenuto nella legge delega che sta alla base del codice del 2016, secondo cui i concessionari hanno due possibilità: affidare con gara o eseguire in house in base alle quote stabilite.

Nello stesso parere, però, Palazzo Spada, pur ribadendo che non ci sono altre strade di interpretazione, sottolinea che la norma presenta alcuni dubbi di costituzionalità. «In particolare – si legge nel parere di giugno – l’obbligo di esternalizzare, per raggiungere la soglia dell’80%, anche attività che potrebbero essere eseguite in proprio avvalendosi esclusivamente della propria organizzazione aziendale, e dei mezzi, strumenti e risorse esclusivamente appartenenti al concessionario, sembra in contraddizione con i principi scaturenti dall’art. 41 cost.», che sancisce la libertà di impresa.

Di qui l’iniziativa annunciata da Cioffi. «Riteniamo – spiega il sottosegretario – che lo spirito della norma sia quello di garantire il massimo livello di trasparenza negli affidamenti. Stiamo lavorando, come suggerito anche nello stesso parere della Commissione speciale, ad una modifica dell’articolo 177 del Codice dei Contratti. Questo per garantire ai concessionari che intendano eseguire direttamente i lavori, di poterlo continuare a fare come in passato». «La modifica – conclude Cioffi – sarà inserita in fase di conversione tramite un emendamento al Decreto legge Semplificazioni». © RIPRODUZIONE RISERVATA

17/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Semplici manutenzioni affidate senza gara con l’alibi dell’urgenza: Cantone mette nel mirino l’Asl 1 di Napoli

Mauro Salerno

Contestati lavori per 1,6 milioni affidati con 10 contratti sempre alla stessa ditta. Atti inviati a Procura e Corte dei Conti

Finiscono in mano a Corte dei Conti e a Procura della Repubblica i risultati dell’indagine svolta dall’Autorità Anticorruzione su una serie di affidamenti sottosoglia svolti dall’Azienda sanitaria 1 di Napoli. Il dossier raccolto dall’Anac, sulla base di una precisa segnalazione, ha permesso di ricostruire come l’Asl abbia “forzato” le norme sulla «somma urgenza» per affidare senza gara a una stessa ditta una serie di lavori di manutenzione, che dunque, non avrebbero avuto i requisiti per far scattare le scorciatoie previste dalle norme sugli appalti per fronteggiare i danni causati da eventi imprevedibili.

Nel mirino di Cantone (delibera n.1079/2018, appena pubblicata sul sito dell’Autorità) sono finiti ben dieci affidamenti diretti assegnati dall’Asl con la formula della «somma urgenza», per un totale di 1,6 milioni. Analizzando gli appalti caso per caso, l’ufficio di Vigilanza dell’Autorità ha messo in evidenza come ad essere giudicati come lavori urgenti erano nella maggioranza dei casi semplici interventi di manutenzione degli immobili, come il rifacimento di cornicioni e facciate o l’impermeabilizzazione di terrazzi.

Sul punto l’Anac ricorda che «l’intervento di estrema urgenza deve, per sua natura, riguardare l’intervento di messa in sicurezza del bene immobile oggetto di intervento al fine di evitare rischi e deve, dunque, consistere nell’eliminazione dell’imminente pregiudizio, e non può, invece, coinvolgere l’esecuzione di interventi ordinariamente volti ad eliminare il degrado dello stesso che, in quanto implicanti interventi di mera manutenzione, non potranno che essere affidati con le usuali procedure ad evidenza pubblica».

Insieme all’”alibi” dei lavori spacciati come urgenti l’Anac contesta all’Asl anche la sottovalutazione dell’importo dei lavori in fase di affidamento. Con la conseguenza che a consuntivo le spese risultavano sempre maggiori di quanto preventivato.

Le norme che disciplinano i lavori in economia, rileva Cantone, stabiliscono che «ove la somma presunta si riveli insufficiente durante l’esecuzione dei medesimi lavori, il responsabile del procedimento presenti una perizia suppletiva per chiedere l’autorizzazione sulla eccedenza di spesa». Dagli atti trasmessi dall’Asl, si legge ancora nella delibera «risulterebbe invece che, per giustificare gli aumenti, la S.A. si sia limitata – peraltro, solo in alcuni casi – a redigere un computo metrico a consuntivo e, pur rilevando l’aumento rispetto a quanto preventivato, non ha mai fornito alcuna giustificazione circa l’incremento, come invece avrebbe dovuto».

La «prassi» di valutare «costantemente in modo errato le valutazioni attinenti all’importo dei lavori da farsi» ha fatto sì che in alcuni casi la spesa abbia superato il tetto dei 150mila euro. Soglia oltre la quale l’appalto deve essere affidato per forza a imprese qualificate, mentre, fa notare Cantone, la ditta scelta dall’Asl, nei casi contestati, era priva delle attestazioni Soa. Dunque non avrebbe mai potuto vedersi attribuire quelle commesse. © RIPRODUZIONE RISERVATA