Rassegna stampa 12 dicembre 2018

12/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Servizio idrico, pronto il Dm Ambiente con l’identikit dei gestori «essenziali»

Massimo Frontera

Definito lo schema di provvedimento in attuazione delle direttiva Ue per la sicurezza di sistemi informativi in caso di «incidente rilevante

Il ministero dell’Ambiente ha definito lo schema di decreto per individuare i gestori del servizio idrico ai quali attribuire la qualifica di “Ose” (operatore di servizio essenziale) ai sensi della direttiva Ue 2016/1148 sulle «misure per un livello comune elevato di sicurezza delle reti e dei sistemi informativi nell’Unione». Lo schema di Dm è all’ordine del giorno della conferenza unificata di giovedì 13 dicembre.
L’attenzione rivolta al servizio idrico, come si ricava dal testo, scaturisce da esigenze di sicurezza nazionale, e dipende dal fatto che i maggiori gestori incorporano «una componente di information technology», con la conseguenza che, in caso di «incidente informatico», esiste «il fondato rischio di erogare acqua non potabile mettendo a rischio la salute pubblica». Da qui la necessità – si afferma nella relazione illustrativa – di «assicurare una concreta delimitazione degli obblighi in merito all’adozione di misure di sicurezza e notifica degli incidenti con impatto rilevante».
«Gli operatori – aggiunge la relazione – vengono individuati sulla base del tipo di servizio offerto e in ragione della relativa dipendenza dalla rete e dai sistemi informativi, nonché dalla gravità degli effetti che un incidente informatico potrebbe produrre sulla salute umana, sulle attività sociali e/o economiche fondamentali». «Le componenti del sistema idrico integrato che soffrono maggiori dipendenze dall’esistenza di un’infrastruttura gestita con strumenti informatici», sono la captazione, l’adduzione, la distribuzione e la potabilizzazione. Vista la rilevanza strategica della materia, l’elenco dei gestori “Ose” che saranno individuati in base ai criteri contenuti nel Dm Ambiente «costituirà informazione da sottoporre a pertinenti misure di sicurezza» e non potrà essere divulgato. Nell’ottobre scorso, il ministero ha avviato una istruttoria finalizzata a individuare i gestori “Ose”. Come prima cosa sono stati individuati 400 gestori (sui 2.008 esistenti) che erogano il servizio a più di 10mila abitanti, coprendo in questo modo il 94,9% della popolazione nazionale. Successivamente, per motivi di budget, la lista è stata ridotta a un campione «che garantisce comunque la copertura del 47% della popolazione» nazionale, «prendendo come riferimento gli aggregati significativi, calcolati in ragione del maggior differenziale esistente in rapporto alla popolazione servita da ognuno di essi». © RIPRODUZIONE RISERVATA

12/12/2018 – La Stampa (ed. Biella)

Enerbit si apre al mercato e punta a diventare gestore

UN MAXI APPALTO DA 28 MILIONI DI EURO
Un maxi appalto da 28 milioni di euro. Per promuovere l’ efficenza energetica sul territorio della provincia. In primis per le pubbliche amministrazioni, ma dal 2019 il progetto verrà esteso anche ai privati. Enerbit, società partecipata della Provincia, è pronta con un contratto siglato con Siram e Iren a varcare i confini e a offrire nuove soluzioni per bollette e tariffe di luce e gas. Il progetto, intitolato «Edifici pubblici 2.0» verrà presentato domani mattina in Provincia, in sala Becchia, alle presenza dei vertici delle due aziende, degli amministratori provinciali e di Enerbit. L’ accordo è improntato sulla stessa filosofia che ha portato Iren a sostituire in molti comuni del territorio i lampioni con le luci a led. Ora la fase due coinvolge gli edifici pubblici. Secondo le prime stime il servizio proposto da Siram riuscirà a raggiungere elevati livelli di risparmio energetico, stimati oltre il 20%. «Durante la conferenza illustreremo l’ avvio di un progetto rivoluzionario – dice il presidente di Enerbit Paolo Maggia -, aperto in una prima fase a tutte le amministrazioni, ma dal nuovo anno potranno stipulare i contratti direttamente con Enerbit anche i cittadini». Siram propone un modello hubgrade per il monitoraggio dei consumi e l’ ottimizzazione del rendimento degli impianti. «I comuni avranno libera facoltà di aderire – prosegue Maggia -, saranno coinvolti tutti gli edifici della Provincia e scolastici, le amministrazioni potranno siglare contratti per municipi, scuole, palestre, polivalenti. Si potranno controllare a distanza i singoli radiatori, con una serie di sensori gestiti dal pc. L’ obiettivo è quello di limitare gli sprechi e di ottenere le migliori soluzioni per risparmi sulla bolletta». L’ iniziativa in futuro sarà rivolta anche alla cittadinanza. «Questa fase partirà dal 2019 e domani spiegheremo come – prosegue il presidente Paolo Maggia -, ci sono dei passaggi propedeutici, perché andremo ad aprire degli sportelli sul territorio per informazioni e per la stipula dei contratti che saranno con Enerbit sia per la luce sia per il gas».STEFANO ZAVAGLI

12/12/2018 – Italia Oggi

Asmel: il Codice appalti andrebbe abrogato

Il Codice appalti? Andrebbe totalmente abrogato, altro che riformato. È questa la (provocatoria) proposta emersa nel corso del recente Forum dell’ Asmel, l’ Associazione per la sussidiarietà e la modernizzazione degli enti locali che raggruppa oltre 2.600 comuni in Italia. Secondo Asmel, il dlgs 50/2016 sarebbe viziato da un difetto di fondo, ossia l’ essere andato oltre le prescrizioni delle direttive europee, così tradendo il divieto di «gold plating», da intendersi come il divieto di introdurre norme più restrittive rispetto alle norme Ue. Cosa che invece il Codice appalti avrebbe fatto, diventando presto un ostacolo agli investimenti pubblici e alla crescita e l’ esatto contrario dello strumento di semplificazione che avrebbe dovuto essere. «Ad oggi, sono stati approvati solo 28 decreti attuativi, dei 66 attesi, e già il numero delle parole contenute è pari al 143% di quelle del vecchio codice con annesso Regolamento attuativo. Quando e se l’ opera sarà completata, la percentuale supererà il 250%», ha osservato Francesco Pinto, segretario generale Asmel. «Tanto vale», ha proseguito Pinto, «abrogarlo completamente e subito. Basterebbe ripristinare il Regolamento precedente, che diventerebbe, con pochi adattamenti, lo strumento attuativo delle direttive europee. Evitando traumi o ritardi da cambiamento, perché il vecchio Regolamento è per tutti gli addetti ai lavori uno strumento sperimentato da anni». Secondo l’ Asmel sarebbero proprio le norme anti-corruzione le prescrizioni maggiormente confliggenti con il divieto di gold plating. «Il nuovo Codice degli appalti non poteva nascere sotto peggiori auspici», ha concluso il segretario Asmel, «ma va detto che la legge delega fu approvata a stragrande maggioranza e salutata da tutti, nessuno escluso, come una svolta epocale all’ insegna di semplificazione, efficienza e contrasto alla corruzione. Oggi tutti, nessuno escluso, si sbracciano per sostenere la necessità di incisive modifiche sempre annunciate e mai varate. Asmel propone perciò di rispolverare la proposta che aveva presentato in sede di audizione presso la Commissione lavori pubblici del senato a marzo 2015, consistente appunto nell’ applicazione della formula «copy out», ossia nella trasposizione nell’ ordinamento italiano delle norme delle direttive europee, esattamente come sono. «La proposta», secondo Pinto, «ha il pregio di essere immediatamente operativa. Si tratta di un provvedimento con tutti i requisiti del decreto legge, vista l’ urgenza di snellire le procedure di spesa per far decollare gli investimenti pubblici. Un decreto con pochi articoli: l’ abrogazione del nuovo Codice, il recepimento delle direttive con il copy out ed il ripristino del vecchio Regolamento, con i necessari adeguamenti al nuovo contesto. Il nuovo Codice sarebbe così caratterizzato dalla massima chiarezza e semplicità».

12/12/2018 – ANSA

Ponte Genova: scontro tra periti su piano demolizione

Da analisi resti conferma ammaloramento del viadotto Morandi

Ponte Genova: da analisi resti conferma ammaloramento – RIPRODUZIONE RISERVATA

Riunione tra i periti del giudice per le indagini preliminari e i consulenti della procura, degli indagati e delle parti civili per discutere il piano di demolizione del ponte Morandi presentato dal sindaco-commissario Marco Bucci. La maggior parte avrebbe espresso parere favorevole alle demolizioni con esplosivo nella parte est del ponte. Gli avvocati di alcuni indagati, invece, hanno sollevato perplessità sostenendo che alcune parti andrebbero conservate integre. Le modalità di esecuzione del piano di demolizione verranno discusse all’udienza di lunedì prossimo, nella quale il gip fisserà anche una nuova data per la consegna della relazione sull’incidente probatorio. Il sindaco-commissario ha presentato un piano per la demolizione che coinvolge 10 aziende. Il piano prevede in parte l’uso dell’esplosivo e in parte lo smontaggio. Cento appartamenti saranno abbattuti.

Sono arrivati i risultati delle analisi sui 17 reperti del viadotto Morandi effettuate dal laboratorio dell’Empa (Laboratorio federale di prova dei materiali e di ricerca) di Dübendorf, vicino a Zurigo. Secondo quanto si apprende i risultati confermerebbero lo stato di ammaloramento della struttura. L’elaborato, di circa 120 pagine, dovrà essere studiato dai periti che lo confronteranno con i rilievi fatti sui monconi e gli altri reperti. La perizia conclusiva verrà consegnata tra circa un mese, visto che i tre esperti hanno chiesto una proroga. Insieme ai risultati sono arrivati a Genova gli stessi reperti. I militari del primo gruppo della guardia di finanza li hanno presi in consegna al confine con la Svizzera e li hanno scortati fino all’hangar dell’Amiu
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12/12/2018 – La Stampa

Tav, il referendum può decollare soltanto in Regione

A Torino e in provincia la consultazione popolare sarebbe bloccata dal No dei consiglieri Cinquestelle

Andrea Rossi

TORINO. Anche questa volta non sembrano troppo d’accordo. Chiara Appendino non stravede per un eventuale referendum sulla Tav ma sposa la linea di Luigi Di Maio: prima l’analisi sui costi e benefici, poi la consultazione popolare. La sua maggioranza è contraria.

Al di là dell’ormai ricorrente divario di posizioni tra la sindaca e i suoi la questione può avere qualche ricaduta pratica qualora si decidesse veramente di tentare la strada del referendum sulla Torino-Lione: il Consiglio comunale di Torino, o quello della Città metropolitana, potrebbero avere voce in capitolo e la possibilità di dare il via libera o sabotare la consultazione.

Premessa: un referendum nazionale non si può fare. La Tav è regolata da un trattato internazionale e la Costituzione non consente di votare per abrogarlo. Altro discorso riguarda il livello locale.

Il presidente del Piemonte Sergio Chiamparino coltiva da un po’ l’idea di una consultazione popolare. Il referendum su base regionale, per decollare, ha bisogno di una petizione sottoscritta da almeno 8 mila cittadini iscritti nelle liste elettorali piemontesi. L’ufficio di presidenza del Consiglio regionale, entro 30 giorni dalla richiesta, decide, all’unanimità dei presenti, se è ricevibile e ammissibile; se non c’è accordo tocca al Consiglio regionale votare. A quel punto il presidente della Regione indice la consultazione, da tenersi in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno. Se nel corso dell’anno sono indette altre elezioni – è il caso del prossimo anno, quando si vota per le europee, le regionali e in molti comuni – il presidente della Regione, se ha l’assenso del ministero dell’Interno, può accorpare il referendum alle altre votazioni. Servirebbe anche per ridurre le spese, tutte a carico della Regione.

In Città metropolitana la situazione è più complessa. Innanzitutto serve una richiesta firmata da ben 60 mila cittadini. Inoltre, la consultazione può riguardare solo materie di stretta competenza dell’ente (e sulla Tav ci sarebbe da discutere) e non può tenersi in concomitanza con altre elezioni. Anche l’ammissione è più complessa: un gruppo di 5 persone indicato dal Consiglio metropolitano deve valutare la richiesta; se la accoglie serve il voto del Consiglio metropolitano. Allo stato attuale dei 19 consiglieri metropolitani Appendino e il Movimento 5 Stelle ne controllano otto. Se gli altri votano compatti il referendum può passare, anche se il consigliere del Pd Mauro Carena, sindaco No Tav di Villar Dora si smarca.

In Comune a Torino una petizione con quasi mille firme è già stata depositata dai radicali Viale e Boni. Ora tutto dipende dalla conferenza dei capigruppo dove il Movimento 5 Stelle può fare il bello e cattivo tempo. Spetta ai capigruppo decidere se proporre in Consiglio Comunale la delibera definitiva per il referendum consultivo. Una volta approdati eventualmente in Sala Rossa la consultazione è ammessa se ha il voto a maggioranza assoluta dei consiglieri. A oggi è quasi impossibile che il referendum sulla Tav ottenga il lasciapassare dei capigruppo e dalla Sala Rossa, entrambi egemonizzati dal Movimento 5 Stelle, fermamente contrario.

12/12/2018 – Il Fatto Quotidiano

Tav, Toninelli: “Referendum? Non mi opporrò a consultazione popolare”. Battibecco con Giannino su contratto di governo

“Tav? Ho preso un impegno scritto nel contratto di governo con gli italiani: aspettare l’analisi costi-benefici. Nel caso in cui si chiedesse un referendum, come potremmo opporci a un’istanza che arriva dai cittadini?”. Sono le parole del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, ospite di 24 Mattino, su Radio24. “Vediamo l’analisi tecnico legale e facciamo le somme” – continua – “Noi e Lega siamo due forze politiche serie e ci siederemo a un tavolo”.
Oscar Giannino obietta la locuzione “contratto di governo con gli italiani”: “Non è un contratto coi cittadini, ma tra di voi, perché M5s e Lega erano avversari alle elezioni del 4 marzo. Quindi, gli italiani non vi hanno dato nessun mandato, il contratto non ha il consenso degli italiani”.
Toninelli risponde: “Il M5s ha messo a consultazione il contratto di governo, quindi ha ragione lei quando dice che non esisteva il contratto prima del 4 marzo, ma non ha ragione quando afferma che non c’è stata una consultazione popolare”.

Il ministro si pronuncia anche sulle parole del politologo francese Jerome Fourquet, direttore del dipartimento Opinion dell’Ifop, che oggi in una intervista a Repubblica, oltre a ipotizzare l’imminente nascita di un M5s francese, paventa la formazione di un movimento europeo comprensivo dei 5 Stelle italiani e gilet gialli: “Apprezzo molto la fantasia e la curiosità che ha tanta gente. Non c’è collegamento tra noi e gilet gialli“. Poi si corregge parzialmente quando Maria Latella cita uno stralcio di Affari Italiani, secondo cui Luigi Di Maio sta lavorando a un manifesto politico per una nuova Europa: “Ben venga tutto quello che è iniziativa popolare e civile pacifica di quella necessità di uguaglianza e di equità sociale. Rimpasto di governo dopo gennaio e la manovra? E’ una cosa simpatica che gira almeno da tre mesi. Smentisco categoricamente, ma capisco che ci possa essere un dibattito di questo tipo per riempire qualche pagina di giornale. Siamo talmente impegnati sui contenuti che pensare alle poltrone è l’esatto opposto”.

Toninelli poi precisa che il dossier per l’ampliamento della pista dello scalo aeroportuale di Firenze deve essere inquadrato nel piano nazionale degli aeroporti, dichiarazione che qualche ora dopo ha provocato la reazione contrariata del sindaco del capoluogo toscano, Dario Nardella (“Trovo le dichiarazioni del ministro Toninelli clamorose, offensive e gravi (…) Rimango anche sbigottito perché un ministro dei Trasporti che dichiara la necessità di un piano nazionale degli aeroporti dimostra di non sapere che questo piano c’è già. In un caso del genere, un ministro dovrebbe avere l’umiltà di dare immediatamente le dimissioni“).

Riguardo al ponte Morandi di Genova, il ministro M5s ribadisce: “Confermo che Autostrade per l’Italia, che ha gestito male quella tratta autostradale e ha fatto crollare il Ponte di Genova, non gestirà nessuna attività, né la ricostruzione, né la demolizione. Ma ovviamente le pagherà entrambe, c’è scritto nel decreto Genova. Per quanto riguarda la ricostruzione del ponte, le procedure di affidamento sono gestite dal commissario governativo Bucci. Sono arrivati tanti progetti e ci sono, tra le offerte, quelle di importanti società di Stato, come Italferr e Fincantieri. Sta a Bucci decidere”.
E aggiunge: “Io penso che in pochi mesi, incrociando le dita, cioè entro la fine dell’anno prossimo, si possa avere un nuovo ponte e che in pochi anni Genova, grazie agli 1,2 miliardi di euro che abbiamo messo nel decreto Genova e nella legge di Bilancio, l’economia di Genova potrà essere più forte di prima. La revoca della concessione ad Autostrade? E’ ‘abbastanza scontato che la procedura in corso debba portare a quello. Avvocati e tecnici, a cui abbiamo dato mandato, stanno andando avanti con la procedura amministrativa. Chi non ha saputo gestire le autostrade, ha fatto crollare il ponte e nel frattempo si è enormemente arricchito non può continuare a gestire quel bene pubblico”.

Battuta finale su Alitalia: “Le offerte stanno arrivando, non posso entrare nel merito di questo dossier, che è delicato ed è sul tavolo del Mise, e quindi del collega Di Maio“.

12/12/2018 – ANSA

Legambiente, 26 ferrovie incompiute, ‘altro che Tav’

Pendolaria 2018, migliore qualità vita per 12 milioni italiani

“Altro che autostrade pedemontane e Tav, le vere incompiute italiane sono 26 opere, bloccate e senza risorse, che aiuterebbero invece a migliorare la vita dei pendolari”. E’ il punto centrale del rapporto Pendolaria 2018 di Legambiente, che elenca una serie di “linee di metropolitane e tram e collegamenti ferroviari di cui potrebbero beneficiare oltre 12 milioni di persone se si investisse in una cura del ferro nelle città, in particolare al Sud dove i ritardi sono enormi, e su linee dove da anni si promettono miglioramenti”.
Fra le opere citate si va dalla Linea 2 della metro di Torino al quadruplicamento della Genova Voltri-Brignole, dalle nuove linee del tram a Bologna al potenziamento della Pontremolese (La Spezia-Brennero), dalla chiusura dell’anello ferroviario Roma Nord fino alla metro leggera a Cagliari. “Interventi distribuiti in tutta Italia che comporterebbero una spesa limitata, rispetto alle solite grandi opere, ma che sembrano condannate a non vedere mai la luce visto che per la loro realizzazione mancano risorse pari a quasi 10,8 miliardi di euro”, spiega il rapporto.
“Sulle linee peggiori nulla è cambiato. Ancora degrado e ritardi dalla Lombardia alla Sicilia, dalla Roma-Lido alla Circumvesuviana”. E’ l’estrema sintesi che si legge sul rapporto Pendolaria 2018 di Legambiente sul trasporto ferroviario, pubblicato ogni anno in concomitanza dell’arrivo dell’orario invernale; un rapporto in cui si sottolinea che sono “diminuiti del 4,7% i treni regionali dal 2010 ad oggi, accompagnati in quasi tutte le Regioni da un aumento delle tariffe, ma finalmente arrivano treni nuovi, in particolare al Nord”, con il Sud pero’ “che rimane indietro”. Per i pendolari, si legge ancora, “sulle 10 linee peggiori d’Italia nulla è cambiato. Non c’è nessuna buona notizia da trasmettere rispetto alla situazione che vivono coloro che ogni giorno prendono i treni sulle tratte ferroviarie Roma-Lido, Circumvesuviana, Reggio Calabria-Taranto” che si confermano sul podio delle linee peggiori. “Stesse linee, stessi treni, stessi disagi, a testimoniare la scarsa qualità del servizio che accomuna diverse aree del Paese”, evidenzia Legambiente.

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12/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Riforma appalti, oggi in Cdm le prime correzioni e la delega per riscrivere il codice

Mauro Salerno

Nel decreto legge dovrebbe trovare posto un pacchetto alleggerito di correzioni al Dlgs 50 . Al vaglio il mandato a rivedere tutta la materia dei contratti. Cantone «preoccupato»

Dopo il balletto di annunci e smentite degli ultimi giorni è atteso oggi, ma è ancora in parte in bilico, lo sblocco della partita della riforma appalti.

Il Consiglio dei ministri esaminerà questa mattina i due provvedimenti su cui si basa la rivisitazione ad ampio raggio delle norme sull’assegnazione delle commesse pubbliche. Un doppio binario giustificato dalla scelta di applicare subito un primo pacchetto di modifiche, con la speranza di innescare immediatamente un impatto sulla crescita degli investimenti pubblici, per poi ritagliarsi un tempo più lungo per mandare in pensione il codice entrato in vigore in tutta fretta poco più di due anni fa (Dlgs 50/2016) e sostituirlo con un impianto tutto nuovo (che riprenda però il vecchio modello di attuazione: regolamento al posto della soft law dell’Anac).

A presidio della prima esigenza , cioè il rilancio degli investimenti, ci sono le correzioni inserite nel Decreto semplificazioni. Il testo che sarà esaminato in Consiglio dei ministri oggi dovrebbe contenere diverse novità.

Le semplificazioni
Rispetto alle bozze circolate nei giorni scorsi il pacchetto appalti (con tra l’altro le norme sull’estensione di massimo ribasso fino alla soglia di 5,5 milioni, l’appalto integrato per le manutenzioni e la procedura negoziata fino a 2,5 milioni) sarebbe infatti destinato a uscire parecchio alleggerito dal decreto. Proprio su queste misure sono state espresse pesanti perplessità da parte progettisti e costruttori (freschi reduci dall’incontro con il vicepremier e ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio) che potrebbero aver pesato nelle scelte del Governo. A pesare anche le valutazioni sugli effetti per la trasparenza delle gare: con l’innalzamento della procedura negoziata a 2,5 milioni finirebbe infatti sottotraccia il 90% degli appalti pubblici.

Secondo alcune indiscrezioni, nelle ultime ore, si sarebbe anche discusso della possibilità di far confluire il pacchetto di correzioni del decreto semplificazioni nel Ddl delega. Finendo in un disegno di legge, destinato all’esame del Parlamento invece che alla Gazzetta Ufficiale, il pacchetto di correzioni al codice perderebbe la possibilità di produrre da subito un effetto di accelerazione degli investimenti. Ma si guadagnerebbe più tempo per ragionare sull’efficacia delle modifiche proposte. L’ipotesi avrebbe però perso quota.

La delega
Un po’ meno ballerino dovrebbe essere il capitolo del Ddl deleghe dedicato alla riforma complessiva del sistema degli appalti. Il mandato al governo prevede l’approvazione di un nuovo codice appalti entro un anno dall’entrata in vigore della legge, seguito, entro un altro anno, dal regolamento attuativo ed eventualmente entro i due primi anni di vigenza gli ulteriori correttivi o integrazioni alla riforma. Tra i criteri attuativi spicca la scelta di mandare in pensione le linee guida “vincolanti” dell’Anac per sostituirle con un regolamento attuativo ispirato al modello del Dpr 207/2010 con le norme di esecuzione del vecchio codice. Una spinta forte dovrà arrivare poi sui piccoli appalti. Il Governo vuole infatti varare una disciplina tutta nuova e differenziata rispetto alle norme applicabili al resto degli affidamenti per i contratti sottosoglia europea (5,5 milioni per i lavori, 221 mila euro per i servizi), con procedure improntate alla massima rapidità.

Anche per il Ddl deleghe non sono però da escludere interventi dell’ultim’ora rispetto alle bozze. Nello specifico, la novità per gli appalti potrebbe essere l’uscita dal Ddl complessivo per far viaggiare la delega alla riforma del codice su un binario proprio. In questo caso il governo potrebbe limitarsi a un esame preliminare del provvedimento.

Cantone preoccupato
«Sono assolutamente preoccupato che si ritocchi il codice dopo due anni. Le pubbliche
amministrazioni erano abituate e ora si devono preparare di nuovo». Così il presidente dell’Anac Raffaele Cantone ha commentato la notizia relativa alla riforma del codice
degli appalti. Per «giudicare tutti gli aspetti», ha però aggiunto l’ex magistrato, «bisognerà attendere il testo definitivo». © RIPRODUZIONE RISERVATA

12/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Il Consiglio di Stato chiarisce la differenza tra subappalti e subforniture

Jacopo Recla

Con il subappalto l’impresa si impegna a eseguire parte del contratto prinicpale, con la subfornitura solo a fornire un bene da usare nel processo produttivo dell’appaltatore

La recente sentenza n. 6822/2018 della Sezione III del Consiglio di Stato si è espressa su un tema spesso oggetto di contrasti interpretativi, vale a dire la differenza tra il contratto di subappalto e il contratto di fornitura, distinzione dalla quale come è noto discendono rilevantissime differenze nell’ambito dei contratti pubblici.
In particolare, tale pronuncia ha evidenziato che se da un lato il subappaltatore assume l’impegno di eseguire una prestazione dell’appaltatore a diretto beneficio del committente, dall’altro lato il subfornitore si impegna invece a porre nella disponibilità dell’appaltatore un determinato bene da inserire nella produzione dell’appaltatore stesso.
E sulla base di tali principi ha affermato che nel caso di specie «non vi sono dubbi che ricorresse un contratto di subfornitura, e non di subappalto in quanto l’apporto del subfornitore si inseriva nel complesso del processo produttivo dell’appaltatore».

La fattispecie
Il caso deciso dal giudice amministrativo riguardava una procedura per l’affidamento della fornitura di «quanto necessario al controllo delle lavorazioni in asepsi», da destinare agli ospedali di Mestre e Mirano, facenti parte dell’Azienda ULSS 3 Serenissima.
In particolare, l’oggetto dell’affidamento ricomprendeva sia la fornitura di kit di controllo per test di laboratorio, sia la concreta esecuzione dei test medesimi.
Ebbene, secondo il ricorrente (e appellante) l’esecuzione dei test da parte di un soggetto terzo rispetto a quello che ha presentato l’offerta non sarebbe qualificabile come mera subfornitura, consistendo, invece, in vero e proprio subappalto. E poiché tale subappalto avrebbe avuto ad oggetto addirittura l’intero oggetto del contratto (“subappalto integrale”) esso non avrebbe evidentemente rispettato il limite delle prestazioni subappaltabili, pari come noto al 30% dell’importo complessivo dell’appalto, ai sensi dall’art. 105 del D.Lgs. n. 50/2016.
Di conseguenza, l’offerta dell’aggiudicatario avrebbe dovuto essere esclusa dalla procedura di gara.

La sentenza di primo grado
Il Tar Veneto ha respinto tale censura senza nemmeno affrontare il tema della distinzione tra subfornitura e subappalto, né dei relativi limiti percentuali, rilevando – in modo più radicale – che l’appalto riguardava solo la fornitura di beni e che la lettera invito consentiva la partecipazione non solo ai produttori dei beni oggetto di fornitura, ma anche ai distributori dei medesimi. Di conseguenza «non vi sono ragioni per escludere la partecipazione alla procedura nego-ziata per cui è causa di un soggetto distributore, quale è appunto l’aggiudicataria (soggetto che non produce beni o servizi, ma fornisce esclusivamente beni o servizi realizzati da terzi), con conseguente inconfigurabilità del subappalto ipotizzato dalla ricorrente».

La decisione del Consiglio di Stato
Il Consiglio di Stato, sia pure riformando la sentenza nella parte relativa alla qualificazione dell’appalto, ha respinto l’appello proprio a partire dalla distinzione tra subappalto e subfornitura. In particolare, il giudice di secondo grado – dopo aver affermato la natura mista dell’appalto in quanto l’esecuzione di test di laboratorio deve essere ricondotta ai servizi e non alle forniture, riconoscendo comunque la «prevalenza funzionale» della fornitura (art. 28 Codice) – ha ritenuto che le peculiari caratteristiche delle prestazioni richieste fossero da ricondurre alla sub-fornitura e non al subappalto.
E di conseguenza ha affermato – come anticipato – che nel caso di specie ricorreva un contratto di subfornitura in quanto «l’apporto del subfornitore si inseriva nel complesso del processo produttivo dell’appaltatore» e che dunque la dichiarazione dell’aggiudicataria di non avvalersi di subappaltatori era dunque perfettamente coerente con la struttura del contratto stesso.

La distinzione tra le due fattispecie
Al fine di pervenire a tale decisione, come detto, il Consiglio di Stato ha esaminato e rimarcato la duplice differenza tra le due fattispecie, disciplinate rispettivamente dal citato art. 105 del Codice (subappalto) dalla L. n. 192/1998 (subfornitura).
In particolare, è stato chiarito che il subappalto è caratterizzato dalla natura derivata del contratto (avente, secondo il Consiglio di Stato, carattere trilaterale) e dunque dall’impegno del subappaltatore di eseguire delle prestazioni oggetto del contratto di appalto.
Al contrario, il contratto di subfornitura non ha carattere derivato e dunque in forza di esso «il subfornitore si impegna [soltanto] a porre nella disponibilità dell’appaltatore un certo bene da inserire nella produzione dell’appaltatore».
Mediante il contratto di subfornitura il subfornitore non si impegna infatti a eseguire presta-zioni oggetto del contratto di appalto, ma si obbliga soltanto a “a fornire all’impresa prodotti o servizi destinati ad essere incorporati o comunque ad essere utilizzati nell’ambito dell’attività economica del committente o nella produzione di un bene complesso, in conformità a progetti esecutivi, conoscenze tecniche e tecnologiche, modelli o prototipi forniti dall’impresa commit-tente”, come prescrive l’art. 1 della citata legge n. 192/1998.
E dalla disciplina della subfornitura, si evince che tale contratto “è una forma non paritetica di cooperazione imprenditoriale nella quale il ruolo del subfornitore (es. componentistica di beni complessi) si palesa solo sul piano interno del rapporto commerciale e di mercato tre le due imprese”.
Ne deriva che, come affermato anche da ultimo da T.A.R. Lazio – Roma, sent. n. 1956/2018, il contratto di subfornitura prevede l’inserimento del subfornitore in un determinato livello del processo produttivo, sotto le direttive del fornitore che determinano la dipendenza tecnica del subfornitore quanto a progetto, specifiche e know how di realizzazione della subfornitura e dunque la lavorazione affidata in subfornitura “interviene necessariamente ad un determinato livello (più o meno avanzato) del processo di produzione interno ed in vista della commercializ-zazione del prodotto-finito su un mercato, che è soltanto del fornitore e non anche del subforni-tore”.
In conclusione, dunque, il subfornitore si impegna a rendere disponibile all’appaltatore un de-terminato prodotto (da inserire nella lavorazione di quest’ultimo) sulla base di un rapporto bila-terale – e non trilaterale – che rileva solo dal punto di vista privatistico nei rapporti commercia-li tra i due soggetti.
E, come anticipato, facendo applicazione di tali principi, il Consiglio di Stato ha concluso che, nel caso di specie, la produzione e la consegna dei prodotti, il ritiro dei campioni e finanche l’esecuzione dei test di laboratorio sono attività che “si inseriscono nel complesso del processo produttivo dell’appaltatore” e dunque non devono essere ricondotti alla disciplina del subap-palto, ma a quella della subfornitura.
Le conseguenze della diversa qualificazione:
Dall’esame della sentenza in commento appare evidente in primo luogo che la distinzione tra subappalto e subfornitura dipende dalla verifica in concreto delle caratteristiche dell’appalto, dei contenuti del contratto tra l’appaltatore e il terzo e dalla natura dei beni oggetto del con-tratto stesso.
In secondo luogo, è altrettanto evidente che la diversa qualificazione del (sub)contratto com-porta conseguenze molto rilevanti in ordine alla disciplina applicabile.
La subfornitura, infatti, non essendo classificabile come subappalto ai sensi dell’art. 105, non è soggetta ai relativi adempimenti, né all’atto dell’offerta in sede di partecipazione alla procedu-ra di affidamento (tra cui l’indicazione delle prestazioni che si intendono subappaltare, il limite del 30%, l’eventuale indicazione della terna di subappaltatori, la dichiarazione dei relativi re-quisiti di partecipazione), né in sede di esecuzione del contratto, quali le relative responsabilità e la necessità di ottenere l’autorizzazione dalla stazione appaltante subordinata alle condizioni indicate dal medesimo art. 105 sopra citato.

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12/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

La stazione appaltante può annullare la gara senza aggiudicare se ritiene l’offerta non conveniente

Roberto Mangani

Consiglio di Stato: questa facoltà rientra nella piena discrezionalità dell’ente e non appartiene alla commissione giudicatrice

La facoltà di non procedere all’aggiudicazione nel caso in cui l’offerta aggiudicataria sia ritenuta non conveniente o non idonea appartiene direttamente all’ente appaltante e non alla commissione giudicatrice. L’esercizio di tale facoltà rientra nella piena discrezionalità dell’ente appaltante e attiene a un apprezzamento di merito sindacabile davanti al giudice amministrativo solo in caso di manifesta illogicità o palese travisamento dei fatti.
In questo senso si è espresso il Consiglio di Stato, Sez. V, 27 novembre 2018, n. 6725, che affronta anche il tema dell’individuazione del momento da cui decorre il termine per l’impugnazione della mancata aggiudicazione, in relazione ai diversi atti di cui si compone la relativa procedura.

Il fatto
Un ente appaltante aveva indetto una procedura ristretta per l’affidamento di un servizio di trasferimento di materiali, da aggiudicare sulla base del criterio del prezzo più basso.
Nell’ambito della sequenza procedimentale finalizzata all’aggiudicazione si è collocata in prima battuta una comunicazione della commissione giudicatrice che proponeva l’aggiudicazione a favore dell’unico concorrente che aveva partecipato alla procedura.
Tuttavia nella proposta si subordinava l’aggiudicazione alla preventiva valutazione della congruità dell’offerta, che doveva essere effettuata da parte di una commissione appositamente nominata.

Tale commissione concludeva la sua attività istruttoria ritenendo non congrua l’offerta aggiudicataria in quanto i prezzi praticati risultavano di molto superiori a quelle rinvenibili sul mercato, e tenuto conto altresì che i costi indicati nell’offerta erano triplicati e in alcuni casi quadruplicati rispetto a quelli praticati in virtù del precedente contratto.
A valle di questa attività istruttoria della commissione veniva emanata da parte dell’ente appaltante una prima nota a firma del responsabile del procedimento con cui veniva comunicato al concorrente che la sua offerta non era stata ritenuta congrua avuto riguardo ai prezzi di mercato per prestazioni analoghe e che, essendo la sola offerta presentata, la gara sarebbe stata annullata.

A fronte di questa comunicazione il concorrente presentava istanza per l’annullamento in autotutela della nota e contestualmente formulava richiesta di accesso agli atti.
Con successiva lettera l’ente appaltante respingeva l’istanza di annullamento in autotutela e dava comunicazione formale che la gara era da intendersi annullata.
Infine, con avviso pubblicato sul sito istituzionale dell’ente appaltante veniva pubblicizzata la decisione di non dar luogo all’aggiudicazione in ragione della ritenuta non convenienza dell’offerta.

Solo a questo punto il concorrente proponeva ricorso davanti al giudice ammnistrativo, ritenendo che il termine di trenta giorni previsto dal Codice del processo amministrativo decorresse dalla pubblicazione sul sito dell’ultimo avviso, non assumendo rilievo a tali fini le precedenti comunicazioni inviate dall’ente appaltante.

L’esame del ricorso si è quindi svolto su due piani. Il primo, di natura sostanziale, volto a definire le caratteristiche della facoltà di non aggiudicazione per mancanza di congruità dell’offerta. Il secondo, di natura procedurale, diretto a individuare, nell’ambito dei vari atti emanati dall’ente appaltante, quello idoneo far decorrere il termine per l’impugnazione.

La facoltà di non aggiudicazione
Come visto l’ente appaltante ha fatto ricorso alla facoltà di non aggiudicazione del contratto per la ritenuta non convenienza economica dell’offerta aggiudicataria.
Il ricorrente ha contestato le modalità di utilizzo di tale facoltà, rilevando in primo luogo che l’ente appaltante avrebbe dovuto ricorrere ai moduli procedurali volti a contestare la congruità dell’offerta e a quelli tipici dell’autotutela amministrativa. In particolare il ricorrente ha contestato la mancata attivazione del contraddittorio, che non lo avrebbe messo nelle condizioni di far valere le proprie ragioni nei confronti dell’ente appaltante.
Sotto un diverso profilo ha rilevato che l’iter procedurale adottato dall’ente appaltante sarebbe stato viziato in relazione al fatto che la decisione di non aggiudicare è stata adottata dall’ente appaltante senza che vi fosse a monte una proposta di non aggiudicazione da parte della commissione giudicatrice, e quindi con una carenza di istruttoria che avrebbe inciso sulla legittimità del relativo provvedimento.

Le censure indicate sono state respinte dal giudice amministrativo. Quest’ultimo ha infatti evidenziato che la facoltà di non aggiudicazione trova la sua autonoma e compiuta disciplina nell’articolo 95, comma 12, secondo cui la stessa può essere esercitata in presenza di un’offerta che l’ente appaltante ritenga non conveniente o non idonea in relazione all’oggetto del contratto. L’unico vincolo che la norma pone è che tale facoltà deve essere stata espressamente prevista nel bando di gara o nella lettera di invito.

Al di là di tale ultima limitazione non vi sono altri vincoli procedurali che l’ente appaltante deve osservare per il corretto esercizio di tale facoltà. Non è quindi ammissibile richiamare principi e criteri di comportamento che sono tipici di altri procedimenti, come quello di verifica dell’anomalia o di autotutela amministrativa. Emblematico in questo senso è proprio il principio del contraddittorio, che l’ente appaltante non è tenuto in alcun modo a garantire in sede di esercizio della facoltà di non aggiudicazione.

Sotto altro profilo, risulta corretto anche riportare compiutamente tale facoltà in capo all’ente appaltante, senza che si possa configurare alcun passaggio procedurale precedente consistente in una apposita proposta della commissione giudicatrice. In sostanza la valutazione dell’ente appaltante relativamente all’esercizio della facoltà di non aggiudicazione è del tutto autonoma dai passaggi procedurali precedenti, nel senso che si colloca in una fase della procedura in cui la commissione di gara ha esaurito i suoi compiti, rispetto ai quali resta del tutto estranea ogni valutazione relativa alla suddetta facoltà. Detto altrimenti non è la commissione di gara che deve farsi carico, neanche a livello di proposta, della decisione di non aggiudicare per ragioni attinente alla non convenienza economica dell’offerta.

Resta da valutare quali siano i criteri che l’ente appaltante deve rispettare al fine del corretto esercizio della facoltà di non aggiudicazione.

In primo luogo va considerato che la valutazione dell’ente appaltante passa per una preliminare considerazione dell’interesse pubblico, che deve portare alla constatazione di un conflitto tra tale interesse e l’aggiudicazione all’offerta risultata migliore all’esito della gara.

Posto questo principio di base, le valutazioni dell’ente appaltante si muovono nell’ambito della discrezionalità pura, in quanto involgono un giudizio sulla convenienza o meno del futuro contratto. Tale convenienza si riferisce alla non opportunità di dar luogo all’affidamento per ragioni prettamente economiche, che quindi prescindono dalle valutazioni tecniche operate dalla commissione di gara. È evidente che la facoltà di non aggiudicazione, nei termini indicati, è caratterizzata da un’ampia discrezionalità, che attiene essenzialmente a valutazioni di merito. Tuttavia, proprio l’ampiezza dei poteri valutativi che vengono riconosciuti dall’ente appaltante impone che delle decisioni assunte sia data adeguata motivazione, così da consentire la ricostruzione dell’iter logico e l’eventuale sindacato da parte del giudice ammnistrativo, sotto il profilo dell’eccesso di potere.

La decorrenza del termine per l’impugnazione
Il Consiglio di Stato si è occupato anche dell’individuazione dell’atto della procedura i cui contenuti devono ritenersi idonei a far decorrere il termine per impugnare l’esercizio della facoltà di non aggiudicazione.
Come detto in precedenza, l’ente appaltante aveva comunicato l’esercizio della facoltà di non aggiudicazione attraverso tre atti: una nota del Rup, una comunicazione a firma congiunta del Rup e del rappresentate dell’ente appaltante e l’Avviso pubblicato sul sito istituzionale dell’ente.

Quanto alla nota del Rup il giudice amministrativo ha evidenziato come la stessa non potesse considerarsi come atto conclusivo del procedimento, essendo piuttosto un atto endoprocedimentale come tale non suscettibile di autonoma impugnazione.
Ciò in quanto, nonostante la nota del Rup contenesse l’affermazione secondo cui la gara doveva intendersi annullata, lo stesso Rup aveva provveduto subito dopo a convocare nuovamente la commissione di gara, la quale a sua volta aveva proceduto a formulare una proposta di non aggiudicazione. Di conseguenza la nota del Rup veniva a porsi come un atto intermedio, che tuttavia non esauriva il procedimento amministrativo finalizzato all’esercizio della facoltà di non aggiudicazione.

Diversa la valutazione operata nei confronti della successiva comunicazione a firma congiunta del rappresentante dell’ente appaltante e del Rup. In detta comunicazione veniva manifestata chiaramente la volontà di non aggiudicare l’appalto richiamando espressamente l’articolo 95, comma 12. La stessa si pone quindi a tutti gli effetti come un atto conclusivo del procedimento.

Peraltro la comunicazione in questione rappresenta anche l’atto previsto dall’articolo 76, comma 5, lettera c) con cui l’ente appaltante deve comunicare ai concorrenti la decisione di non procedere all’aggiudicazione.

Anche sotto questo profilo essa va quindi considerata idonea a far decorrere il termine per l’impugnazione, che quindi va proposta entro trenta giorni dalla sua avvenuta conoscenza.
Non assume alcun rilievo la circostanza che successivamente sia avvenuta la pubblicazione sul profilo del committente dell’avviso degli esiti della gara ai sensi dell’articolo 29. Questo è infatti un adempimento previsto dal legislatore ai soli fini di trasparenza, cioè per dare pubblicità alle decisioni dell’ente appaltante, ma non vale a spostare in avanti la decorrenza del termine per l’impugnazione.

Lo stesso articolo 29 prevede che la pubblicazione dell’avviso sul profilo del committente faccia decorrere il termine per l’impugnazione solo relativamente ai provvedimenti che determinano le ammissioni o le esclusioni dei concorrenti, mentre negli altri casi – e quindi anche nell’ipotesi di non aggiudicazione della gara per non convenienza economica dell’offerta – la decorrenza del termine è collegata alla conoscenza del provvedimento che conclude l’iter procedurale, nel caso specifico quello relativo all’esercizio della facoltà di non aggiudicare.

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12/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Gare: illegittimo cambiare in corsa la formula di attribuzione dei punteggi, anche se c’è un refuso nel bando

Mauro Salerno

L’Anac boccia la scelta di un ente che aveva modificato il criterio di attribuzione dei punteggi al ribasso, per colpa di un errore di trascrizione grafica

La stazione appaltante non può modificare in corsa la formula matematica di attribuzione dei punteggi alle offerte anche se quella riportata nel bando è viziata da un refuso grafico. È quanto chiarisce l’Anticorruzione, con un parere di precontenzioso appena pubblicato, in cui l’Autorità risponde alla richiesta di chiarimenti inviata in modo congiunto da un’impresa e una stazione appaltante. Elemento che, come è noto, rende obbligatorio per le parti attenersi alla posizione resa dall’Anac.

L’episodio prende le mosse dalla protesta di un’impresa, sollevata dalla scelta del Comune di Limbadi (Vibo Valentia) di applicare in corso di gara una formula matematica di attribuzione dei punteggi per le offerte diversa da quella prevista nel bando. Motivo? Per l’ente nel bando era stata inserita una formula differente a causa di un semplice errore di trascrizione grafica. Un refuso, insomma. Nel dettaglio si trattava delle parentesi tonde che, invece di comprendere l’intera frazione da moltiplicare per un coefficiente, nel bando erano state riferite soltanto al numeratore.

Un refuso che ha indotto il Comune ad applicare la formula ritenuta corretta dall’ente, disapplicando quella trascritta nel bando. Di qui l’obiezione dell’impresa, accolta dall’Anac.

L’Autorità riconosce che «appare plausibile che la formula indicata nel disciplinare sia stata erroneamente trascritta». Eppure, anche di fronte a tale evenienza, l’errore «non è emendabile con un’attività interpretativa della commissione di gara, poiché ciò che risulta per tabulas è che i concorrenti sono stati indotti a formulare le loro offerte sulla base dell’incentivo a proporre un ribasso indicato dalla formula contenuta nel disciplinare».

Modificare in corsa, non si può. L’unico modo per correre ai ripari sarebbe stato quello di agire sui documenti di gara dando tempo alle imprese per adeguare le offerte. «La correzione – è infatti la conclusione dell’Anac – sarebbe stata invece possibile attraverso una preventiva rettifica del disciplinare e la riapertura del termine per la presentazione delle offerte». © RIPRODUZIONE RISERVATA