Rassegna stampa 11 dicembre 2018

10/12/2018 16.00 – quotidiano energia

Efficienza, a Iren/Engie gara Liguria (ma due lotti vanno deserti)

Va in parte deserta la gara indetta dalla Regione Liguria per l’efficientamento energetico degli immobili residenziali pubblici gestiti dall’Azienda Regionale Territoriale per l’Edilizia (Arte).
A quanto si legge su un avviso pubblicato sulla Gazzetta Ue, dei tre lotti in palio (per complessivi 20,717 milioni € più Iva) è stato aggiudicato solo il lotto 1 relativo a Genova, peraltro il può corposo. A vincere sono stati Iren Energia (mandataria) e Engie Servizi (mandante), che hanno battuto la concorrenza di altri due offerenti grazie a uno “sconto” che ha portato il valore della commessa dai 16,705 mln € inizialmente stimati a 16,270 mln €.

Nessuna offerta, invece, per il lotto 2 da 3,296 mln € relativo a La Spezia e per il lotto 3 da 715 mila € relativo a Savona e Imperia.

11/12/2018 – Corriere di Bologna

Bio-On con Hera, Plastica da Co2

L’ anidride carbonica (CO2) liberata in atmosfera dalla combustione degli idrocarburi è la causa principale del surriscaldamento globale; l’ assillo del terzo millennio. Immessa in un fermentatore, invece, nutre batteri che la trasformano in plastica. Più precisamente nella bioplastica degradabile al 100% PHAs, brevettata dalla bolognese Bio-On. È questa la scoperta annunciata ieri dall’ azienda guidata da Marco Astorri. «Si chiude il cerchio – commenta l’ imprenditore- : finora avevamo sviluppato la tecnologia che consente di ricavare bioplastica da scarti vegetali e alimentari, anziché da idrocarburi, senza inquinare e senza liberare gas serra. Oggi facciamo un passo avanti, perché riusciamo a catturare i gas serra dall’ aria, cioè a ripulirla». Tecnologia potenzialmente rivoluzionaria perché risolve contemporaneamente i due più drammatici problemi ambientali: cambiamento climatico e inquinamento da plastica. Dopo tre anni di ricerca Bio-On è pronta ad applicare il processo su scala industriale. Tant’ è vero che ha già creato una società di scopo, la Lux-On, che entro il 2019 realizzerà un impianto pilota di 1.500 metri quadrati nell’ area adiacente allo stabilimento di Castel San Pietro inaugurato la scorsa primavera. «Abbiamo scelto di restare qui – spiega Astorri – perché gran parte degli impianti è comune agli altri processi produttivi: l’ unica differenza è che la materia prima che alimenta la fermentazione è la CO2. In ogni caso si tratta di nutrire i batteri con carbonio perché lo trasformino in polimeri». Il nuovo processo è tutto made in Bologna. Sarà infatti Hera il socio di Bio-On in Lux-On, per ora con una quota del 10% elevabile però fino al 49%, e anche il partner industriale per tutto quel che riguarda i fabbisogni energetici. Che proverranno da un sistema green di produzione elettrica da fotovoltaico e accumulo e stoccaggio sotto forma di idrogeno. «Con questo procedimento – sintetizza Astorri – non solo otterremo bioplastica senza emettere CO2, ma ne toglieremo dall’ atmosfera migliaia di tonnellate». La cattura della CO2 è una delle soluzioni per contrastare i cambiamenti climatici, ma non si era mai trovato il modo di stoccarla in modo sicuro o stabilizzarla. La collaborazione con Hera riguarderà trattamenti che rendano utilizzabili sfalci e potature per la produzione di PHAs. Hera ne raccoglie 200 mila tonnellate all’ anno e «la trasformazione in bioplastica presenta ampi margini di sviluppo» ha commentato il presidente Tomaso Tommasi di Vignano. «La partecipazione alla nuova società – ha aggiunto – è la rappresentazione di una naturale alleanza che crediamo possa essere sviluppata con grande successo anche oltre il nostro territorio e in diversi ambiti di intervento». Massimo Degli Esposti

11/12/2018 – La Repubblica (ed. Torino)
Iren, Torino venderà ancora A rischio controllo e dividendi

Il caso La multiutility dell’ energia
Pd all’ attacco in Sala Rossa: “Meno peso e meno guadagni” Già nel 2018 si calcola una rinuncia a cedole per 2,8 milioni
Ci sarà ancora meno Torino nel futuro di Iren. La Città possedeva il 16,8 per cento della multiutility e nelle scorse settimane ha già ceduto un 2,5 per cento. In futuro potrebbe scendere ancora: «Il Consiglio comunale ci ha dato mandato di vendere fino al 5 per cento», spiega l’ assessore Sergio Rolando in Sala Rossa. Non è detto che questo avvenga, ma il disimpegno del Comune rischia di pesare almeno su due fattori: il controllo dell’ azienda e i mancati dividendi che Palazzo Civico incasserà. A sollecitare le risposte della giunta in Sala Rossa è il capogruppo Pd Stefano Lo Russo. Avrebbe dovuto intervenire la sindaca Chiara Appendino, che però risultava impegnata a far visitare la Mole a potenziali investitori stranieri: «Appendino scappa costantemente», critica Lo Russo. Rolando ha chiarito che nelle prossime settimane si aprirà la discussione sul nuovo patto parasociale di Iren e sullo statuto. Sarà una trattativa molto delicata, che Torino affronterà per la prima volta dalla nascita della società senza avere lo stesso peso di Genova. Oggi, infatti, Palazzo Civico controlla il 13,8 per cento (che potrebbe diventare 11,3), mentre il capoluogo ligure è al 16,33 e il sindaco Marco Bucci ha fatto sapere che intende acquistare un altro 2,5 per cento, anche con altri soci (che potrebbero essere gli ex soci dell’ Acam, la multiutility di La Spezia da poco acquisita da Iren). Il problema è che nella discussione del nuovo patto parasociale Genova vorrà probabilmente avere più peso all’ interno del consiglio di amministrazione di Iren. Da sempre la consuetudine è che i liguri indichino l’ amministratore delegato, i torinesi il presidente (l’ attuale è Paolo Peveraro) e i soci emiliani (che hanno il 17 per cento, ma diviso tra più città) esprimano il vicepresidente. Ora questi equilibri vengono rimessi in gioco. E Torino potrebbe perdere la presidenza, oppure conservarne una ma molto depotenziata. Rolando assicura che, nonostante Torino abbia meno azioni, non cambierà nulla: «Entro gennaio 2019 ci sarà la discussione del nuovo patto che garantirà il ruolo di Torino – dice l’ assessore – Escludo che la città possa essere estromessa dall’ intesa tra i soci per la nomina dei vertici (a maggio, ndr) ». Un altro tema riguarda il piano industriale di Iren: «Quello attuale prevede 3 miliardi di euro di investimenti, di cui uno destinato all’ area torinese. Il rischio è che il prossimo cda li stravolga e che Torino venga penalizzata», attacca Lo Russo. Il consigliere grillino Antonio Fornari replica: «Iren investe sulle Città se ha un ritorno, economico e di immagine, non in base al 2,5% di azioni in più o in meno». E la sua collega Monica Amore difende la scelta: «Abbiamo seguito le prescrizioni della Corte dei conti». Perdere quota nell’ azionariato di Iren però significa pure rinunciare ai dividendi che l’ azienda promette di staccare nei prossimi anni. Da questo punto di vista la multiutility è sempre stata una garanzia. Lo scorso anno Iren ha garantito una cedola da 7 cent per azione, che ha consentito a Torino di incassare 15 milioni. Per il 2018 l’ azienda prevede di pagare 8,4 centesimi ad azione, dunque Palazzo Civico riceverà 15 milioni, che però sarebbero stati 17,8 se non avesse venduto il 2,5 per cento. E lo stesso discorso vale pure per i prossimi anni, visto che Iren prevede di pagare cedole da 9,2 cent nel 2019, 10,2 nel 2020, 12,3 nel 2021 e 13,5 nel 2023. In Sala Rossa ha sollevato polemiche anche il fatto che il Comune abbia venduto il 2,5 per cento quando la Borsa era ai minimi, anche a causa delle turbolenze provocate dal governo gialloverde. Rolando taglia corto: «La vendita non ha determinato minusvalenze, ma ha anzi consentito di realizzare una plusvalenza di circa 7,79 milioni». © RIPRODUZIONE RISERVATA Nel nuovo patto parasociale Genova vorrà contare di più Il presidente potrebbe essere “dimezzato” Torino in ritirata La centrale Iren di Moncalieri: il Comune di Torino ha già venduto il 2,5% e potrebbe continuare. STEFANO PAROLA JACOPO RICCA

11/12/2018 – La Provincia di Cremona (ed. Crema)

Padania Acque Sul territorio investimenti per 30 milioni

Ieri in assemblea il punto sul piano annuale: oltre 40 cantieri in contemporanea’ Terremoto al vertice: lascia il dg Marco Lombardi. No ‘ alla nuova proposta di legge
Terremoto al vertice operativo di Padania Acque. A soli due anni dalla nomina e nel pieno di un lavoro di indubbia portata strategica, il direttore generale Marco Lombardi l ascia per accogliere la proposta di una società nazionale. L’annuncio è stato dato ieri pomeriggio nel corso dell’assemblea del gestore del servizio idrico integrato in provincia di Cremona, tenuta presso la sede Acli. A segnare la giornata – oltre all’addio di Lombardi – anche due avvicendamenti: Francesca Pontiggia se ne va per motivi personali dal cda di Padania Acque (al suo posto il vice sindaco di Gadesco, Emanuela Frosi), ed il neo consigliere provinciale Giovanni Gagliardi si dimette dal consiglio di Ato, dove lo sostituisce Roberto Poli. Nella parte privata dell’assemblea, il presidente Claudio Bodini e l’amministratore delegato Alessandro Lanfranchi han – no fatto il punto sull’attuazione del piano annuale degli investimenti, e sull’iter di acquisizione dei rami idrici patrimoniali: già ultimate le perizie per quanto riguarda Scrp, Asm Pandino, Castelleone e Soresina, a breve verrà perfezionata ed inviata ad Arera (l’Autorità di regolazione della tariffa per energia, reti e ambiente) anche quella di Gisi Casalmaggiore. Nel corso del 2018, investimenti e cantieri si sono succeduti a ritmo serrato: oltre quaranta i cantieri aperti contemporaneamente in tutta la provincia, lavori realizzati per un valore di circa venti milioni, il 68 per cento delle opere previste dal piano annuale contabilizzate come realizzate (dunque in stato di avanzamento lavori) al 30 novembre scorso. Sempre al 30 novembre, gare in corso – quindi già appaltate – per altri dieci milioni di euro. «Stiamo rispettando perfettamente il budget, in linea con il piano d’az ione’ definito dal piano e dall’autorità d’a mbito», hanno sottolineato Bodini e Lanfranchi. Tra gli indici di efficienza da segnalare, anche il p es o ‘ in termini economici di 150 metri cubi d’acqua: in media 304 euro l’anno a livello nazionale – con una tariffa di circa 2 euro al metro cubo – , contro i 240 (un euro e sessanta centesimi al metro cubo) della provincia di Cremona. Dunque più efficienza e costi inferiori per il cittadino-consumatore, nonostante i forti investimenti: attestati su una media di 55 euro per abitante nel 2018 – contro i 43 a livello nazionale – e la prospettiva di alzare ulteriormente l’asticella fino a 57 euro nel 2019. La parte pubblica dell’assemblea ha invece visto l’illustrazione delle proposte di Padania Acque (condivise da Water Alliance ed Utilitalia) in merito alla proposta di legge attualmente all’attenzione del Parlamento, che punta a riportare sotto il controllo delle municipalizzate e dei singoli Comuni la gestione del servizio idrico, e in capo dal ministero dell’ambiente la determinazione e la gestione delle tariffe. Anche grazie all’intervento di Alessandro Russo – vice presidente di Aqua Publica Europea e Utilitalia, oltreché presidente di Cap Holding Milano – è stata ribadita la contrarietà a quanto previsto dalla proposta di legge, e la difesa dell’assetto attualmente in essere. Per molte buone ragioni: a partire dalle capacità di investimento, gestionali, di efficienza e qualità del servizio che solo una società forte di significative economie di scala può garantire. © RIPRODUZIONE RISERVATA ANDREA GANDOLFI

11/12/2018 – Il Giornale
Codice appalti, la riforma è un giallo Modifiche subito o la legge delega?

INCERTEZZE GIALLOVERDI
Salvini e Conte dicono cose diverse sull’ iter per varare la norma
Roma Il governo vuole cambiare il codice degli appalti. Ma le certezze si fermano all’ intenzione. Su come e quando è giallo. E soprattutto dal governo arrivano notizie in parte discordanti. Fino alla settimana scorsa sembrava che le prime modifiche al codice varato dai governi del Pd potessero arrivare già in questi giorni all’ interno di un decreto battezzato «Semplificazioni». Lo stesso Raffaele Cantone, il capo dell’ Anac che nelle intenzioni del governo andrebbe depotenziata, aveva riferito che circolava questa voce. Poi era arrivato l’ annuncio che il dl Semplificazioni sarebbe slittato. In un primo tempo si era parlato di un esame in Consiglio dei ministri fissato per ieri, ma alla fine anche questo appuntamento è saltato. Eppure, lo stesso Matteo Salvini sabato dal palco della manifestazione leghista in piazza del Popolo si è spinto a dire che il codice degli appalti «è da medioevo» e che lo «abbiamo riscritto pagina per pagina: chi ha una azienda deve dedicare il proprio tempo a innovare e produrre, non a compilare moduli». Tutto pronto, dunque? Sembra proprio di no, visto che ieri il premier Giuseppe Conte ha annunciato un percorso decisamente diverso: «Nei prossimi giorni presenteremo una legge delega per riformare il codice degli appalti». Dunque una legge delega, che ha tempi molto più lunghi, e non un decreto. Il traguardo pare allontanarsi. Dipenderà forse dal fatto che, pur criticando il codice degli appalti, molte categorie produttive hanno già espresso una valanga di dubbi sulle modifiche proposte, dal ritorno all’ appalto al massimo ribasso all’ innalzamento da 1 a 2,5 milioni del tetto massimo per le gare a trattativa privata.

11/12/2018 – MF
Nazionalizzazioni via d’ uscita dalla crisi

Le tempistiche della prossima recessione sono incerte, ma c’ è una cosa che sappiamo bene: la politica avrà pochi strumenti a disposizione per fronteggiarla. Innanzitutto, la principale misura per combattere la recessione, ovvero la politica monetaria, non sarà più sufficiente. Generalmente gli addetti ai lavori della Federal Reserve ritengono che una crisi economica standard abbia bisogno di 500 punti base di stimolo. Attualmente i mercati stanno prezzando una crescita del tasso dei Fed Fund al di sotto del 3% nel 2019. Per compensare la mancanza della potenza di fuoco, potremmo ipotizzare una rapida ripresa del Qe. Tuttavia, l’ effetto cumulativo stimato di tutti i Qe precedenti è pari a 75 punti base, quindi anche un round di Qe più deciso non sarebbe comunque sufficiente. E tutto questo non riguarda nemmeno l’ Europa o il Giappone, dove i tassi saranno prossimi allo zero. Anche la politica fiscale appare altrettanto debole. Negli Stati Uniti, una riforma fiscale introdotta in un momento straordinariamente inopportuno si tradurrà nel fatto che il deficit del Paese sarà più del doppio rispetto al livello medio raggiunto prima della recessione. Inoltre, lo stock di debito pubblico supera già il 100% del pil, lasciando dubbi sulla capacità fiscale di creare un grande stimolo anticiclico. Gli Stati Uniti però non sono i soli a essere in questa situazione. La Cina è stata il principale driver dello stimolo a livello globale nel 2009 e ha poi rapidamente peggiorato i parametri del debito. E anche tutte le altre economie del G7, a eccezione della Germania, entrerebbero in un periodo di recessione con uno stock di debito significativamente più elevato e, di conseguenza, si troverebbero in difficoltà. Quindi, quale potrebbe essere la risposta dei governi? La debole ripresa post-2008 ha fatto emergere leader populisti disposti a utilizzare misure non convenzionali. La prossima recessione porterà a un largo consenso verso politiche sperimentali o retrograde. In primo luogo, le Banche centrali saranno sottoposte a forti pressioni per estendere le loro competenze, trovandosi costrette a espandere il loro programma di acquisto di asset in ambiti «quasi fiscali» non previsti nei loro mandati. In parole povere, potrebbero acquistare il debito pubblico per finanziare i governi o acquistare attività direttamente collegati alla spesa pubblica, come per esempio i bond per le infrastrutture pubbliche. In secondo luogo, al fine di trovare altri strumenti per abbassare i tassi di interesse reali, i governi potrebbero ricorrere alla repressione finanziaria, presumibilmente obbligando chi detiene asset regolamentati (per esempio banche, assicurazioni, fondi pensione) ad acquistare determinati bond, abbassando i rendimenti. Ciò potrebbe anche portare a restrizioni sui flussi di capitale in entrata o in uscita, per promuovere maggiori investimenti domestici. In terzo luogo, al di là dei mercati finanziari, i governi potrebbero pensare a un maggiore coinvolgimento dello Stato nell’ economia reale, concedendo prestiti attraverso gli istituti di credito statali per lo sviluppo. Dato l’ umore dell’ opinione pubblica, la nazionalizzazione dei settori o lo smantellamento di società che detengono posizioni dominanti potrebbero rappresentare soluzioni allettanti. E, qualora ci fossero rischi di inflazione, i governi potrebbero presumibilmente essere favorevoli a controlli sempre più diretti sui prezzi dei beni o dei servizi rilevanti per l’ economia. Dieci anni fa, Lehman non è stata l’ unica a crollare. È andato in crisi anche il «consensus di Washington» su come gestire le economie di mercato. Se da un lato abbiamo assistito a un contraccolpo politico, dall’ altro gli effetti politici si manifesteranno davvero solo durante la prossima crisi. (riproduzione riservata) *head of policy and research, State Street Global Advisors. ELLIOT HENTOV*

11/12/2018 – Italia Oggi
Conferenza di servizi, accelerazione sulla semplificata

circolare del ministro buongiorno
La conferenza di servizi rappresenta uno snodo fondamentale per l’ accelerazione del procedimento. Infatti, come più volte rilevato dal Consiglio di Stato, la conferenza di servizi, «rappresentando un modulo procedimentale di semplificazione», consente la valutazione complessiva e sincronica degli interessi pubblici coinvolti sia da parte dell’ amministrazione procedente (portatrice del c.d. interesse pubblico primario) sia da parte delle altre amministrazioni pubbliche coinvolte (portatrici dei cd. interessi pubblici secondari). È con la circolare del 3 dicembre 2018 n. 4 (in attesa di essere registrata alla Corte dei conti) che il ministro per la pubblica amministrazione Giulia Bongiorno ha dettato le regole materia di attuazione della conferenza di servizi al fine di fornire a tutte le pubbliche amministrazioni indirizzi univoci e di coordinamento. Nel documento di prassi i funzionari ricordano che due sono le fasi attinenti alla modalità di svolgimento della conferenza: una «semplificata», e una «simultanea» . La prima si svolge in modalità telematica «asincrona», ossia tramite il semplice scambio informatico di informazioni e di documenti tra i rappresentanti delle amministrazioni interessate al rilascio del provvedimento finale. Lo svolgimento della conferenza con tali modalità rappresenta uno strumento di accelerazione procedimentale in quanto consente la formazione della decisione a distanza e in tempi differenziati anche con il ricorso allo strumento del silenzio-assenso. Con questa modalità semplificata si devono concludere la maggior parte delle conferenze di servizi tranne nell’ ipotesi in cui siano emersi dissensi espressi ritenuti insuperabili. In tal caso, ossia nell’ ipotesi in cui la conferenza semplificata non vada a buon fine, e per le procedure particolarmente complesse, si ricorre alla conferenza ordinaria in modalità sincrona che pertanto diviene una fase meramente residuale. MARCO OTTAVIANO

11/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio
Fondo Investimenti 2018, in arrivo 2,3 miliardi per le metropolitane: domande entro l’anno

Alessandro Arona

L’avviso del Mit era già di marzo, ma le risorse arrivano ora con lo sblocco del Dpcm Conte. Progetti con l’analisi costi-benefici

Sono in arrivo risorse statali per 2,3 miliardi di euro per la realizzazione (o potenziamento) di metropolitane, tranvie o filovie. A sbloccarle è lo schema di Dpcm Investimenti 2018, su cui il Parlamento ha dato nei giorni scorsi il parere positivo e che ora, dopo la firma definitiva del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, andrà in Gazzetta Ufficiale. L’utilizzo delle risorse per il trasporto rapido di massa potrà essere immediato, perché il Ministero delle Infrastrutture aveva lanciato già il 31 marzo scorso il bando per la presentazione delle proposte, contando sul fatto che – ove più ove meno – certamente sarebbe arrivata dal fondo investimenti una quota di risorse per le metropolitane.
L’8 ottobre il Ministero ha pubblicato un Addendumall’«avviso di presentazione istanze», che conferma la scadenza del 31 dicembre 2018 per la presentazione delle domande da parte di Comuni e Città metropolitane, ma aggiunge una serie di istruzioni operative. Tra queste in particolare l’obbligo di presentare i progetti corredati dall’analisi costi-benefici, che non è come può sembrare un’innovazione voluta dal Ministro Toninelli, ma l’applicazione delle «Linee guida per la valutazione degli investimenti in opere pubbliche nei settori di competenza del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti» approvate da Graziano Delrio con Dm n. 300 del 1° giugno 2017. Gli attuali vertici del Ministero ritengono che in realtà tali Linee guida, pur apprezzabili nel merito (non ne esistevano prima) non sono mai state applicate.
In ogni caso c’è una sostanziale continuità sul fatto, certamente innovativo rispetto alla Prima Repubblica e agli anni della legge obiettivo, che i finanziamenti statali per opere pubbliche debbano da ora in poi essere assegnati solo sulla base di analisi di fattibilità e analisi costi-benefici, fatte sulla base di stime di traffico, degli effetti trasportistici e di confronto di diverse alternative. La vera differenza tra Delrio e Toninelli è sulle opere in corso o con obbligazioni giuridicamente vincolanti: Delrio si è limitato per queste alla project review (ove possibile), il secondo ha lanciato una verifica a tutto campo che prende in considerazione anche l’ipotesi e i costi del fermare opere in corso. Ma sulle nuove c’è sostanziale continuità da parte del ministero delle Infrastrutture: i progetti vanno valutati in base all’analisi costi-benefici (Acb).
Tornando all’avviso metropolitane, questo prevede un’ulteriore scadenza per le domande al 30 settembre 2019, data per la quale altri fondi per il trasporto rapido di massa potrebbero essersi aggiunti grazie al Fondo Investimenti amministrazioni centrali stanziato dalla legge di bilancio 2019.
Possono essere finanziati tre tipi di interventi:
1) rinnovo e miglioramento del parco veicolare (per metropolitane, tranvie e filovie);
2) potenziamento e valorizzazione delle linee metropolitane, tranviarie e filoviarie esistenti. Tra questi interventi (lo si veda da una risposta alle Faq) sono compresi anche “la realizzazione di parcheggi di scambio o nodi di interscambio);
3) realizzazione di nuove linee metropolitane, tranviarie e filoviarie ed estensione o implementazione della rete di trasporto rapido di massa, anche con sistemi ad impianti fissi di tipo innovativo.
L’Addendum precisa che i finanziamenti sono vincolati al fatto che entro il 31 dicembre 2021 sia contratta l’obbligazione giuridicamente vincolante con un soggetto terzo (il contratto d’appalto). Non è proprio una scadenza dietro l’angolo, ma si sa che i tempi di avvio effettivo delle opere pubbliche sono quelli che sono.
Nelle more dell’approvazione del Dm sui livelli di progettazione, previsto dal Codice Appalti ma mai emanato dal Mit, la documentazione progettuale da presentare è costituita da:
1) un “documento di fattibilità delle alternative progettuali” (si veda a pagina 10 dell’Addendum) ;
2) il progetto preliminare.
Le alternative progettuali da prendere in considerazione ed analizzare possono riguardare: la localizzazione dell’intervento, le scelte modali e alternative di tracciato, le diverse soluzioni tipologiche, tecnologiche, impiantistiche, organizzative e finanziarie da adottare per la realizzazione dell’intervento.
Le Linee guida 2017 del Mit (documento a cui ha lavorato anche il porf. Marco Ponti) prevedono per la scelta sugli investienti pubblici:
1) Valutazione ex ante dei fabbisogni:
-Scenari di riferimento
-Analisi quantitative (SIMPT)
2) Valutazione ex ante delle opere e individuazione priorità
-analisi finanziarie e Costi-Benefici
-indicatori di raggiungimento degli obiettivi strategici
3) Valutazione ex post
-Monitoraggio della realizzazione
-Analisi degli impatti effettivi.
Di conseguenza le domande di finanziamento dei Comuni dovranno contenere
1) la rappresentazione dello stato di fatto e la descrizione degli scenari di riferimento e di progetto per la valutazione dell’intervento, con particolare riguardo alla domanda e all’offerta di servizi di trasporto pubblico e alle implicazioni per l’Analisi Costi-Benefici (“ACB”) o l’Analisi Costi-Efficacia (“ACE”) ove applicabile;
2) la struttura di riferimento dei costi d’investimento e dei costi operativi dell’intervento e le implicazioni per l’ACB o l’ACE ove applicabile;
3) soltanto per le nuove linee, la struttura di riferimento e il metodo di calcolo dei benefici economici, nonché lo schema di presentazione dell’ACB.
L’Addendum indica anche metodi di calcoli e parametri per quantificare i benefici ambientali, economici, di mobilità.
Il piano economico-finanziario allegato alla domanda deve prevedere che i costi di gestione del servizio e dell’infrastruttura siano coperti per almeno il 35% dai proventi derivanti dalle tariffe pagate dagli utenti.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

11/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio
Fondo Investimenti/2. Al Mit 13,2 miliardi, ma per Rfi e Anas meno del previsto

A.A.

Alle ferrovie 5,9 miliardi per il nuovo addendum, alle strade statali un miliardo. Arrivano gli 1,6 miliardi per i ponti della A24/A25

Nell’ambito delle risorse in arrivo dal Fondo Investimenti, Dpcm 2018, tra i 13,2 miliardi assegnati a capitoli del Ministero delle Infrastrutture, ci sono come previsto i rifinanziamenti di Rfi e Anas, ma in misura largamente inferiore a quanto le due società si aspettassero nei mesi scorsi per alimentare il loro piano di investimenti. Rfi ottiene 5,9 miliardi di euro, rispetto ai circa 10 miliardi che “dietro le quinte” i dirigenti di Rete ferroviaria dicevano di aspettarsi nel gennaio scorso, una volta approvata la legge di Bilancio che stanziava altri 36 miliardi per il fondo Investimenti.
All’Anas vanno invece 1.091 milioni, rispetto ai 3,3 miliardi che Armani e i suoi manager calcolavano nel febbraio scorso.
È anche vero che le risorse 2018 del Fondo Investimenti dovevano arrivare a inizio anno, mentre ora, arrivando a dicembre, dovrebbero essere seguite a stretto giro dalla prima erogazione del Fondo Investimenti Pa centrali (50,2 miliardi di euro in 15 anni).
L’elenco dettagliato delle voci di spesa del Mit è stato presentato dal governo nel corso dell’esame parlamentare (si veda questo link). I finanziamenti a Rfi sono destinati al Contratto di programma 2017-2021, quota 2018 (dovrà essere definito un addendum, mentre il CdP 17-21, ottenuto il parere parlamentare, deve essere approvato in via definitiva con decreto Toninelli-Tria).
Tra le altre voci spiccano gli 1,66 miliardi di euro per l’adeguamento e messa in sicurezza dell’autostrada A24/A25, le risorse pubbliche che già Delrio aveva proposto di inserire nel Dpcm per riuscire poi a firmare insieme a Strada dei Parchi l’aggiornamento della convenzione con il piano di messa in sicurezza da 3,1 miliardi di euro. Ma nella infinita trattativa tra Mit e Strada dei Parchi il punto di caduta per un accordo sembra ancora lontano.
L’altra voce rilevante, nei finanziamenti alle Infrastrutture, sono i 2,3 miliardi per il trasporto rapido di massa.
Il Ministero delle Infrastrutture è largamente prevalente nella ripartizione del Fondo Investimenti 2018 (come lo fu nel 2017), con 13,2 miliardi di euro assegnati, pari al 37% del totale. Seconda classificata la Difesa, con 5,8 miliardi, poi il ministero dell’Istruzione, con 4,2 miliardi, quello dello Sviluppo, con 3,6 mld, poi Economia, 2,6 miliardi.
Si tratta di risorse stanziate in bilancio nell’arco di 15 anni, dal 2018 al 2033, ma con immediata impegnabilità (si possono approvare programmi pluriennali e anche lanciare i bandi di gara) e anche possibilità di anticipare la spesa tramite anticipi finanziari da parte di Bei o Cassa Depositi e prestiti. La parte immediatamente spendibile, 2018 e 2019, vale 2.137 milioni, e altri 2.143 sono appostati (sempre come cassa) nel 2020.
Il Ministero delle Infrastrutture, dati i noti tempi lunghi di spesa per i programmi infrastrutturali e i contratti Anas e Rfi (iter lunghi per legge), ha poca cassa nei primi anni, solo 305 milioni nel 2018-2019, solo il 2,3 % dei fondi assegnati al Mit. Mentre ad esempio il ministero dell’Istruzione, per l’edilizia scolastica, ha subito 264 milioni, il 6,2% del totale. © RIPRODUZIONE RISERVATA

11/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio
Porto di Genova, investimenti per 922 milioni di euro in tre anni: ok al piano

A.A.

Prevista spesa di 338 milioni nel 2019, 223,8 nel 2020, 360,3 nel 2021. Subito appalti per 318 milioni a procedura negoziata

Sono in arrivo per potenziare il porto di Genova investimenti per 922 milioni di euro nei prossimi tre anni. Ad anticiparlo al Secolo XIX/The Meditelegraph è stato il presidente dell’Autorità di sistema portuale del Mar Ligure Occidentale, Paolo Emilio Signorini, che parla di un «imponente programma di interventi per il porto di Genova», destinato a cambiare il volto del primo scalo d’Italia.
Il bilancio previsionale 2019 e il programma delle opere 2019-2021 è stato poi appovato il 7 dicembre dal Comitato di Gestione dell’Autorità Portuale.
Sono previsti investimenti in opere, lavori e progettazioni per 337,897 milioni di euro nel 2019, 223,818 milioni nel 2020 e 360,296 milioni nel 2021. Complessivamente 922 milioni nel triennio 2019-2021, grazie al combinato disposto del cosiddetto Decreto Genova, del Decreto di Bilancio (in fase di approvazione), che stanziano risorse straordinarie pari 264 milioni di euro a favore dell’Autorità di sistema per il superamento dell’emergenza del “crollo” del viadotto Morandi.
A fronte di un impegnativo lavoro istruttorio è stato predisposto un primo elenco di interventi da attuarsi con le procedure “semplificate” (ex art.9 bis della L.130/2018) che sarà sottoposto all’approvazione della struttura commissariale che fa capo al sindaco Bucci. Per il 2019 quindi sono previsti 205 milioni di euro di investimenti per lo scalo di Genova, e più precisamente per opere quali il prolungamento della sopraelevata portuale, il riassetto del sistema di accesso alle aree operative del bacino di Prà-Voltri; la galleria Ferroviaria Molo Nuovo, la nuova Torre Piloti; la ristrutturazione dell’edificio Hennebique .
Altri 112,8 milioni di Euro sui bacini di Vado e Savona, quali la nuova diga di Porto Vado (80 milioni) e per tutti gli interventi indispensabili a seguito dell’emergenze causate dalla mareggiata di fine ottobre nei due scali.
Già nel prossimo anno – spiega Signorini – «proprio grazie alla possibilità di svolgere procedure negoziali dirette grazie alle semplificazioni burocratiche previste per la ricostruzione di ponte Morandi, ed estese anche al porto, contiamo di appaltare opere per circa 318 milioni di euro» (la differenza con i 338 milioni precedentemente citati è imputabile a servizi di progettazione).
Riportiamo una parte dell’intervista a Signorini pubblicata sul Secolo XIX/The Meditelegraph:
Dopo il crollo del Morandi, l’economia portuale ha subito un rallentamento. Cosa avete in programma di fare per attirare traffici e favorire investimenti? 

«Circa 6 milioni di euro saranno utilizzati per ridurre le tasse portuali. L’obiettivo è quello di offrire un aiuto ai terminalisti che operano in banchina e agli armatori che portano le loro navi sotto la Lanterna. Ci saranno benefici anche per tutti gli imprenditori che hanno siti produttivi all’interno del porto e per i cantieri navali».
Le previsioni dei traffici, per il prossimo anno, parlano di una crescita pari a zero. Giusto? 
«Sino allo scorso 14 agosto, il porto era in forte crescita. Dopo il crollo del Morandi, stimiamo una crescita pari a zero nella migliore delle ipotesi e un meno 5% nella peggiore delle ipotesi per quel che riguarda il traffico contenitori nel 2019. Per il traffico passeggeri, sia crociere che traghetti, non stiamo notando un calo evidente».
Siete partiti con la gara per la progettazione della nuova diga del porto. Costerà quasi un miliardo di euro e consentirà allo scalo di accogliere le mega-portacontainer di ultima generazione. Sarà realizzata da un gruppo straniero? 
«Si tratta di un’opera fondamentale per il porto. I nostri uffici stanno lavorando seguendo l’iter che la realizzazione di infrastrutture di questo tipo richiede. Posso dire che c’è l’interesse di molti gruppi che arrivano dall’estero, soprattutto cinesi e danesi».
Quali altri interventi sono previsti per il 2019? 
«Prevediamo, tra i vari progetti, di investire 17 milioni di euro per il nuovo viadotto di Voltri perché è necessario ridisegnare il tracciato dei binari che escono dal porto. Poi c’è la realizzazione della galleria ferroviaria di Molo Nuovo, quella che collega i terminal Bettolo e Sech alla zona del Campasso. Proseguiremo poi con la realizzazione della nuova Torre piloti. L’intenzione è quella di procedere con iter agevolati e tempi burocratici brevi, grazie alla collaborazione della commissione di esperti che sta aiutando il sindaco Marco Bucci che è stato incaricato di gestire la costruzione del nuovo ponte».
Per Savona-Vado, invece, ci saranno a disposizione, per il 2019, oltre 100 milioni di euro. Quali sono gli interventi più urgenti? 
«Lavoreremo sulla diga per riparare e migliorare l’infrastruttura che è stata fortemente danneggiata dal maltempo. Ci saranno poi interventi sulle infrastrutture a servizio della nuova piattaforma container e per la manutenzione in generale».
IL BANDO DI PROGETTAZIONE PER LA DIGA FORANEA
Il 16 novembre è stata pubblicata la procedura di gara per l’affidamento della progettazione di fattibilità tecnica ed economica della nuova diga foranea del porto di Genova.
Un appalto del valore di oltre 13,5 milioni di euro grazie al quale saranno progettate opere per circa 800 milioni di euro. La scadenza del bando è fissata per il28 dicembre 2018.
L’appalto è curato da Invitalia che opera in qualità diCentrale di Committenza per l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale e ha già seguito la procedura di gara per la progettazione esecutiva della Galleria scolmatrice del Torrente Bisagno a Genova.
La nuova configurazione della diga vedrà un avanzamento a mare dell’attuale opera di circa 500 metri, per uno sviluppo di poco meno di 5 km, su fondali medi di 40 metri.
Il Porto di Genova potrà così contare su un’infrastruttura che consentirà l’accesso al porto anche alle navi di dimensione maggiore, garantendo la sicurezza dei transiti in entrata e in uscita e la protezione dei bacini interni del porto; dopo la realizzazione dell’infrastruttura, lo scalo potrà accogliere le unità di ultima generazione e portacontainer sempre più grandi, con una capacità fino a 22mila TEU.
“Oggi inizia il percorso progettuale e amministrativo che cambierà la storia del Porto di Genova – ha commentato Paolo Emilio Signorini, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale – Un’opera fondamentale per la competitività dello scalo che verrà progettata secondo i più avanzati standard tecnico – ambientali, recependo tutte le novità del Codice appalti”. © RIPRODUZIONE RISERVATA

11/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio
Imprese in crisi, sul prestito ponte per Astaldi interessi oltre 13%

Andrea Fontana e Laura Galvagni

Al vaglio le proposte di finanziamento di Fortress e Sound Point Capital. Sugli asset industriali, dopo Salini Impregilo arriva offerta anche da Ihi

Le proposte di finanziamento di Fortress e di Sound Point Capital finiscono al vaglio dei commissari di Astaldi, ieri sugli scudi a Piazza Affari (+23% a 0,62 euro) in attesa di sviluppi sul fronte dei compratori. I due alternative lenders hanno recentemente presentato due differenti offerte per sostenere le immediate esigenze di cassa del gruppo infrastrutturale che sono state stimate attorno a 270 milioni, di cui una parte, circa 70 milioni, da offrire a stretto giro e l’altra nel 2019. Al momento risulta essere in pole position per aggiudicarsi il contratto Fortress, complice una presenza già consolidata in Italia e spalle leggermente più larghe del competitor. In questa fase, però, aspetto dirimente, al di là del profilo e del blasone del finanziatore, sono le condizioni a cui il denaro viene garantito. Termini che, a quanto si apprende, in entrambe le proposte sono particolarmente onerosi. Tuttavia, uno avrebbe messo sul piatto un “prezzo” inferiore all’altro.
E si tratterebbe di Sound Point. Quest’ultimo avrebbe offerto un tasso sul finanziamento, considerato anche i costi accessori, attorno al 14,1% per il primo anno (13% a due anni). Diversamente Fortress avrebbe chiesto il 16,1% (16% a due anni). Tra i due dunque ci sarebbe una differenza di due punti percentuali che su un ammontare di 270 milioni vale oltre 5 milioni di euro. In virtù anche di questo, è immaginabile che i commissari che stanno seguendo il concordato Astaldi, ossia Stefano Ambrosini, Vincenzo Ioffredi e Francesco Rocchi, si prendano del tempo per compiere un’approfondita analisi economica delle condizioni e presentare un parere con un valore più che consultivo. Il che potrebbe richiedere qualche settimana e, considerata la parentesi di Natale, è plausibile che sul finanziamento la quadra venga trovata per metà gennaio. L’obiettivo evidentemente è verificare che le condizioni proposte non vadano in alcun modo a danneggiare il ceppo creditorio. Insomma, che le offerte degli alternative lenders non presentino termini anti economici.
Nel mentre si compone e, a quanto pare di fatto si chiude, la lista dei potenziali soggetti interessati agli asset di Astaldi. Dopo l’offerta di Salini-Impregilo nei giorni scorsi è arrivata anche la manifestazione di interesse dei giapponesi di Ihi. Si tratterebbe di una proposta per ora poco dettagliata ma comunque giunta, sebbene a pochi giorni dalla proroga del concordato, sul tavolo dei commissari. Questo, almeno sulla carta, alza il livello del confronto a tutto vantaggio dei creditori. Certo, molto dipenderà da come si chiuderà infine la trattativa e se a metà febbraio entrambi i soggetti saranno ancora in corsa. Di certo, come ha fatto sapere qualche giorno fa, Salini Impregilo ha un solo obiettivo: dare ad Astaldi «una prospettiva industriale volta a preservare continuità operativa e buon esito dei contratti, nell’interesse dei lavoratori e dei clienti». Quanto a Vinci, che pure si era affacciata al dossier, al momento non sarebbe andata oltre. Sulla partita ieri si è espresso il presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro: «Per noi il primo obiettivo è il mantenimento delle capacità imprenditoriali del nostro paese in tutti i settori, in particolare nel settore della costruzione di infrastrutture. Se poi questo deve avvenire attraverso dei consolidamenti

© RIPRODUZIONE RISERVATA