Rassegna stampa 4 dicembre 2018

04/12/2018 – Brescia Oggi
A2A Energia, acquisizione e gare per 400 milioni

A2A Energia acquisisce il ramo d’ azienda Gas & Power di X3 Energy, società fortemente radicata in Emilia Romagna e con clienti prevalentemente nel centro-nord Italia. Accresce così i volumi di energia venduti e gli asset della rete commerciale, confermando la linea strategica di sviluppo con particolare riferimento al segmento delle PMI. IL PORTAFOGLIO acquisito conta oltre 4.500 punti di fornitura per circa 220 milioni di metri cubi di gas e 165 Gwh di energia elettrica e un fatturato annuo complessivo di 130 milioni di euro. L’ acquisizione consente ad A2A Energia di accelerare il completamento della rete di Key Agent specializzata nella vendita di energia elettrica, gas e servizi per l’ efficienza energetica alle Pmi. «L’ acquisizione conferma il nostro obiettivo di crescita nel mercato retail sancito dal piano industriale, consolidandoci fra i principali operatori energetici in tutti i segmenti di clienti», commenta Valerio Camerano, amministratore delegato A2A.«Il ramo d’ azienda Gas & Power di X3 Energy ci consente l’ ampliamento della base clienti PMI e Large Business e l’ ulteriore sviluppo della nostra rete vendita altamente specializzata» conclude Andrea Cavallini, presidente e ad di A2A Energia. A2A Energia ha inoltre di recente vinto alcune importanti gare nazionali per la fornitura di energia, con lotti per un fatturato complessivo di oltre 400 milioni di euro per il biennio 2019-2020.

04/12/2018 – Il Messaggero
Un piano Cdp da 120 miliardi per imprese e infrastrutture

Domani il via libera al progetto con un taglio industriale nella gestione di 4 aree di business
STRATEGIE ROMA Impronta industriale nella strategia della Cassa depositi e prestiti nel triennio 2019-2021: mobilitando risorse fresche per 120 miliardi, vuole diventare motore della crescita dell’ Italia spa non solo come banca per gli investimenti secondo le ambizioni del Contratto giallo-verde. Il nuovo piano predisposto dall’ ad Fabrizio Palermo assieme a Mc Kinsey, concentrato in 200 slides, è ormai pronto: ieri il manager lo avrebbe illustrato a Palazzo Chigi al vice premier Luigi Di Maio e domattina sarà varato dal cda prima della esposizione al mercato, dopo approfondimenti avvenuti in almeno quattro consigli. La nuova missione strategica, disegnata anche con il contributo del presidente Massimo Tononi, forte della sua esperienza di banchiere d’ affari, punta su quattro aree di business che comporteranno una nuova organizzazione interna di Cdp con la nomina di nuovi diretti responsabili: Imprese (Nunzio Tartaglia), Pa e Infrastrutture (Luca D’ Agnese), Partecipazioni (da individuare), Cooperazione Internazionale (Antonella Baldino). Partendo da quest’ ultima direttrice, solo apparentemente la meno rilevante, Palermo ha voluto rilanciare una missione concepita dal governo Renzi che mise in pista l’ Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, in raccordo con il ministero degli Esteri che è l’ interfaccia per gli interventi nei paesi in via di sviluppo al fine di adoperarsi nella lotta al povertà, una tematica particolarmente cara alle fondazioni azioniste (con il 15,93%). CAMBIO DI PASSO La ripartizione dei 120 miliardi da attivare utilizzando parte dei 420 miliardi del risparmio postale, è l’ ultimo dettaglio da definire domani. Quasi certamente più della metà saranno destinati agli enti locali e alle imprese come lo fu nel piano 2016-2020. La svolta di Palermo consiste nella maggiore attenzione da prestare a favore delle pmi, con strumenti e meccanismi di garanzie che vanno ad integrare l’ attività bancaria tipica dei finanziamenti. In questo ambito ci sarà una stretta integrazione fra Cassa e il polo Sace-Simest, specializzato nell’ assicurazione dei rischi di mancato pagamento, protezione degli investimenti all’ estero, garanzie su finanziamenti di capitale circolante e attività di sviluppo internazionale, cauzioni, factoring e recupero crediti. Il tandem Sace-Simest finora si era mosso a beneficio soprattutto delle grandi imprese protagoniste di operazioni oltre frontiera (mobilitando 17,7 miliardi), mentre le piccole e medie vi potevano accedere con maggiore difficoltà. Per il futuro, invece, anche le aziende con un fatturato minore potranno entrare nel circuito estero commercializzando i propri prodotti con lo scudo della Sace e della Simest, aumentando i ricavi ma anche la competitività. La semplificazione del modello organizzativo che caratterizzerà il nuovo business plan servirà per rendere centrale le pmi potendo contare su un unico interlocutore che sarà responsabile delle attività delle imprese. E un nuovo responsabile presiederà il coordinamento delle partecipazioni. Non ci sarà quindi nessun trasferimento delle quote all’ interno del gruppo: motivi legati alla quotazione di alcune società, svantaggi fiscali e di opportunità hanno consigliato di mantenere lo status quo ripartito a grappolo anche sotto le sei subholding. Il nuovo responsabile avrà il compito di combinare sotto il profilo industriale le sinergie in funzione dei comparti e delle relative filiere. Per il settore Pa e Infrastrutture è previsto un cambio di passo: meno strumento di finanziamento dei progetti tipici delle banche, più attività di promozione per evidenziare l’ approccio industriale di Palermo che si è formato soprattutto in Fincantieri, quindi sostegno alla progettazione per fare da pendant all’ azione di governo. Quanto infine alla partita sulla rete Tim-Open Fiber, la questione è tutta da giocare: per il momento Cdp resta alla finestra. Rosario Dimito © RIPRODUZIONE RISERVATA.

04/12/2018 – Il Fatto Quotidiano
Senza il giochino sui lavori i big del cemento affondano

Grandi affari. Cmc & Co. – Anche il gruppo di Ravenna chiede il concordato. Dietro i guai del settore, i controlli dell’ Anac sulle varianti alle opere che gonfiavano i costi
Dopo le crisi di Astaldi, Condotte, Grandi Lavori Fincosit e Tecnis il settore delle costruzioni registra un nuovo default, per ora “solo” tecnico: domenica 2 dicembre la Cooperativa muratori e cementieri (Cmc) di Ravenna, dopo 117 anni, ha chiesto l’ ammissione al concordato preventivo “con riserva”. Il gruppo aderente a Legacoop riconosce “l’ attuale frangente di tensione finanziaria di cassa” e crede che questo sia il modo “più efficace per porre in sicurezza il patrimonio della società e tutelare tutti i portatori di interessi”. Il 9 novembre Cmc aveva annunciato che non avrebbe pagato la rata da 10 milioni in scadenza al 15 novembre del suo bond emesso a novembre 2017, con rimborso febbraio 2023, da 325 milioni e cedola fissa al 6%. Cmc ha anche un altro bond, emesso nel luglio 2017, con rimborso ad agosto 2022, da 250 milioni di euro, con cedola al 6,875%. Entrambi i titoli, i cui corsi sono crollati alla Borsa del Lussemburgo, sono soprattutto in mano a investitori istituzionali che stanno già organizzando un comitato di creditori: ma tra gli “scottati” ci sono anche molti risparmiatori che li avevano comprati per le loro alte cedole. Mentre gli advisor finanziari (Mediobanca e studio legale Trombone) analizzano le possibili mosse per risanare Cmc, il conto non tocca solo alle banche e agli azionisti: a tremare sono i suoi 6.900 dipendenti. Con i 10.500 di Astaldi, i 3mila di Condotte, il migliaio di Grandi Lavori Fincosit e i 500 di Tecnis la crisi colpisce 22mila addetti diretti e altre decine di migliaia nell’ indotto. Secondo un’ inchiesta del Sole 24 Ore, le difficoltà dei cinque operatori mettono a rischio cantieri del valore di 10 miliardi. Alla base non ci sono tuttavia solo l’ elevato rischio in Italia e in altri Paesi e l’ indebitamento eccessivo: ci sono soprattutto le nuove regole. Sebbene gli stanziamenti per opere pubbliche siano cresciuti l’ anno scorso del 23% e del 72% nell’ ultimo triennio, la spesa reale nel 2017 è però calata del 3%. Secondo il bilancio 2017 di Cmc “sul banco degli imputati c’ è il nuovo codice degli appalti che secondo l’ Ance (l’ Associazione delle imprese del settore, ndr), invece di rendere più veloci e trasparenti le procedure di gara nei lavori pubblici, avrebbe introdotto nuovi pesanti obblighi e appesantito quelli esistenti. Certo imporre che la gara sia la regola e la procedura negoziata l’ eccezione può sicuramente complicare le cose”. Ma tra le righe della richiesta di concordato preventivo di Grandi Lavori Fincosit emerge un’ altra spiegazione: tra le cause della crisi della società è indicato “l’ incremento dei tempi di definizione dei maggiori oneri sostenuti durante la fase produttiva per lavori aggiuntivi non contrattualizzati e altre cause, inseriti nei registri di contabilità quali riserve lavori, al sempre minor ricorso da parte degli enti appaltanti agli strumenti transattivi previsti dalla normativa inerente i lavori pubblici, con conseguente necessità di adire sempre più spesso le vie giudiziarie per ottenerne il riconoscimento”. Un tecnico che chiede di restare anonimo spiega così il giro di parole: prima della riforma, le imprese di costruzioni facevano utili non tanto sull’ opera appaltata ma sulle varianti (i “lavori aggiuntivi non contrattualizzati”), che progettavano da sé perché alle amministrazioni toccava solo depositare progetti di massima mentre ora devono farli di dettaglio o demandarli alle stazioni appaltanti che non sono decollate. Con la riforma, le varianti vanno ora comunicate all’ Autorità nazionale anticorruzione. Risultato: su questi lavori le imprese non guadagnano più “pronta cassa” e devono fare causa ai committenti, con tutti i rischi e i tempi biblici del caso. Nicola Borzi

04/12/2018 – Il Sole 24 Ore
Ferme o in bilico 27 grandi opere da 24 miliardi

IL RAPPORTO ANCE
Nel documento l’ allarme generale su opere bloccate burocrazia e ritardi infiniti
ROMA Sono 27 le grandi opere italiane di importo superiore a 100 milioni ferme, in bilico o congelate e valgono un investimento complessivo di 24,6 miliardi. Il monitoraggio stavolta lo ha fatto l’ Ance, l’ associazione nazionale dei costruttori, con il proprio sito sbloccantieri.it che ha per obiettivo censire a tutto campo le opere bloccate. Si va dalla gronda di Genova, che vale 5 miliardi, al completamento dell’ ospedale Morelli di Reggio Calabria che ne costa 114,9. Le grandi opere ferme sono concentrate maggiormente al Nord (si veda la mappa pubblicata in alto): 16 opere per un totale di 16 miliardi di euro di investimento. Questo spiega perché proprio dal “Nord produttivo” siano partite le contestazioni più dure al governo e la richiesta di un rilancio immediato dei cantieri bloccati. Il tema delle infrastrutture bloccate o a rilento non è certo una novità attribuibile solo a questo governo. E in effetti nella protesta delle imprese c’ è un allarme più generale, che va dalle leggi farraginose ai passaggi infiniti di approvazione delle opere dalla burocrazia infinita all’ eterna riprogrammazione delle priorità a seconda del colore politico si scagliano ora le imprese unite. Il grande male che tutti promettono e nessuno riesce a risolvere. Non c’ è dubbio, però, che il bersaglio delle imprese sia anche il governo attuale in modo puntuale. L’ accusa è quella di fare poco o nulla per la crescita, sia nella manovra, dove si tagliano gli incentivi per industria 4.0, sia proprio per le infrastrutture. Un governo che a parole vuole rilanciare gli investimenti pubblici ma poi si attarda nel fare per l’ ennesima volta l’ analisi alle singole opere. Con un conflitto interno fortissimo fra la Lega che le opere infrastrutturali vuole farle di corsa e i Cinque stelle che hanno nel proprio dna costitutivo movimenti come i “no Tav” capaci di orientare pesantemente il consenso pro o contro il Movimento nelle regioni dove operano. Un conflitto che genera paralisi quando le stesse ricette di politica economica del governo richiederebbero che sullo sblocco di grandi e piccole opere si corresse. Le opere ferme, per altro, non si trovano soltanto al nord perché anche nel centro-sud il monitoraggio Ance ha individuato numerose opere: quattro al centro per un investimento di 5,3 miliardi e sette nel Mezzogiorno per 3,1 miliardi di euro. L’ Ance calcola l’ effetto che produrrebbe uno sblocco di tutte le opere ferme: impatto sull’ economia (compreso l’ indotto) per 86 miliardi e 380mila posti di lavoro. L’ altro argomento che usa l’ Ance riguarda i fondi Ue per le infrastrutture prioritarie. L’ Italia si colloca al terzo posto, con un aiuto di 1,5 miliardi (su un investimento di 3,8), fra i paesi europei beneficiari dopo Germania e Francia. La Torino-Lione è la prima opera beneficiaria con 451 milioni. «Mettere in discussione il progetto – dice Ance – significa mettere a rischio i finanziamenti europei, oltre a rischiare una penale». © RIPRODUZIONE RISERVATA G.Sa.

04/12/2018 – Italia Oggi
Economia, imprese al governo: la nostra pazienza è al limite

Tremila imprenditori in rappresentanza di 12 organizzazioni a Torino per sollecitare l’esecutivo a rilanciare l’economia a partire dall’Alta velocità ferroviaria. Boccia (Confindustria): “Conte induca Salvini e Di Maio a tagliare due miliardi a testa da reddito di cittadinanza e pensioni a quota 100”

Le imprese mettono in mora il governo: la nostra pazienza è arrivata al limite. Tremila imprenditori sono arrivati ieri da tutta Italia a Torino per sollecitare l’esecutivo a rilanciare l’economia partendo dalle grandi opere, come il Tav. “Se siamo qui è perché la nostra pazienza è quasi limite, per mettere insieme 12 associazioni tra cui alcune concorrenti tra loro”, ha detto il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia prima dell’inizio della manifestazione per la Tav alle Ogr. “Se siamo qui tra artigiani, commercianti, cooperative, industriali, qualcuno si dovrebbe chiedere perché. La politica è una cosa troppo importante per lasciarla solo ai politici”. Presenti dodici associazioni d’impresa, che complessivamente rappresentano 13 milioni di lavoratori e oltre il 65% del Pil. All’incontro “Infrastrutture per lo sviluppo. Tav, l’Italia in Europa” hanno partecipato i presidenti di Confindustria, Cna, Casartigiani, Ance, Confapi, Confesercenti, Confagricoltura, Legacoop, Confartigianato, Confcooperative, Confcommercio e Agci. “Il messaggio è un chiaro sì alla Tav Torino-Lione, sì alle infrastrutture, sì alla crescita, perché le infrastrutture sono un’idea di società”, ha aggiunto Boccia. Il presidente dell’associazione di viale dell’Astronomia ha poi spiegato che la manovra di bilancio così come è stata concepita porterà l’Italia a subire una procedura di infrazione da parte dell’Ue e ha suggerito al premier Giuseppe Conte le dimissioni se non riuscirà a convincere i vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio a Boccia è arrivato a suggerire le dimissioni del premier Giuseppe Conte se non riuscirà a convincere i vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio a ridurre di 4 miliardi i costi di pensioni e reddito di cittadinanza. Il presidente di Cna, Daniele Vaccarino, ha invece insistito sulla necessità di realizzare le grandi opere già previste per rilanciare l’economia. “Senza infrastrutture non c’è crescita. Se ai segnali di rallentamento dell’economia si aggiunge il no alle infrastrutture, il rischio di avere una caduta di fiducia è grande”, ha osservato. Ancora più duro contro l’esecutivo Gabriele Buia, presidente di Ance: “Sono assurdi certi discorsi retrogradi del governo. Stiamo mettendo il nostro futuro in mano a gente che non ha cuore l’Italia”. “L’economia sta rallentando e questo per noi èmotivo di fortissima preoccupazione”, ha affermato Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio.

04/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Ponte Genova, Bucci sceglie la genovese Rina Consulting per il project management

A.A.

«Offerta più adeguata», il commissario avvia la negoziazione con una sola impresa. Nessuna indicazione sugli altri candidati

Il Commissario per la ricostruzione di Genova Marco Bucci ha scelta quella presentata da Rina Consulting Spa come la migliore offerta per i servizi di project & construction management relativi alla ricostruzione del Ponte, e con questa sola società ha avviato dal 30 novembre una negoziazione diretta per arrivare alla (eventuale) firma del contratto.
È invece ancora in corso, nel tardo pomeriggio del 3 dicembre, l’esame dei progetti presentati dalle imprese per progettazione e lavori di demolizione/ricostruzione del Ponte. Per entrambe le attività di valutazione Bucci è affiancato dalla commissione di espertinominata con il decreto numero 9.
La struttura commissariale non ha però rivelato – nonostante la nostra richiesta – quante e quali siano state le altre offerte presentata per questo incarico, alla scadenza del 26 novembre.
In particolare l’incarico consiste nel «coordinamento progettuale, direzione lavori, controllo qualità e supporto alla struttura commissariale nell’ambito dell’appalto o degli appalti pubblici dei lavori per la realizzazione, in estrema urgenza, di tutte le opere di demolizione e di costruzione necessarie al ripristino strutturale e funzionale del Viadotto Polcevera in Genova». Non sappiamo, neppure “a spanne”, il valore di questo incarico.
Bucci, nel decreto numero 11 del 30 novembre, spiega che la proposta di Rina Consulting presenta «la piena rispondenza rispetto alle specifiche tecniche approvate con il sopracitato decreto n. 7 di questo Commissario Straordinario, la disponibilità immediata sul posto delle strutture dirigenziali e delle risorse specializzate nel settore delle infrastrutture, la conoscenza del territorio e il rispetto dei tempi». E dunque viene «ritenuta la proposta più adeguata e idonea a garantire la tempestività della procedura, la massima efficacia ed efficienza dell’azione amministrativa».
Dunque via libera alla negoziazione con Rina Consulting. Il gruppo, con sede a Genova, svolge attività di certificazione e consulenza aziendale in molteplici campi, dal settore navale, all’energia, alle infrastrutture, dove è anche società di progettazione. Ha un fatturato (2017) di 70,9 milioni di euro, dato che la colloca al 6° posto tra le società di ingegneria in Italia (si veda la classifica). Ha circa 600 dipendenti stabili ma una rete di collaboratori fatta da 3.700 professionisti in 65 paesi, con 170 uffici operativi. Sia nel 2016 che nel 2017 ha chiuso il bilancio con risultato netto pari a circa lo 0,5% del valore della produzione. Nel 2017 ha effettuato un importante aumento di capitale, che ha portato il capitale sociale da 520mila euro a 20 milioni, con riserva da sovrapprezzo azioni da zero a 112,5 milioni.
AVviata la negoziazione diretta, nel frattempo il commissario Bucci ha ha chiesto l’informativa prefettizia antimafia nei confronti di Rina consulting spa mediante la procedura telematica SICEANT sul portale della Banca dati nazionale del Ministero dell’Interno.
Bucci ha nominato anche Michele Di Lecce come «collaboratore e consulente preordinato ad assicurare il rispetto del principio di legalità nell’espletamento delle procedure di competenza della Struttura commissariale per la tenuta dei rapporti con l’Autorità giudiziaria, il prefetto di Genova e l’Autorità nazionale anticorruzione». © RIPRODUZIONE RISERVATA

04/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Tav, sui valichi Italia-Svizzera il 70% delle merci va su ferro, verso la Francia solo il 7%

Alessandro Arona

Il volume su Frejus-Ventimiglia è di 44,1 tonnellate contro i 39 Italia-Svizzera. Verso l’Austria 80 milioni, il 28,5% su ferro

Il volume di merci transitate per i valichi tra Italia e Francia (Frejus, Monte Bianco e Ventimiglia, più alcuni valichi minori com Monginevro, Moncenisio, Tenda e Piccolo San Bernardo) è stato nel 2017 pari a 44,1 milioni di tonnellate, in crescita del 3,7% sul 2016 e del 14,8% rispetto al 2009, dato peggiore del periodo di crisi economica (38,4 milioni di tn), ma ancora al di sotto per l’8,3% al dato di picco del 2007. I traffici Italia-Svizzera (Gran San Bernardo, Sempione, Gottardo, San Bernardino, Reschen) sono stati lo scorso anno pari a 38,9 milioni di tonnellate, in calo del 3,7% sul 2016 ma comunque con un trend di ripresa rispetto al dato peggiore del 2008 (34,2 milioni), non lontano dal picco di 39,5 milioni del 2007.
I dati sembrano simili, con una prevalenza dei traffici con la Francia costante negli anni, pur con una forbice che si stringe e si allarga. Ma c’è un dato radicalmente diverso: sui valichi Italia-Francia le merci viaggiano quasi tutte su gomma, il 92,3% del totale, e solo il 7,7% sulla vecchia ferrovia del Frejus (quella fatta realizzare da Cavour e inaugurata nel 1854) . Nei traffici sui valichi Italia-Svizzera, invece, il 70% delle merci viaggia sui treni, e questa percentuale è destinata ad aumentare ancora dal 2021, in conseguenza dell’apertura al traffico del nuovo tunnel del Ceneri nel dicembre 2020, ultimo capitolo del piano infrastrutturale svizzero per nuove linee ferroviarie di valico denominato AlpTransit (i primi due nuovi tunnel, Lötschberg e Gottardo, sono stati inaugurati rispettivamente nel 2007 e giugno 2016).
La stragrande maggioranza dei traffici transalpini passano comunque attraverso i valichi tra Italia e Austria, un volume nel 2017 pari a 79,6 milioni di tonnellate di merci (di poco inferiore alla somma del traffico merci sui valichi con Francia e Svizzera messi insieme). Due terzi circa di questi traffici sono sul Brennero, il resto sul valico del Tarvisio..
Il 28,5% delle merci verso Austria/Germania va su ferro, sulla vecchia ferrovia del Brennero del 1867 (comunque tecnicamente più avanzata di quella del Frejus), anche grazie ai forti disincentivi alla gomma applicati in Austria.
Si tratta di dati della Commissione Europea, anticipati dall’Osservatorio tecnico della Torino-Lione di Paolo Foietta rispetto alla relazione annuale dell’Ufficio federale dei Trasporti (si veda il QUADERNO NUMERO 11, a pagina 41).
I traffici commerciali su gomma con la Francia si svolgono per circa la metà (19,5 milioni di tonellate l’anno su 40,7 ) sul valico litoraneo di Ventimiglia, il resto via Frejus (11,1 milioni tn), Monte Bianco (9,44 mln tn) e i valichi minori.
Il traffico su ferro con la Francia è sempre più marginale, negli ultimi venti anni ha perso circa il 70% dei volumi di merce: da 10,1 a 2,7 milioni di tonnellate sul Frejus e da 875mila a 672mila tonnellate a Ventimiglia (dati marginali).
Questo perché la linea storica Torino-Modane, in esercizio dal 1854, è oggi la tratta di valico più anziana e problematica delle Alpi, tant’è che progetti di nuova linea sono stati esposti all’Expo di Torino già nel 1911. I primi veri studi di fattibilità sono stati avviati però da Mitterand e Andreotti nel 1991.
La linea storica Torino-Modane (88 km) ha pendenze massime del 30%, una massa trasportabile via treno di 650 tonnellate al massimo, treni lunghi 550 metri, sagoma Pc 45.
Il progetto della nuova Torino-Lione (66 km, di cui 57 di galleria di base) ha una pendenza massima del 12%, massa trasportabile di 1.600/2.000 tonnellate, treni lunghi 750 metri, sagoma Pc 80 (tutti standard europei attuali).
I limiti della linea storica Torino-Modane la rendono arretrata anche rispetto ad altre linee storiche, come quella del Brennero, e questo spiega il crollo dei traffici su ferro Italia-Francia negli ultimi venti anni,mentre i traffici Italia-Francia su gomma crescevano e così quelli su ferro Italia-Svizzera.
D’altra parte la linea costiera di Ventimiglia – osserva il Quaderno 11 dell’Osservatorio – è anch’essa afflitta da limiti strutturali e comunque satura di traffico passeggeri.
Secondo le stime del professor Roberto Zucchetti del CERTeT Bocconi (capitolo 2 del Quaderno 11) anche in uno scenario di bassa crescita economica gli scambi Italia-Francia sui valichi dovrebbero salire dalle attuali 44,1 milioni di tonnellate a 53 mln nel 2030 e 63 milioni nel 2060. Se poi immaginassimo uno scenario di crescita sostenuta (+1,8% annuo del Pil, con anni di crisi) le merci salirebbero a 61 milioni già nel 2030.
Anche con bassa crescita, dunque, le attuali infrastrutture sarebbero insufficienti ad accogliere altro traffico (anche le autostrade sono sature), dunque se non si realizzasse la Torino-Lione ferroviaria bisognerebbe immaginare un potenziamento delle autostrade. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

04/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Intervento. Commissari di gara, troppo pochi gli iscritti all’albo Anac: dal 15 gennaio appalti a rischio blocco

Pierluigi Piselli (*)

«Necessario un intervento dell’Autorità per meglio cadenzare l’entrata in vigore della previsione e definirne modalità di applicazione più funzionali»

L’attuale dibattito sull’efficacia della soft law nel settore della contrattualistica pubblica rischia – a breve – di arricchirsi di un ulteriore caso concreto che, se non corretto in tempo, potrebbe determinare un sostanziale blocco delle gare d’appalto.

Al pesante calo delle gare d’appalto (oltre il 40%) che si sta già registrando a causa dell’obbligo per le Pa di effettuare comunicazioni solo per posta elettronica (da cui consegue la necessità di effettuare le procedure concorsuali attraverso una piattaforma telematica), si dovrebbe aggiungere il sistema di estrazione a sorte dei commissari di gara, di cui agli articoli 77 e 78 del codice dei contratti e della linea guida n. 5(delibera 648 del 18 luglio 2018) con cui sono state diramate le istruzioni operative per l’iscrizione all’Albo dei Commissari.
Bisogna però dire che, l’entrata in vigore dell’Albo dei commissari – fissata per il 15 gennaio 2019 – non deriva direttamente dall’articolo 216 c.12 del Codice (quindi non è dipesa dal legislatore), ma da provvedimenti dell’Anac. Tali provvedimenti hanno regolato la fase transitoria in attesa dell’entrata in vigore dell’Albo dei commissari.

In particolare, con la linea guida n. 5 (Punto n. 1.2) del 10 gennaio 2018, si prevede che «l’Autorità con ulteriori linee guida disciplini i termini del periodo transitorio da cui scatta l’obbligo del ricorso all’Albo».

Quindi, con la delibera 648 del 18 luglio 2018 (che per la precisione non è formalmente una linea guida, ma un Comunicato del Presidente dell’Anac) si prevede che «ai fini dell’estrazione degli esperti, l’Albo è operativo, per le procedure di affidamento delle quali i bandi e gli avvisi prevedono termini di scadenza della presentazione dell’offerte a partire, dal 15 gennaio 2019».

Ne deriva che per tutte le gare in cui viene prevista l’offerta economicamente più vantaggiosa e nelle quali il termine per la presentazione dell’offerta sia successivo al 15 gennaio 2019, le stazioni appaltanti dovranno obbligatoriamente attingere da tale Albo sia per la nomina dei commissari di gara sia per la nomina del presidente di commissione.
Questo vale per tutti gli appalti di lavori superiori a 1 milione di euro, nonché per i servizi e le forniture superiori alla soglia comunitaria.

Occorre osservare, peraltro, come, ad oggi, facendo delle ricerche sul portale dell’Anac siano riscontrate circa 1.100 iscrizioni nell’Albo dei commissari, un numero che appare palesemente insufficiente a fronteggiare le esigenze delle varie amministrazioni su tutto il territorio nazionale (si possono in media calcolare un numero di gare mensili di oltre 500, con almeno tre componenti la commissione di gara: quindi 1500 commissari al mese!). E ciò, senza neppure considerare le iscrizioni di soggetti non effettivamente interessati o, ancora peggio, che – spaventati dalle responsabilità – decidano di non accettare l’incarico!

Se si aggiungono anche: le inevitabili e fisiologiche lungaggini conseguenti alla richiesta da parte delle amministrazioni all’Anac; il tempo di risposta di quest’ultima; la necessaria effettuazione del sorteggio; il recapito dell’invito ai commissari sorteggiati; la fissazione delle date per i diversi incontri della commissioni di gara, ecc., ben si comprende come il pericolo di totale blocco sia oggettivo e reale.

Ma v’è di più!

Occorre anche prendere in considerazione che, in questo modo si introduce nel procedimento di scelta del contraente un subprocedimento legato alla scelta dei commissari di gara, con tutte le conseguenze anche in tema di ricorsi davanti al giudice amministrativo e di contestazioni che possono ripercuotersi anche sulle procedure di aggiudicazione.
Appare evidente, allora, la delicatezza del tema.

Evidentemente, chi ha ipotizzato questo meccanismo ha preso in considerazione soltanto i sacrosanti principi dell’anticorruzione senza preoccuparsi delle negative ricadute di tale regolamentazione sul sistema degli appalti. Ancora una volta, sorge la domanda se sia corretto e possibile sacrificare il sistema produttivo del Paese in nome dell’esigenza di combattere la corruzione, o se non vi siano, quanto meno, strumenti che valorizzino l’operato e l’efficacia della pubblica amministrazione non corrotta, vale a dire la gran parte della stessa.

Tornando alla scadenza del 15 gennaio 2019, siamo ancora in tempo per intervenire ed evitare i pericoli di blocco dell’attività. Auspichiamo, pertanto, che l’Anac intervenga con immediatezza per meglio cadenzare l’entrata in vigore della previsione e definirne modalità di applicazione più funzionali.

Questo non significherebbe affatto perdere autorevolezza ed efficacia nell’azione da parte dell’Anac, ma al contrario, evitando il blocco delle gare, porterebbe ad un incremento della fiducia di tutti gli operatori nel suo ruolo istituzionale di reale controllo.
(*) Founding Partners Studio Legale Piselli & Partners

© RIPRODUZIONE RISERVATA

04/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Appalti, nel decreto semplificazioni le prime correzioni: più facili le gare sottosoglia

Carmine Fotina e Giorgio Santilli

Nel decreto che andrà in Consiglio dei ministri questa settimana l’alleggerimento delle procedure di gara sotto i 5,5 milioni

Sarà necessariamente una risposta interlocutoria quella che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, darà domani sulla Torino-Lione ai comitati «Si Tav», invitati a Palazzo Chigi dopo la manifestazione di Torino. Inevitabile per il governo attendere l’analisi costi-benefici commissionata dal ministro delle Infrastrutture Toninelli in stretto raccordo con ilvicepremier Di Maio e attesa per la fine del mese. Al tempo stesso il premier vorrà rimarcare come il suo governo lavora per la crescita, per gli investimenti e per il rilancio delle infrastrutture piccole e grandi. Per dare credibilità a questa posizione Conte non si limiterà a promettere qualche norma aggiuntiva nella legge di bilancio e a ricordare i 15 miliardi in più già stanziati in quel provvedimento. Annuncerà lo sblocco del terzo valico Genova-Milano, prima opera per cui arriva la “pagella” dei tecnici, e la riapprovazione nel Consiglio dei ministri di mercoledì o giovedì di un decreto legge semplificazioni potenziato. In particolare, nel decreto è stato inserita la prima tranche della riforma del codice degli appalti, che modifica e alleggerisce le procedure di gara per le piccole opere «sottosoglia», quindi inferiori ai 5 milioni di euro. Nella stessa riunione del governo dovrebbe essere varato il disegno di legge delega che rimette mano complessivamente al codice degli appalti varato dal governo Renzi e correttto già una volta dal governo Gentiloni. Una profonda riforma del codice appalti è quello che chiedono anche le imprese.

Dopo due mesi nel “congelatore” riapproderà dunque questa settimana (forse già domani) al consiglio dei ministri il decreto semplificazioni che era stato approvato «salvo intese» lo scorso 15 ottobre. Tra le novità, rispetto alle norme già annunciate, c’è la proroga per il rimborso del prestito Alitalia (nel termine di 30 giorni dal completamento della cessione degli asset). Ma c’è anche l’abolizione del Sistri, il sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti. Non ci saranno nuove proroghe della concessione ai privati e si studia un sistema la cui gestione sarà effettuata direttamente dal ministero dell’Ambiente. Fino alla definizione del nuovo sistema, dal 1° gennaio 2019 i soggetti su cui ricade l’obbligo potranno usare il tradizionale metodo “cartaceo” oppure la modalità telematica consentita in base al Codice dell’amministrazione digitale. Spunta anche la modifica alle norme sull’esecuzione immobiliare per proteggere dal pignoramento degli immobili gli imprenditori in crisi a causa di crediti non saldati dalla Pubblica amministrazione. Confermate le altre misure: dai 50 milioni al Fondo di garanzia a difesa proprio degli imprenditori che hanno crediti con la Pa, alle nuove semplificazioni per le startup, alla validità giuridica per la tecnologia blockchain. Non c’è invece – almeno secondo le ultime bozze – la norma sull’Rc auto “equa” fortemente voluta dai Cinque Stelle e dal ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio per ridurre i costi soprattutto nelle aree del Sud più penalizzate. Finora avrebbe pesato il secco “no” della Lega.

Sul fronte lavoro, in bilico le due norme che “correggono” il decreto dignità. Con la prima si prova a dare maggior peso alla contrattazione nazionale nel gestire le causali che sono tornate obbligatorie nei contratti a termine. Con la seconda, si era ipotizzata la cancellazione del contributo aggiuntivo, 0,5%, in caso di rinnovi dei contratti interinali e stagionali. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

04/12/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Pedemontana Lombarda, si riapre la partita del completamento e spunta l’interesse dei fondi cinesi

Sara Monaci

Disponibilità di 11 operatori tra costruttori e banche in forma singola o aggregata. Si tratta di una «consultazione di mercato»

Per completare la Pedemontana lombarda, che aspetta di essere costruita da oltre 20 anni, hanno bussato alla porta della società autostradale (controllata tramite Serravalle dalla Regione Lombardia) 11 operatori, tra costruttori e banche, in forma singola o aggregata. E, sorpresa, ci sarebbero anche gruppi cinesi e uno spagnolo, più alcune delle società più note in Italia.

Al momento si tratta di un primo preliminare interesse, tecnicamente una “consultazione di mercato”, non vincolante, utile per capire che tipo di bando sarà possibile fare e eventualmente con che tempi.

Pure le principali banche sarebbero interessate, dimostrando di voler completare un’opera che per ora è a meno di un terzo del suo tracciato complessivo (20 chilometri circa su 70, dalla provincia di Varese a quella di Bergamo) e per la quale hanno già fatto almeno 200 milioni di prestiti.

La valutazione di Pedemontana è di 5 miliardi compresi gli oneri finanziari. Il primo tratto, quello già realizzato fino allo svincolo di Lomazzo, ha già assorbito oltre 800 milioni del miliardo e 200 milioni di fondi pubblici stanziati per l’opera. A questi si aggiungono 450 milioni tra equity versato dai soci e prestito subordinato da parte di Serravalle, e, appunto, altri 200 milioni di prestito ponte delle banche. L’opera inoltre ha beneficiato di una defiscalizzazione da 350 milioni.

Il piano finanziario e industriale dell’opera completa ancora non c’è, ma è chiaro che a questo punto dovrà essere in qualche modo portata a termine, considerando l’esborso di denaro già effettuato. Ai tempi di Roberto Maroni governatore si era inoltre ipotizzato un passo finanziario in più: l’accantonamento di un fondo di garanzia da 450 milioni da parte della Regione Lombardia per il periodo 2021-2041, utile nel caso in cui il traffico non fosse stato sufficiente a coprire i costi.

Il presidente della Pedemontana lombarda Andrea Mentasti si dice soddisfatto: «Hanno manifestato interesse operatori di primaria importanza sia dal mondo delle costruzioni sia da quello finanziario. La società fornirà a ogni singolo partecipante tutte le informazioni sul processo di realizzazione dell’opera e del suo finanziamento, cercando inoltre di ottenere da ciascun soggetto ogni indicazione utile per ottimizzare il funzionamento dell’iniziativa».

Il nodo Strabag

A bloccare l’opera ormai non sono solo i conti che non tornano, perché se è vero che manca un piano industriale e finanziario, è altrettanto vero che forse qualche operatore sarebbe disposto a investire (forse anche ipotizzando un’ingresso societario). Il vero ostacolo che ha posto un freno ai lavori è il contenzioso con la società di costruzioni austriaca Strabag. Aveva vinto la costruzione del secondo lotto, per 1,7 miliardi, con base d’asta a 2,1 miliardi. L’opera non è mai partita per via degli extra costi che Strabag ha chiesto ma che la società non ha mai riconosciuto (tutto nasce dalla valutazione della qualità dei terreni, che per Strabag andavano trattati per 300 milioni in più rispetto a quanto preventivato, mentre per Pedemontana tutto era già indicato nel bando).

Alla fine, dopo un lungo tira e molla sui costi, Pedemontana ha risolto il contratto lo scorso settembre, pensando fosse meglio trovare un altro operatore. Strabag ha però fatto causa e ora il Tribunale delle imprese di Milano dovrà esprimersi. In ballo c’è anche l’escussione per Pedemontana di una fideiussione monstre, da 260 milioni.

Come uscire dall’impasse che si è creata con Strabag non è cosa semplice da immaginare. Anche ipotizzando un accordo tra le parti, gli scenari che si possono aprire potrebbero creare vari problemi: se a Strabag fosse riconosciuto un danno economico, andrebbe conteggiato nella tariffa stradale? E se invece fosse riattivato il contratto oggi risolto, gli altri concorrenti potrebbero fare ricorso?

La decisione del giudice è attesa a breve. A poco sono serviti evidentemente gli incontri che i vertici di Strabag hanno fatto riservatamente con i due governatori della Lombardia, prima Maroni e oggi Attilio Fontana. © RIPRODUZIONE RISERVATA