Rassegna stampa 30 novembre 2018

30/11/2018 – Il Sole 24 Ore

Impennata nel 2021 a 46 miliardi

il piano del governo
Ma l’ Upb: se non ci fossero gli effetti sperati, più lontano il +1,5% di crescita
La svolta, nelle intenzioni programmatiche del Governo, dovrebbe partire dal prossimo anno. Rispetto agli investimenti pubblici effettivamente realizzati finora, si punta a una notevole accelerazione che dovrebbe accrescerne l’ incidenza dall’ 1,9% del Pil del 2018 al 2,3% del 2021. Potenziando gli interventi, si passerebbe dai 33 miliardi del 2018 ai 38,3 del 2019. Poi l’ impennata a 42,4 miliardi nel 2020 e a circa 46 miliardi nel 2021. È un obiettivo pienamente condivisibile, considerata la rilevanza strategica e l’ effetto moltiplicatore in termini di incremento della domanda aggregata, connessa a una nuova tranche di investimenti pubblici, soprattutto in infrastrutture. Obiettivo che pare al tempo stesso alquanto ambizioso se lo si confronta con quanto realizzato finora a consuntivo. Il Governo punta in via prioritaria a rimuovere gli ostacoli che hanno rappresentato finora un freno, anche attraverso la revisione del codice degli appalti, ma si tratta evidentemente di una scommessa. Non a caso, l’ Ufficio parlamentare di Bilancio ha rilevato come questo elemento rappresenti uno dei rischi di revisione verso il basso della stima delineata nel quadro programmatico di una crescita all’ 1,5% nel 2019. Il caso della Tav non va in controtendenza rispetto a tali ambiziosi obiettivi? La serie storica è poco incoraggiante. Rispetto al livello degli investimenti pubblici programmati nel 2017 (38,4 miliardi) si registra nella programmazione annuale successiva un lento decremento, con una variazione negativa a consuntivo di 5,3 miliardi. Il che vuol dire che quanto programmato non si riesce a spendere per somme consistenti. Di certo non mancano le risorse, tanto che il Fondo investimenti, inserito nella manovra per il 2017 per consentire una programmazione di lunga durata di molte spese in conto capitale, prevede un complesso di stanziamenti fino al 2032 per 47,1 miliardi. L’ elenco è nutrito: infrastrutture di comunicazione (20,4 miliardi), investimenti in ricerca (2 miliardi), infrastrutture per la sicurezza dei cittadini (7,6 miliardi), sicurezza nazionale e alta tecnologia (12,8 miliardi),e sostegno della competitività e delle esportazioni (1,7 miliardi). Ora con la legge di Bilancio si prevede di concentrare 15 miliardi nel prossimo triennio. Il problema ancora una volta è realizzarli pienamente. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Dino Pesole

30/11/2018 – Il Sole 24 Ore

Sblocca debiti Pa da 15 miliardi

emendamenti in manovra
Anticipazione Cdp ai sindaci ma il governo punta anche a Regioni e ministeri
Un raddoppio dell’ anticipazione di liquidità ai sindaci, che passa da Cdp e può muovere fino a 15 miliardi per il pagamento delle fatture arretrate. E una riedizione dello sblocca-debiti, sempre attraverso la Cassa, che punta a liberare fino a 20 miliardi negli altri comparti della Pa. Le novità puntano alla legge di bilancio, probabilmente al Senato visti i tempi stretti. Il ritorno delle anticipazioni guarda prima di tutto agli enti territoriali, perché sono loro ad avere la fila più lunga di creditori alle porte. Ma il sistema dei pagamenti pubblici è una catena, e spesso la cassa nei Comuni langue anche perché sono i fondi ministeriali a farsi attendere. Solo ieri, per esempio, è stato dato il via libera all’ ultima rata, circa 1,2 miliardi, del fondo di solidarietà comunale. Il raddoppio dell’ anticipazione ai sindaci fa parte di un ricco pacchetto su cui ieri governo e Comuni hanno trovato l’ intesa in Conferenza Stato-Città. In pratica, oltre a chiedere al loro tesoriere un’ anticipazione fino a 3/12 delle loro entrate, come da regole ordinarie, gli enti potranno ottenere dalla Cdp una quota equivalente: 1/12 delle entrate vale 5,1 miliardi, per cui la mossa può sbloccarne fino a 15,3. Sul tavolo della Conferenza, che ha dato il via libera al Viminale per il decreto sui fondi 2019, ci sono state una serie di partite aperte dalla veste tecnica ma dalla sostanza pratica: circa 1,3 miliardi di stretta lamentata dai sindaci sulla spesa corrente, dimezzati dall’ intesa. Anche perché sono numeri “pericolosi” nell’ anno che vedrà lo sblocco del fisco locale. Proprio questo aspetto complica la strada dell’ Imu unificata, che potrebbe trasformarsi in un ordine del giorno in attesa di capire come evitare il rischio aumenti (Il Sole 24 Ore di domenica). «In Conferenza abbiamo fatto un ottimo lavoro», riassume la sottosegretaria al Mef Laura Castelli rivendicando «un cambio di rotta» sulla finanza locale. Il primo impegno è a evitare l’ aumento del 10% degli accantonamenti per coprire i buchi della riscossione. Il vincolo rimarrebbe al 75% dei mancati incassi, con base di calcolo ristretta da cinque a tre anni, liberando 440 milioni. Un altro freno arriva per i fabbisogni standard: continueranno a distribuire il 45% dei fondo , ma con i criteri aggiornati. Torna poi in campo il «fondo Tasi», nato nel 2014 per far quadrare i conti in 1.800 Comuni in uno dei tanti cambi di veste del fisco sul mattone. Scende dai 300 milioni di quest’ anno ai 190 del 2019, ma sarà confermato nel 2020; dal 2021 il governo ha promesso un pacchetto da 500 milioni e l’ obiettivo è di stabilizzare il meccanismo fino al 2033. I soldi dovrebbero arrivare dalla quota non distribuita del fondo investimenti. Nessuna apertura, invece, sui 563 milioni di taglio annuale imposto dalla spending del 2014 in scadenza a fine anno. Per questa ragione il presidente Anci Antonio Decaro riconosce i «passi avanti», ma li definisce «parziali». gianni.trovati@ilsole24ore.com © RIPRODUZIONE RISERVATA. Gianni Trovati

30/11/2018 – Italia Oggi
Il codice degli appalti innesta la retromarcia

I risultati della consultazione pubblica, con 2 mila contributi
Abrogare la soft law (ripristinando il regolamento di attuazione del codice), l’ avvalimento, il rito «super speciale» per la definizione dei ricorsi, e modificare la disciplina sui criteri di aggiudicazione. Sono questi i punti largamente condivisi da dipendenti pubblici e soggetti privati che hanno partecipato alla consultazione pubblica avviata l’ estate scorsa dal Ministero delle infrastrutture in merito alle possibili linee di riforma del codice dei contratti pubblici. La consultazione era finalizzata ad individuare modifiche in grado di assicurare l’ efficienza del sistema in un’ ottica di semplificazione del quadro normativo, assicurandone la chiarezza ed eliminandone le criticità anche sul piano applicativo. La consultazione ha coinvolto amministrazioni, associazioni di categoria, privati, liberi professionisti, è stato quello di ascoltare la pluralità di voci degli stakeholders ai fini di una meditata riforma dello stesso Codice. Durante il mese di consultazione – ha reso noto il Ministero – sono stati inseriti 1908 contributi, con una media di 58 contributi al giorno, calcolata sull’ intero periodo. La maggior parte di coloro che hanno partecipato (il 56,76%) sono dipendenti di aziende private e imprenditori individuali. Ma di rilievo è stata anche la partecipazione delle amministrazioni, soprattutto responsabili del procedimento e tecnici di enti locali, che con il 30,08% di contributi, hanno mostrato interesse per alcuni temi, tra cui vale la pena di segnalare il contenuto dell’ art. 113 sugli incentivi per le funzioni tecniche, di cui è stato chiesto il ripristino per le attività di progettazione. In particolare i temi predefiniti che hanno destato il maggior interesse tra chi ha partecipato alla consultazione, con richieste di modifica, sono stati: il subappalto (molto gettonata la richiesta di eliminazione della terna dei subappaltatori), i criteri di aggiudicazione, la disciplina dell’ anomalia, i dati oggetto di pubblicazione e i termini di decorrenza anche ai fini dell’ impugnativa, la nomina e i requisiti del Rup e i motivi di esclusione. Sono inoltre arrivate diverse richieste di superamento degli istituti della soft law, con una sostanziale richiesta di superamento dell’ esperienza che avrebbe determinato incertezza e instabilità del quadro normativo, del cosiddetto rito super speciale, ritenuto inidoneo sul piano processuale a raggiungere l’ obiettivo di deflazionare il contenzioso, e dell’ avvalimento, per evitare che imprese non adeguatamente qualificate partecipino alle gare. Richieste di modifica sono giunte, tra le altre cose, anche in merito all’ elenco delle stazioni appaltanti qualificate; all’ appalto integrato; al rating d’ impresa, e ai costi della manodopera. Il Ministero ha precisato che «l’ ascolto delle istanze pervenute in sede di consultazione è non un punto d’ arrivo, ma un punto di partenza, per un efficace intervento riformatore del Codice dei contratti pubblici». Intanto prende sempre più corpo la voce che alla Presidenza del Consiglio sia già pronta una bozza di decreto-legge con alcune prime modifiche al codice. © Riproduzione riservata. ANDREA MASCOLINI

30/11/2018 – Italia Oggi
Appalti, nei subentri serve un piano di compatibilità

Parere Cds contrario alle linee guida Anac sulle clausole sociali
Quando un’ impresa subentra a un’ altra in un contratto di appalto, l’ appaltatore uscente deve mettere a disposizione, in modo completo e trasparente, le informazioni sul costo del personale; è sempre necessario predisporre un «piano di compatibilità» o un «progetto di assorbimento». Sono queste alcune delle indicazioni che fornisce all’ Anac il Consiglio di stato parere (21 novembre 2018, n. 2703) rispetto alle linee guida (non vincolanti) in materia di clausole sociali, previste dall’ art. 50 del codice dei contratti pubblici, messe in consultazione prima dell’ estate scorsa. Si tratta delle linee guida sugli affidamenti dei contratti di concessione e di appalto di lavori e servizi diversi da quelli aventi natura intellettuale, con particolare riguardo a quelli relativi a contratti ad alta intensità di manodopera (più del 50% dell’ importo del contratto), per promuovere la stabilità occupazionale del personale impiegato; per questi casi si prevede l’ applicazione da parte dell’ aggiudicatario, dei contratti collettivi di settore di cui all’ articolo 51 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81. Con il parere, di carattere «semplicemente interpretativo», i magistrati della sezione consultiva premettono di non condividere la scelta compiuta dall’ Anac di trattare nelle linee guida le «clausole sociali» e le «clausole sociali diverse» perché «solleverebbero problematiche a sé stanti, il cui rilievo richiederebbe, se mai, di predisporre linee guida ad esse specificamente dedicate». Da qui la richiesta di espungere dalla bozza l’ intero capitolo 6 intitolato «le clausole sociali diverse dal riassorbimento del personale» e di mantenere soltanto il rinvio generale alla loro liceità e possibilità. Nel merito, il parere ha precisato innanzitutto che occorre eliminare «l’ asimmetria informativa fra i potenziali imprenditori entranti, l’ imprenditore entrante e l’ imprenditore uscente, che è titolare, nell’ ambito che interessa, di una posizione dominante, o comunque di vantaggio informativo». L’ obiettivo è mettere in condizione il concorrente di essere nella stessa condizione dell’ appaltatore uscente cosicché il primo possa formulare una «offerta sostenibile». Se poi l’ impresa uscente non mettesse a disposizione (anche tramite la stazione appaltante) tutte le informazioni questo comportamento potrebbe costituire anche «grave errore professionale». Ottenute le informazioni il Consiglio di stato ha prescritto che i concorrenti predispongano un «piano di compatibilità o progetto di assorbimento» dal quale si evinca come «concretamente l’ offerente intenda rispettare la clausola sociale, o, detto altrimenti, spiegare come e in che limiti la clausola sia compatibile con l’ organizzazione aziendale da lui prescelta». Nel parere si suggerisce alle stazioni appaltanti anche di valutare questi piani «assegnando tendenzialmente un punteggio maggiore, per tale profilo, all’ offerta che maggiormente realizzi i fini cui la clausola tende». Rispetto al rapporto fra clausola sociale e contratti collettivi il parere ha precisato che se una impresa non ha firmato il Ccnl deve applicare la clausola sociale, ma se lo ha firmato dovrà invece applicare la clausola sociale prevista nel contratto. © Riproduzione riservata.

01/12/2018 – Corriere della Sera
Appalti, in un mese persi 181 milioni

Con l’ obbligo delle gare online bandi in calo del 40%. La piattaforma di Asmel per i Comuni
ROMA Il terzo trimestre è andato male per l’ economia italiana. Ma ci sono segnali negativi anche per l’ ultima parte di questo 2018. Si è accesa una lucina rossa alla voce gare bandite dalle stazioni appaltanti sparse sul territorio italiano, quelle di Comuni e Regioni che rappresentano un po’ lo scheletro degli investimenti fatti nel nostro Paese. Dal 18 ottobre sono entrate in vigore nuove regole che rendono obbligatorie le gare online. Le offerte non vanno più inviate in busta chiusa. Il tutto viene fatto attraverso una piattaforma telematica anche per evitare che le offerte vengano ritoccate ex post o altri trucchi del ramo. Una riforma fatta con le migliori intenzioni. Ma che almeno per il momento ha avuto un effetto negativo. Nel primo mese di applicazione delle nuove regole il numero dei bandi pubblicati sulla Gazzetta ufficiale è crollato del 40%. Erano 570 sono scesi a 336. Non è solo una questione di statistica. La perdita stimata, considerato che il valore medio per questo tipo di gara è di 774 mila euro, ammonta a 181 milioni di euro. In un solo mese. Se la stessa tendenza dovesse reggere per un anno intero, per dire, il costo supererebbe i 2 miliardi di euro. Vale a dire più dello 0,1% del Pil, il prodotto interno lordo. Non poco per un Paese che in queste settimane ha intavolato una difficile trattativa con Bruxelles proprio sullo zero virgola. Qualcuno sostiene che si tratti solo di una sindrome da adattamento. Ogni volta che negli appalti si cambiano le regole c’ è un impatto negativo che poi può essere assorbito quando gli operatori si abituano al nuovo sistema. Era accaduto due anni fa per il codice degli appalti, che in realtà continua tuttora a frenare gli investimenti almeno secondo gli operatori del settore. Ma nel momento in cui rispunta il segno meno davanti al Pil, la sindrome da adattamento è un lusso che non ci possiamo permettere. Per provare a risolvere la situazione l’ Anci, l’ associazione dei Comuni, aveva chiesto un rinvio delle gare telematiche. Ma ormai siamo partiti. E allora una mano prova a darla Asmel, l’ Associazione per la sussidiarietà e la modernizzazione degli enti locali che unisce 2.400 enti locali. L’ associazione ha messo a disposizione di tutti i Comuni una piattaforma per le gare telematiche. Dice il segretario Francesco Pinto: «Vogliamo sostenere l’ introduzione delle gare on line che portano modernizzazione, semplificazione e risparmi fino al 10%». Il tempo ci dirà se è solo sindrome da adattamento. O se, per tentare una rima, è un altro segnale di rallentamento. Lorenzo Salvia

01/12/2018 – La Repubblica
Il piano Cdp rimette ordine su enti, partecipate ed export

Capitalismo di Stato
Circa 100 miliardi di risorse fino al 2021 per rafforzare Pmi e amministrazioni locali
MILANO Il piano della Cassa depositi e prestiti al 2021 poggia su tre pilastri operativi: finanziare meglio enti locali e infrastrutture, decentrando servizi e competenze; sostenere meglio l’ export delle Pmi; riordinare le partecipazioni azionarie. Li affiancano tre puntelli strategici: la centralità delle ” società rete” nei pagamenti ( Sia) e nella banda larga (con Tim); un supporto più esteso alle startup tecnologiche, con una Sgr dedicata che coordini gli investimenti su queste, e certo piacerà a Davide Casaleggio; la valorizzazione di un patrimonio immobiliare ingente ma finora quasi inerte. Alla voce “fuochi d’ artificio” del tipo che piace alla politica sembra per ora non esserci nulla: dietro le quinte gli addetti descrivono l’ ad Fabrizio Palermo e il presidente Massimo Tononi come indaffarati a rammentare i vincoli dello statuto Cdp ai membri della maggioranza più estrosi, che vorrebbero sguardi di attenzione sui dossier caldi Alitalia, Mps-banca di sistema o altro. Quando non ci pensano i vertici glielo rammentano le Fondazioni bancarie, azioniste della Cassa al 16%, come precondizione per tenerne il fardello fuori dal perimetro dei conti pubblici. Il nuovo piano industriale messo a punto con Mc Kinsey, che mercoledì sarà presentato a Roma dopo il cda, si incardina sugli assunti gemelli di riordinare i 419 miliardi di euro di attivi – stressati da tanti cambi di governo e missione – e di ripristinare competenze pubbliche nei territori dove la Cassa opera. Anche se ogni volta gli input si somigliano per “l’ istituto di promozione nazionale”: avere un ruolo il più possibile incisivo a supporto dell’ economia, mobilitando più risorse (e risolvendo più grane) possibili. Tradotto in numeri, dal vertice Cdp insediato da quattro mesi ci si attendono almeno un centinaio di miliardi di euro di “risorse mobilitate” tra il 2019 e il 2021. La marcia del precedente tandem, nominato da Matteo Renzi, con Fabio Gallia ad e Claudio Costamagna presidente, stimava di mobilitare in media 32 miliardi l’ anno e ha tenuto la marcia fino al primo semestre 2018. Quando, complice la frenata congiunturale e le settimane d’ incertezza servite a fare prima il governo, poi il nuovo consiglio della spa che indirizza il risparmio postale, i miliardi sono stati solo 12,8. Ravvivare l’ attività non sarà facile, anche perché i dati macro mostrano un Paese vicino alla terza recessione decennale. Il nuovo cda targato Lega- M5s ci proverà puntando sul decentramento intelligente dei servizi: si ritiene fondamentale svecchiare la prassi un po’ burocratica con cui Cdp passa decine di miliardi raccolti negli sportelli di Poste alle amministrazioni locali, spesso senza valutare il merito di credito. Servirà, per farlo, dotare comuni e province di competenze tecniche, arruolando professionalità che aiutino a stendere bandi e progetti, anche facendo leva sulle sedi locali di Cdp e Sace. Proprio Sace, la controllata che assicura il credito all’ esportazione, starà nel secondo focus del piano: ampliare il sostegno all’ export per le Pmi, tramite un migliore coordinamento con Simest, altra controllata che gestisce le assegnazioni del credito agevolato a chi esporta, e con la stessa Cdp che eroga altri crediti all’ export insieme alle banche. Una triplice filiera che spesso confonde le Pmi, a favore delle quali si sta studiando un’ interfaccia unica con funzionari dedicati. Un «acceleratore per le infrastrutture » , nuova unità di Cdp che in un partenariato pubblico-privato ne promuova la realizzazione, specie «nei settori critici come acqua, rifiuti e trasporto pubblico locale » . Nel filone rientrano i sei piani di riqualificazione urbana allo studio per Genova, Torino, Venezia, Roma, Napoli, Palermo. Il terzo pilastro riguarda il riassetto di partecipazioni e fondi di investimento che dopo anni di blitz “di sistema” (come Saipem, Tim, Open Fiber) o di altri interventi per favorire la nascita di campioni nazionali (è il caso di Sia, Terna, Snam) si trovano dislocati su più livelli e contenitori della catena societaria Cdp. Un arruffamento poco efficiente, che il management cerca di mitigare riordinando decine di quote societarie per settori, reti, filiere industriali. © RIPRODUZIONE RISERVATA Il nuovo vertice Il vertice della Cassa Depositi è stato nominato il 24 luglio dal governo Conte. Il presidente (sopra), espresso dalle Fondazioni, è l’ ex banchiere Massimo Tononi. L’ ad (sotto) è l’ ex direttore finanziario Fabrizio Palermo. ANDREA GRECO

02/12/2018 – Il Messaggero
Così il piano investimenti partirà da ponti e gallerie

Il rilancio dell’ economia
Per accelerare la crescita il governo punta alla leva degli eventi eccezionali Ma restano 140 miliardi da sbloccare oltre ai 15 aggiuntivi nei prossimi 3 anni
IL FOCUS ROMA Ci sono dei numeri che più di tutti tormentano il governo. A ben vedere ben più del famoso 2,4% di deficit/pil, ormai famoso per la trattativa con Bruxelles sulla manovra. Sono i numeri degli investimenti pubblici che il governo giallo-verde riuscirà davvero a sbloccare. Perchè è sul quel volano della crescita che si giocherà la credibilità di questo esecutivo. Lo sa bene il ministro degli Affari europei, Paolo Savona, che ha rilanciato proprio dalle pagine del Messaggero quella rotta necessaria verso gli investimenti pubblici, ma anche privati. Il nodo da sciogliere è semplice, almeno in apparenza. Le risorse ci sono, ma sono bloccate. Ci sono infatti i ben 140 miliardi stanziati nel complesso dai governi Renzi-Gentiloni per 10 anni a partire dal 2016, praticamente ancora tutti in cassaforte. Poi, ci sono gli stanziamenti aggiuntivi inseriti nella legge di bilancio Lega-M5s, che valgono 3,5 miliardi soltanto per il 2019 e 15 miliardi in tre anni. E poi ci sono gli investimenti ancora da scrivere. Proprio così. Già nel documento programmatico di bilancio inviato a Bruxelles il 13 novembre il governo Di Maio-Salvini aveva chiesto il riconoscimento della flessibilità di bilancio per le spese eccezionali (pari allo 0,2% del Pil 2019) legate al piano sul dissesto idrogeologico scatenato dalle alluvioni e al piano infrastrutturale per la messa in sicurezza della rete di collegamenti italiana. Ma è su questa leva che con ogni probabilità intende spingere ancora l’ Italia. Aumentare la quota di Pil da desinare a ponti, viadotti e gallerie, oltre che al dissesto idrogeologico, può essere una leva efficace per far muovere la macchina di un’ economia ferma e con disoccupati in crescita. Anche perchè, questi investimenti eccezionali avrebbero sulla carta una corsia preferenziale certa, con un taglio secco alla burocrazia e ai tempi di affidamento dei lavori. Non solo. Il capitolo investimenti, ora più che mai cruciale per l’ economia, sarebbe la destinazione naturale, a quanto pare, di quei risparmi di spesa immaginati in queste ore dal governo per far scendere di qualche decimale (e almeno 3,6 miliardi di valore) quel rapporto deficit/pil tanto caro all’ Europa . UN TESORO INACCESSIBILE La sfida più importate, però, rimane quella di sbloccare tutte le risorse già sul tavolo. Come del resto ha promesso più volte Giovanni Tria dal suo insediamento al Tesoro. Anche perchè, come dice l’ Istat, ogni euro pubblico in infrastrutture attiva investimenti per 3,5 euro, così come ogni miliardo in ricerca e sviluppo farebbe aumentare il pil dello 0,1% il primo anno e dello 0,2% in quelli successivi. I fatti degli ultimi anni dicono, però, che gli investimenti importanti comparsi nel Def rimanevano puntualmente impantanati. Tra il 2016 e il 2018 erano previste risorse in aumento di 6,8 miliardi, ma poi c’ è stato un calo di 3,7 miliardi. Lo stesso Tria ha promesso di arrivare dove finora nessuno è riuscito dando un taglio agli iter burocratici, a partire dai passaggi tra Cipe, Corte dei Conti e Consiglio dei lavori pubblici, fino ad arrivare alla riforma del Codice degli appalti. E forse ci riuscirà, prima o poi. Ma per il momento, i tempi non tornano, e la svolta sembra lontana per chi come l’ Ance ci spera davvero. Sbloccare le risorse promesse porterebbe una svolta nel 2019, con un incremento del 15% di investimenti pubblici, dopo il -5% del 2017 e il -2% del 2018. Ma per i costruttori edili è una missione «irrealizzabile». Si tratta di trasformare le risorse in cantieri, con modifiche urgenti delle norme e centri di competenza chiari che evitino inutili rimpalli tra amministrazioni. I costruttori hanno anche avanzato proposte precise davanti alle commissioni congiunte di Camera e Senato, pur di archiviare quell’ odioso primato dell’ Italia, in cui per far partire un cantiere da oltre 100 milioni di euro bisogna aspettare dai sette agli otto anni. In Italia, dice il Centro studi di Confindustria «gli investimenti pubblici sono diminuiti di oltre un terzo dalla crisi del 2008 (a 34 miliardi nel 2017 dai 54 nel 2009), un calo molto più marcato di quello del Pil». Mentre quelli in infrastrutture, nello stesso sono caduti da 29 a 16 miliardi. Anche in questo il gap con il resto d’ Europa è insopportabile. Roberta Amoruso © RIPRODUZIONE RISERVATA.

02/12/2018 – Corriere della Sera
«Subito un commissario 130 miliardi sono già pronti»

L’ intervista
Tortoriello, presidente di Unindustria Roma: serve un piano
«Certo, ci sarò, sono stato tra i primi a sollevare il tema della centralità delle infrastrutture». Filippo Tortoriello, presidente di Unindustria, l’ associazione di Roma e Lazio di Confindustria, sarà domani a Torino, in prima fila nell’ assemblea delle imprese organizzata dalla Confindustria per dar voce al malessere degli imprenditori verso il governo. «Tempo fa – spiega – ho lanciato una proposta: ci sono 130 miliardi di finanziamenti già deliberati per opere pubbliche, nominiamo un “commissario per la costruzione” che spenda finalmente queste risorse, cominciando con almeno 20-25 miliardi nel 2019. Invece, il governo finora si è distinto per rallentare tutto, dal ponte di Genova alla Tav. E, per venire al Lazio, è ferma pure l’ autostrada Roma-Latina, assolutamente necessaria». Presidente, che giudizio dà sul governo Conte dopo sei mesi di attività? «Siamo preoccupati per due motivi. Primo, la manovra, anche se coerente con il programma di Lega e 5 Stelle, è finanziata in deficit e poggia su stime di crescita non credibili. Secondo, il reddito di cittadinanza rischia di essere un mero sussidio». Il rapporto di Confindustria con questo governo è sembrato ondivago: tra endorsement alla Lega e minaccia di proteste di piazza. «No. Non siamo stati ondivaghi: il governo è uno e siamo preoccupati, ma questo non ci impedisce di vedere che la posizione della Lega sulle infrastrutture è diversa da quella dei 5 Stelle». I rapporti sono difficili anche con la giunta Raggi. Voi avete promosso, con lo studio Ambrosetti, il Progetto «Roma Futura 2030-2050» e ora aspettate segnali concreti sia dalla sindaca sia dal governo. «Sì, è così. Forse Roma non potrà essere come una delle quattro capitali globali, New York, Londra, Shanghai e Tokyo, ma ha tutti i requisiti per essere una delle più importanti capitali internazionali. Basta che tutti si lavori per raggiungere l’ obiettivo. Roma non può più essere trattata alla pari di un piccolo comune. Né può continuare ad essere vittima di questa immagine di decadenza. Il futuro della capitale è una questione nazionale. Ora noi non vogliamo sostituirci a chi di dovere, ma non possiamo assistere inerti alla mancanza di qualsiasi progetto per il futuro. Roma è la capitale, il biglietto da visita dell’ Italia nel mondo. Per cambiare la situazione bisogna cominciare subito». Cosa proponete? «Una città internazionalmente riconosciuta per la sua capacità di attrarre investimenti e risorse umane, di essere resiliente, di avere aree di eccellenza in tutti i settori tecnologicamente più avanzati, di essere a impatto ambientale zero, grazie all’ energia pulita nelle case e a un sistema di trasporti pubblici basato su veicoli elettrici». Modelli di riferimento? «Sono stato di recente a Shanghai, città con oltre 25 milioni di abitanti, e mi ha colpito il modello di governance, che potrebbe utilmente essere importato per Roma: un sistema a rete dove i singoli municipi hanno autonomia finanziaria e il sindaco svolge un ruolo di coordinamento e indirizzo. Andare in questa direzione sarebbe opportuno per la nostra capitale, che ha un’ estensione pari alle prime otto città italiane messe assieme. Basti pensare che solo il municipio di Ostia conta 220 mila abitanti, è una città come Padova. Detto questo, proponiamo che Roma stessa diventi il punto di riferimento internazionale per discutere del futuro delle grandi città. Come primo passo vorremmo organizzare un Forum internazionale a Roma che diventi un appuntamento fisso per ragionare di questi temi, come Davos per l’ economia». Avete avuto risposte dal Comune e dal governo? «Purtroppo no. Abbiamo chiesto un incontro sia alla sindaca Raggi sia al ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio, ma finora non abbiamo avuto riscontri. Mi limito a osservare che siamo portatori di un piano condiviso da tutte le associazioni imprenditoriali e dai sindacati, un fatto di cui le istituzioni dovrebbero tener conto». Un giudizio sull’ amministrazione Raggi? «Il giudizio, finora, non è positivo, proprio perché manca la progettualità di cui una grande città come Roma ha bisogno». Lei è a capo di Unindustria che associa molte imprese pubbliche. È vero che il governo minaccia di spingere questi gruppi a uscire da Confindustria, mettendola così in ginocchio? «No. L’ incidenza delle imprese ex pubbliche sulle entrate di Confindustria è pari al 4%. Su quelle di Unindustria del 20-22%. Non conosco eventuali disegni del governo, ma osservo che queste imprese sono associate perché soddisfatte della qualità dei servizi che ricevono e del fare sistema, loro che sono grandi, con il resto delle imprese piccole e medie che, insieme, contribuiscono alla crescita economica e sociale del Paese». ENRICO MARRO