Rassegna stampa 20 novembre 2018

19/11/2018

Alla Corte costituzionale la legittimità dell’art. 192 del Codice dei contratti pubblici

Il T.A.R. Liguria ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 192, comma 2, del Codice, nella parte in cui prevede che le stazioni appaltanti diano conto, nella motivazione del provvedimento di affidamento in house, “delle ragioni del mancato ricorso al mercato”.

19/11/2018

Il Garante della privacy blocca la fattura elettronica

Il Garante della privacy ha dato atto che il nuovo obbligo della fatturazione elettronica, così come regolato, presenta rilevanti criticità in ordine alla compatibilità con la normativa in materia di protezione dei dati personali. Per tale motivo ha ingiunto all’Agenzia delle entrate di far conoscere le iniziative assunte per rendere conformi al quadro normativo nazionale ed europeo i trattamenti di dati effettuati nell’ambito della fatturazione elettronica

19/11/2018 – Corriere della Sera – Economia

LA SMART CITY? CON LE MULTIUTILITY

È la gestione comune di energia, rifiuti e mobilità a guidare il cambiamento. I primati di Torino, Milano, Brescia, Trento
Il localismo caratterizza lo stile di vita alle nostre latitudini, nel bene e nel male. Nel male perché è sicuramente stato un freno alla crescita dimensionale e quindi alla costruzione di uno spirito civico fondato sullo Stato nazionale piuttosto che sul campanile comunale. Nel bene perché il corso (in particolare al Nord) dell’ esperienza delle municipalizzate è stato fortunato. Nate a inizio Novecento come aziende speciali per la gestione dei servizi locali e poi trasformatesi, sul filo del terzo millennio, in multiutility regionali a capitale pubblico-privato, sono loro oggi le principali attrici della digital tranformation della pubblica amministrazione. È infatti accaduto che, in mancanza di una regia nazionale in grado di fornire lo standard del cambiamento, la costruzione della città del futuro – cioè della smart city – risieda oggi nelle tutta nelle eventuali possibilità di A2A, Iren o Hera e delle altre società, cioè i soggetti a cui le amministrazioni locali hanno delegato nel tempo attività fra loro anche diverse come la produzione energetica, la mobilità (dai mezzi pubblici al car sharing) e la gestione dei rifiuti. O almeno è questa la fotografia che ne dà lo Smart City Index 2018 realizzato da Ey, secondo cui, come spiega l’ amministratore delegato Donato Iacovone, «è stata proprio la gestione delle infrastrutture strategiche alla realizzazione della smart city da parte di un unico soggetto la chiave del successo di città metropolitane come Milano, Torino e Bologna (nei primi tre posti della classifica, ndr) e di medie realtà come Modena, Trento e Bergamo (quarta, quinta e sesta nel ranking)». Questione di visione di medio lungo termine, resa possibile da una radicazione sul territorio quasi o per nulla inscalfibile dall’ alternanza cromatica delle giunte politiche, ma anche, più banalmente, di «un’ interoperabilità fra soluzioni, sensori, app e device facilitata da centrali d’ acquisto uniche», aggiunge Andrea D’ Acunto, partner di Ey e responsabile dello studio insieme al senior advisor Marco Mena. «Dall’ illuminazione pubblica all’ infrastruttura semaforica, il processo di modernizzazione – ragiona ancora Iacovone – passa soprattutto attraverso la digitalizzazione e la sensorizzazione delle reti, in cui le multiutility godono del vantaggio di implementare sensori e protocolli di comunicazione standard a beneficio della creazione di piattaforme dati capaci di creare valore». Resta da capire – è l’ altro lato del localismo, quello negativo – quanto questo processo sia stato consapevolmente attivato dai vertici comunali o se invece, continua Iacovone, «sia stato solamente un risultato indiretto della spinta alla modernizzazione delle reti, che è maggiore quando le imprese sono quotate in Borsa e sono spinte dall’ efficienza». Ecco dunque che, disaggregando il ranking generale nelle quattro sottocategorie che riguardano la dotazione infrastrutturale smart, Torino è la prima per banda larga, seguita da Genova e Trento; Milano eccella nella rete di trasporti, davanti a Firenze e Torino; Brescia è al primo posto per la generazione energetica assieme a Foggia e Torino, rispettivamente seconda e terza; Trento, davanti ad Aosta e Ravenna, eccella invece nella dotazione di spazi verdi. «Per quanto riguarda il broadband – analizza D’ Acunto – Torino, Genova e Trento hanno un’ eccellente copertura in fibra ottica, ma Milano sconta una rete wi-fi ancora non così capillare. Sul trasporto, invece, oltre alla rete di autobus, tram e metro, molto hanno inciso le politiche sulla mobilità ciclabile, elettrica e in sharing». Per quanto riguarda il capitolo energia, il primato di Brescia è dovuto alla più ampia rete di teleriscaldamento italiana, mentre Foggia è al numero uno per le rinnovabili. Foggia che, fra l’ altro, è l’ unica città del Sud sul podio del ranking infrastrutturale (anche se poi scivola alla 79esima posizione nella classifica generale, dove la prima città meridionale, al netto della Capitale, è un’ altra pugliese, Bari, al 18esimo posto). «Qui – conclude Iacovone – l’ esperienza delle multiutility non ha attecchito, perché energia e gas storicamente sono state appannaggio del servizio nazionale ed è proprio attorno a queste due forniture che al Nord si sono create le sinergie vincenti». Massimiliano Del Barba

19/11/2018 – Affari & Finanza
Strade, Ferrovie scienza e Authority l’asse gialloverde occupa il potere

Con il cambio di maggioranza è partito uno spoils system intensivo: via i vecchi manager, dentro spesso i loro vice. Oppure gli amici . L’importante è occupare posti. Comprese le autorità indipendenti
Cinque mesi sono passati da quando l’avvocato genovese Luca Lanzalone è stato arrestato. Cinque mesi durante i quali è successo di tutto, nelle aziende pubbliche. Le epurazioni gialloverdi procedono senza sosta. Quasi non passa giorno senza che salti una testa, anche se poi la società resta acefala perché non c’è chi mettere al suo posto. Non c’è da scandalizzarsi, naturalmente: succede più o meno la stessa cosa ogni volta che cambia una maggioranza politica. Ma è quel più o meno che talvolta fa la differenza. Qui invece si applica la regola spietata che coniò nel 1994 un certo Cesare Previti quando Silvio Berlusconi vinse le elezioni per la prima volta. Non faremo prigionieri. Con una piccolissima differenza. Perché invece un prigioniero c’è: l’avvocato Lanzalone. Ma prigioniero proprio in senso tecnico. L’ex superconsulente dell’amministrazione grillina di Virginia Raggi si trova agli arresti domiciliari per l’inchiesta sullo stadio della Roma. Ragion per cui si è dimesso dal- la presidenza dell’Acea: conservando però la poltrona nel consiglio di amministrazione della municipalizzata romana che, dettaglio non trascurabile, è una società quotata in borsa. Con un consigliere sottoposto da cinque mesi cinque a custodia cautelare. Tutto in regola, probabilmente. Ma di sicuro assai poco opportuno. Inutile affannarsi a cercare una logica che non c’è, almeno secondo gli ex rigidissimi principi del Movimento 5 stelle. Logica invece perfettamente rintracciabile nella defenestrazione del commissario per il Terzo Valico Marco Rettighieri: quell’opera, già in fase di avanzata realizzazione, non piace affatto ai grillini. Tanto meno gli piace Rettighieri, nominato dal prefetto Francesco Paolo Tronca alla guida dell’Atac, disastrata municipalizzata del trasporto pubblico romano. Incarico dal quale si era dimesso poche settimane dopo l’arrivo di Virginia Raggi al Campidoglio per evidente in- compatibilità con la nuova giunta. La fatwa che lo inseguiva da Roma l’ha ora raggiunto a Geno- va. Identico il destino dei manager collocati in posti strategici dal go- verno di Matteo Renzi. L’amministratore delegato delle Ferrovie Renato Mazzoncini, che aveva nel curriculm la privatizza- zione dell’azienda di trasporto fiorentina quando Renzi era sindaco di Firenze, è saltato come un tappo di champagne. Sulla sua poltrona, ecco il dirigente interno Gianfranco Battisti: pronto a rilevare l’Alitalia che il Movimento 5 stelle vuole di nuovo compagnia di bandiera statale. Schema foto- copia alla Cassa depositi e prestiti con l’amministratore delegato Fabio Gallia prontamente sostituito con un dirigente della medesima Cassa: Fabrizio Palermo, benvoluto dai grillini. A dispetto dei risultati, il direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini è stato sostituito dalla sera alla mattina con il generale Antonino Maggiore. Arrivato insieme a un prefetto collocato al Demanio che risponde al nome di Riccardo Carpi- no, ex commissario per le vittime della mafia sul quale si era un tempo abbattuta l’ira del capo politico grillino Luigi Di Maio causa l’inerzia per i risarcimenti alle associazioni antiracket. E insieme pure a un nuovo direttore delle Dogane e Monopoli: Benedetto Mi- neo, già braccio destro dell’ex governatore della Regione siciliana Totò Cuffaro. Nientemeno. E se la Rai, dove Lega e M5S hanno fatto cappotto ed è arriva- to per la prima volta nella storia un presidente niente affatto di garanzia come Marcello Foa, può essere considerato un caso particolare per l’assurdità dei meccanismi della sua governance, il filo conduttore di questa stagione di occupazione dei posti di potere è ben chiaro. La nomina renziana equivale a un marchio d’infamia. Via dunque Roberto Battiston dal timone dell’Agenzia spaziale italiana. Due epurazioni leghiste, l’ultima delle quali (Battiston) subito seguita da una pesante epurazione grillina, quella del capo dell’Anas Gianni Vittorio Armani. Nono- stante avesse fatto un bel repulisti alla società pubblica delle strade, anch’egli ha pagato per quel marchio. Il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli l’ha silurato incolpandolo della fusione fra Ferrovie e Anas decisa dai precedenti governi. Sbocciato con Renzi, quel progetto era stato in- fatti perfezionato dall’esecutivo di Paolo Gentiloni. Nemmeno le nomine del successore di Renzi, tuttavia, sono state risparmiate. Via Roberto Basso dalla presidenza della Consip, dove il portavoce dell’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan aveva trovato collocazione successivamente alle inchieste che avevano investito la società delle gare pubbliche. E via anche Mario Nava, il presidente della Consob sul quale già erano scoppiate polemiche per il fatto che fosse distaccato dalla Commissi ne europea: organismo che tanto a Di Maio quanto al leader leghi- sta Matteo Salvini fa letteralmente venire l’orticaria. Poco importa se non si trovano i sostituti. La priorità è far sloggiare i reprobi. Il ponte di comando dell’Anas è deserto da due setti- mane. Lo stesso tempo impiegato dal governo per sistemare la faccenda dell’Agenzia spaziale italiana, con una spartizione fra Lega e Movimento 5 stelle che ha del sor- prendente. Perché accanto al commissario, l’astrofisico Piero Benvenuti indicato dai grillini, appare nelle vesti di subcommissario l’avvocato Giovanni Cinque, che all’Asi era già transitato in un’epoca poco gloriosa. Era infatti il consigliere giuridico di Enrico Saggese, il presidente dell’Agenzia nominato da Berlusconi e travolto nel 2014 da un’inchiesta giudiziaria. Per la serie: a volte ritornano. Quanto alla Consob, non ha un presidente dal 13 settembre, giorno delle dimissioni di Nava. Per risolvere la zuffa fra leghisti e grillini ci sono voluti due me- si: l’incarico toccherà a Marcello Minenna, dirigente della stessa Consob, già assessore al Bilancio del Campidoglio nei primi mesi di Virginia Raggi, poi dimissionario in seguito all’estromissione dalla stanza dei bottoni del Comune di Carla Romana Raineri, magi- strato e capo di gabinetto della sindaca. Ma non è finita qui. Il ministro dell’Agricoltura e del Turismo Gian Marco Centinaio ha già dato pubblicamente il benservito alla presidente dell’Enit Evelina Christillin. «L’ente oggi è poco autorevole», ha detto ormai due mesi fa. Poi c’è l’amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena Mar- co Morelli: «Non vedo probabile la sua conferma se vinciamo», aveva detto il leghista Claudio Borghi, ex funzionario della Deutsche bank e oggi influentissimo presidente della commissione Bi- lancio della Camera, prima delle elezioni. Nessun segnale invece è arrivato ancora in direzione dei vertici di Invitalia, dal 2007 affidata a Domenico Arcuri: il quale però, c’è da immaginare, accoglierebbe l’avvicendamento quasi c me una liberazione. A differenza forse del presidente dell’Enac, l’ente per l’aviazione civile Vito Riggio, ex deputato Dc ed ex sottosegretario sul finire della prima Repubblica che occupa quella posizione ininterrottamente da 15 anni e comunque non potrebbe essere confermato. Del resto, come pure i presidenti delle autorità per le Comunicazioni, Angelo Marcello Cardani, e Antitrust, Giovanni Pitruzzella. La legge non consente per quel genere di incarico un secondo mandato. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, alla faccia dell’indipendenza che dovrebbe essere il principio fondamentale per ogni autorità indipendente difficilmente queste authority sfuggiranno al destino già toccato all’Arera, l’autorità che vigila sull’energia e l’acqua. Dove il nuovo presidente Stefano Besseghini capeggia un gruppo perfettamente lottizzato: c’è l’ex segretario leghista di Milano Gianni Castelli, il grillino Andrea Guerrini, l’ex sottosegretario di An Stefano Saglia e Clara Poletti, in quota Partito democratico. Mancava soltanto la ciliegina sulla torta. E a questa lacuna ha posto rimedio l’8 novembre il consiglio dei ministri, avviando la no- mina del nuovo presidente dell’Istat, ente che sforna i dati cruciali per il nostro rapporto con l’Europa. Il prescelto si chiama Gian Carlo Blangiardo, demografo, classe 1948, è contro l’aborto ed è favorevole a regole rigide per l’immigrazione. Tre anni fa il battesimo: la prefazione a un suo articolo scritta da Beppe Grillo in persona. Sergio Rizzo

19/11/2018 – Corriere della Sera
Pdop, un partito delle opere pubbliche

Particelle elementari
Ora che si parla tanto delle opere pubbliche, sarebbe bello se nascesse trasversalmente il Pdop, un partito delle opere pubbliche. Non (solo) le Grandi Opere Faraoniche, i Grandi Eventi Olimpici, le Grandi Occasioni Celebrative che vedranno la luce quando i nostri nipoti avranno i loro nipoti, ma un impegnativo New Deal di opere utili adesso, che portino progresso, civiltà, tutela e lavoro da finanziare con cospicui fondi pubblici (in deficit? Sì, anche in deficit), con un tacito patto di unità nazionale lungo tutto il nostro territorio. Per esempio: assicurare ponti; puntellare viadotti; rinsaldare gli argini dei fiumi; potare alberi; rimboschire i declivi che, svuotati, provocano frane omicide; curare prati e siepi; bonificare i fiumi sudici; completare le strade inconcluse che se ne stanno pericolanti in piedi come mostri silenti; demolire le villette abusive (almeno le seconde case) sugli arenili; riattivare l’ edilizia popolare come fece Fanfani con il piano Ina-casa; mettere in sicurezza ospedali e scuole nelle zone sismiche; riempire le buche stradali; ripulire i tombini; costruire parcheggi sotterranei; ammodernare le piccole stazioni ferroviarie; aggiustare i binari rotti; raddoppiare i binari unici; costruire treni decenti e puliti per i pendolari, con il riscaldamento, l’ aria condizionata e persino il servizio bar da dare in appalto (revocabile); portare la fibra ottica nei piccoli paesi, e pure nelle grandi città, dai; costruire gallerie dove necessario; ripristinare presidi sanitari e uffici postali che sono stati sventuratamente svuotati; costruire ovunque impianti per lo smaltimento dei rifiuti, tipo quelli che in Austria e Germania, ecologicamente ineccepibili, ospitano la nostra immondizia garantendo ad austriaci e tedeschi un business che non si capisce perché non lo possiamo fare qui; controllare la stabilità degli stadi; allestire palestre pubbliche; costruire piscine pubbliche; dotare il Mezzogiorno di treni veloci; rinnovare metropolitane, porti e aeroporti e pure stazioni di pullman con le pensiline per difendere i passeggeri in attesa dalla pioggia e dal solleone. Questo è il programma di massima del nuovo Pdop, partito trasversale delle opere pubbliche. Costa un po’, molti miliardi, ma vale la pena perché poi l’ Italia rischia di diventare migliore, un posto dove si viaggia e si lavora meglio. Magari avvantaggiando pure il Pil. Sono aperte le iscrizioni. PIERLUIGI BATTISTA

19/11/2018 – Il Sole 24 Ore
Il patrocinio di una lite specifica può essere affidato senza gara

Codice appalti. Operative dal 27 novembre le linee guida Anac che risolvono i dubbi sollevati dalle modifiche alle norme
È partito il conto alla rovescia per l’ applicazione delle linee guida messe a punto dall’ Anac sull’ affidamento dei servizi legali all’ interno della pubblica amministrazione. Dal 27 novembre prossimo i chiarimenti dell’ Autorità anticorruzione – pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale 264 del 13 novembre – diventeranno,infatti, operativi e aiuteranno le Pa a orientarsi nella scelta dello strumento del codice degli appalti da utilizzare nel “reclutamento” dei professionisti legali. Le ragioni del chiarimento L’ ntervento dell’ Anac si è reso necessario dopo le ultime modifiche al codice degli appalti. In precedenza, infatti, si seguiva, in tema di servizi legali, la via tracciata dalla giurisprudenza amministrativa e contabile. Ovvero, il singolo incarico di patrocinio legale era qualificato come contratto di opera intellettuale e, pertanto, si chiedeva alla pubblica amministrazione che nella scelta fiduciaria dell’ avvocato venissero unicamente rispettati i principi di imparzialità, trasparenza e adeguata motivazione. L’ attività di assistenza e consulenza giuridica, invece, si configurava come appalto di servizi e, di conseguenza, si doveva dar luogo alla procedura di affidamento. La nuova versione del codice degli appalti e i successivi ritocchi sono intervenuti sul punto. In particolare l’ articolo 17 del decreto legislativo 50/2016 elenca alcune attività escluse dall’ ambito di applicazione del codice, mentre l’ articolo 140 introduce una serie di servizi la cui aggiudicazione è assoggettata a un particolare regime di pubblicità. L’ elenco di quelle attività è riportato nell’ allegato IX del codice, che cita, tra gli altri, i servizi legali, «nella misura in cui non siano esclusi dall’ articolo 17». Di più l’ allegato non dice. Ciò ha provocato diversi dubbi interpretativi e l’ Anac ha, pertanto, deciso di intervenire per tracciare una linea di demarcazione più netta tra i servizi legali che ricadono sotto l’ articolo 17 (e, dunque, sono indenni dalla disciplina codicistica) e quelli riconducibili all’ articolo 140 e all’ allegato IX. Il nuovo confine Secondo le linee guida, ricadono sotto l’ articolo 17 i servizi legali richiesti da parte dell’ amministrazione per un’ esigenza puntuale ed episodica. Per esempio, gli incarichi di patrocinio legale relativi a una lite specifica e già esistente o i servizi di assistenza e consulenza preparatori a un’ attività di difesa in un procedimento di arbitrato, conciliazione o giurisdizionale. Attività da affidare ad avvocati abilitati all’ esercizio della professione nello Stato membro di provenienze e, se italiani, iscritti all’ Albo. Sempre nell’ articolo 17 ricadono i servizi relativi esclusivamente alla certificazione e autenticazione di documenti richiesti ai notai. Tutti questi servizi devono essere affidati secondo i criteri di economicità, efficacia, imparzialità, parità di trattamento, trasparenza, proporzionalità, pubblicità, tutela dell’ ambiente ed efficienza energetica. Si deve, invece, fare riferimento all’ allegato IX – e, di conseguenza, all’ articolo 140 del codice – nel momento in cui il servizio legale è fornito in modo continuativo o periodico ed è effettuato dall’ avvocato «organizzando i mezzi necessari e assumendo il rischio economico dell’ esecuzione, come nell’ ipotesi di contenzioso seriale affidato in gestione al fornitore». In questi casi si devono seguire le procedure dell’ appalto e, dunque, predisporre procedure di gara ad evidenza pubblica. La raccomandazione dell’ Anac è che a prescindere dalla procedura di selezione utilizzata, nella scelta del professionista venga privilegiata la competenza rispetto «all’ elemento prezzo». © RIPRODUZIONE RISERVATA. Antonello Cherchi

19/11/2018 – Italia Oggi Sette
Il Rup può essere anche commissario di gara

Il Rup può essere anche commissario di gara. Nella vigenza del nuovo codice dei contratti, ai sensi dell’ art. 77, comma 4, dlgs n. 50 del 2016, nelle procedure di evidenza pubblica, il ruolo di responsabile unico del procedimento può coincidere con le funzioni di commissario di gara e di presidente della commissione giudicatrice, a meno che non sussista la concreta dimostrazione dell’ incompatibilità tra i due ruoli, desumibile da una qualche comprovata ragione di interferenza e di condizionamento tra gli stessi. Così si è pronunciato il consiglio di stato con la sentenza n. 6082 del 26 ottobre 2018. Nel caso portato all’ attenzione del collegio, un concorrente impugnava gli esiti di una gara ad evidenza pubblica indetta dal Comune di Carpi – Unione delle Terre d’ Argine per l’ individuazione di un concessionario di servizio farmaceutico per una farmacia comunale di nuova istituzione, lamentando la violazione dell’ art. 77 del dlgs n. 50/2016 per avere un unico soggetto ricoperto le cariche, tra loro asseritamente incompatibili, di dirigente della centrale unica di committenza oltre che di presidente della commissione giudicatrice. Chiamato a decidere la controversia, il consiglio di stato ha avuto modo di ribadire, in concorde indirizzo con l’ autorità nazionale anticorruzione (Anac), l’ inesistenza di una automatica causa di incompatibilità tra i ruoli, a meno che non sussista la concreta dimostrazione di una comprovata ragione di interferenza e di condizionamento tra gli stessi. La soluzione così avallata, afferma la sentenza, costituisce l’ esito maggiormente coerente con l’ opzione interpretativa che il legislatore ha inteso consolidare con le modifiche apportate al codice dei contratti pubblici con il dlgs n. 56/2017. Ed infatti, integrando il disposto dell’ art. 77, comma 4, con l’ inciso «la nomina del Rup a membro delle commissioni di gara è valutata con riferimento alla singola procedura», si è esclusa ogni automatica incompatibilità conseguente al cumulo delle funzioni, rimettendo all’ amministrazione la valutazione della sussistenza o meno dei presupposti affinché il Rup possa legittimamente far parte della commissione gara. PAOLO CIRASA E CHIARA DI MARIA

20/11/2018 – Italia Oggi
Contabilità, novità anche per le gare

dal 2019
Il nuovo regolamento di contabilità delle istituzioni scolastiche è stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale del 16 novembre scorso. Il provvedimento è entrato formalmente in vigore il 17 novembre scorso, ma le nuove disposizioni si applicheranno dal 1° gennaio 2019. Per assicurare l’ uniforme applicazione e interpretazione delle nuove disposizioni l’ amministrazione centrale emanerà una circolare esplicativa in tempo utile. Il nuovo testo, più snello del precedente, recepisce le novità normative che sono state introdotte in questi anni, in particolare quelle relative agli appalti, facendo ad esempio chiarezza sul tema delle soglie per l’ affidamento di lavori, servizi e forniture da parte delle scuole. È prevista anche una maggiore trasparenza nella stesura del programma annuale e, più in generale, nella rappresentazione dei fatti contabili e gestionali: dovranno essere esplicitate con chiarezza le finalità e le voci di spesa cui vengono destinati i contributi volontari versati dalle famiglie o le risorse reperite attraverso le raccolte di fondi, anche quelle effettuate attraverso l’ adesione a piattaforme di finanziamento collettivo (crowdfunding). Tra le principali novità, tempistiche di programmazione della spesa più precise e, in particolare, l’ innalzamento della soglia per gli affidamenti diretti da 2mila a 10mila euro. Le gare invece, dovranno essere indette con almeno 5 soggetti concorrenti, per le forniture di importo compreso tra più di 10 mila euro e 135 mila euro. Il ministero dell’ istruzione accompagnerà l’ entrata in vigore del nuovo regolamento con un’ apposita circolare attuativa che espliciterà, articolo per articolo, le novità in campo, con specifiche istruzioni operative in materia contabile e con riferimento all’ acquisto di beni e servizi. © Riproduzione riservata. CARLO FORTE

 

20/11/2018 – Italia Oggi
Contratto di lavoro libero per l’appaltatore

L’appaltatore non è tenuto ad applicare il contratto collettivo del committente. Anche quando le prestazioni possono apparire del tutto omogenee o comparabili, appaltatore e committente hanno facoltà di determinare determinare le retribuzioni dei propri lavoratori

di Daniele Cirioli

L’appaltatore non è tenuto ad applicare il contratto collettivo del committente. Anche quando le prestazioni possono apparire del tutto omogenee o comparabili, appaltatore e committente hanno facoltà di determinare le retribuzioni dei propri lavoratori, impiegati anche nello stesso appalto, con possibili divaricazioni salariali. A spiegarlo è la Fondazione studi dei consulenti del lavoro nella circolare n. 18 di ieri, con le risposte ai quesiti in materia di novità introdotte dal Decreto Dignità (dl n. 87/2018 convertito dalla legge n. 96/2018).

L’appalto non è somministrazione. Il chiarimento risponde proprio alla domanda sull’esistenza dell’obbligo, per l’appaltatore, di applicare il contratto collettivo del committente. Diversamente da quanto accade nel contratto di somministrazione di lavoro, spiega la Fondazione, negli appalti non c’è questo obbligo e il compito di fissare le retribuzioni minime dei lavoratori impiegati nell’appalto è affidata alla contrattazione collettiva. Da ciò possono scaturire divaricazioni salariali, anche all’interno di uno stesso appalto, tra dipendenti del committente e quelli dell’appaltatore, le cui prestazioni possano apparire astrattamente omogenee o comparabili. Per la Fondazione, tale conclusione deriva dall’art. 1, comma 1175, della legge n. 296/2006 il quale, nel dettare le condizioni per la fruizione dei benefici normativi e contributivi, stabilisce l’obbligo del rispetto «degli accordi e contratti collettivi nazionali nonché di quelli regionali, territoriali o aziendali, laddove sottoscritti, stipulati dalle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale», quindi favorendo l’applicazione delle tariffe retributive previste dalla contrattazione collettiva e il rispetto delle norme contrattuali relative al personale nei casi di cambio di appalto.

Somministrazione stagionali. Altro chiarimento riguarda la possibilità di utilizzare la somministrazione a termine anche per le attività stagionali. In tal caso, spiega la Fondazione, i contratti di somministrazione fanno numero ai fini del rispetto dei limiti quantitativi, a differenza dei contratti a termine stagionali per i quali, invece, trova applicazione la deroga ex art. 23, comma 2, lett. c, dlgs n. 81/2015.

Senza causale fino a 24 mesi. Altro caso chiarito dalla Fondazione riguarda la possibilità di fare due assunzioni a termine, di 12 mesi ciascuna, senza causale, con lo stesso dipendente ma per diverse mansioni. Secondo la Fondazione la cosa è possibile, poiché la norma che impone la causale al superamento dei 12 mesi si riferisce a «mansioni di pari livello e categoria legale» (e non a qualunque mansione com’era prima della riforma del Jobs Act). Tuttavia avverte che, in tal caso, il datore di lavoro avrà l’onere di dimostrare l’effettività delle diverse mansioni e della diversa categoria legale.

20/11/2018 – Italia Oggi
E-fattura, moratoria con la p.a.

La Camera ha rilasciato il parere al dlgs sulla fattura elettronica per gli appalti
Niente sanzioni per i rapporti con le amministrazioni
Niente sanzioni sulla fatturazione elettronica per tutto il 2019 (e non solo per i primi sei mesi). Il «perdono» preventivo del fisco dovrebbe coprire tutti i casi in cui l’ emissione e trasmissione della fattura al sistema di interscambio non incida sulla corretta liquidazione dell’ Iva periodica, mensile o trimestrale che sia. Trattamento soft anche per le e-fatture emesse fino al 31 dicembre 2018 nei rapporti con la p.a. Con la richiesta, infine, di rendere facoltativa l’ indicazione della data di emissione della fattura elettronica in tutti i casi in cui la stessa è emessa utilizzando il sistema di interscambio. Ad affermarlo è stata la Commissione politiche Ue della camera, che il 14 novembre scorso ha reso il proprio parere sul dlgs che prevede l’ obbligo di fattura elettronica europea negli appalti pubblici (si veda ItaliaOggi del 28 settembre scorso). I nuovi obblighi, previsti dalla direttiva 2014/55/Ue, scatteranno il 18 aprile 2019. Le amministrazioni aggiudicatrici dovranno gestire esclusivamente fatture conformi agli standard europei. Tra le quali la Core invoice usage specification (Cius) per il contesto nazionale italiano, alle quali le fatture «all’ europea» dovranno essere allineate. Un anno in più di tempo, con decorrenza 18 aprile 2020, per le p.a. sub-centrali, ossia quelle che non sono autorità governative. Rimangono esclusi dalla nuova disciplina solo i contratti di appalto dichiarati segreti o che devono essere accompagnati da speciali misure di sicurezza, mentre il governo italiano ha scelto di non stabilire alcuna soglia minima di importo delle fatture, anche per evitare complicazioni gestionali derivanti dal doppio binario (analogico e digitale). Nell’ esprimere il proprio parere favorevole sul dlgs di recepimento, in relazione ai nuovi obblighi di fattura elettronica la XIV commissione di Montecitorio ha prospettato al governo di «valutare la possibilità di attenuare gli effetti sanzionatori per tutto il periodo d’ imposta 2019 e non solo per il primo semestre». Una richiesta che è stata definita come «una sanatoria sulle sanzioni per la fatturazione elettronica» dal deputato pd Filippo Sensi, che ha sollevato il caso politico con un tweet. © Riproduzione riservata. VALERIO STROPPA

20/11/2018 – MF
Cdp, Palermo fa la sua squadra

Il gruppo si riorganizza in vista del piano 2019-2023 e l’ ad crea tre nuove direzioni
Le strutture si occuperanno di imprese, infrastrutture, Pa e cooperazione internazionale. A guidarle saranno Nunzio Tartaglia, Luca D’ Agnese e Antonella Baldino
Cassa Depositi e Prestiti si riorganizza per dare attuazione al piano industriale 2019-2023 che l’ amministratore delegato e direttore generale Fabrizio Palermo sta mettendo a punto in questi giorni e presenterà il 5 dicembre. Il business plan, come anticipato dall’ agenzia Agi nei giorni scorsi, prevede che la società controllata dal ministero dell’ Economia dovrà, tra le altre cose, anticipare alla pubblica amministrazione i fondi strutturali ma anche anticipare il pagamento dei debiti verso le imprese. Cdp è destinata in particolare ad avere un ruolo sempre più incisivo in tre ambiti di business: il sostegno alle imprese; il supporto alle infrastrutture e alla pubblica amministrazione; l’ incentivo alla cooperazione internazionale e allo sviluppo. Funzioni che, secondo quanto MF-Milano Finanza è in grado di anticipare, il ceo Palermo ha voluto strutturare meglio creando tre nuove direzioni che riporteranno direttamente a lui. La riorganizzazione in particolare prevede la creazione di una «Cassa per le imprese», la cui responsabilità sarà affidata, con decorrenza dal 1° dicembre a Nunzio Tartaglia, manager ex Ubi che Palermo ha chiamato in Cdp nei mesi scorsi. L’ obiettivo della nuova direzione, come si legge in un documento interno alla società, sarà «assicurare sostegno finanziario integrato alle imprese appartenenti ai comparti non infrastrutturali per lo sviluppo, l’ innovazione e la crescita dimensionale e di competitività a livello domestico e internazionale». A questa si aggiunge una seconda direzione, la cui responsabilità è stata affidata a Luca D’ Agnese (ex Enel). Si tratta della «Cassa per le infrastrutture e la pubblica amministrazione», che avrà la missione di «accelerare lo sviluppo delle infrastrutture mediante supporto finanziario alle imprese del settore e alle amministrazioni pubbliche centrali e locali» e che dovrà occuparsi anche di «advisory in ambito infrastrutturale, garantendo allo stesso tempo l’ organicità degli interventi per lo sviluppo del comparto immobiliare del gruppo Cdp». Nel nuovo assetto di Cdp voluto da Palermo la funzione «Group real estate» è stata invece soppressa, assieme a quella di chief business officer. Per quanto riguarda gli immobili, la bozza del piano industriale prevede che Cdp interverrà sul proprio patrimonio attraverso «l’ accelerazione dello sviluppo di progetti strategici, con il concreto avvio di cantieri e la cessione del portafoglio difficilmente sviluppabile». C’ è poi una terza direzione destinata a nascere: si tratta della «Cassa per la cooperazione internazionale allo sviluppo», la cui responsabilità sarà affidata a Antonella Baldino e che sarà dedicata al supporto finanziario a Paesi in via di sviluppo e ai mercati emergenti», e anche questa risponderà direttamente a Palermo. Il piano prevede inoltre la creazione di una sgr a sostegno delle startup e piani di riqualificazione per sei grandi città italiane: Genova, Torino, Venezia, Roma, Napoli e Palermo. (riproduzione riservata) ANNA MESSIA

20/11/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Consiglio di stato: con l’offerta più vantaggiosa sempre possibile proporre migliorie al progetto

Mauro Salerno

Basta che non si «alterino i caratteri essenziali delle prestazioni richieste dalla lex specialis onde non ledere la par condicio tra i concorrenti»

Quando la gara è affidata con il criterio dell’offerta più vantaggiosa i concorrenti hanno sempre la possibilità di presentare offerte migliorative del progetto: basta che le soluzioni proposte non alterino il progetto sconfinando nell’ipotesi di una variante.

È quanto precisa il Consiglio di stato con lasentenza n.6423/2018, depositata il 14 novembre. Il caso nasce dal ricorso presentato da un impresa di costruzioni contro l’aggiudicazione a un’impresa che aveva incluso nell’offerta alcune proposte migliorative dei lavori messi a gara. Il ricorso era stato accolto dal Tar. Di qui la chiamata in causa del Consiglio di Stato che ha ribaltato la decisone dei giudici di primo grado, che hanno ribadito la differenza tra «variazioni migliorative» del progetto, sempre ammesse quando è in ballo un contratto da aggiudicare con l’offerta più vantaggiosa dalle vere e proprie varianti che invece devono essere autorizzate dalle stazioni appaltanti con esplicita indicazione nel bando di gara.

«Anche in mancanza dalla previa autorizzazione di varianti (prevista dall’art. 95 cit.) -si legge nella sentenza – , deve comunque ritenersi insita nella scelta del criterio selettivo dell’offerta economicamente più vantaggiosa la possibilità, per i partecipanti, di proporre quelle variazioni migliorative rese possibili dal possesso di peculiari conoscenze tecnologiche, purché non si alterino i caratteri essenziali delle prestazioni richieste dalla lex specialis onde non ledere la par condicio tra i concorrenti».

Ma come si fa a distinguere le migliorie dalle varianti? I giudici provano a spiegarlo: «Le soluzioni migliorative si differenziano dalle varianti perché le prime possono liberamente esplicarsi in tutti gli aspetti tecnici lasciati aperti a diverse soluzioni sulla base del progetto posto a base di gara ed oggetto di valutazione dal punto di vista tecnico, rimanendo comunque preclusa la modificabilità delle caratteristiche progettuali già stabilite dall’amministrazione; le seconde, invece, si sostanziano in modifiche del progetto dal punto di vista tipologico, strutturale e funzionale, per la cui ammissibilità è necessaria una previa manifestazione di volontà della stazione appaltante, mediante preventiva previsione contenuta nel bando di gara e l’individuazione dei relativi requisiti minimi che segnano i limiti entro i quali l’opera proposta dal concorrente costituisce un “aliud” rispetto a quella prefigurata dalla pubblica amministrazione».

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20/11/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Pedemontana Lombarda cerca il cavaliere bianco (e 2,5 miliardi): termine il 30/11

Alessandro Arona

Consultazione di mercato per capire se ci sono soggetti disposti a entrare nella società (equity) e/0 costruire. Poi caccia a prestiti bancari per 2,5 miliardi entro fine 2019

A fine mese sapremo se esistono sul mercato “cavalieri bianchi” disposti a dare un futuro al progetto della Pedemontana Lombarda, realizzata (e già in gestione) per 40 km su 87 (1,5 miliardi di euro su 4,118) e ferma da oltre due anni – nel progetto di completamento – in attesa di nuovi soci e di prestiti bancari. L’avviso pubblicato da Pedemontana Lombarda Spa (la società concessionaria, controllata all’80% circa dalla Milano-Serravalle, a sua volta controllata a maggioranza dalla Regione Lombardia) è un avviso di consultazione di mercato ex art. 66 del Codice appalti, e serve ad acquisire «informazioni ed elementi utili alla definizione e indizione di procedure di gara relative alla progettazione, esecuzione e gestione» della Pedemontana (costruzione di quel che resta da fare, cioè, opere per 2,7 miliardi di euro, e gestione di tutto, 87 km e 4,2 miliardi di costo complessivo).

Più in dettaglio Pedemontana cerca di capire se esistono soggetti interessati a: 1) partecipare al proprio capitale sociale (servono circa 6-700 milioni di euro, metendoli tutti si passa in maggioranza rispetto agli attuali soci); b) predisporre la progettazione esecutiva e al contempo realizzare i lavori delle rimanenti Tratte dell’Opera, con l’impegno di assumere l’onere di un prefinanziamento, eventualmente da trasformare in equity (capitale sociale) all’avvenuto collaudo finale positivo dell’Opera, così come dell’eventuale successiva gestione di tutta o parte dell’Opera.

L’ideale per la Regione Lombardia sarebbe trovare un soggetto/soggetti che facciano entrambi i mestieri: mettere equity e fare da costruttore/gestore dell’opera. L’avviso precisa che l’avviso «è rivolto, oltre che a operatori del settore della progettazione e della costruzione di grandi infrastrutture, altresì ad operatori finanziari, banche, istituti di credito, fondi di investimento e comunque a tutti quei soggetti interessati alla partecipazione al capitale sociale di APL e/o al finanziamento dell’opera».

Oltre a un novo socio di peso e un costruttore di grandi opere, infatti, a Pedemontana serve infatti un finanziamento da 2.562 milioni di euro.

L’opera è realizzata per circa 40 km su 86, nella tratta A da 15 km, B1 da 7 km, primo lotto della tangenziale di Varese da 15 km, primo lotto della tangenziale di Como da 3 km.

Restano da realizzare circa 45 km: 1) Tratta B2, con sviluppo dell’asse autostradale di circa 9 km; 2) Tratta C, con sviluppo dell’asse autostradale di circa 17 km; 3) Tratta D, con sviluppo dell’asse autostradale di circa 19 km; 4) Tratta VA 13+14; – Tratta Greenway; O pere Complementari della 3° Parte .

La parte già realizzata è costata circa 1.500 milioni, quasi tutti spesi attingendo al finanziamento statale di 1.245 milioni. La parte mancante costerà circa 2.700 milioni.

L’avviso spiega che il finziamento bancario da 2.562 milioni «è da ricercare sul mercato mediante procedura ad evidenza pubblica, con l’eventuale coinvolgimento della Banca Europea Investimenti e della Cassa Depositi e Prestiti nella strutturazione del Finanziamento medesimo, così suddiviso:

– Finanziamento Senior 1, pari a € 1.766 mln per Tratte B2 e C;

– Finanziamento Senior 2, pari a € 786 mln per la Tratta D».

Oltre ai 1.250 milioni di finanziamento pubblico, per la Pedemontana il Cipe ha concesso con delibera Cipe 24/2014 la defiscalizzazione degli introiti futuri (dopo la messa in esercizio delle tratte B2 e C) per 800 milioni di euro, pari in valore attuale un contributo di 400 milioni; e la Regione Lombardia ha concesso, con legge Finanziaria 2017, una garanzia pubblica sul futuro restito bancario per 450 milioni di euro.

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20/11/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Terzo Valico, fuori Rettighieri: Salini torna al comando di Cociv: a giorni i vertici

Alessandro Arona

Cantone e il prefetto di Roma fermano due mesi prima del previsto l’amministratore anti-corruzione. Via anche la Romano

Salini Impregilo, gruppo numero uno delle costruzioni in Italia, torna al comando del consorzio Cociv, il general contractor che in forza del contratto del 16 marzo 1992 con Tav spa (aggiornato con l’addendum del 28 ottobre 2011) ha il compito di realizzare per conto dello Stato la ferrovia ad alta capacità Genova-Novi Ligure/Tortona, detta Terzo Valico dei Giovi. Il provvedimento del prefetto di Roma Paola Basilone, infatti, firmato il 16 novembre su proposta e d’intesa con il presidente dell’Anac Raffaele Cantone (e in corso di pubblicazione), ha sancito l’anticipata cessazione dall’incarico dell’amministratore straordinario anti-corruzione Marco Rettighieri, facendo così tornare alla gestione ordinaria, e dunque nel pieno controllo dei soci, il consorzio Cociv. La società è controllata al 64% da Salini Impregilo, a cui spettano in via esclusiva le nomine dei vertici. Fonti di Salini Impregilo confermano che la società è pronta a tornare alla piena e diretta gestione di Cociv, e le nomine di presidente, direttore generale e gli altri manager avverranno entro pochi giorni, comunque entro la settimana.

Oltre al 64% di Salini Impregilo il consorzio Cociv vede le partecipazioni di Condotte d’Acqua al 34% e Civ al 5%; Concotte è in amministrazione straordinaria e ha firmato un preliminare per la vendita delle sue quote a Salini Impregilo, ma la cessione non è ancora definitiva. Marco Rettighieri era stato nominato amministratore straordinario il 3 marzo 2017 (e poi prorogato due volte fino al 15 gennaio 2019) dopo le inchieste per corruzione a Roma e Genova che hanno coinvolto i vertici del Cociv e imprese subaffidatarie. Il prefetto Basilone e Cantone hanno motivato la cessazione dell’incarico con il venir meno delle esigenze anti-corruzione, perché sono state tutte concluse con successo (senza ricorsi e senza corruzione) le gare previste per l’opera. In base all’accordo con la Ue di fine anni novanta, infatti, Cociv è tenuto a mettere in gara europea solo il 60% dei lavori civili previsti, e questa parte è stata concentrata nei primi 4 lotti costruttivi. Il quinto lotto, dunque, da 1.550 milioni, e il sesto, da 791, se e quando saranno sbloccati dal governo, potranno essere realizzati direttamente da Salini Impregilo o con affidamenti diretti a imprese terze, senza gare. Dunque – questa la motivazione di Basilone e Cantone – Rettighieri non serve più.

LA CESSAZIONE DI RETTIGHIERI

Il prefetto di Roma Paola Basilone, su proposta del presidente dell’Anac Raffaele Cantone, ha disposto venerdì 16 novembre la cessazione anticipata di Marco Rettighieri dall’incarico di amministratore straordinario del consorzio Cociv, general contractor dell’opera Terzo Valico ferroviario dei Giovi. L’incarico di Rettighieri, che aveva scadenza il 15 gennaio prossimo, è stato anticipatamente interrotto per «il pieno raggiungimento degli obiettivi assegnati e per il venire meno delle esigenze anticorruzione che ne avevano motivato la nomina», il 3 marzo 2017, ai sensi dell’articolo 32, comma 1, lettera b) del decreto legge 24 giugno 2014. n. 90 (nomina poi prorogata il 30 agosto 2017 fino al 15 gennaio 2018, e il 20 dicembre 2017 fino al 15 gennaio 2019). Questa la versione ufficiale raccolta da Radiocor Plus da fonti primarie del Ministero dell’Interno e dell’Anac. Entrambe confermano l’intesa tra il prefetto Basilone e il presidente dell’Anac Cantone. Il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli è dunque estraneo alla decisione, e il ministero delle Infrastrutture non ha per ora confermato che fosse a conoscenza e d’accordo con la decisione presa.

La scelta di “commissariare” il consorzio Cociv, raggrappamento di imprese a guida Salini Impregilo incaricato di realizzare il Terzo Valico (opera da 6,118 miliardi di euro), è maturata da parte dell’Anac, insieme all’allora ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, dopo le due inchieste giudiziarie (una a Roma e l’altra Genova) che hanno coinvolto con accuse di corruzione sia i vertici di Cociv che una serie di imprese appaltatrici. Marco Rettighieri, ex dirigente di Rfi, direttore di Telt (Torino-Lione), direttore dell’Atac a Roma, direttore generale di Expo anche in quel caso dopo le inchieste anti-corruzione, ha gestito Cociv – in base al Dl 90/2014 – esautorando completamente i soci privati (e accantonandone gli utili in apposito fondo), e rilanciando gare e cantieri del Terzo Valico, che dopo l’inchiesta avevano subito uno stop di quasi un anno, tra fine 2016 e fine 2017. ««Tutte le gare sono state realizzate senza ricorsi», spiegano al Viminale, e la stessa motivazione arriva dall’Anac: le esigenze di controllo statale anti-corruzione di inizio 2017 sono venute meno. Missione compiuta.

LASCIA ANCHE IL COMMISSARIO IOLANDA ROMANO

«Il Commissario di Governo per la realizzazione del Terzo valico dei Giovi, Iolanda Romano – ha annunciato il Ministero delle INfrastrutture domenica sera, il 18 novembre – ha rassegnato le dimissioni dal suo incarico. Romano ha contestualmente lasciato anche la posizione in seno all’Osservatorio ambientale della medesima infrastruttura. Il Mit la ringrazia per l’impegno profuso nel ruolo dal 2015 ad oggi. Il Governo sta valutando le soluzioni per il successore, la cui scelta avverrà in tempi brevi».

«Lascio una macchina che funziona, che ora può guidare qualcun altro. Questo il senso della mia decisione di dimettermi dall’incarico di Commissario per il Terzo Valico. Si tratta di una scelta professionale dettata dal desiderio di intraprendere nuove sfide e che è stata condivisa con il Ministero». Così in una nota Iolanda Romano spiega le proprie dimissioni da Commissario per il Terzo Valico.

«Dopo tre anni sento di aver raggiunto il mio obiettivo, che era quello di porre l’accento sul ‘come accompagnare la realizzazione di un’opera’ esclusivamente nell’interesse

pubblico, qualunque sia il progetto – aggiunge -. I metodi applicati, con la grande collaborazione di tutti gli enti – basati su partecipazione, ascolto del territorio, mediazione dei conflitti e trasparenza – hanno dimostrato di funzionare, anche alla scala di una grande infrastruttura. Ma d’ora in poi, per partire con il piede giusto, bisognerebbe applicare la nuova legge sul Dibattito pubblico».© RIPRODUZIONE RISERVATA

20/11/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Progettazione di opere pubbliche nei Comuni a rischio sismico, erogati i contributi 2018

Daniela Casciola

Sono 266 le richieste dei Comuni ammesse, per un totale complessivo di 24.082.139,70 euro

Erogati i contributi 2018 destinati a coprire le spese di progettazione definitiva ed esecutiva per interventi su opere pubblichenelle zone a rischio sismico 1 e 2 e per la messa in sicurezza del territorio dal dissesto idrogeologico. Lo ha comunicato la Direzione centrale del dipartimento della Finanza locale del Viminale che, facendo seguito al decreto 19 ottobre 2018 del Ministero dell’interno, di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze, in data 14 novembre 2018 ha attribuito il contributo per l’anno 2018 tra gli enti beneficiari.

Sono 266 le richieste dei Comuni ammesse, per un totale complessivo di 24.082.139,70 euro.

La Direzione richiama l’attenzione sul contenuto dei commi 6 e 7 dell’articolo 41-bis del decreto legge n. 50 del 2017. Ciascun Comune beneficiario del contributo è tenuto ad affidare la progettazione entro tre mesi dalla data di emanazione del decreto; in caso di inosservanza del termine, il contributo verrà recuperato dal ministero.

Il monitoraggio delle attività di progettazione e dei relativi adempimenti è effettuato attraverso il sistema delle opere pubbliche della banca dati delle pubbliche amministrazioni classificato come «Sviluppo capacità progettuale dei comuni».

I Comuni destinatari dei contributi che ottemperino agli adempimenti informativi richiesti per il sistema di «Monitoraggio delle opere pubbliche» della «Banca dati delle pubbliche amministrazioni-BDAP» sono esonerati dall’obbligo di presentazione del rendiconto delle somme ricevute, limitatamente ai dati finanziari e di avanzamento procedurale trasmessi. © RIPRODUZIONE RISERVATA