Rassegna stampa 13 novembre 2018

13/11/2018 – Libertà

«Efficienza energetica, unire sostenibilità e innovazione»

Convegno all’ Urban Center con Iren che presenta la nuova realtà: Smart solutions PIACENZA Efficienza energetica, Iren dice la sua. Lo ha fatto ieri mattina all’ Urban Center con un convegno dedicato alla nuova realtà del Gruppo, Iren Smart Solutions, che ha messo sotto i riflettori i diversi progetti e attività messi in campo nell’ ambito della riqualificazione energetica di edifici privati e pubblici e della gestione integrata di impianti elettrici e tecnologici di patrimoni immobiliari complessi. «Quello su cui puntiamo è la sostenibilità unita all’ innovazione: si tratta di pilastri strategici del Piano industriale 2023 – ha spiegato il vicepresidente di Iren Ettore Rocchi all’ inizio del convegno che è stato aperto dall’ assessore Paolo Mancioppi e coordinato dalla giornalista di Telelibertà Marzia Foletti – partendo dall’ esperienza del gruppo, Iren Smart Solutions intende proporre delle soluzioni tecnologiche e contrattuali nell’ ambito del risparmio energetico in una logica di semplificazione e trasparenza». Ecco allora l’ idea di lavorare in una direzione nuova: è quella di installare sistemi e impianti ad hoc che da una parte puntino a una ridu zione dei consumi e a un miglioramento delle abitazioni. «Non ci interessa fare semplicemente l’ azienda esecutrice – ha spiegato Fabio Castagnoli a cui è spettato presentare il portfolio dei servizi di Iren – parlare di efficienza energetica oggi significa sempre di più puntare su soluzioni integrate che prevedano la progettazione, il monitoraggio, la consulenza energetica e fiscale. Tre sono i pilastri su cui ci muoviamo: in primis la semplificazione dei rapporti con la rete dei fornitori e poi la realizzazione di interventi strutturali e l’ incasso immediato del credito di imposta. Il tutto chiaramente con l’ obiettivo di migliorare il comfort abitativo e di puntare a un sempre più alto ri spetto dell’ ambiente». A fargli eco è stato anche Paolo Bonaretti, ad di Iren rinnovabili e responsabile di Iren Smart Solutions: «L’ assistenza della clientela viene garantita a tutto tondo: dal processo decisionale fino a coprire tutte le fasi esecutive dell’ intervento». La giornata di approfondimento è stata aperta dall’ ad di Iren Energia Giuseppe Bergesio e ha previsto poi gli interventi del docente del Politecnico Simone Franzò sull’ inquadramento regolatorio del settore building, di Maria Cleme Bartesaghi dello studio legale Sfl e di Christian Attardi di Kpmg che hanno fatto il punto sulle tematiche tecniche, legali e fiscali dell’ ecobonus. _Betty Paraboschi.

13/11/2018 – Il Tempo

La guerra (persa )contro gli enti inutili

Tagli agli sprechi Il primo tentativo di riforma risale al 1956: fu un fallimento Poi le riforme mancate di Calderoli e del governo Renzi bocciato al referendum
Manuel Fondato Giuseppe Tomasi di Lampedusa vergando il suo celebre: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» che fa dire al Tancredi del suo Gattopardo, dimostrò di conoscere molto bene le caratteristiche di questo paese e della sua terra, la Sicilia, che tornerà presto a votare i suoi rappresentanti nelle sempiterne province, esempio di resistenza ad ogni tentativo di abolizione da parte delle istituzioni. La sfida tra le «forbici» del lo Stato e la pletora dei cosiddetti «enti inutili» affonda le radici addirittura nel secondo dopoguerra, quando la Repubblica era ancora nella propria infanzia. La prima legge «taglia -enti» risale infatti al 1956 ma è negli ultimi anni che il legislatore ha tentato ripetutamente la «ghigliottina», termine caro alla Lega ante Salvini. L’ allora Ministro Roberto Calderoli si battè come un leone contro gli sprechi: «Succederà una cosa che non è mai successa in Italia: cadrà la ghigliottina sugli enti inutili che non si sono ristrutturati, non hanno chiuso, non hanno ridotto il personale e non hanno tagliato le spese. Scompariranno circa 34 mila enti inutili che bruciano risorse solo per sopravvivere» annunciò solennemente. Era il 2009, l’ anno all’ attuale vicepresidente del Senato bocciarono ben 29 decreti di riordino per altrettanti enti. Il Consiglio di Stato dichiarò che erano scritti male, cioè che violavano i criteri stabiliti per legge. E così l’ elefantiaca macchina della burocrazia spesso spegne le velleità politi che che, altre volte, si infrangono contro iteressi locali e clientelari. Non c’ è solo il celebre caso del Cnel, abolito dal governo Renzi ma resuscitato dall’ esito fallimentare del referendum costituzionale e ancora vivo e in salute. Esistono ancora, spesso per inerzia, una pletora di microenti, un sottobosco fatto di sigle, sedi fantasma e mission improbabili, in cui è difficile muoversi, come testimonia la difficoltà di arrivare a un censimento «certificato» delle strutture che andrebbero soppresse. Il governo Monti elaborò una lista di 500 enti definiti con certezza «inutili» e il Codacons, nel 2015, stimò che eliminandoli si otterrebbero 10 miliardi di euro di risparmi l’ anno. Anche quando si arriva ad abolirne qualcuno, sovente il provvedimento si perde in una lunga sequenza di ricorsi e contro -ricorsi di fronte alla giustizia amministrativa. Province, comunità montane e il Cnel sono noto a tutti, più difficile individuare quelli che vivono in veri e propri coni d’ ombra, protetti da una ragnatela di consorzi, agenzie regionali, enti autonomi. Molti dei quali impiegano personale senza svolgere alcuna funzione, gestiscono sedi fantasma, ricevono finanziamenti per finalità che non svolgono più o non hanno mai svolto: dall’ Unione italiana Tiro a Segno fino al Centro piemontese di studi africani, passan do all’ Istituto di sviluppo ippico per la Sicilia e a quello per la conservazione della gondola e la tutela del gondoliere a Venezia. Emblematico anche il caso dell’ Unione nazionale per la lotta analfabetismo. Nata nel 1947 per un fine evidentemente prioritario nell’ Italia del secondo Dopoguerra, è ancora attiva. E, ovviamente, fa altro. Come recita la mission, tanto ambiziosa quanto linguisticamente «articolata», in bella evidenza sul sito internet: l’ Unla «si occupa principalmente della progettazione e della realizzazione di Progetti Speciali. Sono così chiamati perché caratterizzati da un insieme di iniziative tra loro articolate che si dipanano attorno ad un obiettivo comune con metodologia e mezzi specifici scelti oculatamente ed in relazione ai fini prefissati nonché agli ambiti di azione dei progetti stessi mirati alla tutela e recupero del territorio e dei beni culturali, alla realizzazione delle biblioteche, a corsi di aggiornamento rivolti ad operatori scolastici, all’ educazione e formazione professionale specie nel campo dell’ agricoltura». In alcuni casi, come la Fenice, muoiono per rinascere sotto altra forma come l’ Istituto per il commercio estero: abolito da Tremonti e da lui stesso resuscitato, e infine trasformato in Agenzia dai bocconiani. Poi c’ è il caso dell’ Indire (Istituto Nazionale di Documentazione per l’ Innovazione e la Ricerca Educativa): la Finanziaria 2007 l’ aveva chiuso e accorpato insieme agli Istituti regionali di ricerca educativa (Irre) nella nuova Ansas (Agenzia nazionale per lo sviluppo dell’ autonomia scolastica). Nel luglio 2011, però, il colpo di scena: dal settembre 2012 via l’ Ansas, torna l’ Indire.

13/11/2018 – Italia Oggi
Affidamenti alla controllata anche con soci privati

Affidamenti diretti dalla regione alla società controllata, anche con ingresso di soci privati; deve comunque essere escluso ogni potere di veto e la partecipazione al capitale da parte dei privati deve essere limitata. Lo afferma il Consiglio di stato con il parere dell’ 8 novembre 2018 n. 2583 in merito ad una richiesta della regione Piemonte concernente la possibilità per una società regionale società in house providing, costituita ai sensi dell’ art. 5 della legge della regione Piemonte 11 luglio 2016, n. 14, di ricevere affidamenti diretti dall’ amministrazione regionale, pur acquisendo partecipazioni private, purché nel limite di un terzo del capitale sociale e senza riconoscimento di nessun potere di veto né di influenza dominante. Per la scelta del socio privato la regione ha comunque evidenziato al Consiglio di stato che avrebbe esperito una procedura ad evidenza pubblica ma l’ interesse era evidentemente diretto a comprendere se dal tale ingresso del privato derivassero conseguenze sull’ operatività dei rapporti fra regione e organismo in house. Dopo avere analizzato i diversi aspetti dell’ operazione, il Consiglio di stato conclude che l’ eventuale ingresso di soci privati (nei limiti e con le procedure indicate), non impedirebbe alla società in house di continuare a ricevere affidamenti diretti dalla regione. Ciò per una serie di ragioni: in primo luogo perché in base alla normativa vigente e alla giurisprudenza, la società in house ha un oggetto sociale predefinito, individuato dal legislatore regionale nella prestazione di un servizio di interesse generale ricadente nell’ esercizio delle funzioni tipiche dell’ ente regionale (esercizio dell’ attività di promozione, accoglienza e informazione turistica in Piemonte). In secondo luogo perché l’ amministrazione regionale continuerebbe ad esercitare il controllo analogo sulla società in house. Inoltre va considerato che mentre il Codice dei contratti pubblici (art. 5) consente la partecipazione di soci privati nella società in house solo se previsto da una legge statale, il Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica (dlgs 175/2016) la consente anche se prevista da una legge regionale. Nel caso di specie già la legge regionale ammette la partecipazione di soci privati nella società, nei limiti e alle condizioni stabilite dalla normativa di riferimento e comunque la normativa regionale, dice il Consiglio di Stato, deve essere applicata ed interpretata nel rispetto di quella sovranazionale, come stabilito dal richiamato articolo 4 della legge regionale n. 14/2016. Se si legge la normativa regionale si prevede espressamente che possono essere soci della società in house, anche soggetti privati (interessati alla promozione e allo sviluppo del turismo in Piemonte) «nel rispetto del diritto dell’ Unione europea». In un secondo punto della richiesta di parere si sottopone la questione interpretativa di un passaggio dell’ articolo 16, primo comma, del decreto.175/2016 il quale stabilisce che le società in house possono ricevere affidamenti diretti di contratti pubblici dalle amministrazioni che esercitano su di esse il controllo analogo o da ciascuna delle amministrazioni che esercitano su di esse il controllo analogo congiunto, solo se non vi sia partecipazione di capitali privati, ad eccezione di quella prescritta da norme di legge e che avvenga in forme che non comportino controllo o potere di veto, né l’ esercizio di un’ influenza determinante sulla società controllata. Il punto era comprendere se la locuzione potesse interpretarsi nel senso che la legge «prescrive che possa consentirsi» la presenza di privati o, al contrario, se debba intendersi nel senso che la legge «obbliga la presenza di privati». A questo riguardo i giudici escludono una interpretazione in senso precettivo (come «obbligo» imposto dalla legge) e propendono per una interpretazione volta a intendere che la presenza di privati in una società in house è ammissibile alle condizioni previste dalla normativa, evitando che il privato possa vantare forme di controllo, poteri di veto o un’ influenza dominante sulla società e fermi restando gli altri requisiti, presupposti e condizioni utili per configurare una società in house. ANDREA MASCOLINI

13/11/2018 – La Repubblica
Ponte, ecco il piano-demolizione esplosivo solo sugli appartamenti

Il crollo del Morandi
Genova, il commissario Bucci: si parte il 15 dicembre, ricostruzione finita a metà 2020
GENOVA Il sindaco-manager a cui piace utilizzare l’ inglese parla di “best option”. Con questa opzione – assicura Marco Bucci, che è anche il commissario scelto dal governo – la demolizione dei pezzi di ponte Morandi rimasti in piedi potrà partire già dal prossimo 15 dicembre. Così il nuovo ponte « sarà pronto entro la prima metà del 2020 » . Non è la prima previsione che fa Bucci e anche stavolta le lancette vengono spostate in avanti: fino a poco tempo fa il sindaco- commissario parlava di lavori finiti «entro il 2019». Tecnicamente, la demolizione andrà avanti su due binari. Probabile l’ utilizzo di esplosivo dalla parte di Levante, con le case abbandonate sotto. E lo smontaggio a pezzi per il tronco di Ponente, dove si trovano fabbriche e capannoni. «Se cominciamo il 14, 15 o 16 non importa, certamente prima di Natale. Dobbiamo far vedere che siamo stati capaci a far iniziare i lavori. Sempre che nessuno ci metta i bastoni tra le ruote » , spiega Bucci. Il sindaco seguirà la strada della negoziazione diretta senza pubblicazione, niente appalto quindi. Mentre demolizione e ricostruzione potranno essere affidate a due soggetti diversi. Questo lascia la porta aperta ad Autostrade la quale adesso potrà giocarsi la partita della demolizione. Ma chi pagherà? « Lo dice la legge: il commissario deve mandare una fattura ad Aspi per quanto riguarda le spese di demolizione, ricostruzione, smaltimento e rimborsi per la case espropriate agli sfollati e alle aziende » , continua il sindaco. E se da Autostrade non arriveranno i soldi « è previsto che potremo vendere i crediti a enti bancari o alla Cassa Depositi e Prestiti con un interesse previsto dalla legge dell’ 1,5 per cento più lo spread». Nel frattempo, il fronte degli sfollati sta mostrando le prime crepe. Grazie alle proposte di trattativa individuale, cioè per nucleo familiare, intavolate direttamente da Autostrade spa con gli ex residenti o proprietari delle abitazioni della zona rossa. La concessionaria infatti ha un obiettivo: chiudere il prima possibile i vari contenziosi aperti con le vittime dirette e indirette dello scorso 14 agosto. Per l’ azienda c’ è anche un vantaggio secondario, cioè ridurre così il ” peso contrattuale” del comitato dei rimasti senza casa. In questi ultimi giorni sono almeno una quindicina ( su 258 totali) i proprietari che hanno siglato o stanno siglando un accordo diretto con Aspi per venire rimborsati. Prima quindi che il decreto Genova diventi legge a tutti gli effetti. « Pochi, maledetti e subito », come si suol dire. In questo caso la somma corrisposta si avvicina al 90 per cento di quanto, in teoria, previsto dal provvedimento del governo. Il vantaggio di ex inquilini o proprietari è quello di chiudere subito una vertenza che potrebbe andare avanti per svariati mesi. Forse rinunciando a qualcosa, ma con la sensazione di gestire in proprio, senza intermediari, la faccenda. Mettendosi al riparo da eventuali problemi di coperture e altre diatribe legali tra Stato e Aspi. Ad oggi, Autostrade ha versato a fondo perduto solo 8mila euro di base ( vanno aggiunti mille euro per ogni persona a nucleo familiare) alle famiglie coinvolte per le spese extra sostenute dopo il crollo. Mentre l’ accoppiata tra Pris, il programma regionale interventi strategici, e “decreto Genova” prevede, in sintesi: 2.025 euro per metro quadrato di risarcimento per la vecchia abitazione, più altri 71mila tra indennità di delocalizzazione – cioè l’ essere stati costretti a cambiare casa – e il danno dall’ averlo dovuto fare da un giorno all’ altro. Il comitato degli sfollati, infine, sta cercando di spuntare un’ altra somma per i danni esistenziali. Ma in questo caso la trattativa con la concessionaria è ancora aperta. © RIPRODUZIONE RISERVATA Il tronco sopra i capannoni sarà smontato in pezzi. L’ appalto sarà dato senza una gara STEFANO RELLANDINI/ REUTERS Il moncone Il lato del ponte Morandi sopravvissuto al crollo del 14 agosto. STEFANO ORIGONE MATTEO PUCCIARELLI

13/11/2018 – La Repubblica
Tav, la Francia mette fretta “Guai a perdere i fondi Ue” A rischio 75 milioni al mese

Vertice intergovernativo sulla Torino-Lione
Toninelli incontra la sua omologa Borne. Chiesto all’ Italia il ” rispetto dei trattati” Ma il ministro grillino insiste sulla necessità di attendere l’ analisi costi-benefici
Parigi Torino La Francia non è disposta a perdere denaro per aspettare l’ esito dell’ analisi costi-benefici realizzata in Italia sulla Torino- Lione. La ministra francese dei Trasporti, Elisabeth Borne, incontra Toninelli e chiarisce: « Lasceremo che l’ Italia faccia le sue valutazioni tenendo ben presente la necessità di non perdere i finanziamenti Ue. Abbiamo riaffermato la volontà di rispettare i trattati internazionali. Credo sia così anche per l’ Italia » . La dichiarazione è netta e chiarissima. Danilo Toninelli incontra Borne e poi lascia Bruxelles uscendo da una porta secondaria. Impedisce ai diplomatici della rappresentanza italiana all’ Ue di partecipare all’ incontro. E poi racconta la sua verità in un comunicato: « La ministra Borne ha concordato sull’ idea che sia necessario rinviare la pubblicazione dei bandi di Telt per il tunnel di base, prevista entro dicembre. L’ intesa con la Francia sul congelamento delle gare, fino al compimento dell’ analisi costi benefici, sarà esaminata assieme alla Commissione Ue per non pregiudicare gli accordi internazionali». In realtà Borne non ha mai accettato l’ idea di congelare le gare per il tunnel di base. La ministra ha anzi dichiarato « la volontà di rispettare i trattati internazionali » che prevedono quel tunnel e che sono stati votati dal Parlamento italiano e controfirmati dal Presidente della Repubblica. Che cosa significa la volontà francese di « non perdere i finanziamenti internazionali»? Il calcolo è presto fatto: se le gare di appalto del tunnel di base non partiranno entro dicembre, ogni mese di ritardo costerà 75 milioni, cioè 2,5 milioni al giorno. Cifra enorme. Come ci si arriva? L’ Unione europea ha garantito un finanziamento pari al 41 per cento dell’ opera. Nel periodo 2015- 2019 questo significa che Bruxelles metterà 813 milioni sui circa 2 miliardi di opere previste. Quando, alla fine del prossimo anno, non venissero eseguiti lavori per 2 miliardi, come previsto dal cronoprogramma, Bruxelles verserebbe a Telt ( la società che realizza l’ opera) una cifra proporzionalmente minore. La media dei finanziamenti mensili europei che si perderanno è di 75 milioni, equivalenti ad un ammontare complessivo di lavori di oltre 180 milioni. Chi pagherà i 75 milioni mensili che non arriveranno da Bruxelles ? I comunicati ufficiali non lo dicono. Ma ieri sera i collaboratori di Borne da Parigi, fornivano una spiegazione illuminante: « Francia e Italia hanno convenuto di scambiarsi i risultati preliminari della valutazione costi-benefici, integrandola con le conseguenze previste dai loro impegni internazionali, in particolare per quanto riguarda gli impegni di finanziamento europeo » . Nell’ incontro di ieri Toninelli ha dunque concesso di inserire nell’ analisi costi- benefici italiana i maggiori costi derivanti dai ritardi causati dai tentennamenti di Roma. Di conseguenza quei maggiori costi li pagherà l’ Italia. Da notare che mai la ministra francese ha ipotizzato il blocco dell’ opera. Nella sua dichiarazione ha anzi affermato che la Francia «ha riaffermato la volontà di rispettare i trattati internazionali». E ha anzi aggiunto che ritiene che «sia così anche per l’ Italia». Frase impegnativa. I trattati internazionali sono quelli firmati dai governi di Roma e Parigi e dai rappresentanti dell’ Ue che impegnano solennemente gli Stati a realizzare la Tav. Dire, come fa l’ esponente del governo di Parigi, che anche l’ Italia rispetterà i trattati, significa affermare che, al di là delle battaglie di facciata, il governo giallo- verde alla fine manterrà l’ impegno sottoscritto dall’ Italia nel 2015. Quanto dureranno quelli che esponenti del centrosinistra come Piero Fassino chiamavano ieri « i giochi di prestigio del governo »? L’ unica certezza è che dal 1° dicembre il “tassametro” dei mancati finanziamenti europei è destinato a salire. A meno che, come allude una frase del comunicato di Toninelli, l’ Ue non sia disposta a concedere una dilazione. Ma non sembra esserci il clima giusto per sperarlo. © RIPRODUZIONE RISERVATA ALESSANDRO DI MARCO/ ANSA Fronte francese La presentazione dello scavo del tunnel della linea ad alta velocità Torino-Lione in territorio francese, avvenuta nel 2016 Parigi Elisabeth Borne è la ministra dei Trasporti della Francia. Riconosce all’ Italia il diritto di “fare valutazioni” ma senza perdere fondi Ue Roma Danilo Toninelli è ministro delle Infrastrutture del governo che vede alleato il suo partito (M5S) con la Lega di Salvini. ANAIS GINORI, PAOLO GRISERI

13/11/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Il Consiglio di Stato mette in fuori gioco l’Anac: sanzioni nulle se non comminate entro 180 giorni

Pietro Verna

Il termine previsto dal regolamento dell’Autorità ha valore perentorio e non può essere sforato

Il termine di 180 giorni fissato dall’ articolo 29 del regolamento dell’Anac in materia di esercizio del potere sanzionatorio è perentorio, pena l’annullabilità dei provvedimenti eventualmente adottati (Consiglio di Stato, Sez. IV, 3 ottobre 2018, n. 5695). Con questa decisione, il massimo organo di giustizia amministrativo ha confermato la sentenza con la quale il Tar Lazio- Roma aveva accolto il ricorso contro un provvedimento sanzionatorio adottato dall’ Anac ad oltre un anno dall’avvio del procedimento. Lasso di tempo che i giudici amministrativi capitolini hanno ritenuto incompatibile con le previsioni dell’ art. 29 in questione ( « il procedimento sanzionatorio inizia con la comunicazione di avvio nella quale sono indicati: a) l’oggetto del procedimento e le sanzioni comminabili […]; b) il termine, non superiore a 180 giorni, per la conclusione del procedimento, decorrente dalla ricezione della comunicazione di avvio, fermi restando i casi di sospensione. Il termine di conclusione del procedimento è sospeso […] per le produzioni istruttorie [e] per il periodo necessario allo svolgimento dell’audizione delle parti»), in quanto il il provvedimento era stato avviato il 15 ottobre 2014, deliberato dall’Anac il 9 settembre 2015 ed infine comunicato all’operatore economico il 4 novembre 2015.

Cornice normativa

La materia è disciplinata dal regolamento del 26 febbraio 2014 approvato dall’ allora Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture (Avcp), ai sensi dell’ all’art 8, comma 4, del D.Lgs. n. 163 del 2006 ed in forza quale il potere sanzionatorio è esercitato « nel rispetto dei principi della tempestiva comunicazione dell’apertura dell’istruttoria, della contestazione degli addebiti, del termine a difesa, del contraddittorio, della motivazione, proporzionalità e adeguatezza della sanzione, della comunicazione tempestiva con forme idonee ad assicurare la data certa della piena conoscenza del provvedimento, del rispetto degli obblighi di riservatezza».

La vicenda processuale

L’Anac aveva impugnato la sentenza del giudice di prime cure eccependo che il termine di 180 giorni previsto dal citato art. 29 sarebbe stato ordinatorio «per la carenza di una espressa previsione di perentorietà », e che tale articolo non avrebbe disposto alcuna decadenza per inutile decorrenza del termine, né consumato il potere dell’Autorità di provvedere. Ragion per cui il provvedimento sanzionatorio impugnato ( iscrizione nel casellario informatico, sospensione per un mese dalle procedure di gara pubblica e sanzione pecuniaria pari a euro 1.500) non sarebbe stato illegittimo, atteso che la violazione del termine ordinatorio « non determina […] la consumazione del potere dell’amministrazione del potere di provvedere». Tesi che il Consiglio di Stato ha ritenuto priva di pregio muovendo dal presupposto che il provvedimento sanzionatorio, sebbene in assenza di una espressa previsione di perentorietà, non possa protrarsi sine die, fermo restando che l’art. 29 « porta a ritenere che il provvedimento impugnato […] sia stato adottato in violazione [dell’] art. 8, comma 4, del D.Lgs. n. 163 del 2006, che afferma espressamente il principio di tempestività sia nella fase di avvio, che in quella di conclusione del procedimento sanzionatorio». Norma, questa, che assicura la certezza dei tempi del procedimento sanzionatorio, a tutto vantaggio degli operatori economici coinvolti in procedimenti sanzionatori ( in senso conforme, Consiglio di Stato, Sez. IV, 23 luglio 2018, n. 4427).

Aspetti applicativi

Il regolamento approvato dall’Avcp resta operante nelle more della riformulazione prevista dall’art. 213, comma 13, del codice dei contratti pubblici, come modificato dall’art. 125, comma 1, lettera b), del D. Lgs. n. 56 del 2017. Il che dovrà avvenire nel rispetto dei principi stabiliti dalla legge 24 novembre 1981, n. 689 e, in particolare, dall’art. 28 della stessa legge, in base alla quale: (i) il diritto a riscuotere le sanzioni si prescrive entro cinque anni dal giorno dalla violazione; (ii) l’interruzione della prescrizione è regolata dalle norme del codice civile.

Nel frattempo un primo adeguamento alla legge n.689 del 1981 è avvenuto con la modifica l’art. 6 del regolamento (delibera Anac n. 949 del 13 settembre 2017,n. 949), secondo cui il soggetto responsabile della violazione, nei casi in cui non ricorra in astratto l’ipotesi per l’applicazione di misure interdittive dalla partecipazione alle gare, ha la facoltà di aderire al pagamento in misura ridotta previsto dall’art.16 della legge 689/81. Il tutto accompagnato dalla precisazione che « l’intervenuto pagamento, entro 60 giorni dalla contestazione degli addebiti, estingue il procedimento». © RIPRODUZIONE RISERVATA

13/11/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Lavori all’estero, Ansaldo Sts firma un contratto da 840 milioni per la metro di Riad

Q.E.T.

Lo rende noto la stessa azienda, in qualità di leader del consorzio Flow, formato con Ferrovie dello Stato Italiane e Alstom

Ansaldo Sts ha firmato il contratto di gestione e manutenzione per quattro linee della metropolitana di Riad. Lo rende noto la stessa azienda, in qualità di leader del consorzio Flow, formato con Ferrovie dello Stato Italiane e Alstom. Il contratto prevede una durata di 12 anni. «Il valore registrato da Ansaldo Sts – viene spiegato – è pari a circa 840 milioni di euro».

La rete metropolitana di Riad è attualmente in costruzione. Flow fornirà l’intera gamma di servizi per le linee 3, 4, 5 e 6, della lunghezza totale di 113 chilometri e per 50 stazioni. I servizi includono anche il funzionamento della metropolitana, la sicurezza e l’assistenza ai passeggeri, la gestione degli impianti, la manutenzione degli edifici e il sistema di trasporto che comprende treni, segnalamento, telecomunicazione, alimentazione, informazioni ai passeggeri e altro. © RIPRODUZIONE RISERVATA

13/11/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Imprese/2. Piacentini, nel bilancio 2017 crollo di ricavi e redditività prima del no delle banche

Alessandro Arona

Valore della produzione da 46 a 33 milioni, perdita di 6,8 milioni: bilancio depositato con la bocciatura del collegio sindacale

La pubblicazione del bilancio 2017 presso la Camera di Commercio di Modena, avvenuta nei giorni scorsi, permette di ricostruire meglio la crisi di Piacentini, che a fine ottobre ha chiesto il concordato preventivo in bianco (si veda il servizio).

L’esercizio 2017, dopo quella che nel 2016 sembrava una parziale ripresa, si è chiuso con una «forte contrazione della produzione» (i virgolettati sono dalla relazione al bilancio), passata da 46 a 33 milioni di euro, con redditività che va in rosso già con il margine operativo netto (Ebitda – ammortamenti), per 3,087 milioni, e poi ancora peggio per il risultato operativo, sotto di 5,22 milioni, un risultato ante imposte a -7,6 e un risultato netto a -6,895 milioni.

 

Pesante è stata poi la «soccombenza nella procedura di arbitrato internazionale intentata da Bosch-Rexroth», sentenza del Tribunale di Bologna nel lodo arbitrale che è costata con esecuzione immediata tre milioni di euro a Piacentini, «a seguito del quale è arrivato il relativo pignoramento presso le due banche nostre finanziatrici».

Sempre nel 2017 le banche avevano cominciato a non rinnovare gli affidamenti bancari, con paradossale riduzione del debito e dunque miglioraento della posizione finanziaria netta, da 41,88 a 28 milioni. In modo più che proporzionale al mancato rinnovo dei vecchi si sono ridotti i nuovi affidamenti bancari, e dunque la società è entrata in un circolo vizioso.

A inizio 2018 la società ha dunque deciso di «attivare una procedura di ristrutturazione finanziaria ex art. 67 L.F., nominando gli advisor finanziari, legali e contabili che hanno chiesto l’opportuno “stand still” al ceto bancario».

Il piano industriale è stato presentato alle banche il 24 luglio 2018, ma pochi mesi dopo respinto, arrivando così alla richiesta di concordato in bianco al Tribunale, il 23 ottobre.

Nei giorni scorsi è stato depositato in Camera di commercio il bilancio 2017, ma con la bocciatura da parte del Collegio sindacale (i revisori contabili interni): «Il bilancio – scrivono – non fornisce una rappresentazione veritiera e corretta della situazione patrimoniale e finanziaria della società al 31/12/2017, e del risultato economico e dei flussi di cassa per l’esercizio chiuso».

I revisori indicano «l’esistenza di un’incertezza rilevante che può far sorgere dubbi significativi sulla capacità della società di continuare a operare come un’entità in funzionamento», e inoltre si contesta l’utilizzo di benefici fiscali futuri, senza i quali il risultato netto sarebbe stato anche peggiore in bilancio. © RIPRODUZIONE RISERVATA

13/11/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Imprese, a Cmc non bastano i 50 milioni Anas. In Italia cantieri a rischio per 1,2 miliardi

Alessandro Arona

I contratti della coop. Mediobanca ha imposto il congelamento dei pagamenti, anche se la cedola in scadenza vale solo 975mila euro

Sono 21, dalla Sicilia alla provincia di Bolzano, i cantieri aperti in Italia da Cmc, la coop di Ravenna numero 4 tra i gruppi italiani di costruzione (con un fatturato di 1.119 milioni di euro nel 2017) che venerdì 9 novembre ha annunciato la decisione di non pagare la cedola di interessi in scadenza giovedì 15 novembre per il prestito obbligazionario da 325 milioni di euro collocato nel novembre 2017 con scadenza 15 febbraio 2023 e cedole semestrali dal 3% di interessi (6% annuo).

Ieri fra l’altro i i valori dei due bond di Cmc Ravenna sono crollati sul mercato secondario.

Il bond da 250 milioni con scadenza ad agosto 2022 e quello da 325 milioni con scadenza nel febbraio del 2023 stanno perdendo circa il 55% del loro valore, ridottosi ormai a soli 17 centesimi per ogni euro di valore nominale.

Mediobanca, nominato pochi giorni prima dalla coop advisor finanziario (insieme a Studio Trombone dottori commmercialisti) ha imposto in sostanza un congelamento dei flussi finanziari della società, in attesa degli «approfondimenti in corso» sui conti della società e la situazione di cassa. Dunque niente pagamenti, comprese le cedole, per almeno 15 giorni, tempo che il consiglio di ammistrazione si è dato per «valutare gli esiti» della due diligence in corso, gestita da Mediobanca. Sembra per il momento esclusa ogni ipotesi di richiesta di concordato preventivo, e lo stesso pagamento della cedola potrebbe essere solo rinviato, escludendo l’ipotesi anche solo parziale di default.

Resta comunque il fatto che Cmc ha affidato ai due advisor finanziari (e ai due legali: lo studio del prof. Andrea Zoppini e l’avv. Fabrizio Corsini) il compito di «individuare, nel più breve tempo possibile, le misure necessarie al superamento in continuità aziendale della attuale situazione di difficoltà, per poi negoziare una complessiva manovra di riorganizzazione della propria esposizione finanziaria».

Il Consiglio ha dunque «deliberato di riconvocarsi quanto prima, e comunque non oltre quindici giorni dalla data odierna, per valutare gli esiti degli approfondimenti in corso con l’ausilio degli advisors e assumere le conseguenti determinazioni».

Dunque: 1) due diligence fatta dagli advisor; 2) entro 15 giorni nuovo Cda per valutare; 3) complessiva manovra di riorganizzazione del debito, da negoziare con le banche.

LA CEDOLA E I 50 MILIONI DALL’ANAS

Il pagamento Anas per Sal e contenziosi, per un valore di 50 milioni di euro, comunicato dalla società strade nei giorni scorsi, è effettivamente pervenuto a Cmc. Ma si tratta di circa la metà di quanto richiesto dalla società, e comunque i cantieri in Sicilia per la Agrigento-Caltanissetta (società di scopo Empedocle 1 e 2) si sono fermati nei mesi scorsi per il contenzioso tra Cmc e Anas, e il riavvio dei fornitori e subappaltatori impiegherà un po’ di tempo per andare a regime.

Resta però qualche dubbio…. La cedola semestrale sul bond in scadenza (bond numero XS1717576141, 6% annuo) vale 975mila euro, non una cifra “monstre” tenendo conto che tre giorni prima sono entrati in cassa 50 milioni.

Mediobanca ha in sostanza imposto la moratoria alla cassa, almeno per un paio di settimane, in attesa di capire e pronunciarsi. Poi a decidere sarà il Cda di Cmc.

LA SITUAZIONE DI CMC

Il 15 ottobre la società ha comunicato i mancati incassi per 108 milioni di euro avvenuti nel corso del 2018, relativi a mancati pagamenti Anas per due opere in Sicilia (per la superstrada Agrigento-Caltanissetta), due lavori in Kenya per opere idriche (circa 60 milioni di euro di mancati incassi), un’altra opera idrica in Nepal (circa 10 milioni).

Mancati incassi che hanno portato a un peggioramento della posizione finanziaria netta rettificata della società (debiti meno disponibilità liquide) dai 670 milioni di fine 2017 fino a 825 miloni, portando nella semestrale al 30 giugno 2018 il rapporto Pfn/Ebitda, già alto nel 2017 (3,84), vicino alla soglia di rischio considerata dagli analisi finanziari intorno a quattro, al valore “da allarme” di 5,84.

Poi però, il 22 ottobre, il direttore generale Paolo Porcelli ha spiegato a «Edilizia e Territorio» che «non si tratta di pagamenti saltati, sono solo di slittamenti, e nelle ultime settimane le cause del ritardo sono tutte state rimosse, e i pagamenti arriveranno entro l’anno».

Così è stato in effetti per Anas, ma pochi giorni fa la società – probabilmente pressata dalle banche – ha deciso di affidarsi a Mediobanca per una due diligence in tempi rapidi.

I CANTIERI CON ANAS

Cmc ha in corso con Anas cinque grossi lavori, per un valore delle opere di 1,6 miliardi di euro, ma si tratta di cantieri in fase avanzata di realizzazione, importanti soprattutto per il contenzioso su Sal non pagati e riserve per extracosti (110 milioni di “petitum” di cui 50 pagati), piuttosto che per la quota residua da realizzare, che vale solo 136 milioni di euro.

Due contratti sono per la superstrada Agrigento-Caltanissetta, e su questi si sono registrate le maggiori tensioni con Anas per il riconoscimento dei Sal e il relativo pagamento: il lotto Empedocle 1 è praticamente finito, al 99,9% di avanzamento, con valore contrattuale per Cmc di 354 milioni (0,4 milioni residui), il lotto Empedocle 2 è al 90% e vale 669 milioni per Cmc (66,2 milioni residui).

Sempre in Sicilia la Palermo-Lercara Friddi, 231 milioni per la coop e avanzamento 72% (valore residuo per Cmc 65,8 milioni).

Poi un lotto del Quadrilatero Umbria Marche, che vale per Cmc 336 milioni ed è al 98,9% (valore resido 3,7 mln) .

Infine un lotto della nuova Aurelia, tratta Savona-Albissola, 88,7 milioni per Cmc, al 93% (valore residuo 6,2 milioni).

ALTRI LAVORI IN ITALIA

Il portafoglio ordini, cresciuto da 3.728 milioni di fine 2017 a 4.660 milioni al 30 giugno scorso, è per il 73,5% all’estero, e solo il 26,5% in Italia. Nel nostro paese Cmc ha comunque in corso cantieri che valgono 1,2 miliardi di euro di quota residua da realizzare.

I principali lavori in corso in Italia sono la tangenziale nord-ovest di Merano (Bz), valore 63,7 milioni per Cmc, in avvio, i metrò leggeri di Seregno (Bg, 94,7 milioni residui, appena avviato), di Cosenza (85,1 mln residuo, anch’esso appena avviato) e di Catania (lotto Stesicoro-Catania, 29,4 mln residui).

Poi un lavoro idrico a Trento (21,4 milioni residui), l’ospedale di Camerano (32,6 mln residui), più una serie di piccoli e medi cantieri per edilizia pubblica o privata (commesse con valore residuo tra due e 20 milioni).

LAVORI ALL’ESTERO

Sono all’estero i lavori più importanti, per un valore residuo da 3,4 miliardi di euro.

Per la lista completa si veda la tabella, ma val la pena di segnalare la strada in Zambia da 200 milioni (lavoro da avviare) e l’appalto per manutenzione e gestione di strade in Kuwait, per 242 milioni di euro residui.

Poi c’è il corposo pacchetto nel settore idrico, con una quindicina di opere: tra questi i 4 progetti in Kenya per 152 milioni residui (diga di Itare, in corso), 123 milioni (da avviare, Khitino Multipurpose Water project), 111 milioni (diga, lavoro in corso), 92,mln (diga, in corso).

Poi condutture idriche in Argentina per 167 milioni residui e un progetto idroelettrico in Nepal da 50 milioni di euro (residuo).

Poi i due megaprogetti in Sud Africa (ricostruzione del porto di Durban, 255 milioni, da avviare) e Zambia (miniera sotterranea, 288,6 milioni residui). © RIPRODUZIONE RISERVATA

13/11/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Buia (Ance): «In manovra +15% investimenti, obiettivo irrealistico senza semplificazioni»

A.A.

«Bene le nuove risorse, ma serve una scossa immediata per centrare i 5 miliardi di spesa aggiuntiva calcolata dal governo»

Nella manovra di finanza pubblica presentata dal governo sono previsti 15 miliardi di euro di investimenti pubblici aggiuntivi nei prossimi tre anni, dei quali 3,5 miliardi già nel 2019; sommandosi ai quasi 2 miliardi di maggiori investimenti già previsti a legislazione vigente si arriverebbe a un totale di oltre 5 miliardi di investimenti aggiuntivi nel 2019 rispetto al 2018.

Lo ha spiegato in audizione alla Camera il presidente dell’Ance Gabriele Buia, che aggiunge: «Se questa attesa venisse confermata, il 2019 registrerebbe una vera e propria inversione di tendenza; +15% di investimenti pubblici, dopo il -5% del 2017 e il -2% del 2018». Eppure, aggiunge Buia, «allo stato attuale questi obiettivi sono irrealizzabili», perché senza semplificazioni procedurali forti e immediate i consueti tempi lunghi di attuazione dei programmi dei lavori pubblici in Italia – prevede l’Ance – renderanno queste previsioni (come sempre avvenuto i questi anni) ottimistiche e irrealizzabili.

«Le risorse stanziate – ha commentato Buia – indispensabili per il nostro Paese, sono destinate a rimanere mere postazioni contabili e non produrranno alcun effetto in termini di spesa effettiva perché si scontreranno con procedure che bloccano la realizzazione di qualsiasi iniziativa, seppur finanziata». «È la conseguenza – aggiunge – di anni di stratificazioni e incrostazioni normative e procedurali che occorre superare con un’incisiva azione di semplificazione e accelerazione. Per raggiungere l’obiettivo, è allora assolutamente necessario inserire nella Legge di bilancio misure di forte impatto, che consentano, fin dai primi mesi del 2019, di trasformare le risorse in cantieri sul territorio».

L’Ance ha dunque suggerito un pacchetto di proposte, sul modello del Plan E lanciato dalla Spagna nel 2008 per il rilancio dell’economia tramite lavori pubblici, che ha permesso in un anno investimenti aggiuntivi per 8 miliardi di euro. L’Ance suggerisce immediate semplificazioni procedurali, in attesa che le pur positive iniziative organizzative del governo entrino a regime (cabina di regia e task force per gli investimenti pubblici, centrale per la progettazione):

1) sottoporre al Cipe (che ha tempi lunghi) solo i programmi di investimento, e non più i singoli progetti:

2) meno progetti con parere obbligatorio del Consiglio superiore dei Lavori pubblici (alzare da 50 a 200 milioni la soglia minima);

3) eliminare le duplicazioni procedurali tra i Ministeri.

E poi ancora:

4) sfoltire l’attività di controllo della Corte dei Conti, concentrandolo sui programmi e poi su controlli complessivi sull’operato delle amministrazioni, piuttosto che sui singoli provvedimenti;

5) per l’aggiudicazione degli appalti, utilizzare strumenti trasparenti e rapidi, come l’esclusione automatica delle offerte anomale fino alla soglia comunitaria e laddove non vi sia complessità tecnologica;

6) limitare l’utilizzo dell’offerta economicamente più vantaggiosa, ritornando in parte al massimo ribasso (sempre, per lavori sotto i due milioni, e ove si tratti di progetti non complessi tra 2 e 5,48 milioni);

7) ritorno all’appalto integrato (affidamento congiunto di progettazione esecutiva e lavori, al posto delle gare sempre su progetto esecutivo imposte ora dal Codice appalti).

«Senza queste semplificazioni – ha detto Buia – la pur importante iniezione di risorse prevista nel DDL di bilancio lascia poco spazio a valutazioni ottimistiche. Allo stesso modo, le fondamentali misure di finanza pubblica per gli Enti territoriali, che offrono una maggiore capacità di spesa, rischiano di non produrre effetti se non verranno indirizzate e concretamente utilizzate alle opere pubbliche necessarie ai territori».

Buia è tornato a insistere, tra le altre cose (SI VEDA L’INTERVENTO COMPLETO), sui pesanti problemi di liquidità causati dallo split payment: «Oltre al rilancio degli investimenti pubblici, nella manovra deve trovare spazio l’eliminazione dello split payment, un meccanismo perverso che colpisce le imprese di costruzioni. L’aumento esponenziale del credito IVA che ne deriva impone, alle imprese del settore, una pesante perdita di liquidità, stimata in 2,4 miliardi l’anno, e che, con l’obbligo della fatturazione elettronica, perde la sua ragion d’essere ai fini di un adeguato contrasto all’evasione Iva». © RIPRODUZIONE RISERVATA

13/11/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Torino Lione, ok di Parigi al congelamento dei bandi: verso il via libera sulle altre grandi opere

Barbara Fiammeri e Giorgio Santilli

La condizione del ministro francese Elisabeth Borne a Toninelli: sulla Tav aspettiamo le analisi tecniche, ma senza perdere i fondi Ue

Resta alta la tensione sulle grandi opere fra M5S e Lega a partire dalla Tav. La manifestazione di sabato a Torino in favore dell’Alta velocità approfondisce la distanza tra i due partiti di governo. Ne è consapevole il premier Giuseppe Conte che ieri, nell’incontro con Matteo Salvini a Palazzo Chigi sulla manovra, ha preso atto della posizione della Lega sulla Tav: il Carroccio chiede di arrivare in tempi rapidi a un chiarimento. Anche nel M5S i 30mila sì-tav di Piazza Castello pesano, tant’è che la sindaca Chiara Appendino ieri ha raggiunto a Roma Luigi Di Maio per dichiarare la disponibilità per un confronto immediato con le promotrici della manifestazione (si veda l’articolo a fianco) proprio mentre a Parigi, poco prima, il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli incontrava la sua omologa francese Elisabeth Borne, raggiungendo una tregua di due mesi per completare l’analisi costi-benefici dell’opera. I Cinque stelle restano comunque «contrari», come ha tenuto ha ribadire il presidente della Camera Roberto Fico

Anche se per Di Maio – e ancora di più per Salvini – è prioritario smentire l’immagine di un governo contro le grandi opere. E una prima tregua fra gli alleati di governo potrebbe essere raggiunta su due capisaldi: breve rinvio delle decisioni sulla Torino-Lione a gennaio, quando sarà stata approvata la legge di bilancio, utilizzando lo strumento dell’analisi costi-benefici; accelerazione subito per le grandi opere che più stanno a cuore alla Lega, in particolare, Terzo valico fra Genova e Milano, completamento del Mose e Pedemontana veneta.

Aldilà dell’aspetto strettamente politico di confronto fra i due partner, anche dalle analisi tecniche della struttura di missione del ministero delle Infrastrutture non verrebbero argomenti decisivi per bloccare la prosecuzione almeno di Mose e Terzo valico mentre sulla Pedemontana veneta le conclusioni dei tecnici potrebbero chiedere qualche messa a punto della partnership pubblico-privato ma senza impedimenti a realizzare l’opera. Per altro, come documentato dall’inchiesta del Sole 24 Ore pubblicata domenica scorsa, i ritardi del Mose sono oggi dovuti a difficoltà interne al progetto.

«Chiariamolo una volta per tutte: nessuna opera è stata bloccata in attesa del responso dell’analisi costi-benefici che attendiamo non oltre la fine dell’anno», sottolinea il viceministro per le Infrastrutture, il leghista Edoardo Rixi, che ieri era a Venezia per il Mose. «Qui abbiamo già superato oltre il 95% di realizzazione e ad aprile dovrebbe cominciare la prima sperimentazione ma serve che il Consorzio Venezia Nuova recuperi rapidamente il crollo di progettualità», spiega Rixi, che poi interviene anche sulla bocciatura dell’ordine del giorno del Pd al decreto Genova in cui si chiedeva al governo l’impegno a realizzare nel capoluogo ligure l’autostrada nota come Gronda. «Ci siamo opposti come Lega perchè il Pd chiedeva esclusivamente la Gronda escludendo così altre opere per noi decisive come la Genova-Marsiglia».

Quanto al rinvio delle decisioni sulla Tav, anche l’incontro tra Toninelli e la ministra Borne si è concluso con una tregua. Il titolare delle Infrastrutture italiano ha ottenuto il congelamento dei bandi di Telt per il tunnel di base che sarebbero dovuti partire a dicembre. Gare per un valore di 2,5 miliardi circa che avrebbero segnato il decollo dell’opera anche sul versante italiano.

A una condizione però, su cui Borne è stata chiarissima: aspetteremo l’Italia purché questo non comporti la perdita dei finanziamenti europei per l’opera. In altre parole, soltanto un «time out», un rinvio che non mette in discussione la realizzazione dell’opera.

La Francia dunque vuole andare avanti. Anche se resta ancora da chiarire il peso degli investimenti transalpini sulla linea ferroviaria che da Lione arriva al tunnel e ritenuti dal governo strategici per garantire il passaggio dei treni ad alta velocità © RIPRODUZIONE RISERVATA