Rassegna stampa 12 novembre 2018

09/11/2018 – Italia Oggi

Gare, accesso difensivo solo se è indispensabile

In una gara d’appalto chi, per la tutela di segreti tecnici o commerciali, esercita il cosiddetto «accesso difensivo» sugli atti di gara, deve dimostrare la diretta strumentalità del diniego di divulgazione. Lo ha affermato il Consiglio di stato, sezione terza, con la sentenza del 26 ottobre 2018 n. 6083 che tratta la tematica dell’accesso difensivo (divieto di divulgare atti di gara che potrebbero essere oggetto di riservatezza). I giudici hanno ricordato che, in particolare, in tema di diritto all’accesso alle offerte le norme del codice, nell’individuare un punto di equilibrio tra esigenze di riservatezza e trasparenza, fanno prevalere le ovvie esigenze di riservatezza degli offerenti durante la competizione, prevedendo un vero e proprio divieto di divulgazione. Tale divieto viene poi superato ripristinando la fisiologica dinamica dell’accesso a procedura conclusa, con espressa eccezione per «le informazioni fornite nell’ambito dell’offerta o a giustificazione della medesima che costituiscano, secondo motivata e comprovata dichiarazione dell’offerente, segreti tecnici o commerciali».

Il punto è quindi come contemperare la contrapposizione degli interessi, tema per il quale i giudici hanno precisato che occorre fare riferimento al parametro della «stretta indispensabilità» (previsto all’art. 24, comma 7, secondo periodo, della legge 241/90) contemplato come idoneo a giustificare la prevalenza dell’interesse di una parte, mossa dall’esigenza di «curare o difendere propri interessi giuridici» rispetto all’interesse di un’altra parte, altrettanto mossa dall’esigenza di curare o difendere interessi giuridici legati ai dati sensibili che la riguardano e che possono essere contenuti nella documentazione chiesta in sede di accesso.

Pertanto, nel quadro del bilanciamento tra il diritto alla tutela dei segreti industriali ed il diritto all’esercizio del cosiddetto «accesso difensivo» ai documenti della gara cui l’impresa richiedente l’accesso ha partecipato, per i giudici risulta necessario l’accertamento dell’eventuale nesso di strumentalità esistente tra la documentazione oggetto dell’istanza di accesso e le censure formulate. In tali casi, infine, l’onere della prova del nesso di strumentalità incombe, secondo i principi generali del processo, su chi agisce.

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09/11/2018 – Il Sole 24 Ore

Energia, Alperia si rafforza a Nordest con il 70% di Sum

MULTIUTILITY
Nasce un gruppo energetico integrato da 1,4 miliardi di fatturato
La multiutility altoatesina Alperia cresce ancora nel Nordest rilevando il 70% di Servizi Unindustria Multiutilities (Sum), società che ha chiuso il 2017 con un fatturato di 180 milioni e che rappresenta un punto di riferimento di 1.600 imprese del Veneto per l’ acquisto di energia elettrica, gas e servizi. Le trattative, come anticipato da Radiocor, sarebbero alle battute finali e l’ accordo potrebbe essere ufficializzato nelle prossime ore con il closing previsto invece a inizio 2019. Per Alperia, che è il terzo operatore idroelettrico italiano dopo Enel e A2A e vede nel proprio capitale Comune e Provincia di Bolzano e il Comune di Merano, l’ operazione ha un elevato valore industriale: dopo avere acquisito a marzo il controllo della Esco veneta Bartucci con Sum si aprono le porte del mercato corporate di una Regione tra le più dinamiche d’ Italia e d’ Europa, con la concreta possibilità – in futuro – di avviare una politica di cross selling che coinvolga anche il retail. Per Sum le implicazioni strategiche sono altrettanto rilevanti: nei mesi scorsi, la società – che è il riferimento diretto delle Confindustrie territoriali di Treviso, Padova, Venezia e Treviso – aveva avviato un processo per selezionare un partner industriale forte, con il quale affrontare un contesto di mercato sempre più sfidante, caratterizzato dalla presenza di grossi operatori e dall’ offerta di servizi energetici ad alto valore aggiunto. In quest’ ottica aumentare la dimensione significa realizzare economie di scala e offrire energia elettrica e gas alle imprese a prezzi più convenienti. Di qui il negoziato con Alperia, assistita sul dossier da Banca Imi e dallo studio Gop, che rileverà il 70% di Sum, attualmente partecipata al 37,5% da Unindustria Treviso, al 37,5% da Confindustria Venezia-Area Metropolitana di Venezia e Rovigo e al 25% dal Consorzio Unindustria Multiutilities. Quest’ ultimo, peraltro, non verrà pagato cash bensì attraverso servizi di efficienza energetica e mobilità elettrica che saranno erogati dalla futura Alperia Sum; Unindustria Treviso e Confindustria Venezia resteranno invece socie col 15% a testa ma Alperia avrà un’ opzione per salire al 100%. La multiutility altoatesina, che vanta un fatturato di 1,2 miliardi, nel suo piano industriale ha previsto una crescita per linee esterne (fuori dalla provincia di Bolzano) e il rafforzamento della base retail per “spalmare” i costi fissi della digitalizzazione con il cliente messo sempre più al centro di un’ offerta integrata di servizi. L’ acquisizione di Sum, alla quale hanno lavorato in prima linea il Ceo Johann Wohlfarter e il direttore Strategia e Finanza Paolo Vanoni, è coerente con questa strategia, poichè consente di accedere in una prima fase a 1600 imprese venete e in una seconda fase di venire a contatto con mezzo milione di potenziali clienti retail, ai quali offrire servizi digital innovativi e mobilità elettrica. Il tutto in un’ ottica di “rispetto” e collaborazione con il territorio e con l’ attuale management di Sum, insieme al quale verrà steso il prossimo piano strategico della società. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Cheo Condina

09/11/2018 – La Repubblica (ed. Bologna)

Hera, nei primi nove mesi crescono i ricavi e gli utili soffre solo l’ energia elettrica

La trimestrale
Ricavi in aumento dell’ 8% e utili netti per gli azionisti in crescita del 14%. Sono numeri positivi quelli annunciati ieri da Hera, la multiutility controllata per il 48,5% da 111 soci pubblici, tra cui i Comuni emiliani. Nei primi nove mesi del 2018 i ricavi hanno superato i 4,3 miliardi di euro, con una crescita di 321 milioni rispetto allo stesso periodo dell’ anno scorso. I margini operativi lordi sono dunque aumentati del 3,3% fino a 749 milioni e gli utili netti per gli azionisti del 14% fino a 209 milioni, mentre gli investimenti, particolarmente cari ai sindaci azionisti, hanno sfiorato i 300 milioni di euro, in linea col piano industriale e in aumento del 7% rispetto al 2017: concentrati su impianti, reti e infrastrutture, oltre che sulla sostituzione dei contatori e sugli interventi su depuratori e sistemi fognari. Risultati, spiega l’ azienda, che premiano « l’ operatività equilibrata e agile del gruppo, che combina da sempre la crescita organica e lo sviluppo per linee esterne». Ma che derivano anche da una diminuzione delle tasse grazie alle agevolazioni fiscali concesse per gli investimenti in chiave 4.0 effettuati dal gruppo. I clienti nei settori energetici sono circa 2,5 milioni, in crescita di 100mila unità rispetto al settembre 2017, mentre la raccolta differenziata su tutto il territorio servito da Hera è salita a una media del 61,4%. I margini lordi del gruppo hanno andamenti positivi in tutti i settori tranne che nell’ area dell’ energia elettrica, dove sono diminuiti del 10% a causa del fermo di alcuni impianti di generazione, poi rientrati in funzione solo nel terzo trimestre. Contrastato anche l’ andamento in Borsa delle azioni Hera, che hanno risentito come tutto il listino degli sconvolgimenti di questi ultimi mesi: hanno perso l’ 8,5% del loro valore, peggio della media Ftse Mib (-5,3%) ma meglio delle altre aziende del settore. – m. bet. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

09/11/2018 – Corriere della Sera

Acea, profitti netti a quota 215 milioni

Il consiglio
Acea ha chiuso i primi nove mesi con un utile netto di 215 milioni, in aumento di 62 milioni rispetto allo stesso periodo del 2017 (+41%), un margine operativo lordo di 685 milioni (+9%) e un risultato operativo di 381 milioni (+31%). Lo ha comunicato la società al termine del consiglio che ieri ha approvato i risultati. «Un risultato importante ha commentato l’amministratore delegato Stefano Donnarumma che premia le molte azioni messe in campo per raggiungere, insieme ad ogni singolo collega, una sempre maggiore efficienza e disciplina finanziaria, nonché nuovi sfidanti traguardi». I ricavi consolidati sono cresciuti del 7% a 2,174 miliardi. Le previsioni sul margine operativo sono state riviste al rialzo con un incremento del 6% dal 5% precedente. Gli investimenti sono stati pari a 413 milioni (+12%) e l’indebitamento finanziario netto ammonta a 2,631 miliardi. © RIPRODUZIONE RISERVATA FEDERICO DE ROSA

11/11/2018 – La Repubblica

La Capitale del degrado ecco le vere colpe di Virginia

L’ analisi Due anni di errori
In principio furono le omissioni nel curriculum (la pratica da avvocato nello studio Previti, la presidenza di una società gestita dall’ ex segretaria di Franco Panzironi, braccio destro di Alemanno, condannato in Mafia capitale). Poi la crisi in Campidoglio subito dopo l’ ubriacatura nelle urne, con quel 70% al ballottaggio che la proiettò, prima donna nella storia, sulla poltrona di sindaco di Roma: a luglio il cambio del primo capo di gabinetto, ad agosto le polemiche per gli stipendi dello staff e le liti col ” mini- direttorio” M5S costretto alle dimissioni, a settembre l’ addio, in contemporanea, di un assessore (Marcello Minenna), tre manager (i vertici di Ama e Atac) e del capo di gabinetto, Carla Romana Raineri. «Credo che i cittadini si siano accorti che i media si parlano addosso, mentre forse dovrebbero occuparsi più dei problemi dei cittadini » , dice oggi, alle telecamere del Tg1, Virginia Raggi. Ma la crisi di quell’ estate 2016, raccontata con l’ attenzione che merita una giunta che per la prima volta si trova al timone della capitale, ha dato un’ impronta negativa all’ avvio della sua consiliatura, condizionando innegabilmente l’ azione amministrativa dei 5 Stelle, con pesanti ricaschi sulla città. Solo l’ antipasto di due anni e mezzo vissuti pericolosamente tra inciampi, scivoloni, girandole di assessori e manager pubblici, bandi andati deserti o ritirati, aziende comunali in profonda crisi: tutte vicende che ora la sindaca prova a cancellare con un verdetto a suo favore. Così, come la fenice risorge dalle sue ceneri, ora Raggi punta a ricostruirsi un’ immagine irrimediabilmente macchiata non da fatti penalmente rilevanti ma da errori politici e di valutazione che, finora, hanno costellato la sua consiliatura. Perché dopo Raffaele Marra ( prima difeso contro tutto e tutti, compresi i big del M5S, poi scaricato dopo il suo arresto come « uno dei 23.000 dipendenti del Campidoglio) è arrivato Luca Lanzalone. L’ avvocato genovese, seppur in altro ruolo, ha preso il posto del dirigente capitolino finito in manette nel dicembre 2016, condividendone il destino e ritrovandosi nella stessa condizione un anno e mezzo dopo. Nel frattempo, era diventato il Mr Wolf del Campidoglio, il problem solver al quale affidare la partita del concordato Atac, la gestione della delicata trattativa sullo stadio della Roma ( vicenda per la quale è finito agli arresti) per poi “ringraziarlo” con la presidenza di Acea, la multiutility dell’ acqua e dell’ energia. « Io non rispondo per altri » , è sempre stata la difesa di Raggi che, in due anni, ha parlato spesso di « accanimento mediatico » dovuto a tre fattori: «Sono donna, sono del M5S, sono scomoda » . Argomenti utilizzati in parte anche dopo la sentenza di ieri che, come hanno fatto notare in Campidoglio, rappresenta «una nuova elezione» per la sindaca di Roma, attraverso la quale provare a ripartire. Non sarà facile, perché nel frattempo i problemi della città si sono accumulati, trascurati o messi in stand by anche per affrontare le emergenze dovute alla ricerca degli assessori (in due anni ne sono cambiati 7, tre soltanto al Bilancio) o dei manager delle partecipate o per gestire le crisi Marra e Lanzalone. E così, a risentirne, è stata proprio quella ” cura” del quotidiano che i 5 Stelle hanno sempre privilegiato, almeno a parole, rispetto ai “grandi eventi”. C’ era questa filosofia dietro il no alle Olimpiadi del 2024, la prima forte scelta di campo del M5S su Roma criticata pesantemente dalle opposizioni. Ma a mancare, in questi due anni, è stata proprio l’ ordinaria amministrazione: perché i trasporti e l’ Atac sono finiti sub judice in attesa del definitivo via libera dei creditori al concordato preventivo, i rifiuti e l’ Ama versano in profonda crisi anche a causa di un braccio di ferro tutto interno all’ amministrazione 5 Stelle, l’ asfalto continua a essere crepato e nemmeno il governo ” amico” ha, per ora, dato una mano. Non è un caso, allora, se tra i risultati ( in attesa del reale risanamento di Atac), il Campidoglio citi giusto «i bilanci tornati a essere approvati nei tempi stabiliti» proprio mentre in Comune vige lo stop alle assunzioni, la sanzione per non aver dato il via libera entro il 30 settembre al cosiddetto ” consolidato”. Ora, dopo l’ assoluzione, Raggi prova a ripartire da qui. Per provare a riempire di senso lo slogan con il quale il 5 giugno 2016 salutò il suo ingresso al ballottaggio: «Il vento sta cambiando, signori». © RIPRODUZIONE RISERVATA Da Muraro a Marra fino a Lanzalone. E poi il disastro dei servizi pubblici dall’ Atac all’ Ama passando per la gestione del verde In cima al Campidoglio Fece molto discutere la sindaca fotografata con Salvatore Romeo sul tetto. “Mangiavamo un panino” MAURO FAVALE

11/11/2018 – Il Messaggero

Fare oggi marcia indietro sull’ opera costerebbe all’ Italia oltre 2,5 miliardi

IL FOCUS ROMA Non fare la Tav costerebbe circa 2,5 miliardi. Del resto, al di là delle polemiche politiche, il cantiere dell’ Alta Velocità Torino-Lione, è operativo. I lavori non sono fermi, tanto è vero che la talpa in azione sul versante francese avanza di 15 metri ogni giorno. Sul versante italiano sono stati scavati 24 chilometri di tunnel di vario genere, non solo esplorativi come è accaduto nei mesi scorsi con il cantiere di Chiomonte, ma anche gallerie di servizio per il tunnel definitivo. Non solo. Tutto è pronto per avviare nuove gare da 2,5 miliardi per il decollo definito dei lavori. Appalti destinati a fornire ossigeno a moltissime imprese e a oltre 4.000 lavoratori che fino al 2026 sarebbero impegnati in un cantiere da record globale visto che quello tra Italia e Francia sarà il tunnel ferroviario più lungo del mondo. Sopratutto la Torino-Lione fa parte del corridoio che parte da Lisbona e arriva in Ucraina ed è dunque considerata strategica dall’ Ue che la finanzia per il 40% del suo costo complessivo di 8,6 miliardi, più dell’ Italia che ci mette il 35% (grosso modo 2,5 miliardi) e della Francia che contribuisce con uno spicchio del 25%. La Torino-Lione è un’ opera gestita da una società italo-francese, la Telt, che è per il 50% di proprietà del mini stero delle Infrastrutture france se e per il 50% delle Ferrovie dello Stato con tanto di presidente transalpino e di direttore generale italiano. Questa suddivisione fa sì che la Telt non possa rispondere ad eventuali direttive esclusive del governo italiano (o di quello francese) perché la società risponde a tre Corte dei Conti: italiana, francese ed europea. La Tav è una linea di 65 chilometri, 57 dei quali di tunnel, a doppia canna, con due stazioni internazionali a Susa e a Saint-Jean-de-Maurienne. La ferrovia è destinata al trasporto di merci e persone e trasforma l’ attuale linea di montagna il tunnel del Frejus – in una sorta di linea di pianura, dunque ad alta capacità per il trasporto di beni commerciali. E andrebbe ricordato che l’ Italia esporta verso Francia, Spagna e Gran Bretagna molte più merci di quanto ne importi. All’ Italia ritirarsi dal progetto costerebbe grosso modo la stessa cifre destinata alla costruzione: 2,5 miliardi suddivisi in 600 milioni da restituire all’ Ue, 600 per coprire la rescissione dei contratti e oltre 1 miliardo per eliminare le tracce dei cantieri aperti. Domani, a Bruxelles, c’ è un vertice Italia-Francia: si incontreranno i ministri Danilo Toninelli ed Elisabeth Borne. U. Man. © RIPRODUZIONE RISERVATA

11/11/2018 – La Stampa

Lezzi: “I soldi risparmiati li useremo per altre opere Alta velocità anche al Sud”

Il ministro: “Non è vero che il M5S è contro le grandi opere Quello che dice la Lega resta opinione sua. Ma si fa solo se conviene”
Ministro Barbara Lezzi, il messaggio della piazza di Torino su Tav è inequivocabile. «E infatti va ascoltata». Come? Voi siete contro. «Io resto contraria a questa Alta velocità, non a tutte. Daremo quelle risposte che la piazza si aspetta. Il denaro risparmiato da Tav non verrebbe messo in un cassetto, ma lo investiremmo in ponti, trasporti, strade». Quindi è deciso, va chiusa? «Vedremo l’ esito dell’ analisi costi-benefici che è in corso. Di certo deve sempre prevalere il principio dell’ efficacia». Per voi è anche una questione ambientale, però. «Terremo conto di tutto». E come fate con i leghisti? Erano in piazza e Salvini ha detto che «va finita». «Quello che dice la Lega resta opinione della Lega. Come detto in fase di contratto, devono essere i numeri a prevalere: se conviene o no farla». Al Nord perdete voti. Forse essere contro opere tipo Tav e Pedemontana non aiuta. «Noi prendiamo decisioni per il bene dei cittadini e non per inseguire il consenso. Se decideremo per il no, non ci sottrarremo al dialogo con la città. Però mi preme sottolineare un aspetto: noi andiamo oltre la logica della divisione Nord-Sud. Abbiamo ottenuto che su 15 miliardi da destinare in tutta Italia, previsti in manovra, il 34 per cento sarà vincolato per il Mezzogiorno: basta dire che il M5S è contro tutte le grandi opere o contro le infrastrutture tout court». A quali sareste favorevoli? «Per esempio porteremo l’ Alta velocità in Calabria, in Sicilia e in Puglia. Per velocizzare i cantieri stiamo lavorando sul ddl semplificazioni». È una promessa come quella di chiudere il gasdotto Tap? «Le promesse di chiuderlo senza se e senza ma risalgono al 2014: bisogna tenere presente l’ evoluzione delle mie dichiarazioni nel tempo legate agli sviluppi dell’ opera. In campagna elettorale avevo già iniziato a evidenziare tutte le difficoltà». Di Battista ha detto: lo chiuderemo in 15 giorni. «Lo ha detto nel 2017». Perché non si è dimessa? «Non abbiamo preso i voti solo per il Tap. Io ho preso i voti per tante battaglie da fare al Sud». Ilva, sempre nella sua regione, non è stata chiusa. Eppure lo avevate promesso. «Già in campagna elettorale Di Maio diceva che avremmo avviato una riconversione economica. Non parlava di chiusura. Entro l’ anno faremo una legge per Taranto». È un’ altra promessa, come la chiusura di Tav. «È in corso un’ analisi seria, non è una sciocchezza». Non crede siate stati voi, all’ opposizione, a ridurre tutto a sciocchezze, salvo poi al governo aver capito che è più complicato? «No, sapevamo che sarebbe stato difficile ma abbiamo raccontato cosa avrebbe fatto il M5S da solo al governo». C’ è la Lega che vi costringe a inseguirla? Come sulla prescrizione? «Nessun inseguimento: la sospensione della prescrizione resta nell’ Anticorruzione e la norma entrerà comunque in vigore dal 2020. Si mettano tutti l’ anima in pace». Salvini non la pensa così: dice che senza prima la riforma sui tempi dei processi, non se ne fa nulla. «C’ è un accordo politico: entro un anno completeremo la riforma del processo penale». E se non ce la fate? «Ce la faremo». E se salta il governo? «La norma non salta. Qui si sta creando un equivoco. Lo stop alla prescrizione ci sarà in ogni caso. Era nel contratto». Nel contratto era prevista la riforma in generale ma non si diceva come. «Si diceva che sarebbe stata legata agli investimenti in giustizia. Ci serve il tempo di far andare a regime le risorse». Avete scontentato i vostri parlamentari e il vostro nume tutelare in materia, il magistrato Piercamillo Davigo. «Forse si sta dando per buona l’ interpretazione di legare la riforma della prescrizione a quella del processo penale. Ma non è così». Con la Lega continuate a litigare, come fate a reggere? «Si discute e comunque basta attenersi al contratto per 5 anni. Su questo si fonda la durata del governo». Dopo l’ assoluzione, a Raggi restano altri 3 anni per cambiare Roma. Ed è Salvini che dice che si può fare di più. «Intanto è stato un grande sollievo per tutti. Può scrollarsi di dosso infamie e insulti che ha ricevuto come pochi altri». Sono insulti anche quelli di Di Maio e Di Battista contro i giornalisti. «È un insulto usare i media come un’ arma. Anche io sono stata vittima dello sciacallaggio di giornalisti che non fanno il loro lavoro. Come sui 370 gradi, che non ho mai detto». Si raccontano inchieste sugli arresti che hanno circondato Raggi e si fanno domande sullo stato pessimo di Roma. «Non puoi fare miracoli con le risorse a disposizione e con quel debito mostruoso». Avevate promesso voi di ristrutturarlo ed eliminarlo. «Io sono contenta perché posso dire che a Roma non si ruba più e si fanno le gare in piena trasparenza. So che da ora Virginia farà molto di più». BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI. ILARIO LOMBARDO

12/11/2018 – Italia Oggi

Grandi opere, Salvini tira dritto: avanti tutta

La posizione del vicepremier è decisamente opposta a quella dei 5 stelle

“Avanti tutta sulle grandi opere”. Lo garantisce il vicepremier Matteo Salvini a nome del governo in un colloquio con il Messaggero, anche se poi apre ai dubbi degli alleati grillini: “sulla Tav, pero’, servono nuove verifiche. Poi si decide”, ma la distanza con l’altro vicepremier Luigi Di Maio è ampia. “Fare le grandi opere, farle tutte, e guai lasciarle a metà”, è la posizione del leader leghista. “Io faccio gioco di squadra ed è inutile che vogliate mettermi contro Di Maio. Il tandem funziona”. “Penso semplicemente una cosa: l’Italia purtroppo è famosa perché comincia, quando le comincia, le opere pubbliche e poi le lascia a metà, non le finisce mai. Questo non va bene affatto. Sulle grandi opere non si torna indietro”. Salvini ha aggiunto: “Sono stato molto impressionato dalla manifestazione di Torino. C’è un Paese che sembra pronto alle grandi sfide. E questo mi fa piacere”. Sulla Tav “vedremo quando arriva la relazione tecnica sui costi-benefici, e a quel punto si deciderà. Bisogna fare le cose per bene, senza forzature e con cognizione di causa. Non vedo perche’ precipitare tutto. A gennaio potrebbe esserci la relazione, vediamo”. Poi, “vanno portate a termine tutte le grandi opere cominciate. Vedo che gli amici 5 stelle vogliono fermare la Pedemontana, ma sarebbe un’assurdità. Il 4 dicembre aprono i primi dieci chilometri di questa infrastruttura cruciale. E dovremmo dire no grazie, smantelliamo tutto? La stessa cosa vale per il Mose di Venezia. Manca soltanto il 5% per terminare l’opera e dovremmo smontare le dighe? Suvvia. E sul Tap, sull’Ilva, sul Terzo Valico, sul Brennero: occorre costruire e finire di costruire senza lasciare le cose per aria. Ne va della credibilita’ di un Paese, oltre che della vita pratica dei suoi cittadini. Non si pub vivere dove è bloccato tutto”.12/11/2018 – Il Sole 24 Ore

 

11/11/2018 – Il Sole 24 Ore

Alle Regioni l’ asso pigliatutto nel nuovo fondo investimenti

MANOVRA
Assegnati ai governatori 2,5 dei tre miliardi in più messi sul piatto del 2019 Alle Province 254 milioni e altri 250 restano da assegnare con decreto
Nella distribuzione dei tre miliardi che la manovra dedica al fondo per gli investimenti degli enti locali tocca alle Regioni la parte delle protagoniste assolute. Per il prossimo anno, l’ assegnazione diretta agli enti locali vale solo 250 milioni, integralmente rappresentati dall’ assegno annuale destinato a Province e Città metropolitane per la manutenzione di strade e scuole. Altri 254 milioni restano liberi, e saranno distribuiti con gli accordi in Conferenza. Ma la fetta delle Regioni, 2,5 miliardi quest’ anno e altrettanti il prossimo, basta da sola ad assorbire più di 8 euro su 10. Il conto degli investimenti aggiuntivi degli enti locali previsti per l’ anno prossimo dal quadro di finanza pubblica si completa con i 320 milioni aggiuntivi messi a disposizione dal Milleproroghe estivo con la sospensione del Bando periferie. Ma non bisogna dimenticare che la nuova legge di bilancio cancella anche il Patto di solidarietà nazionale (comma 485 della legge 205/2017), che distribuiva spazi finanziari per 900 milioni all’ anno. Questi numeri, che si possono ricavare dalle tabelle della relazione tecnica trasmessa alla Camera insieme alla legge di bilancio, disegnano bene l’ equilibrio delle forze in campo nel tentativo di rilancio degli investimenti locali. Nel quadro prodotto dallo sblocco a regime degli avanzi, in realtà, sono i bilanci di ogni ente a misurare la capacità effettiva di accelerare. I calcoli sulle coperture servono alla Ragioneria generale per costruire i saldi di finanza pubblica, finiti al centro della battaglia con Bruxelles. Ma sono i conti di ogni amministrazione a decidere le reali capacità di spesa, perché l’ obiettivo di «saldo zero» in base alle regole del decreto legislativo 118 del 2011 superano il doppio binario in vigore finora. Ma la presenza di avanzi dipende da molti fattori, e la distribuzione di queste risorse è molto diseguale sul territorio. Il rapporto con la Regione, quindi, rappresenterà il fattore decisivo per andare oltre alle possibilità di ogni singolo Comune. La fluidità di questi rapporti, che hanno mostrato più di un problema nell’ epoca in via di archiviazione dei patti regionali, sarà determinante. La maxi-fetta assegnata alle Regioni nell’ avvio del nuovo fondo investimenti si spiega con l’ esigenza di superare nel triennio, senza aggiungere altro deficit a un saldo della Pa già parecchio problematico, i vincoli di finanza pubblica che finora hanno imposto alle Regioni un avanzo obbligato da 2,5 miliardi all’ anno. Cancellare questo vincolo aiuta senza dubbio a sbloccare una macchina che si è paralizzata, perché le Regioni potranno dedicare le nuove risorse a investimenti diretti ma anche finanziando interventi degli enti locali del territorio. A patto però di riuscire a riavviare il meccanismo in fretta, superando gli ostacoli che hanno portato solo nelle scorse settimane il Dpcm con l’ assegnazione dei fondi del 2018. Anche perché le Pa dovranno riuscire a spendere il prossimo anno almeno il 43% dei fondi messi dalla manovra. O almeno così prevedono i calcoli del ministero dell’ Economia alla base dei nuovi saldi di finanza pubblica. gianni.trovati@ilsole24ore.com © RIPRODUZIONE RISERVATA. Gianni Trovati

12/11/2018 – Il Sole 24 Ore
Incarichi legali con doppio binario sugli affidamenti

LINEE GUIDA ANAC
Esclusa dal codice appalti l’ attività legata a singoli contenziosi
Le amministrazioni possono ottimizzare l’ affidamento delle attività di gestione del contenzioso agli avvocati costituendo elenchi specifici e applicando alle procedure selettive criteri di accertamento delle competenze. L’ Autorità nazionale anticorruzione ha definito con le linee-guida 12/2018 gli elementi per l’ acquisizione di prestazioni dei legali. Aderendo al parere 2017/2018 del Consiglio di Stato, l’ Anac differenzia i percorsi di affidamento in base all’ oggetto del rapporto tra l’ amministrazione e l’ avvocato. Quando le attività per la rappresentanza in giudizio (e la consulenza correlata) sono richieste per il singolo contenzioso, il rapporto si configura come contratto di prestazione d’ opera, e rientra quindi fra i contratti esclusi dal Codice appalti (articolo 17, comma 1 del Dlgs 50/2016). In questo caso l’ affidamento deve seguire i principi del diritto comunitario (articolo 4 del Dlgs 50/2016). Per facilitare il confronto comparativo, l’ Anac sollecita le amministrazioni a costituire, con adeguata pubblicizzazione, elenchi di professionisti, che possono essere suddivisi anche per settori di specializzazione e fasce di valore. L’ individuazione del professionista al quale affidare la gestione del contenzioso giudiziale o stragiudiziale deve basarsi sui criteri di competenza de esperienza specifiche rispetto all’ oggetto del contenzioso o del tema da analizzare. La componente di costo può avere minore rilievo, anche se va verificata in termini di congruità rispetto ai parametri dei compensi professionali o mediante confronto tra preventivi. Le linee-guida ammettono la possibilità di affidamenti diretti del singolo contenzioso a un determinato professionista, correlandoli a presupposti come la consequenzialità di incarichi nei diversi gradi di giudizio o la particolarità della controversia (ad esempio per l’ innovatività della questione da trattare). In questi casi, le amministrazioni devono dettagliare le motivazioni che hanno portato alla scelta diretta dell’ avvocato. L’ Anac chiarisce che la gestione del contenzioso e delle consulenze con un modello complessivo, sviluppato in termini continuativi su una certa base temporale, si configura invece come appalto di servizi legali, compreso nell’ allegato IX del Dlgs 50/2016 e pertanto assoggettato alla procedura semplificata regolata dall’ articolo 142 dello stesso Codice. Questo percorso comporta per le amministrazioni particolare attenzione per lo sviluppo pluriennale dell’ appalto (e su questo profilo l’ Anac ipotizza una proiezione su base massima triennale) e per l’ obbligo di utilizzo dell’ offerta economicamente più vantaggiosa (valutato dall’ Autorità come criterio da utilizzare anche per affidamenti di importo modesto), trattandosi di servizio intellettuale. Se l’ appalto di servizi legali ha valore inferiore a 750mila euro (il limite dell’ allegato IX), le amministrazioni possono utilizzare le procedure previste per i contratti sotto soglia (articolo 36 del Dlgs 50/2016), facendo riferimento per gli sviluppi delle procedure alle linee-guida n. 4 dell’ Anac. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Alberto Barbiero

09/11/2018 13.11 – Quotidiano Enti Locali e Pa
Lombardia informatica, inchiesta sugli appalti – Indagato l’ex presidente

Ancora un’inchiesta nella sanità lombarda. L’ultimo capitolo di una lunga storia riguarda i vertici di Lombardia informatica, partecipata della Regione, che, secondo la procura di Milano e la Guardia di finanza di Lodi, avrebbero commesso una turbativa d’asta nell’ambito di una gara per l’acquisto di computer e software da impiegare nelle strutture ospedaliere. Indagati l’ex presidente Giorgio Caielli, conosciuto anche per essere l’ex segretario della Lega a Gallarate (Varese), un consulente informatico e due responsabili della società Service Trade (che però non ha vinto la gara). Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i responsabili della società Service Trade avrebbero tentato di vincere l’appalto per i servizi informatici promettendo in cambio a Caielli la conferma del proprio posto nella controllata del Pirellone. La gara in questione è stata indetta nell’ottobre 2017 e assegnata un mese fa, per un valore di 287 milioni. Ma così come Service Trade non ha vinto, Caielli, nominato nel cda di Lombardia Informatica nel luglio 2017, non ha ottenuto la conferma alla presidenza. Ci sarebbero però state, per la procura, vari tipi di pressioni. Lombardia Informatica si dichiara parte lesa. Il settore della sanità lombarda è evidentemente pieno di insidie: ogni anno, da almeno un quinquennio, emerge un’inchiesta di ampia portata. I casi San Raffaele e Maugeri hanno travolto la giunta di centrodestra di Formigoni (e lui stesso, costretto a dimettersi prima della fine del suo quarto mandato e recentemente condannato in appello a sette anni e mezzo per corruzione);?le ultime indagini, relative alle case di cura dell’ex assessore Mantovani o ai giri d’affari di protesi e dentiere, hanno pesantemente colpito anche l’amministrazione guidata dal leghista Roberto Maroni. Il fatto più evidente è che il settore sanitario lombardo rappresenta, con il suo 80% dell’intero bilancio regionale, un business da 17 miliardi all’anno. E sempre la Lombardia, con le sue eccellenze ospedaliere, è il territorio con maggiore affluenza di “turismo sanitario” da parte delle altre zone d’Italia. La patologia del malaffare ha nel tempo sfruttato il metodo scelto per i rimborsi finanziari. Nel ventennio “formigoniano” – periodo nel quale l’attività privata si è rafforzata – sono stati impiegati i cosiddetti “Drg”, ovvero dei parametri fissi per ogni tipo di intervento svolto negli ospedali, ma anche le “funzioni non tariffabili”, cioè una valutazione da effettuare a posteriori per chi fa ricerca e per i risultati ottenuti. Ogni anno una delibera stabiliva quanto e a chi. Da qui la «distrazione di fondi pubblici» che per il San Raffaele ha pesato 28 milioni e per la clinica Maugeri di Pavia almeno 40. La discrezionalità di questi rimborsi, motivata con il principio della meritocrazia, è stato ridimensionato dalla giunta Maroni proprio per limitare gli scandali. Obiettivo tuttavia non del tutto raggiunto: l’ex assessore Mario Mantovani è sotto processo per aver intascato soldi pubblici per le sue onlus; a Monza due anni fa è scoppiato il caso dell’azienda di protesi che avrebbe corrisposto ai medici beni o utilità per utilizzare i loro prodotti; a Bergamo Fabio Rizzi, ex presidente della commissione Sanità della Regione Lombardia, è stato arrestato per gli appalti in odore di tangenti nel campo odontoiatrico.

12/11/2018 – Il Sole 24 Ore –Edilizia e Territorio
Dissesto/2. Post- alluvioni, dal governo subito 53 milioni e altri 200 in arrivo

Q.E.T.

Consiglio dei ministri con dichiarazione dello stato di emergenza per dieci regioni e le due province autonome, e i primi fondi

Per i territori colpiti da maltempo e alluvioni nei giorni scorsi (dieci Regioni e le due province autonome) il governo stanzia subito 53 milioni di euro per la “stretta emergenza” e annuncia per via amministrativa l’arrivo di altri 200 milioni nei prossimi giorni.

Questo il comunicato stampa dopo il Consiglio dei ministri tenutosi in serata:

Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente Giuseppe Conte, ha deliberato la dichiarazione dello stato di emergenza nei territori delle Regioni Calabria, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Veneto e delle Province autonome di Trento e Bolzano colpiti dagli eccezionali eventi meteorologici che si sono verificati a partire dal 2 ottobre 2018. Sulla base di una prima quantificazione dei fabbisogni relativi esclusivamente alla più stretta emergenza, è stata stanziata la somma di 53,5 milioni di euro, a valere sul Fondo per le emergenze nazionali, per consentire gli immediati interventi di ripristino della viabilità e il completamento delle operazioni di soccorso e pronto intervento.

Nei prossimi giorni, a tali risorse, si aggiungeranno altri 200 milioni di euro, che saranno stanziati in via amministrativa per un ulteriore primo intervento di emergenza, in attesa della definitiva quantificazione dei danni.

Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare Sergio Costa, ha deliberato il conferimento all’on. Giovanni Lolli, vicepresidente della Regione Abruzzo, e alla dottoressa Flavia Franconi, vicepresidente della Regione Basilicata, ciascuno per la rispettiva regione, dell’incarico di commissario ad acta per la realizzazione degli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico, a norma dell’art. 10, comma 2, del decreto-legge n. 91 del 2014. © RIPRODUZIONE RISERVATA

12/11/2018 – Il Sole 24 Ore –Edilizia e Territorio
Dimissioni vertici Anas, «non fermiamo la macchina»: allarme di Ance, sindacati, Oice

Q.E.T.

«È necessario mantenere attiva la più grande stazione appaltante italiana e fare in modo che prosegua spedita il suo cammino»

Ance, sindacati edili e società di ingegneria lanciano l’allarme Anas dopo il benservito dato dal governo all’Ad Gianni Armani e a tutto il consiglio di amministrazione: non fermiamo la macchina di progettazioni e investimenti.

ANCE

Monito dell’Ance (associazione nazionale costruttori, Confindustria) sulla continuità operativa dell’Ance, il giorno dopo le dimissioni dei vertici indotte dal governo. «Non vogliamo commentare decisioni politiche – dichiara il presidente Ance Gabriele Buia – ma in un momento così delicato per l’equilibrio economico e sociale del nostro Paese ». «È importante – spiega – che l’Anas sia in grado di trasformare rapidamente le risorse stanziate in cantieri necessari per la manutenzione, la messa in sicurezza». Buia ricorda che «solo per approvare il contratto di programma Anas 2016-2020 ci sono voluti due anni: abbiamo dovuto attendere fino a dicembre 2017, perdendo mesi preziosi». «Ci auguriamo – conclude – che la fase di rinnovo sia chiusa in fretta e che nel frattempo la società non subisca un blocco che penalizzi i tanti progetti attivati».

SINDACATI

“Forte preoccupazione per la nuova fase di incertezza che si apre per Anas”. così dichiarano Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uilpa Anas a seguito delle comunicazioni apparse su un social network, chiedendo “uno specifico ed urgente incontro al Ministro Toninelli per chiarire quale sia la nuova configurazione che il Governo vorrà proporre per Anas, una volta uscita dal gruppo Fs”.

“Riteniamo necessario – proseguono le tre organizzazioni sindacali – assicurare da subito la piena funzionalità della società, consolidando il processo avviato di fuoriuscita dal perimetro della Pubblica Amministrazione. Vanno confermati i processi di manutenzione avviati e di messa in sicurezza della rete stradale nazionale ed il piano di assunzioni in atto, anche se ancora parziale, nei servizi di sorveglianza, manutenzione e pronto intervento sulla rete di competenza, finalizzati alla sicurezza stradale”.

“E’ inoltre prioritario – affermano infine Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uilpa Anas – assicurare continuità al confronto, in particolare rispetto a quello attivato per il rinnovo del contratto nazionale di gruppo Anas per il triennio 2019–2021”.

OICE

L’Oice, associazione delle società di ingegneria e architettura aderente a Confindustria, esprime «forti preoccupazioni per il futuro del settore della progettazione di opere pubbliche», il giorno dopo la notizia delle dimissioni di Gianni Armani da amministratore delegato di Anas. «Senza entrare nel merito di decisioni che non ci riguardano – ha detto Gabriele Scicolone, presidente Oice – auspichiamo che al più presto sia avviata e conclusa la fase di rinnovo. Da operatori della progettazione dobbiamo dare atto che in questi anni l’Anas ha contribuito in maniera determinante al rilancio del nostro settore. A valle del codice dei contratti pubblici (aprile 2016), che ha previsto l’obbligo di appaltare lavori sulla base di progetti esecutivi per rilanciare la qualità della progettazione e dei lavori, ANAS ha infatti messo in gara circa 570 milioni, ponendosi come prima stazione appaltante in Italia. E’ anche grazie ad ANAS se professionisti, studi e società di ingegneria e architettura hanno beneficiato in due anni e mezzo di un incremento complessivo del 58% del numero dei bandi e del 205% del valore di incarichi progettazione». Preoccupazione dell’Oice sulla Centrale di progettazione prevista dal Ddl di Bilancio 2019 (300 assunzioni e 25 milioni di euro all’anno di costo).

«Non vorremmo – continua infatti Gabriele Scicolone – che le vicende Anas determinino blocchi dell’attività che potrebbero avere ricadute molto negative sul mercato. Non sarebbe proprio il caso, visto che la legge di bilancio 2019 propone di istituire una Centrale di progettazione con il compito di predisporre progetti e fare direzione lavori, invece che “pianificare”, “organizzare”, “controllare e “verificare”. I rischi di un blocco del settore, legati anche ad una profonda revisione del codice dei contratti pubblici – che ormai è dimostrato che non abbia affatto bloccato il settore, visto che anche le aggiudicazioni di lavori nei primi sei mesi del 2018 sono aumentate del 75% – , ci sono tutti. Sembra quasi una “tempesta perfetta” in danno di chi opera sul mercato e che, nel nostro settore, rischia di determinare la perdita di migliaia di posti di lavoro e la compromissione definitiva del tanto auspicato rilancio del Pil, cui il comparto della progettazione contribuisce per oltre l’un per cento». © RIPRODUZIONE RISERVATA

12/11/2018 – Il Sole 24 Ore –Edilizia e Territorio
Lavori dei piccoli comuni a rischio caos con il nuovo obbligo di affidare le gare alle Province

Laura Savelli

La norma prevista dal Ddl Bilancio in discussione alla Camera mal si raccorda con le altre previsioni del codice appalti sulle centrali di committenza

Centrali di committenza nel mirino del disegno di legge di bilancio. Nell’articolo 16, comma 4, del Ddl, è infatti contenuta una modifica dell’articolo 37, comma 5, del Codice dei contratti il quale, una volta approvata la manovra, introdurrà da un lato la circoscrizione dell’ambito territoriale di riferimento delle centrali di committenza al territorio provinciale o metropolitano, e dall’altro lato la specifica previsione secondo cui – solamente per gli appalti di lavori pubblici – i comuni non capoluogo di provincia dovranno ricorrere alla stazione unica appaltante costituita presso le province e le città metropolitane: tutto ciò, fino a quando non verrà messo a punto il sistema di qualificazione introdotto dall’articolo 38 del Dlgs. n. 50/2016.

Questa disposizione prenderà dunque il posto dell’attuale versione del comma 5, che rimanda invece all’adozione di un decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri l’individuazione degli ambiti territoriali di riferimento delle centrali di committenza in forma di aggregazioni di comuni non capoluogo di provincia: Dpcm che avrebbe dovuto essere adottato entro sei mesi dall’entrata in vigore del Codice e che, come altri provvedimenti di attuazione, non è mai giunto al suo varo definitivo.

Ma,il testo della modifica, attualmente all’esame del Parlamento, già sembra prestare il fianco ad alcuni dubbi interpretativi, con particolare riferimento al raccordo di tale previsione con le altre norme che riguardano, in particolar modo, la centralizzazione della committenza per i comuni non capoluogo di provincia.

Le regole vigenti

Ad oggi, l’articolo 37, comma 1, del d.lgs. n. 50/2016 riconosce in via generale alle stazioni appaltanti la possibilità di affidare lavori di importo inferiore a 150 mila euro (nonché servizi e forniture al di sotto dei 40 mila euro), a prescindere dal fatto di possedere o no una qualificazione, necessariamente richiesta invece per tutti gli affidamenti di valore superiore a queste soglie. In questi ultimi casi, dunque, le Pa. non qualificate hanno soltanto due alternative per la gestione delle gare: rivolgersi ad una centrale di committenza o aggregarsi ad una o più stazioni appaltanti qualificate.

A questa regola, fanno parzialmente eccezione i lavori di manutenzione ordinaria di importo compreso tra 150 mila e 1 milione di euro (unitamente ai servizi e alle forniture stimate tra 40 mila euro e la soglia Ue). Per queste ipotesi, il comma 2 dell’articolo 37 chiede comunque alle amministrazioni qualificate di utilizzare – seppur autonomamente – gli strumenti telematici di negoziazione messi a disposizione dalle centrali di committenza (che debbono essere sempre qualificate) e, solo in caso di indisponibilità di tali strumenti, si consente alle stazioni appaltanti di procedere con lo svolgimento di una procedura di gara oppure di operare con una centrale di committenza o mediante aggregazione ad una o più Pa qualificate.

Naturalmente, questo impianto regge, per il momento, sulla base di una disposizione transitoria, vale a dire l’articolo 216, comma 10, del Codice, il quale ha stabilito che, fino alla data di entrata in vigore del sistema di qualificazione di cui all’articolo 38, i requisiti qualificanti di una Pa sono soddisfatti mediante l’iscrizione all’anagrafe unica delle stazioni appaltanti (Ausa) istituita presso l’Anac (dall’articolo 33-ter del Dl 179/2012); e quindi, tutte le Pa che risultano iscritte negli elenchi dell’Autorità, si presumono qualificate fino a quando non entrerà a regime il definitivo sistema di qualificazione.

I comuni non capoluogo di provincia

Queste regole generali sono state estese – come specifica poi il comma 4 dell’articolo 37 – anche ai comuni non capoluogo di provincia. Quindi, allo stesso modo, per tali soggetti è contemplata sia la possibilità di agire in maniera autonoma per i lavori di importo fino a 150 mila euro (oltre che per i servizi e le forniture fino a 40 mila euro), sia la contestuale possibilità di utilizzare gli strumenti telematici di negoziazione messi a disposizione dalle centrali di committenza per evitare gli obblighi di centralizzazione per i lavori di manutenzione ordinaria ricompresi tra 150 mila euro e 1 milione di euro (nonché per i servizi e le forniture tra i 40 mila euro e la soglia Ue). Sono queste infatti le norme che, fino ad oggi, hanno permesso soprattutto agli enti locali minori di provvedere più agevolmente alla gestione della maggior parte dei contratti pubblici, ricorrendo ad esempio al Mercato Elettronico della Pa (Mepa).

Per tutte le altre ipotesi di affidamento, questi soggetti hanno tre alternative: 1) ricorrere ad una centrale di committenza o a soggetti aggregatori qualificati; 2) utilizzare lo strumento unioni, associazioni o consorzi di comuni, che assolvano al ruolo di centrale di committenza; 3) avvalersi della stazione unica appaltante costituita presso le varie province, città metropolitane o gli enti di area vasta.

Gli effetti delle modifiche del ddl di bilancio

In questo contesto, la modifica introdotta con la manovra finanziaria sembra avere un impatto proprio sull’attività dei comuni non capoluogo di provincia.

Dalla lettura della disposizione, si riconosce infatti a tali soggetti la sola possibilità di far ricorso alle stazioni uniche appaltanti costituite presso le province e le città metropolitane che, ad oggi, rappresenta invece una delle alternative presenti nella terna fornita dal comma 4 dell’articolo 37 del Codice.

Pertanto, da questo punto di vista, la futura previsione pone innanzi tutto l’interrogativo se l’utilizzo della stazione unica appaltante costituirà l’unico strumento a disposizione dei comuni non capoluogo di provincia per l’affidamento dei lavori pubblici di importo superiore a 150 mila euro.

Se così fosse, infatti, la modifica rappresenterebbe una deroga alle altre soluzioni rappresentate dalla costituzione di un’unione di comuni o dal ricorso ad altre centrali di committenza piuttosto che ad altri soggetti aggregatori, che avrebbe tuttavia un’efficacia limitata al periodo di «attesa della qualificazione delle stazioni appaltanti di cui all’articolo 38».

Ma, a questo dubbio, si aggiunge soprattutto quello relativo all’ambito di applicazione della modifica, che viene circoscritta genericamente all’affidamento dei lavori pubblici, a prescindere dalla loro base d’asta. Da quest’ultimo punto di vista, infatti, la norma non sembra considerare né che il comma 1 dell’articolo 37 ha fissato una regola generale, che impone ai comuni non capoluogo di provincia di affidare la gara a soggetti centralizzati solo se l’opera da realizzare vale oltre 150 mila euro; né che il comma 2 dell’articolo 37 prevede, per i lavori di manutenzione ordinaria di valore stimato tra 150 mila e 1 milione di euro, l’obbligo di utilizzare autonomamente gli strumenti telematici di negoziazione messi a disposizione dalle centrali di committenza.

In altri termini, se l’interpretazione fosse corretta, dall’entrata in vigore della legge di bilancio, i comuni non capoluogo di provincia dovrebbero sempre ed in ogni caso – per i lavori pubblici – far ricorso alle stazioni uniche appaltanti istituite presso le province e le città metropolitane, senza considerare quanto già stabilito dai restanti commi dell’articolo 37; mentre, per i servizi e le forniture, resterebbe tutto invariato, dal momento che la norma interessa solo il comparto dei lavori.

Resta il fatto che si tratta di una modifica limitata, in quanto strettamente legata alla messa a punto del sistema di qualificazione, ma i rallentamenti che stanno accompagnando la sua attuazione richiedono probabilmente una norma che, essendo destinata ad essere applicata fino ad una data ancora incerta, non crei difficoltà operative alle stazioni appaltanti a causa dei suoi contenuti a tratti contrastanti con le disposizioni vigenti.

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12/11/2018 – Il Sole 24 Ore –Edilizia e Territorio

Ferrovie/1. Toninelli conferma la Apice-Hirpinia : vicino l’ok al contratto Rfi

Alessandro Arona

Il parere parlamentare sul CdP (su spinta M5s) chiedeva di rivalutare la variante di Grottaminarda, decisa dieci anni fa e ora in gara. Il Mit tronca il dibattito: si farà

La tratta Apice-Orsara sulla Napoli-Bari (2,3 miliardi di euro), e al suo interno la “variante di Grottaminarda”, si faranno; secondo i progetti attuali di Rfi. Lo conferma il Ministero delle Infrastrutture dopo le polemiche dei giorni scorsi in Campania. Il bando di gara da 691 milioni di euro era addirittura già uscito a giugno, la gara è in aggiudicazione, ma i Cinquestelle in Parlamento hanno chiesto nel parere sul Contratto Rfi di «valutare la possibilità di procedere senza la variante di Grottaminarda», cioè rifacendo il progetto e azzerando un iter progettuale e approvativo che dura da anni.

LA APICE-ORSARA

Si tratta del lotto più complesso del progetto di alta capacità ferroviaria Napoli-Bari, la tratta di valico appeninico di 47,4 km (di cui 37,5 in galleria), che costa 2.315 milioni di euro nel progetto attuale (di cui 923 milioni disponibili e gli altri che potrebbero arrivare nel Dpcm Investimenti 2018 in approvazione).

Su richiesta del territorio, da anni il progetto prevede un’ampia ansa verso sud (variante di Grottaminarda) per collegare i comuni dell’Irpinia alla nuova linea, tramite la stazione Hirpinia. Stiamo parlando di una scelta maturata dieci anni fa, quando Ennio Cascetta era assessore regionale in Campania, e da allora perseguita senza tentennamenti da istituzioni locali, governi, Rfi.

Tagliando dritto, invece, da Benevento a Orsara di Puglia, il progetto costerebbe intorno a un miliardo in meno, ma si tratta di un’ipotesi mai realmente perseguita da Rfi.

IL PARERE PARLAMENTARE

Eppure nei giorni scorsi, nel parere sul Contratto Rfi 2017-2021, su indicazione del Movimento Cinquestelle, il Parlamento ha chiesto a Mit e Rfi di «valutare la possibilità di procedere senza la variante di Grottaminarda, e di destinare le risorse risparmiate al potenziamento delle linee regionali campane».

IL MIT TRONCA LA DISCUSSIONE

Ieri il Ministero delle Infrastrutture conferma che la Apice-Orsara si farà con il progetto attuale, perché non è possibile (o non è più possibile) eliminare la variante di Grottaminarda.

«È totalmente destituita di ogni fondamento – spiega il Mit in una nota – l’affermazione, comparsa su alcuni organi di stampa, secondo cui il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti avrebbe intenzione di bloccare il raddoppio Apice-Orsara sulla linea di alta capacità Napoli-Bari». «Proprio ieri – si puntualizza – si è tenuta al Ministero una riunione con i vertici di Rfi per procedere all’attivazione del contratto di programma 2017-2021 – parte investimenti. Alcune valutazioni espresse nei pareri delle Commissioni parlamentari competenti sono già state accolte nei fatti. Per quanto riguarda invece la questione della stazione Hirpinia, si evidenzia come non sia possibile prevedere l’eliminazione della cosiddetta variante di Grottaminarda, anche in virtù di problemi idrogeologici evidenti nella zona, dove insiste una area franosa imponente che implicherebbe comunque la rivisitazione del tracciato originale. La realizzazione della stazione Hirpinia, per altro, è prevista per legge e, dunque, verrà realizzata senza alcun intoppo e secondo quanto già previsto dal suddetto contratto di programma Mit-Rfi».

PROGETTO DEFINITIVO E BANDO

Il progetto definitivo del primo lotto della Apice-Orsara, la Apice-Hirpinia, è stato approvato con parere favorevole di tutti i Comuni interessati nel corso del 2017/inizio 2018, e approvato ad aprile 2018 in via definitiva dal commissario di governo Maurizio Gentile (Ad di Rfi, commissario ex Sblocca Italia con poteri più forti di quelli del Cipe: l’ordinanza, tra l’altro, non è neppure soggetta al visto della Corte dei Conti).

Non solo: per la Apice-Hirpinia Rfi ha già pubblicato, nel giugno scorso, il bando di gara di lavori (base d’asta 691 milioni di euro), con imprese che hanno presentato offerte il 4 luglio corso, con gara attualmente in fse dai aggiudicazione. Dar corso alla richiesta parlamentare (valutare di non fare la variante) sarebbe stato non solo giuridicamente complesso, ma avrebbe fatto ripartire da zero un iter che dura da anni. Ieri Mit e Rfi si sono incontrati per l’approvazione definitiva del Contratto Rfi 2017-2021 dopo l’ok parlamentare: dopo la firma del previsto decreto interministeriale Toninelli-Tria si sbloccheranno nuove risorse per investimenti Rfi per 13,2 miliardi di euro (legge di Bilancio 2017). © RIPRODUZIONE RISERVATA

12/11/2018 – Il Sole 24 Ore –Edilizia e Territorio

Ferrovie/2. Ma gli investimenti Rfi rallentano e la legge di Bilancio taglia 1,1 miliardi di cassa

Alessandro Arona

Due anni per approvare il CdP e poi gli stop legati all’analisi costi-benefici: il Mef sposta 1.140 milioni dal 2019 al 2020 e 2021

Il disegno di legge di Bilancio 2019 presentato dal governo e ora in discussione in Parlamento riduce di 1.140 milioni di euro i trasferimenti di cassa previsti a legislazione vigente per il 2019 a favore di Rfi, per investimenti. C’è poi anche un taglio di 600 milioni, sempre di cassa, che però erano stati anticipati a Rfi con il decreto fiscale 2018.

Lo spostamento dei fondi 2019 (1,1 miliardi) negli anni successivi non comporterà rallentamenti nel ritmo della spesa per investimenti – spiegano fonti di Rfi – si tratta di semplifici rimodulazioni fatte dal Mef in base alle effettive esigenze di cassa dei vari capitoli di bilancio.

Non si tratta infatti di tagli: le risorse saranno “restituite”: la riduzione di 1.140 milioni sul 2019 si accompagna a un aumento di 600 milioni sul 2020, 440 milioni sul 2021 e 100 milioni negli anni successivi.

Tuttavia quando si taglia la cassa senza produrre effetti di freno significa una cosa sola: che il fabbisogno effettivo è inferiore a quello previsto.

E tutto fa pensare che sia così anche in questo caso. Quei 1.140 milioni erano stati previsti un anno fa, quando il governo Gentiloni stava preparando la legge di Bilancio 2018, per dare benzina alla programmazione Rfi, che dopo aver contabilizzato investimenti per 2,8 miliardi nel 2014 è salita a 3,55 miliardi nel 2015, 4,27 mld nel 2016 e 4,4 miliardi nel 2017, e prevedeva un anno fa di salire a 4,5 miliardi nel 2018 e 5,3 miliardi nel 2019.

Ora però tutti questi soldi non servono. Un miliardo e cento può essere spostato dal 2020 in poi. Brutto segnale.

Era stato l’amministratore delegato di Rfi, Maurizio Gentile, a illustrare la situazione un mese fa nell’audizione sul Contratto 2017-21: «Il Contratto di programma Rfi 2017-2021, parte Investimenti – ha spiegato l’ad di Rete Ferroviaria Italiana, il 2 ottobre in audizione alla Commissione Trasporti alla Camera – ha avuto un iter molto travagliato. Parliamo di 13,2 miliardi di euro di nuovi finanziamenti e di un programma che avrebbero dovuto produrre effetti già nel 2017, e invece sarà approvato in via definitiva, credo, non prima del gennaio prossimo». Più o meno andrà così: Rfi e il Ministro Toninelli si sono incontrati l’8 novembre per gli ultimi aggiustamenti dopo il parere parlamentare, seguirà il decreto Mit-Mef e la registrazione della Corte dei Conti.

Poi ci sono i rallentamenti legati all’analisi costi-benefici: il 5° lotto del Terzo Valico e il primo della Brescia-Verona avrebbero dovuto avviare i cantieri già quest’anno, per alcune centinaia di euro di spesa, ma tutto è congelato in attesa del responso del Mit.

Inevitabile che tutto questo pesi sul ritmo di avvio di nuovi progetti e sulla spesa di quelli già avviati.

A questo punto è lecito anche dubitare che Rfi possa rispettare il budget che prevedeva 4,5 miliardi di spesa quest’anno, anche se Gentile ha spiegato che si accelerato sul fronte manutenzione straordinaria, grazie all’ok al Contratto parte Servizi, arrivato già a fine 2017. © RIPRODUZIONE RISERVATA

12/11/2018 – Il Sole 24 Ore –Edilizia e Territorio

Metrò C Roma, contenzioso da 30 milioni sugli oneri per la sicurezza. Sentenza fra 9 mesi

A.A.

Il Tar respinge la richiesta di sospensiva, udienzail 3 luglio 2019. Impugnata la delibera Anac 2016 che bocciò il calcolo degli oneri

Sarà deciso direttamente nel merito in un’udienza del prossimo luglio il ricorso amministrativo con il quale Metro C, società di progetto costituita da Astaldi, Vianini Lavori, Ansaldo STS, Cooperativa Muratori e Braccianti di Carpi e Consorzio Cooperativa Costruzioni per la realizzazione della Linea C della Metropolitana di Roma, contesta la delibera con cui l’Anac nell’agosto 2016 ritenne le procedure adottate per la valutazione e contabilizzazione degli oneri di sicurezza non coerenti né con le previsioni del progetto preliminare né con quanto indicato dal Regolamento sui piani di sicurezza nei cantieri.

L’ha deciso il Tar del Lazio con un’ordinanza con la quale, nel fissare il 3 luglio prossimo l’udienza per la discussione di merito, ha respinto la richiesta con la quale Metro C

sollecitava tra l’altro la sospensione della delibera Anac del 31 agosto 2016 con condanna al risarcimento del danno.

Il nodo del contendere “cuba” 29,5 milioni di euro: tanto valgono gli oneri della sicurezza “pagati in eccesso” da Roma Metropolitane (Comune di Roma Capitale) al general contractor Metro C, applicando i calcoli della delibera Anac. Le imprese sostengono che Roma Metropolitane sta già facendosi restituire questa cifra (pagata negli anni scorsi) pagando meno del loro valore i Sal per i lavori conclusi. Per questo chiedevano al Tar una decisione cautelare.

Ma i giudici hanno ritenuto che «le questioni giuridiche sollevate necessitano un approfondimento incompatibile con la fase cautelare e che per tale ragione non sussistono le

condizioni per la concessione della tutela cautelare» e considerato tuttavia che «per la delicatezza e complessità della vicenda, è opportuna la fissazione della discussione del merito con sollecitudine», ovvero il 3 luglio 2019. © RIPRODUZIONE RISERVATA

12/11/2018 – Il Sole 24 Ore –Edilizia e Territorio

Fondo Investimenti, ok bipartisan al Senato al Dpcm Conte che sblocca i 35 miliardi 2018

Alessandro Arona

In arrivo anche il parere della Camera, poi la firma finale al decreto. Il Ministero delle Infrastrutture gestirà il 37% dei fondi

Via libera della Commissione Bilancio del Senato (in tempi record) allo schema di Dpcm firmato dal presidente Giuseppe Conte per la ripartizione del Fondo Investimenti (comma 140 legge di Bilancio 2017), annualità 2018: risorse per 35,3 miliardi di euro messe a disposizione dal precedente governo con la legge di Bilancio 2018, ma che a causa della sentenza 74/2018 di aprile della Corte Costituzionale e poi il cambio di governo, non erano ancora stati sbloccati. Il parere positivo è in arrivo anche dalla Bilancio della Camera; poi Conte potrà firmare la versione finale del Dpcm, da inviare alla registrazione della Corte dei Conti. Per lo sblocco effettivo serviranno poi decreti ministeriali attuativi con l’approvazione dei singoli programmi di spesa, da approvare con l’intesa delle Regioni o dei Comuni se sono coinvolte loro competenze.

Parere positivo (in Senato) anche dagli esponenti del Pd, anche perché la bozza di decreto inviata da Palazzo Chigi è identica a quella preparata dal governo Gentiloni nel febbraio scorso e poi impantanatisi: l’unica differenza sono i 585 milioni dirottati dal decreto legge 28 settembre 2018, n. 109, per la ricostruzione a Genova (ponte e case degli sfollati), per cui le assegnazioni scendono da 36.115 milioni a 35.530, tutte “a danno” della quota del ministero delle Infrastrutture. Il Mit, comunque, resta il dicastero largamente prevalente nella ripartizione, con 13,2 miliardi di euro assegnati, pari al 37% del totale. Seconda classificata la Difesa, con 5,8 miliardi, poi il ministero dell’Istruzione, con 4,2 miliardi, quello dello Sviluppo, con 3,6 mld, poi Economia, 2,6 miliardi.

Si tratta di risorse stanziate in bilancio nell’arco di 15 anni, dal 2018 al 2033, ma con immediata impegnabilità (si possono approvare programmi pluriennali e anche lanciare i bandi di gara) e anche possibilità di anticipare la spesa tramite anticipi finanziari da parte di Bei o Cassa Depositi e prestiti. La parte immediatamente spendibile, 2018 e 2019, vale 2.137 milioni, e altri 2.143 sono appostati (sempre come cassa) nel 2020.

Il Ministero delle Infrastrutture, dati i noti tempi lunghi di spesa per i programmi infrastrutturali e i contratti Anas e Rfi (iter lunghi per legge), ha poca cassa nei primi anni, solo 305 milioni nel 2018-2019, solo il 2,3 % dei fondi assegnati al Mit. Mentre ad esempio il ministero dell’Istruzione, per l’edilizia scolastica, ha subito 264 milioni, il 6,2% del totale.

Circa i settori di spesa, prevalgono trasporti e viabilità con 8,8 miliardi (24,8% del totale), gestiti dal Mit, a cui si aggiungono 3,47 miliardi per mobilità sostenibile e sicurezza stradale (3,3 miliardi Mit, 180 milioni Ambiente). Poi l’edilizia pubblica (compresa quella scolastica e sanitaria), 5,6 miliardi di euro, e gli investimenti per il territorio (difesa del suolo, dissesto idrogeologico, risanamento ambientale e bonifiche), in tutto 1,881 miliardi, gestiti per 1,492 mld dall’Ambiente e 390 milioni dalla Difesa. Ancora nel campo delle infrastruitture e l’edilizia: 1,655 miliardi per interventi di prevenzione del rischio sismico, quasi tutti gestiti dal Miur per l’edilizia scolastica, 354 milioni per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie (presidenza del Consiglio).

Poi gli investimenti immateriali, come il sostegno ad «attività industriali ad alta tecnologia e sostegno alle esportazioni», con 6,874 miliardi (gestiti da Difesa, Economia e Sviluppo economico), la ricerca, con 1,4 miliardi (quasi tutti Ministero Istruzione), e la digitalizzazione delle amministrazioni statali, 1,35 miliardi. Infine tre miliardi per infrastrutture e mezzi per l’ordine pubblico, gestiti non solo dal Miistero dell’Interno ma anche Giustizia, Difesa e altri.

Una volta registrato il Dpcm di Conte, i vari ministeri dovranno far presto nel definire i programmi, selezionare gli interventi e partire con gli investimenti effettivi. © RIPRODUZIONE RISERVATA