Rassegna stampa 7 novembre 2018

07/11/2018 – Il Messaggero

Nomine pesanti al Tesoro: sono in arrivo i nuovi responsabili di banche e personale

IL CASO ROMA Nuove nomine in arrivo al ministero dell’ Economia e possibile nuova puntata dello scontro tra la struttura guidata da Giovanni Tria e il Movimento Cinque Stelle, con connessi malumori sindacali. Le poltrone in questione a Via Venti Settembre sono due, entrambe di alto livello: si tratta della direzione IV del Dipartimento del Tesoro (Sistema bancario e finanziario e Affari legali), guidata fino all’ estate scorsa dall’ attuale direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera, e della direzione del personale presso il Dag (Dipartimento affari generali) che ha la competenza su tutti i dipendenti del ministero. Posizioni di livello dirigenziale generale vacanti dallo scorso agosto, per le quali sono già in fase avanzata le relative procedure. Al posto di Rivera andrebbe Stefano Cappiello, attualmente in forza alla Florence School of Banking and Finance e dipendente della Banca d’ Italia, con un passato al Single Resolution Board, l’ autorità di risoluzione bancaria europea, all’ Autorità bancaria europea (Eba), dove ha collaborato strettamente con Andrea Enria, e prima ancora allo stesso ministero dell’ Economia come consigliere (tra il 2008 e il 2011). Per la direzione del personale del Dag, alle dirette dipendenze del capo Dipartimento Renato Catalano (da poco scelto da Tria) sarebbe stata invece prescelta Monica Parrella, oggi dirigente generale della Presidenza del Consiglio, dove ha la responsabilità dell’ Ufficio per gli interventi in materia di parità e pari opportunità. Per entrambe queste posizioni, come previsto dalla legge, era stata avviata la procedura di interpello rivolta ai dirigenti interni. Proprio la provenienza esterna al dicastero dei due candidati in pole position ha innescato la reazione della Uil pubblica amministrazione, che ha inviato una lettera al ministro e ai sottosegretari, scrivendo che «le ipotesi più accreditate destano notevole preoccupazione perché sembrerebbe si stia operando con logiche del passato, favorendo professionalità esterne e mortificando i dirigenti interni che possiedono elevate competenze e professionalità». La possibilità di nominare dirigenti di altre amministrazioni è prevista dalla legge (decreto legislativo 165/2001) ma nel limite del 15 per cento della dotazione organica. In linea con Uilpa i deputati pentastellati della commissione Bilancio, secondo i quali «spesso dietro la nomina di personalità esterne si nascondono legami politici che rischiano di inquinare la normale attività tecnica dei ministeri». In precedenza lo stesso M5S aveva invece messo nel mirino alcuni alti dirigenti interni del Mef (compreso il capo di gabinetto Roberto Garofoli) che erano stati energicamente difesi dal ministro Tria. A. Bas. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

07/11/2018 – Italia Oggi

Bongiorno: subito la riforma dei dirigenti

Maniche rimboccate (e promessa di metterci un «grande impegno») da parte del ministro Giulia Bongiorno per realizzare la «riforma della dirigenza pubblica». E, nel contempo, di «valorizzare» chi vi opera, favorendo più che il «turnover», un «ricambio generazionale». A lanciare la sfida, dal palco del congresso di Confprofessioni, ieri mattina, a Roma, la titolare del dicastero della pubblica amministrazione, che ha avuto parole di sostegno per le categorie di lavoratori autonomi, rivendicando di appartenervi, essendo avvocato, e sottolineando come «noi professionisti dobbiamo avere l’ orgoglio» di chi «ogni giorno è sul mercato». Ma, soprattutto, ha delineato i contorni di un progetto di restyling indirizzato ai vertici degli organismi pubblici: c’ è «il mio impegno per riformare la dirigenza» pubblica, ha scandito, ammettendo, tuttavia, subito, che «non sarà facile». In questo segmento «l’ età media è di 56 anni: credo ci voglia un ricambio generazionale», ha proseguito con chi, tra coloro che ha definito «anziani», ha «esperienza e trasferirà esperienza, e chi ha competenze digitali», affinché le possa applicare nel settore. Si tratta di un piano di riforma che Bongiorno intende «portare avanti: desidero», ha messo in evidenza, che «chi entra in ufficio abbia una forte motivazione a far bene». Al tempo stesso, occorrerà crear spazio per consentire ai giovani di entrare nella pubblica amministrazione, rigettando il luogo comune secondo cui, nel comparto, siano «tutti fannulloni», perché non mancano persone efficienti, però «spesso vengono isolate». Il ministro ha, poi, rivendicato di aver dato vita a un disegno di legge denominato «concretezza», convinta che il «vero problema» del paese è «la stratificazione di norme» e il fatto che vi siano delle «microitalie dentro l’ Italia», ha aggiunto menzionando i «regolamenti comunali»; il testo interverrà nell’ ambito della pubblica amministrazione laddove «ci sono i nodi», come il mancato uso dell’ autocertificazione, cercando di «semplificare la vita» delle persone. Premettendo di esser consapevole che la p.a. «ha una pessima reputazione», il ministro ha, però, ammesso che «se dico che faccio dei tagli, faccio bella figura», tuttavia agendo così «andrei a tagliare gli «asset» del paese». SIMONA D’ ALESSIO

07/11/2018 – Italia Oggi
Piattaforma online per gare d’ appalto

Iniziativa Asmel per tutti i comuni
Una piattaforma telematica per consentire di adempiere all’ obbligo di gare d’ appalto on line, entrato in vigore il 18 ottobre scorso. A metterla a disposizione delle stazioni appaltanti (anche di quelle non socie) è l’ Asmel, l’ Associazione per la sussidiarietà e la modernizzazione degli enti locali. Per l’ Associazione, che conta 2.400 enti soci in tutta Italia, la gestione delle gare con sistemi elettronici garantisce semplificazione e, quindi, efficienza e risparmi che il Politecnico di Milano ha stimato in 15-20 miliardi di euro l’ anno. Il problema, osserva Asmel, è che la maggior parte degli enti è giunta impreparata all’ appuntamento del 18 ottobre, con il rischio di ritardi o addirittura di un nuovo blocco delle gare come quello seguito al varo, nell’ aprile 2016, del nuovo Codice Appalti, «un autentico manuale di enigmistica giuridica, quasi sempre con soluzioni interpretative multiple», come lo definisce il segretario generale Asmel, Francesco Pinto. L’ Anci in una recente nota (si veda ItaliaOggi del 20/10/2018) ha sostenuto la possibilità di derogare all’ obbligo delle gare on line, in attesa della definizione della vicenda. «Il problema», osserva Pinto, «è che non si può certo opporre un parere Anci a chi invoca la nullità di una gara per violazione di un obbligo di legge». E infatti, alcune regioni hanno già reso disponibili agli enti non ancora attrezzati le proprie piattaforme telematiche. Resta scoperta la maggior parte dei comuni a cui l’ iniziativa Asmel è appunto indirizzata. «Si tratta di un’ iniziativa aperta a tutte le stazioni appaltanti e centrali di committenza d’ Italia, socie e non. Con una piattaforma di semplice utilizzo, completamente gratuita». In questo Asmel è stata apripista, avendo promosso nel gennaio 2013, la Centrale di committenza Asmecomm, basata, sull’ utilizzo diffuso di piattaforme telematiche, e divenuta la più grande centrale dei comuni con 1265 enti soci. FRANCESCO CERISANO

07/11/2018 – Italia Oggi
Enti, riforma al via

In Stato-città anche i criteri del Fondo di solidarietà
Parte il tavolo tecnico-politico
La nuova riforma dell’ ordinamento degli enti locali è ai nastri di partenza. Nella Conferenza stato-città di domani, infatti, dovrebbe muovere i primi passi il tavolo «tecnico politico» previsto dal decreto Milleproroghe e chiamato a impostare il restyling degli obblighi di gestione associata dei piccoli comuni, il riordino degli enti di area vasta e la semplificazione degli oneri amministrativi e contabili a carico delle amministrazioni. Si tratta dell’ antipasto della più ampia riscrittura del Tuel preannunciata dal governo. Il dl 91/2018 ha previsto la riscrittura delle regole del gioco, che risalgono all’ ormai lontano 2010 (dl 78) e hanno dimostrato in modo inequivocabile di non funzionare. A tal fine, è stata prevista l’ istituzione del tavolo, che avrebbe dovuto essere operativo entro 60 giorni dalla conversione del mille proroghe e che sarà incardinato presso la Stato-città per occuparsi anche anche di impostare una revisione organica della disciplina in materia di ordinamento delle province e delle città metropolitane che consenta di colmare il gap fra la riforma Delrio e il testo costituzionale rimasto invariato dopo la bocciatura del referendum del 4 dicembre 2016. Il terzo tema all’ ordine del giorno è un altro evergreen, ossia la semplificazione degli adempimenti che gravano sui comuni, specialmente quelli di minori dimensioni. Temi, questi, assai cari al governo, che nel Programma nazionale di riforme (Pnr) contenuto nella Nota di aggiornamento del Def ha annunciato l’ imminente richiesta di una delega al Parlamento «per una revisione sistematica dell’ ordinamento degli enti locali, che ridefinisca il complessivo assetto della materia, armonizzando le disposizioni originarie sia con la riforma del Titolo V della Costituzione, sia con i numerosi interventi di settore succedutisi negli anni» L’ obiettivo, ribadito nella recente Assemblea nazionale Anci di Rimini (si veda ItaliaOggi del 26/10/2018), è di arrivare ad un riordino che possa restituire un quadro ordinamentale certo e uno stabile assetto funzionale. Sui tavoli della Conferenza approderà anche un’ altra questione cruciale per i sindaci, quella concernente i criteri di riparto del fondo di solidarietà comunale 2019. Sul piatto ci sono oltre 6 miliardi, per distribuire i quali, sulla carta, si dovrebbero considerare soprattutto i differenziali fra le capacità fiscali ed i fabbisogni standard dei singoli enti. Ma tale parametro, il cui peso dovrebbe crescere al 60% dal 45% del 2018, porterebbe una redistribuzione molto accentuata. L’ Anci ha chiesto, quindi, di confermare il riparto del 2018 e, sebbene ciò richieda una modifica normativa, questa (come già accaduto negli anni scorsi) potrebbe anche arrivare ex post a confermare la decisione assunta in via amministrativa. MATTEO BARBERO

07/11/2018 – Il Sole 24 Ore
Cantieri 2018-21 Ance: «Occorre accelerare o il 2019 è perso»

Investimenti. Bene i 18 miliardi in più stanziati dal governo «ma la partenza è lenta. Nel 2016-2018 differenza di 10 miliardi fra promesse e fatti»
ROMA La legge di bilancio piace ai costruttori che però aspettano il governo alla prova dei fatti: lo sblocco effettivo degli investimenti nel 2019. Nel rapporto dell’ Ance che esamina le norme del disegno di legge di bilancio numerosi gli «apprezzamenti». Anzitutto per la «importante iniezione di risorse», calcolate in 97,5 miliardi in 15 anni (17,8 miliardi nel triennio 2019-21) «che sembrerebbero aggiuntive rispetto al Fondo da oltre 83 miliardi istituito presso la Presidenza del Consiglio». Valutazione nettamente positiva che plaude alla svolta di un governo orientato a fare degli investimenti pubblici la leva principale della scommessa sulla crescita. Svolta nelle cifre (sempre accompagnata dalla massima «attenzione all’ effettivo utilizzo delle risorse») ma anche nell’ apparato tecnico che si vuole creare all’ interno della Pa per supportare gli investimenti e risolvere criticità storiche come quelle della pianificazione e della progettazione: la centrale per la progettazione delle opere pubbliche, appunto, la struttura di missione di supporto all’ attività del Presidente del Consiglio in materia di investimenti pubblici e privati (denominata InvestItalia) e la cabina di regia “Strategia Italia” (anticipata dal decreto Genova). L’ apprezzamento Ance va a tutte e tre, ma per la centrale di progettazione e la task force l’ allarme sui tempi di messa in moto (previsto un Dpr entro sei mesi) è massimo, al punto che la modalità e la tempistica di attuazione di questa norma può mandare per aria l’ intero disegno. «I tempi medio-lunghi necessari per il raggiungimento della piena operatività della centrale per la progettazione – dice il documento dell’ Ance – appaiono incompatibili con l’ obiettivo di rilancio degli investimenti pubblici nel 2019». Una obiezione che pesa come un macigno sulla valutazione dell’ intero impianto. Non solo: «Il rischio è che nelle more della piena funzionalità» delle due strutture «si perda ulteriormente tempo e si finisca, come accaduto negli ultimi due anni, per annullare qualsiasi effetto positivo sul livello degli investimenti 2019». Ormai l’ Ance su questo punto non fa più sconti a nessuno e il presidente dell’ associazione, Gabriele Buia, lo ribadisce puntigliosamente. «Siamo stanchi di annunci che sfiorano il mito quando la realtà è poi molto più cruda. A noi interessa solo la spesa effettiva, a la “salizzazione” (da Sal, stato avanzamento lavori, il documento che indica lo stato effettivo dei lavori realizzati da mettere in pagamento) e vorrei dire gli indici di occupazione che meglio di ogni altra cifra danno l’ idea di una crescita reale, delle imprese con i loro lavoratori. Voglio ricordare che nel 2016 ci era stata annunciata una flessibilità Ue aggiuntiva per 5 miliardi quando il risultato a consuntivo è stato -1 miliardo. Nel 2017 ci veniva promessa una spesa aggiuntiva di un miliardo con il «fondo Renzi» e il superamento del patto di stabilità e il risultato finale è stato -2 miliardi. Nel 2018 il Def parlava di +850 milioni di investimenti e stiamo chiudendo a -750 milioni. In tutto un gap di 10 miliardi fra previsioni e realtà. Qualcuno si scandalizza ancora se i costruttori sono critici dopo tante parole non seguite dai fatti? Nei confronti del nuovo governo l’ apertura di credito è notevole ma l’ avvertenza che a contare sono solo i fatti è, anche qui, chiara e netta. Seguita dalla richiesta di un alleggerimento immediato di procedure, a partire da quelle per Cipe, Corte dei conti e Consiglio superiore dei lavori pubblici. Buia vuole anche rispondere al presidente dell’ Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, che ieri, nell’ intervista al Sole 24 Ore, ha pesantemente criticato il decreto Genova e la stagione delle nuove, pesantissime deroghe in arrivo. «Siamo in pieno accordo con il presidente Cantone e voglio ricordare che da anni conduciamo una battaglia contro le deroghe, mentre siamo per una legislazione ordinaria semplificata che acceleri l’ iter per tutte le opere ». Buia apprezza anche «l’ idea di una revisione a 360 gradi del codice degli appalti con un disegno di legge delega», ma chiede comunque al governo un decreto per introdurre le modifiche più urgenti. Quanto al ruolo dell’ Anac – che l’ Ance considera «fondamentale» nell’ assetto del sistema delle opere pubbliche – Buia auspica comunque che «l’ Autorità si concentri maggiormente sui controlli lasciando il ruolo regolatorio ad altre istituzioni». La conferma, in sostanza, della posizione dell’ Ance che chiede il ritorno al regolamento generale attuativo del codice in sostituzione delle linee guida Anac. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giorgio Santilli

07/11/2018 – Il Sole 24 Ore
Ponti e strade, due su tre osservati speciali

inchiestaInfrastrutture a rischio . Su 30mila opere provinciali il 65% ha bisogno di interventi, 2mila urgenti
«Sarebbe potuto crollare da un momento all’ altro, la situazione era critica da molto tempo». Così spiega a Radio24 Umberto Di Cristinzi, l’ ingegnere che ha scritto la relazione sul Viadotto Sente di Isernia, un ponte alto 185 metri, lungo 1200 metri con campate di 200 metri, chiuso il 16 settembre, circa un mese dopo il crollo del ponte Morandi di Genova. Proprio nel decreto Genova, che la settimana prossima verrà discusso in Senato, ci sono 2 milioni di euro per «permettere la riapertura al traffico del viadotto Sente», si legge nell’ articolo 40 bis. Non ci sono invece i 10 milioni – di cui si è discusso alla Camera – per la statale 195 in Sardegna, danneggiata dall’ alluvione del 10 ottobre. Anche il San Michele, il ponte di ferro del 1889 che collega Paderno d’ Adda e Calusco e le province di Lecco e Bergamo, è stato transennato improvvisamente il 14 settembre. A Pescara, in Abruzzo, regione colpita più volte dal terremoto, si sta valutando la chiusura parziale del ponte di Salle, progettato da Morandi. A Lucca servono invece 6 milioni complessivi per il cavalcaferrovia di Querceta, in Versilia e per un altro ponte Morandi che attraversa il lago artificiale di Vagli Sotto. In Italia sono molte le opere a rischio, le strade e i ponti già chiusi, con limitazioni di portata e velocità e gravi danni economici per il territorio. Le criticità arrivano da lontano, la tragedia di Genova ha solo alzato l’ attenzione su una situazione nota e sulla mancanza di manutenzione, aggravata dal maltempo. Come in Sicilia, a Casteldaccia, dove il fiume Milicia, ingrossato dalle piogge, ha travolto una casa, uccidendo nove persone. Così le province corrono ai ripari e aspettano le risorse: 3 miliardi di euro per le infrastrutture considerate già a rischio e per quelle ancora da monitorare. È la stima contenuta nel monitoraggio chiesto dal Ministero dei trasporti alle 76 province, secondo le quali su un totale di 30mila opere infrastrutturali in gestione – ponti, viadotti, gallerie – il 65% ha bisogno di interventi. Quelli più urgenti di priorità 1 riguardano 2mila opere per almeno 730 milioni di euro. In più servono verifiche su altre 14mila infrastrutture e in media controllare lo stato di salute di un solo ponte, viadotto, muretto costa 40 mila euro. «La rete infrastrutturale italiana è vecchia di almeno 50/60 anni, oltre 5.000 chilometri di strade sono chiusi per frane, smottamenti o perché insicuri e su oltre il 50% della rete viaria ci sono limiti di velocità tra i 30 e 50 chilometri orari», sottolinea il presidente dell’ Unione nazionale delle Province, Achille Variati. Inoltre, le risorse a disposizione sono passate da 1,9 miliardi nel 2009 a 712 milioni nel 2017. «Allo stato attuale ben 14 province sono in difficoltà nella pubblicazione del bilancio o hanno fatto bilanci non adeguati», aggiunge Variati. A tutto ciò si aggiunge il timore dell’ avvio di procedimenti penali: le province e città metropolitane hanno la supervisione dell’ 80% delle infrastrutture viarie extraurbane d’ Italia, 130 mila chilometri di strade, contro i 27.600 di Anas e i 3000 di Autostrade. Proprio per monitorare lo stato di salute di strade, ponti, gallerie è partita la sperimentazione di sensori mobili sul raccordo anulare di Roma, come prevede l’ accordo tra l’ Anas e il Massachusetts Institute of Technology di Boston. «Oggi nei nostri smartphone ci sono tantissimi sensori tra cui gli accelerometri, attraverso i quali possiamo rilevare le vibrazioni delle infrastrutture. Le vibrazioni ci permetteranno di realizzare un’ analisi dello stato di salute dei ponti», ci spiega Carlo Ratti, direttore del Senseable City Lab Consortium del Mit. I dati verranno poi inviati ad Anas, che li analizzerà e deciderà dove fare indagini ulteriori, installare sensori fissi o inviare squadre specializzate. I primi risultati sono attesi tra pochi mesi. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Livia Zancaner

07/11/2018 – La Repubblica
Le carte Consip su Lotti, l’ Arma e i Renzi

Il caso
Negli atti di chiusura indagine anche tutte le telefonate tra l’ ex premier e il padre: ” Non ti credo io, figurati i pm”
Di che cosa stiamo parlando La Procura di Roma lo scorso 29 ottobre ha chiuso l’ indagine sugli appalti della Consip. Nel filone d’ indagine sulla fuga di notizie rischiano il processo l’ ex ministro dello Sport e sottosegretario Luca Lotti, l’ ex comandante generale dei carabinieri, Tullio Del Sette e il generale dell’ Arma Emanuele Saltalamacchia, l’ imprenditore Carlo Russo, Filippo Vannoni. Chiesta invece l’ archiviazione per Tiziano Renzi roma Nelle oltre centomila pagine di atti depositati con la chiusura dell’ inchiesta Consip ( verbali di interrogatorio, testimonianze, intercettazioni e informative di polizia giudiziaria) c’ è il racconto e lo spaccato di un presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che fa fatica a credere a suo padre, Tiziano. E c’ è Tiziano, suo padre, che fatica a convincere i pubblici ministeri di essere la vittima designata di maldicenze. C’ è il primo dei carabinieri d’ Italia, l’ allora comandante generale Tullio Del Sette, che si dipinge come chi nulla sa mentre i suoi ufficiali gliela fanno sotto il naso e gli indagati si danno di gomito raccomandandosi di fare attenzione a ciò che dicono al telefono sostenendo di essere stati informati proprio da lui dell’ indagine della procura di Napoli. Escono tutti demoliti da queste carte. Prendiamo ad esempio la drammatica telefonata tra Matteo Renzi e suo padre del 2 marzo 2017: « E dunque – lo aggredisce esasperato al telefono – sei andato da Marroni così, per simpatia, per la Madonnina…Il Carlo Russo è un padrino di battesimo…va tutto bene. E io, io, invece, sono biondo, magro e con un c…o di trenta centimetri… Devi dire la verità, le cose che sai, devi ricordartele, c… o! E tu la verità non l’ hai detta in passato a Luca, quindi ti prego di iniziare a dirla… Se non ti credo io, immaginati un magistrato » . Ma prendiamo anche l’ interrogatorio dell’ anziano Tiziano, indagato per traffico di influenze, con i pm. Minimizza, farfuglia, ricorda a sprazzi circa i suoi contatti e la sua rete di conoscenze di chi girava intorno agli appalti Consip, per poi concludere con una banalità: « Posso pensare di essere un facile bersaglio per essere stato coinvolto in tante vicende, le più strane». La procura ha chiesto l’ archiviazione per il ” babbo” ma la sua ricostruzione viene bollata come « inverosimile » . Per dire, del suo amico Carlo Russo, accusato di millantato credito, una persona di famiglia, Tiziano racconta: «Aveva una vita personale complicata, vidi una persona in difficoltà e gli proposi di andare a Medjugorje dove io e mia moglie organizziamo annualmente pellegrinaggi ed egli accettò. Non ho mai parlato con lui di Consip, non ho mai spinto per lui su Consip » . E quando i pm chiedono per quale motivo aveva fatto arrivare a Russo l’ indicazione di non telefonargli, spiega: « Avevo il timore che lui usasse il mio nome impropriamente. Io lo percepivo come un pericolo » . Del resto, come dare torto alla diffidenza dei magistrati se lo stesso Matteo Renzi, che più volte lo accusa di sbagliare amicizie, gli urla: «Tu e il tuo giro di merda di Medjougorje, accidenti a quando ci siamo andati la prima volta! Porca puttana! Stai distruggendo un’ esperienza, ti è chiaro o no?». Che nessuno dica fino in fondo la verità in questa storia si capisce del resto anche lì dove il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il sostituto Mario Palazzi cercano di venire a capo della fuga di notizie dall’ Arma che ha messo sul chi vive gli indagati. Renzi senior racconta di essere stato avvisato dal generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, all’ epoca comandante della Toscana: « Saltalamacchia mi ha sempre raccomandato di stare lontano da Russo e non mi ha detto di non parlare al telefono con lui… Ho inteso le sue raccomandazioni come un avvertimento a un amico». Nessuno è in grado di indicare aldilà di ogni ragionevole dubbio cosa ha saputo da chi. È il caso anche dell’ ex ministro Luca Lotti. Nei verbali del confronto all’ americana con il suo grande accusatore, l’ ex ad di Consip Luigi Marroni, che lo indica come la fonte che gli avrebbe rivelato di essere sotto intercettazione, lui risponde: « Se io avessi detto una cosa di tale importanza, perché, insomma, sono accusato di un reato che alla fine è abbastanza importante… immagino che la cosa avrebbe avuto sviluppi. Ci sarebbe stato un certo atteggiamento di richiesta per capire se c’ era un seguito oppure no a quel tipo di informazione » . Marroni ribatte: « È vero, era un’ informazione importante, però io non feci niente. Tant’ è vero che, poi, la famosa bonifica dei miei uffici è stata fatta il 20 dicembre 2016. Io non avevo veramente niente da nascondere, quindi sapere di essere intercettato non è piacevole, però alla fine se uno non fa niente di male, pazienza, si tiene questa intercettazione ». © RIPRODUZIONE RISERVATA. MARIA ELENA VINCENZI

07/11/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio
Documento di gara elettronico/1. Altro che blocco degli avvisi: a ottobre bandi record

Massimo Frontera

L’entrata in vigore del Dgue ha spaventato solo una parte delle Pa, che hanno corso per pubblicare gli avvisi, ma il trend è proseguito normalmente

Nessuno ha avuto paura del Dgue. Il famigerato documento di gara in formato elettronico, la cui entrata in vigore effettiva è avvenuta il 18 ottobre, non ha prodotto alcun blocco nella pubblicazione delle gare di appalto e non ha causato nessun altro fenomeno da interpretare come difficoltà da parte delle stazioni appaltanti. Anzi – paradossalmente – se il Dgue ha prodotto un effetto, questo effetto è stato positivo, perché dalla pubblicazione dei bandi emerge che, proprio il mese di ottobre è stato quello con il maggior numero di bandi pubblicati.

A dirlo sono i numeri del Cresme Europa Servizi sulla pubblicazione dei bandi di lavori, rilevati mensilmente e – in particolare il mese di ottobre – conteggiati giorno per giorno. Ed ecco con quale risultato: nel decimo mese dell’anno si è verificato un doppio record, rispetto a tutti bandi pubblicati negli altri mesi dell’anno: il maggior numero di bandi in assoluto, con 2.590 avvisi, e la più alta media giornaliera, con 96 avvisi. Dunque, nessun effetto Dgue? Non proprio. Un effetto c’è stato. A ridosso del termine dell’entrata in vigore – nell’intera settimana tra lunedì 15 e venerdì 19 ottobre – si è verificato un incremento “anomalo” e consistente degli avvisi: un’onda di 819 bandi, il maggior valore misurato sulla settimana. Un incremento che si può spiegare, ma solo in parte, con la “fretta” di evitare il termine legato al documento di gara elettronico.

Tuttavia, la paura di alcune stazioni appaltanti non è stata condivisa dall’intera platea delle amministrazioni, perché dopo il 18 ottobre la pubblicazione dei bandi è proseguita con un ritmo normale, sia pure altalenante. Occorrerà capire nei prossimi giorni di novembre se si farà sentire l’effetto più ritardato sull’entrata in vigore del Dgue. Di certo, finora, limitatamente al mese di ottobre, non c’è stato nessun segnale di blocco, anzi, come si diceva, l’effetto, semmai, è stato in direzione opposta.

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07/11/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio
Infrastrutture, nel Ddl di Bilancio 2019 tagliate risorse all’Anas per 1,8 miliardi

Alessandro Arona

Spostati sul 2020 1,7 mld. Dietro la scelta il ritmo basso della spesa, causato dai ritardi 2017 sul Contratto e poi dalle imprese in crisi

Il governo Conte taglia 1,827 miliardi di euro di finanziamenti all’Anas per investimenti in infrastrutture stradali: si tratta di risorse in competenza previste a legislazione vigente per il 2019, che il ddl di Bilancio presentato nei giorni scorsi in Parlamento sposta in buona parte sul 2020, aumentando i fondi per quell’anno di 1,712 miliardi, e per la restante parte (111,45 milioni) sul 2021.

È dunque in sostanza una “rimodulazione” di fondi, uno slittamento in avanti di nuove risorse in competenza, quelle che servono per l’avvio di nuovi cantieri. Ma non si tratterebbe di “un fulmine a ciel sereno”, di una “brutta sorpresa” per Anas, ma al contrario di un esito prevedibile e ragionevole di ritardi nell’avvio di nuove opere causato all’Anas dall’approvazione ritardata del nuovo Contratto di programma nel 2016-2017 e di rallentamenti nel ritmo dei cantieri dovuto alla crisi delle imprese di costruzione.

Dunque una presa d’atto che il ritmo dei cantieri e dell’appaltabilità non è quello previsto dal Contratto 2016-2020 (approvato a fine dicembre 2017), e dunque le nuove risorse non servono. In ogni caso non una buona notizia per gli obiettivi del governo di aumentare già nel 2019 la spesa per investimenti pubblici.

La novità è nella tabella 10 del DDl di Bilancio relativa al Ministero delle Infrastrutture (pagina 433 del Tomo III): per gli investimenti Anas c’erano nel Bilancio 2018 (in competenza) 3,090 miliardi di euro, e a legislazione vigente altri 2,356 miliardi nel 2019 e 2,355 nel 2020; il ddl di Bilancio 2019 del governo Conte prevede di “tagliare” 1,827 miliardi dal 2019, riducendo così i nuovi fondi per il prossimo anno a 538 milioni, e “ripristinando” poi i finanziamenti tra il 2020 (1,712 miliardi) e il 2021 (114 milioni).

Tali cifre in bilancio erano d’altre parte il previsto supporto del piano di rilancio degli investimenti Anas messo in campo con il Contratto 2016-2020 (nuove risorse per 15,4 miliardi e investimenti totali per 23,4 miliardi di euro, di cui il 45% in manutenzione straordinaria e messe in sicurezza) : nel documento, elaborato a inizio 2017, si prevedeva una spesa effettiva per investimenti (dunque un fabbisogno di cassa) in salita da 1,67 miliardi nel 2017 a 2,3 nel 2018, poi 2,2 nel 2019, 2,4 nel 2020, e poi ancora la salita a 2,84 nel 2021 e 3,2 miliardi nel 2022.

Come noto, però, il Contratto di programma 2016-2020, che sbloccava risorse in Bilancio dal gennaio 2016 e che avrebbe potuto essere firmato e sbloccato già a metà 2016, è slittato per quasi due anni a causa del lungo braccio di ferro tra Mit e Mef sulle regole per il calcolo del “corrispettivo” e in generale la struttura del nuovo contratto (che dovrebbe a regime garantire autonomia finanziaria all’Anas): il decreto Mit-Mef di approvazione del contratto è del 27 dicembre 2017. Questo ha finito per rallentare anziché rilanciare gli investimenti Anas: rispetto agli 1,7 miliardi del 2015 e 2016 la spesa effettiva Anas per investimenti si è fermata a 1,235 miliardi nel 2017 e a inizio anno l’Anas prevedeva di risalire quest’anno a 1,5 miliardi circa, poi a 2,0 miliardi nel 2019 e 2,5 nel 2020. I ritardi nell’avvio del Contratto hanno però anche limitato la capacità di Anas di attivare in anticipo le progettazioni degli interventi al fine di rispettare le appaltabilità del Contratto.

Un fattore importante di ritardo è anche quello della crisi delle imprese, segnalato dall’Ad Gianni Armani già nel gennaio scorso e poi sfociato (punta dell’iceberg) in risoluzioni contrattuali per 600 milioni di euro. L’Anas non fa cifre, ma il risultato finale sulla spesa 2018 dovrebbe essere al di sotto delle aspettative.

Inoltre, durante i due anni di definizione e approvazione del Contratto, sono intervenute modifiche normative che hanno avuto riflessi anche nell’iter procedurale antecedente la fase di appalto.

Insomma, la macchina Anas è ripartita, ma non ancora al ritmo previsto: anche la stima 2019 di 2,0 miliardi sembra a questo punto ottimistica. Dunque 2,36 miliardi in più in bilancio per il 2019 sarebbero stati decisamente troppi, di fatto inutili, e il governo – senza opposizione da parte dell’Anas – ha deciso di rinviarne buona parte (1,8 mld) all’anno successivo.

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07/11/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio
Focus Ddl Bilancio/4. Investimenti, salta il “tappo” sul fondo pluriennale vincolato

Massimo Frontera

Lo prevede il Ddl bilancio, con un Dm entro il 30 aprile 2019. Ma la misura potrebbe essere superata dall’azzeramento dei vincoli sugli equilibri di bilancio degli enti

Il governo “promette” di risolvere entro il 30 aprile prossimo – con un decreto attuativo del ministero dell’Economia-Interni-Affari regionali – le questioni che ancora impedivano il pieno utilizzo del fondo pluriennale vincolato per la realizzazione di opere pubbliche. Non è però detto che la soluzione – una volta che arriverà – sia ancora così utile, visto che, con altre misure, la manovra di bilancio consente ormai agli enti locali la massima libertà di manovra, demolendo tutti i residui vincoli al rispetto del patto sugli equilibri di bilancio.

Finora il fondo pluriennale vincolato – l’artificio contabile che rende più agevole all’ente locale avviare opere pubbliche di una certa consistenza su un orizzonte di vari anni – è stato utilizzato parzialmente perché non è mai stata definita una norma che precisava una delle condizioni per il suo utilizzo. In realtà, la norma attuativa chiarificatrice era attesa entro questa estate, ma non è mai arrivata. Ora il Ddl bilancio la prevede entro il 30 aprile prossimo. Le modalità, per l’utilizzo delle economie del fondo pluriennale saranno definite, recita l’articolo 67 del Ddl bilancio «entro il 30 aprile 2019, con decreto del Ministero dell’economia e delle finanze – Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato, di concerto con il Ministero dell’interno – Dipartimento per gli affari interni e territoriali e con la Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per gli affari regionali e le autonomie, su proposta della commissione per l’armonizzazione degli enti territoriali».

L’intervento, come spiega anche la relazione tecnica al Ddl bilancio riguarda «i

principi contabili applicati di cui all’allegato 4/2 al decreto legislativo n. 118 del 2011 riguardanti la disciplina del fondo pluriennale vincolato per i lavori pubblici sono adeguati al decreto legislativo n. 50 del 2016, il nuovo codice dei contratti pubblici». «L’aggiornamento della vigente disciplina del fondo pluriennale vincolato riguardante i lavori pubblici – conclude la relazione tecnica – definita sulla base del vecchio codice dei contratti, determina il superamento degli ostacoli di natura contabile alla realizzazione degli investimenti pubblici». © RIPRODUZIONE RISERVATA