Rassegna stampa 06 novembre 2018

05/11/2018 15.08 – RADIOCOR

Ue: chiede a Italia lista concessioni idroelettriche scadute e prorogate

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Roma, 05 nov – La Commissione europea ha chiesto di ricevere “con estrema urgenza alcune informazioni, per concludere la procedura di infrazione avviata contro l’Italia in materia di concessioni idrolettriche”. Lo riporta una nota della struttura di missione per le Procedure di infrazione della Presidenza del Consiglio. Il contenzioso si riferisce alla procedura n.2011/2026 sulla “Normativa italiana in materia di concessioni idroelettriche” avviata nel settembre 2013 con la messa in mora dell’Italia a causa della violazione delle norme sulla concorrenza. La lettera di Bruxelles e’ stata notificata all’Italia il 12 ottobre scorso. Per raccogliere le informazioni reclamate da Bruxelles, il Governo (attraverso la struttura di missione per le Procedure di infrazione di Palazzo Chigi e il ministero dello Sviluppo) ha chiesto alle Regioni di inviare, entro il 7 novembre, i seguenti dati: “numero delle concessioni idroelettriche scadute alla data del 31 dicembre 2017”; “quante di queste sono state prorogate”; “quale sia per ciascuna di esse la durata della proroga”; “con quale atto (amministrativo e o legislativo) e’ stata disposta la proroga”. Fro

05/11/2018 13.11 – Quotidiano Enti Locali e Pa
Società in house, il giudice ordinario decide sugli illeciti

La decisione sull’azione di responsabilità proposta nei confronti di sindaci e amministratori di una società in house providing dichiarata fallita spetta al giudice ordinario. Lo ha stabilito la Cassazione con l’ordinanza 22406/2018delle Sezioni unite con cui la Suprema corte mette un punto fermo sull’evoluzione giurisprudenziale in tema di giurisdizione sviluppatasi nell’ultimo decennio. Nella pronuncia 22406/2018 le Sezioni unite, a conclusione di un lungo dibattito giurisprudenziale, hanno stabilito la possibilità di concorso tra la giurisdizione ordinaria e quella contabile, nell’ipotesi di danni cagionati ad una società in house dalla condotta dei suoi amministratori. Laddove dunque sia prospettabile anche un danno erariale, potranno essere proposti, per i medesimi fatti, sia un giudizio civile che un giudizio contabile risarcitorio, la cui diversità di oggetto e funzione esclude la violazione del principio del ne bis in idem. La questione era stata già affrontata dalle Sezioni unite con la decisione 26806/2009 che riguardava però la giurisdizione sull’azione di risarcimento dei danni subiti da una società a partecipazione pubblica in relazione a contegni illeciti posti in essere da amministratori o dipendenti. In quel caso le Sezioni unite avevano assegnato la giurisprudenza al giudice ordinario sul presupposto che, nella fattispecie, non sarebbero stati individuati elementi idonei a giustificare la devoluzione della vertenza alla decisione della Corte dei conti. Nella pronuncia in questione veniva peraltro ribadito che le condotte idonee a ledere o compromettere la partecipazione sociale dell’ente pubblico sarebbero invece rimaste appannaggio del giudice contabile, così sancendo una giurisdizione concorrente nelle ipotesi in cui fosse configurabile un danno erariale. La specifica condizione delle società in house era invece stata esaminata nella sentenza 26283/2013, nella quale però la Cassazione aveva espresso un principio di diritto più restrittivo, secondo il quale la Corte dei conti ha giurisdizione sull’azione diretta a far valere la responsabilità degli organi sociali per danni al patrimonio di una società in house, ossia di una società costituita da uno o più enti pubblici per l’esercizio di pubblici servizi, la cui gestione è assoggettata a forme di controllo analoghe a quelle esercitato dagli enti pubblici sui propri uffici. Ma la pronuncia del 2013 (criticata in dottrina e da cui ha preso le distanze anche la Corte dei conti) è stata poi parzialmente precisata dalla stessa Cassazione che ha affermato il principio secondo il quale, per tutto quanto non derogato da disposizioni speciali, le società a partecipazione pubblica sono a tutti gli effetti disciplinate dalle norme codicistiche sulle società (Cassazione, 24591/2016). Ne consegue che la scelta di perseguire l’interesse pubblico attraverso lo strumento privatistico, comporta l’applicazione degli istituti tipici delle società di capitali sia in materia di insolvenza che di responsabilità degli organi amministrativi di controllo, onde evitare l’alterazione delle regole della concorrenza.

06/11/2018 – Il Messaggero
Consip e la fuga di notizie «Così Marroni seppe dell’ indagine in corso» `

Il manager: «Me lo dissero Lotti, Vannoni e Saltalamacchia» Matteo Renzi ai pm: «Proposi la sua nomina e mi chiese favori»
LE CARTE ROMA Luigi Marroni, ex ad di Consip, sapeva praticamente in tempo reale dell’ esistenza dell’ inchiesta avviata dalla procura di Napoli che doveva scoperchiare un giro di corruzione e appalti pilotati nella centrale pubblica degli acquisti. Tre persone nel corso del tempo gli riferirono dell’ indagine, ha spiegato a verbale: Filippo Vannoni, il presidente di Publiacqua, il generale Emanuele Saltalamacchia, comandante della Regione Toscana dei Carabinieri, e Luca Lotti, ex ministro dello Sport, vicinissimo all’ allora premier Matteo Renzi. A parlare per primo è proprio Vannoni: «Mi riferì tre volte dell’ esistenza di indagini su Consip, le prime due volte prima dell’ estate 2016, l’ ultima un mese prima delle perquisizioni e comunque prima del referendum. L’ ultima volta davanti a palazzo Chigi». Stesso avvertimento arriva persino da un carabiniere alto in grado come Saltalamacchia: «Siamo amici, la mia compagna è molto amica della compagna del generale. Prima dell’ estate del 2016, ci appartammo ed egli mi disse Luigi, stai attento, ci sono delle indagini in corso su Consip». Saltalamacchia si pentirà molto di quel consiglio, tanto che anni dopo, a indagine in corso, la fidanzata cercherà proprio la compagna di Marroni – sentita a verbale – per chiederle di convincere l’ ex ad a ritrattare le accuse al generale: «Me l’ ha chiesto un’ infinità di volte da dicembre 2016 quando era esplosa la vicenda Consip», dice a verbale Laura Frati Gucci. L’ altro avvertimento a Marroni, il più pesante politicamente, arriva da Luca Lotti: «Ci incontrammo il 3 agosto 2016 a piazza Colonna. Ci siamo visti per mezzora, all’ interno di uno dei suoi uffici poi l’ ho accompagnato verso palazzo Chigi e lui mi disse devi stare attendo, ci sono indagini su di voi». Lotti sapeva anche che l’ indagine era partita da Alfredo Romeo, imprenditore campano. LE MINACCE Marroni ammette di essere messo sotto pressione proprio da Carlo Russo, l’ oscuro faccendiere (ora accusato di millantato credito) che grazie al rapporto con la famiglia dell’ ex premier e in particolare con Tiziano Renzi, era riuscito ad entrare nelle stanze di amministrazioni importanti come in quella di Consip. Come racconta lo stesso Marroni, Russo si era presentato con richieste specifiche: «Mi raccomandò una società e mi disse di lavorare sul punteggio tecnico, mi disse che il fatto di dargli retta era di interesse di Verdini e Tiziano Renzi, che i due potevano influire positivamente o negativamente sulla mia carriera. Aggiunse che Tiziano era il padre di Matteo Renzi e che la mia nomina era frutto di questo mondo». Una situazione spiacevole: «Il mio turbamento e la mia prostrazione erano legati al fatto che lavoravo tantissimo con entusiasmo per un risultato positivo per il pubblico e che un faccendiera veniva a minacciarmi spendendo il nome di persone influenti». IL VERBALE DI RENZI Matteo Renzi viene sentito dagli avvocati difensori di Luca Lotti, Franco Coppi ed Ester Molinaro. Parla dei rapporti con Luigi Marroni: «Era un tecnico, l’ ho proposto come presidente della Consip perché preferivo una persona non legata al giro stretto della cerchia renziana….». Dice che Marroni chiese favori per questioni familiari e personali: «in più di una circostanza ha cercato un rapporto con persone del mio giro stretto per questioni sue previdenziali, per la sua compagna; non mi risulta che abbia mai avuto un feedback positivo. In più casi è emersa da parte di Marroni la manifestazione di alcune sue esigenze ai miei più stretti collaboratori». Michela Allegri Sara Menafra © RIPRODUZIONE RISERVATA.

06/11/2018 – Il Sole 24 Ore
«Ponte di Genova: troppe deroghe, rischio ritardi»

INTERVISTA Raffaele Cantone
Presidente Cantone, lei è stato critico su molti aspetti del decreto Genova. Che considerazioni fa sul provvedimento avviato ormai alla conversione parlamentare? Anzitutto una considerazione generale: è la certezza di norme e non l’ assenza di norme che tranquillizza le amministrazioni e consente di realizzare le opere. Il decreto Genova deroga a tutto, un fatto senza precedenti che presenta profili problematici. Anche se si azzerassero tutte le norme nazionali, si dovrà tenere conto delle direttive Ue. Inoltre, si dovrà decidere quali norme nazionali applicare e quali derogare. E, infatti, il commissario mi ha detto di voler costruire un quadro di norme che intende applicare. Ci ha anche chiesto di firmare un protocollo per la vigilanza collaborativa, come facemmo, con successo, nel caso dell’ Expo. Abbiamo dato la nostra disponibilità e verificheremo la possibilità. Teme conseguenze generali sull’ ordinamento? Si è voluto dare un segnale sul fatto che si possa derogare a tutto in materia di appalti, gestione dei rifiuti, sicurezza del lavoro. Sarà molto difficile non replicare questo meccanismo in situazioni come quella che vediamo in questi giorni, catastrofi di dimensioni colossali che mettono in ginocchio l’ economia di una regione come il Veneto o quelle che vediamo in Sicilia. Come si potrà dire no? Il rischio vero è quello di tornare a una politica di deroghe continue. C’ è un’ alternativa al commissario-superman di fronte a fatti così gravi? La strada giusta è l’ articolo 63 del codice appalti: stabilire una volta per tutte i criteri che si applicano alle emergenze, sia pure con gradazioni diverse a seconda degli eventi, e poi non derogare più. Il commissario diventa coordinatore di regole chiare da applicare. Se invece ogni volta creiamo un apparato speciale di norme, passiamo mesi a parlare di deroghe, come per Genova, e poi non avremo le amministrazioni capaci di applicarle. Si dice che il Ponte si ricostruirà in un anno. Non le sembrano tempi ottimistici? Per capire se le valutazioni siano eccessivamente ottimistiche dobbiamo capire quale quadro di regole si applicherà. Spero non si dia troppo lavoro agli avvocati. L’ altra cosa che dobbiamo capire è quali tempi ci vorranno per la demolizione. L’ esclusione di Aspi non sembrerebbe interessare l’ attività di demolizione. Sarebbe interessante capire chi sta facendo l’ eliminazione dei detriti in questo momento. Noi non ne abbiamo evidenza. Dell’ esclusione di Aspi dalla ricostruzione cosa pensa? Il decreto originario escludeva tutti i concessionari autostradali e chi aveva rapporti con loro. Una conclusione eccessiva, che non aveva ragion d’ essere, perché se si ritiene che il soggetto titolare di quella specifica concessione, cioè Aspi, abbia una responsabilità specifica, in che modo si riteneva potessero essere responsabili anche tutti gli altri? Ora l’ eccesso è stato corretto. Quanto ad Aspi, se il governo ha ritenuto ci fossero elementi di responsabilità, la scelta di escludere è coerente. Avete riproposto sabato scorso un tema più generale di concessioni. C’ è qualcosa che non va nell’ istituto? È un tema rilevante del Paese. L’ istituto in sé ha una sua ragion d’ essere. Io starei attento a dire “ripubblicizziamo tutto” perché il passato ha dimostrato l’ incapacità dello Stato di gestire opere e servizi in modo imprenditoriale. Non c’ è dubbio, però, che alcune cose vanno corrette. Abbiamo avviato, molto prima di Genova, una ricognizione che evidenzia una quantità abnorme di concessioni, molte delle quali vanno avanti per inerzia. Come si rimedia? I concedenti devono ricordare sempre di essere i proprietari del bene. Devono ricordarlo quando firmano le convenzioni, che definiscono aspetti delicati anche per i cittadini, come le tariffe. E devono ricordarsene facendo vigilanza. Serve una legge quadro? Ci sono direttive Ue e anche il codice degli appalti. Non credo serva una norma generale. L’ importante è che il concedente si ricordi di agire. Questo vale a livello locale, ma anche nazionale, a partire da Mise e Mit che hanno una grande quantità di concessioni. Che pensa del ritorno delle semplificazioni, compreso un decreto fantasma approvato dal governo? È una parola ricorrente ma priva di qualunque concretezza. Il problema è trovare le norme per fare le cose nei termini giusti, senza ruberie, rispettando tempi e costi. Spesso le semplificazioni comportano ulteriori interventi normativi che vanno a sovrapporsi a quelli esistenti. Eppure nel libro che ha pubblicato in questi giorni con Enrico Carloni, “Corruzione e anticorruzione- Dieci lezioni”, propone una commissione permanente di esperti. In quel caso l’ idea è sfoltire. Eliminare norme che non servono più. Bisogna fare pulizia delle tante interferenze dei sistemi precedenti. Ha più parlato con il presidente del Consiglio Conte della riforma del codice appalti? Sì, mi ha confermato che si vuole intervenire sul codice coinvolgendoci. Si pensava a un intervento a 360° con una riapertura della delega del 2015, che mi trova d’ accordo. E ad alcuni interventi immediati di semplificazione ma non ne ho più sentito parlare e non mi pare il codice appalti sia fra le emergenze in questo momento. La legge di bilancio vuole rilanciare gli investimenti e crea nuovi strumenti come la centrale di progettazione e una nuova cabina di regia, InvestItalia. Le sembra si vada sulla strada giusta? Eviterei di creare altre parole magiche come cabina di regia perché, alla prova dei fatti, incontrano grandi difficoltà a operare, soprattutto quando si tratta di raccordarsi a Regioni ed enti locali. Quanto al rilancio degli investimenti, nel 2017 c’ è stata una ripresa dei bandi di gara e delle aggiudicazioni. Dovremmo concentrarci di più a capire dove si inceppa il percorso, anziché aggiungere strutture nuove. Secondo Lei dove si inceppa? A me sembra che si sia sottovalutato un tema di disponibilità di cassa delle amministrazioni in un Paese dove gli appalti non vengono pagati. Faccio l’ esempio del consorzio Cociv sul Terzo valico. Dopo le inchieste abbiamo messo come nostro commissario l’ ingegner Rettighieri che ha rimesso in moto l’ opera e ora mi dice che si rallenta perché non ci sono più i soldi. Spesso la disponibilità concreta della cassa passa per procedure complicatissime, delibere e decreti. Procedure molto complesse che, soprattutto per gli interventi maggiori, passano per il Cipe. Lì bisogna intervenire. Per il Terzo valico pesa anche il continuo processo di rivisitazione della programmazione che riguarda le grandi opere. Non voglio entrare nel merito delle singole opere ma vedo che la criticità sta nella durata della pianificazione. Oggi noi stiamo parlando di mandare in cantiere opere autostradali programmate negli anni ’90. Per non parlare del Mose, programmato negli anni ’80. Spesso le opere si scontrano con sensibilità politiche che cambiano nel tempo. La cosa peggiore è lasciare le opere a metà. Ma c’ è anche un altro problema, un difetto di coinvolgimento delle popolazioni nella decisione sulle opere. Le norme sul debat public vorrebbero rimediare. Il decreto è ancora in corso di approvazione e comunque mi sembra una risposta molto debole. Bisogna spiegare ai cittadini i benefici di un’ opera. Nel suo libro lei parla del modello italiano anticorruzione, dei passi avanti fatti con la legge Severino e l’ istituzione dell’ Anac. Perplessità, invece, sulla eliminazione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado di cui si parla in questi giorni. Èvero, sono contrario. Non c’ è solo un profilo di incostituzionalità. Temo anche che l’ effetto di un blocco della prescrizione possa essere, per eterogenesi dei fini, che i processi non si fanno più perché si appesantisce ulteriormente la macchina della giustizia. Mi faccia aggiungere che l’ obiettivo del libro è aiutare a focalizzare una politica anticorruzione su elementi reali, superando equivoci che spesso si sentono nel dibattito pubblico. Faccio l’ esempio del whistleblowing. Mi sono sentito spesso rispondere a questa proposta non con obiezioni inerenti al suo funzionamento, ma che le delazioni anonime sono pericolose. Peccato che le delazioni anonime non c’ entrino nulla. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Giorgio Santilli

06/11/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Focus Ddl Bilancio/2. Subito 50 assunzioni per far partire la Centrale di progettazione

Mauro Salerno

Per il Governo è una delle misure fondamentali per riavviare gli investimenti. Il doppio pericolo: “ingolfamento” da troppa domanda o ennesima “scatola vuota”

Il governonon cede alle proteste di progettisti e società di ingegneria e anzi rilancia sulla centrale di progettazione delle opere pubbliche. Rispetto alle bozze circolate nei giorni scorsi la novità del testo della legge di Bilancio, presentata ufficialmente alla Camera, è la scelta di far partire il prima possibile la nuova struttura, agevolando fin da subito l’assunzione dei primi 50 tecnici.

A occuparsi dell’assunzione di queste prime 50 unità di personale sarà la stessa «commissione permanente di valutazione» cui l’articolo 17 della Manovra affida il compito di selezionare tutto il resto della forza lavoro che alimenterà l’organico della Centrale (fino a un massimo di 300 unità) tramite procedura pubblica. A stabilire i paletti di trasparenza per le assunzioni sarà un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri. Questi paletti non serviranno però per chiamare in causa i primi 50 addetti che potranno essere reclutati «prescindendo da ogni formalità» attingendo dal personale di ruolo già in forza agli enti pubblici.

Il Ddl Bilancio, ricordiamo, istituisce la nuova Centrale a partire dal primo gennaio 2019. Dal testo finale (dell’articolo 17)  sono spariti i riferimenti che facevano della nuova struttura una “costola” dell’Agenzia del demanio. Ora si stabilisce che la centrale opera «in autonomia amministrativa, organizzativa e funzionale», agli ordini di un «coordinatore», scelto sempre dalla commissione di valutazione. In realtà il Demanio non esce completamente di scena. Anzi. Il nome dell’Agenzia ricompare quando si tratta di trovare le coperture per il finanziamento della struttura. Si tratta di 100 milioni all’anno, che, a partire dal 2019, l’Agenzia, vigilata dal ministero dell’Economia, potrà spendere proprio per rendere operativa la nuova struttura, su cui il governo “appoggia” buona parte della strategia del rilancio degli investimenti.

Palazzo Chigi ci crede così tanto che, nella relazione illustrativa della Manovra, la centrale di progettazione delle opere viene definita come pilastri della Manovra. Oggetto di discussione anche a Bruxelles, quando si è trattato di difendere le posizioni italiane sulle stime di crescita del Paese e la capacità di rispettare le stime sul rapporto tra debito e Pil.

Oltre a fornire progetti o servizi (direzione lavori, collaudi) in «tempi rapidissimi o molto contenuti» agli enti che ne faranno richiesta, la Centrale dovrebbe occuparsi anche di mettere a punto una serie di progetti standard per infrastrutture dalle caratteristiche simili o lavori ad alto grado di ripetitività. Obiettivi ambiziosi per una struttura formata da tecnici pubblici, che dovrebbero peraltro lavorare senza gli incentivi che il codice dei contratti riconosceva in passato a chi firmava il progetto di una infrastruttura.

Trecento addetti sembrano tanti, soprattutto agli occhi degli scettici che guardano alla Centrale come all’ennesimo “carrozzone” pubblico chiamata a scendere in campo in settori già ben presidiati dal mercato. A ben guardare, 300 addetti, non tutti chiamati a progettare, sono meno di un quarto del personale in forza a Italferr (1.288 occupati), la prima società di ingegneria italiana per fatturato (178 milioni, gruppo Fs). E due rischi correlati alla nascita di questo nuova agenzia sono già ben evidenti.

Se il progetto parte con il piede giusto il primo pericolo è quello dell’ «ingolfamento». Facciamo un esempio: con numeri simili (più o meno 300 dipendenti) l’Autorità Anticorruzione riesce con fatica a stare dietro alle necessità di interpretazione delle regole generali e ai puntuali quesiti normativi inviati da imprese e enti locali. Non è difficile immaginare quale impegno richieda il progetto di un’opera da calare su un territorio specifico. Il secondo pericolo, ancora più facile da presagire, è invece quello di creare un’altra scatola vuota. Una struttura destinata, come tante altre del passato, a durare lo spazio di una legislatura (se non meno). Per vincere la scommessa il Governo dovrà evitarli entrambi. © RIPRODUZIONE RISERVATA

06/11/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Imprese, anche la Piacentini di Modena chiede il concordato: piano entro dicembre

Alessandro Arona

Specializzata in palancole, già nella Top 50, la società blocca le azioni esecutive dei creditori e punta a ristrutturare il debito

Anche la Piacentini Costruzioni di Palagano (Modena, con sede operativa a Castelnuovo Rangone) tenta la strada del concordato preventivo in bianco (art. 161 legge fallimentare) per proteggersi dalle azioni esecutive dei creditori, ristrutturare il debito e garantire la continuità aziendale. La domanda è stata presentata il 23 ottobre, e concessa con decreto del Tribunale di Modena il 25, ed è emersa nei giorni scorsi dagli atti depositati in Camera di commercio.

Il Tribunale ha fissato la data del 27 dicembre come termine per la presentazione del piano concordatario per la ristrutturazione del debito, eventuale cessione di asset, e continuità aziendale, piano che come noto potrà essere omologato dal Tribunale, aprendo il concordato preventivo vero e proprio, solo se approvato a maggioranza dall’assemblea dei creditori.

L’impresa ha origini nel 1949, fondata a Palagano (Mo) da Stefano Piacentini, e sale di livello dal 1981, quando si trasforma in Piacentini costruzioni spa (con Dino Piacentini – classe 1958 – allora e tuttora presidente) e punta sulla specializzazione in palancole metalliche (componenti strutturali infisse nel terreno a formare “pareti”, con funzioni idrauliche e di sostegno del terreno), arrivando ad entrare come gruppo nella Top 50 costruttori nel 2013-2014 e nella Top 100 come bilancio civilistico fino al 2015.

Rispetto a un valore della produzione (civilistico) di 63,4 milioni di euro nel 2013 (anno al top della parabola aziendale), con utile netto di 1,1 milioni, i problemi sono esplosi già nel 2014, con calo di fatturato a 42,3 milioni dovuto – lo ricorda la domanda di concordato – al mancato avvio di commesse per 113 milioni in Libia, Tunisia, per l’Autorità portuale di Ravenna e per la Regione Sardegna, che dovevano portare produzione per 40 milioni nel 2014, ritardi che ora, nel 2018, sono stati solo parzialmente recuperati (la commessa libica è data per persa). Nel 2014 la redditività crolla sotto lo zero, con Ebitda e Ebit negativi (-3,06 e -4,7) e primo bilancio in perdita (-0,35).

Nel 2015 la produzione scende ancora, a 34,78 milioni, con Ebitda poco sotto lo zero (-74mila euro), Ebit a -2,3 milioni e perdite che schizzano a -2,695. La posizione finanziaria netta (Pfn, debiti meno disponibilità liquide) è pari a 35 milioni.

Nel 2016 il fatturato risale a 46 milioni, e soprattutto si rivede un Ebitda positivo, a 5,45 milioni, e così l’Ebit, 2,5 mln, e il risultato netto torna positivo, seppure di pochissimo (116mila euro). La Pfn scende a 24,88 mln, ma resta elevata rispetto all’Ebida (4,56 volte, l’indice di solvibilità è considerato a rischio oltre 4).

Nel Cda del 3 maggio 2017 la società ha approvato un piano economico per il 2017 che prevedeva un volume di attività e una marginalità in linea con quella del 2016, e una riduzione della posizione finanziaria netta.

Nel Cda del 18 gennaio 2018 si afferma a verbale che «sulla base delle prime indicazioni sull’esercizio 2017 è possibile affermare che l’Ebitda di gruppo si conferma in linea con quello del precedente esercizio attestandosi intorno a 10 milioni, mentre la Pfn diminuisce sensibilmente attestandosi a 27 milioni». Dunque avremmo avuto un indice Pfn/Ebitda ridisceso a 2,7.

Non è tuttavia possibile ricostruire con precisione cosa sia effettivamente successo nei mesi seguenti. Il bilancio 2017 è stata depositato solo nei giorni scorsi, e non è ancora accessibile in Camera di commercio. Né d’altra parte la domanda di concordato fornisce una ricostruzione dettagliata e convincente di cosa abbia portato alla crisi.

Nella domanda al Tribunale (23/10/2018) – firmata dal presidente Dino Piacentini e dai consulenti legati di Dla Piper (Milano) e avvocato Rolandino Guidotti di Modena – si fanno risalire “le cause della crisi” ai ritardi delle commesse nel 2014, ritardi che ci sono stati, ma che i verbali dei Cda del 2017 e inizio 2018 ritenevano ormai riassorbiti.

La relazione riferisce a un tempo indefinito, successivo al 2014, l’avvio di un dialogo con le banche per la ristrutturazione del debito (moratoria ed erogazione di nuova finanza). Dialogo che – si legge nella relazione – sarebbe saltato per l’iniziativa di una banca che rompeva le trattative e anzi revocava tutti gli affidamenti alla Piacentini, e l’aumento di aggressività dei fornitori, tre dei quali hanno presentato domanda di fallimento.

Da qui la richiesta di concordato in continuità, che secondo la società «presupporrà senz’altro la continuazione della continuità aziendale».

La Piacentini costruzioni spa ha al momento 82 dipendenti stabili e circa 300 compresi quelli sui cantieri. Le commesse in corso valgono 180 milioni di euro, in Italia e all’estero, tutte di importo medio-piccolo, al massimo 26 milioni di euro . © RIPRODUZIONE RISERVATA

06/11/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Focus Ddl Bilancio/1. Obiettivo sprint per il fondo investimenti: 3,5 miliardi nel 2019

Alessandro Arona

Nelle tabelle allegate si prevede una spesa pari al il 60% di quanto stanziato per il primo anno, salendo poi a 5,5 miliardi nel 2020

Obiettivo sprint per i due nuovi fondi messi in campo dalla legge di Bilancio 2019 per gli investimenti pubblici: su 5,9 miliardi di euro stanziati per il primo anno il governo punta a spenderne già nel 2019 (lo stesso anno di assegnazione) 3,5 miliardi, pari al 59,3%, e sui due primi anni (2019-2020), su 12,4 miliardi se ne prevede la spesa effettivca per 9 miliardi, il 72,6% del totale.

Sarebbero cifre record, tenendo conto sia delle procedure per sbloccare effettivamente le risorse (analoghe a quelle del fondo Renzi-Gentiloni: programmi ministeriali, proposta Mef, schema di Dpcm, pareri Parlamento, Corte dei Conti, decreti a valle con eventuale intesa in Unificata), sia dei tempi normali di realizzazione delle opere pubbliche (e in generale degli investimenti pubblici), e cioè alcuni (spesso molti) anni rispetto allo stanziamento iniziale.

Ma d’altra parte il governo ha fatto del rilancio degli investimenti pubblici uno dei fattori chiave per tirare sù il Pil, dunque in qualche modo “deve” realizzare subito una quota rilevante degli stanziamenti previsti.

I DUE FONDI INVESTIMENTI

Nel Ddl di Bilancio 2019vengono istituiti due nuovi fondi: uno per gli investimenti delle amministrazioni centrali (articolo 15), con dotazione di 50,2 miliardi di euro in 15 anni, e uno per gli enti territoriali (articolo 16), con 47,35 miliardi sempre in 15 anni (in tutto 97,55 mld). Nel 2019 il primo fondo avrà 2,9 miliardi, il secondo 3,0 (in tutto 5,9 miliardi), nel 2020 il primo avrà 3,1 mld e il secondo 3,4 (in tutto 6,5 miliardi), nel 2021 3,4 miliardi per il fondo statale e due per quello locale (in tutto 5,4 mld).

Il primo fondo (Ministeri, enti e società pubbliche) è destinato a tutti gli investimenti (non solo infrastrutture ma anche – ad esempio – ricerca, difesa, macchinari per la Pa), quello di Regioni ed enti locali solo infrastrutture (edilizia pubblica, rete viaria, dissesto idrogeologico, prevenzione sismica, beni culturali).

Nei primi tre anni (2019-2021) ci sono dunque in tutto 17,8 miliardi di euro: 5,9 nel 2019, 6,5 miliardi nel 2020, 5,4 mld nel 2021.

RISORSE AGGIUNTIVE

Le risorse dei due nuovi fondi sono aggiuntive rispetto a quelle del fondo investimenti Renzi-Gentiloni (leggi di Bilancio 2017 e 2018), già in bilancio con 83,6 miliardi in 15 anni, e nel triennio 2019-2021 pari a 5,7 miliardi, e di cui peraltro nei giorni scorsi il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha firmato lo schema di Dpcm 2018 da 36 miliardi di euro (in 15 anni) per la prima assegnazione di risorse ai vari macro-capitoli.

COME SI ASSEGNANO LE RISORSE

Il meccanismo è analogo a quello del Fondo Investimenti comma 140 (Renzi-Gentiloni): per il fondo Pa centrali, una volta approvata la legge di Bilancio, dunque da gennaio, le varie amministrazioni centrali dello Stato (Ministero, Rfi, Anas) presentano al Mef nuovi programmi di spesa pluriennali per investimenti (ai fini della distribuzione delle nuove risorse); poi il Mef presenta una proposta di ripartizione delle risorse, per settori/materie, alla presidenza del Consiglio, sulla cui base il presidente firma uno o più schemi di Dpcm. In sede di prima applicazione il comma 3 (ultimo periodo) dell’articolo 15 stabilisce che gli schemi di Dpcm siano adottati entro il 31 gennaio (lo scorso anno il fondo Renzi fissò il termine del 28 febbraio, rispettato in extremis). Poi gli schemi di Dpcm vanno ai pareri parlamentari (30 giorni, oltre i quali si può procedere), quindi il Dpcm firmato in seconda lettura va alla Corte dei Conti e quindi in Gazzetta.

Seguono poi i decreti attuativi (o addendum ai contratti di programma Anas ed Rfi), e se coinvolte le competenze delle Regioni tali decreti dovranno ottenere l’intesa in Conferenza Unificata o Stato-Regioni.

A velle di questi provvedimenti attuativi le risorse potranno essere effettivamente assegnate ai soggetti finali destinatari, o essere messe in gara direttamente per l’attuazione se dipendenti da enti statali.

Procedura simile per il fondo Pa territoriali, salvo che l’intesa in Conferenza unificata deve essere ottenuta già sui Dpcm “a monte”. Confermato sempre l’obiettivo del 31 gennaio 2019

per la prima adozione, obiettivo in questo secondo caso ancora più ambizioso. La norma stabilisce poi che – a vella dei Dpcm – «gli importi da destinare a ciascun beneficiario sono individuati con decreto del Ministro competente, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, previa intesa in sede di Conferenza unificata».

LE PREVISIONI DI SPESA

Nelle tabelle del Dddl di Bilancio con il «Prospetto riepilogativo degli effetti finanziari» dei vari articoli, rispetto a un “saldo netto da finanziare” pari al valore indicato nell’articolato: nel 2019 2,9 miliardi per il fondo Pa centrali e 3,0 mld per quello enti territoriali, in tutto 5,9 miliardi. Si tratta in sostanza delle risorse di competenza, mentre come è normale che sia per gli investimenti pubblici, la spesa effettiva di cassa è spalmata in più esercizi: il “fabbisogno” dunque, la spesa realmente da coprire ai fini della contabilità pubblica, è inferiore nel 2019, pari a 2,2 miliardi (su 2,9) per il fondo Pa centrali, e pari a 1,3 miliardi (su 3,0) per il fondo Pa territoriali.

Nel primo anno, dunque, si prevede di spendere già il 59,3% delle risorse nel caso del fondo Pa centrali, e il 43% nel caso del fondo Pa territoriali.

Per il secondo anno, il 2020, la spesa dovrebbe salire a 3,0 miliardi per il primo fondo e a 2,562 per il secondo, in totale 5,5 miliardi di euro di spesa.

In due anni, dunque, su 12,4 miliardi di euro di nuovi stanziamenti per i due fondi, il governo punta a una spesa record di nove miliardi, pari al 72,6% del totale.  © RIPRODUZIONE RISERVATA

06/11/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
La Pedemontana lombarda prova a ripartire: dieci privati pronti a investire sul secondo lotto

Sara Monaci

L’opera, ferma da almeno dieci anni, non ha ancora un piano industriale. Per venti chilometri di tracciato concluso sono stati spesi 1, 45 miliardi

La Pedemontana lombarda, l’autostrada da quasi 5 miliardi (con gli oneri finanziari), uno dei progetti più grandi d’Europa, ci riprova. A metà ottobre è stata aperta una consultazione preliminare di mercato, pubblicata anche sul Financial Times, per capire quali grandi gruppi italiani e europei potrebbero essere interessati a partecipare alla costruzione del secondo lotto, circa 50 chilometri, e completare così l’opera.

Le offerte dovevano arrivare entro ieri, ma poi alcuni soggetti hanno chiesto ulteriori informazioni, per cui il cda ha deciso di prorogare il termine al 30 novembre. Si conta di arrivare ad una decina di grandi imprese in totale, che potrebbero anche presentarsi in forma consorziata.

A inizio dicembre si svolgeranno i colloqui con chi ha inviato la manifestazione di interesse, così da permettere alla società di capire in che direzione andare. Il nodo da risolvere, oggi come quindici anni fa, è fondamentalmente la governance: i soggetti privati devono solo costruire il progetto, gestirlo (da soli o insieme al pubblico) per i prossimi trent’anni o entrare anche con quote rilevanti nella proprietà? Una cosa è chiara: i privati che decidono di cimentarsi nell’opera intendono anche avere un ruolo predominante nella società.

I conti e i contenziosi

Pedemontana, con la scomparsa delle vecchie province, è passata di mano alla Regione Lombardia, dopo un breve periodo di transizione dentro la Città metropolitana. A controllarne circa l’80% è la società autostradale Serravalle – quella che un tempo, con il suo fatturato da 200 milioni medi l’anno, rappresentava la cassaforte della Provincia di Milano, e la cui maggioranza, ceduta dal gruppo Gavio, fu acquistata da Palazzo Isimbardi per volontà del presidente Ds Filippo Penati nel 2005. Da qui ne nacque un’inchiesta della procura di Monza durata anni e finita in un nulla di fatto (e con l’assoluzione di Penati).

Una decina di anni dopo la Regione si è così ritrovata in pancia Serravalle, la gallina dalle uova d’oro; ma pure Pedemontana, una strada per cui nessun governo regionale ha davvero trovato una soluzione e che rischia di affossare i conti degli azionisti in assenza di un solido piano industriale.

La valutazione di Pedemontana è di 5 miliardi compresi gli oneri finanziari, per un totale 70 chilometri di strada dalla provincia di Varese a quella di Bergamo. Il primo tratto, quello già realizzato (20 chilometri fino allo svincolo di Lomazzo) al momento ha già assorbito oltre 800 milioni del miliardo e 200 milioni di fondi pubblici stanziati. Si aggiungono 450 milioni tra equity versato dai soci e prestito subordinato da parte di Serravalle, più 200 milioni di prestito ponte. Chi metterà il resto? Domanda ancora senza risposta.

Con Roberto Maroni governatore si era parlato di un passo finanziario in più: l’accantonamento di un fondo di garanzia da 450 milioni da parte della Regione Lombardia, utile nel caso in cui il traffico non fosse stato sufficiente a coprire i costi (dopo che la strada aveva già ottenuto una defiscalizzazione da 350 milioni). Il patto fu firmato da Maroni e da Matteo Renzi premier. Al momento si tratta di un’iniziativa ancora da avviare, che riguarda il periodo 2021-2041.

Intanto l’accordo per la realizzazione del secondo lotto con l’austriaca Strabag è stato risolto, ed è ancora in corso un contenzioso. Contenzioso i cui numeri non aiutano a capire in cosa consista il danno: partito con una richiesta da parte dell’impresa di 4 miliardi, si sta poi ridimensionando a 400 milioni. Nota di colore: avvocato di Strabag è Domenico Aiello, avvocato di Maroni (che un tempo rappresentava la controparte della società austriaca).

Nell’estate 2017 la Procura di Milano ha chiesto il fallimento della Pedemontana, dopo aver già avviato un’inchiesta per falso in bilancio e un’altra per corruzione (non ancora chiuse). A portare le carte dai magistrati fu lo stesso presidente, allora Antonio Di Pietro, succeduto a Massimo Sarmi (ora il presidente è Andrea Mentasti). Alla società veniva contestato uno squilibrio finanziario almeno dal 2012, con eccessivo indebitamento nei confronti degli istituti di credito e dei fornitori, che rappresentava il 66-71% del totale. Inoltre la procura vedeva il rischio di un danno erariale. Ha avuto però ragione Pedemontana, a colpi di perizie: le casse avevano ancora 50 milioni di liquidità e nessun creditore alla porta.

Vero, da un punto di vista strettamente finanziario. Ma rimane il nodo politico: la Pedemontana, che tutte le amministrazioni dichiarano di volere, non trova una soluzione, con un piano industriale efficace e partner privati forti. E non aiuta certo l’attuale assetto politico, con un Movimento 5 Stelle al governo a Roma ma all’opposizione del centrodestra in Lombardia, e notoriamente critico contro le grandi opere

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