Rassegna stampa 30 ottobre 2018

30/10/2018 – Il Messaggero

Alta Velocità, con lo stop ai lavori l’ Italia dovrà pagare 2,5 miliardi

LO SCENARIO ROMA A dispetto dei dubbi italiani sul Treno al Alta Velocità (Tav) Torino-Lione, il cantiere è già operativo. Innanzitutto i soldi per l’ opera ci sono, a partire dai circa 600 milioni di finanziamenti Ue già in banca. Ma poi il cantiere non è fermo, tanto è vero che la talpa in azione sul versante francese avanza di 15 metri ogni giorno. Sul versante italiano, poi, finora sono stati scavati 24 chilometri di tunnel di vario genere, non solo esplorativi come è accaduto nei mesi scorsi con il cantiere di Chiomonte, ma anche gallerie di servizio per il tunnel definitivo. E c’ è una terza notizia che pennella ulteriormente un quadro tutt’ altro che statico: è tutto pronto per avviare nuove gare da 2,5 miliardi per il decollo definito dei lavori. Appalti destinati a fornire ossigeno a moltissime imprese e a oltre 4.000 lavoratori che fino al 2025/6 sarebbero impegnati in un cantiere da record globale visto che quello tra Italia e Francia sarà il tunnel ferroviario più lungo del mondo. Per questo insieme di motivi la Tav non può essere giudicata solo su basi nazionali. Innanzitutto perché la Torino-Lione fa parte del corridoio che parte da Lisbona e arriva in Ucraina ed è dunque considerata strategica dall’ Ue che la finanzia per il 40% del suo costo complessivo di 8,6 miliardi, più dell’ Italia che ci mette il 35% (grosso modo 2,5 miliardi, dopo molte revisioni del tracciato che lo hanno asciugato) e della Francia che contribuisce con uno spicchio del 25%. In Italia si fa ancora fatica a comprendere che la Torino-Lione è un’ opera gestita da una società italo-francese, la Telt, che è per il 50% di proprietà del ministero delle Infrastrutture francese e per il 50% delle Ferrovie dello Stato con tanto di presidente transalpino e di direttore generale italiano. Questa suddivisione fa sì che la Telt non possa rispondere ad eventuali direttive esclusive del governo italiano (o di quello francese) perché la società risponde a tre Corte dei Conti: italiana, francese ed europea. I RUOLI DI PARIGI E BRUXELLES Insomma, qualunque sarà la decisione sul futuro della Torino-Lione, Roma dovrà discuterne con Parigi e Bruxelles. Ma che cosa è esattamente la Tav? Si tratta di un pezzo di ferrovia di 65 chilometri, 57 dei quali di tunnel, a doppia canna, con due stazioni internazionali a Susa e a Saint-Jean-de-Maurienne. La ferrovia è destinata al trasporto di merci e persone e trasforma l’ attuale linea di montagna il tunnel del Frejus – in una sorta di linea di pianura, dunque ad alta capacità per il trasporto di beni commerciali. E andrebbe ricordato che l’ Italia esporta verso Francia, Spagna e Gran Bretagna molte più merci di quanto ne importi. La Torino-Lione è per l’ 89% in galleria: di questi 57 chilometri ben 45 sono in territorio francese e 12,5 sul lato italiano. Quanto costerebbe all’ Italia ritirarsi dal progetto? Grosso modo la stessa cifre destinata alla costruzione: 2,5 miliardi suddivisi in 600 milioni da restituire all’ Ue, 600 per coprire la rescissione dei contratti e oltre 1 miliardo per eliminare le tracce dei cantieri aperti. «Una follia che si commenta da sola – chiosa Stefano Esposito, ex senatore del Pd torinese e acceso sostenitore della Tav – Ma al di là dei soldi cosa facciamo? Davvero vogliamo riportare l’ Italia verso una economia agricolo-pastorale?». Diodato Pirone © RIPRODUZIONE RISERVATA.

30/10/2018 – Il Fatto Quotidiano

Alitalia, arrivano le Fs (e i colossi statali)

Il piano. Le Ferrovie presentano l’ offerta per il 100%, ma poi entreranno partecipate e un vettore estero
Il complesso e arduo salvataggio dell’ Alitalia entra nel vivo. Siamo, come si suol dire, alle battute finali per mettere nero su bianco l’ interesse delle Ferrovie nell’ ex compagnia di bandiera, secondo il piano studiato dal governo, o meglio dagli uomini del ministero dello Sviluppo economico guidato da Luigi Di Maio. Ieri sera il cda dell’ azienda dei treni guidata da Gianfranco Battisti ha vagliato l’ offerta che sarà presentata mercoledì, ultimo giorno disponibile. Lo schema sarà in due tempi. Le Fs formalizzeranno ai commissari di Alitalia, da quasi due anni in amministrazione straordinaria, un’ offerta sul 100% degli asset, destinati a confluire in un successivo momento in una nuova società (newco) scorporata dalle passività. Sarà “vincolante”, ma non troppo. Nel senso che sarà subordinata alla realizzazione del successivo step, cioè l’ ingresso di altri “investitori istituzionali” e “privati”. Per i primi, risulta al Fatto, il ministero dello Sviluppo economico coltiva l’ idea di far entrare le grandi partecipate pubbliche: sicuramente la Cassa Depositi Prestiti, ma l’ ipotesi è di coinvolgere anche Poste, l’ ex Finmeccanica (Leonardo) e l’ Eni, che peraltro è il principale fornitore di carburante di Alitalia (voce che nel bilancio della compagnia vale almeno il 35% dei costi). Tra i secondi rientra invece una compagnia aerea, che si occuperà della parte gestionale. In corsa c’ è ancora EasyJet, ma anche gli americani di Delta e i tedeschi di Lufthansa. Questi ultimi due sono più avanti nello studio del dossier e la scorsa settimana hanno di nuovo avuto accesso alla Data room (il presidente di Delta, Glen Hauenstein conosce il vettore italiano, di cui è stato direttore generale e commerciale durante l’ era Mengozzi). Insomma, le Fs faranno un’ offerta ma la trattativa con i commissari proseguirà poi insieme agli attori interessati. O non se ne farà nulla. Le Ferrovie infatti hanno intenzione di diluire la quota di capitale il prima possibile (restano, insomma, concentrate sul loro core business, senza distogliere risorse dalle Frecce o dal trasporto regionale). La percentuale di capitale del vettore estero non sarà superiore al 49%, perché il governo vuole che la maggioranza resti in mani italiane. Probabile che alla fine della giostra l’ azienda dei treni e le altre partecipate pubbliche deterranno una quota intorno al 60% del capitale, e il restante 40 andrà alla compagnia aerea straniera, che però avrà un peso rilevante nelle scelte manageriali. Al momento non sono note le cifre, ma alla newco serve un importante investimento finanziario per poter progettare un rilancio che punti sul lungo raggio. Si parla di almeno 1,5 miliardi. Questo complesso schema serve al governo per evitare due grossi problemi nell’ immediato. Il primo riguarda il prestito ponte pubblico da 900 milioni (800 di cassa più 100 di interessi da versare) che va restituito al governo entro metà dicembre, e che la Commissione Ue è pronta a bocciare come aiuto di Stato illegale. Presentarsi con un’ offerta vincolante servirà a prendere tempo (a quanto filtra, Bruxelles non avrebbe chiuso la porta all’ ipotesi nelle interlocuzioni informali avute finora). Il secondo è studiare un’ ipotesi che non preveda gli esuberi corposi che sarebbero arrivati con le offerte “spezzatino”, avanzate nei mesi scorsi dai vettori che si erano mostrati interessati solo alla parte aerea a lungo raggio. Parte degli esuberi, sempre nelle intenzioni, dovrebbe essere assorbita dagli “investitori istituzionali”. Tutto questo senza che ci sia ancora un piano industriale per rilanciare l’ ex compagnia di bandiera, ormai al suo terzo fallimento. Carlo Di Foggia

30/10/2018 – Italia Oggi

Partecipate, dismissioni frenate

MANOVRA 2019/ Modificato il T.U. Madia. Le province diventano stazioni appaltanti
Niente alienazione se c’ è stato un risultato medio in utile
Un tratto di penna sulla dismissione delle partecipate pubbliche. Basterà aver riportato un risultato medio in utile nel triennio precedente al 30 settembre 2017 (termine ultimo per effettuare la ricognizione straordinaria delle partecipazioni) per salvarsi dall’ alienazione. Con la conseguenza che le pubbliche amministrazioni, detentrici di quote, non solo non saranno obbligate a cederle, ma potranno continuare a esercitare i diritti sociali nei confronti della società senza essere costrette a liquidare la partecipazione in denaro. Il ridimensionamento della procedura prevista dall’ art.24 del dlgs n.175/2016 è contenuto nell’ ultima bozza della legge di bilancio 2019 che contiene una disposizione ad hoc modificativa del Testo unico Madia. La ratio, come la norma indica chiaramente, è la «tutela del patrimonio pubblico e del valore delle quote societarie pubbliche», evidentemente messi a repentaglio dalle procedure di dismissione previste dal Testo unico. Procedure che avrebbero dovuto portare gli enti soci ad alienare le proprie partecipazioni entro un anno dalla ricognizione straordinaria, ossia entro il 30 settembre 2018. Tale obbligo di alienazione (comma 4 dell’ art.24), invece, non si applicherà «nel caso in cui le società partecipate abbiano prodotto un risultato medio in utile nel triennio precedente alla ricognizione. Con la conseguenza che, prosegue la norma, «l’ amministrazione pubblica, che detiene le partecipazioni, è autorizzata a non procedere all’ alienazione». A essere disapplicato sarà anche il comma 5 dell’ art.24 che, in caso di mancata adozione dell’ atto ricognitivo, ovvero di mancata alienazione entro i termini previsti dal comma 4, prevede che il socio pubblico non possa «esercitare i diritti sociali nei confronti della società». Con conseguente alienazione o liquidazione della partecipazione in denaro. Province stazioni uniche appaltanti. Province e città metropolitane diventano stazioni uniche appaltanti negli appalti di lavori pubblici. L’ anticipazione di ItaliaOggi (si veda il numero del 10/10/2018) trova conferma nell’ ultima bozza della Manovra che contiene una norma ad hoc modificativa del Codice appalti (articolo 37 comma 5 del dlgs n.50/2016) secondo cui «in attesa della qualificazione delle stazioni appaltanti ai sensi dell’ articolo 38, l’ ambito territoriale di riferimento delle centrali di committenza coincide con il territorio provinciale o metropolitano e i comuni non capoluogo di provincia ricorrono alla stazione unica appaltante costituita presso le province e le città metropolitane per gli appalti di lavori pubblici». La novità punta a facilitare le procedure di gara soprattutto dei piccoli comuni, velocizzando gli interventi di manutenzione sulle infrastrutture a rischio immediato (1.918 secondo il recente monitoraggio dell’ Upi). Ad oggi infatti già 50 province sul territorio nazionale attraverso convenzioni con i comuni medio-piccoli del territorio gestiscono stazioni uniche appaltanti. La norma della Manovra renderebbe obbligatoria una scelta finora affidata all’ adesione volontaria dei comuni del territorio. Tagli ai vitalizi degli amministratori regionali. Nell’ ultima bozza della Manovra ha trovato posto la norma, inizialmente prevista nel dl semplificazione (di cui dopo l’ approvazione in cdm si sono perse le tracce), che taglia i fondi alle regioni restie a ridurre i vitalizi. Una quota pari al 30% dei trasferimenti erariali (diversi da quelli indirizzati al Servizio sanitario nazionale, al Trasporto pubblico locale e al finanziamento delle politiche sociali per le non autosufficienze) saranno infatti erogati a condizione che gli enti territoriali provvedano ad adeguare, entro sei mesi dall’ entrata in vigore della legge di bilancio, la disciplina dei trattamenti previdenziali e dei vitalizi alla deliberazione dell’ Ufficio di presidenza della camera sul ricalcolo contributivo degli assegni. © Riproduzione riservata. FRANCESCO CERISANO

30/10/2018 – La Repubblica

Consip, Lotti e Del Sette vanno verso il processo i pm: archiviate Renzi sr

L’ inchiesta
La procura di Roma: “Ma da Tiziano affermazioni non credibili” Giudizio vicino anche per i carabinieri Saltalamacchia e Scafarto
roma L’ unico a salvarsi è Tiziano Renzi, il padre dell’ ex premier. Tutti gli altri indagati eccellenti di Consip rischiano il processo: tra questi, anche l’ ex ministro Luca Lotti, l’ ex comandante generale dell’ Arma, Tullio Del Sette, e altre cinque persone. Il procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo, e il sostituto Mario Palazzi hanno chiuso gli accertamenti dell’ inchiesta Consip. Un fascicolo che ha avuto vari filoni di indagine. Uno relativo alla fuga di notizie, un altro sui falsi e i depistaggi e, infine, uno sul traffico di influenze e il millantato credito. È proprio quest’ ultimo che annoverava tra gli indagati il padre dell’ ex presidente del Consiglio: mentre il suo amico, l’ imprenditore Carlo Russo, rischia il processo, per Renzi senior i pm hanno chiesto l’ archiviazione perché non hanno trovato riscontri all’ accordo illecito del quale era accusato. Cioè avere ricevuto denaro per assicurare all’ imprenditore Alfredo Romeo benevolenza da parte di Consip. I magistrati scrivono che, nonostante nell’ interrogatorio Tiziano Renzi abbia fatto «affermazioni non credibili » fornendo «una inverosimile ricostruzione dei fatti», non «è dato rinvenire alcun elemento che faccia supporre un accordo illecito con Russo » . Le sue dichiarazioni, si chiarisce nel provvedimento, stridono con quelle dell’ ex ad di Consip, Luigi Marroni. Ma non ci sono gli estremi per chiedere il processo. Ci sono invece elementi a carico di Luca Lotti ( favoreggiamento), Tullio Del Sette ( rivelazione del segreto e favoreggiamento), del generale dell’ Arma Emanuele Saltalamacchia ( favoreggiamento), all’ epoca comandante della Legione Toscana, e di Filippo Vannoni, all’ epoca presidente di Publiacqua Toscana: per l’ accusa avrebbero messo in guardia i vertici Consip sull’ esistenza di un’ inchiesta a loro carico. A rivelarlo, il grande accusatore Marroni e il presidente Consip Luigi Ferrara (archiviato). La rivelazione del segreto, oltre al depistaggio e al falso, vengono contestati anche all’ ex ufficiale del Noe, Gianpaolo Scafarto, accusato di aver passato notizie ai giornali, di avere modificato le informative e, poi, di avere cercato, insieme al suo vicecomandante dell’ epoca Alessandro Sessa, di nascondere le sue colpe. Niente sbarra per Italo Bocchino: anche per l’ ex deputato è stata chiesta l’ archiviazione. © RIPRODUZIONE RISERVATA Coinvolti nella stessa indagine L’ ex ministro dello Sport Luca Lotti con il padre di Matteo Renzi, Tiziano, a una Festa dell’ Unità nel 2016: entrambi sono stati indagati nel corso dell’ inchiesta Consip BIANCHI- LO DEBOLE / LAPRESSE. MARIA ELENA VINCENZI

30/10/2018 – La Stampa

Passa la mozione No Tav Appendino è accerchiata ma Di Maio ora respira

Il vicepremier in soccorso della sindaca: “La incontrerò con Toninelli” L’ ira delle imprese torinesi: abbiamo già perso le Olimpiadi, ora basta
Sospendere i lavori della Torino-Lione in attesa dell’ analisi sui costi e benefici promessa dal governo e poi valutare se non sia meglio potenziare la linea storica piuttosto che costruirne una nuova. Il documento contro la Tav approvato dal Consiglio comunale di Torino, di per sé, è meno contundente del testo votato due anni fa, in cui si chiedeva direttamente di chiudere il cantiere. Ora, però, il Movimento 5 Stelle guida l’ Italia, non solo Torino, e il testo di ieri ha tutto un altro peso. Non a caso incassa subito l’ elogio di Luigi Di Maio: «Bene la votazione», scrive il vice-presidente del Consiglio. «Presto io e Danilo Toninelli incontreremo Appendino per continuare a dare attuazione al contratto di governo». Nell’ economia dell’ alleanza Lega-Cinquestelle la Valsusa è il baluardo grillino, e forse camera di compensazione per i molti sì finora imposti da Matteo Salvini: immigrazione, legittima difesa, infrastrutture nel lombardo-veneto. È anche – tra tutte quelle promesse – l’ unica grande opera che si può fermare ora che anche il gasdotto in Puglia ha avuto via libera. Ecco, il voto del Consiglio comunale è poco più d’ una bandierina ma rafforza la direzione di marcia: se il governo deciderà di fermare la Tav sa di poter contare sull’ assemblea che rappresenta Torino e i suoi cittadini. Chiara Appendino probabilmente avrebbe fatto a meno di questo voto che non le frutta la benedizione dei No Tav e, per di più, arricchisce il campo dei suoi avversari, cui da ieri si possono iscrivere a pieno titolo il presidente della Regione Chiamparino, i sindacati e tutte le associazioni di categoria del territorio. Una cosa mai vista. La sindaca non c’ è, è partita in mattinata per Dubai dove partecipa al forum globale dell’ industria e della finanza islamica. La sua assenza non passa inosservata. Il leader dei No Tav Alberto Perino è tagliente: «Forse non vuole metterci la faccia». Sarcastico il suo predecessore, Piero Fassino, che con tutto il centrosinistra viene espulso dall’ aula per proteste: «Non c’ è perché ha una gran coda di paglia. Tra l’ altro sono curioso di sapere quali investimenti proporrà a Dubai, visto che dice di no a tutto». In Comune c’ è un clima da tregenda. Per la sindaca è il punto di non ritorno: la città – nei suoi portatori di interesse – non è più con lei. Tanti l’ avevano già abbandonata strada facendo, ma ora ci sono proprio tutti. «Finora l’ abbiamo supportata perché era giusto così», ragiona il presidente della Camera di commercio Vincenzo Ilotte, «ma dopo G7, Olimpiadi e Tav, basta. Non può continuare a dirci che vorrebbe fare ma la sua maggioranza glielo impedisce». Per la prima volta nella storia del Consiglio comunale di Torino tutte le associazioni produttive – undici – accorrono contro chi amministra la città: sindacati e “padroni”, commercianti e architetti, artigiani e metalmeccanici, persino avvocati, notai e commercialisti. Tutti contro Appendino e stavolta definitivamente se pure il leader degli industriali Dario Gallina, spesso accusato di essere troppo morbido, perde le staffe – «questi ci ricevono tenendo i libri dei No Tav sul tavolo e parlano di droni. Ma chi se ne frega! Questo territorio senza infrastrutture muore» – e arriva a immaginare «una marcia dei 100 mila». Più della protesta, colpisce il linguaggio: i toni sono diventati ruvidi, è saltato l’ aplomb che regge il confronto tra chi reciprocamente si riconosce come interlocutore. L’ incontro tra i rappresentanti delle categorie e i consiglieri del Movimento 5 Stelle finisce metaforicamente a schiaffi. «Negli appelli del mondo produttivo ho visto rassegnazione culturale e poco coraggio», accusa la capogruppo grillina Valentina Sganga. «Coraggio? Non so che dire: faccio l’ imprenditore da cinquant’ anni», commenta amaro Giorgio Marsiaj. I Cinquestelle si arroccano. Non possono fare altro. Sono soli: l’ unico assessore ad affrontare con loro la protesta è Alberto Unia, che è anche l’ unico attivista del Movimento nella giunta. «Il Tav è un’ opera ad alta intensità di capitali, ma genera poco lavoro», insiste Sganga. I sindacalisti di Cgil, Cisl e Uil che rappresentano i lavoratori edili, per poco non si fiondano in aula: «Abbiamo già perso 9 mila iscritti su 18 mila in dieci anni, volete proprio farci morire?». BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI. ANDREA ROSSI

30/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Appalti, Cantone impallina il maxi-project financing di Sassari (e il Comune si rimette in riga)

Mauro Salerno

L’Autorità ha usato per la prima volta i nuovi poteri del codice per “suggerire” alla Pa di correggere procedure irregolari, pena il ricorso al Tar

Trenta giorni per correggere rotta, pena il rischio di un ricorso al Tar. L’Autorità Anticorruzione ha usato per la prima volta i nuovi poteri del codice che le consentono di andare a caccia di procedure a rischio di irregolarità, mettendo nel mirino la maxi-operazione di project financing con cui il Comune di Sassari intende affidare la gestione del cimitero cittadino (incluso un forno crematorio) per un controvalore di 65,7 milioni.

La gara era ancora aperta quando l’Anac è intervenuta per chiedere al Comune di modificare i punti contestati usando per la prima volta il meccanismo che ha sostituito l’originario potere di “raccomandazione vincolante”. Si tratta, per capirsi, di quei «poteri di raccomandazione e sanzione» sui quali nell’aprile 2017 si scatenò una bufera politica tra Raffaele Cantone e il governo Gentiloni: la prima versione del Codice appalti (18 aprile 2016) prevedeva poter ancora più forti di oggi, cioè dava all’Anac la possibilità di sanzionare direttamente, con multe fino a 25mila euro, le Pa che commettevano violazioni al codice senza adeguarsi entro breve tempo alla segnalazione dell’Anac.

Questi poteri, su cui aveva espresso qualche perplessità lo stesso Cantone, non furono praticamente mai usati prima di cancellati dal decreto Correttivo con una modifica misteriosa dell’ultim’ora. Dopo le polemiche, la possibilità di richiamare all’ordine le Pa fu reinserita, nella versione con cui la conosciamo oggi, con il decreto legge 24 aprile 2017, n.50, articolo 52-ter: solo potere di ricorso al Tar, non più di sanzione diretta.

IL PARERE MOTIVATO INVIATO DALL’ANAC AL COMUNE DI SASSARI

Venendo al caso di Sassari l’Anac ha contestato al Comune una serie di violazioni del codice contenute nei documenti di gara. Tra queste: il mancato inserimento del progetto di fattibilità nei documenti di programmazione del Comune; la mancata indicazione del diritto di prelazione riconosciuto al promotore; la mancata indicazione della possibilità di utilizzare servizi analoghi per rispondere ai requisiti previsti dal bando; il rischio di crear conflitti di interesse permettendo al gestore del cimitero di esercitare anche attività commerciali (vendita di arredi, onoranze funebri). Contestazioni che il Comune ha recepito prima della scadenza dei 30 giorni assegnati dall’Anac per adeguarsi ai “suggerimenti” contenuti nel parere motivato inviato il 17 ottobre (delibera n.867/2018). Con la rettifica pubblicata il 26 ottobre il Comune ha infatti recepito le osservazioni dell’Autorità e ha posticipato di 15 giorni la scadenza del bando, prima prevista al sei novembre.

LA RETTIFICA DEL COMUNE DI SASSARI IN OTTEMPERANZA AL PARERE ANAC

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30/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Partenariato Pa-privati, il ruolo chiave del Bim per far funzionare il Ppp con canone

Claudio Lucidi (*) e Ernesto Minnucci (**)

La variabilità del corrispettivo serve al trasferimento del rischio, e per la verifica prestazionale arriva l’Information modeling

(*) Componente del gruppo tecnico MEF che ha predisposto lo schema di contratto tipo per concessioni di costruzione e gestione)

(**) Direttore tecnico della Soc. di Ingegneria Minnucci Associati, recentemente premiata ai Building Smart International Awards di Tokio nella sezione “Operation & Maintenance using Open Technology” grazie ad un progetto pilota TWIN Model della Stazione Ferroviaria di Napoli Centrale

Secondo le vigenti disposizioni (Codice Contratti, Dlgs 50/2016), il contratto di PPP remunerato attraverso un canone/corrispettivo, si caratterizza, rispetto ad altri contratti di partenariato pubblico privato, per la circostanza che il soggetto privato si assume il rischio di disponibilità, vale a dire il rischio connesso alla messa a disposizione del committente di un’opera secondo parametri prestazionali (Key Performance Indicators) contrattualmente stabiliti. Laddove a fronte dell’assunzione del rischio dovesse rivelarsi insufficiente o scarsa la disponibilità dell’opera (intesa come utilizzazione o funzionalità) il soggetto fruitore, che normalmente si identifica con una pubblica amministrazione, deve poter ridurre proporzionalmente il canone a proprio carico.

In tal senso il contratto di PPP, se rispetta il principio del trasferimento del rischio di disponibilità in capo all’operatore privato, non rileva ai fini contabili (off balance). Pertanto, non vi è dubbio che questa nuova tipologia di contratti per opere e servizi pubblici, rappresenta una valida alternativa al più tradizionale appalto ed è prevedibile che molte amministrazioni vi ricorreranno.

Il nuovo Codice, in recepimento della Direttiva Europea, individua nel contratto la sede dove definire in modo puntuale le intensità di variazione delle prestazioni rispetto ai corrispondenti parametri prestazionali in corrispondenza dei quali si procede in modo proporzionale alla decurtazione automatica del canone di disponibilità.

Secondo lo schema di contratto predisposto dal MEFe attualmente oggetto di consultazione (scaduta il 20 ottobre), il canone/corrispettivo di disponibilità è corrisposto per intero se c’è esatta coincidenza tra prestazione resa e corrispondente parametro prestazionale, per converso si riduce automaticamente in presenza di una prestazione che si colloca tra un livello obiettivo e un livello minimo; infine si riduce ulteriormente, a titolo di penalità (che in tal senso rileva anche ai fini della risoluzione) se la prestazione resa è al di sotto dei prestabiliti livelli minimi.

L’applicazione delle penalità, a differenza della riduzione automatica, comporta l’instaurarsi di un contraddittorio con l’operatore economico.

Questa impostazione presuppone l’individuazione di key performance indicators misurabili quantitativamente in modo tale che la variazione del canone rappresenti una funzione delle prestazioni rese ed una sua eventuale diminuzione, secondo quanto stabilito dall’art. 180 del Codice, non deve essere neutra rispetto alle aspettative di rendimento cristallizzate nel Pef.

Sempre con riferimento allo schema di contratto predisposto dal MEF, le prestazioni saranno rappresentate mediante la compilazione di schede dove, oltre alla descrizione, per ogni singola prestazione sarà indicato un intervallo tra livello minimo e livello obiettivo all’interno del quale l’asset “è disponibile” con riferimento alla singola prestazione, nonché il suo valore, rappresentato in termini percentuali, rispetto al valore totale del corrispettivo/canone.

La predisposizione quindi, del capitolato prestazionale rappresenta uno dei momenti più complessi nel processo di predisposizione dei documenti contrattuali.

Attraverso l’impiego del processo BIM (Building Information Modeling) il grado di complessità potrà senz’altro essere ridotto in quanto le informazioni acquisite in formato elettronico, prima in fase di progettazione integrata e successivamente durante la costruzione, consentiranno di restituire quei dati e quegli elementi che costituiranno i Key Performance Indicators.

Facendo riferimento agli schemi allegati (a scopo dimostrativo) nello schema di convenzione MEF, i Key Performance Indicators riguardano sia il controllo dei valori per il comfort termico (temperature e umidità stagionali), il comfort acustico (trasmissione dei dB) ed il risparmio energetico/innovazione (consumi degli impianti e produzione delle energie rinnovabili), sia l’efficienza ed il funzionamento di impianti e servizi, valutandone la sicurezza e la conformità, imponendo verifiche con scadenze periodiche.

Il metodo BIM riveste un ruolo centrale all’interno di questo sistema di controllo e valutazione prestazionale. Il Building Information Modeling promuove, infatti, un approccio integrato e multidisciplinare di progettazione e gestione dell’intero processo edilizio. La sua peculiarità, che rende possibile e favorisce una completa simultaneità ed interoperabilità negli scambi informativi, consiste nella confluenza dei dati di progetto all’interno di un unico “archivio”, con la caratteristica di poter essere concretamente visualizzato ed esperito digitalmente in un modello virtuale dell’edificio totalmente fedele alla realtà (Twin Model).

Attraverso la perfetta rispondenza del modello virtuale al futuro progetto da realizzare, è possibile simulare con estrema precisione il comportamento del manufatto, a breve, medio e lungo termine, ancor prima di intraprenderne la costruzione. Inoltre, a costruzione avvenuta, attraverso l’IoT (Internet of Things), l’edificio reale può addirittura dialogare con il modello virtuale As-Built.

Inoltre, l’approccio integrato del BIM consente di archiviare digitalmente, tutti i dati riguardanti l’opera durante la progettazione, la costruzione e lungo il suo intero ciclo di vita; dalle componenti tecnologiche e impiantistiche, ai disegni e manuali tecnici, alle variazioni di tempo e di costo. In tal modo è anche possibile connettere gli elementi virtuali modellati con gli oggetti reali e supportare tutte le fasi, compresa la gestione, per determinare stime energetiche complete e accurate, con la possibilità di misurare, verificare e migliorare i processi per raccogliere informazioni sulle prestazioni impiantistiche ed energetiche, impiegate per la gestione operativa e per la manutenzione dell’edificio, tenendo traccia dello storico delle operazioni di controllo ed anticipando le necessità future.

Da quanto detto emergono le enormi potenzialità del metodo BIM se applicato alla progettazione, realizzazione ed alla gestione e manutenzione di opere in partenariato pubblico-privato. A seguito della prima fase di organizzazione e costruzione digitale del modello, con l’inserimento dell’intero corpus informativo relativo ad ogni suo aspetto e disciplina, sarà poi possibile ottenere, rapidamente, in ogni momento e nel formato che preferiamo, tutti i dati e le informazioni che costituiscono i Key Performance Indicators per la valutazione e la misurazione istantanea del raggiungimento del livello minimo e del livello obiettivo prestazionale. Da questo passaggio è poi possibile effettuare simultaneamente il calcolo dell’eventuale sfalsamento tra i due risultati ottenuti ottenendo, in tal modo, la misura dell’ammontare della decurtazione del corrispettivo di disponibilità.

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30/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Più spinta alle infrastrutture per far crescere il paese: ecco perché conviene puntare sul Ppp

Remo Dalla Longa (*)

Il debito pubblico italiano vincola la spesa, ma il ricorso a concessioni e Ppp (per quanto complesso) consente l’off balance

(*) Professore all’Università Bocconi/SDA, coordinatore scientifico dell’Osservatorio PREM – Public Real Estate Management di SDA Bocconi e coordinatore di GePROPI – Gestione dei Processi Realizzativi di Opere Pubbliche ed Infrastrutture

Il peso di opere pubbliche e infrastrutture sullo sviluppo di una nazione è stimabile attorno ad un 15 %. In Italia il peso sul Pil, in forma allargata, è del 20% e può essere un volano nel vantaggio competitivo dei sistemi urbani, una riduzione o ritardo in questo tipo di investimento può contribuire al declino della nazione o delle città.

In Italia un elemento che in questa fase storica pesa notevolmente sullo sviluppo di infrastrutture ed opere pubbliche è costituito dal sistema di debito pubblico in Italia e dal sistema di compatibilità con il sistema comunitario, costituito annualmente con la predisposizione del DEF e con la valutazione di questo da parte della commissione europea e dei mercati. Il problema dell’Italia è comune alle nazioni che hanno un elevato debito pubblico.

Non tutte le infrastrutture ed opere pubbliche sono uguali al fine dello sviluppo. Alcune sono il contenitore di spese correnti, si tratta di comprendere la compatibilità di tali spese con lo sviluppo passante attraverso la crescita del deficit pubblico. Altre hanno un impatto solamente con l’investimento e la spesa in conto capitale. Vi può poi essere un impatto ritardato tra una spesa sul nuovo che comincia ad avere un impatto solo dopo la progettazione, la cui durata può riguardare alcuni anni prima che inizi l’investimento, mentre gli investimenti per i rimpiazzi e manutenzioni non necessitano di una sofisticata progettazione e quindi possono iniziare subito ad assorbire risorse finanziarie.

Il modello europeo e il caso dell’Italia

La realizzazione delle infrastrutture ed opere pubbliche in Europa ed in Italia passa attraverso il bilancio pubblico di enti diversi. In Italia tre sono le principali suddivisioni erogative: gli enti territoriali (Comuni, Regioni, Province ed altri), le aziende pubbliche (ANAS, FF.SS, imprese locali), gli organi centrali dello Stato (Ministeri, ecc.). Il riferimento normativo e regolativo nazionale rimane il Codice dei contratti se si tratta di appalti l’asset dell’infrastruttura è iscritta all’interno del bilancio pubblico (nel debito pubblico), altrimenti per la concessione e per i contratti di PPP, a date regole, l’investimento viene iscritto in off balance. E’ la Comunità Economica Europea, in collegamento con la contabilità internazionale, che regola l’iscrizione dell’opera e dell’investimento in on oppure in off balance.

In Italia un quarto degli investimenti rientrano nella concessione, o nel contratto di PPP, non è detto, tuttavia, che questo corrisponda ad una quota di investimento iscritto in off balance dipende da diversi aspetti e può essere possibile che alcune opere vengano iscritte in off balance ma non abbiano rispettato alcuni criteri e risultano illegittimamente fuori dal debito pubblico.

Gli investimenti in Italia si aggirano attorno a 30 miliardi di euro all’anno per quanto riguarda la maggior parte di infrastrutture ed opere pubbliche e sono scomponibili in diverse fasi (ideazione, programmazione, progettazione, realizzazione, mantenimento e manutenzione, funzionamento) con tempi diversi di attuazione. La media di tempo di realizzazione (montaggio) di un’opera ed infrastruttura può prendere anche otto anni, molti di più se il montaggio riguarda un contratto di PPP o una concessione nel senso che il montaggio, vero e proprio, non cessa con il collaudo dell’opera, ma va oltre e riguarda anche il funzionamento e le manutenzioni.

I fabbisogni di investimento sono in crescita, mentre le risorse pubbliche dedicate, nel medio e lungo periodo, sono in diminuzione, necessitano sempre di più di capitali privati che si aggiungano a quelli pubblici e non facciano pesare l’investimento sul debito pubblico.

L’Italia, rispetto ad altri paesi d’Europa, ha il più alto debito pubblico, ogni anno con il DEF viene chiesto al nostro paese, assieme ad altri, di abbassare il rapporto debito pubblico e PIL (fiscal compact), ciò determina l’avere una disponibilità di risorse limitate per gli investimenti. Quest’ultimi, tuttavia, richiedono che si parta in precedenza con un ‘parco progetti’ chiaro (programmazione e progetti di fattibilità sostenibili) in quanto la costruzione è successiva. Diviene però fondamentale avere una programmazione e una vision costante coerente e prolungata nel tempo. Spesso questo per la stabilità del governo e per le perenni campagne elettorali è venuta a mancare, si guarda all’immediato, tutto quello che non è immediato è privo di importanza e non si finisce per guardare al medio e lungo periodo. La mancanza di risorse è un dato strutturale che si ripete da diversi anni e ha contribuito a modificare il rapporto tra amministrazioni, enti ed aziende dello Stato. Da diversi anni è stata ridotta la possibilità agli enti territoriali di effettuare gli investimenti per non far crescere il debito pubblico, tuttavia l’investimento pubblico in infrastrutture è in grado di avere un maggior ritorno in termine di crescita del PIL rispetto ad altre spese pubbliche.

In Italia una prerogativa per effettuare un investimento in forma efficace è di avere un capitale accessibile e con oneri finanziari sostenibili (IRS e spread).

Un ricorso non corretto al debito pubblico (DEF 2018), fuori da schemi compatibili e ritenuti dal mercato inefficaci rispetto alla crescita economica e non accompagnato da una tensione pro-attiva sulle riforme di struttura, può portare ad un innalzamento dello spread con un conseguente innalzamento dell’onere finanziario (che si riversa sul debito pubblico) e un debt crunch con difficoltà di accesso a questo (meno denaro e più caro) presso le banche. Tale trend può influenzare negativamente anche il ricorso al PPP e all’off balance in quanto aumenta l’onere pubblico del ricorso al capitale privato. Nel modello italiano effettuare investimenti in opere pubbliche ed infrastrutture diviene più complesso, rispetto ad altri paesi europei, proprio in merito all’elevato debito pubblico che contraddistingue il nostro paese e per il non facile rispetto di regole per operare all’interno di concessioni e contratti di PPP.

Tuttavia pensare che l’unico passaggio sia la riscrittura e la semplificazione di un codice dei contratti che riprende la cultura del progetto (montaggio) di opere ed infrastrutture vigenti in Europa è una falsa soluzione del problema, la via maestra rimane investire in strutturalità dell’intervento. Vale a dire: innalzamento della cultura del montaggio attraverso una formazione di project manager/management dedicata a questo particolare tipo di montaggio; l’attivazione delle stazioni appaltanti qualificate; l’innalzamento della programmazione e dei sistemi informativi ed operativi di supporto; la creazione di coerenti sistemi informativi di raccolta e sistematizzazione dei dati di riferimento – nazionali e territoriali – attualmente mancanti; un’efficace manualistica di montaggio.

Il modello Italia

Il problema del modello Italia (cfr. fig. 1) – ma il problema è estendibile anche in Europa – è il dover fare sistematicamente i conti con il deficit pubblico e non poter prescindere da questo.

Circolo vizioso

Una manovra finanziaria espansiva che non si ponga il problema degli investimenti, che sono una tantum e non assistenziali continuativi, ha come risultato quello di incrinare il rapporto con il mercato e di far aumentare lo spread, il quale aumenta la spesa pubblica di interessi e quindi aggrava il deficit pubblico. Su un altro fronte il deterioramento del rapporto con il mercato rende più sofferenti le banche nella raccolta di fondi interbancari (vengono pagati ad un costo maggiore), mentre il valore dei titoli nei bilanci bancari declassano la banca e il suo raking richiedendo una ricapitalizzazione. Vi è inoltre un maggior costo del credito e contemporaneamente un credit crunch con una minor disponibilità di credito. Le imprese hanno difficoltà di accedere al credito e ciò porta ad una minor competitività delle imprese. In una fase diffusa ciò porta ad un minor consumo delle famiglie, a minor investimenti privati e a minori esportazioni. L’effetto è una riduzione del Pil, con, tra le altre cose, minori entrate pubbliche che si ripercuotono sul deficit pubblico il quale finisce nel rapporto deficit Pil a crescere notevolmente trainato non solo da minori entrate pubbliche, ma anche da una stima della crescita del Pil rivista al ribasso rispetto ad una manovra iniziale. Il maggior debito improduttivo può, tuttavia, per una parte, far sì che una spesa assistenziale contribuisca a livello primario a far crescere residue percentuali di Pil, per via del consumo interno, ma il rischio molto palese è che tale crescita ‘residua’ venga vanificata dall’impatto negativo degli andamenti finanziari.

Circolo virtuoso

A date condizioni l’investimento su infrastrutture ed opere pubbliche è in grado di far cambiare il trend. Siamo di fronte ad infrastrutture ed opere pubbliche che entrano in modo differenziato all’interno del sistema.

Alcune sono a totale debito privato si tratta delle infrastrutture economiche quali per es. le telecomunicazioni e le reti che ne derivano, potrebbe anche trattarsi di alcune concessioni in cui non vi è un contributo pubblico. L’elemento critico, semmai, è che se vi è una diminuzione dei consumi non si crea lo stimolo per questo tipo di investimenti.

Altre sono opere pubbliche ed infrastrutture che rientrano totalmente nel debito pubblico; ci si riferisce agli appalti. Sin dall’inizio dell’investimento l’asset viene conteggiato nel debito della Pubblica amministrazione (PA). Vi è su questa possibilità quella di far crescere il Pil in valori assoluti in forma superiore alla crescita del debito in modo che il rapporto deficit/Pil rimanga all’interno dei valori programmati, oppure decresca. Ma per queste opere vi è il veto primario di non superare livelli di indebitamento del paese (cfr. Maastricht)

Vi sono poi altre tipologie di opere ed infrastrutture che rientrano nei PPP o nelle concessioni che sono a totale debito pubblico, ma l’iscrizione dell’asset avviene all’interno del debito privato e viene ricondotto nel debito pubblico in forma scaglionata lungo il numero di anni in cui vi è il Long Term Contract (LTC – il ciclo di vita del contratto di PPP).

In questo caso viene bypassato il blocco sul deficit degli investimenti in quanto il montaggio di un PPP può precedere l’iscrizione dell’asset dentro il debito privato e quindi non incide sul debito pubblico e sul rapporto deficit/Pil.

Vi possono essere anche dei contributi pubblici che si aggiungono a quelli privati in questo caso il contributo della PA rientra nel debito pubblico.

L’investimento in infrastrutture ed opere pubbliche, rispetto al debito pubblico, interviene in forma differenziata. Per alcune nuove opere la fase di debito la si ha dopo la progettazione e con il pagamento del SAL (Stato di Avanzamento dei Lavori); passano quindi alcuni anni dalla prima fase di montaggio la construction – costruzione – che segue il design – progettazione. Per altre se si tratta di rimpiazzi e manutenzioni la progettazione è contenuta e i tempi di avvio degli investimenti è più ravvicinata.

Una politica annuale di programmazione del debito pubblico dovrebbe riuscire a considerare queste variabili. Spesso il ciclo di vita di una decisione di attività di governo privilegia il ciclo breve specialmente in fase di rapido cambiamento dell’immediato come sembra riguardare l’azione politica del governo in Italia. Tutto ciò non facilita le decisioni e la lungimiranza per uno sviluppo stabile nel tempo. E’ questo il caso contingente del nostro paese. Una attenta politica degli investimenti in opere pubbliche ed infrastrutture richiederebbe un’attenzione particolare sul medio e lungo periodo con il saper organizzare a tempo questo periodo. Ne va come detto del corretto sviluppo del paese.

I recenti trend di investimento

Già si è detto sulla mancanza di efficaci sistemi di rilevazione degli investimenti in infrastrutture a livello internazionale (Dalla Longa, 2017). Il problema lo si deve ad esigenze diverse di rilevazione (finanziarie, contabili, di montaggio, incoerenza e non cultura), ma anche alla scomposizione istituzionale dei diversi Stati. Solo in Italia diversi sono gli enti che intervengono sul versante degli investimenti e le funzioni sono disseminate su differenti stazioni appaltanti. Si tratta spesso di stratificazioni istituzionali ed ogni Stato risponde a proprie esigenze ed evoluzioni storiche. La doppia difficoltà concettuale ed istituzionale spiega la mancanza di dati significativi e completi a cui riferirsi. Esiste, tuttavia, la capacità di reperirli, di ripulirli e di confrontarli anche in modo parziale; tale azione è possibile andando alla radice delle fonti di rilevazione e studiando il criterio con cui i dati vengono reperiti ed assemblati. Rimane integra l’esigenza, più che mai viva, di riformare e sopperire a tale deficit strutturale di confronto tra dati omogenei che sia in grado di intercettare il costo di un’opera ed infrastruttura seguendo il suo montaggio e funzionamento, non saperlo fare non appare più sostenibile per sistemi di nazioni evolute ed istituzioni efficienti. Questo è un problema per l’Italia, ma anche per l’Europa, che non ha un sistema omogeneo di rilevazione.

Di seguito ci soffermeremo su una configurazione e su dei trend, dando per scontato che esistono diverse fasi di montaggio di un’opera:

-Progettazione

-Gara

-Aggiudicazione

-Con contratti

-In corso

-Ultimata

-In fase di funzionamento

-Con manutenzioni e rimpiazzo in corso.

Come è dato per scontato che esistono diverse tipologie di opere certo non sintetizzabili solo in:

-Edilizia pubblica

-Sistemi urbani

-Ferrovie

-Strade ed autostrade

-Porti ed interporti

-Aeroporti

-Energia

-Sistemi idrici (ciclo delle acque)

-Smaltimento rifiuti

-Altro.

Il breve riferimento di seguito (fig.re 3 e 4) è a infrastrutture di trasporto (ferrovie e strade ed autostrade, porti e aeroporti), quello che emerge è che nel post crisi finanziaria dei subprime i grandi paesi d’Europa, hanno investito in infrastrutture ed opere pubbliche in modo più contenuto rispetto ad altri grandi paesi mondiali e l’Italia, tra tutte le nove nazioni considerate, è quella che ha visto una decrescita degli investimenti negli anni, dovuta al contenimento del debito pubblico e alla difficoltà delle banche di intervenire con finanziamenti significativi per via del credit crunch. Gran parte delle altre nazioni hanno fatto invece crescere, in modo significativo, il trend degli investimenti in una politica di contrasto alla crisi. Si tratta, per quelli presi in considerazione, anche di investimenti particolari in cui è più contenuta la spesa sociale e se si tratta di un PPP prevale anche la tariffa al canone e quindi si rientra in una concessione, opere ed infrastrutture con un minor impatto sul debito pubblico e anche con un potenziale moltiplicatore più elevato.

Ovviamente la trattazione, sulle tipologie delle infrastrutture, è più complessa, in quanto devono essere messe in campo più variabili; tuttavia il principio è quello sopra indicato. © RIPRODUZIONE RISERVATA

30/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Appalti/2. La Corte Costituzionale deciderà sull’esclusione della capogruppo in concordato con continuità aziendale

Massimo Frontera

Rinvio alla Consulta da parte del Tar Lazio per l’esclusione di un raggruppamento temporaneo da parte di Consip dalla maxi-gara lanciata nel 2015

Dubbi di costituzionalità e dubbi anche sul rispetto dei principi di concorrenza. Sono le due “accuse” ad alcune norme del “vecchio” codice appalti (Dlgs 163/2006) con cui la Seconda sezione del Tar Lazio (ordinanze n.10397 e n.10398 pubblicate il 29 ottobre) ha sospeso il giudizio su un contenzioso promosso da una impresa esclusa dalla maxi gara da 704 milioni di euro lanciata da Consip nell’agosto del 2015 per un appalto di servizi negli istituti e luoghi di cultura pubblici. I giudici del Tar hanno pertanto sottoposto il caso alla Corte Costituzionale, segnalando un possibile conflitto con i principi contenuti nell’articolo 3, 41 e 117 (secondo comma, lettera “a”) della Costituzione. Il caso sul quale il Tar Lazio è stato chiamato a giudicare è molto particolare, ma sempre più frequente: la situazione di concordato con continuità aziendale di un’impresa che partecipa alla gara rivestendo il ruolo di mandataria in un raggruppamento temporaneo.

Il caso Guerrato-Consip

Il contenzioso vede da una parte l’impresa veneta Guerrato e, dall’altra, la centrale acquisti del Tesoro. Essendo stata pubblicata prima dell’entrata in vigore del nuovo codice, il riferimento normativo della gara è quello del “vecchio” codice appalti (Dlgs n.163/2006). Il combinato disposto che risulta dalla lettura delle norme del codice dei contratti (ante 1° aprile 2016) e della disciplina fallimentare (articolo 186-bis) – dice in sintesi il Tar – «conduce inevitabilmente all’esclusione» del raggruppamento temporaneo. Peraltro, anche il Consiglio di Stato si è attenuto a queste norme in alcune sentenze sull’argomento (n.3405/2017 e n.3924/2018). E questo perché – sempre secondo la diversa gamma di possibiltà previste dalla norme – la partecipazione alle gare in raggruppamento è consentita all’impresa in concordato di continuità aziendale solo se questa, all’interno del raggruppamento, riveste un ruolo di mandante mentre la partecipazione è preclusa se riveste il ruolo di capogruppo. Nè è possibile alcuna diversa interpretazione.

I dubbi sulla “ragionevolezza”

Ma, a questo punto i giudici del Tar Lazio – proprio considerando le diverse disposizioni normative – sollevano la questione di costituzionalità sul diverso trattamento di una impresa in concordato con continuità aziendale, a seconda che si presenti da sola o che rivesta il ruolo di mandante o mandataria in un Rti: «Il Collegio – si legge nella sentenza – dubita della ragionevolezza delle norme citate ritenendo non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale che intende sottoporre». L’irragionevolezza, sta proprio nelle disposizioni che «consentono all’impresa singola la partecipazione alle gare finalizzate all’attribuzione di contratti pubblici e non la permettono invece all’impresa, ove essa sia associata, in qualità di mandataria, in un Raggruppamento temporaneo». Tutto questo, ribadiscono i giudici «appare incongruo, irragionevole ed ingiustificato».

Disparità di trattamento tra impresa e Rti

Non si spiega infatti perché, mentre da una parte il concordato di continuità aziendale segua la ratio di aiutare l’impresa a superare la crisi (giustificando una deroga al generale divieto di partecipazione alle gare per le imprese sottoposte a procedure concorsuali) questo debba valere in alcuni casi e in altri no.

L’analisi dei giudici mette a confronto il caso dell’impresa singola e dell’impresa che partecipa in Rti. «Nel primo caso l’impresa partecipa singolarmente, l’offerta è unicamente riferibile alla medesima, che, in caso di aggiudicazione e di successiva stipula del contratto, risponde in toto dell’esecuzione delle relative prestazioni». «In caso di Raggruppamento temporaneo di imprese, invece, l’offerta proviene da una pluralità di imprese, le quali tutte – mandanti e mandatarie – sono responsabili dell’esatta esecuzione delle prestazioni oggetto della medesima (ciascuna per la parte di propria competenza), con la responsabilità solidale anche della mandataria unicamente per i R.T.I. verticali (laddove le prestazioni principali sono riferite alla mandataria, mentre le secondarie alle mandanti)».

In sostanza, cambia il «modulo partecipativo» ma le garanzie richieste dalla Pa sono le stesse. «Si ritiene, pertanto – concludono i giudici – che non possa configurarsi alcun pregiudizio nei confronti della stazione appaltante, ove, diversamente da come previsto dalla norme in esame, fosse consentita la partecipazione anche alla mandataria di un R.T.I.».

Ingiustificato lo stop alla mandataria in concordato in continuità

Da qui la conclusione del ragionamento: «Alla luce di tali precisazioni, una diversa scelta del legislatore, nel senso di impedire la partecipazione alle gare, nell’ipotesi in cui la Società sottoposta a concordato in continuità sia la mandataria, appare ingiustificata». Peraltro, fanno osservare i giudici del Tar, il vecchio codice aveva previsto che, a ulteriore garanzia della stazione appaltante, nel caso di fallimento della mandataria, sia disciplinata e prevista la prosecuzione del contratto, attraverso il subentro della mandataria. «Evidentemente – aggiungono i giudici – questo vale anche nel caso in cui l’impresa mandataria di un Raggruppamento temporaneo di imprese, già soggetta a concordato in continuità sin dal momento della presentazione della domanda di partecipazione o comunque nel corso della gara, una volta aggiudicata la gara stessa al Raggruppamento, sia poi sottoposta a fallimento durante l’esecuzione contrattuale».

Profili di incostituzionalità e violazione dei principi sulla concorrenza

«Ne consegue – conclude l’ordinanza del Tar – che una previsione restrittiva, come quella contenuta nell’art. 186 bis, 6° comma, della legge fallimentare, al quale fa rinvio l’art. 38 del decreto legislativo n. 163 del 2006, appare al Collegio irragionevole, quindi in violazione dell’art. 3 della Costituzione. Data l’irragionevolezza, appare configurarsi un’ingiustificata limitazione della libertà di iniziativa economica, sancita dall’art. 41 della Costituzione». Ma non è finita: «A parere di questo Giudice, resta conseguentemente violato anche il principio della concorrenza, essendo, senza motivo valido, limitata la partecipazione alle gare. Quindi appare leso anche l’art. 117, 2° comma, lett. a), della Costituzione, essendo quello di concorrenza, cui la massima partecipazione alle gare è funzionale, un principio cardine dell’Unione europea».

Cosa dice il nuovo codice dei contratti e cosa dice il Tar Lazio

L’aspetto interessante della sentenza è che i giudici non si fermano alla valutazione del caso specifico, necessariamente da inquadrare nel contesto normativo del vecchio codice, ma proiettano l’analisi anche sul nuovo codice appalti. L’ordinanza dice due cose importanti.

La prima cosa è che il nuovo codice dei contratti (Dlgs 50/2016) fa un significativo passo avanti. Infatti, nel nuovo codice «viene sempre e indistintamente eccettuato il caso del concordato con continuità aziendale rispetto a tutti i casi di procedura concorsuale, che invece determinano l’esclusione dalla gara». Tale deroga, inoltre, «è stabilita per la Ditta singola e per il Raggruppamento temporaneo di Imprese, qualunque sia la posizione rivestita all’interno del Raggruppamento stesso dall’Impresa che vi è assoggettata».

La seconda affermazione importante dei giudici è che le norme del codice prevalgono sulla legge fallimentare che, come si diceva, continua a precludere (articolo 186-bis) la partecipazione alla gara alla mandataria di un raggruppamento: «Le norme sopra riportate contenute nel Codice dei Contratti pubblici, dato il tenore letterale inequivocabile ed il carattere speciale, in quanto riferite specificamente alla partecipazione alle pubbliche gare ed all’esecuzione appunto dei contratti pubblici, prevalgono nella materia in esame sulla disposizione di cui all’art. 186 bis della legge fallimentare».

La divergenza – tra codice e legge fallimentare – viene stigmatizzata dai giudici del Tar: «Appare davvero irragionevole – si legge nell’ordinanza – una così diversa disciplina in materia di requisiti generali rispetto ai R.T.I., relativamente alla sottoposizione di un’impresa al concordato preventivo con continuità aziendale, in assenza di modifica delle caratteristiche di tale istituto concorsuale, secondo quanto previsto dalla legge fallimentare. Ciò è palesemente irragionevole e ingiustificato, tenuto conto che, prima di modificare la disciplina in parola, è stata sicuramente eseguita un’attenta valutazione anche delle garanzie assicurate alla Stazione appaltante».

Ora la parola passa alla Consulta.

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30/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Bilancio, 97 miliardi per gli investimenti. Centrale progetti: 400 assunzioni e 100 milioni di spesa l’anno

Alessandro Arona e Massimo Frontera

Comuni obbligati a utilizzare la stazione unica provinciale per gli appalti. Mille assunzioni all’Ispettorato del Lavoro. Le novità nel testo atteso domani in Parlamento

La seconda bozza in circolazione della legge Bilancio 2019 (approvata formalmente il 15 ottobre ma non ancora approdata in Parlamento) conferma l’istituzione dei due fondi per gli investimenti pubblici, per le amministrazioni centrali e gli enti territoriali, con risorse (imponenti) pari a 97 miliardi di euro in 15 anni e in particolare 17,8 miliardi per i primi tre anni. L’invio da parte del presidente Conte, nei giorni scorsi, del Dpcm di assegnazione del Fondo Renzi-Gentiloni da 36 miliardi (si veda il servizio)  sembra fra l’altro confermare che si tratta di finanziamenti tutti aggiuntivi.

Confermata in questa bozza anche l’istituzione della centrale pubblica statale per la progettazione di opere pubbliche, con assunzioni ridotte da 500 a 400 e quantificazione (nuova) della spesa annuale prevista in 100 milioni all’anno.

Previste anche mille assunzioni nell’Ispettorato del lavoro e 60 all’Inail per l’attività immobiliare.

Prima modifica anche al Codice appalti. Partiamo proprio da qui.

APPALTI PUBBLICI CON LE «CENTRALI» PROVINCIALI

«L’ambito territoriale di riferimento delle centrali di committenza coincide con il territorio provinciale o metropolitano e i Comuni non capoluogo di provincia ricorrono alla stazione unica appaltante costituita presso le province e le città metropolitane per gli appalti di lavori pubblici». È quello che si legge in una norma comparsa nelle ultime bozze del disegno di legge di Bilancio 2019. La norma è destinata a sostituire la norma del codice dei contratti appalti (articolo 37, comma 5) che prevede l’aggregazione spontanea tra comuni per la centralizzazione degli appalti. Anche se i nuovi ambiti di livello provinciale e metropolitano previsti dalla legge di bilancio resteranno in vigore fino al completamento della qualificazione delle stazioni appaltanti, di fatto le nuove “centrali” di livello provinciale non solo sostituiscono le aggregazioni di comuni ma “sorpassano” anche lo stesso sistema di qualificazione delle stazioni appaltanti, che – non a caso – rappresentano una incompiuta del codice appalti, essendo finora rimasta inattuata.

FONDO INVESTIMENTI

Forte iniezione di risorse dal Bilancio dello Stato per finanziare gli investimenti pubblici. Nella bozza di Ddl definita lunedì 29 ottobre dal governo è confermata l’istituzione di due nuovi fondi: uno per gli investimenti delle amministrazioni centrali, con dotazione di 50,2 miliardi di euro in 15 anni, e uno per gli enti territoriali, con 47,35 miliardi sempre in 15 anni (in tutto 97,55 mld). Nel 2019 il primo fondo avrà 2,9 miliardi, il secondo 3,0 (in tutto 5,9 miliardi), nel 2020 il primo avrà 3,1 mld e il secondo 3,4 (in tutto 6,5 miliardi), nel 2021 3,4 miliardi per il fondo statale e due per quello locale (in tutto 5,4 mld). Il primo fondo (Ministeri, enti e società pubbliche) è destinato a tutti gli investimenti (non solo infrastrutture ma anche – ad esempio – ricerca, difesa, macchinari per la Pa), quello di Regioni ed enti locali solo infrastrutture (edilizia pubblica, rete viaria, dissesto idrogeologico, prevenzione sismica, beni culturali).

Nei primi tre anni (2019-2021) ci sono dunque in tutto 17,8 miliardi di euro. Al momento, senza specifiche norme di definanziamento, queste risorse sembrano aggiuntive rispetto a quelle del fondo investimenti Renzi-Gentiloni (leggi di Bilancio 2017 e 2018), già in bilancio con 83,6 miliardi in 15 anni, e nel triennio 2019-2021 pari a 5,7 miliardi, e di cui peraltro nei giorni scorsi il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha firmato lo schema di Dpcm 2018 da 36 miliardi di euro (in 15 anni) per la prima assegnazione di risorse ai vari macro-capitoli. Per l’assegnazione delle risorse dei due fondi il Ddl di bilancio prevede l’emanazione di decreti del presidente del Consiglio (Dpcm), che nel caso del fondo enti territoriali devono sempre essere preceduti da intesa con Regioni e Comuni in Conferenza Unificata, mentre per i Dpcm del fondo statale l’intesa non serve, e serve invece solo per i decreti attuativi “a valle”, e solo se investono competenze regionali.

MANUTENZIONE STRADE PROVINCIALI

Arrivano alle Province 250 milioni di euro all’anno (per 15 anni) per la manutenzione di strade e scuole. Lo prevede la bozza di Ddl Bilancio 2019 definita il 29 ottobre dal governo, confermando i questo punto i testi della settimana scorsa. Il finanziamento sarà a valere sul neonato Fondo per gli investimenti degli enti territoriali, che gode di una dotazione di 3,1 miliardi di euro medi all’anno (nel 2019 3,0 mld, nel 2020 3,4, nel 2021 2,0 miliardi); dunque una quota di questo fondo è pre-assegnata per legge alle Province. Il contributo annuale, in tutto 3.750 milioni in 15 anni, dovrà servire a finanziare “piani di sicurezza pluriennali” per le manutenzioni (non è specificato se ordinarie o straordinarie, dunque dovrebbero essere entrambe).

Per la manutenzione straordinaria delle strade è attualmente finanziato un fondo Delrio di 300 milioni all’anno dal 2019 al 2022, a cui le nuove risorse dovrebbero aggiungersi.

L’allarme sullo stato precario delle strade provinciali, e sulla mancanza di fondi, era venuto il 3 ottobre scorso dall’Upi: l’Unione Province italiane aveva calcolato che fossero necessari almeno 250 milioni di euro in più all’anno per la manutenzione straordinaria di strade e scuole, e 280 milioni per la manutenzione ordinaria; e oltre a questo circa tre miliardi di euro per le “emergenze” ponti e viadotti, un piano straordinario da finanziare ad hoc, fatto di 730 milioni di euro per 1.918 interventi urgenti in priorità 1, 1,7 miliardi di euro per opere pluriennali di priorità 2 e 3 sulle stesse 5.931 opere monitorate, e infine 566 milioni di euro per rilievi tecnici su infrastrutture non ancora monitorate.

GENOVA, 200 MILIONI ALLE OPERE PORTUALI

Per «contrastare gli effetti negativi, diretti ed indiretti, derivanti dal crollo del ponte Morandi» la legge di Bilancio 2019 (si legge nella bozza definita il 29 ottobre dal Governo) è assegnato all’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale (Genova e Savona) un finanziamento pari a 50 milioni all’anno per i prossimi quattro anni (200 milioni), finalizzato alla «realizzazione di piani di sviluppo portuali, dell’intermodalità e dell’integrazione città-porto», ma anche alla realizzazione di interventi di completamento di opere in corso, di attuazione di accordi di programma e di attuazione di piani di recupero di beni demaniali dismessi.

AL SUD IL 34% DEGLI INVESTIMENTI, ANCHE PER ANAS E RFI

Il governo Conte conferma e rafforza l’obiettivo che sia destinato al Sud almeno il 34% dei finanziamenti ordinari in conto capitale, gli investimenti (al netto di fondi europei e di coesione) delle amministrazioni statali. L’obiettivo (che corrisponde a un dato proporzionale alla quota di popolazione residente al Sud) fu posta dal governo Gentiloni con il decreto-legge 29 dicembre 2016, n. 243, ma non attuato. Ora nel ddl di Bilancio 2019 (nella bozza definita oggi) si stabilisce che entro il 28 febbraio di ogni anno le Pa centrali (Ministeri ed enti statali) devono trasmettere ai ministri del Sud e dell’Economia i loro programmi di spesa, ai fini della verifica del rispetto del 34%. Anche i contratti di programma pluriennale tra il ministero delle Infrastrutture e Anas (da una parte) e Rete Ferroviaria italiana (dall’altra) devono essere predisposti per rispettare il 34% (entrambe le società pubbliche hanno già affermato di averlo rispettato con largo margine già negli ultimi programmi approvati, il 45% per Rfi e il 38% per l’Anas), e l’attività di monitoraggio partirà anche dai contratti in corso. In ballo, nella bozza di oggi, l’ipotesi che per il 2019 l’atttività di invio programmi e verifica (per tutte le Pa centrali) parta con scadenza 31 agosto anziché 28 febbraio.

LA CENTRALE DELLA PROGETTAZIONE COSTERÀ 100 MILIONI L’ANNO

Le ultime bozze della legge di Bilancio precisano meglio i contorni della “Centrale per la progettazione delle opere pubbliche”, la cui istituzione è prevista a partire dal primo gennaio 2019. La prima rettifica riguarda il personale, che non sarà più di 500 persone ma scende «un massimo di 400 unità di personale, con prevalenza di personale di profilo tecnico per una percentuale almeno pari al 70 per cento, a livello impiegatizio e quadro nonché con qualifica dirigenziale». L’assunzione è prevista con contratto a tempo indeterminato. La seconda – rilevante – novità sta nel costo della struttura, per la quale, si legge nel testo «è autorizzata la spesa di 100 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2019».

La “Centrale per la progettazione delle opere pubbliche”, sarà incardinata nell’Agenzia del Demanio e potrà svolgere la sua attività per conto di amministrazioni centrali e locali, in base a un’apposita convenzione. Al momento, i compiti della struttura, includono le seguenti quattro attività: «progettazione di opere pubbliche e, quindi, prestazioni relative alla progettazione di fattibilità tecnica ed economica, definitiva ed esecutiva di lavori, collaudo, nonché, ove richiesto, anche direzione dei lavori e incarichi di supporto tecnico-amministrativo alle attività del responsabile del procedimento e del dirigente competente alla programmazione dei lavori pubblici»; «gestione delle procedure di appalto in tema di progettazione per conto della stazione appaltante interessata»; «predisposizione di modelli di progettazione per opere simili o con elevato grado di uniformità e ripetitività»; «valutazione economica e finanziaria del singolo intervento».

ALL’INAIL 60 NUOVE ASSUNZIONI PER ATTIVITÀ IMMOBILIARE

L’Inail è autorizzato «a decorrere dall’anno 2019, ad incrementare la propria dotazione organica di 60 unità». Si legge nelle ultime bozze della legge di bilancio 2019. Lo scopo è duplice: accelerare le attività legate alla valutazione degli investimenti immobiliari dell’Istituto nei settori dell’edilizia sanitaria, scolastica e di “elevata utilità sociale” (tutte attività che l’Istituto ha avviato da tempo me che procedono a fatica); svolgere le procedure legate alla realizzazione dei “federal building”, cioè i nuovi complessi destinati prevalentemente a ospitare funzioni pubbliche. Il reclutamento del personale – prevede sempre la norma contenuta nella bozza del Ddl Bilancio – avverrà sia con concorso sia attraverso mobilità interna.

LAVORO NERO, SANZIONI PIÙ ALTE E MILLE CONTROLLORI IN PIÙ

Viene elevata a 100 euro la sanzione prevista per ciascun lavoratore che venga trovato in una situazione di irregolarità ai sensi di varie norme sul diritto del lavoro (Dl 12/2020, Dlgs 66/2003, Dlgs 276/2003 e Dlgs 136/2016). Lo prevede una misura contenuta nelle ultime bozze della legge di Bilancio. Contestualmente, si prevede che «una somma pari al 15 per cento delle sanzioni amministrative in materia prevenzionistica e delle somme che l’Inl (cioè l’Ispettorato nazionale del lavoro, ndr) ammette a pagare in sede amministrativa» vengano versate allo stesso Ispettorato del lavoro «per finanziare forme indennitarie e di incentivazione per il personale dell’Agenzia». Novità – rilevanti – anche per il personale addetto ai controlli: per contrastare il lavoro sommerso, irregolare e verificare il rispetto delle norme sulla salute nei luoghi di lavoro, l’Ispettorato nazionale del lavoro è autorizzato ad assumere mille nuovi addetti di “Area III”. Le nuove assunzioni sono previste sull’arco del triennio 2019-2021: 300 unità aggiuntive in ciascun anno del biennio 2019-2020 e 400 unità a decorrere dal 2021.

EDILIZIA SANITARIA: LE RISORSE SALGONO DA 24 A 26 MILIARDI

È rideterminato da 24 a 26 miliardi di euro, secondo l’ultima bozza della legge di bilancio, l’importo fissato dall’articolo 20 della legge 67/88 (edilizia sanitaria). Fermo restando – si precisa nel testo – il limite annuo definito in base alle effettive disponibilità di bilancio per la sottoscrizione di accordi di programma e l’assegnazione di risorse agli altri enti del servizio sanitario interessati». L’incremento è destinato in via prioritaria alle Regioni che abbiano esaurito, con la sottoscrizione di accordi, la loro disponibilità a valere sui 24 miliardi di euro. Il Fondo investimenti enti territoriali è ridotto di 50 milioni di euro in ciascuno degli anni 2021 e 2022, di 200 milioni annui per gli anni dal 2023 al 2031 e di 100 milioni di euro nel 2032, con corrispondente aumento delle risorse necessarie ad attuare il programma di edilizia sanitaria.

CEDOLARE SECCA 21% AFFITTI COMMERCIALI FINO A 600 MQ

Cedolare secca per gli affitti commerciali ma fino a 600 metri quadrati, escluse le pertinenze. È la novità dell’ultima bozza della Legge di bilancio attesa mercoledì in Parlamento: «Il canone di locazione relativo ai contratti stipulati nell’anno 2019, aventi ad oggetto unità immobiliari classificate nella categoria catastale C/1, di superficie fino a 600 mq, escluse le pertinenze, e relative pertinenze locate congiuntamente, può, in alternativa rispetto al regime ordinario vigente per la tassazione del reddito fondiario ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, essere assoggettato al regime della cedolare secca con aliquota del 21%». Si applica ai contratti stipulati nel 2019, qualora al 15 ottobre 2018 risulti già in essere un contratto non scaduto tra i medesimi soggetti e per lo stesso immobile, interrotto anticipatamente rispetto alla scadenza naturale.

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30/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Grandi opere/4. Boccia: realizzare i cantieri nell’interesse del Paese

Nicoletta Picchio

Il presidente di Confindustria: «Siamo un Paese industriale e dobbiamo avere una visione sul futuro che sembra venire meno con questo blocco idologico alle grandi infrastrutture»

Realizzare le grandi opere nell’interesse nazionale. Aprire i cantieri per rafforzare la parte della manovra sulla crescita, il secondo pilastro che tiene in piedi le misure del contratto di governo. «Il nostro pensiero è in linea con la Confindustria di Torino: siamo un paese industriale e dobbiamo avere una visione sul futuro che sembra venire meno con questo blocco idologico alle grandi infrastrutture, che sono nell’interesse del paese». Vincenzo Boccia commenta l’ordine del giorno approvato dal Consiglio comunale di Torino, presentato dai 5 Stelle contro la Tav. Una decisione di questo tipo è «molto triste», ha detto ieri, a margine del premio Anima (la no profit per il sociale promossa da Unindustria), a Roma. Ed ha allargato il raggio sull’importanza delle infrastrutture: «l’Italia è la seconda manifattura d’Europa, è nell’interesse di tutti fare le grandi opere, non di una sola categoria. Non sono solo una questione economica, c’è dietro un’idea di società che include, sottolineando la centralità del paese».

Occorre spingere la crescita per bilanciare quello sforamento di un punto del deficit, previsto dalla manovra: e allora «bisognerebbe chiedersi e chiedere al governo come intende far crescere il paese chiudendo i cantieri. Mi sembra un paradosso che non ha alcun senso». Una battaglia che Confindustria ha la volontà di continuare, annunciando in una nota diffusa ieri,che si terrà un prossimo Consiglio generale straordinario a Torino, allargato ai presidenti di tutte le territoriali d’Italia, per protestare contro il blocco degli investimenti, «scelta che mortifica l’economia e l’occupazione del paese».

Bene l’impegno del premier Giuseppe Conte sulla Tap, il gasdotto che arriverà in Puglia: «è una responsabilità positiva, l’importante è che si faccia, che si vada avanti. L’Italia non ha materie prime e nemmeno energia, dobbiamo comprarla dal mondo, stare sotto monopolio è sempre un problema. Sono opere importanti, che rendono l’Italia indipendente dal punto di vista dell’approvvigionamento».

La politica, ha continuato il presidente di Confindustria, deve recuperare il suo primato, «non creare ansie ma fornire soluzioni, trasformare le speranze in fatti», anche perchè «se si fanno errori il cambiamento può essere anche negativo». La legge di bilancio deve fare di più sulla crescita: «questo pilastro è ancora molto debole, sulla manovra siamo molto critici su aluni aspetti», ha detto ancora Boccia, che si è soffermato in particolare sul reddito di cittadinanza: «abbiamo riletto tutto il provvedimento. Poter rinunciare a tre proposte prima di perdere il reddito di cittadinanza, specie nel Mezzogiorno dove se ne arriva una è un miracolo, la proporzione tra gli 800 euro a fronte di 8 ore lavorate alla settimana e i 1200 euro a fronte di 48 sono un’anomalia pedagogica che antepone l’assistenza al lavoro».

Altro paradosso, per Boccia, il fatto che nel governo si pensi ad un piano per le banche, a causa della situazione che si è venuta a creare, e non si intervenga sulle cause, cambiando la manovra.

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30/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Grandi opere: Terzo valico ferroviario, Pedemontana veneta e Av Brescia-Padova verso il sì

Giorgio Santilli

L’analisi costi-benefici per decidere se fare o meno una decina di grandi infrastrutture, è in realtà solo parte di un percorso di verifica che resta politico

Le grandi opere scuotono ancora il governo, come già era successo a maggio al momento della firma del contratto di governo fra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. L’analisi costi-benefici del ministero delle Infrastrutture (Mit) che dovrebbe legittimare tecnicamente la decisione se fare o meno una decina di grandi opere, è in realtà solo un passaggio di un percorso di verifica che resta politico. E politica sarà la decisione finale sulle singole opere, mentre a pesare sarà, oltre al confronto fra costi e benefici, anche lo stato di avanzamento dell’opera. Difficile pensare che i risultati delle analisi costi-benefici possano stemperare il confronto durissimo fra i due partner di governo, alimentato da visioni opposte della questione. La questione infrastrutturale oggi più che mai – dopo il sì al Tap – è politica.Il primo responso della verifica del Mit riguarderà il Terzo valico ferroviario fra Milano e Genova.

L’analisi costi-benefici è sostanzialmente completata e, sia pure critica su alcuni elementi di costo e sulle proiezioni di traffico, non sembra muovere obiezioni insormontabili a un’opera che ha un avanzato stato di pianificazione finanziaria e progettuale e ha già speso quasi un miliardo dei 6,6 necessari per completare il lavoro. Sul piano politico si aggiunge la convinzione che oggi a Genova non sarebbe possibile dire no. E l’opera serve a Genova e al suo porto, anzitutto, per collegarsi direttamente ai mercati europei oltralpe.Un altro sì dovrebbe scattare per la Pedemontana veneta, opera particolarmente cara a Zaia e Salvini. Su quest’opera – Salvini lo ha fatto capire chiaramente – la Lega è pronta anche ad aprire una crisi politica. Il tema del confronto che emerge dalle analisi tecniche riguarda semmai il modello di concessione da assegnare per l’opera: quello attuale potrebbe garantire margini troppo elevati, tanto più in un momento in cui M5S fa un cavallo di battaglia della ridiscussione complessiva del regime giuridco e dei parametri economico-finanziari di tutte le concessioni.

La terza opera che dovrebbe essere sdoganata dalla verifica è l’Alta velocità Brescia-Padova. Anche qui a pesare è lo stato avanzato dei progetti e la pressione del territorio – imprese in primis – che chiede di essere collegato alla rete dell’Alta velocità. Aggiustamenti progettuali, forse, ma si andrà avanti.Discorso diverso sulla Pedemontana lombarda che al ministero delle Infratsrutture viene considerata ad alto impatto ambientale. Lo stato di avanzamento, inoltre, è più basso.. Ma siccome questa opera è strategica per un altro governatore leghista, Attilio Fontana, la partita politica non si può considerare chiusa. C’è poi il tunnel del Brennero: sul piano sostanziale difficile pensare che non sia un’opera strategica per collegare il Nord-Est ai mercati europei e solo una pregiudiziale sulle opere ferroviarie in quanto eccessivamente costose potrebbe portare a «veti» di ordine tecnico. Anche dai territori i dissensi sono molto limitati e, dopo le recenti elezioni provinciali, destinati alla irrilevanza politica. A pagare la tensione politica dentro il Movimento 5 stelle e tra M5S e Lega resterà, dunque, solo la Tav. L’analisi costi-benefici dovrebbe rilanciare una serie di obiezioni sui dati di traffico e sui costi e proporrà probabilmente di considerare soluzioni alternative come il potenziamento della linea storica. A quel punto la partita se la giocheranno Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

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