Rassegna stampa 25 ottobre 2018

25/10/2018 – Il Mattino di Padova

Ascotrade, pressing sui sindaci Braccio di ferro sulla vendita

il risiko
Enrico Marchi in manovra sulla cessione della divisione retail della utility Secondo i rumors farebbe sponda al fondo F2i, ma il banchiere smentisce
Roberta Paolini / treviso Enrico Marchi, presidente di Finint, dal vigore con cui ne va discutendo in giro, pare non abbia perso interesse per le sorti di Ascopiave. Tanto da essersi mosso con alcuni sindaci azionisti di Asco Holding, che controlla la utility quotata in Borsa, mettendo in guardia sull’ operazione di valorizzazione del settore vendita del gas (leggi Ascotrade). Questa della doppia anima della utility di Pieve di Soligo è una storia che parte da lontano. Il modello di Ascopiave è scisso in un ambito regolamentato, quello della distribuzione, ed uno a libero mercato, quello della vendita di gas ed energia elettrica. Come noto la società guidata da Nicola Cecconato ha dato mandato a Rothschild per definire un piano strategico per il futuro. I consulenti hanno stabilito uno schema che prevede la focalizzazione sul segmento della distribuzione. Il cardine è rendere Ascopiave, forte di una struttura finanziaria solida e patrimonializzata, una piattaforma aggregante per il settore della distribuzione, dove è il sesto operatore nazionale. E simmetricamente di cedere la maggioranza della parte dedicata al retail. La motivazione alla base del piano proposto si può sintetizzare così: Ascopiave non ha un numero di clienti sufficienti per competere con player molto più grandi, meglio andare in minoranza con un partner più grande e concentrarsi sul comparto regolamentato. Un disegno che ripercorre l’ idea originaria che già fu del direttore generale Roberto Gumirato, che a novembre lascerà l’ azienda. In mezzo a questo processo, che potrebbe portare nelle casse di Ascopiave mezzi freschi nell’ ordine dei 350 milioni di euro, tanto sarebbero valorizzati gli asset della vendita, si sarebbe infilata la moral suasion di Marchi. Il banchieri di Conegliano, che ha gestito anni fa la quotazione di Ascopiave e quindi conosce bene il dossier, lo sta facendo privo di qualsiasi mandato, anche se secondo alcune fonti il suo interesse sarebbe una sponda a favore di F2I. Il presidente Marchi, contattato, ha tuttavia smentito di agire per conto del fondo di Renato Ravanelli. Dopo il naufragio dell’ operazione Asco Holding/Asco Tlc, il presidente di Finint non ha più un incarico di consulenza per nessun piano della società. Ma benché privo di ruolo, Marchi sarebbe contrario alla cessione degli asset di Ascopiave, operazione per cui invece il consiglio d’ amministrazione della utility è schierato. La sgr di Renato Ravanelli era arrivata questa estate, portata da Marchi, con un progetto industriale per costituire una holding veneta dell’ energia. Una proposta, quella di F2i, rispedita al mittente e che anzi avrebbe irrigidito le già tese relazioni tra alcuni azionisti dissidenti, tra cui i privati di Plavis Gas e diversi sindaci, dalla linea espressa dal cda di Asco Holding. In lizza per Ascotrade ci sarebbero diversi operatori tra cui molti stranieri Engie ed Edf (Edison), E.On o gli italiani Hera, Green Network e l’ altoatesina Alperia. Non più tardi di qualche settimana fa proprio sul nostro giornale abbiamo infatti dato conto di un incontro segreto tra Roberto Maroni, super consulente dei francesi, con il segretario regionale della Lega Toni Da Re. Oggetto dell’ incontro proprio l’ interesse di Edison su Ascotrade. — BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI.

25/10/2018 – Il Cittadino MB

Acsm-Agam: il piano industriale sarà presentato entro fine anno

Seconda tappa del road show di presentazione della nuova realtà nata dalla fusione di cinque province lombarde con Acsm-Agam. Con progetti che toccheranno da vicino i cittadini. Edifici pubblici e privati a risparmio energetico, posteggi intelligenti che segnalano all’ automobilista la disponibilità di posti, pali della luce a servizio del wifi, luci pubbliche che cambiano di intensità a seconda dell’ insolazione. E poi mobilità elettrica, videosorveglianza, aiuto per i controlli sanitari anche da casa. Sono solo alcune delle applicazioni delle cosiddette smart city, che promettono risparmi e interazioni, e che sono propriamente gli obiettivi della business unit in capo ad Acsm-Agam che ha sede a Monza. Tutti obiettivi presentati la settimana scorsa nella sede del presidio monzese di Assolombarda, in via Petrarca, nell’ ambito del road show che la multiutility del nord sta facendo nei cinque capoluoghi (Monza, Como, Lecco, Varese e Sondrio) per presentarsi dopo l’ avvenuta fusione della scorsa estate. Andrea Dell’ Orto, presidente del presidio di Assolombarda, ha assicurato nel suo saluto l’ appoggio dell’ associazione degli industriali nel perseguire gli obiettivi di «efficienza energetica, servizi più accessibili ai cittadini, creazione di risorse, meno inquinamento». Il sindaco monzese Dario Allevi ha ripercorso l’ iter che ha portato alla fusione: «Nel marzo 2017 i cinque capoluoghi firmarono il protocollo d’ intesa, la fusione s’ è realizzata al 1° luglio 2018. Tempi record, e senza che nessuno prevaricasse sugli altri, Tutti hanno fatto un passo indietro per farne due avanti. E col partner industriale A2A c’ è sempre stato pieno accordo. Altro che svendita». Le aspettative sono grandi per un’ integrazione che, riunendo le utilities di cinque province, ha superato le logiche di campanile e assunto un taglio industriale, facendo rete fra comuni e fra pubblico e privato. Il gruppo che ne è nato è uno dei primi dieci operatori nazionali, con A2A partner industriale e azionista di riferimento. Il presidente di Acsm-Agam, Paolo Busnelli, e l’ amministratore delegato Paolo Soldani hanno delineato il lavoro dei prossimi mesi: piano industriale pronto per fine 2018, razionalizzazioni societarie entro 18 mesi (anziché i 36 previsti) senza sacrificare un posto di lavoro, attenzione costante ai territori. Giovanni Chighine, presidente della business unit di Acsm-Agam sulle smart city, ha presentato i progetti in corso d’ opera, accennati all’ inizio. Oltre all’ avvenuto collegamento in rete delle tre centrali di teleriscaldamento monzesi, che consente notevoli risparmi sui consumi di gas, anche in virtù della sinergia con il gruppo alimentare Rovagnati: nello stabilimento è stato installato un impianto cogenerativo che produce energia elettrica a totale utilizzo dello stabilimento stesso mentre l’ energia termica viene immessa nella rete di teleriscaldamento. Paolo Cova

25/10/2018 – MF

Partecipate si cambia, decreto di Armao

Società partecipate, da oggi si cambia. Il vicepresidente della Regione e assessore all’ Economia, Gaetano Armao, ha emanato un decreto e una circolare esplicativa che rivoluzionano la governance delle società controllate dalla Regione. Dando attuazione a una norma del Collegato alla Finanziaria, il decreto introduce una serie di novità, in materia di controlli, e disciplina le modalità con cui il «controllo analogo» verrà esercitato dalla Regione nei confronti delle società in house: condizione, il controllo analogo, che, secondo le normative comunitarie, legittima la Regione ad affidare direttamente a una partecipata, senza cioè alcuna gara a evidenza pubblica, la gestione di un servizio. Le società controllate dalla Regione sono 10 (Ast, Sas, Irfis, Mercati agroalimentari della Sicilia, Parco scientifico e tecnologico della Sicilia, Sicilia digitale, Seus, Airgest e Società degli interporti siciliani, Sis). Alcune di queste sono in house: Sas, Sicilia digitale, Riscossione Sicilia, Seus e Sis. Il decreto prevede che l’ assessore fissi gli obiettivi gestionali delle partecipate. La Ragioneria generale, invece, organizza verifiche a campione, ispezioni, richieste di documenti e periodicamente controllerà che i conti siano in linea e che non ci siano stati sprechi. Le società dovranno adottare programmi di valutazione del rischio di crisi aziendale, regolamenti interni per evitare forme di concorrenza sleale, codici di condotta, programmi di responsabilità sociale d’ impresa e dovranno creare un ufficio di controllo interno che collabori con l’ assessorato. Ogni partecipata, entro il 31 ottobre di ogni anno, dovrà trasmettere il budget annuale di spesa, il piano industriale triennale, la pianta organica, i contratti di servizio. La Ragioneria generale svolgerà un monitoraggio periodico (che poi invierà all’ assessore) delle partecipate attraverso l’ esame dei dati gestionali, rilevati semestralmente, dei debiti e dei crediti verso la Regione. Esaminerà, poi, i bandi di concorso e le selezioni del personale a tempo indeterminato e determinato, i contratti di collaborazione e le consulenze esterne.

25/10/2018 – MF

Ferrovie va da sola verso Alitalia

trasporti In questa fase il governo non sta trattando con le altre compagnie
Di Maio alla Camera: si lavora per rilancio di lungo periodo. Nessun incontro con Delta e Lufthansa, in stand-by fino alla scadenza del 31ottobre ed entraranno in partita solo dopo l’ offerta delle Fs
Nessun incontro diretto con Delta e Lufthansa: il governo lascerà che a giocare la partita Alitalia in questa fase siano soltanto le Fs. Lo ha detto il vicepremier e ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, al question time di ieri pomeriggio alla Camera, confermando quanto scritto sempre ieri da MF-Milano Finanza su un’ operazione in due tempi, con l’ ingresso di una compagnia aerea partner solo in un secondo momento. Il piano del governo sembrerebbe escludere che alla scadenza del 31 ottobre i vettori attualmente iscritti alla gara, Lufthansa, ed EasyJet (il terzo è Wizzair che però è sempre stato considerato il meno strutturato per farsi avanti), possano presentare un’ offerta vincolante autonoma. L’ ipotesi più probabile è che restino alla finestra, continuando a mantenere i contatti con i tre commissari straordinari per rientrare in partita quando FS aprirà alla ricerca dei partner per tentare il rilancio di Alitalia. A maggior ragione dovrebbe essere questa la linea seguita anche da Delta, il cui interesse per la compagnia italiano in amministrazione straordinaria si è riacceso ora, soprattutto per salvaguardare la jv transtlantica , che gestisce i voli per il Nord America e di cui fa parte anche Air France. L’ intento del vicepremier Di Maio è «rilanciare Alitalia in un’ ottica di lungo periodo, risolvendo in modo brillante il dossier che si trascina da anni. Lo Stato farà la sua parte ma, in questa fase, sono esclusi incontri con potenziali partner come Delta e Lufthansa», ha detto alla Camera. «Il nostro obiettivo è semplice, e sono felice della manifestazione di interesse di Fs a partecipare a questa procedura competitiva per valutare la possibilità di presentare un’ offerta entro il prossimo 31 ottobre. Per il successo dell’ operazione Alitalia, comunque, «servono uno o più partner industriali» e il Mise sta «registrando molto interesse da parte di primari operatori internazionali del trasporto aereo che sono in fase di valutazione». Tra questi si sarebbe anche Ryanair, che ha preso contatti con il nuovo governo per rilanciare la sua proposta di una partnership per alimentare i voli di lungo raggio di Alitalia in connessione con quelli di corto e lungo raggio della low cost irlandese». Quanto ai costi dell’ operazione, i 2 miliardi di euro di cui si parla per rimettere in pista Alitalia corrisponderebbero in realtà agli investimenti da liberare per i primi cinque anni (MF-Milano Finanza del 18 ottobre). Le risorse, perciò, non sarebbero solo a carico di FS ma dell’ insieme dei partner. A conferma,Di Maio ha detto di non aver chiesto soldi a FS, che dall’ insediamento del nuovo ad Gianfranco Battisti ha promesso di concentarre i suoi sforzi sul milgioramento del servizio pe ri pendolari. Quanto alla liquidità per rimborsare il prestito ponte di 900 milioni di euro da restituire entro il 15 dicembre, molto dipenderà dalla combinazione tra valutazione equity della compagnia e cassa residua alla data del closing. (riproduzione riservata) ANGELA ZOPPO

25/10/2018 – Italia Oggi

Salini Impregilo, a Lane due contratti per 400 milioni di dollari

La controllata Usa del gruppo lavorerà a due progetti nella Carolina del Nord e nel Tennessee, nei settori strade e acqua

Lane, controllata statunitense del Gruppo Salini Impregilo, ha vinto due contratti nella Carolina del Nord e nel Tennessee, nei settori strade e acqua, per un valore complessivo di 400 milioni di dollari, consolidando la sua leadership nel paese.

“Questi due nuovi contratti acquisiti negli Stati Uniti – afferma l’amministratore delegato Pietro Salini – ci consentono di rafforzare il nostro posizionamento nel paese, per noi ormai nostro primo mercato domestico per fatturato, e di consolidare il trend positivo di nuovi ordini, in linea col target del 2018, che riteniamo raggiungibile, anche considerando le altre gare per le quali siamo in attesa di assegnazione entro fine anno”.

Lane, informa una nota, è stata nominata best value proposer per un contratto design and build da 346 milioni di dollari in North Carolina, per il miglioramento della I-440/US 1 da sud di Walnut Street fino a nord di Wade Avenue. Il progetto prevede l’allargamento della strada interstatale da quattro a sei corsie per 6.5 miglia (12,04 km), per ridurre il traffico e la congestione anche delle vie di accesso, anche con la sostituzione della pavimentazione stradale e dei ponti. Si prevede di avviare il progetto ad inizio 2019, e di completarlo entro la prima metà del 2023.

Nel Tennessee, la controllata di Salini Impregilo ha vinto un contratto da 39 milioni di dollari, per il rinnovamento di un importante impianto di trattamento idrico a Knoxville, che aumenterà la capacità secondaria dell’impianto di trattamento delle acque reflue derivanti da piogge intense, portandola a 120 milioni galloni al giorno (circa 454 milioni di litri equivalenti). I lavori dovrebbero partire immediatamente, per essere completati entro il 2021.

25/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

La Soa Attico dichiarata decaduta da Cantone resta in attività grazie alla sospensiva del Consiglio di Stato

Mau.S.

Il 30 gennaio 2019 la decisione del Tar sul ricorso promosso dalla società romana contro la delibera dell’Anac

È tornata in attività a fine estate, dopo qualche settimana di stop, la Soa Attico «chiusa» dall’Autorità Anticorruzione a metà giugno. La società di attestazione romana ha infatti ottenuto dal Consiglio di stato la sospensiva della delibera (n. 532 depositata il 12 giugno 2018) con cui l’Anac ha dichiarato la decadenza dell’autorizzazione a operare nel settore della qualificazione delle imprese attive nel mercato dei lavori pubblici.

La decisione di Palazzo Spada ha ribaltato l’ordinanza (n. 4058/2018) con cui il Tar Lazio aveva deciso di non concedere la sospensiva del provvedimento di revoca e ha chiesto ai giudici amministrativi di pronunciarsi al più presto nel merito della questione. Al momento l’udienza per trattare il caso è fissata al 30 gennaio 2019. Fino ad allora la Soa rimane attiva, anche se ha subito qualche contraccolpo dalla sanzione comminata dall’Autorità lo scorso giugno (decadenza più sanzione di 30mila euro). «All’epoca la Soa contava un portafoglio di circa 1.400 imprese – dicono fonti interne alla Soa – dopo il provvedimento dell’Autorità abbiamo dovuto “liberarne” almeno un migliaio. Non tutte sono tornate».

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25/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Ospedali, pronta lista da 638 milioni per 24 opere con i soldi del fondo investimenti

Massimo Frontera

Il ministero della Salute ha definito l’elenco degli interventi già finanziati con 287,3 milioni e quello delle nuove opere da realizzare con 350 milioni da confermare

Il ministero della Salute ha individuato le priorità per quanto riguarda l’edilizia sanitaria, da realizzare con i fondi in capo alla presidenza del Consiglio: sia i primi fondi disposti dalla legge di Bilancio 2017, sia il secondo riparto, disposto l’anno successivo (ma mai reso efficace da un previsto Dpcm). Lo schema di decreto della Salute è pronto per essere discusso in conferenza Stato-Regioni, in ottemperanza alla nota sentenza della Corte Costituzionale n.74/2018 che impone un’intesa istituzionale sui provvedimenti che prevedono finanziamenti statali.

La prima lista conta 15 interventi per 287,3 milioni a valere sulla prima maxi-tranche del fondo investimenti della Presidenza del Consiglio (articolo 140 della legge di Bilancio 2017).

Il dicastero guidato da Giulia Grillo ha predisposto, come si diceva, anche una seconda lista, con gli interventi da realizzare con le risorse del rifinanziamento del maxi-fondo. Questo secondo elenco, anch’esso predisposto per l’intesa della conferenza Stato-Regioni, conta solo nove interventi per un valore complessivo molto elevato: 350 milioni di euro. La lista fa riferimento al secondo riparto, tra le amministrazioni centrali, dei 36 miliardi circa del fondo in capo a Palazzo Chigi, previsto da una bozza di Dpcm che è stata definita ad aprile scorso, ma che però non è mai stata perfezionata. Su questi soldi, peraltro, stando alle attuali bozze della legge di bilancio (ancora molto incomplete), il governo Lega-M5S sembra avere altri programmi e ipotizza un altro schema di riparto (tra amministrazioni centrali e amministrazioni territoriali). In ogni caso, il ministero della Salute, presentando questa lista di interventi da realizzare, ne conferma anche l’attualità e la priorità.

La nuova lista di interventi di edilizia sanitaria

La lista, che si legge nella nota di accompagnamento al testo inviato alle Regioni, include «gli interventi che questo ministero intende proporre all’esito della procedura di approvazione dei relativi provvedimenti». L’intervento più consistente è quello per realizzare il nuovo ospedale di Cesena, per un costo di 156 milioni di euro. Tra i maxi interventi c’è poi il nuovo ospedale di Teramo che prevede un costo di 81,6 milioni di euro. Il terzo capitolo di spesa, che vale 55 milioni di euro, riguarda il settore della ricerca ed è destinato agli “istituti virtuali di patologia della rete italiana degli Ircss”.

I NOVE INTERVENTI SELEZIONATI DAL MINISTERO DELLA SALUTE

La prima lista di interventi, già finanziati

Più concreta e operativa è la lista che riguarda il riparto della prima tranche di risorse del maxi-fondo di Palazzo Chigi, con un elenco distinto tra ospedali e enti ricerca. La lista dedicata agli ospedali conta cinque interventi per 264,2 milioni di euro e vede in testa il finanziamento da 91 milioni di euro per l’Istituto di ricovero Bonino Pulejo – Centro neurolesi di Messina. Tutti gli altri quattro interventi per l’edilizia ospedaliera sono localizzati nella regione Lazio. Il principale è quello per l’adeguamento e messa a norma del presidio ospedaliero di Sora (Fr) – Ospedale SS. Trinità – Località San Marciano, che vale 76,5 milioni, seguito dall’intervento di adeguamento e messa a norma del presidio ospedaliero Giovan Battista Grassi di Ostia per 55,1 milioni di euro. Il capitolo dedicato all’edilizia per gli enti di ricerca conta 10 interventi per un totale di 23,13 milioni di euro.

I 15 INTERVENTI SELEZIONATI DAL MINISTERO DELLA SALUTE

Programma «coerente» con investimenti Inail

Come è noto, anche l’Inail può avere un rilevante ruolo a sostegno dei programma di edilizia sanitaria. La lista dei possibili investimenti è già stata compilata dall’istituto, a seguito di un bando rivolto alle amministrazioni interessate. A questo proposito il ministero della Salute assicura che la lista di interventi che si popone di finanziare «trova coerenza con gli accordi di programma in corso di predisposizione ai sensi dell’articolo 20 della legge 67/88 (cioè il principale canale di finanziamento dell’edilizia sanitaria, ndr) e con gli interventi identificati in attuazione dell’art. 1 commi 602-603 della legge 232 del 2016 (investimenti Inail)».

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25/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Anas concessionario stradale in Russia, in pista investimenti da 11,6 miliardi

Alessandro Arona

Due contratti già firmati per 1,6 miliardi, accordo da completare per gli altri dieci – Lavori, spazio anche per imprese italiane

L’Anas diventa concessionario autostradale in Russia (costruzione, manutenzione e gestione): subito e con certezza per 458 km di tracciati (esistenti o da costruire), con investimenti programmati per 1,62 miliardi di euro; e “potenzialmente”, con contratti da perfezionare, per altri 729 km e investimenti per 10 miliardi di euro. Gli accordi sono stati firmati oggi a Mosca dall’amministratore delegato di Anas Gianni Vittorio Armani (alla presenza del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e del Presidente russo Vladimir Putin) con il Russian Direct Investment Fund (Rdif), e valgono dunque oltre 11,6 miliardi di euro di investimenti per lo sviluppo congiunto di 1.100 km di autostrade a pedaggio in Russia. I due contratti già firmati valgono 1,62 miliardi, gli altri 10 miliardi sono all’interno di un accordo quadro, che Anas e il governo italiano contano di trasformare presto in contratto.

Chi realizzerà i lavori? In base alla legge russa le imprese locali dovranno essere privilegiate negtli affidamenti, ma Anas conta di riservare uno spazio alle italiane, almeno per le progettazioni, i servizi e i lavori a più alta specializzazione.

Questi i contratti già firmati: 1) costruzione e gestione di una tratta del bypass di Krasnodar sulla M4 Don nella parte occidentale del paese (per una lunghezza totale di 52,6 km), con investimenti per 450 milioni di euro, per la quale Anas sarà co-concessionaria insieme a Rdif ed erogherà servizi di operation e maintenance (cioè gestione e manutenzione); 2) ammodernamento e gestione dell’autostrada M4 a nord di Rostov/Don (Sezione 3, per una lunghezza totale di 309 km) dal valore di oltre 70 milioni di euro, per la quale Anas sarà co-concessionaria insieme a Rdif. La tratta, partendo da Mosca, raggiunge Novorossiysk passando per Voronezh, Rostov-sul-Don e Krasnodar; 3) Anas sarà co-concessionario insieme a Rdif per il progetto per 96,5 km relativo alla quarta sezione del Central Ring Road di Mosca, investimenti per 1,1 miliardi di euro. La prima fase del progetto prevede la realizzazione di quattro corsie di traffico (due per ogni direzione) e la costruzione di 17 ponti, 40 sovrapassaggi e 9 cavalcavia. In tutto questi tre contratti valgono investimenti per 1,62 miliardi di euro, su 458 km di autostrade.

Il piatto più ricco dell’accordo è nella parte non ancora contrattualizzata dell’accordo: il futuro coinvolgimento di Anas nella costruzione della superstrada “Moscow-Nizhny Novgorod-Kazan”, all’interno del corridoio di trasporti internazionale “Europe-Western China” (lunghezza totale circa 729 km). Il progetto Mosca-Kazan, uno dei più grandi progetti autostradali previsti nel prossimo futuro, è destinato a connettere velocemente Europa e Cina e prevede lavori per un valore che potrà sfiorare i 10 miliardi di euro. «Quando abbiamo iniziato le attività sull’autostrada M4 tra Krasnodar e Rostov, circa un anno fa – ha dichiarato l’amministratore delegato dell’Anas Gianni Armani – siamo partiti da un progetto pilota su 228 km e, oggi, questa firma conferma la sinergia tra i due Paesi. Il know how e le best practice di Anas sono state applicate con successo grazie alla collaborazione con il Rdif».

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25/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Infrastrutture, Toninelli «scongela» il passante di Bologna

Ilaria Vesentini

Incontro Mit-regione: i ministro chiede tempo per un approfondimento. Bonaccini: non azzerare l’iter

Nessuno si aspettava una fumata bianca da Roma sul Passante di Bologna, ma l’apertura arrivata ieri dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, durante il primo vis-a-vis istituzionale con il governatore Stefano Bonaccini, e la richiesta di «un po’ di tempo» per approfondire la questione della soluzione per sbloccare il crocevia padano è già un primo passo. Parla di «un clima di reciproco ascolto» con l’auspicio sia «il preludio per affrontare e risolvere in modo ragionevole un problema che non è solo dell’Emilia-Romagna ma dell’intero Paese», il presidente della regione Bonaccini. Riferendo che per quanto riguarda le altre due infrastrutture chiave del territorio, Cispadana e bretella Campogalliano-Sassuolo, non ci sono niet da parte del Governo.

Il Mit «non ha avallato nulla né su Passante di Bologna né’ su Campogalliano-Sassuolo», scrive in un tweet il sottosegretario grillino alle Infrastrutture Michele Dell’Orco, presente all’incontro assieme all’assessore regionale ai Trasporti, Raffaele Donini. Sul Passante «aspettiamo ancora dati da Autostrade, dall’altra (sulla bretella, ndr) tutto dipende dall’iter burocratico. Useremo al meglio i soldi pubblici», precisa il deputato M5S, modenese da sempre contrario all’autostrada che dovrebbe tagliare la sua terra per collegare A22 e Pedemontana. Un’opera da mezzo miliardo di euro che il distretto ceramico di Sassuolo aspetta da 40 anni e che ha già superato tutti gli iter autorizzativi (il via libera della Corte dei Conti è di luglio scorso): il Governo sta solo aspettando «di ricevere dal concessionario il progetto esecutivo e il definitivo dell’annessa tangenziale di Rubiera», precisa il comunicato di viale Aldo Moro. Nessun veto romano può bloccare la Cispadana, in quanto autostrada di competenza regionale, ma servirebbe un aiuto economico perché i costi sono lievitati di 200 milioni di euro, rispetto ai 1.300 iniziali, a causa degli iter biblici (solo per la Via ci sono voluti cinque anni) relativi ai 67 km di arteria veloce tra i caselli di Reggiolo-Rolo sull’A22 e di Ferrara sud sull’A13.

Sul Passante di Bologna di certo c’è oggi solo l’impegno formale di Toninelli e Bonaccini di «rivedersi in tempi brevi per affrontare il tema in contraddittorio, alla luce della documentazione che il Ministero acquisirà e degli studi già condotti dalla Regione». Sul tavolo anche l’ipotesi “banalizzazione” che più piace ai giallo-verdi (l’unione di tangenziale e autostrada con cinque corsie per senso di marcia) rispetto alle opzioni Nord, Sud e “di mezzo” (allargamento in sede di A14 e tangenziale).«La cosa più importante su cui abbiamo convenuto – conclude Bonaccini – è l’urgenza di un intervento sul nodo di Bologna e la necessità di non azzerare l’iter amministrativo fin qui compiuto».

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25/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Pasticcio qualificazione: giallo sul rapporto tra categorie prevalenti e specialistiche

Laura Savelli

Incerta la necessità di possedere l’attestazione Soa a copertura delle categorie scorporabili a qualificazione obbligatoria. Serve una norma

Dopo quasi due anni dall’entrata in vigore del decreto sulle categorie superspecialistiche (Sios, Dm 248/2016) il meccanismo della qualificazione resta ancora un giallo. A confermarlo, sono anche i quesiti dei lettori di Edilizia e Territorio che, ad oggi, continuano ad interrogarsi sulla necessità di possedere o no l’attestazione Soa a copertura delle categorie scorporabili a qualificazione obbligatoria. Ma, l’attuale dato normativo non sembra consentire risposte certe, esponendo in particolar modo le stazioni appaltanti al rischio di affidare l’esecuzione dei lavori ad imprese carenti dei necessari requisiti di qualificazione che, a questo punto, non può che essere scongiurato da un intervento legislativo.

Le regole precedenti

La scena del crimine è collocata all’interno dell’articolo 12, comma 2, del decreto-legge 28 marzo 2014, convertito dalla legge 23 maggio 2014, n. 80, che aveva riprodotto il contenuto delle disposizioni originariamente affidate all’articolo 109 del d.P.R. n. 207/2010.

Come noto, in base a tali regole, era consentito alle imprese di poter prendere parte ad una gara con il solo possesso dell’attestazione Soa nella categoria prevalente indicata nel bando ed in una classifica pari all’importo a base d’asta.

Tuttavia, questi requisiti non erano considerati sufficienti laddove, nell’ambito dell’opera, fossero ricomprese lavorazioni – di importo singolarmente superiore al dieci per cento del totale o a 150 mila euro – appartenenti alle categorie di opere generali e alle categorie di opere specializzate che erano indicate come categorie a qualificazione obbligatoria dall’Allegato A del d.P.R. n. 207/2010, e inserite nel bando come categorie scorporabili.

Pertanto, qualora il concorrente fosse stato in possesso della sola categoria prevalente per un importo corrispondente alla base d’asta, poteva supplire alla propria carenza di qualificazione, subappaltando queste lavorazioni ad imprese in possesso delle relative attestazioni, anche per il loro intero importo, in base all’allora vigente articolo 118 del d.lgs. n. 163/2006.

In questo scenario, erano poi presenti anche le categorie superspecialistiche (Sios), rispetto alle quali era però fissato un limite massimo di subappaltabilità al trenta per cento del loro importo, se la lavorazione aveva un’incidenza superiore al quindici per cento del totale dei lavori (articolo 37, comma 11, d.lgs. n. 163/2006). In caso contrario, la stessa categoria superspecialistica poteva essere subappaltata per l’intero.

In buona sostanza, tutte le lavorazioni che non venivano, o non potevano, essere subappaltate, dovevano essere compensate con la costituzione di un’associazione temporanea di tipo verticale.

Le regole attuali

Questo apparato normativo è stato mantenuto in vita di certo fino alla data del 19 gennaio 2017, quando è entrato in vigore il decreto Mit 10 novembre 2016, n. 248, chiamato dall’articolo 89, comma 11, del nuovo Codice a ridefinire l’elenco delle cosiddette Sios.

Fino a questo momento, la sua sopravvivenza era stata infatti garantita dall’articolo 216, comma 15, del d.lgs. n. 50/2016 che, nel delineare le disposizioni transitorie per consentire il passaggio da una disciplina all’altra, ha consentito di continuare ad applicare l’articolo 12 del decreto legge n. 47/2014 nelle more dell’adozione del decreto Mit; mentre, l’articolo 217, comma 1, lettera nn), del Codice provvedeva ad abrogare una parte dei commi dell’articolo 12, eccezion fatta però proprio per il comma 2.

Tecnicamente dunque, non vi è stata un’abrogazione espressa di tale disposizione; ma, al tempo stesso, la sua decadenza è comunque intervenuta nel momento in cui è stato adottato il decreto ministeriale; anche perché, se così non fosse, si dovrebbero continuare a considerare ancora vigenti tutte le norme fatte salve dall’articolo 216 del Codice, nonostante la definizione dei relativi provvedimenti di attuazione.

Dal canto suo, il Dm. n. 248/2016 non ha però provveduto a ripristinare i contenuti dell’articolo 12, comma 2, del decreto-legge n. 47/2014, limitandosi invece ad assolvere al solo compito cui era stato chiamato dall’articolo 89, comma 11, del Codice, vale a dire alla riscrittura dell’elenco delle categorie superspecialistiche, e a stabilire – come in passato – che le Sios sono subappaltabili nei limiti del trenta per cento del proprio valore, se hanno un’incidenza superiore alla soglia del dieci (anziché, quindici) per cento rispetto al totale dei lavori. Con una sola precisazione: questa quota di lavorazioni affidabili in subappalto non viene computata nell’ambito del trenta per cento generale di subappaltabilità delle prestazioni riconosciuto dall’articolo 105, comma 2, del Codice, a meno che la categoria superspecialistica non abbia un’incidenza inferiore al dieci per cento.

Questo, in sintesi, il risultato dell’operazione: ad oggi, sembra non esservi più alcuna traccia della regola tradizionale dapprima contenuta nell’articolo 109 del d.P.R. n. 207/2010, e poi confluita nell’articolo 12, comma 2, del decreto-legge n. 47/2014. Ma, a restare in piedi, è solo l’articolo 92, comma 1, del Regolamento il quale, non essendo stato ancora abrogato, continua a disporre che il concorrente singolo può partecipare alla gara, qualora sia in possesso dei requisiti relativi alla categoria prevalente e alle categorie scorporabili per i singoli importi, fermo restando che queste ultime – se non possedute – devono trovare copertura nella categoria prevalente.

Le possibili interpretazioni e conseguenze

Dinanzi a questa lacuna normativa, resta dunque l’interrogativo su come debbono comportarsi stazioni appaltanti e imprese ai fini della qualificazione in una gara d’appalto.

Secondo una interpretazione letterale, la sopravvivenza del solo articolo 92, comma 1, del d.P.R. n. 207/2010 lascerebbe intendere che un concorrente possa dimostrare la propria qualificazione, producendo l’attestazione Soa nella categoria prevalente a copertura dell’intero importo a base d’asta, e non debba pertanto più giustificare nulla rispetto alle categorie scorporabili.

Volendo esemplificare, con un appalto che vale 100 e che è suddiviso in una prevalente da 60 e in una scorporabile da 40, al concorrente basterebbe dimostrare di avere un’attestazione Soa nella categoria prevalente per un importo pari a 100.

In base ad una seconda interpretazione, si potrebbero invece ritenere ancora applicabili le regole tradizionali, a condizione però che venga fornita un’adeguata copertura normativa con la quale si provveda al loro effettivo ripristino all’interno dell’ordinamento; e comunque, anche in questa eventualità, non sarebbe possibile tralasciare il fatto che la disciplina originaria confidava su una norma – come l’articolo 118 del d.lgs. n. 163/2006 – che consentiva di subappaltare il cento per cento delle categorie a qualificazione obbligatoria, mentre l’articolo 105, comma 2, del vigente Codice pone un limite percentuale rapportato all’importo contrattuale, e non alle lavorazioni, che potrebbe non riuscire a contenere l’eventuale affidamento in subappalto di tutte le scorporabili.

Sempre partendo dall’esempio, la vigente normativa in materia di subappalto consentirebbe oggi ad un’impresa di coprire la scorporabile che vale 40 entro il limite di 30, essendo questa la soglia massima consentita rispetto all’intero appalto; mentre, nell’impostazione originaria della norma, si ammetteva la subappaltabilità dell’intera categoria, a prescindere dal suo valore.

Infine, resta una terza interpretazione, la quale consiste di ipotizzare che i concorrenti debbano possedere tutti i requisiti previsti dal bando, ed avere un’attestazione Soa a copertura di ogni categoria richiesta dalla stazione appaltante, e possano dunque sopperire alle proprie carenze di qualificazione solamente tramite Rti verticale o avvalimento.

Questa soluzione troverebbe il suo fondamento normativo nell’articolo 216, comma 14, del d.lgs. n. 50/2016 il quale, nelle more dell’adozione del linee-guida del Mit sul sistema Soa, consente di continuare ad applicare le norme regolamentari sulla qualificazione «in quanto compatibili»; e, da questo punto di vista, si potrebbe ritenere che l’articolo 92, comma 1, del d.P.R. n. 207/2010 non sia più tale, poiché il suo contenuto ha un significato solo se legato a quello dell’articolo 109 (cioè dell’articolo 12, comma 2, del decreto-legge n. 47/2014), oggi venuto meno.

Al momento, però, nonostante le possibili interpretazioni, resta ancora un giallo irrisolto, e forse l’unico dato certo è che questo cold case debba essere risolto necessariamente dal legislatore.

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