Rassegna stampa 24 ottobre 2018

23/10/2018 16.59 – RADIOCOR

Energia: gruppo Plt chiude finanziamento da 162 mln per parco eolico

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Milano, 23 ott – Plt Energia, holding italiana di partecipazioni industriali operante nel mercato delle energie rinnovabili, comunica che il gruppo Plt ha concluso un’operazione di finanziamento ibrido composto da una emissione obbligazionaria e finanziamento bancario a favore di Plt wind spa (societa’ interamente controllata da Plt energia) volta a consentire, tra le altre cose, il rifinanziamento di un portafoglio di 9 impianti eolici per una potenza complessiva installata di 110,6 MW. L’emissione ha una struttura finanziaria che comprende sia un loan bancario sia un project bond, entrambi senior secured, per un ammontare complessivo di 162,3 milioni. com-che

23/10/2018 15.10 – quotidiano energia

Gare gas, Como 1 rinvia

I 90 giorni previsti per la procedura di verifica sui nuovi valori rettificati secondo le indicazioni dell’Arera “potrebbero sovrapporsi ai termini di spedizione degli inviti a presentare un’offerta” e comportare quindi il mancato rispetto dei termini “ponendo nel nulla la procedura di gara avviata”. E’ la motivazione con cui la Provincia di Como, con un avviso apparso oggi sulla Gazzetta Ufficiale Ue, ha rinviato dal 7 novembre 2018 al 30 aprile 2019 la scadenza per la presentazione delle istanze di partecipazione alla gara per l’affidamento in concessione del servizio di distribuzione gas nell’Atem Como 1.

Una nota pubblicata sul sito della Provincia di Como spiega che è attualmente in corso il sub-procedimento di verifica da parte dell’Autorità sugli scostamenti Vir-Rab superiori al 10%, ai sensi del D.M. 226/2011 e della delibera 905/2017/R/Gas. Lo scorso luglio sono pervenute alla stazione appaltante le osservazioni e i rilievi dell’Arera in merito alla documentazione riguardante l’analisi degli scostamenti Vir-Rab superiori al 10% trasmessa dai Comuni e caricata dalla stazione appaltante sulla piattaforma dell’Autorità. Quest’ultima dovrà completare nei successivi 90 giorni la procedura di verifica dei valori di rimborso e tale periodo, “pur non incidendo il alcun modo sulla fase di prequalifica in atto che viene svolta sulla base di parametri certi ed esistenti, condiziona la fase successiva di invito a presentare offerta”.

La Provincia di Como sottolinea comunque che “le eventuali domande di partecipazione già presentate possono, a scelta dell’operatore economico, essere mantenute nel sistema Sintel o ritirate e ripresentate entro i termini summenzionati”.

L’Atem Como 1 – Triangolo Lariano e Brianza Comasca copre un’area di 394 kmq con 1.371 km di rete e 106.271 punti di riconsegna cui sono stati distribuiti nel 2012 un totale di 213.297.000 mc. Il bando ha un valore stimato in 179.839.296 euro (più Iva), con un valore annuo del servizio di 14.986.608 € (più Iva).

E’ intanto arrivato all’attenzione dell’Autorità il bando per la gara gas Modena 1. A quanto si apprende dal cruscotto aggiornato, la comunicazione risale al 17 ottobre e l’Arera ha deciso un differimento dell’analisi.

Stando ai dati del Mise risalenti al 2012, l’Atem Modena 1 copre un’area di 1.384 kmq con 3.105 km di rete e 230.892 Pdr cui sono stati distribuiti un totale di 519.417 mc.

24/10/2018 – MF

Risveglio delle opere pubbliche, Ance plaude a riforma aggiudicazioni

In Sicilia, nonostante le perduranti complicazioni e il sistema di aggiudicazione al massimo ribasso introdotti dal Codice nazionale degli appalti, nei primi otto mesi dell’ anno si è registrata una ripresa del mercato delle opere pubbliche rispetto allo stesso periodo del 2017. Secondo le anticipazioni delle elaborazioni dell’ Osservatorio di Ance Sicilia, l’ insieme dei bandi pubblicati da tutte le stazioni appaltanti, nazionali e regionali, ha prodotto 865 gare contro 845 (in lieve ripresa con 20 incanti in più, pari al +2,37%) per un importo complessivo di 860 milioni di euro (erano stati 854 da gennaio ad agosto dell’ anno scorso, +0,62%). Però, in questo insieme, si nota che a livello di Regione e di enti locali le stazioni appaltanti hanno compiuto quasi un raddoppio e sono riuscite a recuperare il drammatico crollo del 2016 e del 2017, riportandosi ai livelli del 2015: 137 gare (+82,67%) per 194 milioni di euro (+73,13%) sempre rispetto allo stesso periodo del 2017. Va, comunque, notato che nel 2007, anno di inizio della crisi, le stazioni appaltanti regionali avevano bandito 818 gare per 890 milioni. Sulla base di questi dati, il Comitato di presidenza dell’ Ance Sicilia, riunito a Palermo, ha valutato con estremo interesse l’ approvazione, da parte della Giunta regionale, del disegno di legge che, nell’ intento di migliorare la norma nazionale che si è rivelata tanto dannosa, riforma il metodo di aggiudicazione delle opere pubbliche, estendendo il criterio del minor prezzo con l’ esclusione automatica delle offerte anormalmente basse a tutte le opere di importo inferiore o pari alla soglia comunitaria di 5.548.000 euro, e introducendo un metodo di calcolo antiturbativa della soglia di anomalia delle offerte che è non predeterminabile ed è il più valido e trasparente possibile per sbloccare la pubblicazione dei bandi, interrompere la serie crescente di ribassi eccessivi e arrestare la dilagante concorrenza sleale nella partecipazione alle gare. «Auspichiamo», ha dichiarato il presidente di Ance Sicilia, Santo Cutrone, «che l’ Ars approvi subito il disegno di legge, affinché possa essere preso a riferimento dal governo nazionale come modello innovativo e di legalità. Infatti, il vicepremier Matteo Salvini, intervenendo all’ assemblea nazionale dell’ Ance, ha promesso la modifica del Codice nazionale degli appalti entro il prossimo mese di novembre e sono certo che terrà conto della riforma anticipata dalla Sicilia e che la sosterrà. È stato, infatti, dimostrato dall’ esperienza che il criterio previsto attualmente dal Codice nazionale degli appalti, strenuamente difeso dal precedente governo nazionale, è sbagliato, colpisce il sistema sano delle imprese ed è inapplicabile in un Paese che voglia garantire trasparenza, leale concorrenza e contrasto alle imprese illegali». (riproduzione riservata) ANTONIO GIORDANO

24/10/2018 – La Repubblica

Il carrozzone Alitalia-Fs ci costerà due miliardi e taglierà i treni pendolari

Aerei e binari Il ritorno dello Stato padrone A fine mese scade il termine per la presentazione delle offerte: Lufthansa, Wizzair ed easyJet chiedono riduzioni del personale, mentre Ferrovie pensa di accollarsi mille dipendenti
MILANO Il salvataggio a tappe di Alitalia inizia, cortesia del governo gialloverde, con un paio di certezze: la prima è che a metterci i soldi, in attesa messianica dei soci privati, saranno per l’ ennesima volta i contribuenti, via Fs. La seconda è che per mettere in sicurezza la compagnia di bandiera si utilizzano i soldi destinati, in teoria, ai nuovi treni per i pendolari. Mettendo a rischio la solidità finanziaria (e il rating) delle Ferrovie senza avere ad oggi un reale piano complessivo per i trasporti nazionali che giustifichi il matrimonio tra l’ aereo e il treno. Una coppia promiscua (o un nuovo carrozzone di Stato, dicono i pessimisti) che nessuno al mondo ha mai provato a far convivere in comunione dei beni sotto lo stesso tetto. L’ accelerazione del ministro allo Sviluppo economico, Luigi Di Maio, sulla partita dell’ ex-compagnia di bandiera ha una spiegazione semplice. «Secondo me se si fa un buon lavoro sul piano industriale di Alitalia, sui manager e i partner europei, probabilmente non ci sarà neanche bisogno di interventi pubblici» aveva detto il vice-premier ad aprile 2017. Non è andata così, evidentemente. E ora il tempo stringe: entro fine ottobre scade il termine per la presentazione d’ offerte per Alitalia. Tutte le avances arrivate sul tavolo dei commissari – da Lufthansa a Easyjet fino a Wizzair – chiedono una ristrutturazione preventiva della società con un corollario di esuberi (i tedeschi ne chiedono circa 4mila) di cui il governo non vuol sentire parlare. Il 15 dicembre l’ aerolinea dovrebbe restituire al Tesoro il prestito ponte che l’ ha tenuta in vita negli ultimi due anni. Un miliardo tra capitale e interessi che in cassa non ci sono. Morale: la bomba ad orologeria di Alitalia – che perde ancora più di un milione al giorno – rischia di scoppiare in mano al governo in tempi strettissimi. E la discesa in campo delle Ferrovie ha il pregio, dal punto di vista della maggioranza, di procrastinare – a spese del contribuente – il redde rationem, affogando nel mare magnum del bilancio delle Fs gli storici bubboni, le perdite (e qualcuno dice anche gli esuberi) della compagnia. Quanto dovranno pagare ancora per il salvataggio di Alitalia gli italiani? A occhio e croce, in una prima fase, tra uno e due miliardi. Il Tesoro – se Tria e la Ue daranno il via libera (difficile) – convertirà una quota del prestito ponte in capitale per entrare con il 15% nel gruppo. Spesa – viste le cifre indicate da Di Maio – tra i 250 e i 300 milioni, soldi che arrivano dritti dritti dalle casse dello Stato. Poi le Fs rileveranno il resto delle azioni, visto che malgrado i «tanti soggetti esteri interessati alla compagnia» (Di Maio dixit) e un iter di vendita che dura da più di un anno, nessuno per ora pare disposto a metterci un centesimo. Se l’ equity – come ha detto il vice-premier – della nuova Alitalia sarà tra 1,5 e 2 miliardi, le Ferrovie dovranno mettere sul piatto (si vedrà se in contanti o come) almeno un miliardo. Soldi distratti al tesoretto da 6 miliardi necessario per rinnovare e ringiovanire i treni dei pendolari. Con il rischio, oltretutto, che Alitalia (in rosso per 500 milioni nel 2018) possa azzerare gli utili di Fs (che guadagna più o meno la stessa cifra). Chi paga a piè di lista, anche in questo caso, sono i cittadini, visto che i bilanci delle Fs stanno in piedi solo grazie a un ingente trasferimento di denaro pubblico, pari a circa 3 miliardi l’ anno. Cifra abbastanza capiente per ammortizzare i guai di Alitalia e buona, dice il tam tam romano, anche per assorbire un po’ di esuberi del vettore – si parla di un migliaio – rendendolo più appetibile per un eventuale partner. Nulla però è gratis. Mille dipendenti in più in carico ai treni sono mille stipendi in più da pagare, le risorse buttate in queste buste paga finirebbero per drenare altre risorse. E con la coperta finanziaria sempre più corta causa spese del matrimonio, il rischio è che possano rallentare gli investimenti sulle rotaie e si dilazionino nel tempo gli acquisti dei nuovi treni destinati a migliorare la vita quotidiana dei pendolari. La speranza delle Fs è quella di non trovarsi il cerino in mano quando sarà il momento di mettere mano al portafoglio per rinnovare la flotta a lungo raggio – anche qui balla qualche miliardo – necessaria a rilanciare il vettore. Onere che però – ha ventilato Di Maio – potrebbe essere girato a Cdp. Che procederebbe all’ operazione, tanto per cambiare, con i quattrini degli italiani. L’ argine a questa emorragia di denaro statale potrebbe essere l’ arrivo del principe azzurro privato evocato da Di Maio. Ma i tempi non saranno di sicuro stretti. La “flotta di Stato” (copyright del presidente di Assolombarda Carlo Bonomi) torna così per ora in carico agli italiani. E forse, come ha suggerito il numero uno degli industriali del Nord, sarebbe giusto chiedere a loro con un referendum «se vogliono pagare di tasca propria un’ altra volta» il salvataggio della compagnia. © RIPRODUZIONE RISERVATA. ETTORE LIVINI

24/10/2018 – La Stampa

Di Maio: “Su Alitalia trovata la quadra” Ma resta il nodo Mef

PER L’ OFFERTA VINCOLANTE C’ E’ TEMPO FINO AL 31 OTTOBRE
Il vicepremier punta sulla partnership con le Ferrovie che però sono in attesa delle indicazioni di Tria
Il vicepremier Luigi Di Maio vuole una soluzione per Alitalia entro la fine del mese e l’ unica possibilità a breve termine è l’ intervento diretto delle Ferrovie dello Stato, che dovrebbero inviare un’ offerta vincolante entro il termine del 31 ottobre. L’ accordo politico ci sarebbe, dopo l’ iniziale tentennamento del ministro dell’ Economia Giovanni Tria, azionista delle Fs. L’ azienda dei trasporti ferroviari è in attesa ora di un’ indicazione formale da parte del Tesoro. Sembra probabile comunque che l’ offerta vincolante arrivi nel rispetto dei tempi, e cioè entro otto giorni. Altrimenti il governo sarà costretto a varare un decreto, su cui i tecnici sono già al lavoro, per prorogare i termini. «Abbiamo avuto modo in questi giorni – spiega Di Maio – di fare una riunione con il premier Giuseppe Conte e con il ministro Tria, con il ministro Danilo Toninelli e il vicepremier Matteo Salvini e abbiamo trovato la quadra e quindi si procederà in tal senso». Per il vicepremier il rilancio della nuova Alitalia deve avvenire in più fasi. Il piano del governo Il primo passaggio è l’ acquisizione da parte delle Ferrovie di tutta la compagnia aerea. L’ amministratore delegato di Fs Gianfranco Battisti non sarebbe così favorevole a imbarcarsi in questa operazione: il matrimonio tra aerei e treni è infatti di un unicum a livello europeo. Anche per questo aveva inviato una lettera al Mef per chiedere indicazioni su come muoversi. Ora che «la quadra è stata trovata», come assicura Di Maio, il Tesoro dovrebbe dare precise indicazioni alle Ferrovie. E anche in fretta, visto che i tempi sono stretti. A confermare il progetto è lo stesso vicepremier: «La partnership tra Fs e Alitalia è il punto di partenza». C’ è poi la fase successiva, che è in realtà la più complessa perché il governo dovrà da un lato farsi restituire entro metà dicembre il prestito da 900 milioni reinvestendone una parte e dall’ altro dovrà individuare il nuovo partner del settore. Il faro dell’ Ue Il problema primario sembra quello di sviluppare un’ operazione in linea con le norme europee. Proprio per questo il ministro Tria si sarebbe riservato di consultare Bruxelles per esplorare se la strada intrapresa, in particolare per quanto riguarda gli aspetti finanziari, sia nel pieno rispetto delle regole Ue. Di Maio infatti ha annunciato che una parte del prestito pubblico da 900 milioni, e cioè circa 200-300 milioni, sarà investita nella nuova compagnia, per avere una quota in mano al Tesoro di circa il 15%. Si tratta comunque di un piano – che prevede anche il coinvolgimento della Cassa depositi e prestiti per finanziare la nuova flotta – che è stato finora solamente abbozzato. I vettori interessati C’ è infine un problema non da poco, vale a dire l’ individuazione di un partner del settore, che andrebbe ad affiancare le Fs e il ministero dell’ Economia. Di Maio assicura che «gli investitori arriveranno perché abbiamo dei contatti importantissimi». A sentire però fonti al lavoro sul dossier, non ci sarebbero opzioni concrete. Anche perché nessun colosso dei cieli si avvicinerebbe ad un progetto ancora delineato nelle sue linee generali. Le compagnie cinesi inizialmente tirate in ballo non sarebbero un’ opzione realistica, mentre quella dell’ americana Delta ad oggi è la pista più concreta. Ci sono poi le due compagnie già in gara nella fase precedente, cioè Lufthansa e Easyjet, che restano per ora a guardare. Quello che interessa al governo comunque è creare con Ferrovie «una nuova idea di trasporto in Italia e quindi una nuova idea di turismo», assicura Di Maio. Un progetto di rilancio, il terzo in dieci anni, che però è ancora tutto da scrivere. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI. NICOLA LILLO

24/10/2018 – La Sicilia
Appalti e burocrazia, il Governo regionale vara Ddl su snellimento procedure

giunta regionale sicilia. Il presidente Musumeci: «Recepite le istanze di imprese e categorie»

L’assessore Falcone: «Intendiamo aprire dibattito nazionale su modifica del Codice degli appalti per snellire le procedure e aumentare la trasparenza»

«Con il Disegno di legge varato ieri dalla Giunta regionale si pongono le basi per un virtuoso snellimento delle procedure negli appalti pubblici e nell’attività edilizia privata, recependo le istanze a vari livelli che le imprese e le categorie pongono da tempo: meno burocrazia, più efficienza nella spesa pubblica, semplificazione dei rapporti con le strutture amministrative». Il presidente della RegioneNello Musumeci commenta così il via libera al Ddl su “Centrale unica di committenza, Urega, uffici del Genio civile, rischio sismico e snellimento procedure”.

Una prima novità riguarda la presentazione al Genio civile dei progetti inerenti lavori in zona sismica. Dopo l’intervento della Corte Costituzionale sull’illegittimità di alcuni aspetti della legge regionale 16/2016, si è infatti determinato un aggravio del carico di lavoro sugli uffici del Genio civile. Non basta più il semplice deposito del progetto con autocertificazione per avviare i lavori, ma serve attendere la singola autorizzazione dei tecnici. Il Ddl consente invece all’Assessorato a varare un regolamento per snellire le procedure, senza comunque entrare in conflitto con il pronunciamento della Consulta. L’obiettivo è di introdurre un meccanismo di controlli a campione su pratiche come verifica dei lavori e l’adeguamento antisismico.

Aspetto cruciale è inoltre la modifiche degli articoli 95 e 97 del codice degli appalti. La soglia per gli appalti da affidare con il criterio dell’offerta più vantaggiosa si alza fino alla soglia comunitaria. Il Governo Musumeci ha così fatto propria la proposta di alcune associazioni datoriali e dei rappresentanti di categoria (Ance, Confartigianato, Creda), al fine di eliminare anche il rischio di offerte eccessivamente basse. «Con questa iniziativa – afferma l’assessore regionale delle Infrastrutture Marco Falcone – è intendimento del Governo regionale aprire un dibattito a livello nazionale per giungere a una modifica del Codice degli appalti, finora dimostratosi inefficace sia sullo snellimento che sotto il profilo della trasparenza delle procedure».

Il Ddl prevede inoltre la istituzione della Centrale unica di committenza, creando due strutture: la prima, per le acquisizioni di lavori, presso l’Assessorato alle Infrastrutture al fine di sfruttarne le competenze tecniche; la seconda, per beni, forniture e servizi, presso quello dell’Economia. Infine, è prevista dal Ddl una riorganizzazione degli Urega, gli uffici che si occupano delle gare, soprattutto per quel che riguarda la platea dei dirigenti che entreranno a far parte delle commissioni di gara. Con l’approvazione di questo Ddl, alle stesse commissioni potranno partecipare, previa verifica del curriculum, i dirigenti di tutti i rami dell’Amministrazione, piuttosto che solo quelli del ramo tecnico.

 

24/10/2018 – Il Sole 24 Ore –Edilizia e territorio

Banda larga/2. Semplificazioni per velocizzare i cantieri della fibra

A.Bio.-C.Fo.

Progetti definitivi e cantieri a rilento. Open Fiber: problemi per ottenere i permessi

C’è un documento condiviso da tutte le Regioni e trasmesso al governo che suona molto critico sull’implementazione del Piano. Si cita ad esempio il fatto che rispetto ai piani iniziali molti Comuni inizialmente inclusi nelle “aree bianche”, quindi a fallimento di mercato e coperti dall’intervento pubblico, siano stati spostati tra le aree grigie. E si evidenzia che altri Comuni si ritrovano isolati per effetto dell’istruttoria Antitrust su quello che era il progetto “Cassiopea” di Tim. Ma c’è anche un tema di autorizzazioni locali che adesso il governo e la maggioranza vorrebbero rivedere. Mirella Liuzzi, deputata M5S, segue per il Movimento i dossier tlc, come quello sul Sinfi (il catasto unico del sottosuolo che serve per condividere le infrastrutture di posa ed impedire duplicazioni per chi installa la fibra) «che ora – dice – dobbiamo sbloccare». Allo stato attuale 561 operatori e la gran parte dei Comuni italiani (solo 7 sono adempienti)non hanno comunicato i dati al Sinfi.

«Abbiamo trovato una situazione di grave ritardo. Si potrebbe prevedere un sistema di sanzioni/incentivi per chi deve trasferire le informazioni». Al ministero, con il coordinamento del consigliere giuridico Marco Bellezza, si è insediato un nuovo comitato di coordinamento e sarà emanato un regolamento. «E nel percorso parlamentare della manovra – aggiunge Liuzzi – potremmo inserire alcune semplificazioni sulle autorizzazioni per la posa della fibra».La questione delle semplificazioni è in cima alle priorità degli operatori del settore. Lo è ancora di più dopo l’asta per le frequenze del 5G che ha portato a esborsi totali, su più anni, di 6,55 miliardi. Dopo le frequenze servono gli investimenti, e la industry non può sobbarcarsi tutto l’onere è il ragionamento delle telco. Al di là del mobile di prossima generazione, c’è tutto il tema del rollout della rete fissa. E anche qui l’indice è puntato su meccanismi e procedure bollate come ridondanti. Facile che il pensiero finisca a Open Fiber e alla realizzazione della rete nelle aree bianche.

L’operatore ha vinto due bandi, gestiti da Infratel. In base alle concessioni c’erano 240 giorni di tempo dalla firma per depositare i progetti definitivi relativi ai 6.753 comuni. Al momento quel numero è fermo poco sopra i 4.200. «Ma non c’è nessun ritardo né impatti sulle realizzazioni» replica Stefano Paggi, direttore Network and Operations C e D Open Fiber. «Ad oggi – aggiunge – abbiamo presentato oltre 4.200 progetti definitivi per i collegamenti in Ftth in altrettanti Comuni e circa 5mila progetti per i collegamenti in Fixed Wireless. Tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019 tutti i progetti relativi ai comuni individuati dalle concessioni saranno depositati». C’è un punto però sul quale Paggi si sofferma: «Degli oltre 4.200 progetti definitivi presentati, Infratel ne ha approvati 2.024. Esiste quindi un battente molto ampio di progetti su cui lavorare per aprire i cantieri. Ricordiamo però che per l’avvio dei lavori è dirimente l’ottenimento dei permessi da parte degli enti preposti al rilascio delle autorizzazioni». Qui il discorso torna al punto di partenza. Come a dire che con le 2mila progettazioni definitive che mancano, comunque ci sarebbero state 2mila pratiche in più al vaglio, ma non in automatico una svolta sul numero di cantieri in corso, che oggi sono solo 734 e si prevede arrivino a 1.000 entro fine anno. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

24/10/2018 – Il Sole 24 Ore –Edilizia e territorio

Ionica, la crisi di Astaldi blocca l’avvio dei lavori sul megalotto 3 della Ionica

Alessandro Arona

Delibera Cipe registrata a luglio, le banche congelano l’anticipo versato dall’Anas e l’avvio dei cantieri è rinviato a primavera

La crisi di Astaldi (concordato in continuità richiesto il 28 settembre e concesso dal Tribunale di Roma il 17 ottobre, con scadenza 18 dicembre per la presentazione del piano) ha bloccato il previsto avvio dei lavori per il megalotto 3 della statale Ionica, opera da 1,33 miliardi di euro. A rivelarlo ai nostri microfoni è l’amministratore delegato dell’Anas Gianni Vittorio Armani: «La delibera Cipe era stata registrata dalla corte dei Conti, dopo un iter approvativo come noto lunghissimo. L’obiettivo era consentire entro settembre la consegna del progetto esecutivo da parte del general contractor Sirio (60% Astaldi e 40% Salini Impregilo), per poi avviare i lavori, ma appena abbiamo versato l’anticipo contrattuale a Sirio le banche si sono prese la quota di Astaldi, ancor prima della richiesta di concordato preventivo». «Abbiamo dovuto versare un altro anticipo, ora l’obiettivo è l’avvio dei lavori nel primo trimestre 2019. Il rallentamento c’è ormai stato, però: con il megalotto tre prevedevamo di contabilizzare una spesa da 200 milioni di euro quest’anno, faremo invece zero e questo andrà inevitabilmente a incidere sul totale degli investimenti Anas del 2018».

LA DELIBERA CIPE E L’OPERA

La delibera Cipe numero 3/2018, approvata il 28 febbraio 2018, registrata il 18 luglio e andata in Gazzetta il 2 agosto (vedi testo) ha approvato il progetto definitivo del secondo lotto funzionale del Megalotto 3 della Ss 106 Ionica (opera di legge obiettivo), tratta che vale 1.049 milioni ma la cui approvazione ha sbloccato l’intero megalotto già affidato a general contractor (valore complessivo 1.335 milioni di euro), ponendo le condizioni per l’avvio dei lavori.

Il Megalotto 3 prevede il potenziamento a superstrada (due corsie per senso di marcia più spartitraffico) della 106 Ionica per 38 km tra Roseto Capo Spulico (dove finisce il tratto già ammodernato, da Taranto) fino a Sibari, dove comincia la bretella Firmo-Sibari (connessione con l’autostrada Salerno-Reggio “Del Mediterraneo”), bretella che dovrebbe essere pronta nell’aprile prossimo.

La storia di quest’opera, come abbiamo raccontato più volte, è ormai ultradecennale. Il bando a general contractor, su progetto preliminare (come usava a quell’epoca), è del

dicembre 2008 (base d’asta 961,9 milioni, importo complessivo massimo da delibera Cipe 1.234 milioni), con aggiundicazione provvisoria ad Astaldi-Impregilo per 791 milioni (importo complessivo scende a 1.063 milioni) nel dicembre 2010, ma contratto firmato solo nel marzo 2012 per intoppi nel finanziamento statale.

Il 14 giugno 2013 il contraente generale ha consegnato il progetto definitivo, con costo dell’opera salito (anche per le prescrizioni) da 791 a 818 milioni nel valore dell’appalto alle imprese, e da 1.063 a 1.165 milioni nel costo complessivo.

Poi è partito il lungo tira e molla tra soggetti statali sulle prescrizioni tecniche (Consiglio superiore Lavori pubblici), paesaggistiche (Mibact) e Ambientali (Commissione Via, Ministero Ambiente) al progetto definitivo.

Le richieste dei tre enti erano spesso confliggenti: l’Ambiente chiedeva più gallerie per ridurre l’impatto ambientale, e stessa cosa il Mibact per motivi paesistici. Al contrario il Consiglio superiore chiedeva meno gallerie per ridurre il rischio frana e il rischio grisù, un gas infiammabile di cui i terreni interessari sono ricchi. Il nodo, dal punto di vista tecnico, era anche evitare l’alternarsi troppo frequente di luce-buio per motivi di sicurezza.

Il progetto definitivo del 1° stralcio del Megalotto 3, da 276 milioni, era stato approvato dal Cipe il 10 agosto 2016, con delibera registrata solo un anno dopo, il 10 luglio 2017, ma con la precisa condizione che i lavori potevano cominciare solo dopo l’approvazione del 2° stralcio da 958 milioni, progetto quest’ultimo bocciato dal parere negativo del Consiglio superiore dei lavori pubblici.

Sotto la regia del Ministero delle Infrastrutture si è riusciti a trovare un compromesso e modificare così il progetto definitivo, arrivando a 10,4 km in galleria naturali o artificiali su 18 km, con costi aumentati da 276 a 286 milioni per il 1° stralcio e da 958 a 1.049 milioni per il secondo, con costi complessivi così saliti da 1.234 a 1.335 milioni di euro (di cui da 818 a 960 milioni la parte in appalto alle imprese).

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24/10/2018 – Il Sole 24 Ore –Edilizia e territorio

Manovra/2. Alle province 250 milioni, e per gli enti locali arriva il pareggio di bilancio

G.Tr.

Le bozze della manovra “recepiscono” anche l’intesa con il governo per liberare 4,2 miliardi di investimenti delle Regioni

L’accordo sul Bando periferie che prova a superare lo stop imposto dal Milleproroghe è solo l’antipasto. Ora il piatto forte è la manovra, che ai sindaci riuniti da ieri a Rimini nella 35esima Assemblea nazionale Anci offre una speranza e una preoccupazione. La prima è nella riforma del pareggio di bilancio chiamata a sbloccare in modo strutturale l’utilizzo degli «avanzi di amministrazione», cioè i “risparmi” degli anni precedenti bloccati dai vincoli di finanza pubblica. Il timore è legato invece agli effetti della «pace fiscale» sui bilanci locali, dove in particolare si nasconde gran parte dei vecchi crediti fino a mille euro stralciati in automatico (valgono fino a 4 miliardi di euro; si veda il servizio a pagina 27).«Quella sul bando Periferie non è stata una battaglia dei sindaci, ma per i diritti dei nostri cittadini», ha scandito il presidente dell’Anci Antonio Decaro agli amministratori riuniti a Rimini, dove domani è atteso anche il premier Giuseppe Conte. E dove a concentrare l’attenzione sarà la manovra con il suo ricco capitolo dedicato agli enti locali e al rilancio dei loro investimenti.

Le bozze circolate ieri, prima di tutto, confermano la riforma del pareggio di bilancio. Come anticipato su queste pagine nelle scorse settimane, scompaiono i vincoli che fin qui hanno bloccato l’utilizzo degli avanzi, perché dall’anno prossimo si applicheranno solo le regole previste dalla riforma del 2011 (Dlgs 118). Tradotto, significa che il risultato di amministrazione viene calcolato fra le entrate che rilevano per il rispetto di finanza pubblica, e di conseguenza il suo utilizzo non incide negativamente sul saldo finale, che deve essere «non negativo». Anche gli enti in disavanzo potranno applicare le quote «vincolate, accantonate e destinate» del risultato di amministrazione, per un importo non superiore a quello del disavanzo da recuperare nel primo anno. La riforma cancella una giungla di adempimenti che hanno impegnato fin qui amministratori e revisori dei conti: il controllo sul pareggio sarà unico, con la certificazione che ogni anno viene allegata al rendiconto. Il resto dei controlli sarà garantito dagli invii obbligatori dei numeri alla Banca dati della Pa (Bdap).

Nelle bozze, oltre al fondo investimenti e alla cabina di regia di supporto alla progettazione, arriva anche la traduzione in legge dell’intesa con le regioni su 4,2 miliardi di investimenti in cinque anni, 250 milioni all’anno in più alle Province, la rinegoziazione dei vecchi mutui Cdp trasferiti al Mef e la possibilità di ottenere un’anticipazione finanziaria con la richiesta di avviare il pre-dissesto, senza la necessità di attendere il via libera della Corte dei conti. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

24/10/2018 – Il Sole 24 Ore –Edilizia e territorio

Manovra/1. All’Agenzia del Demanio una «centrale» per aiutare le amministrazioni a fare i progetti

Manuela Perrone e Gianni Trovati

La «Centrale per la progettazione delle opere pubbliche» in capo all’Agenzia avrà 500 addetti e l’obiettivo finale di accelerare la spesa per investimenti

Il «no» europeo al progetto di bilancio italiano era nell’aria. Meno i suoi toni, duri, che hanno l’effetto di compattare il governo: «La manovra non cambia». «Dire oggi che la rivediamo non avrebbe senso», sostiene il premier Conte da Mosca, e indicazioni simili arrivano dal ministero dell’Economia. Tria, chiamato in causa da Moscovici con la speranza che «convinca il governo» a definire «priorità compatibili con le regole Ue», non commenta. Ma l’attacco arrivato da Strasburgo e i suoi modi giudicati irrituali non piacciono al titolare dei conti italiani, e non lo aiutano nel tentativo di ridurre le distanze fra i leader di maggioranza e la Commissione. Dal Mef, in ogni caso, spiegano che la risposta Ue «era attesa», rilanciano il «dialogo costruttivo» ma ribadiscono in sintonia con il premier che la manovra deve puntare sulla crescita per ridurre il peso del debito. Sul presupposto che le ricette più ortodosse seguite fin qui non hanno centrato questo obiettivo. Ma è la politica ad accendere le polveri.

«Non mi meraviglio che la manovra non piaccia alla Ue, è la prima scritta a Roma e non a Bruxelles», sostiene Di Maio mentre il M5S torna a chiedere di «far decadere il Fiscal Compact». Dalla Lega Salvini afferma che la Ue «non sta attaccando un governo ma un popolo». Sulla stessa lunghezza d’onda il sottosegretario Giorgetti. «Non siamo più supini all’Europa», spiega in serata a Porta a Porta. Ma «se sbagliamo siamo pronti a correggere attuando meccanismi automatici sulla spesa», aggiunge confermando il suo ruolo più “dialogante”. E rassicurando sullo spread: «Se veleggia verso quota 400, gli attivi delle banche vanno in sofferenza ed è necessaria la ricapitalizzazione. In quel caso dovremmo intervenire senza indugio». Corale la richiesta delle opposizioni di cambiare a fondo la manovra. Dal Pd l’ex ministro dell’Economia Padoan chiede a Tria di riferire in Parlamento.«È evidente che qualcuno lo scontro con l’Ue se lo sta chiamando», commenta il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. Che rilancia: «Il punto non è abbassare il rapporto deficit/Pil. Il punto è elevare la crescita». Per ottenere questo obiettivo, «correggere la manovra in corso sarebbe auspicabile da parte di tutti».

Dietro alle fiamme dello scontro si muove però il lavoro tecnico per inviare le nuove controdeduzioni nelle prossime tre settimane. E mettere in campo meccanismi in grado di ridurre spesa e disavanzo. «Il 2,4% non si tocca», rilancia Conte. Ma sul piano operativo potrebbe non essere raggiunto per slittamenti nel calendario di avvio di alcune delle misure. A partire da quelle più costose, reddito di cittadinanza e pensioni. Le bozze di legge di bilancio confermano il meccanismo anticipato ieri dal Sole 24 Ore. Per le due bandiere del contratto di governo la manovra crea altrettanti fondi paralleli, 6,7 miliardi aggiuntivi ciascuno, che rappresentano il tetto di spesa per i provvedimenti attuativi. I testi circolati ieri istituiscono il monitoraggio trimestrale della spesa e citano la possibilità di «eventuali risparmi, anche correlati alla decorrenza delle disposizioni»: conferma ufficiale che la data di partenza di reddito e quota 100 non è scontata. I soldi in meno spesi per il reddito potrebbero spostarsi sulle pensioni. E viceversa. Ma è più difficile.

Allo studio c’è anche una verifica degli effetti a fine anno per portare gli eventuali correttivi. Ad aiutare c’è poi l’extragettito dell’asta 5G (4 miliardi nel 2019-2022), che secondo le bozze «concorre al perseguimento degli obiettivi di finanza pubblica».Va inoltre verificata la possibilità di realizzare davvero tutto il piano straordinario degli investimenti pubblici. Anche in questo caso sono previsti due fondi paralleli: nel 2019 valgono 2,8 miliardi per la Pa centrale e 3 per quelle territoriali. Per oliare la macchina dovrà intervenire la «Centrale per la progettazione delle opere pubbliche», che con 500 assunzioni rafforzerà la struttura dell’agenzia del Demanio. I risultati effettivi andranno monitorati entro il 15 settembre per capire quali «criticità» rischiano di bloccare il processo. Al piano di investimenti è appeso l’obiettivo di crescita dell’1,5%, e un suo rallentamento renderebbe ancora più difficile raggiungere il target. Ma i moltiplicatori utilizzati per le stime fanno in modo che una riduzione di spesa si rifletterebbe solo a metà sull’aumento del Pil.

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