Rassegna stampa 23 ottobre 2018

22/10/2018 14.10 – Quotidiano Enti Locali e Pa

Nodo gare sui servizi delle società dismesse

In periodo di dismissioni diventa rilevante il tema della continuità o meno degli affidamenti delle società che vengono cedute, perché il loro valore è ovviamente dipendente da questa variabile. Il decreto legislativo 175/2016, all’articolo 16, comma 1, si preoccupa in realtà dei nuovi affidamenti, che in via diretta possono riguardare solo le società in house, e non del mantenimento di quelli in corso. Dunque? In realtà il Testo unico formula una scelta, anche se la realizza limitandosi a ricordare norme già esistenti:?in sintesi, il mantenimento, o il nuovo affidamento, è possibile solo in caso di cessione delle quote con procedura competitiva. Il Testo unico interviene anzitutto all’articolo 27, comma 2-bis, dove si precisa che «resta fermo» il comma (articolo 3-bis, comma 2-bis del Dl 138/2011) che consente all’acquirente succeduto «al concessionario iniziale, in via universale o parziale, a seguito di operazioni societarie effettuate con procedure trasparenti, comprese fusioni o acquisizioni, fermo restando il rispetto dei criteri qualitativi stabiliti inizialmente, prosegue nella gestione dei servizi fino alle scadenze previste». Di più, «In tale ipotesi, anche su istanza motivata del gestore, il soggetto competente accerta la persistenza dei criteri qualitativi e la permanenza delle condizioni di equilibrio economico-finanziario al fine di procedere, ove necessario, alla loro rideterminazione, anche tramite l’aggiornamento del termine di scadenza di tutte o di alcune delle concessioni in essere, previa verifica ai sensi dell’articolo 143, comma 8, del codice di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, e successive modificazioni, effettuata dall’Autorità di regolazione competente, ove istituita, da effettuare anche con riferimento al programma degli interventi definito a livello di ambito territoriale ottimale sulla base della normativa e della regolazione di settore». Una norma quindi estremamente propensa a favorire questo genere di operazioni. Il titolo del comma, però, relativo agli Ato pare riservare questo trattamento benevolo ai soli servizi a rete, che sono organizzati in ambiti territoriali o, in una lettura estensiva, alle società di servizi pubblici locali. Questa norma, comunque la si voglia interpretare, niente stabilisce per i servizi strumentali, per i quali però l’affidamento è indispensabile, essendo aziende a cui, prima del Dlgs 175/2016, erano imposti vincoli di esclusività molto stringenti. Questo giustifica la scelta del Testo Unico, all’articolo 20, comma 6, di rendere permanente, collocandolo nell’ambito della revisione periodica, la norma (comma 568-bis della legge 147/2013)?in cui si prevede che in caso di «alienazione, a condizione che questa avvenga con procedura a evidenza pubblica deliberata non oltre dodici mesi ovvero sia in corso alla data di entrata in vigore della presente disposizione, delle partecipazioni detenute alla data di entrata in vigore della presente disposizione e alla contestuale assegnazione del servizio per cinque anni a decorrere dal 1° gennaio 2014». La norma richiede però per la sua applicazione uno sforzo interpretativo, che la affranchi dai termini proposti, ormai inapplicabili. È chiaro, infatti, che questi termini oggi non hanno più senso e che la disposizione debba intendersi nel senso che, se la cessione è prevista nel piano di razionalizzazione, all’acquirente potrà essere affidato, contestualmente alla cessione, un affidamento del servizio, a condizioni date, per cinque anni.

23/10/2018 – Italia Oggi

Aiuti al solare da autoconsumo. Agevolazione speciale al fotovoltaico al posto dell’amianto

di Cinzia De Stefanis

Aiuti al solare da autoconsumo

Incentivata tutta l’energia prodotta dagli impianti fotovoltaici, realizzati in sostituzione di coperture in amianto o eternit; quindi, non solo l’energia immessa in rete, ma anche quella destinata all’autoconsumo. Così, sarà possibile coprire gli investimenti realizzati per la sostituzione delle coperture. Ma arriva anche uno slittamento delle date d’apertura dei bandi per l’incentivazione delle energie rinnovabili. Non si comincerà più il 30 novembre 2018, bensì il 31 gennaio 2019, con conseguente modifica di tutto il calendario dei sette bandi. Il tutto emerge dalla lettura dello schema definitivo di decreto del ministero dello Sviluppo economico – emanato di concerto con il dicastero dell’ambiente – sul sostegno alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, attraverso la definizione di incentivi e modalità di accesso che ne promuovano l’efficacia, l’efficienza e la sostenibilità degli oneri di incentivazione, in funzione degli obiettivi nazionali. Il MiSe, dopo il confronto con gli operatori avvenuto lo scorso 25 settembre, ha trasmesso il testo al ministero dell’Ambiente, che ora dovrà esaminarlo. La dote a disposizione, dal 2018 al 2020, sarà pari a 250 milioni di euro.

Modalità di partecipazione. Alle gare potranno partecipare anche «aggregati costituiti da più impianti» da oltre 20 kW di potenza unitaria e complessivamente da meno di un MW per l’iscrizione ai registri. E da 20-500 kW di potenza unitaria e complessiva oltre il MW per le aste.

Le domande di partecipazione andranno inviate al Gestore dei servizi energetici (Gse), esclusivamente attraverso il portale del gestore, usando i modelli messi a punto e pubblicati dal Gse stesso.

Il termine di presentazione delle richieste è fissato a 30 giorni dalla data di pubblicazione del bando.

Sul fronte aste resta, invece, quasi tutto invariato, ad eccezione della riduzione del contingente dedicato a idroelettrico, geotermico e biogas (Gruppo B), ridotto da 245 MW a 140 MW. Ricordiamo che, per il Gruppo A (fv ed eolico), sono messi a disposizione 4.800 MW e per il Gruppo C (rifacimenti) 490 MW.

Altre novità del decreto. Rispetto alla bozza iniziale (datata 8 agosto 2018) il testo definitivo del decreto sulle rinnovabili contiene le seguenti novità:

– aumento del 10% della tariffa incentivante prevista per impianti mini idroelettrici e mini eolici;

– inserimento di un’ulteriore procedura di asta e registro nel corso del 2021, così da aumentare l’arco temporale di vigenza del decreto e dare maggior certezza agli operatori;

– priorità ad impianti realizzati su discariche chiuse e ripristinate, nonché su aree per le quali risulta rilasciata la certificazione di avvenuta bonifica;

– inserimento di un criterio di salvaguardia tecnologica, tale per cui, al verificarsi di condizioni particolarmente sfavorevoli per una fonte in competizione con altre all’interno dello stesso contingente, quest’ultima venga preservata con l’attivazione di un contingente dedicato;

– possibilità, per impianti idroelettrici ed eolici, di usare componenti rigenerati seppur con una aumentata riduzione della tariffa incentivante;

– richiesta di cauzioni, a garanzia della concreta realizzazione dei progetti iscritti al registro, in misura comunque adeguatamente inferiore alle cauzioni previste per le aste.

23/10/2018 – Il Sole 24 Ore

A fine mese le offerte per asset di Glennmont

Ancora due settimane di tempo per i pretendenti degli asset fotovoltaici di Glennmont in Italia. Il termine per le offerte vincolanti era fissato per venerdì scorso ma è slittato a fine mese per consentire ai tre potenziali acquirenti – A2A, Erg e il fondo Tages, presieduto da Umberto Quadrino – di formulare le proprie offerte. L’ interesse dei tre soggetti, come riportato da Radiocor, è forte sia perchè il pacchetto in vendita è forse l’ ultimo di questa dimensione (circa 80 MW, né troppo piccolo né troppo grande come Rtr) che arriverà sul mercato per i prossimi trimestri sia perché si tratta di un portafoglio già consolidato e poco “disperso” sul territorio in tanti piccoli impianti. La concorrenza, dunque, si annuncia agguerrita a tutto vantaggio del venditore, assistito da Rothschild e dallo studio legale Orrick, che potrebbe strappare un prezzo interessante. Il numero uno di Erg, Luca Bettonte, a margine delle celebrazioni degli 80 anni del gruppo genovese, ha confermato che la società presenterà un’ offerta per il fotovoltaico di Glennmont e che l’ intero iter dovrebbe concludersi entro la fine dell’ anno. (Ch.C)

23/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Appalti, le Regioni guardano al passato: appalto integrato, massimo ribasso, incentivi 2% e varianti

Mauro Salerno

Nel dossier messo a punto in vista della correzioni al codice anche la richiesta di limitare l’uso dell’Albo nazionale dei commissari di gara

Magari saranno tutte proposte utili per semplificare il lavoro dei funzionari pubblici, ma non può essere certo scambiato per un trattato di innovazioneil dossier che la Conferenza delle Regioni ha terminato lo scorso 18 ottobre, in vista dell’intervento sul codice degli appalti che il governo ha annunciato di voler concludere entro novembre.

Le proposte di modifica messe nero su bianco dalle Regioni toccano diversi punti del Dlgs 50/2016. Come è ovvio, le richieste di correzione si concentrano sui passaggi di maggiore interesse per le amministrazioni che svolgono il ruolo di stazione appaltante.

Molto sentito è il tema della progettazione. Su questo punto le Regioni chiedono di fare diversi passi indietro rispetto alla riforma varata due anni fa. In particolare sull’appalto integrato. Qui la richiesta è di tornare alla possibilità di assegnare le gare su progetto definitivo, senza limitazioni, ma con il contrappeso di vietare alle imprese di segnalare riserve sul progetto esecutivo elaborato “in casa”, pena l’applicazione di una clausola di risoluzione del contratto. Fa il paio con questa, la proposta di tornare ad assegnare gli incentivi per i progetti svolti in house dai tecnici della Pa, cancellando la regola che vorrebbe far concentrare il lavoro dei funzionari pubblici su programmazione e controlli, escludendo dunque gli incentivi per la progettazione. Inoltre, la possibilità di assegnare i lavori sulla base di una progettazione semplificata, per le Regioni, non dovrebbe riguardare soltanto le manutenzioni ordinarie ma anche quelle straordinarie. Da ultimo arriva anche l’idea di eliminare l’obbligo di passare da un concorso di progettazione per i lavori di particolare rilievo storico-architettonico, ambientale o tecnologico.

Guarda al passato anche la richiesta di assegnare le gare al massimo ribasso, per qualunque importo, quando sia in gioco un progetto esecutivo. A questa proposta, secondo le Regioni, dovrebbe essere affiancata la cancellazione della regola che, nelle gare assegnate con l’offerta più vantaggiosa, impone di non assegnare più di 30 punti su 100 al prezzo.

Anche sulle commissioni di gara, la proposta è quella di riportare indietro gli orologi della riforma consentendo di nominare sempre membri interni alle Pa per gli appalti sotto al milione di euro (di gran lunga la fetta numericamente più consistente del mercato) e di limitarsi al presidente esterno per i lavori al di sotto della soglia comunitaria.

C’è poi un passaggio dedicato alle varianti e uno al subappalto, con la richiesta di eliminare la cosiddetta terna dei subaffidatari.  Per favorire le Pmi locali va segnalata infine la proposta di istituire una riserva del 50% degli appalti sottosoglia Ue e privi di interesse transfrontaliero per le imprese con sede legale e operativa nel territorio regionale. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

23/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

L’Anci ai Comuni: ancora possibile accettare offerte in buste di carta con dentro Cd o chiavette

Mauro Salerno

Nella nota che fa il punto sulle novità scattate il 18 ottobre l’associazione indica una “scappatoia” all’obbligo di comunicazioni elettroniche tra Pa e imprese

Niente panico. Anche dopo il 18 ottobre le Pa potranno accettare offerte consegnate in buste e plichi, come fatto finora, con l’unica accortezza di sostituire, all’interno, i documenti di carta con supporti informatici tipo cd o chiavette. È il metodo suggerito dall’Anci per dribblare l’obbligo di comunicazioni elettroniche negli appalti, che impone a stazioni appaltanti e imprese di scambiarsi informazioni e documenti soltanto per via elettronica, mandando al macero la carta.

In una nota operativa sulle novità appena entrate in vigore, l’associazione dei Comuni ribadisce innanzitutto che l’obbligo scattato il 18 ottobre impone alle stazioni appaltanti «di

di utilizzare idonei strumenti informatici per la trasmissione e ricezione della documentazione di gara, ma non vi sia alcun obbligo di ricorso alle procedure telematiche», intese come piattaforme elettroniche di negoziazione.

Il motivo, spiega l’Anci, è che la direttiva europea 24/2014, da cui discende l’obbligo, prevede che, il ricorso obbligatorio a mezzi di comunicazione elettronici «non dovrebbe tuttavia obbligare le amministrazioni aggiudicatrici a effettuare il trattamento elettronico delle offerte, né a procedere alla valutazione elettronica o al trattamento automatizzato».

Questo passaggio, nella ricostruzione dell’Anci, fa si che anche dopo il 18 ottobre, le Pa «senza ricorrere alla gestione integrale della gara su piattaforma informatica», «possano utilizzare sistemi informatici specifici che si limitino alla ricezione e trasmissione della documentazione e informazioni di gara, incluse le domande di partecipazione e il Dgue, previsti dal Codice dei contratti e in conformità con quanto disposto dal Cad (codice dell’amministrazione digitale, ndr)».

Il vero passo in avanti arriva però con il suggerimento legato alla gestione delle offerte. Il passaggio che, insieme alla consegna del Dgue, più sta creando problemi alle amministrazioni in ritardo sul fronte della disponibilità di sistemi di gestione elettronica degli appalti.

L’Anci ricorda che le stazioni appaltanti possono usare messi diversi da quelli elettronici per assicurare sicurezza e protezione delle informazioni. Sicurezza e protezione delle informazioni sono paletti talmente insuperabili che per questo motivo non è ammesso la consegna delle offerte attraverso posta elettronica certificata. Perchè, ricostruisce ancora l’Anci, «se è vero che la Pec garantisce l’integrità dei dati, di certo non può garantire la

riservatezza e l’apertura del contenuto soltanto dopo il termine di presentazione

delle offerte».

Allora? La conclusione dell’Anci è che, proprio la necessità di garantire la sicurezza e la riservatezza delle offerte, anche dopo il 18 ottobre è possibile usare modalità diverse da quelle elettronici per la presentazione delle proposte tecnico economiche. Quali?

«Tra queste, ad esempio, si ritiene annoverarsi anche la possibilità di presentare l’offerta in formato elettronico, su supporto informatico, all’interno della busta chiusa, sigillata e controfirmata». Dunque anche cd o chiavette inserite nella classica busta possono andare bene. A una condizione. Che il ricorso a questo espediente, «trattandosi di una deroga», sia ben motivato dalla stazione appaltante.

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23/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Decreto ingiuntivo per farsi pagare il vecchio appalto? Occhio all’esclusione dalle gare successive

Mauro Salerno

Riscossione Sicilia chiede un parere all’Anac che dà ragione all’impresa, ma il rischio del cartellino rosso non è escluso

L’impresa che fa partire un decreto ingiuntivo per ottenere il pagamento di un appalto rischia di vedersi escludere dalle gare per l’affidamento di altri contratti della stessa stazione appaltante. È la “morale”, fin troppo intuitiva anche se non magari legalmente non giustificata, che le imprese possono trarre dalla lettura dalla vicenda che ha portato Riscossione Sicilia (la società incaricata di gestire la riscossione dei tributi e delle altre entrate nella regione) a chiedere unparere all’Anac sull’opportunità di escludere un’impresadall’appalto da quasi 20 milioni per la gestione dei procedimenti di notifica degli atti. Non si tratta di lavori, ma la situazione non sarebbe cambiata molto, se in ballo ci fosse stata un’opera pubblica, invece di un servizio.

Tutto parte dalla scelta di Riscossione Sicilia di escludere dalla procedura di gara un’impresa colpevole di aver promosso un contenzioso, culminato con un decreto ingiuntivo, per ottenere il pagamento del precedente contratto stipultato con la società siciliana. Per l’azienda delle riscossioni, l’impresa avrebbe dovuto dichiarare di aver un contenzioso pendente con la stazione appaltante. L’impresa, invece, non l’ha fatto, ritenendo che la circostanza non dovesse essere valutata alla tregua di un «grave illecito professionale».

Nel parere l’Anac dà ragione all’impresa su tutti i fronti, chiarendo che l’impresa ha fatto bene a non dichiarare la pendenza del giudizio sul decreto ingiuntivo per ottenere dalla stazione appaltante il pagamento delle vecchie fatture. «In proposito – è scritto nel parere – si osserva che non sembra potesse ritenersi doverosa la autodichiarazione attinente il predetto contenzioso pendente, che non aveva ad oggetto provvedimenti almeno astrattamente idonei a porre in dubbio l’integrità o l’affidabilità del concorrente».

La conclusione però è che anche tenendo conto dei paletti fissati dall’Autorità, tocca sempre alla stazione appaltante valutare se il comportamento è tale da meritare l’esclusione, salvo il rischio di prestare il fianco a facili ricorsi. Infatti, chiude l’Autorità, «è rimesso in via esclusiva alla S.A. il giudizio in ordine alla rilevanza in concreto dei comportamenti accertati ai fini dell’esclusione, alla luce dei criteri dettati nelle sopra richiamate Linee guida e dalla giurisprudenza».

Dunque, sembrerebbe di poter dire che, anche se non giustificato il rischio esclusione in questi casi resta.

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23/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Anac: «In aumento le attestazioni Soa, segno di vivacità del mercato». Ma le imprese qualificate sono sempre meno

Mau.S.

Scendono a 18 le società di attestazione attive per effetto di acquisizioni e chiusure

Sono in aumento nel 2018 le attestazioni rilasciate dalle Soa alle imprese di costruzione. A rilevare la tendenza è l’Autorità Anticorruzione. Secondo un report pubblicato sul sito dell’Anac, nel 2018 le Soa hanno rilasciato ben 12.434 certificati di abilitazione a partecipare al mercato delle opere pubbliche. Un numero che, a questo punto dell’anno, ha già battuto il risultato dell’anno scorso (8.342 attestazioni, +47,5%).

Secondo l’Anac la vivacità del mercato delle attestazioni è segno di una ritrovata dinamicità del mercato, da mettere in relazione anche con la ripresa dei bandi, rilevato negli ultimi mesi. «Dai dati riportati non sembra emergere una crisi profonda del mercato degli appalti pubblici – rileva infatti l’Anac – ma al contrario un mercato in ripresa».

Lettura legittima e possibile, ma forse non del tutto in linea con quanto sta accadendo nel mercato. I motivi per cui un’impresa può richiedre il rinnovo di un’attestazione Soa sono molteplici e non sempre legati a volontà di accrescere le proprie capacità di acquisizione di contratti di appalto.

D’altra parte, c’è un altro indicatore simile a quello suggerito dall’Autorità che porta a conclusioni del tutto differenti ed è più allineato con le notizie che giorno dopo giorno raccontano di situazioni di crisi delle imprese del settore, che ormai non risparmiano neppure i big storici dell’edilizia italiana. Si tratta del numero di imprese qualificate dalle Soa. Fermandoci a questo dato, che conta il numero dei costruttori attivi sul mercato dei lavori pubblici, si scopre che hanno dopo anno il numero delle imprese qualificate continua a scendere.

Nel 2014 il mercato dei lavori pubblici era presidiato da 33.159 costruttori, nel 2015 sono scesi a 30.662. Nel 2016 è arrivata la discesa sotto quota 30mila (28.146) mentre l’anno scorso ci si è fermati sulla soglia delle 27.161 imprese. In tutto tra l’anno scorso e il 2014 il settore dei lavori pubblici, magari non solo per colpa della crisi, ha espulso quasi seimila imprese, con un calo del 18 per cento.

A parte attestazioni e imprese il comunicato dell’Anac offre dati interessanti anche sul fronte delle Soa. Colpisce innanzitutto che siano rimaste solo in 18 società di attestazioni in attività. Erano 25 poco più di un anno fa. In alcuni casi la riduzione è stata effetto di fenomeni di acquisizione e concentrazione (vedi Ncs che ha ceduto un ramo d’azienda a Consult, Italsoa acquisita da La Soatech o la Soa Esna nata dalla fusione di Nordalpi e Eurosoa). In altri hanno pesato inchieste della magistratura, controlli e decisioni dell’Autorità (Axsoa, Attico,  Pegaso, Hi Quality, Quadrifoglio).

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23/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Centro Italia dimenticato, a due anni dal terremoto la ricostruzione è al palo

Raffaella Calandra

Da Norcia a Ussita fino a Visso: macerie abbandonate e pochi cantieri. La denuncia di sfollati e imprese pronti a manifestare a Roma. Turismo crollato del 70%

Dall’altra parte, ora si muovono solo i fantasmi. E qualche gatto.

Oltrepassati i cancelli della zona rossa, un unico silenzio avvolge piazze, case e macerie. E amplifica i passi di chi si ritrova come in un fermo immagine. Perché due anni dopo la successione di scosse che ha raso al suolo interi borghi, ucciso 303 persone e stravolto il centro Italia, quasi ovunque da Visso a Castelluccio, da Norcia a Castelsantangelo sul Nera, tutto è rimasto come quel 30 ottobre.Anzi, in alcuni casi, «è peggio», si disperano gli sfollati per la seconda volta. Sfollati dalle loro case per il sisma; sfollati dalle casette d’emergenza, per l’incuria.

Così, tra Visso, Castelsantangelo sul Nera, Norcia, Ussita, Muccia, i vecchi e nuovi paesi sono uno di fronte all’altro. E aspettano.

Il gorgoglio dell’acqua del fiume Nera è l’unico suono ora in quella che era la piazzetta di Castelsantangelo, dove i balconi reggono, a stento, da due anni il peso di tetti e muri crollati. Davanti al vecchio bar, un foulard è imprigionato tra le pietre. E gli squarci delle case mostrano ancora salotti, cucine e bagni di un tempo. Qui nessun edificio è stato neanche puntellato, non ci sono impalcature, né tubi. Nessuno sembra averci messo più piede. Se non per portare via i resti di qualche demolizione. «Primo paese per quantità di macerie» elenca il sindaco, Mauro Falcucci. Primato senza benefici, per questo borgo, che teme di sparire. «L’unico lavoro arriva dallo stabilimento dell’acqua e nessuno si preoccupa dei nostri piccoli imprenditori. Siamo lontani, non portiamo voti, né clamore e siamo abbandonati». Dentro il container appena allestito a Municipio, il sindaco formula richieste precise. Innanzitutto di chiarezza: «ci dicano se mai davvero ci sarà la ricostruzione o dobbiamo rinunciarci». Tra i tanti ostacoli, anche le difformità urbanistiche. «Ma noi contiamo meno di Ischia» si sfoga Falcucci, davanti ai giornali con le polemiche sul condono. Tra poco, la neve renderà i pochi abitanti ancora più isolati. Perché la questione non è solo dare assistenza alla popolazione fuori casa, ma immaginare il futuro stesso dei paesi di montagna.

«La creazione del porto franco aiuterebbe a ridurre lo spopolamento, insieme ad un’efficace connessione. Invece per ora non ho neanche garanzie sui contratti in scadenza per i professionisti che ci stanno aiutando. Se non ci fossero i rinnovi – prospetta – riporto la fascia in Prefettura». Far ripartire la vita e l’economia. Tra i paesi del cratere, le esigenze sono un po’ ovunque le stesse. A Norcia, con un banchetto sull’ unica strada percorribile, Anna Bianconi prova ad attrarre qualche sporadica???. Con una mano, mostra depliant che raccontano di resort, chef stellati e piscine un tempo piene di glorie, con l’altra i menu low cost del ristorante allestito, dopo le scosse. «Se non ci aiutano almeno con la ricostruzione dell’hotel meno danneggiato, come facciamo a continuare a pagare i dipendenti?».

Domande di chi da due anni sta resistendo, alla tentazione di de localizzare e ora, insieme ad altri piccoli imprenditori, pensa anche di andare a «manifestare a Roma, se serve, pur di avere risposte. Hanno annunciato l’inizio dei restauri per la basilica di San Benedetto, ne siamo felici, ma per noi nessuna parola. Abbiamo presentato i progetti e ora aspettiamo, ma cosa ?».

Più che i fondi – «che tutti continuano a ripetere che ci sono» rassicurano tutti gli amministratori – nei centri storici si aspetta «lo sblocco dei vari colli di bottiglia della burocrazia», ammette Piero Farabollini, neo commissario straordinario per la ricostruzione. Dare una priorità alle imprese, come fu per l’Emilia? «È una scelta politica» non si sbilancia, mentre accompagna nei cantieri il sottosegretario ai beni culturali, Gianluca Vacca, che annuncia «la nomina presto di un nuovo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega sulla ricostruzione». Il report della precedente commissaria, Paola De Micheli, racconta di «2mila cantieri avviati con quasi 300 milioni di finanziamenti, per edifici privati e delocalizzazione delle attività produttive; 2 miliardi di opere pubbliche programmate e un trend in accelerazione». Ma tranne qualche cantiere per gli edifici meno danneggiati in quelle che erano le piazze di questi borghi – «tra i più belli d’Italia» come recitano i cartelli – quasi nulla si muove. Negozi, artigiani e uffici sono raggruppati in casette di legno o in centri commerciali. In due anni, il turismo «è crollato del 70%», stimano concordi amministratori e commercianti. Ed è per questo che, ad esempio, a Visso vogliono rilanciare un progetto, per costruire con fondi europei una pista ciclabile che collegherebbe il paese con i vicini Castelsantangelo, Castelluccio e Ussita. Tutti borghi distrutti, che «continuano ad essere amati dai visitatori, che dobbiamo incentivare anche così a venire» articola il vicesindaco Luigi Spiganti, mentre ci accompagna nella «città fantasma. O città dei gatti». Qui non è stata finita neanche la messa in sicurezza dei palazzi antichi. E chi accoglieva turisti ora reclama la riapertura di fondamentali arterie di collegamento col versante Adriatico. «Per la nostra sopravvivenza», ripetono ristoratori, salumieri, allevatori, come Mario Del Marro, che sta dormendo in roulotte nel pratone di Castelluccio, per stare accanto al suo gregge. Solo ora, qualche casetta dovrebbe essere allestita anche qui, come chiesto da subito dai piccoli imprenditori di questo borgo, attrazione per turisti di ogni parte del mondo. Come i tedeschi, arrivati in camper fino al ranch dei Sibillini, per veleggiare col deltaplano. «Almeno ora c’è la strada, ma se non si ricostruisce, mancano le strutture per l’accoglienza», allarga le braccia Gilberto Brandimarte, mentre accarezza Masha, l’asina mascotte e snocciola le cifre stanziate in aiuto «per ogni pecora o mucca, ma non per i cavalli».

Il sole scende su Castelluccio e a sera qui resta solo l’esercito, a sorvegliare la zona rossa. Dove gomitoli di ferro arrugginito spuntano da colline di macerie. Le demolizioni stanno facendo sparire anche i punti di riferimento e solo delle tracce ricalcano le antiche stradine del borgo della fioritura. Davanti la chiesetta, una scavatrice si è fermata in attesa che i restauratori mettano in salvo l’altare ligneo. I rumori indicano movimento, come i cantieri per la costruzione del discusso centro commerciale Deltaplano, per raggruppare i ristoranti. La distruzione, che ha trasformato il borgo della fioritura in uno dei simboli del sisma del 30 ottobre, sembra esser diventata motore per avvicinare la ricostruzione. Nel centro Italia, è il silenzio a far paura a chi lotta da due anni, per non dover andar via

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23/10/2018 – ANSA.COM

Infrastrutture: Callieri (Federbeton), partano i progetti

‘Non è un problema di materiali,si metta in atto il cambiamento’

BOLOGNA – “Dobbiamo curare il patrimonio infrastrutturale: abbiamo prodotti all’avanguardia, ci sono soluzioni per edilizia e costruzioni innovative, ma devono partire i progetti. Non è un problema di materiali, è solo un problema di volere fare le cose e di mettere in atto il cambiamento”. Lo ha detto, aprendo un convegno sulle grandi opere al Saie di Bologna, Roberto Callieri, presidente di Federbeton.

Nell’area curata dalla Federazione di settore delle associazioni della filiera del cemento, parte del sistema Confindustria, che conta 3.900 imprese associate e circa 10 miliardi di fatturato aggregato, si è parlato di cemento, calcestruzzo, innovazioni, infrastrutture, una filiera che rappresenta quasi il 10% del comparto delle costruzioni.

Prime considerazioni sulla situazione attuale. “Il momento è complesso, c’è preoccupazione – ha detto Callieri – c’è un governo che ha molte iniziative, tante idee, tanti programmi in corso dichiarati e annunciati e ora c’è attesa per vedere cosa si realizzerà. C’è grande aspettativa di ripresa, ma frustrazione per questa lentezza, questa burocrazia che sta sopprimendo ogni forma di rinascita”.

Perno del rilancio sono le infrastrutture. “Il settore è fermo – ha sottolineato Callieri – ci sono iniziative, in corso di approvazione, che non partono e tutti si chiedono il perché. Si pensa sia un problema burocratico che va risolto. Ci sono problemi di credito, le grandi aziende non riescono a pagare i fornitori perché non vengono pagate. Serve una ripresa. Il settore delle costruzioni è in crisi, abbiamo perso 600mila occupati negli ultimi 10 anni, 120mila aziende hanno chiuso. I settori del cemento, del calcestruzzo e delle pavimentazioni continuano a soffrire. Per l’anno prossimo – ha concluso – ci aspettiamo stagnazione, sostanzialmente perché le infrastrutture non partono”.

In collaborazione con: Federbeton