Rassegna stampa 18 ottobre 2018

18/10/2018 – La Stampa (ed. Torino)

Iren, doppia acquisizione “Venti dossier aperti lo shopping non si ferma”

«Dall’ inizio dell’ anno abbiamo concluso sei operazioni. Ed entro la fine del 2018 ne faremo almeno un’ altra». Iren ha appena annunciato l’ acquisto del 100% del gruppo San Germano e del 48,85% di Seta, e il presidente Paolo Peveraro studia nuove mosse. «Abbiamo un numero di dossier aperti molto consistente, sono almeno venti. E alcuni in stato avanzato» spiega. L’ obiettivo, come da piano industriale, è «consolidare la presenza nel settore dell’ ambiente, e dunque andiamo avanti con la politica di acquisizioni e aggregazioni. I tempi in Borsa sono duri, ma continuiamo a creare valore per i nostri stakeholder». Le ultime due mosse, dice, sono una buona base di partenza. Valutata poco più di 25 milioni, San Germano, che controlla anche la Cmt e sulla cui sede fino a ieri sventolava la bandiera francese del gruppo Derichebourg, è il boccone più grosso. Si occupa di raccolta, trasporto rifiuti e lavaggio stradale per soggetti pubblici, ha il quartier generale a Pianezza, 800 dipendenti, fattura 65 milioni di euro e opera in venti siti tra Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Sardegna, dove la multiutility non era presente. Tra gli impianti comprati da Iren ci sono anche i due siti della Cmt andati a fuoco nei mesi scorsi. «Gli incendi, a volte, non sono del tutto casuali. Ma i lavori di ricostruzione sono in fase avanzata» rassicura Peveraro. L’ investimento in Seta, operatore dell’ area Nord, in particolare nel Chivassese, è più piccola: per 2,9 milioni Iren rileva da Smc (società del gruppo Waste) una quota del 48,85%; permette la gestione industriale ma non il controllo, che formalmente resta ai Comuni che fanno parte del Consorzio di Bacino 16. L’ operazione è avvenuta al termine di un percorso che ha visto Iren Ambiente manifestare il proprio interesse all’ acquisizione del ramo di azienda nell’ ambito di una procedura di concordato preventivo richiesta da Smc e avviata dal tribunale di Milano lo scorso luglio. L’ ingresso in Seta è costato 2,9 milioni, cifra che considera la gestione da parte di Iren della chiusura della discarica di Chivasso 0. g.b. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI. G.B.

18/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Classifiche, ecco la Top 50 costruttori: crollano i margini e aumentano i debiti di grandi e piccoli

Aldo Norsa

La crisi ha toccato i vertici e i il rapporto debt equity scricchiola per altre 18. Ma Pizzarotti fa boom e 5 imprese hanno ottima redditività

I 50 big delle costruzioni (di cui 38 imprese generali e 12 specialistiche) nel 2017 fatturano 20,7 miliardi, crescendo del 6% rispetto all’esercizio precedente (limitatamente a 49 imprese). Il confronto è fatto a parità di imprese, cioè sull’ultima Top 50 (per fatturato 2017), confrontata con i dati aggregati delle stesse 50 imprese nel 2016.

LA TOP 50 DEI COSTRUTTORI (dati 2017)

Il dato è penalizzato dalla scomparsa di imprese le cui difficoltà impediscono di depositare il bilancio: in primis Condotte (in amministrazione straordinaria), Trevi (che tenta di ristrutturare l’indebitamento), Mantovani (ceduta dal gruppo Chiarotto e ridenominata, ridimensionata, Coge Mantovani), …

Così aumenta la concentrazione al vertice del mercato, con le prime cinque imprese a esprimere il 60,5% del volume d’affari totale (contro il 56,2% del 2016). La cifra d’affari all’estero vale 12,9 miliardi e pesano sul totale per il 62,2% (poco più dell’anno prima come peraltro rileva anche l’Ance per il suo campione di imprese).

Il quadro del vertice italiano peggiora sotto l’aspetto reddituale: da una parte l’ebitda sale ma solo del 3,5%, dall’altra l’ebit si dimezza (meno 46,4%) e il risultato netto passa da un utile di quasi 500 milioni a una perdita di 350 mila euro, affossato dai risultati negativi dei due leader (Salini Impregilo e Astaldi e ancor peggio di Grandi Lavori Fincosit). Di queste imprese, mentre la prima si è limitata a un “vuoto d’aria” (per la svalutazione dei crediti in Venezuela) le altre due sono poi entrate in procedure concorsuali.

Anche la situazione finanziaria-patrimoniale non è brillante per via di debiti finanziari netti appesantiti del 29,8% (nonostante 15 imprese mostrino una posizione finanziaria netta attiva, a fronte di 14 l’anno scorso) e di un patrimonio in calo del 12,9%.

Le maggiori imprese occupano 79 mila addetti e riducono l’organico del 4,6% (tenendo conto che sono confrontabili i dati di solo 42 imprese).

CHI SI SOTTRAE ALLA CRISI: I NUMERI PIù POSITIVI

Alcune imprese generali al top della classifica riescono a sottrarsi alla crisi che attanaglia il settore soprattutto nei grandi lavori infrastrutturali.

Tra le prime dieci la sorpresa è Pizzarotti, che cresce del 59% grazie a uno sviluppo all’estero che ne porta l’incidenza al 61,5%.

Quanto a Rizzani de Eccher, se cresce solo del 16,9%, ha belle prospettive commerciali, ma aumenta molto i debiti.

Vanno bene anche le due imprese leader del pipeline, Bonatti e Sicim, campioni di export. Nonché altre due specialistiche, Salcef e Gcf, che posano binari ferroviari.

A contrastare le difficoltà del mondo cooperativo vi è una realtà non in classifica per la sua natura, il Consorzio Integra, che associa 141 società (nelle costruzioni e nell’industria) che fatturano 6 miliardi.

Nella top 10 l’unica impresa che ha una posizione finanziaria netta attiva è Itinera (gruppo Gavio) che ha intrapreso una politica di crescita (anche esterna) all’estero. Seguono in classifica altre 14 imprese virtuose perché non indebitate: Sicim, Gcf, Carron, Colombo Costruzioni, Vianini Lavori (gruppo Caltagirone), Max Streicher (filiale della tedesca specializzata in pipeline), Techbau, Intercantieri Vittadello, Todini (già scorporata da Salini Impregilo nel 2016), Gilardi, Roda (specializzata in linee elettriche), Cogefa, De Sanctis, Iti.

Campioni di crescita, dopo Max Streicher, sono Percassi, Cogefa, Pizzarotti, Neosia (gruppo Maire Tecnimont), Icop, specializzata in microtunnelling.

INDICI DI BILANCIO

Prendendo come riferimento alcuni significativi indici di bilancio si notano innanzitutto le imprese con le migliori redditività rapportate al fatturato: i cinque più alti ebitda margin sono quelli delle specialistiche Roda (31,2%) e Max Streicher (19,3%), della generale Icm (18,4%), della cooperativa Cmc (15,8%) e di un’altra specialistica, Sicim (15,6%), mentre i peggiori appartengono a Glf (Grandi Lavori Fincosit) e Neosia (a cui dovrebbe però giovare la diversificazione nelle energie alternative) che hanno chiuso il 2017 con ebitda (e anche ebit) negativo.

Considerando l’ebit margin si confermano nelle top 5 Roda (28,8%), Max Streicher (17,7%) e Sicim (9,1%), ma in questo caso si inseriscono altre due specialistiche, Salcef (12,6%) e Ceprini Costruzioni (8,7%), mentre dichiara un ebit negativo anche Todini.

Sempre a livello reddituale considerando però il net margin continuano a fare la parte del leone le quattro specialistiche della classifica precedente con l’inserimento al terzo posto di Vianini Lavori, cassaforte del gruppo Caltagirone (8,5%).

Il polso dell’indebitamento è dato da indici quali il debt equity e il rapporto posizione finanziaria netta/ebitda. Nel primo caso (debt equity) sono ben 18 le imprese il cui rapporto supera la soglia di sicurezza dell’unità con le situazioni più gravi rappresentate da Glf (11,84) e distanziata Astaldi (2,31), … mentre per il secondo indice (Pfn/ebitda) preoccupano 11 imprese sopra la soglia di sicurezza del 4 (oltre alle citate due imprese con ebitda negativo); sono messe peggio: Pessina (32,17, per via della riduzione del 92% dell’ebitda), Salc (12,01), entrambe in miglioramento quest’anno, Italiana Costruzioni (11,30) e le cooperative Cmsa (9,01) e Edile Appennino (7,50).

LA TOP 100 IN ARRIVO

A inizio dicembre saremo in grado di pubblicare la tabella completa della Top 100 costruttori, estratto del «Report 2018 on the Italian Construction, Architecture and Engineering Industry» che sarà veicolato con il sistema editoriale digitale de Il Sole 24 Ore (in primis Edilizia e Territorio), e poi presentato il 4 dicembre in un convegno a Milano, al centro congressi Maire Tecnimont. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

18/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Appalti, architetti contro l’idea di innalzare la soglia per gli affidamenti diretti

Mau.S.

Il presidente Cappochin: sarebbe un duro colpo alla legalità e alla trasparenza degli affidamenti

«Sarebbe un duro colpo alla legalità e alla trasparenza». Con queste parole gli architetti bocciano l’ipotesi di innalzare da 40mila a 221mila euro la soglia entro la quale si può ricorrere agli affidamenti diretti o senza gara, annunciata dal vicepremier e ministro dell’interno, Matteo Salvini.

«Voler smontare il Codice degli Appalti – ha detto il presidente del Consiglio nazionale Giuseppe Cappochin – non significa affatto intraprendere la strada verso nuovi e virtuosi processi di semplificazione perché, al contrario, si lascerebbe nuovo e maggiore spazio alla opacità che, troppo spesso, caratterizza gli affidamenti diretti».

«A prescindere dalle soglie che definiscono le tipologie delle procedure di affidamento per la progettazione – ha detto ancora – e proprio in nome della qualità, trasparenza e legalità, abbiamo chiesto e chiediamo con forza che i progetti delle opere pubbliche non vengano più assegnati sulla scorta del fatturato degli studi escludendo, per i progetti più importanti, oltre il 90% degli studi di architettura, ma, come in Francia e in tanti altri Paesi europei, obbligatoriamente attraverso concorsi di progettazione in due gradi, aperti. Questa tipologia di concorso rappresenta, infatti, l’unica modalità che risponde ai principi di libera concorrenza, pari opportunità, riconoscimento del merito e che permette di selezionare il progetto migliore».

Gli architetti esprimono poi «assoluta contrarietà» al ripristino dell’appalto integrato libero «procedura che si muove in una direzione diametralmente opposta al principio della centralità del progetto, relegandolo ad un ruolo marginale». © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

18/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Arriva l’ok al concordato di Astaldi: c’è più tempo per il salvataggio

Simone Filippetti e Laura Galvagni

Il sigillo permette di dare avvio alle trattative il piano di ristrutturazione. A supervisionare il gruppo tre commissari: Stefano Ambrosini, Vincenzo Ioffredi e Francesco Rocchi

Astaldi guadagna sei mesi di tempo per il salvataggio: trovare un «cavaliere bianco», cedere asset e rimborsare i creditori.

Ieri il Tribunale di Roma ha accettato la richiesta di Astaldi, gravata da 2 miliardi di debiti, di concordato in continuità aziendale. La domanda di procedura concorsuale era stata presentata poco più di due settimane fa e finalmente è arrivato il via libera dei giudici. Un sigillo che permette di far partire le trattative per costruire un piano di ristrutturazione dell’azienda. A supervisionare il gruppo di costruzioni tre commissari nominati dal Tribunale: Stefano Ambrosini, Vincenzo Ioffredi e Francesco Rocchi. Non è un vero e proprio commissariamento, come la parola potrebbe far pensare, perché il consiglio di amministrazione rimane in carica (solo la Legge Marzano prevede lo scioglimento del board): il patron Paolo Astaldi resta presidente e sarà lui a tenere in mano le redini dell’azienda e fare il regista del salvataggio.

L’avvio del concordato, che durerà 180 giorni (ma si conta dal momento della richiesta, dunque 19 giorni sono già passati) mette in moto anche il cantiere delle banche. Oggi, infatti, gli istituti di credito esposti con Astaldi, tra i quali UniCredit, Intesa Sanpaolo, Banco Bpm e Bnp Paribas, sceglieranno un advisor finanziario e un consulente legale che li rappresenti nella delicata trattativa per il salvataggio del costruttore. Tassello indispensabile per dar seguito a un piano di rilancio sarà la disponibilità di tutti i creditori a fare un sacrificio: rinunciare a una parte del loro credito e a trasformarne un’altra fetta in azioni (che a differenza delle obbligazioni o dei crediti non hanno tutele giuridiche perché sono capitale di rischio). Si vedrà in quali proporzioni i creditori dovranno dire addio ai loro soldi.

Quel che è certo, invece, è che la compagnia ha bisogno urgente di capitale circolante, per tenere in piedi i cantieri, pagare i fornitori e non perdere le commesse. Si parla di una richiesta di nuove linee di credito fino a 250 milioni di euro. Una somma assai rilevante e che le banche non erano disposte a concedere se non all’interno di un piano concreto di risanamento e con sottostante precise garanzie. Tra le quali, peraltro, figurerebbe anche un’effettiva discontinuità nella gestione della società di costruzioni. Dopo il Cda di ieri, che ha approvato all’unanimità la decisione del Tribunale, Paolo Astaldi appare più in sella che mai e pronto a portare avanti il suo piano, arenatosi dopo l’improvisa crisi della Turchia in agosto: cedere il Terzo Ponte sul Bosforo alla cordata cinese che si è fatta avanti, e reperire così liquidità; chiudere l’accordo con i giapponesi di IHI (in predicato di entrare in Cda e rilevare una quota del gruppo italiano) e rilanciare l’azienda.

In questo quadro assai complesso si inserisce peraltro la possibile discesa in campo di Salini Impregilo. Il colosso italiano delle grandi opere ha fatto capire di essere interessato al dossier, ma solo a determinate condizioni: che l’operazione sia finanziariamente sostenibile e che rispetti le strategie di crescita future di Salini Impregilo che guardano all’estero, in particolare a Usa, Australia ed Europa. Le modalità di intervento, in ogni caso, sono ancora tutte da definire. D’altra parte il tavolo formalmente non è ancora stato aperto, complice l’attesa per la decisione del Tribunale. Intanto, però, il patron Pietro Salini si è fatto affiancare da due advisor per studiare il dossier: la banca d’affari Bofa Merill Lynch e la boutique Vitale & co.

In proposito, alcune banche d’affari stanno studiando un progetto che vede coinvolta anche la Cassa Depositi e Prestiti in asse con Salini Impregilo. Cdp ha fatto sapere di non avere il dossier sul tavolo, ma il progetto circola con insistenza tra i consulenti finanziari e le banche.

Il prossimo passo di Astaldi sarà quello di formulare un piano di accordo coi creditori (banche, obbligazionisti e fornitori) che poi andrà votato in assemblea.In teoria il costruttore ha 60 giorni per farlo, ma i tempi potrebbero accorciarsi visto che c’è già una prima scadenza finanziaria il 3 dicembre. E’in calendario il pagamento della cedola semestrale del bond da 700 milioni che scade nel 2020. Non è ancora chiaro se i dividendi rientrino nella massa dei debiti congelati oppure no (e in quest’ultimo caso, se le cedole vadano pagate in toto o se il rateo fino al giorno del concordato venga sospeso). © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

18/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio

Da oggi appalti solo online, gare su carta a rischio ricorsi

Giuseppe Latour

Entra in vigore la norma che obbliga a comunicare solo in formato telematico. Corsa all’adeguamento per i piccoli enti. Ipotesi modifica in manovra

Da oggi la gestione di tutte le gare di appalto italiane diventa interamente telematica. Non solo l’attestazione dei requisiti per l’accesso alle procedure, tramite il Documento di gara unico europeo (Dgue). Ma anche le richieste di partecipazione, le comunicazioni tra imprese e stazioni appaltanti e le offerte degli operatori economici. Tutto deve diventare elettronico.

Addio, insomma, alle vecchie buste sigillate. Con il rischio che una pioggia di ricorsi blocchi le procedure gestite in maniera tradizionale. Sempre che, all’ultimo minuto, non arrivino modifiche a rivedere tutto, ad opera del decreto di semplificazione appena approvato dal governo.

La novità, eventuali modifiche a parte, è destinata arriva al traguardo oggi, 18 ottobre. Dopo che, per diversi mesi, è passata sotto silenzio. Se ne parla all’articolo 40 comma 2 del codice appalti: qui si stabilisce che «le comunicazioni e gli scambi di informazioni nell’ambito delle procedure di cui al presente codice svolte dalle stazioni appaltanti sono eseguiti utilizzando mezzi di comunicazione elettronici».

Si tratta di una norma di derivazione europea che, in sostanza, obbliga le amministrazioni italiane a digitalizzare tutte le loro procedure di gara. Le comunicazioni, secondo le norme comunitarie, abbracciano infatti tutte le fasi della procedura, come la presentazione di offerte o le richieste di partecipazione alla gara. Accanto a questi vincoli, poi, scattano anche gli obblighi relativi al Dgue, il documento che serve alle imprese a certificare l’assenza di motivi di esclusione da una gara: anche questo dovrà essere presentato solo in formato elettronico. Stop, quindi, a invii cartacei o a soluzioni creative (adottate finora) come il deposito fisico di pennette Usb.

Gli standard tecnici ai quali le amministrazioni si dovranno allineare sono contenuti in una circolare (n. 3 del 2016) dell’Agenzia per l’Italia digitale. Questi standard sono già utilizzati, ad esempio, dalle centrali di committenza regionali che, in questa fase, stanno diventando un riferimento per migliaia di Pa in tutto il paese. Sono moltissime, infatti, quelle che hanno scelto di adempiere a questo obbligo affidandosi a un aggregatore di appalti, che consente di gestire tutte le procedure in digitale.

L’entrata in vigore dell’obbligo, comunque, non sarà indolore. Molte pubbliche amministrazioni, soprattutto piccole, non si sono ancora dotate di strumenti che consentano di gestire tutte le comunicazioni in via telematica. Bisogna ricordare, infatti, che al momento questo obbligo esiste già per alcune categorie di forniture e servizi, soprattutto in ambito sanitario, per i quali c’è il vincolo a gestire tutta la procedura con mezzi elettronici passando dagli aggregatori, in applicazione del decreto legge 66/2014. In tutti gli altri casi, ad esempio in materia di lavori, siamo davanti a una novità assoluta.

A rendere ancora più rilevante l’impatto di questo cambiamento potrebbero essere le conseguenze di un’eventuale disapplicazione in termini di contenzioso. Il codice appalti, infatti, non prevede esplicitamente sanzioni. Questo, però, non vuol dire che si potrà ignorare la novità. Sono in molti a ipotizzare, infatti, che da domani un’offerta inviata in formato cartaceo, senza allinearsi alle richieste del codice, porti a un’aggiudicazione impugnabile. Quindi, la gara condotta senza rispettare i nuovi standard potrebbe essere soggetta a ricorso. Ed essere facilmente annullata. © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

18/10/2018 – Il Corriere della Sera

Alitalia, il nodo della valutazione. Ferrovie prepara l’offerta vincolante. Incontro tra i commissari e il gruppo Fs. L’attenzione degli investitori esteri

di Fabio Savelli

Per le nozze tra Ferrovie dello Stato e Alitalia, che dovranno essere avallate inevitabilmente dal ministero del Tesoro guidato da Giovanni Tria, la domanda è una sola: quanto vale la compagnia? Le stime sono discordanti. Oscillano in una forchetta tra i 300 milioni e il miliardo. Considerando anche l’entità del prestito-ponte garantito dal precedente governo in due diverse tranche (600+300 milioni di euro) e sommando gli interessi dovuti allo Stato (oltre 100 milioni) è verosimile che ora Alitalia valga zero. Ecco perché l’operazione di rilancio va studiata nei minimi dettagli. Dal Tesoro ovviamente. Nella duplice veste di azionista di controllo di Ferrovie dello Stato e di creditore della compagnia, che potrebbe convertirla in socio diretto con l’operazione di conversione del prestito in azioni, ipotesi ventilata dal ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio. La partecipazione al 15% contenuta nella newco di cui dovrebbe far parte anche Fs con «l’appoggio esterno» di Cassa Depositi che dovrebbe garantire le linee di credito per comprare aerei a lungo raggio, deve essere concepita con tutti i crismi per non incorrere nello stop dell’Unione europea. Che ha già messo sotto osservazione il fido alla voce «aiuti di Stato».

Così nelle stanze romane dello studio Gianni Origoni Cappelli si è svolto il primo tavolo tecnico tra i commissari di Alitalia e alcuni manager di Ferrovie dello Stato. Non era presente l’amministratore delegato Gianfranco Battisti. A far gli onori di casa Roberto Cappelli, considerato tra i migliori specialisti di operazioni di fusione nel nostro Paese. All’incontro Fs ha coinvolto una serie di consulenti per avviare la fase di due diligence. Vedere nel dettaglio i conti di Alitalia, capire punti di debolezza e punti di forza, studiare l’impegno finanziario con i professionisti di Mediobanca e gli strategist di Boston Consulting ed EY. Un primo tavolo tecnico a cui ne seguiranno altri. È presumibile che si lavorerà tutti i giorni fino alla scadenza del 31 ottobre quando dovrà pervenire — sul tavolo dei commissari di Alitalia Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari — l’offerta vincolante di Ferrovie, la precondizione per il rilancio del vettore e per negoziare con un partner industriale che dovrebbe far rimanere Alitalia nell’alleanza SkyTeam con Delta Air Lines, Air France-Klm e China Eastern, socia guarda caso della stessa Air France.

I vertici di Ferrovie dello Stato — seppur tenendo in considerazione lo stretto rapporto con il ministro vigilante, il titolare dei Trasporti Danilo Toninelli, uno degli sponsor principali dell’operazione di aggregazione per aumentare il grado di connettività del Paese — non possono non guardare al mercato. Pochi ricordano che Ferrovie in questi ultimi anni ha collocato quasi 4 miliardi di obbligazioni, l’ultimo bond da 600 milioni con un rendimento bassissimo (dello 0,89% molto al di sotto dei rendimenti offerti dal Tesoro sui titoli di Stato) proprio in considerazione della credibilità che la società ha raggiunto grazie ai successi riscontrati sull’alta velocità. Il 60% di queste obbligazioni sono state acquistate da fondi ed investitori esteri che mal comprenderebbero un’operazione solo di sistema, che rischia di stressare i conti societari. © RIPRODUZIONE RISERVATA