Rassegna stampa 17 ottobre 2018

17/10/2018 – Alto Adige

Alperia, ceduto ai Comuni l’ 8,07% delle azioni provinciali

BOLZANO Giunge a compimento il desiderio espresso da circa 100 Comuni altoatesini di ottenere una maggiore partecipazione azionaria in Alperia, società a partecipazione pubblica per la produzione e distribuzione di energia. La giunta provinciale, infatti, ha deciso ieri di cedere a Selfin, società partecipata in toto dai Comuni, l’ 8,07% delle azioni Alperia detenute dalla Provincia. Sino ad oggi la Provincia deteneva 408.380.656 azioni, che corrispondono al 54,45% del capitale sociale. Gli altri soci sono il Comune di Bolzano e il Comune di Merano, ciascuno con il 21%, e la stessa Selfin con il 3,55% delle azioni.In base alla decisione presa ieri, la Provincia cederà 60.528.190 azioni, pari all’ 8,07% del pacchetto detenuto in Alperia, portando la propria quota dal 54,45% al 46,38%. La maggioranza delle quote della società energetica provinciale, dunque, sarà in mano ai Comuni. Le azioni vengono vendute al corrispettivo di circa 1,3 euro ciascuna, per un prezzo complessivo di euro 78,6 milioni di euro. Il prezzo di vendita è stato determinato da Mediobanca tenendo presenti i criteri di valutazione di mercato.

17/10/2018 – Il Messaggero

Ance: «L’ Italia sta cadendo a pezzi rilanciare subito le infrastrutture»

L’ ASSEMBLEA ROMA Il crollo del ponte Morandi di Genova è solo la drammatica punta dell’ iceberg: è l’ intero paese a essere «insicuro». Ci sono «infrastrutture fatiscenti, scuole cadenti, manutenzioni insufficienti, città in declino, periferie abbandonate». La denuncia arriva dal presidente dell’ Ance, Gabriele Buia, in occasione dell’ assemblea annuale dell’ associazione dei costruttori. «Viviamo in un paese fragile, che cade a pezzi» dice Buia. Il settore edile è stato – e resta – il più colpito in assoluto dalla grande crisi. Ad ogni assemblea annuale, da dieci anni a questa parte, si contano le vittime: siamo ormai a oltre 120 mila imprese espulse dal mercato e 600 mila occupati diretti in meno (-30% in dieci anni, -2,7% nel primo semestre 2018). «Gli investimenti in opere pubbliche sono calati di oltre il 50% in 10 anni, determinando un deficit infrastrutturale di 84 miliardi di euro» ricorda Buia. E anche il 2018 è andato male: erano previsti 850 milioni per gli investimenti, ce ne sono stati invece 750 milioni in meno. Oltre agli investimenti pubblici, anche quelli privati incontrano enormi difficoltà. Un panorama desolante, quindi, che per essere contrastato necessita di un cambio di approccio. «L’ Italia ha urgentemente bisogno di una visione a lungo termine per le infrastrutture» sottolinea Pietro Salini, ceo di Salini Impregilo, che punta il dito sulle procedure burocratiche e sui ricorsi legali: «In alcuni casi – ricorda – ci sono voluti oltre due decenni solo per ottenere i permessi per l’ avvio dei lavori». Ma dal palco non arrivano solo lamentele. Lunga la lista delle proposte. Ai primi posti c’ è la task force per sbloccare le infrastrutture; lo stop al potere regolatorio dell’ Anac; la riforma del Codice degli appalti. E proprio su questo argomento è pronta la promessa del vicepremier Matteo Salvini, presente in sala: «Entro novembre smonteremo questo famigerato codice degli appalti e lo riscriveremo insieme a chi lavora». Conferma il ministro Toninelli, anche lui presente. Nell’ elenco delle richieste dei costruttori troviamo poi la fiscalità di vantaggio per la riqualificazione urbana, un fondo di garanzia per i crediti deteriorati, il rilancio dell’ accordo bonario per la soluzione delle controversie in corso d’ opera nei lavori pubblici. Gi.Fr. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

17/10/2018 – Il Messaggero

Se l’ agenda delle infrastrutture non decolla

La lettera
Caro Direttore, le vicende emblematiche del Terzo Valico ferroviario in Liguria, del Gasdotto Tap in Puglia o della Pedemontana in Veneto sono la cartina da tornasole di un paese che non sa decidere sul proprio futuro, incapace di valutare, senza pregiudizi ideologici, qualunquismo ed interessi di bottega, l’ importanza degli investimenti pubblici in infrastrutture per la crescita e lo sviluppo complessivo del paese. Dopo la vicenda tragica del ponte Morandi di Genova (ed i ritardi per l’ avvio dell’ iter per la ricostruzione), quale altro segnale stiamo lanciando agli investitori stranieri che ancora producono in Italia o avrebbero intenzione di farlo? Anche noi come sindacato sosteniamo che bisogna sempre sforzarsi di conciliare le esigenze di sviluppo con la sicurezza e la tutela dell’ ambiente, come abbiamo fatto con intelligenza e responsabilità con l’ accordo per il rilancio dell’ Ilva. Ma non si può pensare, come sta accadendo per esempio in questi giorni sempre in Liguria, di bloccare a livello amministrativo l’ utilizzo di risorse già stanziate per il quinto lotto del Terzo Valico. Parliamo di un’ opera pubblica in concreto stato di avanzamento, collegata al corridoio di Rotterdam, la cui valenza è indiscutibile anche per le ripercussioni positive che può avere per l’ occupazione e tutto il sistema commerciale e produttivo di quell’ area produttiva. Anche il gasdotto Tap che approderà in Salento è una opera strategica per il nostro paese, che punta a diversificare le fonti e garantire la sicurezza degli approvvigionamenti. Perché tutti questi tentennamenti? Un ritiro unilaterale del nostro paese potrebbe costare molto caro, come ha ammesso anche la Ministra del Sud, Lezzi. Eppure c’ è chi punta ancora ad una revisione complessiva delle grandi opere, fino a contemplare anche l’ abbandono dei progetti. Parliamo di lavoro, di sostegno a migliaia di famiglie oggi in difficoltà, di ricchezza per tutto il paese. Tutti gli esperti ribadiscono che la mancanza di infrastrutture sta pregiudicando il futuro della nostra economia e che l’ Italia può raggiungere la media delle sviluppo europeo solo mettendo in atto un grande piano di investimenti pubblici, nel rispetto dell’ ambiente e del territorio. Lo stesso Ministro Tria ha giustamente rilevato che le risorse ci sono e che oltre centocinquanta miliardi di euro sono immediatamente spendibili. Che cosa stiamo aspettando? Le infrastrutture servono al nostro Paese per ridurre quel costo aggiuntivo che limita la nostra capacità competitiva. Vale per la Torino-Lione, per la Gronda, per il Brennero, per la Napoli-Bari, per la Sassari Olbia o la Siracusa-Gela, vale per decongestionare nodi ferroviari fondamentali come Firenze o per potenziare la nostra capacità di guardare al Mediterraneo. Vale per la Ionica, per il potenziamento della linea Adriatica, per la realizzazione di quanto previsto dai contratti di programma di Ferrovie o di Anas. E’ lunghissima la lista delle opere pubbliche in fase di realizzazione bloccate da ritardi amministrativi, veti della politica, ricorsi alla magistratura, appalti truccati, revisioni dei prezzi, campagne ideologiche. Parliamo di porti, acquedotti, dighe, raccordi stradali, ferrovie, fino alle scuole dei piccoli Comuni. Di 37 grandi opere strategiche programmate negli ultimi 15 anni, solo 11 sono quelle arrivate al traguardo. Si stimano in 330 mila posti di lavoro ed in 75 miliardi di euro le ricadute che lo sblocco di queste opere pubbliche avrebbero sull’ economia nazionale. Stare al Governo significa in primo luogo fare gli interessi generali del paese e valutare con rispetto e senso di responsabilità anche le decisioni che sono state prese dagli Esecutivi precedenti, in raccordo con l’ Europa. Rimettere in discussione tutto è solo un alibi per continuare ad alimentare un clima permanente da campagna elettorale che non serve al paese ed ai cittadini. Sono gli investimenti in infrastrutture, innovazione, ricerca, formazione a fare da moltiplicatore per la creazione di posti di lavoro. Questa è la vera manovra che servirebbe al paese, la vera sfida da lanciare all’ Europa in nome dello sviluppo. Di questo parleremo il 30 ottobre a Genova in una importante iniziativa nazionale della Cisl nella quale lanceremo le nostre proposte alle istituzioni ed alla politica. Incalzeremo il Governo ed il Parlamento per sollecitare lo sblocco delle opere pubbliche, favorire gli investimenti, creare lavoro stabile per i giovani. Sarebbe una sciagura pagare miliardi di euro di penali e mettere a rischio migliaia di posti di lavoro e la sussistenza di tante famiglie, per ritardare o arrestare i progetti infrastrutturali. Diffonderemmo solo l’ idea di un Italia che si chiude al mondo, non rispetta gli impegni, rinuncia alle sfide della competitività nel mercato globale. *Segretaria Generale Cisl.

17/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Codice appalti, modifiche entro novembre: salta la proroga del Dgue

Mauro Salerno

Salvini annuncia la riscrittura delle norme a partire dell’innalzamento delle soglie per l’affidamento diretto. Niente proroga per il Dgue elettronico. Buia: servono misure straordinarie

«Il codice sarà smontato e riscritto entro novembre». È la promessa che il vicepremier Matteo Salvini ha consegnato ai costruttori dell’Ance riuniti in assemblea ieri a Roma. «Lavorerò sempre perché in Italia ci siano più infrastrutture, non sono per la decrescita infelice», ha continuato Salvini strappando un applauso alla platea. Pur senza scendere in dettagli, Salvini ha anticipato che tra le correzioni ci sarà «l’innalzamento della soglia per l’affidamento diretto» degli appalti, oggi fissata a 40 mila euro. «Non capisco perchè dobbiamo complicarci la vita, stringendo le maglie più di quanto ci chieda l’Europa», ha aggiunto.

L’annuncio che la riforma del codice arrriverà entro le prossime settimane rassicura almeno in parte i costruttori fiaccati da una crisi che dopo migliaia di Pmi ora comincia a mietere anche vittime illustri. C’è da dire che in molti aspettavano che alemeno un primo pacchetto di misure venisse inserito nel decreto fiscale approvato l’altro ieri dal Consiglio dei Ministri.

Le attese in questo senso non sono state ripagate. E una zeppa immediata al tentativo di rilancio del settore potrebbe arrivare già da domani. Con l’entrata in vigore dell’obbligo di comunicazione solo elettronica tra imprese e Pa che include la dichiarazione sui requisiti (modello Dgue). I Comuni non sono pronti, ha fatto sapere l’Anci ieri a questo giornale: si rischia un nuovo blocco delle gare d’appalto. L’unica misura prevista nella bozza di decreto fiscale relativa agli appalti era proprio la proroga delle attuali condizioni di scambio del Dgue tra imprese e stazioni appaltanti (che consentono anche la consegna tramite chiavette e cd). La norma, però, come confermano autorevoli fonti del ministero, si è scontrata con i termini temporali inderogabili fissati dalla direttiva europea.

Durante l’assemblea, i costruttori hanno chiesto al governo un pacchetto di misure straordinarie per far ripartire subito i cantieri (vedi anche l’articolo con le 10 proposte dell’Ance). Con semplificazioni coraggiose per trasformare gli stanziamenti, pure cresciuti negli ultimi anni, in produzione capace di ridare lavoro a un settore che negli ultimi 10 anni ha perso 120mila imprese, 600mila occupati e 70 miliardi di produzione. Il presidente dell’Ance Gabriele Buia, ha aperto ieri l’assemblea dell’associazione, davanti a una platea di imprenditori intenzionati a uscire a tutti i costi dal tunnel in cui il settore viaggia da 10 anni. Di fronte a Salvini, poi corso a Palazzo Chigi per le ultime limature alla manovra e al ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, ha ripercorse tutte le proposte utili a rimettere in piedi l’edilizia, «regalando una crescita aggiuntiva dello 0,5% del Pil». Si parte dal codice appalti, «da sostituire con un articolato snello» e «un regolamento cogente», mandando in pensione le linee guida Anac. «Abbiamo molto rispetto dell’Anticorruzione – ha detto Buia – ma è ingolfata, bisogna eliminarne i compiti di regolazione per concentrarsi sui controlli». Il totem da abbattere è la burocrazia che impedisce la spesa efficiente delle risorse. «Servono 4 anni per aprire un cantiere e 15 anni per terminare un’opera da oltre 100 milioni». I tempi morti tra un passaggio e l’altro, calcola l’Ance, «valgono l’8% del fatturato dei lavori, vuol dire un punto di Pil».

Non c’è solo l’edilizia pubblica. I costruttori hanno chiesto di affiancare alla legge per il consumo del suolo, di cui si torna a parlare in questi giorni, una legge per la rigenerazione urbana, che incentivi demolizioni e ricostruzioni. E poi, sul fronte fiscale, l’abbandono dello split payment «che ha drenato 2,5 miliardi di liquidità dalle imprese» e uno scatto di reni sui pagamenti «in ritardo per 8 miliardi».

Da parte sua il ministro Toninelli ha garantito l’impegno «a rilanciare le infrastrutture con la legge di Bilancio» e «a confermare e poi rendere strutturali eco e sismabonus». Una spinta alle manutenzioni dovrebbe arrivare dalla nuova banca dati sulle opere pubbliche che «entrerà in funzione il 30 aprile 2019». L’anagrafe, prevista dal Dl Genova, dovrebbe servire ad evitare il rischio-cedimenti. «Ho trovato in allarmanti condizioni alcuni piloni dell’A24 e dell’A25», ha detto Toninelli, sollevando la reazione dei vertici dell’autostrada dei Parchi (vedi l’altro articolo in questa edizione del quotidiano digitale). © RIPRODUZIONE RISERVATA

17/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Oltre la crisi, le dieci proposte dei costruttori per rilanciare il settore: dal Cipe al fondo per gli Npl

Alessandro Arona

Agenzia nazionale per la riqualificazione urbana, stop alle Linee guida Anac, Fondo di garanzia per aiutare banche e imprese con iu crediti incagliati

Task force per sbloccare i programmi infrastrutturali e semplificazioni su Cipe e Corte dei Conti; rilancio dell’accordo bonario per la soluzione delle controversie in corso d’opera nei lavori pubblici; stop al potere regolatorio dell’Anac e ritorno al regolamento unico statale; Agenzia nazionale e fisco di vantaggio per la riqualificazione urbana; fondo di garanzia per aiutare banche e imprese a risolvere il problema degli Npl. Queste alcune delle dieci proposte che il presidente dell’Ance Gabriele Buia ha illustrato all’assemblea annuale.

Vediamole una per uno.

1) task force per sbloccare infrastrutture. Le risorse ci sono, dice l’Ance, 150 miliardi stanziati negli ultimi anni, solo il 4% è stato speso. «Cominciamo a utilizzare le risorse che ci sono», ha detto il presidente Buia. L’Ance apprezza l’obiettivo annunciato dal governo di costituire una Task force per sbloccare gli investimenti e trasformarli in cantieri, «ma è importante – dice Buia – che questa task force sia dotata di strumenti efficaci e poteri effettivi».

2) snellire procedure opere pubbliche. L’Ance – ha spiegato il presidente Buia – «ha già individuato un piano d’azione di forte impatto: a)il Cipe deve solo programmare e assegnare le risorse alle opere; b) il Consiglio Superiore Lavori Pubblici deve esprimersi obbligatoriamente sui progetti superiori a 200 milioni di euro; c) la Corte dei Conti si deve concentrare sulla programmazione e successivamente sull’operato delle amministrazioni, come avviene in quasi tutti gli altri Paesi europei».

3) riforma del Codice appalti. L’Ance ha suggerito in particolare «un pacchetto di misure sbloccacantieri, da inserire in un decreto legge ponte, valido fino a quando il nuovo quadro normativo andrà a regime». In particolare vanno secondo l’Ance «sciolti i seguenti nodi: a) i limiti del subappalto, che non hanno uguali in Europa; b) una più corretta applicazione dei criteri di aggiudicazione delle gare; c) introduzione del divieto della pratica del sorteggio delle imprese da invitare alle procedure negoziate; d) miglioramento della qualificazione SOA; e) forme agevoli e snelle come l’accordo bonario per la definizione del contenzioso in corso d’opera».

4) risolvere il contenzioso in corso d’opera. Fa parte in realtà della riforma del Codice appalti, ma il presidente Buia ha dato a questo punto un particolare rilievo: «È quello in coso d’opera l’unico contenzioso che blocca veramente le opere. Quello in fase di gara, come illustrato dal Presidente del Consiglio di Stato Pajno, rappresenta meno del 3% degli appalti di lavori». Dunque l’Ance propone «forme agevoli e snelle come l’accordo bonario per la definizione del contenzioso in corso d’opera».

5) stop al ruolo regolatorio dell’Anac. L’Ance ritiene che le Linee guida Anac attuative del Codice abbiano creato solo incertezza normativa, e chiedono dunque il ritorno a un regolamento unico in materia di lavori.

6) politica nazionale per la rigenerazione urbana. L’Ance propone la creazione di «un’Agenzia nazionale – come in Francia – cui demandare il coordinamento e il monitoraggio delle iniziative intraprese soprattutto in presenza di finanziamenti pubblici nazionali ed europei». E poi il riconoscimento giuridico dell’«interesse pubblico» agli interventi di riqualificazione» e l’incentivo alla demolizione e ricostruzione, tramite semplificazioni procedurali e sconti fiscali.

7) un fisco per immobiliare ed edilizia privata. L’Ance propone di «Rottamare vecchi edifici, inutili e inquinanti, intervenire su aree urbane degradate o non più efficienti, dotandole dei servizi e delle infrastrutture che servono». Come? Con un fisco “amico”, come proposto nei mesi scorsi dall’Ance con il Libro bianco della fiscalità immobiliare: «a) favorire l’acquisto e la permuta di case ad alta efficienza energetica; b) agevolare gli interventi di demolizione e ricostruzione e le operazioni di permuta del vecchio con il nuovo; c) rimodulare “ecobonus” e “sismabonus” in funzione del tipo di edificio su cui si interviene e allargare la platea di chi beneficia del “sismabonus”, estendendo la possibilità di acquistare case demolite e ricostruite nelle zone 2 e 3».

8) Fondo di garanzia per gli Npl. Il problema dei crediti deteriorati resta una palla al piede per le imprese edili, e per le banche creditrici. «Lo strumento a disposizione degli istituti di credito per ridurre l’ammontare degli NPL – ha detto il presidente dell’Ance Gabriele Buia – è stato, fino ad oggi, quello della cartolarizzazione, ovvero la vendita in blocco a soggetti finanziari. Siamo convinti che occorra prevedere altri meccanismi, che permettano alle banche di riprendere il dialogo con le imprese, e consentire la restituzione del debito alle condizioni che il nuovo assetto del mercato immobiliare consente». A questo scopo l’Ance propone anche «un Fondo di garanzia che consenta a imprese e banche di risolvere, insieme, i problemi che la crisi ha creato».

9) stop allo slit payment. «Forte richiamo» dell’Ance a «intervenire per eliminare lo split payment, un meccanismo perverso che perde la sua ragion d’essere con l’introduzione dell’obbligo della fattura elettronica».

10) imprese più digitali. «Se è vero – ha detto il presidente Buia – che poco si è fatto finora per valorizzare il nostro sistema imprenditoriale, è anche vero che dovremmo fare di più per favorire le imprese di qualità». Ecco allora l’obiettivo e l’impegno di migliorare la digitalizzazione e il rinnovamento tecnologico delle imprese edili. «Le imprese – ha detto Buia – devono saper fare la propria parte. credendo e investendo di più nello sviluppo delle tecnologie. Ma abbiamo bisogno che anche le istituzioni, ed il Governo in particolare, capiscano che il settore delle costruzioni è un settore unico con peculiarità e necessità specifiche». © RIPRODUZIONE RISERVATA

17/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Autostrada dei parchi, polemica Toninelli-concessionaria sulla sicurezza dell’opera

Mauro Salerno

Il ministro parla di «piloni in condizioni allarmanti». La società: autostrada sicura, pittosto il Mit sblocchi i fondi per gli interventi antisismici

La botta: «Piloni in condizioni allarmanti». La risposta: «Autostrada sicura», a meno di terremoti. Si infuoca (sebbene a distanza) la polemica tra il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli e i vertici dell’Autostrada dei Parchi, che collega il Lazio con l’Abruzzo. Sullo sfondo c’è il decreto per la ricostruzione del Ponte crollato a Genova, che da una parte inaugura la nuova banca dati per il controllo del pericolo di cedimenti delle infrastrutture a rischio degrado. Dall’altra anticipa i fondi (192 milioni, rimasti però incagliati per l’assenza dei provvedimenti attuativi) per gli interventi più urgenti di messa in sicurezza antisisimica delle autostrade A24 e A25, in attesa dello sblocco del piano complessivo (3,1 miliardi ) che vede confrontarsi da mesi, in un braccio di ferro anche con il precedente governo, concessionaria e ministero.

Parlando di fronte ai costruttori dell’Ance (vedi altro articolo in questa edizione) il ministro delle Infrastrutture rivendica l’impegno al monitoraggio delle opere pubbliche, da avviare attraverso una nuova banca dati (Ainop) che dovrebbe contenere la «cartella clinica» di tutte le infrastrutture a partire dal 30 aprile 2019. «Grazie ai dati condivisi nell’Ainop – ha detto Toninelli – potremo fare quel monitoraggio continuo su ponti, viadotti, cavalcavia che abbiamo previsto nel decreto Genova e che ci permetterà di capire dove andare a fare ispezioni. Esattamente come stiamo già facendo sui viadotti della A24 e A25, laddove alcuni piloni, che ho potuto visionare con i miei occhi, sono in condizioni così degradate da risultare allarmanti». Parole che suscitano l’immediata reazione dei vertici della società autostradale tirata in ballo dal ministro. «L’autostrada è sicura – è la replica consegnata in una nota – fatti salvi i rischi che possono derivare da eventuali eventi sismici, cosa che rende necessari e urgenti, come reiteratamente chiesto dalla concessionaria e certificato dallo stesso Mit , lavori per la messa in sicurezza antisismica». La società concessionaria parla di «allarmismo ingiustificato» e a conforto cita le conclusioni del report (che il «Sole» ha potuto visionare) emesso a seguito dei sopralluoghi effettuati il 12 settembre e l’8 ottobre,secondo cui «si può affermare con certezza che lo stato di degrado ed ammaloramento» dei piloni « non pregiudica la stabilità e la sicurezza dell’opera» © RIPRODUZIONE RISERVATA

17/10/2018 – Italia Oggi

Niente gare negli appalti sotto la soglia comunitaria

Gli affidamenti diretti da parte dei comuni, oggi ammessi fino a 40 mila euro, saranno possibili fino a 221 mila euro. Salvini ha promesso che entro novembre il Codice degli appalti “verrà smontato e verrà riscritto con chi lavora”

Pagina a cura di Francesco Cerisano

Niente gare negli appalti di servizi e forniture sotto la soglia comunitaria. Gli affidamenti diretti da parte dei comuni, oggi ammessi fino a 40 mila euro, saranno quindi possibili fino a 221 mila euro. Lo ha annunciato il vicepremier e ministro dell’interno, Matteo Salvini, all’assemblea annuale dell’Ance, l’associazione dei costruttori edili. Salvini ha promesso che entro novembre il Codice degli appalti «verrà smontato e verrà riscritto con chi lavora». «Io mi chiedo come si possa scrivere un Codice degli appalti sulla testa di chi lavora», ha proseguito Salvini. «Innalzeremo alcuni tetti che vincolano, in particolare i comuni, nell’assegnazione diretta degli appalti». Per il numero uno del Viminale l’anomalia italiana è costituita dal fatto che «siamo l’unico Paese in Europa che fa le gare sotto la soglia comunitaria». Un’anomalia che secondo il vicepresidente del consiglio andrà sanata con il prossimo Codice appalti. Di soglie Salvini non ha parlato, il che lascia aperta una varietà di ipotesi sulla natura degli appalti coinvolti dalla semplificazione.

Tuttavia, mentre il superamento della gara negli appalti di servizi e forniture fino a 221 mila euro appare certo, altrettanto non può dirsi per gli appalti di lavori dove la soglia comunitaria è fissata a 5.548.000 euro. Difficile pensare a un’abolizione delle gare negli appalti di lavori fino a una così rilevante soglia di valore. Più probabile che il nuovo codice possa intervenire sul tetto massimo per la procedura negoziata che per i lavori è stata innalzata da 500mila euro a un milione di euro nel 2011, e non è stata innalzata, come richiesto dai costruttori, con il decreto correttivo del 2017.

Le parole di Salvini tuttavia non hanno suscitato entusiasmo tra gli operatori. Anzi. «Le indiscrezioni filtrate in queste ore in merito all’innalzamento da 40.000 fino a 221.000 euro del limite entro cui si può ricorrere agli affidamenti diretti o senza gara ci preoccupano», ha dichiarato Gabriele Scicolone, presidente dell’Oice, l’Associazione delle organizzazioni di ingegneria, architettura e consulenza tecnico-economica. «Parliamo di un volume di affidamenti che, per i primi nove mesi del 2018, vale l’81,9% in numero sul totale delle gare e il 26,6% in valore. Se così fosse sarebbe gravissimo perché, nel nome di una fantomatica semplificazione richiesta dalle stazioni appaltanti, si introdurrebbero elementi di opacità e scarsa trasparenza, penalizzando chi opera sul libero mercato in concorrenza e avvantaggiando gli amici degli amici». «Non è questo un film che avevamo già visto e dal quale ci stavamo finalmente emancipando?», si chiede Scicolone, secondo cui eliminando le gare fino a 221 mila euro «si incentiveranno fenomeni di artificiosa suddivisione degli incarichi anche oltre la soglia Ue e non si realizzerà alcun beneficio sul fronte della qualità della prestazione, profilo che soltanto una gara può assicurare.

All’assemblea Ance è intervenuto anche il ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli che ha confermato l’imminente riforma del Codice appalti quanto mai necessaria per «sbloccare i lavori senza sbloccare la legalità». Toninelli ha annunciato il rinnovo anche per il 2019 dei bonus fiscali nel settore edile, che il governo punta a far diventare strutturali, e la piena operatività dell’Archivio informatico nazionale delle opere pubbliche (Ainop), previsto dal decreto Genova, che dovrebbe entrare a regime dal 30 aprile 2019 grazie soprattutto alle informazioni che arriveranno dai professionisti e dai costruttori. «Non si tratta di un fardello in più per i professionisti del settore edile», ha assicurato Toninelli, «ma un sostituto di tante scartoffie e uno strumento che noi riteniamo ormai imprescindibile». © Riproduzione riservata

17/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Da domani appalti solo online, gare su carta a rischio ricorsi

Giuseppe Latour

Entra in vigore la norma che obbliga a comunicare solo in formato telematico. Corsa all’adeguamento per i piccoli enti. Ipotesi modifica in manovra

Da domani la gestione di tutte le gare di appalto italiane diventa interamente telematica. Non solo l’attestazione dei requisiti per l’accesso alle procedure, tramite il Documento di gara unico europeo (Dgue). Ma anche le richieste di partecipazione, le comunicazioni tra imprese e stazioni appaltanti e le offerte degli operatori economici. Tutto deve diventare elettronico.

Addio, insomma, alle vecchie buste sigillate. Con il rischio che una pioggia di ricorsi blocchi le procedure gestite in maniera tradizionale. Sempre che, all’ultimo minuto, non arrivino modifiche a rivedere tutto, ad opera del decreto di semplificazione appena approvato dal governo.

La novità, eventuali modifiche a parte, è destinata ad arrivare al traguardo domani, il 18 ottobre. Dopo che, per diversi mesi, è passata sotto silenzio. Se ne parla all’articolo 40 comma 2 del codice appalti: qui si stabilisce che «le comunicazioni e gli scambi di informazioni nell’ambito delle procedure di cui al presente codice svolte dalle stazioni appaltanti sono eseguiti utilizzando mezzi di comunicazione elettronici».

Si tratta di una norma di derivazione europea che, in sostanza, obbliga le amministrazioni italiane a digitalizzare tutte le loro procedure di gara. Le comunicazioni, secondo le norme comunitarie, abbracciano infatti tutte le fasi della procedura, come la presentazione di offerte o le richieste di partecipazione alla gara. Accanto a questi vincoli, poi, scattano anche gli obblighi relativi al Dgue, il documento che serve alle imprese a certificare l’assenza di motivi di esclusione da una gara: anche questo dovrà essere presentato solo in formato elettronico. Stop, quindi, a invii cartacei o a soluzioni creative (adottate finora) come il deposito fisico di pennette Usb.

Gli standard tecnici ai quali le amministrazioni si dovranno allineare sono contenuti in una circolare (n. 3 del 2016) dell’Agenzia per l’Italia digitale. Questi standard sono già utilizzati, ad esempio, dalle centrali di committenza regionali che, in questa fase, stanno diventando un riferimento per migliaia di Pa in tutto il paese. Sono moltissime, infatti, quelle che hanno scelto di adempiere a questo obbligo affidandosi a un aggregatore di appalti, che consente di gestire tutte le procedure in digitale.

L’entrata in vigore dell’obbligo, comunque, non sarà indolore. Molte pubbliche amministrazioni, soprattutto piccole, non si sono ancora dotate di strumenti che consentano di gestire tutte le comunicazioni in via telematica. Bisogna ricordare, infatti, che al momento questo obbligo esiste già per alcune categorie di forniture e servizi, soprattutto in ambito sanitario, per i quali c’è il vincolo a gestire tutta la procedura con mezzi elettronici passando dagli aggregatori, in applicazione del decreto legge 66/2014. In tutti gli altri casi, ad esempio in materia di lavori, siamo davanti a una novità assoluta.

A rendere ancora più rilevante l’impatto di questo cambiamento potrebbero essere le conseguenze di un’eventuale disapplicazione in termini di contenzioso. Il codice appalti, infatti, non prevede esplicitamente sanzioni. Questo, però, non vuol dire che si potrà ignorare la novità. Sono in molti a ipotizzare, infatti, che da domani un’offerta inviata in formato cartaceo, senza allinearsi alle richieste del codice, porti a un’aggiudicazione impugnabile. Quindi, la gara condotta senza rispettare i nuovi standard potrebbe essere soggetta a ricorso. Ed essere facilmente annullata. © RIPRODUZIONE RISERVATA