Rassegna stampa 16 Ottobre 2018

16/10/2018 – Corriere della Sera

La prevenzione della corruzione, i poteri dell’ Autorità

La Lettera
Caro direttore, con la sua ottima inchiesta «Anticorruttori ma già condannati», ieri Milena Gabanelli ha posto un problema assai serio: il rischio che la figura di Responsabile della prevenzione della corruzione (Rpc), prevista dalla legge Severino, sia oggetto di pressioni politiche o quel ruolo sia ricoperto da dirigenti dalla condotta discutibile, sminuendo così una funzione fondamentale per contrastare il malaffare nella Pubblica amministrazione. È un fronte che da tempo vede impegnata l’ Anac, che agli Rpc dedica annualmente un’ apposita giornata di formazione anche per consentire di esercitare al meglio il loro ruolo. In questa stessa prospettiva, oltre a raccomandare alle amministrazioni, nel Piano Nazionale anticorruzione, di non nominare a tale carica chi non abbia dato prova «nel tempo di comportamento integerrimo», la scorsa estate l’ Anac ha anche emanato un apposito Regolamento per tutelare chi svolge correttamente il proprio dovere, rafforzando i meccanismi di tutela della sua indipendenza, attraverso uno specifico istituto previsto dalla legge e cioè la richiesta di riesame dei provvedimenti di revoca degli Rpc, quando vi è il sospetto che queste revoche siano dettate da ragioni ritorsive o discriminatorie. Per evitare equivoci, però, certamente non voluti dalla bravissima giornalista è necessario fare alcune precisazioni. Comprendo la necessità su temi complessi di semplificare i messaggi ma scrivere che gli Rpc sono i «responsabili Anac» non è in linea con la realtà e con quanto prevede la legge. L’ Autorità nazionale anticorruzione, infatti, non ha alcun potere nella loro nomina né alcun ruolo rispetto al loro operato. Gli Rpc sono dipendenti della singola amministrazione e questo incarico è conferito dai vertici della amministrazione di appartenenza, senza nessuna interlocuzione con l’ Anac. Se l’ Autorità viene a conoscenza in qualunque modo di comportamenti non corretti, segnala tale dato all’ Amministrazione di appartenenza chiedendo anche di sostituire gli Rpc. Sono numerosi i casi in cui ciò è avvenuto e, ad onor del vero, quasi sempre le amministrazioni si sono adeguate. Quanto all’ affermazione contenuta nell’ inchiesta secondo cui non si sa in quali casi gli Rpc abbiano segnalato il verificarsi di fatti di corruzione, va chiarito che non si tratta di ufficiali di polizia né giudiziaria né di sicurezza ma di soggetti chiamati a far rispettare un impianto di norme (dai piani di prevenzione, ai codici etici alle norme sulla trasparenza) che, anche secondo i migliori standard internazionali, hanno come obiettivo di provare ad evitare che la corruzione si verifichi! Infine, mi faccia però spezzare una lancia in favore degli Rpc; i casi indicati dalla Gabanelli sono gravi e le amministrazioni che non rimuovono quelli nominati in modo inopportuno violano lo spirito della legge; verificheremo tutti i casi ed interverremo di conseguenza. È però giusto ricordare che le amministrazioni tenute a nominare un Rpc sono almeno 15 mila. Ci possono essere certamente mele marce (e non sono mancati persino casi di arresti di Rpc) ma va evidenziato anche che sono tanti coloro che stanno provando a vincere una sfida difficilissima; quella di imporre i valori dell’ anticorruzione dall’ interno, senza aspettare indagini, manette ed agenti provocatori.
Raffaele Cantone

16/10/2018 – Italia Oggi

Dal 18/10 la gara è online

Faq della Commissione europea sulla partecipazione agli appalti pubblici
Il documento unico europeo fatto solo via web
Terminata la fase transitoria prevista dal codice appalti, dal 18 ottobre diventa obbligatorio, senza eccezioni o deroghe, predisporre il Documento di gara unico europeo (Dgue) in modalità telematica. Da questa data partirà, infatti, la semplificazioni telematica per l’ accesso ai bandi di gara pubblici in formato Ue. A ricordare l’ entrata a regime degli appalti elettronici – che semplificano l’ intero ciclo delle gare pubbliche, rendendolo più efficiente e trasparente – è la stessa Commissione europea, che ha divulgato nei giorni scorsi una nota tecnica sul tema. Quest’ obbligo è stato previsto dallo stesso codice appalti (dlgs articolo 85, 1 comma, del dlgs n. 50/2016) e dal regolamento Ue n. 7/2016, che ha adottato il modello di Dgue per tutti i Paesi membri. Autodichiarazione dell’ impresa partecipante. Il Dgue è uno strumento che agevola la partecipazione agli appalti pubblici. Si tratta di un’ autodichiarazione relativa all’ idoneità, la situazione finanziaria e le competenze delle imprese che funge da prova documentale preliminare in tutte le procedure di appalto pubblico al di sopra della soglia Ue. L’ autodichiarazione consente alle imprese partecipanti o ad altri operatori economici di attestare che essi: non si trovano in una delle situazioni che comportano o potrebbero comportare l’ esclusione dalla procedura; rispettano i pertinenti criteri di esclusione e di selezione. Solo l’ aggiudicatario sarà tenuto a presentare i certificati normalmente richiesti agli acquirenti pubblici a titolo di prova. In caso di dubbi potrebbero comunque essere richiesti anche ad altri partecipanti alcuni o tutti i documenti. Qualora la società fornisca i link ai rispettivi registri contenenti la documentazione, gli acquirenti devono potervi accedere direttamente. Ciò permetterà di ridurre sensibilmente gli oneri amministrativi connessi alla dimostrazione dell’ ammissibilità dei partecipanti. A partire dal 18 ottobre 2018, un operatore economico potrebbe non dover più fornire documenti amministrativi complementari nel caso in cui l’ amministrazione aggiudicatrice possieda già tali documenti. Il ricorso agli appalti elettronici rende la procedura più trasparente, riduce l’ interazione sleale tra i funzionari responsabili degli appalti e gli operatori economici e facilita l’ individuazione di irregolarità e corruzione grazie a piste di controllo trasparenti. Le nuove direttive confermano il ruolo strategico degli appalti pubblici non soltanto nel garantire che i fondi pubblici vengano spesi in maniera economicamente efficiente, assicurando nel contempo il migliore rapporto qualità/prezzo per l’ acquirente pubblico. Il Dgue dovrà essere predisposto esclusivamente in conformità alle regole tecniche che saranno emanate da AgID (Agenzia per l’ Italia digitale) ai sensi dell’ articolo 58, comma 10, del codice dei contratti pubblici. CINZIA DE STEFANIS

16/10/2018 – La Stampa

Via alle semplificazioni c’ è pure il codice appalti

Decreto ad hoc
Nel corso del consiglio dei ministri di ieri sera è nato un secondo decreto, che stralcia dal Dl fiscale norme su temi differenti. Lega e Cinque Stelle lo chiamano un «taglia scartoffie e leggi inutili, con oltre 100 adempimenti in meno per le imprese». Ci saranno norme per garantire una Rc auto «più equa», lo stop ai pignoramenti della casa per chi ha crediti verso la Pubblica amministrazione. Tra le altre cose è prevista la semplificazione del Codice degli Appalti per velocizzare l’ avvio di investimenti. È poi prevista meno burocrazia per le start up, vengono semplificate le procedure per la riqualificazione degli impianti eolici e viene potenziata la digitalizzazione della Pa. Tra le norme c’ è anche l’ eliminazione per le imprese agroalimentari dei registri del burro e dello zucchero. Nel decreto fiscale, invece, è stata inserita una norma che prevede l’ incompatibilità tra la figura del commissario ad acta per l’ attuazione del piano di rientro del deficit sanitario e ogni altro incarico istituzionale.

16/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Investimenti, sbloccati 4,2 miliardi per interventi sul territorio

Massimo Frontera e Gianni Trovati

L’intesa ieri nella conferenza Stato-Regioni stanzia anche spazi finanziari aggiuntivi per investimenti di Province e Comuni e punta a eliminare (dal 2021) i vincoli sugli avanzi regionali

Trovato l’accordo per sbloccare 4,2 miliardi di investimenti regionali sul biennio 2019-2020 e per cancellare dal 2021 la norma che vincola gli avanzi di bilancio delle Regioni. Il tutto senza intaccare i trasferimenti regionali (1,4 mld nel 2019 e 1,126 mld nel 2020) per le politiche sociali. Sono questi gli elementi dell’accordo siglato ieri nella conferenza Stato-Regioni con l’ok del governo alla proposta fatta dalle Regioni dal presidente Stefano Bonaccini. Un accordo “win-win”, che libera 2,5 miliardi sul 2019 e 1,7 miliardi sul 2020 da investire su dissesto idrogeologico, messa in sicurezza sismica, trasporti, edilizia sanitaria residenziale e imprese. Il meccanismo, che sarà tradotto in una norma in manovra, permetterà ai governatori di mettere a bilancio spesa in conto capitale aggiuntiva rispetto a quella già programmata nell’ultimo preventivo 2018-2020.

Gli investimenti andranno completati entro i prossimi cinque anni. Ma le Regioni, direttamente o tramite bandi rivolti agli enti locali, dovranno realizzare l’anno prossimo almeno 800 milioni di spesa effettiva per evitare sanzioni. Chi non ce la fa verserà i fondi che restano al bilancio statale. «Meglio di così era impossibile – esulta il viceministro all’Economia Massimo Garavaglia – perché l’intesa trasforma 800 milioni l’anno di spesa corrente in investimenti e fa saltare la clausola sui fondi sociali» che avrebbe rischiato il taglio di 1,4 miliardi per non autosufficienza e welfare locale. Perché l’intesa interviene sui meccanismi del «contributo alla finanza pubblica» chiesto ai governatori che finora era stato “tamponato” imponendo però un avanzo obbligato proprio per non incidere sui saldi di finanza pubblica.

L’accordo di ieri – che va recepito con una norma da inserire nella legge di Bilancio – è anche un pezzo della più ampia partita sugli investimenti che, tra Stato, Regioni ed Enti locali, tiene ferme risorse per 150 miliardi. «È un accordo nell’interesse di tutti», ha rimarcato ieri Bonaccini, intervistato da Radio 24. «C’è anche un aumento di 800 milioni per 2019 e 820 milioni sul 2020 sui patti territoriali, per investimenti di Province e comuni», ricorda l’assessore al Bilancio dell’Emilia Romagna, Emma Petitti. L’accordo, infine, prevede anche l’impegno a un’intesa, entro il 31 gennaio 2019 nella Stato-Regioni, «sulle risorse aggiuntive per il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese nelle materie di competenza concorrente». © RIPRODUZIONE RISERVATA

16/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Investimenti, 150 miliardi bloccati da Stato e Regioni

Giorgio Santilli

Troppi lacci e lacciuoli

L’azzardo sulle previsioni di crescita del Def potrà diventare una scommessa vinta dal governo solo con un rilancio immediato degli investimenti pubblici. La partita-chiave è portare in tre anni la spesa in conto capitale dal 2 al 3% del Pil e già nel 2019 la crescita del settore costruzioni dall’1,2% tendenziale a 2,8%. Obiettivo arduo se si pensa che ancora nel 2018 la spesa, prevista in crescita per 848 milioni, si ridurrà di 756 milioni. Nel biennio 2017-2018 si sono spesi solo 5 miliardi, dice Ance: il 3% delle disponibilità. Ma dove stanno e perché non si spendono i 150 miliardi già stanziati di cui ha parlato il ministro dell’Economia Tria e ora certificati dall’aggiornamento del Def?

Dove sono le risorse? – Fondo da 82 miliardi in 15 anni, il freno Regioni

Più della metà dei 150 miliardi arrivano dal «fondone» unico quindicennale per gli investimenti di Palazzo Chigi, creato da Renzi e rifinanziato da Gentiloni. Oggi vale 82.158 milioni (60 alle opere pubbliche) ma è frenato da tre pesanti controindicazioni: 1) ha subìto la bocciatura della Consulta (sentenza 74/2018) che ha imposto al governo intese con le Regioni per decidere a cosa destinare le risorse; 2) la sua operatività è affidata ora a trattative estenuanti con le Regioni sui singoli capitoli, come successe alla “legge obiettivo” nel 2000-2001, con forti ritardi applicativi e moltiplicazione di opere solo sulla carta prioritarie; 3) il 76% delle risorse (62,3 miliardi) è spendibile solo dopo il 2021 e questo dà al fondo un carattere di lungo periodo utile per stabilizzare la pianificazione ma non favorisce una ripartenza sprint dopo dieci anni di tagli. Fondo ordinario compatibile con la finanza ordinata di Padoan, non piano straordinario immediato. Il risultato è che dei 2.770 milioni che dovevano essere spesi nel biennio 2017-18 finora sono stati spesi 300 milioni. La risposta del governo gialloverde è accelerare e mettere in bilancio risorse aggiuntive – circa 15 miliardi – solo per il triennio 2019-2021. Uno studio dell’Ance che sarà presentato martedì all’assemblea aiuta a ricostruire il resto dei 150 miliardi. Oltre al fondo infrastrutture ci sono 15 miliardi dai fondi strutturali europei, 27 dal Fondo sviluppo e coesione, 8 per il rilancio degli enti territoriali, 8 per il terremoto, 3 dal testo della legge di bilancio 2018, 6,6 per il contratto di programma Anas e 9,3 per il contratto Fs. L’Ance calcola che a oggi sono stati spesi solo 5,1 miliardi: 300 milioni del fondone di Palazzo Chigi, 2,1 miliardi del contratto Anas,510 del terremoto, 30 della legge di bilancio 2018. Frenata anche la spesa di Regioni e Comuni: spesi solo 1,2 miliardi degli enti locali, 700 milioni di fondi Ue, 300 del Fsc.

Analisi costi-benefici – Cinque piani in 8 anni, la politica instabile

Cambiano le maggioranze politiche e cambiano le priorità infrastrutturali. Ogni governo vuole scrivere il suo piano. L’ultimo rapporto sulle «infrastrutture strategiche e prioritarie» realizzato dal Servizio studi della Camera (in collaborazione con Anac e Cresme) ricorda quanto avvenuto dal 2011: la coda finale della faraonica legge obiettivo del centro-destra (317 miliardi di investimenti previsti, realizzati per meno del 15%); poi, un sottopiano di opere di “serie A” per 166 miliardi individuate nel Def 2011; ancora, l’identificazione di «25 opere prioritarie» per 91,6 miliardi ad opera dell’ex ministro Lupi (governo Renzi) con il Def 2015; infine, il piano delle «invarianti» di Graziano Delrio (governo Gentiloni) per 132,3 miliardi. A dispetto della giostra dei piani, negli ultimi 16 anni il nucleo fondamentale non è cambiato molto: Torino-Lione, Av Milano-Padova, Napoli-Bari, terzo valico, le due pedemontane (lombarda e veneta), Tirrenica, Jonica e così via. Solo con Delrio ai piani nominali si è affiancata una project review che ha ridotto alcuni progetti a versioni low cost (Tirrenica, Torino-Lione, Salerno-Reggio Calabria) con risparmi di 40 miliardi. L’attuale ministro, Danilo Toninelli, vuole a sua volta firmare un proprio piano e ha avviato la quinta revisione in otto anni che, mediante un’analisi costi-benefici, si annuncia più radicale delle precedenti. Numerose opere in corso a rischio: discontinuità che pagano con il proprio elettorato ma creano nuove tensioni con la Lega (si veda l’ultimo scontro con il governatore veneto Zaia sulla pedemontana veneta) non accelerano gli investimenti, tanto più se si fermano le poche opere che macinano cassa. In un clima politico diverso sarebbe utile una “costituzionalizzazione” degli investimenti pubblici, con un Piano nazionale approvato a maggioranza qualificata in Parlamento, in modo da condividere tra le forze politiche un nucleo di priorità che vada oltre l’arco breve di una legislatura e sia capace di unire anziché dividere.

Legge Severino – Traffico di influenze e sciopero della firma

La legge Severino ha inasprito la disciplina anticorruzione e ha creato un nuovo reato, il traffico di influenze illecite, destinato ad allargare il perimetro penalmente rilevante dei comportamenti nella Pa. L’ampliamento delle aree di rischio per l’attività dei funzionari pubblici ha ridotto gli spazi discrezionali delle decisioni, mentre il nuovo codice degli appalti ampliava la discrezionalità della pubblica amministrazione, per esempio, con il passaggio da un regolamento rigido alla maggiore flessibilità della soft law.Ne è scaturito un irrigidimento della Pa – ritiro dalle commissioni giudicatrici, paralisi in presenza di ricorsi e addirittura di sentenze di rigetto dei ricorsi, richieste massicce di chiarimenti all’Anac anche su aspetti banali del nuovo codice – che non di rado è sfociato in rallentamento dell’attività e in molti casi di sciopero della firma. Ora le imprese dell’Ance propongono una disciplina più chiara della responsabilità penale e contabile dei funzionari pubblici.

Modifiche domani nel dl – Per il codice appalti subito le correzioni

Destino segnato per il codice appalti che sarà modificato già con il decreto al Cdm domani (si veda pagina 3). La strada scelta nel 2016 di applicare le nuove norme tutte e subito senza un adeguato periodo transitorio ha frenato il settore e “bruciato” una riforma che avrebbe risolto alcune criticità strutturali. Si tornerà ora a un regolamento generale vincolante (che supererà le linee guida Anac) e si alzeranno le soglie a livello Ue per svolgere gare semplificate. Parziale marcia indietro su appalto integrato e massimo ribasso. Resta da capire se si andrà avanti con riforme decisive come la riduzione delle 30mila stazioni appaltanti, rimasta inattuata. Comuni e Asl pensano a una soluzione gattopardesca come quella dei consorzi: “contaminare” i soggetti buoni con quelli che hanno difficoltà organizzative e finanziarie non accelera i tempi né migliora la qualità.

Il possibile ruolo di cdp – Progettazione scadente, per un’opera 15 anni

Da 30 anni il gap italiano è la progettazione scadente e l’assenza di un parco progetti cantierabili (si è visto con scuole, difesa del suolo, periferie). Di recente si è provato a porre rimedio con fondi nuovi o rivitalizzati per finanziare la progettazione e supplire così alla carenza di organico delle Pa, soprattutto locali. Il governo gialloverde cambia direzione, ipotizzando piuttosto di creare all’interno della Pa (o in affiancamento) strutture tecniche: il ritorno al Genio civile. Una prima misura è nel Dl Genova che consente al ministero delle Infrastrutture di assumere 77 tecnici. Ma il governo punta anche su Cdp che sta studiando la creazione di task force per offrire un sostegno a 360° (tecnico, finanziario, amministrativo) alle Pa centrali e locali in tutte le fasi dell’investimento. Sulle piccole opere ma anche sulle grandi. Aiuto che punta a ridurre i tempi lunghissimi della burocrazia: secondo i dati della Presidenza del Consiglio oggi servono 15 anni per realizzare una grande opera e 8 anni se ne vanno in “tempi di attraversamento“, burocrazia pura per rilasciare autorizzazioni e visti o inerzie fra una fase e l’altra.

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16/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Appalti, a settembre sprint di comuni e sanità. Dopo 9 mesi +31% per le gare e +33% per i valori

Alessandro Lerbini

Cresme: sono le opere tradizionali (bandi di sola esecuzione e appalti integrati) a fare il pieno di iniziative: 14,2 miliardi su 18,4 totali del mercato

Nuova spinta al mercato dei lavori pubblici. Gli ottimi dati di settembre, soprattutto di comuni e sanità, vanno a migliorare l’andamento degli appalti che già durante il 2018 hanno registrato dinamiche positive. Secondo il monitoraggio Cresme Europa Servizi, nei primi nove mesi dell’anno sono stati promossi 15.995 bandi per un importo di 18,483 miliardi. Rispetto allo stesso periodo del 2017 il numero degli avvisi cresce del 30,8% e quello degli importi del 32,9 per cento. Solo a settembre sono andate in gara 1.735 procedure (+28% su settembre 2017) per 983 milioni (+13,6%). Tra queste spiccano le amministrazioni comunali che hanno pubblicato 962 gare (+14%) per 379 milioni (+14%) e l’edilizia sanitaria con 63 gare (+3%) per 111 milioni (+131%).

Tipologia di mercati

Sono le opere tradizionali (bandi di sola esecuzione e appalti integrati) a fare il pieno di iniziative (14,2 miliardi su 18,4). In particolare le gare di sola esecuzione lavori totalizzano 12.588 procedure +33%) per 11,3 miliardi (+48%). I mercati complessi (partenariato pubblico privato e gare di costruzione-manutenzione e gestione) si fermano a 357 iniziative (+8%) per 783 milioni (-67%).

Enti appaltanti

La graduatoria dei primi nove mesi vede in testa i comuni che hanno mandato in gara il 57% delle gare pubbliche sul territorio nazionale e il 23% degli importi. In particolare i bandi sono 9.204 (+26,9%) per 4,417 miliardi (+23%). Al secondo posto si piazzano le Ferrovie che hanno promosso 272 gare (+49,5%) per 3,222 miliardi (+26%).

Seguono i gestori di reti, infrastrutture e servizi pubblici locali con 1.452 appalti (+37,8%) per 2.338 miliardi (+21,3%) e i concessionari e gestori della rete autostradale con 178 opere (-4,8%) per 1,469 miliardi (+176%). Per l’Anas si contano 241 gare (-7%) per 704 milioni (+36%).

Classi d’importo

Tutte positive le fasce dei lavori pubblici. Quella oltre i 50 milioni, a parità di numero di procedure con i primi nove mesi dello scorso anno (33), cresce del 2,9% per i valori (4,1 miliardi). Incrementi maggiori per le altre classi: si va dal +52% per gli importi tra 5 e 15 milioni al +21% tra 150mila e 500mila euro.

Aree geografiche

La Lombardia (2,5 miliardi, +24%) guida la classifica regionale davanti alla Campania (2,1 miliardi, +153%) e alla Toscana (1,6 miliardi, +21%). Solo due le regioni che chiudono i primi tre trimestri con dati in calo: Piemonte (1,3 miliardi, -23%) e Sardegna (385 milioni, -13%).

Top 10 settembre

Il bando più rilevante di settembre è quello della Regione Marche che assegna l’affidamento dell’appalto dei lavori di realizzazione della nuova struttura ospedaliera materno-infantile ad alta specializzazione G. Salesi ad Ancona, in località Torrette. La gara ha un valore di 46,3 milioni.

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16/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Costruttori contro la stretta sui subappalti illeciti: «Rischio di penalizzare le imprese in regola»

Mauro Salerno

Nell’audizione sul Dl sicurezza l’Ance chiede però di estendere alle Casse edili, oltre che ai prefetti, la notifica preliminare sull’avvio dei cantieri

C’è il pericolo di penalizzare anche le imprese oneste. Con questa motivazione i costruttori bocciano la norma del Dl sicurezza che inasprisce le pene per le imprese che affidano e ricevono un subappalto non autorizzato. Per l’Ance, sentita ieri in audizione al Senato, la stretta decisa dal Dl sicurezza (da 1 a 5 anni di reclusione rispetto all’arresto da sei mesi a un anno) potrebbe andare a cozzare contro le difficoltà di interpretazione delle norme che regolano i subappalti, rischiando di «mettere in difficoltà gli appaltatori onesti».

Secondo i costruttori i problemi nascono dalle difficoltà di interpretazione delle regole che disciplinano i subaffidamenti e che spesso portano le stazioni appaltanti a confondere i casi in cui è necessaria l’autorizzazione (subappalti di lavori, oppure forniture con pose in opera e noleggi oltre certi limiti di importo e utilizzo di manodopera) con quelli in cui è sufficiente la semplice comunicazione.

Positiva invece la valutazione sulla scelta di estendere ai prefetti la notifica preliminare di avvio dei cantieri. Anzi la proposta dei costruttori è quella di allargare ulteriormente la platea dei destinatari della comunicazione includendo anche le Casse edili e notificando non solo l’inizio delle attività ma anche gli aggiornamenti durante l’esecuzione. «Entrambe le proposte – spiega l’Ance – , se recepite, garantirebbero una più attenta verifica delle condizioni di regolarità delle imprese, soprattutto in sede di attestazione della regolarità contributiva, con la possibilità di costituire una banca dati, aggiornata, di settore, anche ai fini di una migliore programmazione della attività ispettiva».

In mattinata l’Ance era stata sentita anche sul Ddl anticorruzione, che introduce il cosiddetto Daspo per i corrotti e la confisca dei beni «senza condanna» . Punti sui quali i costruttori hanno espresso le proprie perplessità, giudicando le sanzioni «sproporzionate» rispetto agli obiettivi, con il rischio di «compromettere definitivamente la ripresa dell’attività imprenditoriale».

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16/10/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio

Cassazione: il committente risponde dei danni causati durante i lavori

Paola Pontanari

Il Comune aveva dato in appalto i lavori di realizzazione di una bretella stradale, provocando un allagamento a un immobile e ai beni mobili ivi contenuti

Risponde il committente in caso di danni a terzi nel corso di lavori dati in appalto che sono stati causati dalla «cosa» su cui viene fatto l’intervento. Il principio (riferito a un contenzioso con un Comune) è stato affermato dalla Corte di cassazione, con la sentenza 23442/2018.

Nel caso affrontato dalla Cassazione il Comune aveva dato in appalto i lavori di realizzazione di una bretella stradale, provocando un allagamento a un immobile e ai beni mobili ivi contenuti di proprietà di terzi. Il Tribunale di Treviso ha ritenuto responsabile dei danni l’impresa appaltatrice e la Corte di Appello di Venezia ha confermato il rigetto della domanda nei confronti del committente.

I terzi danneggiati, allora, sono ricorsi in Cassazione, insistendo sulla responsabilità anche del committente e la Suprema Corte ha ritenuto il motivo fondato.

In particolare, La Corte di Appello di Venezia ha ritenuto che non potesse riconoscersi una responsabilità del committente in base all’articolo 2051 del Codice civile (responsabilità per cosa in custodia), in quanto l’aver affidato il cantiere all’ impresa appaltatrice escludeva il rapporto di custodia sulla cosa che ha procurato il danno. Nemmeno poteva essere considerata una responsabilità oggettiva ai sensi dell’articolo 2050 del Codice civile perché l’attività pericolosa era svolta dalla società appaltatrice.

Ed è vero che di regola nei confronti dei terzi danneggiati risponde l’appaltatore in quanto quest’ultimo svolge in autonomia la sua attività. Ma, se i danni sono stati causati direttamente dalla cosa oggetto dell’appalto, ne risponde il proprietario/committente in virtù del rapporto di custodia di cui all’articolo 2051 del Codice civile, salva la prova a suo carico del caso fortuito.

Infatti, l’autonomia dell’appaltatore riguarda l’attività da porre in essere per l’esecuzione dell’appalto, non la disponibilità e la custodia del bene oggetto dei lavori.

Non si può cioè consentire che il custode si liberi della sua posizione di “garante” della cosa, affidandola a un appaltatore per l’esecuzione dei lavori. Così facendo, si verrebbe a configurare un’ulteriore ipotesi di esonero della responsabilità oggettiva sulla custodia, eludendo la legge che invece ne prevede una soltanto (il caso fortuito).

In materia condominiale, la Cassazione già in passato ha ritenuto responsabile il condominio committente quando il fatto lesivo è stato commesso dall’appaltatore in esecuzione di un ordine impartitogli dal direttore dei lavori o da altro rappresentante del committente stesso, tanto che l’appaltatore aveva perso l’autonomia che normalmente gli compete.

È stata poi riconosciuta una responsabilità del condominio committente per avere affidato il lavoro a un’impresa che palesemente difettava delle necessarie capacità tecniche. Le dinamiche del rapporto tra l’assemblea dei condòmini e l’amministratore fanno sì che, a seconda dei casi, la paternità della decisione possa attribuirsi ora alla prima ora al secondo ora ad entrambi. Si tratta, insomma, di accertare caso per caso l’ambito di autonomia di azione ed i poteri decisionali concretamente attribuiti all’amministratore (Cassazione penale, sentenza 42347/2013).

Con la sentenza 23442/2018 le cose si complicano ulteriormente: ora il condominio proprietario, in qualità di custode della cosa oggetto dell’appalto, è ritenuto direttamente responsabile dei danni cagionati a terzi o al condomino se i danni sono causati direttamente dalla cosa (come per esempio una perdita d’acqua dall’impianto comune mentre un’impresa ci sta lavorando), salvo che provi il caso fortuito, ovvero dimostri che l’attività dell’appaltatore sia riconducibile al fatto del terzo non prevedibile e non evitabile.

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