Rassegna Stampa dell’8/9 Ottobre

06/10/2018 – Il Sole 24 Ore

Alitalia, l’ ingresso di Ferrovie attraverso il conferimento di asset

IL PIANO DI SALVATAGGIO
L’ ipotesi di riassetto coinvolge anche altri attori pubblici con ruoli diversi
Strada in discesa per l’ ingresso di Fs nel capitale della nuova Alitalia: la società pubblica entrerà conferendo alcuni asset e non attraverso l’ acquisto di una partecipazione. Uno schema in via di definizione da parte del Governo che però spiega anche le parole pronunciate ieri dall’ amministratore delegato di Fs, Gianfranco Battisti; a margine di un incontro il manager ha dichiarato che «al momento l’ unico interesse è lo sviluppo industriale del Gruppo e non siamo focalizzati a partecipazioni finanziarie in altre società». Chiaro il riferimento al dossier Alitalia, che sta prendendo forma in questi giorni. E che prevede il coinvolgimento di Fs così come di altre società pubbliche (a partire da Cdp) con ruoli e impegni diversi. Per quanto riguarda Fs, secondo quanto risulta a Il Sole 24 Ore, lo schema contempla una partecipazione attraverso il conferimento di alcuni asset, che verrebbero trasformati in quota capitale. Sul tavolo, come noto, ci sono sinergie con l’ alta velocità ferroviaria e altre attività o servizi forniti da Fs. Non a caso ieri Battisti ha sottolineato che «trasporto regionale, alta velocità, logistica e digitalizzazione per nuovi servizi ai clienti pendolari sono le priorità e le sfide industriali messe al centro del prossimo Piano industriale, a cui stiamo lavorando già da agosto». Alitalia intanto sta continuando a creare problemi a Etihad, finita di nuovo nel mirino di un gruppo di creditori internazionali che negli anni scorsi aveva sottoscritto parte di un maxi-bond da 1,2 miliardi di dollari emesso per sostenere gli investimenti su Alitalia e un’ altra compagnia partecipata dagli arabi, Air Berlin: ora gli investitori reclamano il fatto che Etihad non ha mantenuto gli impegni sulle due compagnie, privando nei fatti di garanzie i titoli emessi. © RIPRODUZIONE RISERVATA. R.Fi.

06/10/2018 – Italia Oggi

Enti locali, volàno della crescita

NOTA AGGIORNAMENTO DEF/ Dalla cessione del patrimonio pubblico 730 mln nel 2019
Investimenti, sblocco degli avanzi, dismissioni immobiliari
Valorizzazione del patrimonio pubblico da realizzare attraverso una gestione più efficiente degli immobili e rinegoziando i contratti di locazione. Dismissioni immobiliari coinvolgendo tutti i livelli di governo nell’ ambito del federalismo demaniale. Rilancio degli investimenti pubblici grazie allo sblocco degli avanzi di amministrazione degli enti locali, ma anche attraverso la semplificazione delle procedura, a partire dalla riforma del Codice appalti. Valorizzazione del Partenariato pubblico privato definendo un contratto standard più funzionale alle esigenze degli enti locali. La Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza depositata ieri dal governo alle Camere, affida alle autonomie il ruolo di «motore dello sviluppo territoriale». E promette risanamento finanziario, sblocco del turnover e rafforzamento delle competenze della dirigenza che va maggiormente coinvolta nel miglioramento delle performance. Tutti obiettivi contenuti nel ddl «concretezza» del ministro della Funzione pubblica Giulia Bongiorno. Il combinato disposto di efficientamento delle strutture burocratiche, semplificazione degli appalti, sblocco degli avanzi e nuovo assetto ordinamentale (il governo chiederà una delega al parlamento per una revisione sistematica dell’ ordinamento degli enti locali, che ridefinisca il complessivo assetto della materia, armonizzando le disposizioni originarie sia con la riforma del Titolo V della Costituzione sia con i numerosi interventi di settore succedutisi negli anni, a cominciare dalla legge Delrio) dovrebbero invertire la tendenza negativa in atto da molti anni sul fronte degli investimenti pubblici che l’ esecutivo si attende raggiungano almeno il 3 per cento in rapporto al Pil. Per questo sarà attivato un fondo per il rilancio degli investimenti infrastrutturali con una dotazione complessiva di 150 miliardi da utilizzare in un orizzonte temporale di 15 anni. La valorizzazione del patrimonio pubblico La valorizzazione del patrimonio immobiliare e dei beni demaniali occupa un posto di primo piano tra le politiche di sviluppo disegnate dalla Nota di aggiornamento al Def. Per i cespiti più appetibili saranno realizzate varianti urbanistiche e variazioni nella destinazione d’ uso propedeutiche alla cessione diretta o attraverso Fondi immobiliari. Per gli immobili utilizzati ai fini istituzionali, il Def punta a economizzare le spese, razionalizzare gli spazi e rinegoziare i contratti di locazione. L’ Agenzia del demanio, guidata dal neo direttore Riccardo Carpino, avrà un ruolo chiave in questo processo di valorizzazione. Sul milione di unità catastali che costituiscono il totale dei fabbricati pubblici per un valore stimato di 283 miliardi, il 77% è rappresentato da fabbricati utilizzati direttamente dalla p.a. (217 miliardi) e quindi non disponibili per progetti di valorizzazione. Il restante 23% è dato in uso a titolo gratuito o oneroso a privati (51 miliardi), oppure resta non utilizzato (12 miliardi) o in ristrutturazione (3 miliardi). Il Demanio ha in gestione 43.000 immobili (30.000 fabbricati e per il resto terreni) per un valore complessivo di 60,6 miliardi a cui va ad aggiungersi il demanio storico-artistico e una quota di patrimonio alienabile disponibile, pari a poco più del 3% e costituito da circa 15.000 beni. Le locazioni passive per gli uffici della p.a. centrale costavano alle casse dello stato 900 milioni di euro nel 2014. Sul primo fronte, il Demanio continuerà a spingere sul Federalismo demaniale che ha portato a trasferire (in cambio dell’ impegno all’ utilizzo e alla valorizzazione degli immobili) 5.021 beni a 1.324 enti locali, per un valore di circa 1 miliardo e 830 milioni. Per quanto riguarda il capitolo locazioni passive, la Nadef evidenzia come, a seguito degli investimenti effettuati negli ultimi anni, che hanno portato a recuperare immobili pubblici abbandonati rilasciando progressivamente gli immobili privati per i quali venivano pagati canoni di affitto spesso anche molto salati, il costo delle locazioni sia sceso a circa 813 milioni nel 2018. A regime, stima il governo, quando saranno portati a termine gli interventi programmati, si otterrà un risparmio di circa 200 milioni sulle locazioni passive rispetto alla spesa del 2014. Il Demanio destinerà 1,1 miliardi alla riqualificazione sismica ed energetica degli immobili statali e 900 milioni alla realizzazione di 39 progetti di «federal building» attualmente previsti. Per il 2018 secondo la Nadef i proventi delle vendite di immobili pubblici dovrebbero ammontare a 690 milioni, di cui 50 per le vendite di beni delle amministrazioni centrali, 400 per le vendite effettuate dalle amministrazioni locali e 240 per le vendite degli enti di previdenza. Per il 2019 e 2020 l’ esecutivo stima che le dismissioni del patrimonio immobiliare pubblico possano salire rispettivamente a 730 e 670 milioni. Carta di identità elettronica Nella Nota di aggiornamento al Def il governo ha annunciato di aver completato la progettazione della piattaforma informatica e dell’ infrastruttura tecnologica per l’ emissione delle Carte d’ identità elettroniche (Cie). Entro il 31 dicembre 2018 sarà ultimata l’ installazione delle postazioni di lavoro dedicate alla Cie presso tutti i comuni. Al 31 agosto 2018 sono state installate postazioni di lavoro presso 7.395 comuni. Alla stessa data risultano emesse 4.934.152 carte di identità elettroniche. © Riproduzione riservata. FRANCESCO CERISANO

06/10/2018 – La Verità

Si celebra il divorzio tra Anas e le Fs Armani pentito delle nozze renziane

Il numero uno della società di gestione stradale annuncia l’ avvio del tavolo per lo scorporo. «La scelta implica maggiori certezze dal punto di vista dei ricavi». Solo dieci mesi fa aveva detto il contrario
gianluca baldiniDal 18 gennaio 2018, giorno in cui l’ intero pacchetto azionario di Anas è stato trasferito dal ministero dell’ Economia a Ferrovie dello Stato Italiane sembrano passati decenni. Invece sono solo dieci mesi scarsi. Tanti sono però bastati – grazie al cambio di governo – a modificare ancora una volta le carte in tavola. «L’ indirizzo politico è chiaro, il percorso va completato. L’ uscita da Fs è scontata, stiamo lavorando con il ministero delle Infrastrutture e si attiverà un tavolo tecnico per consolidare il quadro regolatorio per Anas», ha detto ieri Gianni Vittorio Armani, amministratore delegato e direttore generale di Anas, a margine della presentazione della campagna sulla sicurezza stradale «Quando guidi, guida e basta», parlando dell’ uscita della società dal gruppo Fs.Si tratta di un percorso necessario «perché uscire da Ferrovie dello Stato implica maggiori certezze dal punto di vista dei ricavi. È un processo da completare con il ministero, serve uno strumento normativo per abrogare la norma che ci ha portato in Fs», ha concluso. Dopo il decreto che ha portato Anas a essere una controllata della Ferrovie dello Stato, dunque, ora, dopo meno di un anno, ne servirà un altro per scorporarla dall’ ex monopolista ferroviario d’ Italia. Eppure, tra la fine del 2017 e l’ inizio del 2018 le parole di Armani sul tema Anas-Fs sono state ben diverse. «Sono molto soddisfatto», diceva Armani commentando l’ operazione di incorporazione, «perché l’ integrazione con Fs Italiane rappresenta l’ ultimo tassello del profondo processo di rinnovamento della società delle strade avviato due anni e mezzo fa, con la riorganizzazione della governance, il cambio del management, il rilancio della progettazione e dei bandi, la risoluzione del contenzioso, l’ autonomia finanziaria, i piani di manutenzione della rete. Il nostro ingresso nel gruppo Fs», continuava, «ci consentirà di offrire agli italiani una maggiore capacità intermodale e servizi di trasporto integrati e di migliore qualità. Inoltre, con il supporto dell’ azionista Fs Italiane, Anas potrà cogliere le importanti opportunità di crescita che le si profilano in Italia e all’ estero, con una maggiore efficienza industriale e minori rigidità amministrative». Dieci mesi dopo e un nuovo governo sembrano quindi essere bastati per far cambiare totalmente idea ad Armani e ad Anas. Il 19 luglio scorso, il giorno dopo le critiche del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, Armani già mostrava di appoggiare il nuovo inquilino del Mit. “«Le dichiarazioni del ministro dei Trasporti Danilo Toninelli», diceva a margine del convegno Ance dal titolo Sbloccacantieri, «sono quelle più sensate, è giusto che il governo – siccome Anas è un suo strumento – si domandi la valutazione costi benefici delle operazioni fatte da tutti i governi precedenti, perché ogni cosa deve essere valutata e giusta nel suo tempo».Per Anas, continuava, «è fondamentale non perdere la connotazione industriale e l’ autonomia finanziaria perché le consente di investire in modo efficiente a tutto vantaggio della competitività del paese». A questo punto, viene da domandarsi quando Armani ritenesse di avere ragione. Se prima con il governo Gentiloni o oggi con quello Conte. Inoltre, non si comprende facilmente come Anas potesse mantenere l’ autonomia finanziaria nel caso delle integrazione con le Ferrovie, come da progetto realizzato dai governi Renzi e Gentiloni.A questo punto che cosa cambierà per le Ferrovie dello Stato, una volta che Anas uscirà di nuovo dall’ azionariato dell’ ex monopolista? Un portavoce delle Ferrovie dello Stato ha spiegato alla Verità che in realtà per l’ azienda non cambierà nulla. «L’ incorporazione è avvenuta da così poco tempo che non c’ è nemmeno stato il tempo di avviare delle sinergie. Per questo un passo indietro di Anas non dovrebbe comportare alcuna novità per Fs», spiega. Il ministro Toninelli si è già mosso per dividere le due società e Armani ha fatto buon viso a cattivo gioco.Certo, a questo punto un dubbio sulla posizione del numero uno di Anas è legittimo averlo. Come è possibile che prima, con Gentiloni, l’ incorporazione fosse una grande idea e ora sia il caso di correre ai ripari al più presto per garantire l’ autonomia finanziaria della società delle strade? Armani ha più volte sottolineato che Anas deve essere gestita come una qualunque attività industriale. Insomma, la politica dovrebbe stare fuori dalla porta. Vedremo le prossime mosse.

07/10/2018 – La Stampa

“Anticiperemo noi i risarcimenti Autostrade è fuori, ma pagherà”

DANILO TONINELLI Parla il ministro dei Trasporti: “Mi scuso con chi si è sentito offeso dalla mia foto con il plastico”
«Lo Stato anticiperà i soldi dei risarcimenti agli sfollati e poi Autostrade ci rimborserà». Alla vigilia del suo ritorno nella città straziata dal crollo del Ponte Morandi (43 vittime il 14 agosto), il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli rivela gli imminenti correttivi al decreto Genova: più soldi per imprese e porto e cassa integrazione in deroga. E soprattutto un’ apertura sulla modifica alla parte del testo che esclude Autostrade per l’ Italia, gli altri concessionari e tutte le partecipate o collegate. «Aspi è fuori, sugli altri vedremo». Domani sarà a Genova: cosa farà? «Incontrerò la commissaria europea ai Trasporti Violeta Bulc, per verificare con i miei occhi come procede il duro e difficile ritorno alla normalità». Domani ci sarà la prima manifestazione di piazza di sfollati e cittadini. Li incontrerà? «Ho incontrato gli sfollati qualche settimana fa e ho trovato grande umanità e dignità. Farò in modo di incontrarli per capire le loro richieste e riportarle a Roma». Alla commissaria chiederà che i soldi per ponte e messa in sicurezza delle infrastrutture siano scorporati dal calcolo deficit-Pil? «Chiederò di fare tutto il possibile per dare una mano a Genova. C’ è questa possibilità, perché nel Def ci sono 15 miliardi per gli investimenti sulla parte infrastrutturale. Noi il nostro per mettere in sicurezza il Paese lo stiamo facendo, all’ Europa chiederemo una mano sul versante fondi». Come verrà modificato il decreto Genova? «Troveremo più risorse per cittadini, imprese, autotrasportatori e porto». In concreto? «Stiamo ragionando se aumentare la dotazione del fondo complessivo per i porti. E vogliamo aggiungere stanziamenti per le nuove case agli sfollati». Non c’ è il rischio che con l’ esclusione di Autostrade si blocchino pure i risarcimenti agli sfollati? «Autostrade risarcirà fino all’ ultimo centesimo gli incredibili danni che ha arrecato. Noi oggi dobbiamo garantire che queste persone possano tornare alla normalità e, nonostante le difficoltà legislative, penso e spero che già nel decreto ci saranno le somme e i modi per far acquistare loro una casa». Quindi sarà lo Stato ad accollarsi i soldi dei risarcimenti agli sfollati? «Tutto ciò che lo Stato anticiperà ci verrà rimborsato da Autostrade. Ma non possiamo permettere di lasciare persone in albergo o in case provvisorie». Ci sarà la cassa in deroga? «Nel decreto c’ è già un ammortizzatore sociale, il ministero del Lavoro sta lavorando con i miei uffici per la cassa in deroga. I soldi devono andare a chi ha davvero bisogno, ma la cassa in deroga è necessaria e dovremo metterla». L’ articolo 1 sulla ricostruzione verrà modificato, come chiede il neo commissario Bucci? «Ascolteremo Bucci, ma la cosa fondamentale è che lui abbia poteri straordinari». Si potrà eliminare il veto sugli altri concessionari oltre Autostrade? «Autostrade non ricostruirà quel ponte, che ha fatto cadere per sete di profitto. Questo è certo, è un dato politico essenziale. Vedremo se non restringere troppo il raggio d’ azione ad altri». Come procede la revoca della concessione? «La procedura va avanti e l’ obiettivo resta quello». Che giudizio dà di Bucci commissario? «Conosce la città perché è il sindaco, lavorerà nel solco del mandato che gli ha dato il governo». Le polemiche con Toti? «Toti ha fatto politica contro il governo, nonostante ne fosse commissario: una contraddizione dannosa. Spero che si metta a lavorare insieme a noi per ridare normalità alla città». Quando riavrà un ponte Genova? «Abbiamo strutturato il decreto definendo i poteri del commissario affinché i ricorsi, dando per scontato che arriveranno, non abbiano forza tale da bloccare la ricostruzione. Bucci può lavorare senza preoccuparsene. Difficile dare una risposta precisa sui tempi, dipende dai progetti che riceveremo». Sul Terzo Valico (la nuova ferrovia che dovrebbe collegare Genova al Nord, ndr) è sparito l’ anticipo di 791 milioni per il sesto lotto. Verranno recuperati? «Non c’ entra con il decreto Genova, è incompatibile per materia. I lavoratori sono impegnati su lotti precedenti, con stanziamenti precedenti». E la Gronda (nuova bretella autostradale, ndr) si farà? «A breve si chiuderà l’ analisi costi-benefici e ci esprimeremo. Per il Terzo valico a fine ottobre, per la Gronda dopo. Entro dicembre si concluderanno i principali dossier sulle cosiddette grandi opere ereditate». Come giustifica i tempi lunghi per decreto e scelta del commissario alla ricostruzione? «Se avessimo scritto un decreto abborracciato in stile Pd, avremmo fatto danni. È un testo serio, frutto di una tecnica giuridica che non si vedeva da tempo. Ora lo stiamo migliorando. I tempi per il commissario? Ad oggi il sito è ancora sotto sequestro, non si può togliere neanche una pietra». Il procuratore Francesco Cozzi, ha detto di non usare la Procura come alibi… «Il suo compito è fondamentale e non stiamo accusando nessuno, solo constatando che per ovvi motivi giudiziari il sito non è fruibile a pieno». Si è pentito di alcune uscite come quella della “revoca” al barbiere o del plastico in tv? «Ho pianto per Genova e dal 14 agosto ho lavorato costantemente, annullandomi. Se ho offeso qualcuno per alcune stupidaggini strumentalizzate, chiedo profondamente scusa. Ma credo che ci si dovrebbe arrabbiare con chi mostra menefreghismo e cattiva fede». BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI. MARIO DE FAZIO

08/10/2018 – Corriere della Sera

Il nodo delle gare sui lavori del ponte Bandi Ue e deroghe ecco tutti gli scenari

il dossier la ricostruzione
Gli esperti stimano 4 anni. Bucci: fine nel 2020
DAL NOSTRO INVIATO GENOVAAl Commissario spetta l’ amaro calice della verità. «Il problema non è il tempo necessario alla ricostruzione, ma quello che ci vorrà per giungere all’ apertura del cantiere». Marco Bucci ci tiene a mantenere un approccio che lui stesso definisce aggressivo. «Demolizione entro il 2018, consegna nuova infrastruttura nei primi mesi del 2020. Sulla carta, ce la possiamo fare». Il sindaco appena nominato plenipotenziario nella sua città per tutto quel che riguarda le conseguenze del disastro del Ponte Morandi sa bene che le promesse fatte da tutti seguendo l’ onda dell’ emotività sono una utopia difficile da realizzare. Nessuno è immune. Erano trascorsi quattro giorni dal disastro quando l’ amministratore delegato di Autostrade Giovanni Castellucci disse che erano necessari appena 8 mesi per la sostituzione del ponte, «a valle delle autorizzazioni». Vennero poi Luigi Di Maio e Danilo Toninelli, «ottobre-novembre 2019», e altri ancora. La rassegna stampa potrebbe continuare a lungo. Anche se in ognuna di queste dichiarazioni figurava sempre una clausola di salvaguardia. Come quella in calce al piano Autostrade/Renzo Piano, l’ unico finora sul tavolo. «Le tempistiche descritte presuppongono un iter autorizzativo estremamente compresso». L’ ottimismo sparso a piene mani dalla politica è sempre apparso in contrasto con le previsioni degli addetti ai lavori. «Se fosse tutto finito tra quattro anni sarebbe un esempio di grande velocità», aveva detto il docente di Ingegneria Antonio Brencich, prima di dimettersi dalla commissione ispettiva del ministero per evitare sospetti su un possibile conflitto d’ interessi. Anche il professor Giulio Ballio, ex rettore del Politecnico di Milano, uno dei maggiori esperti del settore, aveva confermato la stima di 3-4 anni in caso di demolizione totale del ponte Morandi. Marco Bucci ha il compito di restringere il divario tra sogni e realtà. Finora ha visionato 4 progetti di ponte e ognuno di essi prevede un massimo di 15 mesi dall’ apertura del cantiere con lavori simultanei di demolizione e costruzione da ovest e est, perché il moncone di ponente dovrebbe essere il primo a essere dissequestrato. La cattiva notizia è che fonti della Procura tendono a porre l’ orizzonte della fine dell’ anno per la restituzione integrale dell’ infrastruttura, dettaglio che obbligherebbe comunque a spostare già in avanti le lancette. Il neo Commissario ha provato a far cambiare idea al governo sull’ esclusione di Autostrade, ma da quell’ orecchio la metà pentastellata dell’ esecutivo non ci sente. L’ affidamento «in house» alla società concessionaria era infatti la via più veloce, perché in buona sostanza avrebbe ridotto la faccenda a una questione di diritto privato. Niente da fare. Gli accordi presi dal sindaco con il premier Giuseppe Conte prevedono invece l’ abolizione dal decreto Genova del paragrafo che esclude anche ogni società che ha avuto rapporti di lavoro con qualunque concessionaria. A quel punto sarebbe possibile costituire fin da subito una Associazione temporanea di imprese che potrebbe ricevere l’ affidamento diretto dei lavori, evitando qualunque gara in deroga al codice degli appalti nostrano ed europeo, così come auspicato da Toninelli durante l’ audizione alla Camera dello scorso 11 settembre. Esiste una direttiva, la 2014/25, che prevede la possibilità di evitare la gara solo nel caso in cui non possano essere rispettati i termini per procedure d’ appalto aperte, ristrette o negoziate. Per fare eccezione, l’ Italia dovrebbe dimostrare di non avere responsabilità nel ritardo e dovrebbe ottenere l’ autorizzazione dell’ Ue. La via più veloce è questa, ma è anche quella più esposta a ricorsi di ogni genere. La strada mediana, ma sempre a rischio di contestazione, è la gara a interpello ristretto che inviterebbe 4-5 soggetti appaltanti a fare un’ offerta. Prevede un tempo medio di preparazione che si aggira sui 6 mesi. Per il bando europeo, che metterebbe al riparo da ogni inghippo, serve almeno un anno per la sola scrittura dei singoli capitolati di appalto. Bucci ha l’ obbligo dell’ ottimismo. La logica, e gli esperti, suggeriscono nella migliore delle ipotesi un arrivederci al 2021. Ma solo e soltanto se tutto andrà bene come mai prima. MARCO IMARISIO

08/10/2018 – La Stampa

Strade groviera, le buche raddoppiano ogni anno E ora servono 40 miliardi

Per le strade a pezzi d’ Italia il peggio deve ancora venire e non è solo perché ogni anno le asfaltature sui 650 mila chilometri di rete sono la metà di quello che sarebbe necessario solo per mantenere la situazione com’ è. «È come non curare un dente cariato, alla fine bisogna estrarlo», esemplifica Michele Turrini, presidente di Siteb, la Società italiana bitume asfalto strade, che ha circa 300 associati e rappresenta l’ intera filiera del settore. Allo stesso modo in una strada lasciata a se stessa il degrado accelera, perché i difetti aggrediscono i livelli più profondi e intervenire sullo strato superficiale non basta più. E, superata una certa soglia di danno, la spesa per il ripristino si moltiplica per cinque. Gli investimenti necessari Non esistono solo i problemi alle grandi infrastrutture, come evidenziato dalla tragedia del ponte Morandi, a Genova, e dei mancati lavori straordinari a opere che si avvicinano pericolosamente alla fine della propria vita utile. In Italia esiste un problema, altrettanto drammatico, che riguarda gli interventi più minuti, la cosiddetta manutenzione ordinaria. Ecco perché oggi, solo per il manto stradale e soltanto per rimettersi in pari, servirebbero investimenti per oltre 40 miliardi. Una cifra enorme che è il prodotto di quasi tre lustri di amnesia: il 2004 fu l’ ultimo anno con investimenti sufficienti e la china, da allora, si è fatta sempre più ripida. Minando dalle fondamenta un patrimonio pubblico il cui valore è calcolato in 5 mila miliardi e il cui degrado è fonte di un numero enorme incidenti. Sono oltre 10 mila ogni anno, stima Ania, l’ associazione delle imprese assicurative, quelli con feriti legati allo stato dell’ asfalto. E che, chilometro dopo chilometro, drena silenziosamente denaro, sotto forma di maggiori consumi di carburante e di piccoli grandi danni ai veicoli. I numeri del disastro Per inquadrare il fenomeno e le sue funeste prospettive si può partire da un calcolo, che consideri l’ estensione della rete, le sue caratteristiche e la durata media d’ una strada appena asfaltata. O meglio, del suo strato di usura, quello più superficiale, spesso in media 4 centimetri. Per intervenire ogni sette anni, servirebbero poco più di 173 milioni di metri cubi di asfalto, pari a 42 milioni di tonnellate l’ anno. Peccato che questo livello di produzione, secondo i dati Siteb, sia lontano da quello effettivo: quest’ anno si dovrebbe arrivare a 24 milioni, appena di più del punto più basso della storia recente, il 2012. «Non è sufficiente attribuire il calo all’ assenza di grandi opere. Anzi, qualcosa c’ è stato, tra BreBeMi, tangenziale di Milano o Expo. A mancare, da anni, sono proprio le manutenzioni». Il dato, oltre a essere estremo, è sbilanciato: perché le autostrade in primis – «fuori categoria», perché sorrette dai pedaggi – e un gradino sotto Anas, garantiscono uno standard relativamente alto. Ergo le buche affliggono soprattutto il resto della rete. Le conseguenze sono per il comparto, che ha perso nel giro di otto anni il 36% degli addetti e il 40% delle aziende. E per le arterie del Paese: come fotografato da una relazione al parlamento Ue, che analizza l’ impatto della scarsa manutenzione su economia e sicurezza nel continente (2014), l’ Italia (-52%) è la nazione dell’ Europa dei 26 che, dopo la Bulgaria (-65%), tra il 2008 e il 2011, ha diminuito di più la spesa in manutenzione. Un trend che non si è più invertito. Scavi selvaggi Eppure non basta il gap pur enorme tra fabbisogno e produzione per inquadrare le radici della peste che divora le strade, a partire dalle comunali e provinciali, che scontano la profonda crisi finanziaria degli enti pubblici. Di peggio c’ è che il poco che si investe è spesso vanificato dalla disorganizzazione e dalla poca incisività dei gestori di strade. Anche una manciata di giorni dopo un’ ottima asfaltatura, le ruspe sono in agguato. Nei principali centri urbani gli scavi sono decine ogni giorno e fra questi è preoccupante la quota di quelli urgenti, concessi a fronte di guasti quindi autorizzati in modo quasi automatico. E che, nei fatti, spesso sono un escamotage per perdere meno tempo con le scartoffie o per eludere il divieto di rompere per un certo periodo (di norma è 2 anni) una strada appena rifatta. A pesare è l’ azione dei colossi padroni delle reti sotterranee di acqua, gas e telefonia, che scavano di continuo e relegano i ripristini a una quota risibile del budget, traendo vantaggio da ribassi d’ asta selvaggi e non curandosi – e anzi, chiamandosi fuori – dai subappalti sregolati di chi ottiene i lavori. Una garanzia quasi assoluta che le sistemazioni siano di bassa qualità. E una dinamica che, come inquadrato in molte inchieste giudiziarie, può sfociare in frodi, con l’ uso di sabbia o miscele «low cost». Per eseguire rappezzi, quando non per l’ asfaltatura di tutta la strada. Armi spuntate e burocrazia Ripristini e lavori di bassa qualità, al pari e forse ancor più dell’ usura, sono il primo stadio delle voragini che tappezzano le strade. Ma, anche quando le irregolarità sono scoperte, il deterrente è debole. Un ripristino che non riconsegna la strada com’ era prima dell’ intervento è punito dal Codice della strada con 841 euro, oltre all’ obbligo di ripristino. Il rimpallo di responsabilità e l’ effetto dei subappalti, che spesso porta fuori dai confini italiani, è tale che spesso nemmeno si riesca a capire chi sanzionare e a chi ordinare di sistemare il danno: le imprese spariscono, ma il buco resta. Non è tutto: la burocrazia ci mette del suo. «Il risparmio – osserva Turrini – non è solo sulle manutenzioni, ma anche nella formazione dei tecnici. Gli appalti molte volte sono fatti col copia incolla, poco chiari: se non dico come voglio che sia la strada, è facile che il lavoro sia malfatto. Senza contare l’ effetto del Codice degli appalti: non ha cambiato granché se non creare un mare di contenziosi e di imbarazzi alle amministrazioni». C’ è un anello della catena che è forse il più debole di tutti, ed è quello delle Province e Città metropolitane. La ragione è semplice: a limiti finanziari, simili a quelli dei Comuni, uniscono reti estese e complesse, con ponti e gallerie – 30 mila, in tutta Italia – che fanno salire moltissimo i costi di gestione. Le Province a pezzi Secondo una ricognizione di Upi, l’ Unione delle province italiane, oggi circa 5 mila chilometri dei 130 mila di provinciali è chiusa per frane o perché il manto stradale è impraticabile. Un danno che ha più facce, perché spesso queste strade sono l’ unico modo per raggiungere determinate località. Quando non si arriva a chiudere, i tecnici si tutelano: «Su oltre metà della rete – spiegano da Upi – i limiti di velocità sono tra i 30 e i 50 all’ ora. In molti casi gli enti non sono in grado di imporre nuovi limiti perché mancano le risorse perfino per acquistare la segnaletica». Questo disastro è però figlio di scelte ben precise: tutto è partito nel luglio del 2001 (decreto Bassanini del ’98), quando il 65% dell’ allora rete Anas, 29.522 chilometri, passò alle Regioni, che, salvo poche eccezioni, lo cedette alle Province. Dopo aver trasferito pure risorse e mezzi, 933 miliardi di lire per il funzionamento, più quasi 1200 miliardi per 2001 e 2002 per un piano straordinario, lo Stato ha mollato la presa, le Regioni si sono disinteressate e le Province hanno iniziato ad annaspare. La spesa per la manutenzione è crollata tra 2009 e 2011 (-43%), passando da 3 miliardi a 1,7, fino ad avere il colpo di grazia con la riforma Delrio e il taglio brutale ai trasferimenti. Da questo punto di vista i 1,6 miliardi in sei anni stanziati in extremis dal governo uscente sono una goccia nel mare. BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI. MARCO GRASSO ROBERTO SCULLI

 

08/10/2018 – Il Sole 24 Ore Edilizia e Territorio

Appalti, niente revoca dell’attestazione se la Soa non utilizza il certificato falso

Massimo Frontera

Tar Lazio contro Anac: per revocare l’attestazione non basta l’esistenza di un certificato irregolare, ma occorre che la Soa lo utilizzi

Nei complessi rapporti tra Autorità Anticorruzione, operatore economico e società organismo di attestazione si inserisce la recentissima sentenza del Tar Lazio (n.9757/2018, Sezione Terza Stralcio), pubblicata il 5 ottobre scorso, che fissa un paletto importante su una questione vitale per l’impresa: la revoca o meno dell’attestazione Soa. Una sentenza che si conferma attuale anche se i fatti risalgono ad anni in cui era in vigore un diverso quadro regolatorio, e cioè il vecchio regolamento appalti del Dpr n.34/2000.

Anac: revoca dell’attestazione Soa

Tutto parte da un accertamento svolto nel 2006 dall’allora Avcp nei confronti di una impresa in possesso di una qualifica Soa (rilasciata il 5 ottobre del 2006). Secondo l’Autorità, l’attestazione era stata emessa «in assenza del requisito di cui all’articolo 17, comma 1, lettera “m” del Dpr 34/2000». L’attestazione, cioè, secondo gli ispettori dell’Avcp, era stata rilasciata sulla base di «false dichiarazioni circa il possesso dei requisiti richiesti per l’ammissione agli appalti e per il conseguimento dell’attestazione di qualificazione». In particolare, l’Autorità ha puntato il dito su un certificato di fine lavori, ritenuto «non veritiero» dagli ispettori dell’Autorità, rilasciato da un ente locale. A seguito dell’accertamento – che peraltro si era già svolto negli stessi termini in precedenza nei confronti della medesima impresa – l’Autorità revoca l’attestazione Soa all’impresa, la quale promuove un ricorso al Tar Lazio.

Tar Lazio: illegittima la revoca dell’attestazione

I giudici accolgono il ricorso dell’impresa, sottoscrivendo in pieno il principale motivo fornito dalla ricorrente, e cioè che «il certificato di fine lavori rilasciato dal Comune di Venosa, che l’autorità assume essere non veritiero, non sarebbe mai stato utilizzato ai fini dell’attribuzione della categoria OG1 da parte della Tecnosoa». Questo elemento è stato ovviamente fatto presente agli ispettori dell’Avcp, ma non è stato considerato: « meritano adesione – si legge nella sentenza – le censure con le quali si deduce che l’Autorità di Vigilanza ha adottato il provvedimento di revoca senza tener conto dell’esito dell’attività istruttoria svoltasi in contraddittorio tra il Servizio ispettivo, l’impresa ricorrente e la Tecnosoa Spa».

Il certificato falso, non basta che “esista”: va utilizzato

Gli ispettori hanno dato rilievo solo all’esistenza in quanto tale del certificato, nel quale hanno riscontrato profili di irregolarità, ma senza considerare il fatto che quel certificato non è stato utilizzato dalla Soa ai fini della qualificazione dell’impresa. «In particolare – si legge nella pronuncia – l’Autorità, nell’esaminare la documentazione relativa alla attestazione della categoria OG1, ha rinvenuto un certificato di esecuzione dei lavori rilasciato dal Comune di Venosa, per il quale il medesimo ente locale aveva comunicato che tale certificato non risultava conforme a quello a suo tempo rilasciato. Ciò premesso l’Autorità non ha tenuto conto del fatto che tale certificato non era stato considerato dalla Tecnosoa ai fini del rilascio della certificazione per l’attribuzione della categoria OG1, per cui l’attestazione del Comune era risultata del tutto ininfluente ai fini del rilascio del documento».

«Ciononostante – affonda il coltello il Tar Lazio – l’Autorità, con la delibera impugnata, ha ritenuto che la mera esistenza agli atti di tale certificazione, sebbene non utilizzata dall’organismo di attestazione ai fini del rilascio dell’attestato SOA, configurerebbe l’assenza del requisito di ordine generale di cui all’art. 17, comma 1, lett. m) del d.P.R. n. 34 del 2000 poiché, sebbene il rilascio della nuova attestazione sia avvenuto “sulla base di documentazione assolutamente diversa dalla precedente accertata come non veritiera”, non può ritenersi “sussistente la non imputabilità della falsità della documentazione ai fini della ricorrenza, ai sensi dell’art. 17, comma 1, lett. m) del d.P.R. n. 34 del 2000, del requisito di non avere reso false dichiarazioni circa il possesso dei requisiti richiesti per l’ammissione agli appalti e per il conseguimento della attestazione di qualificazione”».

Annullamento della revoca e condanna dell’Anac al pagamento delle sanzioni

Nella sentenza di parla di “nuova attestazione” in riferimento alla citata precedente revoca disposta dall’Anac, nei confronti della medesima impresa, e riferita all’attestazione rilasciata da un’altra Soa ma – ancora un volta – con al centro della questione il medesimo certificato irregolare del comune di Venosa. «In conclusione – ricapitolano i giudici – sulla base di quanto osservato, anche nella presente controversia, non risultano elementi che consentano di imputare la non veridicità della dichiarazione resa dal Comune di Venosa alla ricorrente, posto che l’attestazione della Tecnosoa – anche in questo caso – è stata rilasciata senza tenere conto del certificato proveniente dal predetto Ente locale. In altri termini, la certificazione in questione non è stata utilizzata ai fini del rilascio della attestazione, per cui manca (anche in questo caso) ogni nesso di causalità tra la produzione di tale certificazione e l’attestazione dei requisiti da parte della Tecnosoa». Infine, il Tar Lazio annulla la revoca dell’attestazione Soa e condanna l’Anac al pagamento delle spese di giudizio. © RIPRODUZIONE RISERVATA

08/10/2018 – Il Sole 24 Ore Edilizia e Territorio

Riforma Codice. Rischio ritorno al passato con appalto integrato «libero» e massimo ribasso

Claudio Lucidi (*)

Boom delle progettazioni e aumento 2018 dei bandi di lavori dimostrano che le gare su esecutivo possono funzionare. Bene anche le centrali di commitenza dei Comuni

(*) ex direttore Ufficio Appalti Comune di Roma, ha fatto parte del gruppo tecnico nuovo codice dei contratti

Ildocumento del luglio scorso a firma congiunta Anci-Ance, finalizzato a rilanciare la capacità di spesa degli enti locali, presenta degli aspetti su cui è utile fare alcune considerazioni.

L’obiettivo, condivisibile, è quello di rimuovere gli ostacoli che si frappongono al rilancio della spesa pubblica in investimenti; i dubbi derivano, semmai, dalla diagnosi e dalla cura proposta.

Premetto che se il precedente legislatore avesse acconsentito ad un approccio più realistico e flessibile, prevedendo ad esempio un periodo transitorio nell’applicazione di alcuni istituti normativi, sicuramente non ci troveremmo nella condizione di riformare una “riforma non compiuta”.

La scelta, come è noto, è stata diversa (l’immediata entrata in vigore del nuovo Codice, il 19 aprile 2016, ndr), e ciò ha indubbiamente provocato un rallentamento della capacità di spesa degli enti locali.

Ciò detto, bisognerebbe però fare attenzione dal proporre salvifiche e anacronistiche scorciatoie che, nonostante le acclarate rassicurazioni degli autori, rischiano di ingenerare un diffuso senso di “ritorno al passato”, e pregiudicare quegli aspetti del processo di riforma che invece sarebbe opportuno tutelare e valorizzare.

E ciò, soprattutto, nell’interesse del ruolo che le autonomie locali sono chiamate a svolgere nel nuovo contesto delineato dalla riforma, anche se in forme diverse rispetto ai modelli del passato. E non misurarsi con queste sfide, in nome di astratti concetti autonomistici, rischierebbe di marginalizzare il ruolo dei comuni (o comunque di quei comuni che hanno fatto la storia della contrattualistica in questo paese). In questo senso, le aggregazioni tra più enti locali, non devono essere viste come una limitazione delle autonome prerogative bensì come un modo per rilanciare funzioni e valorizzare competenze in previsione dell’attuazione del sistema di qualificazione delle stazioni appaltanti. L’alternativa è l’attuale parcellizzazione dei comuni, deboli come stazioni appaltanti, che può favorire il consolidamento delle grandi centrali di committenza alla faccia della tanto sbandierata autonomia.

Il documento Anci/Ance, nelle premesse, cita dei dati a sostegno della necessità di introdurre delle modifiche ad alcune parti del codice.

Modifiche, però, che se contestualizzate depotenzierebbero completamente due degli obiettivi di fondo della legge 2016 sui lavori pubblici: progettazione e professionalizzazione delle stazioni appaltanti (vedi il ricorso generalizzato all’appalto integrato, al massimo ribasso fino alla soglia di 5 milioni e oltre, le regole diversificate per i comuni più piccoli, la valorizzazione delle aggregazioni esistenti piuttosto che una loro evoluzione che le renda competitive con le altre aggregazioni e centralizzazioni esistenti, etc. etc).

Secondo i dati Ance, con riferimento agli appalti nel settore dei Lavori (che è quello che più soffre di una crisi congiunturale prolungata) risulterebbe che i comuni sono stati tra gli enti appaltanti più colpiti dall’entrata in vigore del nuovo codice; nel 2016 infatti registrano un calo del 37% dell’importo complessivamente posto in gara.

Questo dato, inconfutabile, è confermato dallo stesso rapporto IL MERCATO DEI CONTRATTI PUBBLICI LAVORI, SERVIZI E FORNITURE NEL PERIODO 2012-2016 a cura del Servizio Studi della VIII Commissione Ambiente, del maggio 2017.

Però, a ben vedere, i dati ci raccontano anche un’altra storia la cui conoscenza potrebbe essere utile per basare le proposte di modifica su dati più oggettivi.

Sono due gli aspetti che qui mi interessa rilevare, da una parte l’incremento, notevole, delle procedure di affidamento operate direttamente dalle centrali di committenza (escluse quelle del servizio sanitario) composte per lo più dai comuni e l’altra è il forte rilancio della spesa pubblica per acquisire progetti da porre a base di gara.

Con riferimento al primo aspetto, il maggior dinamismo in questa direzione è rappresentato dalle centrali di committenza dei comuni che incrementano notevolmente la spesa. Infatti, con 1.911 procedure perfezionate dell’importo complessivo di 866 milioni, si registrano tassi di crescita, per numero e importo, sia rispetto al 2015 (785 procedure per 382 milioni) che al 2012 (5 procedure per 19 milioni) .

Con riferimento, invece, all’incremento delle procedure di acquisizione dei servizi tecnici (in particolare progettazioni da porre a base di gara) il dato rilevante è che, in controtendenza rispetto al forte decremento del numero di bandi di lavori (si passa dalle 40.827 procedure del 2015 alle 28.823 procedure del 2016, con una riduzione in termini percentuali del 29,94%) nel 2016, per gli affidamenti degli incarichi di progettazione, si registra un + 12% di procedure rispetto al 2015 (addirittura un + 53% rispetto al 2012), con una punta accentuata nei mesi di ottobre-dicembre 2016 (cioè dopo qualche mese di operatività del nuovo codice).

Dall’analisi dei dati riferiti tanto alle centrali di committenza quanto agli incarichi tecnici, emergono delle considerazioni che, a parere di chi scrive, dovrebbero essere ben ponderate dal’ANCI al fine di evitare di proporre soluzioni che, non valorizzando le capacità organizzative dei comuni o sottovalutandone le potenzialità, potrebbero de facto delegare la ripresa degli investimenti ad altri soggetti pubblici, diversi dai comuni stessi, in possesso di maggiore capacità organizzativa anche se con expertise inferiore nel settore degli appalti

Il primo dato che balza agli occhi è quindi una nuova modalità di fare gare attraverso forme aggregate dei comuni. Si badi bene: non si tratta solo di un mero adempimento burocratico. Dietro molte forme di aggregazione tra comuni ci sono investimenti in risorse professionali e materiali, in piattaforme telematiche, finalizzate per lo più a valorizzare i sistemi economici e produttivi dei territori di riferimento. Insomma, si tratta di un segno di vitalità di molte amministrazioni locali caratterizzato dalla consapevolezza che per competere nel mercato della centralizzazione della committenza pubblica occorre dotarsi di adeguati strumenti. Queste realtà subiranno un’ulteriore evoluzione quando entrerà a regime il sistema di qualificazione delle stazioni appaltanti. In tal caso le aggregazioni dovranno necessariamente superare l’attuale modello di polverizzazione delle CUC dei comuni a favore di forme aggregative più ampie, competitive e qualificate all’interno delle quali potranno essere messe a fattor comune le competenze tecniche ed amministrative, oggi disperse nei rivoli delle varie amministrazioni territoriali. In questo contesto si potrebbe pensare anche di recuperare la previgente norma che “incentivava” la progettazione svolta dalle strutture interne alle amministrazioni.

Facilitare il processo di evoluzione delle forme aggregative dei comuni, realizzate fino ad oggi in completo isolamento e con proprie risorse finanziarie, dovrebbe essere uno degli obiettivi del legislatore, da perseguire attraverso azioni mirate di carattere normativo e finanziarie, non escludendo il ricorso ad elementi premianti per quelle aggregazioni che consentono di migliorare la qualità degli interventi ed economizzare sulla spesa.

Il secondo dato riguarda gli affidamenti degli incarichi di progettazione il cui numero si è incrementato a seguito dell’impostazione del nuovo codice dei contratti che toglie dalla “ordinarietà” il ricorso al cosiddetto “appalto integrato” optando per un livello progettuale che presuppone un maggior potere decisorio in capo alla stazione appaltante, e quindi di controllo.

La scadenza temporale “acquisizione progettazione – pubblicazione bandi”, desumibile dai dati relativi agli appalti di lavori pubblici attivati nel primo semestre 2018, in gran parte promossi mettendo a base di gara la progettazione esecutiva , dimostra la validità del modello delineato dalla legge delega del 2015 e fatto proprio dal nuovo codice dei contratti . Probabilmente non è il boom che ci si aspettava ma è pur sempre un indicatore che dovrebbe orientare le prossime scelte con la consapevolezza che per interventi di manutenzione già ora il codice contiene misure di semplificazione dei livelli progettuali.

D’altra parte la storia recente della contrattualistica pubblica è stata contrassegnata dall’andamento altalenante rispetto al nodo della progettazione: la separazione tra progettazione ed esecuzione è sembrata essere sempre più un “desiderata” piuttosto che un obiettivo da perseguire attraverso concrete azioni di supporto. In tal senso anche quello che si propone oggi ha tanto del déjà vù: semplici tentativi di annacquamento, peraltro mal posti e confusi, di un processo riformatore che al contrario dovrebbe consentire alle stazioni appaltanti qualificate di governare il processo di approvvigionamento attraverso la leva della progettazione.

Peraltro se l’obiettivo è quello di “semplificare”, magari a discapito della qualità dell’opera, allora non è neanche sufficiente, a parere di chi scrive, un ritorno sic et simpliciter all’appalto integrato nella sua versione tradizionale, stante l’oggettiva complessità del progetto definitivo. Si rammenta che il boom di appalti di lavori registrato nel 2012 coincise con l’adozione di un provvedimento normativo che da molti è stato inteso come ammissibilità di bandire gare di progettazione esecutiva ed esecuzione dei lavori (cd. appalto integrato) sulla base del solo progetto preliminare . In fondo, se è vero quello che è scritto nel documento ANCI/ANCE, non si capisce come potrebbero i comuni progettare (o far progettare) per il livello definitivo. Se i comuni non sono capaci o non sono in condizione di progettare lo sono, sia che si tratti di progetto definitivo o di progetto esecutivo. Tanto varrebbe, dunque, ritornare alla situazione previgente e consentire di bandire le gare con il progetto di fattibilità tecnica ed economica (ex preliminare)! In tal caso, stante la non edificante esperienza del recente passato, bisognerà anche tener conto delle motivazioni che indussero ad inserire nella legge delega il forte ridimensionamento del ricorso all’appalto integrato.

Infine, anche se non ce n’è traccia nel documento Anci-Ance, l’occasione di rimettere mano al codice dovrebbe consentire anche di riordinare le disposizioni della parte III e IV per rendere un po’ più chiare le disposizioni che trattano dei contratti di concessione e di partenariato pubblico privato e introdurre maggiore certezza circa il perimetro distintivo tra le due fattispecie contrattuali, distinguendo i caratteri peculiari degli uni rispetto agli altri e le relative disposizioni applicabili. E in questo contesto ripensare l’istituto dei sub-affidamenti dei lavori da parte dei concessionari, cercando di utilizzare alcuni specifici istituti introdotti dal Codice per semplificare le modalità di affidamento e realizzazione.

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08/10/2018 – Il Sole 24 Ore Edilizia e Territorio

Def/3. Task force per monitoraggio opere pubbliche e supporto alle Pa, la sfida degli investimenti

A.A.

«Già in bilancio 150 miliardi – scrive il governo – di cui 118 subito attivabili, ma servono strumenti per rilanciare la spesa in conto capitale»

Task force di governo per il monitoraggio, il coordinamento e la promozione dei programmi di opere pubbliche (statali e non); nuova struttura statale per assistenza tecnica e supporto alle Pa nel settore degli investimenti pubblici; promozione del Ppp tramite contratti, matrici dei rischi e capitolati gestionali standard.

Questi gli strumenti che il governo intende mettere in campo per rilanciare gli investiemnti pubblici. Li indica la Nota di aggiornamento al Def, li hanno annunciati anche il Ministro dell’Economia Giovanni Tria e il premiere Giuseppe Conte, ma molti dei dettagli operativi devono ancora essere definiti dal governo, a partire dal coordinamento di questi indirizzi con la Cabina di regia e l’Archivio informatico opere pubbliche previste dal Decreto genova (articoli 40 e 13).

PRIORITA’ INVESTIMENTI PUBBLICI

«Il rilancio degli investimenti è una componente importante della politica economica del Governo», scrive il governo. Il riferimento è a «Ricerca e Sviluppo, formazione di capitale umano e infrastrutture». «Sul fronte degli investimenti pubblici è necessario invertire la tendenza negativa in atto da molti anni e precipitata ulteriormente dall’inizio della crisi».

I SOLDI CI SONO, MA NON BASTA

«Il livello totale delle risorse finanziarie (già) stanziate – scrive la Nota al Def – in un arco temporale che raggiunge i quindici anni per investimenti ancora da avviare, ma già scontati ai fini dell’indebitamento netto tendenziale, ammonta a circa 150 miliardi. Di questi, circa 118 miliardi possono essere considerati immediatamente attivabili, ed è quindi necessaria una forte spinta al processo di avvio e realizzazione degli investimenti sottesi».

A queste somme (di cui 38 miliardi del Fondo Investimenti 2018 non ancora assegnati, ci sarà probabilmente il Dpcm entro fine anno) ilgoverno annuncia la volontà di aggiungere, con la prossima legge di Bilancio, 15 miliardi in tre anni (di cui 1,5 miliardi nel 2019 per la messa in sicurezza di ponti e gallerie sulle reti stradali).

«L’esperienza di questi anni mostra tuttavia che stanziare i fondi non basta per la realizzazione di opere pubbliche di rilevanza strategica secondo tempi e modalità che rispettino gli standard di efficienza».

«Il Governo intende mettere in campo una serie di azioni ad ampio raggio volte a rimodulare la spesa pubblica, consentendo una graduale ricomposizione a favore della spesa in conto capitale».

GLI STRUMENTI PER RILANCIARE

Tra gli strumenti indicati dal governo per rilanciare gli investimenti pubblici spiccano in particolare, oltre alla riforma del Codice appalti e delle procedire approvative delle infrastrutture, di cui parlaimo nel servizio di Mauro Salerno:

1) la valorizzazione del Partenariato Pubblico-Privato (PPP): «La definizione di un contratto standard PPP è già ad uno stadio avanzato di elaborazione. Unitamente alla matrice dei rischi e al capitolato di gestione, essa fornirà una guida alle amministrazioni pubbliche per la strutturazione in dettaglio delle operazioni di PPP e la redazione dei relativi atti e documenti negoziali»;

2) creazione di una task force centralizzata a scopo di monitoraggio, coordinamento, promozione. La Task force – che partirà entro la fine dell’anno, hanno annunciato Conte e Tria – «avrà il compito di centralizzare le informazioni sui progetti in corso attraverso la gestione attiva di una banca dati centralizzata e collegamenti diretti con i terminali di spesa, promuovendo in maniera sistematica il monitoraggio, la valutazione e il coordinamento degli investimenti».

3) Nuova struttura di governo per l’assistenza tecnica alle Pa. Pur non indicato come punto autonomo nella lista degli strumenti di rilancio, la nota al Def spiega che «il Governo creerà inoltre un centro di competenze dedicato con il compito di offrire servizi di assistenza tecnica e di assicurare standard di qualità per la preparazione e la valutazione di programmi e progetti da parte delle amministrazioni pubbliche centrali e periferiche». L’idea non è nuova: da una parte richiama l’esperienza dell’Agenzia per la Coesione, operativa dal 2015, ma che (per un motivo o per l’altro) non ha dato i risultati sperati nella velocizzazione della spesa dei fondi Ue; dall’altra richiama un’analoga struttura prevista nel Def 2014 , il primo del governo Renzi, per rilanciare il Ppp, ma che poi non si fece mai. Auguriamo al governo Conte di essere più fortunato.

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LE AZIONI PER IL RILANCIO DEGLI INVESTIMENTI PUBBLICI (Nota al Def)

«Queste azioni includono: a) una rivisitazione del quadro normativo, nonché delle procedure amministrative, volta a promuovere, accanto alle attuali responsabilità burocratiche, una capacità autonoma di leadership nella promozione, pianificazione e gestione degli investimenti da parte dalla PA, favorendo le partnership con il settore privato e l’acquisizione di finanziamenti di fondi istituzionali, b) la rimodulazione e il monitoraggio delle risorse finanziarie per gli investimenti, le manutenzioni e la gestione del capitale pubblico, c) la valorizzazione delle competenze tecniche e delle funzioni di progettazione e valutazione economica e finanziaria dei progetti nella PA, d) la creazione di una task force con il compito di centralizzare le informazioni sui progetti in corso attraverso la gestione attiva di una banca dati centralizzata e collegamenti diretti con i terminali di spesa, promuovendo in maniera sistematica il monitoraggio, la valutazione e il coordinamento degli investimenti. La task force avrà anche il compito di promuovere le migliori pratiche per esaminare programmi e progetti in corrispondenza di punti decisivi del loro ciclo di vita, assicurando che essi possano progredire con successo nelle varie fasi di start up e di implementazione. Riprendendo le esperienze di altri Paesi avanzati, che hanno affrontato con successo problematiche di investimenti pubblici e di gap infrastrutturali simili a quelli italiani, il Governo creerà inoltre un centro di competenze dedicato con il compito di offrire servizi di assistenza tecnica e di assicurare standard di qualità per la preparazione e la valutazione di programmi e progetti da parte delle amministrazioni pubbliche centrali e periferiche. Questa azione permetterà anche di creare nel tempo un insieme di capacità professionali interne alla PA nell’intera gamma di competenze, tipologie e dimensioni della progettazione tecnica ed economica degli investimenti pubblici.

Dal punto di vista finanziario le azioni elencate, che hanno l’obiettivo di migliorare l’efficienza degli investimenti, si affiancheranno, aumentandone l’efficacia, alle misure già in corso, tra cui: i) l’attivazione di un fondo da ripartire per il rilancio degli investimenti

infrastrutturali, che dispone di una dotazione complessiva di risorse pari a 150 miliardi da utilizzare entro l’orizzonte temporale di 15 anni; ii) l’abolizione del patto di stabilità interno, che limitava le capacità di intervento degli enti locali; iii) la riforma del Codice degli appalti,

per rendere più snella e trasparente la gestione degli acquisti e delle forniture della PA». © RIPRODUZIONE RISERVATA

08/10/2018 – Il Sole 24 Ore Edilizia e Territorio

Def/2. Piano straordinario per ponti e viadotti, 1,5 miliardi nel 2019, appalti a trattativa privata

Alessandro Arona

Il governo: «Le risorse saranno nella legge di Bilancio. Data la natura emergenziale sarà possibile utilizzare la procedura negoziata»

Priorità agli investimenti pubblici per rilanciare il Pil. E priorità a piccole opere e manutenzioni, rispetto alle grandi infrastrutture. Per far questo, spiega il governo nella Nota di aggiornamento al Def pubblicata il 4 ottobre, la prossima legge di Bilancio stanzierà 1,5 miliardi di euro per un piano straordinario di manutenzione delle infrastrutture più a rischio sicurezza, in particolare ponti, viadotti e gallerie; un piano che avrà valore “emergenziale”, e dunque consentirà le procedure accelerate e semplificate previste dalla legislazione vigente in casi d’urgenza, tra le quali la procedura negoziata (la ex trattativa privata). Vista l’eccezionalità e l’urgenza di questi interventi il governo chiederà alla Commissione Ue lo scorporo di queste spese dal calcolo deficit/Pil.

LA NOTA AL DEF

Nuovi fondi per 1,5 miliardi. Al fine di «garantire la piena sicurezza nella mobilità e nei trasporti», scrive il governo nella Nota di aggiornamento al Def, nella parte relativa alle infrastrutture, «la prossima Legge di Bilancio dedicherà 1,5 miliardi per l’anno 2019 specificatamente alla messa in sicurezza e la manutenzione di infrastrutture quali viadotti, ponti, gallerie, ecc… Gli interventi riguarderanno opere realizzate nella stessa epoca o precedenti il ponte Morandi, ovvero che presentino specifiche necessità di manutenzione».

Intervento emergenziale, procedura negoziata senza bando. «Il piano – continua la Nota al Def – sarà trattato alla stregua di un intervento emergenziale, utilizzando procedure previste dalla legislazione vigente – in particolare la procedura negoziata – che consentono di ridurre significativamente i tempi necessari per l’affidamento dei lavori. L’utilizzo di tali modalità ed il particolare interesse del Governo alla realizzazione del programma garantiscono che i lavori verranno attuati rapidamente. Ciò consentirà di utilizzare le risorse finanziarie appostate nei tempi previsti, determinando un’accelerazione della spesa rispetto ad altre esperienze del passato. L’implementazione effettiva degli interventi sarà oggetto di uno specifico ed attento monitoraggio».

Scorporo dal calcolo deficit/Pil. In considerazione delle caratteristiche di eccezionalità ed urgenza degli interventi programmati, il Governo intende chiedere alla Commissione Europea il riconoscimento della flessibilità di bilancio per queste finalità.

LEGISLAZIONE VIGENTE

A legislazione vigente – come dice di voler operare il governo – il riferimento è all’articolo 63 del Codice appalti, che disciplina i casi in cui può essere utilizzata la procedura negoziata senza bando.

Oltre alla gara deserta e all’unicità del fornitore, la fattispecie in questione è quella dell'”esterma urgenza”, comma 2 lettera c):

«c) nella misura strettamente necessaria quando, per ragioni di estrema urgenza derivante da eventi imprevedibili dall’amministrazione aggiudicatrice, i termini per le procedure aperte o per le procedure ristrette o per le procedure competitive con negoziazione non possono essere rispettati. Le circostanze invocate a giustificazione del ricorso alla procedura di cui al presente articolo non devono essere in alcun caso imputabili alle amministrazioni aggiudicatrici».

La norma parla di “eventi imprevedibili” (l’usura delle vecchie opere lo è?), e “circostanze non imputabili in alcun modo alle aministrazioni aggiudicatrici” (la mancanza di manutenzione negli anni lo è?).

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08/10/2018 – Il Sole 24 Ore Edilizia e Territorio

Astaldi studia un piano da 1,5 miliardi, sul debito sconto fino al 40%

Laura Galvagni e Simone Filippetti

Consulenti al lavoro sul piano da sottoporre ai creditori. Si ragiona su tre possibili linee d’azione

Piano monstre fino a 1,5 miliardi per Astaldi.Il mercato comincia a interrogarsi su quale potrebbe essere il contenuto di una manovra che consenta al gruppo di grandi opere di tornare ad essere un’azienda in bonis. I consulenti, ovviamente, sono al lavoro. Il piano va infatti sottoposto ai creditori, agli azionisti e poi al Tribunale e i tempi stringono. In quest’ottica lo scenario attorno a cui si ragiona prevede tre linee d’azione per dare nuova linfa alle casse della società: un aumento di capitale, l’emissione di strumenti finanziari partecipativi a favore delle banche creditrici e un taglio dell’esposizione. In tutto, secondo gli analisti, l’intervento potrebbe aggirarsi attorno a 1,5 miliardi. Un’analisi più conservativa fissa la cifra vicina a 1 miliardo ma diversi osservatori ritengono che una tale somma potrebbe rivelarsi non sufficiente per rimettere in carreggiata la società di costruzioni.

Il perno della manovra è evidentemente l’iniezione di liquidità. In questo senso, si guarda a un aumento di capitale da circa 400 milioni, di cui una parte, circa 200 milioni, da eseguirsi sul mercato e l’altra fetta come esito della conversione parziale del bond da 750 milioni di euro con scadenza 2020. A questo si dovrebbero sommare gli strumenti partecipativi per circa 100 milioni e un taglio del debito vicino a 1 miliardo, con un haircut rispetto all’esposizione complessiva prossimo al 40%. Si tratta, allo stato attuale, di mere ipotesi funzionali a trovare una quadra che spinga l’azienda fuori dalle secche. Va considerato, infatti, che al momento Astaldi capitalizza circa 60 milioni di euro. L’iniezione di liquidità avrebbe dunque effetti iperdiluitivi, al punto che è plausibile immaginare che il tutto venga preceduto da un raggruppamento delle azioni. A valle del quale, per definire il prezzo di emissione, verrebbe poi applicato uno sconto sul valore della quotazione. Una fetta dell’aumento di capitale da circa 200 milioni potrebbe poi essere riservata all’ingresso di un nuovo azionista.

E questo è il tassello cruciale dell’intera manovra. Il principale indiziato, in questo senso, è evidentemente Salini Impregilo. «Se andiamo verso un consolidamento di un settore industriale che è importante, noi come banca lo vediamo positivamente», ha dichiarato in proposito il presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro a chi gli chiedeva un commento sul possibile interesse del general contractor per Astaldi. Intesa, va ricordato, è tra le banche creditrici della società di costruzioni. Dal canto suo Salini Impregilo è in attesa che gli venga presentata una proposta concreta. Progetto che verrà poi valutato attentamente soprattutto sotto il piano della compatibilità finanziaria. Ma non solo, cruciale sarà la coerenza del piano con la strategia del gruppo, sempre più proiettato all’estero e in particolare verso Stati Uniti e Australia.

In ragione di ciò, non va dimenticato che il progetto a cui si sta lavorando prevede la creazione di due società satellite, una per le attività all’estero in alleanza con altri soggetti e una per le attività svolte in autonomia dalle succursali locali. Uno sdoppiamento coerente con la legge Marzano sul concordato preventivo e necessario per poter partecipare a gare internazionali, che sarebbero altrimenti precluse ad un’azienda in procedura concursuale.Il quadro dunque non è ancora ben definito. L’unica cosa certa è che bisogna fare presto, per evitare l’esaurimento della liquidità disponibile, con tempi necessariamente più rapidi dei 120 giorni previsti dalla legge per la convocazione dei creditori in tribunale per l’approvazione del concordato. Si è parlato di 45 giorni, ma c’è chi giudica il termine «irrealistico». © RIPRODUZIONE RISERVATA

BOLLETTINO BANDI

Fiumicino, bando da 2,1 milioni per riaprire il museo delle Navi romane

Alessandro Lerbini

Le sale sono chiuse dal 2002 per motivi strutturali. Le offerte dovranno pervenire entro il 14 novembre

Appalto di lavori per riaprire il museo delle Navi romane a Fiumicino. Invitalia ha pubblicato il bando dal valore di 2,1 milioni riguardante l’adeguamento funzionale e l’allestimento finalizzato all’immediata fruizione delle sale chiuse dal 2002 per motivi strutturali

All’interno del Museo delle Navi sono esposti i resti di cinque imbarcazioni (più frammenti di fiancata di altre due) databili dal II al V secolo d.C. I relitti furono riportati in luce tra il 1958 ed il 1965 in occasione dei lavori di costruzione dell’aeroporto Leonardo da Vinci.

In sede di valutazione delle proposte, 80 punti saranno assegnati all’offerta tecnica e 20 al prezzo. Il lavori avranno una durata di 12 mesi. L’avviso rimane aperto fino al 14 novembre.

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